Isolare i violenti forse non basta

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 21 dicembre 2010

Ha ragione Emanuele Fiano – responsabile giustizia del Pd – nel dire che bisogna manifestare isolando i violenti. La teoria dei provocatori “infiltrati” non regge all’evidenza dei fatti. Ma forse non basta isolare i violenti e dire alla violenza semplicemente un “no”. Forse bisognerebbe che al rifiuto della violenza si unisse anche l’amore della verità e una proposta politica di “pratica concreta” della nonviolenza, quella forma di lotta di gandhiana memoria che nei partiti italiani non alberga molto.

La fiducia al governo ottenuta da Berlusconi alla Camera per tre voti assai discussi assieme alle manifestazioni inizialmente pacifiche ma poi sfociate in episodi di violenza, sono state le questioni più evidenti nella cronaca di giornali e televisioni e nei commenti dei politici. E pure la stampa straniera ha detto la sua: L’Economist, uno dei settimanali britannici più diffusi, nell’ultimo numero uscito venerdì 17 nelle edicole europee, titola: “Aggrapparsi”. “Berlusconi sopravvive. Il premier italiano tira avanti dopo il voto ma potrebbero esserci comunque elezioni anticipate nel nuovo anno”. “Il 14 dicembre ha avuto diversi volti in Italia”, scrive ancora il settimanale della City.

“Silvio Berlusconi ha mantenuto in vita il suo governo conservatore vincendo di poco il voto di fiducia alla Camera. Poi ci sono stati brutti episodi di violenza a Roma e proteste di studenti in diverse altre città. Quanto questi eventi siano legati tra loro sarà oggetto di dibattito acceso – scrive ancora l’Economist probabilmente non avendo visto la puntata di Annozero – attorno alle tavole natalizie”. Le proteste contro i tagli all’istruzione, alla cultura e all’università si sono tragicamente sommate, nella giornata di martedì, a quelle dei cittadini aquilani in rivolta per le loro case ancora da ricostruire e degli abitanti “avvelenati” di Terzigno.

“Una cosa è chiara: il 14 dicembre – glissa l’Economist – non è stato un gran giorno per la democrazia parlamentare italiana”. E forse, aggiungeremmo noi, non è stato un bel giorno neppure per la “democrazia partecipativa” del manifestare liberamente in piazza il proprio sacro santo dissenso contro il governo e contro i suoi provvedimenti. Delle manifestazioni rimangono infatti solo gli echi delle violenze e non invece quello delle ragioni.

E se da un lato c’è chi minimizza il problema chiedendo “d’isolare i violenti” o tirando in ballo improbabili falangi di Black Bloc e “infiltrati”, d’altro canto il governo soffia sul fuoco e propone il pugno di ferro. Il sottosegretario agli Interni Mantovano ha infatti dichiarato di essere “favorevole all’estensione del Daspo”, una misura introdotta per limitare la violenza negli stadi, “anche alle manifestazioni politiche”. Senza neanche il bisogno di cambiare l’acronimo perché la “s” starebbe a “studentesche” e il “po” per politiche. Tutto normale? Mica tanto. “Un provvedimento da stato di polizia” tuona il segretario di Radicali italiani, Mario Staderini. E in effetti il provvedimento, il cui acronimo è il divieto d’accesso alle manifestazioni sportive, sulla base di una semplice denuncia, può vietare al soggetto ritenuto “pericoloso” di accedere in luoghi “caldi” in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive. È emesso dal questore, sulla base di una denuncia all’autorità giudiziaria, e la durata può andare da uno fino a cinque anni. Ed è proprio il fatto che il Daspo possa essere emesso sulla base di una semplice denuncia, magari emessa a furor di popolo sulle spinte di qualche “politico indignato” dei provvedimenti della magistratura e non già dopo una condanna penale, ha comportato molte proteste di inconstituzionalità non solo da parte degli ultras. E anche se la Corte Costituzionale nella sentenza n. 512 del 2002, inquadra la misura tra quelle di “prevenzione”, che possono quindi “essere inflitte anche in attesa del processo ed essere poi revocate in caso di assoluzione”, la lunghezza biblica della Giustizia italiana fa sì che la persona sottoposta al Daspo sconti per intero la “misura” che si trasforma quindi, alla faccia del garantismo, in vera e propria pena preventiva, senza che il processo che ad essa ha dato origine venga celebrato. Insomma, non solo gli ultras ma anche costituzionalisti e giuristi ritengono assai limitative queste misure. Di fatto, alcune libertà fondamentali come quella di circolazione prevista dall’art. 16 della Costituzione, oltreché quella di manifestare, vengono limitate. Stato di Polizia? Forse no, ma neanche più uno vero “Stato del diritto”.

Tra le due posizioni estreme però non trova sufficiente spazio la proposta “nonviolenta” che invece pur emerge embrionale nel movimento. Alcuni studenti, per dire un no chiaro ma pacifico alla riforma universitaria che contestano, hanno iniziato timidamente uno sciopero della fame ma, a parte un breve passaggio al tg3, nessuna trasmissione c.d. “di approfondimento” ha davvero approfondito su di loro. Nessuna visibilità delle ragioni di chi protesta attuando pratiche nonviolente. Visibilità che invece sistematicamente si garantisce a chi alza una pala per colpire un agente o a chi, mentre manifesta, con un casco, inveisce su un altro manifestante mandandolo in ospedale con prognosi riservata. “Questa idea di un metodo per la nonviolenza – scriveva Capitini oltre 40 anni fa e dieci anni prima rispetto ai moti studenteschi del ’77 – è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze”. Nel 67, quando fu scritto, non ebbe un grande successo Le tecniche della nonviolenza. “Questo richiamo al primato della pratica diretta comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare – assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c’è dei mezzi e dei fini. Nella grossa questione dei rapporto tra il mezzo e il fine, – scriveva ancora Capitini – la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile Se vuoi la pace, prepara la guerra, ma attraverso un’altra legge: Durante la pace, prepara la pace ”. Il fine giustifica i mezzi? Nient’affatto: mai. Il mezzo che si pratica pregiudica sempre il fine. “Fare qualche cosa”, quindi, “se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti” senza però compromettere il fine con l’uso della violenza.

Ma, ahi noi, la nonviolenza, scritta alla maniera di Aldo Capitini e spesso praticata alla maniera di Marco Pannella e dei Radicali, non fa mai audience. Neanche quando a praticarla sono proprio quegli stessi studenti che di più potrebbero esserne l’esempio per i loro coetanei.