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Archive | gennaio, 2011

Per Stefano Cucchi spiragli di verità

Per Stefano Cucchi spiragli di verità

di Giuseppe Candido

Dopo le perizie medico-legali della procura che iniziarono a delineare i primi lembi di verità su ciò che avvenne davvero al povero Cucchi oggi c’è la notizia di una prima condanna con rito abbreviato e 12 rinvii a giudizio per altrettante persone coinvolte a vario titolo in quella triste vicenda.

Qualcuno, in un primo momento, arrivò ad affermare che Stefano era “morto perché era un tossico dipendente malato”. Quasi questo fosse perciò tollerabile anziché ancor di più insopportabile. Ma quei segni che Cucchi riportava evidenti sul suo corpo abusato, e che hanno potuto far rabbrividire perché fecero il giro del mondo, non lasciavano davvero dubbi. Oggi sappiamo che Stefano Cucchi, secondo il pubblico ministero, fu picchiato e non, invece, curato come avrebbe dovuto esserlo proprio perché “malato” che fu “affidato in detenzione” nelle mani dello Stato. Almeno secondo quanto scritto nella nostra Carta costituzionale che la pena non può mai consistere in trattamenti disumani e violenze.

Ma la legge fu violata, stracciata come carta becera la nostra Costituzione. E per questo che saranno processate 12 persone, tra agenti di polizia penitenziaria, medici e infermieri. Intanto un funzionario del Dap, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è stato già condannato a due anni con giudizio abbreviato. E proprio su questo argomento, il giornalista Gianfranco Palazzolo ha intervistato per i microfoni di Radio Radicale, l’Onorevole Rita Bernardini che, della vicenda Cucchi si è occupata sin da subito per chiedere che si facessero verità e giustizia. “Io ritengo che questa vicenda”, afferma la deputata radicale eletta nel PD, “sia andata avanti e stia trovando degli spiragli di verità e di giustizia proprio per il coraggio, che ha avuto la famiglia di Stefano, di uscire subito allo scoperto mostrando quelle foto che inequivocabilmente dimostrano che Stefano Cucchi è stato ammazzato. Non giriamoci intorno: il ragazzo è stato più volte picchiato”. E ancora: “Lo squarcio di verità che c’è stato sulla vicenda Cucchi, se non terminerà l’attenzione dei mass-media in generale e quindi anche dell’opinione pubblica, credo che potrà portare solamente a far emergere la verità”.

Qualche lembo di verità comincia quindi ad intravedersi ma la cosa grave è che le accuse siano quelle relative alle mancate cure e non già quello di omicidio preterintenzionale o colposo. Per cui rimangono ancora valide le richieste della famiglia: “Vogliamo sapere perché” – chiedeva Giovanni Cucchi durante una conferenza stampa – “alla richiesta precisa di Stefano, la sera dell’arresto non è stato chiamato dai militari, il suo avvocato di fiducia; vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito le lesioni; vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando; vogliamo sapere, dalle strutture carcerarie, perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici; vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì, se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”. Richieste che rimangono legittimamente ancora attuali e che è giusto, perciò, ricordare e riproporre all’attenzione.

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Berlino 1940, La convocazione

Berlino 1940, La convocazione

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA

Sabato 29 gennaio ore 18.30, al Caffè Letterario via Menniti Ippolito, 5/7 – Catanzaro incontro con Nadia Crucitti autrice di “Berlino 1940 La convocazione” (Città del Sole Edizioni)

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La storia vera del regista tedesco VEIT HARLAN e del più famoso film antisemita JUD SÜSS

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JUD SÜSS è considerato il capitolo più infame della cinematografia tedesca, il film che più di tutti ha rappresentato e diffuso la propaganda antisemita del regime nazista, definito dal giovane Michelangelo Antonioni “potente, incisivo, efficacissimo, ripreso in maniera impeccabile, fin troppo”.

Il romanzo di Nadia Crucitti racconta la storia del regista VEIT HARLAN, di un uomo e di una nazione che pensavano di poter vivere e creare, senza fare i conti con la Storia

In occasione della giornata della memoria, si terrà sabato 29 gennaio presso il Caffè Letterario di Catanzaro l’incontro con Nadia Crucitti, autrice del romanzo Berlino 1940. La convocazione, pubblicato da Città del Sole Edizioni.

