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Archive | ottobre, 2009

Un ponte e una banca per battere la crisi?

Un ponte e una banca per battere la crisi?

il ponte e la banca?

il ponte e la banca?

di Giuseppe Candido – pubblicato su “Il Domani della Calabria” il 26 ottobre 2009 p.9

Il Sud e la Calabria tornano oggi al centro del dibattito della politica economica del governo sia per il progetto di legge, presentato lo scorso 15 ottobre in Consiglio dei Ministri che prevede l’istituzione della Banca del Sud, sia con l’annuncio della riapertura dei cantieri per i lavori del ponte sullo stretto.

Per la prima, la Banca del Sud, c’è qualcuno che già paventa il rischio che diventi, come avvenne per la bona vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un ulteriore sperpero denaro pubblico senza risolvere i problemi. Per il ponte si parla invece di un vero e proprio bluff del governo poiché mancherebbero i soldi per farlo e il progetto esecutivo. Senza parlare del fatto che, come sostengono molti ecologisti, sarebbe meglio spendere i pochi soldi che si hanno per il risanamento idrogeologico ed ambientale del territorio piuttosto che in “opere faraoniche”. Sono temi, entrambi, che non hanno mai abbandonato il dibattito all’interno della maggioranza e che oggi ritornano di attualità. E’ senz’altro evidente a tutti, nell’ambito della crisi economica, il fatto che il mezzogiorno abbia ancora il problema di una mancata crescita economica stante il fatto che sia il posto dove maggiormente si sono spesi soldi pubblici nei vari programmi di aiuti. Il Sud è rimato il luogo di grandi spese e del fallimento della spesa pubblica. Si pensi soltanto ai finanziamenti a pioggia distribuiti con la legge 488 e al F.a.s., il fondo europeo per le aree sottosviluppate, che è servito ad alimentare clientele senza raggiungere gli obiettivi per i quali erano stati destinati: la crescita economica e sociale. Il prodotto interno lordo pro capite della nostra regione è rimasto prossimo alla metà di quello delle regioni più ricche e la disoccupazione rischia di divenire un cancrena destinata a durare ben più a lungo della stessa crisi economica nazionale ed internazionale. Se sul ponte sullo stretto, per il quale è stato previsto lo stanziamento di 3,6 miliardi di euro in sei anni puntando al ripristino dell’appalto già vinto dall’Impregilo, il governo convince poco per le motivazioni ecologiste sopra esposte e per l’assenza del capitale privato e del progetto esecutivo, la questione della banca del Sud sembra riportare invece l’attenzione sulla questione meridionale come questione di rilievo nazionale cercando d’intervenire sul sistema creditizio del mezzogiorno mettendo a fuoco, però, i limiti delle azioni dei finanziamenti a pioggia adottati in passato. In pratica, l’idea della Banca del Sud sembrerebbe quella di porsi come sistema di finanziamento sano e alternativo di quello dei finanziamenti a pioggia che tutti noi sappiamo come, troppo frequentemente, sono stati mal spesi. Un intervento che dovrebbe orientare la pubblica amministrazione ad una più rigorosa valutazione del merito di credito e di finanziamento alle imprese. Oggi, lo dicono i dati e lo dicono i sempre più frequenti appelli degli imprenditori calabresi, il sistema creditizio nel mezzogiorno è quello maggiormente oneroso e, se non vi fossero i finanziamenti a pioggia, molte piccole e medie imprese calabresi sarebbero rimaste nelle mani della sola usura. Tassi di disoccupazione doppi rispetto alla media nazionale, un’elevata incidenza del valore aggiunto della Pubblica Amministrazione sul totale dell’economia, tassi d’interesse del credito alle imprese superiori al 9% in tutte e cinque la provincie a fronte di quelle del centro nord come Milano, Bolzano, Reggio Emilia, dove il costo del denaro è poco superiore al 6%. Meno di un anno fa, nell’ottobre scorso, in un articolo su “il Sole 24 ore”, Cosimo De Tommaso, imprenditore calzaturiero di Rende titolare di una azienda che vanta 50 dipendenti e 3 milioni e mezzo di euro di fatturato annuo di cui il 50% proveniente dall’export, lanciò un grido di allarme sul rapporto tra la piccola impresa nel mezzogiorno e il sistema creditizio bancario purtroppo rimasto inascoltato: “In un momento critico per l’economia come quello attuale – scriveva Cosimo De Tommaso nella sua testimonianza al quotidiano della confindustria – il sistema finanziario sta mettendo in atto una serie di “accorgimenti tecnici” che impediscono, in particolare modo alla piccola azienda, di poter operare agevolmente nel sistema creditizio”. E ancora: “L’accesso al credito è ormai di fatto bloccato e gli sconfini temporanei di brevissima durata (sempre consentiti) sono tassativamente proibiti”. Certamente la Banca del Sud potrebbe colmare un problema che si è andato accentuando a partire dagli anni ’90: la morsa creditizia che sta letteralmente strozzando il sistema imprenditoriale calabrese sano, quello che non ha capitali illeciti da riciclare. Il progetto della Banca del Sud sarebbe da condividere se si muovesse, come si annuncia nel testo presentato, su questi due filoni: valutazione più rigorosa del merito di credito per uscire dalla logica dei finanziamenti a pioggia di cui non si valutano i risultati e lo spostamento dei centri decisionali del credito bancario verso il sud con l’istituzione di una specifica banca a capitale pubblico. Quindi bene l’idea se non si pensa alla costituzione di una nuova CasMez, l’ex cassa per il mezzogiorno, ma ad una banca che consenta una facilitazione di accesso al credito agevolato delle imprese, come è giusto che sia in un’area ancora fortemente economicamente sottosviluppata. Il mercato creditizio calabrese ha bisogno dell’intervento dello Stato. Quello che però ci sembra rappresentare il vero problema è che, se da un lato, l’introduzione di capitale pubblico appare come forza del nuovo istituto, dall’altro c’è il rischio che proprio la permanenza del capitale pubblico oltre il limite, previsto di cinque anni, trasformi la nascitura banca in un’altra operazione “prendi i soldi e scappa” .

