Contro i cretini violenti gli studenti utilizzino l’arma della nonviolenza

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di Giuseppe Candido

Non c’è dubbio che la fiducia al governo ottenuta da Berlusconi per i tre voti assai “discussi” alla camera e quella delle manifestazioni poi sfociate in atti, per fortuna isolati, di violenza, sono state le notizie che hanno di più tenuto banco nella cronaca e nei commenti dei maggiori giornali in questi giorni. Le proteste contro i tagli all’istruzione, alla cultura e all’università si sono sommate, nella giornata di martedì scorso, a quelle dei cittadini aquilani in rivolta per le loro case ancora da ricostruire e degli abitanti “avvelenati” di Terzigno. Manifestazioni che, se pur pienamente legittime e per alcuni versi senz’altro condivisibili, hanno però un solo modo di passare dalla parte del torto. Quello di usare la violenza o, ancora più grave, quello di non isolare adeguatamente le frange del movimento che, non per una scuola migliore o per la ricostruzione dell’Aquila, protestano contro tutto e contro tutti. Non si tratta di black bloc né di “infiltrati” ma di ragazzi e ragazze che in qualche modo appartengono ai movimenti. Il corteo dei manifestanti pacifico per una sua grande parte ha rischiato però di essere strumentalizzato sia da coloro che tentano di far passare tutti per un’orda di insensati violenti, sia di chi invece, prendendo lucciole per lanterne, si inventa “infiltrati” come ai tempi di Giorgiana Masi e della “strategia della tensione”. Con soli tre voti di fiducia e un terzo polo “Nazionale” che annuncia opposizione per Berlusconi non sarà facile governare ma riuscirà comunque a concludere l’iter al Senato di quella riforma dell’università tanto contestata dagli studenti per i tagli al diritto allo studio. Studenti che saranno nuovamente in piazza mercoledì prossimo quando al Senato si voterà l’approvazione – scontata – della riforma. C’è il rischio che si aumentino le tensioni nel Paese? Gli studenti dovrebbero rinunciare a manifestare? No, ovviamente. Ma dichiarasi distanti dai violenti non basta, affermare che non tutti i manifestanti sono violenti e cercano lo scontro non può essere considerato sufficiente. La violenza usa le proprie armi e le proprie tecniche: dichiarazioni postume servono a poco. Per opporsi concretamente ai violenti i manifestanti contro ogni governo – in democrazia – dovrebbero usare un’arma altrettanto strutturata con proprie tecniche: è necessaria la nonviolenza, quella gandhiana, quella scritta senza spazio e senza trattino come usava fare Aldo Capitini (Perugia 1899-1968) in Le tecniche della nonviolenza (Milano, Libreria Feltrinelli, 1967). L’arma della nonviolenza che, come per la violenza, per essere utilizzata richiede grande coraggio può evitare però di compromettere irrimediabilmente il fine che si vuole raggiungere passando irrimediabilmente dalla parte del torto qualsiasi ragione si abbia.

“Questa idea di un metodo per la nonviolenza – scrive Capitini oltre 40 anni or sono e dieci anni prima rispetto ai moti studenteschi – è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze”. In un breve colloquio in India con la scrittrice Bondurant nel 1946, Gandhi disse che “il Satyagraha non è un soggetto di ricerca – voi dovete farne esperienza, usarlo, vivere in esso”.

“Questo richiamo al primato della pratica diretta – scrive ancora Capitini – comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare – assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c’è dei mezzi e dei fini. Nella grossa questione dei rapporto tra il mezzo e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso l a vecchia legge di effetto tanto instabile “Se vuoi la pace, prepara la guerra, ma attraverso un’altra legge: Durante la pace, prepara la pace. Non si insisterà mai abbastanza, specialmente in presenza di mentalità superficialmente legalistiche, farisaiche, intimamente indifferenti, che la nonviolenza è affidata al continuo impegno pratico, alla creatività, al fare qualche cosa, se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti. La nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto in quanto accoglie e perfeziona sempre i suoi modi, ed è sperimentale perché saggia le circostanze determinate di una situazione. E siccome la nonviolenza nella sua espressione positiva è apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo, di ogni essere, e nella sua espressione negativa è proposito di non distruggere gli esseri, di non offenderli, non torturarli né sopprimerli, è chiaro che un metodo così ispirato dia il massimo rilievo ai mezzi”.

Forse, come scriveva qualcuno, può essere interessante l’idea di concedere – in televisione – degli appositi spazi in cui gli studenti possano portare le voci della protesta. Senz’altro manca nei giovani una “pratica della nonviolenza”. Forse se ne parla, comincia a diffondersi la “cultura” della nonviolenza ma di praticarla ancora non se ne parla tanto. Leggerlo quel libro che all’epoca, quando uscì non ebbe grande successo, potrebbe servire e l’idea di riproporlo editorialmente da Edizioni dell’asino – Piccola biblioteca morale è senz’altro condivisibile. Un bel regalo per il Natale perché, soprattutto in un momento in cui le manifestazioni di sindacati e studenti rischiano di essere “infiltrate”, non dalla polizia ma da qualche cretino violento disposto a tutto, preparare adeguatamente la pace quando si vuole raggiungere un fine giusto è un dovere morale per chi pretende diritti.