Si tratta della storia vera di Veit Harlan regista cinematografico nella Germania nazista. Harlan non è antisemita, ma è convinto che l’artista possa creare rimanendo estraneo al suo tempo, senza subire condizionamenti politici e pesanti compromessi. Ormai famoso grazie alla sua vicinanza con il regime, di cui subisce un pesante fascino, per volere di Goebbels gira il film divenuto simbolo dell’antisemitismo, Jud Süss, vero e proprio strumento di propaganda della persecuzione contro gli ebrei. La storia del finanziare ebreo Suss Oppenheimer, realmente esistito nella prima metà del ‘700, colpevole di vari reati, viene ulteriormente incattivita dalla sceneggiatura voluta da Goebbels, per scatenare ancora di più l’odio razziale tra le SS e i membri della polizia.

Costretto di fatto a firmare la regia di un film nato per uno scopo politico, Harlan è ossessionato non dalla responsabilità morale, ma dall’eventualità di produrre un’opera di scarso valore artistico. Non solo il film ebbe una larghissima circolazione in tutta Europa, grazie al supporto del regime nazista, ma sedusse anche la critica e un giovane Michelangelo Antonioni che, al Festival di Venezia, lo definì “potente, incisivo, efficacissimo, ripreso in maniera impeccabile, fin troppo”.

“Harlan è vanesio e ambizioso, ma è un uomo come tanti – afferma Nadia Crucitti – La storia non la fanno i mostri, ma coloro che per opportunismo li seguono. Considero Harlan un colpevole, non tanto per il film, dato che allora gli sarebbe riuscito difficile rifiutare. È un colpevole perché dopo ha continuato ad essere asservito al potere di Hitler, pur avendo ormai capito. E anche dopo la guerra non ha mai dimostrato alcune contrizione”.

In questo romanzo si è voluto raccontare la storia di un uomo e di una nazione che preferirono, davanti all’instaurarsi di una dittatura che aveva già in sé i germi del sistema criminale, non vedere e non sentire, mettendo a tacere la propria coscienza ed evitando di scegliere. Ed è al contempo un bellissimo affresco della storia del cinema degli anni ’30 e ’40, in un periodo nel quale la sua potenza artistica e comunicativa si andava imponendo agli intellettuali e alle masse.

Nadia Crucitti (Reggio Calabria, 1955) ha esordito nel 1990 con la raccolta di racconti dal titolo Notti di luna bugiarda. Nel 1996 ha pubblicato con Mondadori il romanzo Casa Valpatri, vincitore del Premio “Cronaca familiare”, organizzato dal settimanale “Famiglia Cristiana”, e scelto da una giuria composta da: Giuseppe Bonaviri, Miriam Mafai, Ferruccio Parazzoli, Giuseppe Pontiggia, Carlo Sgorlon, Susanna Tamaro, Leonardo Zega. Autrice di racconti pubblicati da note riviste culturali (Tuttolibri, Cortocircuito), con questo romanzo inaugura la nuova collana di narrativa della Città del Sole Edizioni, Raggi, di cui è direttrice.

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riceviamo e pubblichiamo la segnalazione per cura di:

Ufficio stampa Citta del Sole edizioni: Oriana Schembari, Via Ravagnese Sup. 60/A – Tel. 0965-644464 – Fax 0965-630176; www.cittadelsoledizioni.it – info@cittadelsoledizioni.it

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Non dimenticare le Shoah ancora in corso

Non dimenticare le Shoah ancora in corso

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 30.01.2011

Nella parola Shoah, verbo biblico che significa “catastrofe, disastro”, è insito che quanto accaduto durante la seconda guerra mondiale per opera dei nazisti non ha alcun significato religioso, contrariamente a ciò che, invece, potrebbe richiamare il termine “olocausto”, di sovente usato, e che richiama un’idea di “sacrificio d’espiazione”. La Shoah piuttosto fu vero genocidio, un’azione criminale di una politica criminogena finalizzata, attraverso un complesso e “preordinato insieme di azioni”, alla cancellazione di un gruppo etnico-nazionale, razziale e religioso.