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Il Brigantaggio politico e i politici briganti

Il Brigantaggio politico e i politici briganti

di Giuseppe Candido e Filippo Curtosi

Briganti
Briganti

Rileggendo la storia molto spesso ci si trova davanti a fatti, circostanze e situazioni che ricordano in maniera sorprendente quelli che oggi viviamo. Gli avvenimenti del 1799 e del 1806 che trovarono la loro conclusione nel 1815, aprirono un nuovo periodo nella storia della Calabria: il decennio francese e le persecuzioni del brigantaggio politico e sociale.

Presso la biblioteca comunale di Palmi sono conservate le carte della famiglia “Ajossa” tra le quali v’è un manifesto riguardante il periodo dell’occupazione francese nella Calabria Ultra e con il quale venivano pubblicate le taglie fissate sul capo di ben 859 briganti. Nome, Cognome e paese natale. Una lunga lista di ricercati che raffigura la mappa della ribellione nel territorio dove i calabresi si scannavano tra loro per sostenere, a seconda della posizione, i Francesi o i Borboni.

I fatti che caratterizzarono il trapasso dall’ancien regime allo stato moderno, evidenziano l’estrema violenza e virulenza dell’opposizione popolare al nuovo regime, che non effimera ma costante e valida, venne denominata per la prima volta dai francesi “brigantaggio”. Un nuovo regime dove la trilogia “legalite, liberté, fraternité” venne sostituita dagli alberi della libertà dai quali – come testimonia P. L. Cuirier – “s’impiccava facilmente e spesso”. La situazione in Calabria è particolare per le condizioni economico-sociali, per la vicinanza con la Sicilia, per il latifondo feudale e lo strapotere baronale. Questi fattori risultarono tutti decisivi per lo scaturire e il prolificarsi del brigantaggio. È noto anche ai non addetti ai lavori che, per primo il governo dei napoleonidi, abbia tentato di eliminare in Calabria il retaggio di un periodo medievale allora ancora vivo e presente, mettendo la nostra regione a contatto con le esperienze del mondo moderno. Ma per far questo in modo ineccepibile, bisognava se non risolvere, almeno tentare di risolvere i molteplici problemi esistenti, tra i quali il brigantaggio occupava una posizione primaria e considerevole. Gli sforzi furono notevoli, ma servirono a poco, poiché il periodo dell’occupazione fu troppo breve affinché i risultati si consolidassero e divenissero definitivi.

Della dominazione francese in Calabria, al rientro dei Borboni, restò soltanto un ricordo offuscato delle grandi riforme socio-istituzionali, e quello invece vivo e presente, delle violenze e delle prevaricazioni del periodo dell’occupazione e della feroce “repressione Manhes”.

In questo alternarsi di domini e avvicendarsi d’imprese guerresche, molto soffrirono e niente ottennero le masse contadine che furono sfruttate da tutti i protagonisti della lotta.

La Statistica murattiana” certifica lo stato di arretratezza socio economica, di degrado umano e civile, di primitività igienico sanitaria e di squallore ambientale.

I fattori primari del malcontento, la miseria e la fame di terra, perdurarono nonostante le riforme francesi, e propagandosi nel tempo pesarono sui calabresi finanche nel periodo post-unitario.

Intanto due sole remunerazioni per chi, preso dalla sete di giustizia e dall’insofferenza alle reiterate prepotenze, si ribellava: lo stigma di “brigate” e il conseguente annientamento da parte del potere istituzionalizzato.

L’entrata dei francesi in Calabria apportò grosse novità nel campo istituzionale che alimentarono le ostilità tra i vari partiti: mentre le classi degli aristocratici della borghesia e del piccolo artigianato si divisero tra patrioti e borbonici, le classi più misere, contadini, pastori, montanari etc. manifestarono una certa nostalgia per il regime borbonico; furono schieramenti non prettamente politici, fondati piuttosto sugli interessi, le ambizioni e le vendette personali. C’è chi sostiene che il brigante stesse con gli uni o con gli altri, altri sostengono invece che non stesse con i francesi né con i Borboni. Villari, nelle sue lettere sull’Italia Meridionale ed altri molti discorrendo del brigantaggio, vorrebbero trovarne le cause nella miseria, e nelle cattive condizioni del contadino. Ma sono smentiti dai fatti. Per Nicola Misasi (Cosenza 1850 – Roma 1923) nei suoi “Racconti Calabresi” edito nell’ottobre 2006 da Rubettino, il brigante fu allora “un prodotto spontaneo della vita calabrese”, … “di una natura forte e rigogliosa, la quale, diretta al bene, potrebbe essere capace di grandi delitti… Le donne incitavano i mariti, i fidanzati, i fratelli alla vendetta contro i francesi, gli sdolcinati maschi francesi”. Altro che repubblicani venuti a liberarci dalla schiavitù. Altro che “liberi, uguali e fratelli” dinnanzi alla legge come proclamato da loro. Secondo Misasi, e su questo concordiamo con lui, “Non è dunque la miseria soltanto che fa il brigante”. Se fosse vero il fatto che fu la miseria la causa principale del brigantaggio perché allora, si chiede Misasi, “la più parte dei briganti furono contadini agiati? Perché alcuni paesi ricchissimi, nei quali la proprietà è ben divisa, ove il contadino è retribuito più equamente che in altri siti, danno un buon contingente di briganti, ed altri paesi miserrimi, lungo un secolo, non ne contano neppure uno?”. Per comprendere meglio il fenomeno occorre soffermarci sul brigantaggio politico che “ci fu rimproverato del 1799, come un’onta, cui non bastò a lavare il sangue di mille e mille prodi calabresi, versato in cento battaglie e sui patiboli per la libertà d’Italia. … Ma io ho fede – continua Misasi – che quell’onta diverrà gloria per noi quando, diradate le nebbie, si studierà la storia delle nostre contrade col proposito di non arrestarsi alla superficie, ma di ficcar gli occhi in fondo per rintracciare il vero. Finora noi stessi ci gridammo barbari, lasciate che dica noi stessi ci gridammo popolo d’impotenti, rinnegando le nostre tradizioni, le nostre glorie, fummo paurosi di affermarci per quel che siamo e tendemmo supplicanti le braccia ad altri popoli per implorare da essi un raggio di luce e di civiltà. Colpa nostra se quei popoli ci trattarono da bambini e coi presero a scuola, non risparmiandoci le tiratine d’orecchio e le sculacciate, non leggendo o leggendo male la nostra storia; … Umili e sommessi aspettammo, e forse anche aspettiamo, di là il verbo rigeneratore, di là l’imbeccata del pensiero. Mutammo gli usi, i costumi, il linguaggio, financo il gusto, accettando nella nostra vita, nelle nostre case, nella nostra mensa tutto ciò che ci veniva dal di fuori …Tanta vigliacca condiscendenza ci fé credere, ed a ragione, popolo d’impotenti e di bambini”. Per tali motivi, prosegue Misasi, “il brigantaggio politico torna a gloria delle mie Calabrie”. Furono soprattutto i contadini a pagare le spese sia dell’eversione della feudalità sia l’accentramento delle terre nelle mani dei “galantuomini”. Essi furono ridotti alla condizione di semplici braccianti, “sottoposti alla soggezione di questi padroni che non solo non hanno mai fatto nulla per alleviare la miseria ed eliminare l’ignoranza, ma al contrario hanno fatto di tutto per tenerli schiavi ed asserviti”. Ed ancora oggi forse è così. Sicuramente non possiamo confondere il brigantaggio e il brigantaggio politico con l’attualità dei politici e dei “capimassa” briganti che avvelenano le nostre terre, le nostre acque e i nostri mari. Quello che la storia ci consente di leggere è che il brigantaggio fu un fenomeno spontaneo, naturale, un moto di ribellione alimentato dalla miseria ma diretto contro il “nuovo” come pure spontanea è quell’indignazione e quella voglia di ribellione contro il regime dei partiti che oggi, frequentemente, attraversa la società civile.

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Pena capitale: nel carcere di Castrovillari due suicidi in un mese

Pena capitale: nel carcere di Castrovillari due suicidi in un mese

di Giuseppe Candido – Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 19 ottobre 2009.

Prima di parlare di morti e di suicidi nelle carceri dovremmo ricordarci le parole dell’illuminista Cesare Beccaria che nel saggio “Dei delitti e delle pene” scriveva: “Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui, continua Beccaria, che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Non è dunque la pena di morte un diritto … ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere”.

L’associazione “Nessuno Tocchi Caino” sin dal 1994 si è battuta per l’abolizione delle esecuzioni capitali e affinché venisse votata, all’ONU, la moratoria universale della pena di morte. Il 18 dicembre del 2007 quella moratoria fu finalmente conquistata. Secondo l’ultimo rapporto di Nessuno Tocchi Caino presentato quest’estate, nel 2009 i paesi abolizionisti sono 96 cui si sommano 8 abolizionisti per crimini ordinari e 42 abolizionisti di fatto mentre 46 sono i paesi dove è ancora in vigore. Durante il 2008, però, sono state almeno 5.727 le esecuzioni di cui almeno 5000 in Cina.