Il termine venne ufficialmente usato per lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti, per la prima volta nel 1938 nel corso d’una riunione del Comitato Centrale del Partito Socialista, in riferimento al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli”. Oltre sei milioni di ebrei, giovani, vecchi, neonati e adulti, furono trucidati dalla violenza nazista. S’iniziò con la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei; proseguì con la loro espulsione dai territori della Germania sino alla creazione di veri e propri “ghetti” circondati da filo spinato, muri e guardie armate. Poi i massacri delle Einsatzgruppen (squadre incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia). Infine vi fu la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati. Ausmerzen, significa sopprimere. Anche l’eugenetica, tra gli anno ’39 e ’45 durante le guerra mondiale, fu applicata attivamente dai nazisti. A ricordarlo, per il giorno della “memoria” , è Marco Paolini con lo speciale del 26 gennaio. La memoria è giustizia è il titolo dell’editoriale di Ferruccio de Bortoli che, anticipando tutti il 24 gennaio, si dedica alle “virtù del ricordo”. Per ritrovare la nostra “incerta identità italiana” coglie l’occasione del ricordo “per parlare un po’ di noi stessi” e “discutere di quello che stiamo diventando: un Paese smarrito che fatica a ritrovare radici comuni e si appresta a celebrare distrattamente i 150 anni di un’Unità che molti mostrano di disprezzare”. Il direttore del Corriere della Sera nota, anche per il 27 gennaio giorno della Memoria, il rischio “pericoloso” di essere retorici di cadere nella “ritualità dei ricordi”. “Sapere perché non accada più, cittadini consapevoli dei valori universali”, conoscere per deliberare aggiungeremmo pure. Ed anche Ferdinando Sessi e Carlo Saletti con il loro Visitare Auschwitz (Marsilio ed.), ricorda il giornalista, ci mettono in guardia nei confronti di quello che definisce “frettoloso turismo della memoria”. Allora, per evitare ipertrofia della memoria e l’accumulo di lontani ricordi di genocidi per onorare quelle vittime ed insegnare ai giovani ciò che oggi non dovremmo mai ripetere forse è utile accorgersi delle continue violazioni della costituzione e delle leggi internazionali che l’Italia continua a fare mantenendo attivi quei nuclei di “Shoah” che sono ormai diventate le nostre patrie galere e quella che la leader radicale Emma Bonino chiama “La legittimazione normativa delle discriminazioni e del razzismo in Italia”. “Il razzismo” – tuona la Bonino che di diritti e di Stato di Diritto se ne intende – in Italia non è più un’“emergenza”, nel senso che è quotidiano e diffuso da tempo in tutte le aree del paese. Non contribuisce certo” – aggiunge – “a frenare questa deriva, quel processo di legittimazione culturale, politica e sociale del razzismo di cui gli attori pubblici, in particolare le istituzioni, sono i principali protagonisti”. “Il nostro Paese” – si legge in un dossier della memoria sulle accuse all’Italia – “non è nuovo a censure in materia di rispetto dei diritti umani e del principio di non discriminazione, in particolare con riferimento a Rom, Sinti e Camminanti e ai diritti dei migranti”. Un humus utile alla proliferazione di atti e violenze razziste.