La questione della pena di morte era, per i media e per le associazioni che si occupavano dei diritti umani, soltanto quella degli Stati Uniti. L’incivile pena dello Stato occidentale democratico ma assassino. Mentre oggi sappiamo che non è così, che il problema è diffuso soprattutto negli Stati totalitari. L’associazione Nessuno Tocchi Caino, coi suoi costanti rapporti annuali sulle esecuzioni nel mondo, ha messo in luce l’altra faccia della pena di morte: quella degli stati non democratici intoccabili o innominabili. La Cina e l’Iran in primis e alcuni paesi asiatici dove avvengono il 99% delle esecuzioni.

Ma parlare di pena di morte, in Italia dove è già stata abolita, potrebbe sembrare inutile o, quantomeno, limitato all’interesse internazionale ma di scarsa rilevanza per noi che viviamo nel bel Paese. Eppure in Italia c’è una pena di morte. Ed è la pena, così disumana e insopportabile, che trasforma l’insopportabile detenzione in condizioni disumane nel suicidio di liberazione.

La notizia di due morti nel carcere di Castrovillari non fa notizia. E’ stata confermata alla parlamentare Rita Bernardini dal Direttore, dottor Fedele Rizzo: “negli ultimi venti giorni, nel carcere di Castrovillari, sono morti due giovani. Si sono tolti la vita entrambi impiccandosi. Il primo era un un ragazzo cileno di 19 anni, il secondo un calabrese di Morano Calabro di 39 anni”.

Il primo suicidio non trapelato sulla stampa per ben tre settimane la dice lunga sull’omertà  rispetto alle tragedie che si consumano dietro le sbarre ma anche sulle complicità di quasi tutti mezzi di informazione che evidentemente considerano l’impiccagione di due carcerati, una non notizia.

Ad agosto, in quell’istituto penitenziario, erano presenti 258 detenuti su una capienza regolamentare di 128 posti. Un sovraffollamento destinato ad aumentare con l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina e che, nel mese di Giugno, nel processo Sulejmanovic contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato sanzionando l’Italia a risarcire, col pagamento di mille euro, il detenuto bosniaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia in condizioni incivili.

Se vuoi conoscere davvero un Paese, affermava Voltaire, visitane le prigioni. Lo spazio minimo dovrebbe essere, per legge, non inferiore a 7 metri quadri per detenuto e invece, in Italia, in alcuni penitenziari, si ha invece “il registro dei materassi” per dormire a turno sui pavimenti. I detenuti nelle carceri italiane sono ormai stabilmente ventimila di più dei posti regolamentari. Viceversa, gli agenti sono ottomila in meno rispetto alla pianta organica. Siamo arrivati al punto che in alcune prigioni non bastano più neanche letti a castello che arrivano a un palmo dal soffitto e i direttori sono costretti a tenere un “registro dei materassi” per stabilire a chi tocca dormire sul pavimento. E quindi il suicidio diventa strumento di liberazione da una pena palesemente afflittiva e non rieducativa.

Come si legge nel rapporto dei Radicali Italiani che quest’estate si sono recati in visita sindacale-ispettiva, “nelle carceri italiane dal 1° gennaio al 31 dicembre 2008 sono morti “almeno” 121 detenuti, dei quali “almeno” 48 per suicidio”. Tre i detenuti morti suicidi nelle carceri in Calabria. Altri tre suicidi, sempre in Calabria, nei primi sei mesi del 2009. Ottantacinque gli atti di autolesionismo. Oggi aggiungiamo, alla triste conta, i due morti suicidi, col cappio al collo, nel carcere di Castrovillari.

Dal 1990 ad oggi si sono tolti la vita 957 detenuti e prevedibilmente nel 2009 verrà raggiunta la quota di 1.000 suicidi in carcere, nell’arco di 20 anni.

Nel saggio Dei delitti e delle peneCesare Beccaria affermava che non è «l’intenzione», bensì «l’estensione» della pena, oltre che la certezza della sua esecuzione, ad esercitare un ruolo preventivo dei reati. Per Beccaria “il fine delle pene non deve essere afflittivo o vendicativo ma rieducativo”. Il risultato dei suoi ragionamenti è che, perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi. Quando la pena è eseguita al di fuori delle condizioni di legalità, in maniera afflittiva o vendicativa, essa diventa violenza, non raggiunge il fine costituzionale del reinserimento sociale e della rieducazione, ed è criminogena nel senso che genera insicurezza e criminalità recidiva.

Giuseppe Candido


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C’era rimasto il mare

C’era rimasto il mare

Sono cresciuto a contatto col mare calabrese, ed è da vent’anni che col windsur vado avanti e in dietro planando sulle onde rese luccicanti dal sole. In luglio, agosto e settembre, ma anche in ottobre, novembre e poi a marzo, aprile e maggio e giugno. Basta infilarsi una muta e il gioco è fatto anche a gennaio e febbraio. Onde e vento che mi rendono imparagonabile la vita in qualsiasi altra regione italiana. Mi sento la prova vivente di quanto il nostro mare sia una stupenda, meravigliosa, risorsa che la natura ha regalato alla Calabria. Una risorsa che non abbiamo saputo valorizzare adeguatamente, anzi l’abbiamo inquinato non depurando bene i liquami fognari, usandolo come recapito per rifiuti d’ogni genere. Oggi scopriamo, ormai non sembrano esserci più dubbi, che col sistema delle “navi a perdere” il mare calabrese è stato utilizzato come discarica di rifiuti radioattivi. Quella rinvenuta a largo di Cetraro, in provincia di Cosenza, è una delle navi (oltre venticinque) segnalate dalle associazioni ambientaliste sin dal 1994 con uno specifico dossier presentato dal WWF e da Legambiente. L’apoteosi dei disastri ambientali di una Regione – la Calabria – già di suo disastrata dal punto di vista idrogeologico e ambientale. Ma al peggio no v’è limite e, come se non bastassero il mare inquinato per la cattiva depurazione, l’emergenza rifiuti e i veleni, i metalli pesanti dell’ex Pertusola smaltiti come inerti per costruzioni e con i quali si sono costruite scuole per i nostri figli, adesso abbiamo un’altra triste conferma: lo Ionio e il Tirreno sono stati utilizzati come enormi discariche per rifiuti pericolosi di ogni genere e con le quali si sono arricchiti ‘ndrangheta e affaristi. Forse anche la mano della massoneria deviata. Il mare, quella risorsa che avrebbe dovuto rappresentare il volano dello sviluppo turistico eco sostenibile della Calabria, è stato invece adulterato, vilipeso, persino con scorie tossiche e radioattive. Radioattività che non svanirà per millenni. Speriamo quindi, si faccia presto col recupero dei fusti che s’intravedono, nelle immagini sottomarine, spuntare dalla prua squarciata della nave a largo di Cetraro.
Il giornalista Carlo Lucarelli, nella scorsa puntata di “Blu notte, misteri italiani”, ha ripercorso le tracce di questa storia e quella del Capitano di marina Natale De Grazia morto in condizioni quantomeno misteriose mentre svolgeva una consulenza per le indagini che la procura di Reggio Calabria stava conducendo sulle cosiddette “navi a perdere”. Navi usate – mediante l’affondamento programmato – per smaltire rifiuti pericolosi, tossici e radioattivi, in modo illegale e con un giro d’affari da capogiro. Per affaristi come Giorgio Comerio e l’armatore della motonave “Rosso” Ignazio Messina, anche questa “dispersa” nei nostri mari. Una storia di traffici di rifiuti che risale agli anni ’80 e ’90 e che ha visto le prime denunce delle associazioni ambientaliste già nel 1995. Nel 2004 WWF e Legambiente presentarono alle istituzioni ed ai media uno specifico dossier corredato di mappe di probabili siti di affondamento che restò però lettera quasi morta, nel senso che soltanto le indagini giudiziarie proseguivano ma nulla fu fatto per ricercare le navi che i pentiti dichiaravano di aver affondato. Quel dossier evidenziava la necessità di uno “sforzo congiunto di tutti gli organismi istituzionali con competenze in materia”. Lo stato, il ministero dell’ambiente e, ovviamente, le Regioni coinvolte tra cui la Calabria. Organismi che, stante le numerose indagini delle procure, non si sono minimamente preoccupati di ciò che vi era scritto in quel dossier e di far partire ricerche o iniziative di mobilitazione. Se è vero com’è vero che le indagini aprivano scenari inquietanti sovra nazionali, è pur vero che nessuno avrebbe vietato – dopo la presentazione del rapporto denuncia di Legambiente – l’autonoma ricerca mediante sistemi di telerilevamento e/o di ricerca oceanografica. Neanche una parola. Ora che si ha la prova Cetraro, gli ambientalisti fioriscono. C’era rimasto il mare e invece oggi sappiamo che assieme all’emergenza ambientale della depurazione, a quella dei rifiuti nostrani, esiste quella legata ai traffici internazionali di rifiuti radioattivi.

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Libertà d’informazione e informazione lottizzata