Nel novembre del 2007 con una risoluzione adottata il Parlamento europeo ricorda, di fronte alle minacce italiane di espulsione di cittadini rumeni, che “la libertà di circolazione è inviolabile e che le legislazioni nazionali devono rispettare la legislazione comunitaria”.
Il 20 maggio 2008 il Parlamento europeo richiede alla Commissione chiarimenti sulla situazione dei Rom in Italia. Il Commissario Vladirmir Spidla è prudente, ma richiama “gli Stati membri” al dovere di respingere qualsiasi stigmatizzazione dei Rom, affermando che “non dovremmo chiudere gli occhi” di fronte alla discriminazione e all’esclusione subite dai Rom e che la lotta contro i crimini deve essere condotta rispettando i principi dello Stato di diritto. 
Il 10 luglio 2008 il Parlamento europeo, che ha invitato una sua delegazione in Italia, adotta una nuova risoluzione in cui “esorta le autorità italiane ad astenersi dal procedere alla raccolta dell’impronte digitali dei rom” e afferma che “questi atti costituiscono una violazione del divieto di discriminazione diretta e indiretta, previsto in particolare della direttiva 2000/43/CE. 
Tra il 20 e il 26 luglio 2008 è l’Odihr (Ufficio per le Istituzione democratiche e i Diritti umani) dell’Osce, che aveva espresso già la sua preoccupazione a condurre una visita in Italia, ha sanzionato che i provvedimenti sono “sproporzionati, ingiustificati, sotto divieti profili illegittimi e stimolano l’insorgere di xenofobia e razzismo”. Per finire poi alla legge per la regolarizzazione non già di chi lavora onestamente ma soltanto di chi esercita il mestiere di colf o badante. Se sei muratore o raccogli le arance di Rosarno t’arrangi. Se vai in galera magari solo perché migrante e trasformato in clandestino è pure facile che ci si ammazzi per cercare un’uscita da una condizione disumana. È proprio in quell’“indifferenza etica” dove “crescono i pregiudizi”, e (…) “nella perdita dei valori della cittadinanza, scritti mirabilmente nella nostra Costituzione”, che c’è il seme per nuove violenze. Vanno bene i film, i libri e tutto ciò che, facendo conoscere, ci aiuti a ricordare ma, per evitare la retorica del ricordo e la noia della saggistica, ed avere memoria lo stesso di ciò che ha significa Shoah, per vedere in faccia le catastrofi che non dovrebbero mai più ripetersi, talvolta basta dare un’occhiata al marocchino della porta accanto oppure osservare il ghetto penitenziario più vicino a noi.

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Giornata della Memoria a Briatico

Giornata della Memoria a Briatico

di Franco Vallone

Per il Il 4 febbraio

Una giornata dedicata al ricordo della Shoah, un’occasione per celebrare il Giorno della Memoria (27 gennaio), anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, che si commemora ogni anno, un appuntamento fisso per tutti coloro che non intendono dimenticare la grande tragedia del secolo scorso. Quest’anno anche l’‘Amministrazione Comunale di Briatico ha organizzato, per venerdì 4 febbraio e presso l’aula magna del Centro di Formazione Professionale Anap Calabria, una interessante iniziativa celebrativa che non vuole avere soltanto una valenza di tipo commemorativo ma che, nei suoi intendimenti, vuole rileggere profondamente un periodo così tragico della storia e del passato. Il titolo scelto per il convegno di Briatico è : “Giornata della memoria, per non dimenticare”. L’evento storico culturale prevede la presenza di numerose autorità civili e religiose, tra gli altri sono attesi il vescovo della diocesi, mons. Luigi Renzo; il prefetto di Vibo Valentia, Luisa Latella; il questore di Vibo Valentia; il presidente dell’Amministrazione Provinciale Francesco De Nisi; il sindaco di Briatico, Francesco Prestia; di Tropea Adolfo Repice; di Parghelia, Maria Brosio; di Zambrone, Pasquale Landro; di Cessaniti, Nicola Altieri; il presidente del Consiglio del Nucleo Industriale di Vibo Valentia, Pippo Bonanno; il consigliere provinciale, Gianfranco La Torre e il senatore Francesco Bevilacqua. L’appuntamento è per le ore 9,30 con il saluto delle autorità presenti, alle ore 10.15 è invece prevista l’apertura ufficiale dei lavori del convegno da parte del presidente del Consiglio Comunale di Briatico, Carlo Staropoli e, a seguire, gli interventi dell’antropologo Luigi M. Lombardi Satriani; di Giancarlo Mancini, docente di storia della medicina presso l’Università di Tor Vergata; di Galileo Violini, docente presso l’Università della Calabria e delegato dal rettore per i rapporti internazionali; di Alessandro Gaudio, docente di letteratura italiana presso l’Unical; del consigliere regionale Alfonsino Grillo e dell’assessore Regionale alla Cultura, Mario Caligiuri. A moderare i lavori il docente di storia e filosofia, Tommaso Fiamingo. Durante la giornata, sempre nei locali dell’Anap Calabria, verrà allestita una mostra di arti visive degli allievi del Liceo Artistico di Vibo Valentia, coordinati dal docente Giancarlo Staropoli.