Libertà d’informazione e informazione lottizzata

Dopo la manifestazione che si era tenuta a Roma sulla libertà di informazione ed organizzata da varie testate di giornali, si è svolto al Parlamento europeo il dibattito, voluto dall’Italia dei Valori, sulla libertà di stampa. Secondo i manifestanti e secondo i promotori del dibattito parlamentare che chiedevano l’emanazione di una specifica direttiva europea, in Italia non ci sarebbe libera informazione e la causa del male sarebbe ovviamente Berlusconi e le concentrazioni editoriali della sua famiglia cui si sommano, ora che governa ed è di maggioranza, i posti derivanti dalla lottizzazioni tra i partiti delle reti pubbliche. Stante le loro storiche battaglie per l’informazione sino a quella più recente sul caso della commissione parlamentare di vigilanza del servizio pubblico televisivo, i Radicali non hanno aderito alla manifestazione polemizzando con gli organizzatori poiché considerati corresponsabili della grave situazione in cui versa l’informazione italiana. E a Strasburgo non si sono potuti fare neanche sentire in quanto, dopo trent’anni, non sono presenti tra gli scranni del Parlamento europeo anche, o forse proprio, a causa della loro esclusione dall’informazione politica durante l’ultima campagna elettorale. Esclusione cui ha dovuto porre rimedio – dopo gli ennesimi digiuni di Pannella – il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Conoscere per deliberare era il motto di Luigi Enaudi che Radio Radicale, sin dagli anni 70, ha adottato in relazione al fatto che, da tempo, il partito di Pannela ritiene l’Italia un Paese in cui non viene garantito tale diritto ai cittadini. Per i manifestanti dell’ultimo momento il problema, il vero male che affligge l’informazione italiana, è Berlusconi e non già la degenerazione del ruolo dei partiti che, in sessant’anni, hanno provveduto a lottizzare l’informazione pubblica televisiva e a controllare, mediante finanziamenti pubblici, i giornali e l’editoria di partito. Un’informazione lottizzata anziché libera e indipendente dalla politica. Un sistema che ha garantito la “sistematica e impunita violazione delle regole dell’informazione politica”. Si pensi solo al caso della commissione di vigilanza Rai e alla illegittima sospensione, alla negazione ancora in corso, del diritto di accesso agli spazi televisivi delle associazioni e dei partiti durante i periodi fuori dalle campagne elettorali. Già nel 1958 il Partito Repubblicano e il Paritito Radicale, presenti alle elezioni politiche con liste comuni, dovettero ricorrere al Presidente della Repubblica per denunciare la loro totale esclusione dall’informazione elettorale. In Italia, da sempre e sistematicamente, si è creduto di poter garantire il diritto all’informazione mediante la spartizione delle poltrone dei direttori dei TG e in generale della Rai. Oggi ci rendiamo conto che in Italia non c’è un’informazione realmente libera ed indipendente dal governo e dai partiti. 

Ne “La peste italiana”, documento elaborato – a futura memoria – dai Radicali italiani, si nota come nel 1976, soltanto “grazie ad uno sciopero della fame e poi della sete di Marco Pannella, viene riconosciuto il principio della “riparazione” per i soggetti politici cui è stato illegittimamente impedito l’accesso agli spazi d’informazione. “Da quel momento, la Rai e la commissione di parlamentare di vigilanza – si legge nel documento – pongono in essere un’opera di smantellamento delle tribune, spostandole in fasce orarie di scarso ascolto, riducendone il tempo complessivo e adottando format che sterilizzano le tribune rendendole prive d’interesse”. Poi la par condicio e gli anni seguenti che “sono segnati dalla costante violazione della legge n°28 del 2000, in primo luogo attraverso regolamenti d’attuazione volti a limitare l’accesso alla televisione dei soggetti politici alternativi alle due coalizioni Polo e Ulivo. Dal 2000 ad oggi non v’è competizione elettorale o referendaria senza che l’autorità garante accerti egualmente gravi violazioni della par condicio da parte dei programmi Rai e Mediaset”. 

Di tale situazione, per anni denunciata da Pannella con scioperi della fame e della sete, se ne sono accorti molto bene Rifondazione, Socialisti e altri partiti minori cancellati dall’informazione politica durante l’ultima campagna delle politiche del 2008 in quanto esterni ai due poli. Ma allora di cosa stiamo parlando? 

Adesso ce ne accorgiamo che in Italia manca una vera informazione pubblica che formi l’opinione dei cittadini nell’ottica di far conoscere per deliberare? Berlusconi ha esagerato nelle esternazione ma, siamo sicuri che sia soltanto lui la causa dei mali dell’informazione pubblica così politicizzata? E soprattutto, dove erano quelli che oggi manifestano così veementemente in piazza per la libertà d’informazione, quando il problema era pure di tutta evidenza e però si stava al governo?


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Il lodo bocciato, toghe rosse e la strage di legalità

Il lodo bocciato, toghe rosse e la strage di legalità

Tutti i cittadini sono eguali difronte la legge. Il lodo Alfano che evitava i processi al Presidente del consiglio, è stato bollato di incostituzionalità dalla Corte Costituzionale. Ed ora, Berlusconi è costretto ad affrontare i processi penali che lo vedono coinvolto: la vicenda dell’avvocato Mills e la vicenda Mediaset relativa alla frode nell’acquisizione di diritti televisivi. Dopo la sentenza civile di condanna nella vicenda lodo Mondadori nella quale, non da poco, si riafferma l’avvenuta corruzione in atti giudiziari, ora è la volta della Corte Costituzionale. Toghe rosse si dirà. Tuttavia, pur non essendo esperti costituzionalisti, si capisce che secondo la Consulta il lodo Alfano viola due articoli specifici della nostra Carta fondamentale: gli articoli 3 e 138. Una bocciatura nel merito, perché l’articolo 3 stabilisce il principio di eguaglianza dei cittadini difronte la legge e che sarebbe palesemente modificato dal lodo, e nel metodo perché, l’art. 138 fissa un iter ben specifico per apportare modifiche di tale portata: una legge approvata con doppio passaggio alle Camere e una votazione con maggioranza qualificata dei due terzi di entrambe le assemblee e che, qualora mancasse, richiederebbe anche un referendum confermativo. Ma se tutto ciò, col senno del poi, sembra così scontato, perché il lodo Alfano è rimasto legge dello stato – bloccando i procedimenti in corso – per ben 15 mesi? Ma la velocità e superficialità mediatica della politica non consente riflessioni così profonde. Per molti esponenti del centro destra, se dovesse cadere il governo attuale ci sarebbe soltanto il voto e nessun governo istituzionale sarebbe possibile. “Il Governo va avanti” ha dichiarato a caldo Berlusconi: i giudici della Consulta sono politicizzati, “comunisti in maggioranza”. Ancora toghe rosse insomma. Tutto qui. E pure lo scontro politico s’infiamma e i toni si accendono. “Mi sento preso in giro da Napolitano” ha rilanciato il premier nei confronti del Presidente della Repubblica che aveva risposto alla battuta di Berlusconi: “tutti sapete da che parte sta il Presidente” con un secco: “Io sto dalla parte della Costituzione”. “Verso Napolitano – ha dichiarato il vice presidente del CSM, Nicola Mancino – la rozzezza questa volta non ha avuto limite”. E Fini ha rincarato la dose: “Berlusconi cambi registro. Insindacabile il suo diritto a governare ma rispetti il Quirinale e la Consulta”. Uno scontro forte causato dalle dichiarazioni a caldo del Premier ma che non stupisce più di tanto, almeno chi scrive, perché sembra soltanto l’acuirsi di una escalation, una storia di distruzione dello stato di diritto e della democrazia. Decenni di un processo logorante e degenerativo dei partiti e che ha investito tutti gli organi istituzionali. Da un lato i partiti sono riusciti a sostituire la sovranità popolare con quella partitocratica di nomina degli eletti, dall’altro anche la figura del Presidente della Repubblica si è trasformato, da organo di garanzia della Costituzione, in un organo di mediazione tra i partiti e tra partiti ed istituzioni (si pensi solo al fatto che qualcuno avrebbe preteso che Napolitano facesse la “moral suasion” sulla Consulta) con potere nuovo, extra costituzionale, di esternazione. Sono diventati, per dirla alla Giuliano Amato, “erogatori di risorse disponibili attraverso l’esercizio del potere pubblico”. E la stessa Corte costituzionale, nei decenni, è risulta sempre più condizionata dai partiti che, col controllo dei posti nelle istituzioni, indirettamente ne effettuavano la nomina. La peste italiana, il documento redatto dai Radicali italiani per denunciare il “sessantennio partitocratico di metamorfosi del Male”, si legge chiaramente di una Corte costituzionale “Condizionata dai partiti nella composizione e nella giurisprudenza come dimostralo le decisioni contraddittorie prese in materia di ammissibilità dei referendum, nelle quali essa ampiamente travalica i compiti ad essa attribuiti dall’articolo 75 della Costituzione”. Senza parlare dell’illegittimità del suo operato in assenza di plenum per cui Pannella ha, reiteratamente, digiunato, fatto scioperi della sete fino all’estrema manifestazione di bere le proprie urine pur di veder ripristinata la legittimità della Corte “incostituzionale” per l’assenza del plenum appunto. “La suprema cupola della mafiosità partitocratica” la definisce spesso Pannella per indicarne l’elevata e incostituzionale dipendenza dai partiti. Pertanto non riesco a stupirmi se Berlusconi, a caldo, abbia potuto permettersi in quest’Italia di oggi, quelle affermazioni palesando lo scontro tra cariche istituzionali. Noi italiani andiamo pure avanti, lavoriamo, cerchiamo di conoscere, di farci una opinione di questa strage di legalità, per poter deliberare e scegliere meglio i nostri eletti, se un giorno ne riconquisteremo il diritto. Ricordiamo però che, come avviene per le alluvioni, per le frane e per i terremoti, il mancato rispetto delle regole, la strage di legalità, diviene sempre, se non si interviene, strage di popoli.


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Territorio fragile, abusivismo e responsabilità politiche

Territorio fragile, abusivismo e responsabilità politiche

Morti, sepolti dal fango, dispersi tra i detriti di un territorio fragile: frane, alluvioni, terremoti cui si somma l’incuria umana e di una classe dirigente che, ai vari livelli, non è stata in grado di governare l’utilizzo del territorio. A Giampilieri piove e morti e dispersi si contano nella cronaca. La Sicilia, Messina, paga oggi il prezzo dell’intervento umano – dissennato e distorto – sull’ambiente e sul territorio. Come è accaduto in passato in Calabria, a Sarno e Quindici nel salernitano e, in generale, nel mezzogiorno d’Italia dove alluvioni e frane assieme ai terremoti hanno provocato danni e morti. L’allarmante situazione idrogeologica, dalla Sicilia alla Campania passando per la Calabria e Basilicata, è sotto gli occhi di tutti per la tragedia che ha colpito Messina. Meno di un anno fa sulle cronache era la frana sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. Prima ancora un susseguirsi di eventi: l’alluvione e il disastro del Camping Le Giare sul torrente Beltrame a Soverato, le frane di Cavallerizzo e Cerzeto, l’alluvione dell’Esaro di Crotone e chi più ne ha più ne metta. Il Presidente Giorgio Napolitano ha parlato di “Situazione di diffuso dissesto idrogeologico, in gran parte causato dall’abusivismo edilizio, nel messinese e in tante altre parti d’Italia”. E ancora più chiaramente ha detto: “O c’è un piano serio che investe, piuttosto che in opere faraoniche, per garantire la sicurezza in queste zone del Paese, o si potranno avere altre sciagure”.