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LA CHIESA CALABRESE SI INTERROGA SULLA SANITA’

LA CHIESA CALABRESE SI INTERROGA SULLA SANITA’

Un rinnovato impegno delle Chiese locali per la salute in Calabria

Venerdì 28 e sabato 29 gennaio 2011 a Falerna Lido un nuovo convegno regionale

Il 26 una conferenza stampa a Cosenza per presentare l’evento ufficialmente

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Quest’anno le Caritas diocesane della Calabria, unitamente all’Ufficio della Pastorale della salute, danno appuntamento alla fine di gennaio, per l’annuale convegno regionale su un tema sociale particolarmente interessante ed attuale: l’assise ecclesiale si terrà a Falerna Lido per ascoltare, osservare e discernere sulla sanità calabrese. Da venerdi 28 a sabato 29 gennaio 2011 il tema verrà dibattuto in tre distinte sessioni di lavoro ed avrà come titolo: «Un rinnovato impegno delle Chiese locali per la salute in Calabria».

Nella mattinata di venerdì 28 gennaio, dopo i saluti del presidente della Conferenza Episcopale Calabra mons. Vittorio Mondello, ci sarà la prima sessione sul tema La salute in Calabria tra realtà e prospettive introdotta e moderata dal delegato regionale Caritas don Ennio Stamile. Due le relazioni: quella del sub commissario al Piano di rientro della Regione Calabria Luciano Pezzi su “Piano di rientro e federalismo” e quella del prof. Renato Guzzardi (docente all’Unical e presidente del Nucleo di valutazione dell’Azienda ospedaliera universitaria di Salerno) su “La centralità della persona tra governo clinico e governo economico”.

Nel pomeriggio la seconda sessione moderata da don Giacomo Panizza (condirettore della Caritas diocesana di Lamezia Terme) Sulle sfide e le profezie della comunità ecclesiale per una rinnovata pastorale della salute. Due le relazioni la prima di don Antonio Martello su “Un nuovo approccio alla pastorale della salute”, la seconda di Lidia Pecoriello (responsabile delle cure palliative dell’ASP di Cosenza) su “La fragilità educa all’ascolto, alla cura, all’impegno”. La prima giornata si concluderà con i lavori dei gruppi di studio.

Sabato 29 gennaio la terza ed ultima sessione dall’impegnativo titolo Salute: un piano di rientro anche per la Chiesa? e vedrà confrontarsi in una tavola rotonda, introdotta e moderata dal direttore dell’Ufficio regionale della Pastorale della salute dei vescovi calabresi, don Antonio Martello, esponenti del mondo del volontariato, della professione medica e della politica. Per il volontariato Roberto Petrolino (direttore delle comunità d’accoglienza della diocesi di Reggio Calabria-Bova) che affronterà il problema “Il dolore inabitato: la fragilità mentale”; Danilo Ferigo (responsabile regionale dell’AVO) racconterà l’esperienza del “volontariato ospedaliero”, Annamaria Mancini (primario di rianimazione all’Ospedale di Lamezia Terme) parlerà su “Più salute uguale più dignità” e il consigliere regionale Salvatore Magarò (presidente della Commissione contro il fenomeno della mafia della Regione Calabria) illustrerà le “Infiltrazioni criminali nella sanità calabrese”. Dopo la tavola rotonda, le comunicazioni dei gruppi di studio e le considerazioni conclusive affidate al vescovo mons. Luigi Cantafora presidente della Commissione CEC sulla Caritas e la Pastorale della salute.

Per presentare agli organi di informazione il convegno e i temi in discussione è stata organizzata una conferenza stampa che si terrà mercoledi 26 gennaio 2011 con inizio alle ore 11 a Cosenza.
Significativamente è stato scelto quale luogo dove tenere la conferenza stampa, l’istituto delle Suore Minime della Passione, fondate da madre Elena Aiello, in via dei Martiri a Cosenza Casale.