Quando, a ridosso della disastrosa colata di fango che travolse, nel 1998, i paesi di Sarno e Quindici nel salernitano, fu emanato il decreto leg.vo n°180, poi trasformato in legge, che imponeva di pianificare il rischio ed obbligava tutte le Regioni che ancora non avevano redatto i Piani di Bacino a redigere, pena il commissariamento, almeno i piani stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI), fui veramente contento. Perché pensai che, con tale strumento conoscitivo, le Regioni e quindi anche la Calabria avrebbero potuto concorrere al risanamento del dissesto idrogeologico di cui oggi parla Napolitano, ma che ai geologi è noto da tempo. Sfasciume pendulo sul mare lo chiamava Giustino Fortunato. Pensavo che, una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe proceduto subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare vittime, e si è continuato a costruire in maniera dissennata, sia per la scarsa adeguatezza degli edifici al reale rischio sismico, sia in base ad un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche di un territorio fragile. In Calabria più di settemila frane rilevate su montagne e colline, rischio alluvione su centinaia di ettari di pianure e fasce litoranee assieme ai chilometri di costa a rischio erosione la dicono tutta sulla necessità ed urgenza di un cambiamento radicale sulle modalità di gestione del territorio. Non c’è periodo dell’anno che la Calabria non sia costretta da un’emergenza: alluvioni, frane ma anche rifiuti, navi di veleni, abusivismo. Un flusso di emergenze, idrogeologiche e ambientali, il cui intreccio costituisce la questione vera dell’arretratezza e del mancato sviluppo del mezzogiorno e della Calabria. Soltanto per casualità quell’evento meteorico che si è abbattuto a Messina non ha colpito anche la Calabria. Qualche giorno prima si era sfiorata la tragedia con l’esondazione dei fiumi Crocchio in Provincia di Catanzaro e dell’Esaro a Crotone. La politica di questo è responsabile: avrebbe dovuto, ai vari livelli, governare il territorio evitando di consentire la costruzione (e quindi anche le sanatorie di costruzioni abusive) in zone a rischio idrogeologico. E invece si è continuato a costruire case in luoghi dove primo o poi sarebbe tornato il fiume o il terreno sarebbe continuato a scendere. Di interventi di monitoraggio e di riduzione dei rischi attraverso stabilizzazione dei versanti e costruzioni di arginature per la messa in sicurezza neanche a parlarne. Ci vogliono troppi soldi dicono, ma intanto paghiamo miliardi di euro in risanamento dei disastri. Per anni si è gestito il territorio, soprattutto in Calabria e nel mezzogiorno, per fini clientelari. Un dissesto idrogeologico che, a dirla alla Pannella, deve ritenersi causato – o quantomeno compartecipato – dal “disastro ideologico” di una classe politica, quella calabrese, volta a fare il favore a questo e a quello, piuttosto che fare un favore alla collettività. Chi amministrerà, in futuro,  la gestione del territorio nella nostra Regione non potrà più permettersi di non tenere in dovuta considerazione i rischi geologici (sismico, idrogeologico e ambientali) nella programmazione dello sviluppo. In queste condizioni in cui si trovano Sicilia e Calabria come si fa a pensare di voler fare opere come il ponte sullo stretto, faraoniche appunto, quando invece mancano i soldi per la messa in sicurezza e il risanamento del territorio, per non parlare della vulnerabilità sismica degli edifici anche pubblici?

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Imprese e politica. Intervista di Radio Radicale a Pippo Callipo

Imprese e politica. Intervista di Radio Radicale a Pippo Callipo

Licenza Creative Commons29 settembre 2009 - 16:07 – Di Stefano Imbruglia

Radio Radicale: Intervista di Stefano Imbruglia a Pippo Callipo

Questo contenuto è stato rilasciato su gentile concessione di Radio Radicale

Licenza: Creative Commons Attribution 2.5 Italy

Radio Radicale. Impresa e politica

Intervista a Filippo Callipo, amministratore della Callipo Group, sulla sua candidatura alla presidenza della regione Calabria; 


 

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Speranza, utopia e la porta aperta

L'uomo è ciò che ha molte cose davanti a sé. Egli viene sempre trasformato nel suo lavoro e grazie a esso. Si trova sempre davanti a limiti che non sono limiti; percependoli, infatti, egli li oltrepassa. ... Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta. La porta almeno semi aperta, quando sembra aprirsi su oggetti propizi si chiama speranza. Ernest Bloch

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