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Marco Pannella: “Berlusconi è vittima del sistema”

Marco Pannella: “Berlusconi è vittima del sistema”

Cicciolina? Non poteva far male alla partitocrazia già centro di corruzione di tutta la legalità.

Berlusconi? È già crollato! Ha perso l’interesse a questo gioco truccato del mono partitismo sempre più perfetto. Lui, a questo punto, è anche vittima

di Giuseppe Candido

Pubblicata su “Il Domani della Calabria” del 24 gennaio 2011, P.8 e 9

19 gennaio 2011. Pannella, istrione “irregolare” della politica italiana, il 20 gennaio è a Londra per chiedere la verità sulla guerra in Iraq. Lo contattiamo mentre prepara i bagagli, non ha tempo, ma ci dà retta lo stesso. Il signor Hood fa i bagagli ma ha sempre con se il suo canestro pieno di parole. Intervistarlo non è per niente semplice e le risposte divengono spesso fiumi in piena colmi di storia e lezioni di democrazia costituzionale. Con riferimento esplicito agli scandali del premier, in diretta da Radio Radicale nel suo editoriale di qualche giorno fa, Pannella faceva un’osservazione semplicissima e di carattere generale: “Non saremmo forse noi Radicali, si domandava Pannella, i “responsabili” di avere candidato, secondo il diritto interno del Partito Radicale, la Cicciolina?”.

Marco, lo scandalo non erano quindi i Radicali che candidavano Cicciolina, lo scandalo vero era qualcos’altro?

<< Si, certo. Ma direi però che quell’osservazione la si poteva fare pertinentemente, e la facemmo, anche in quel momento. Perché, in quel momento dicemmo che, il fatto “Cicciolina”, con l’esposizione pubblica di una responsabilità patente che potevamo avere, in realtà non rappresentava nulla di pericoloso in termini di costume. Anzi, noi dicevamo che, se non si ha la fissazione sessuomane del giudicare le cose per governare è meglio. Già allora il ceto dirigente partitocratico costituiva un centro di corruzione di tutta la legalità. Da quella costituzionale, a quella istituzionale sino a quella anche di costume.>>

Certo, quindi – citiamo il tuo editoriale – “da trent’anni trattati in modo fascista dall’antifascismo di regime?”

<< Si, Io voglio dire che l’antifascismo ideologico e retorico ha coperto ben presto una continuità patente con il regime fascista. Era già patente, sin dagli anni ’50, il tradimento della Costituzione: il referendum (non concesso per vent’anni ndr), le Regioni (Istituite solo nel 1970 ndr), e il come veniva concepito il bipartitismo, più vicino a quello americano, e che invece si realizzò con lo scioglimento contemporaneo di Camera e Senato che, invece, erano previste sfalsate continuamente a che il bipartitismo servisse anche ad un controllo diverso della vita istituzionale e democratica.>>

La vostra, quindi, è una denuncia alla partitocrazia, anche al Partito Democratico quale difensore della Costituzione? Pierluigi Bersani, dicevi anche questo in quell’editoriale, in realtà non sta difendendo la democrazia oggi?

<< Si, ma devo dire che in questo c’è un dato. È che se non si rivede, come noi abbiamo fatto con la “Peste italiana” (il documento denuncia contro il sessantennio della partitocrazia ndr), la verità storica, costituzionale e istituzionale del nostro Paese, se non la si vede, allora si può raccontare la storia che la nostra Costituzione sia la più bella del mondo. Nel senso che, la Costituzione, in tutta la sua valenza costitutiva, strutturalmente costitutiva di altro rispetto regime dal quale si usciva, ha avuto la parte che si è salvata quella strettamente e meramente ordinatoria, facendo della sua perentorietà qualcosa d’inesistente sul piano strutturale …>>

Marco, saltiamo – come si dice – di palo in frasca: il lavoro, la vicenda del referendum a Mirafiori, la Fiat e Marchionne. Sergio Marchionne come Ernesto Rossi, contro i “padroni del vapore”?

No, no. Diciamo però che Marchionne provoca e, in qualche misura ha costretto, oggettivamente costretto, a mettere, in punto finale, in crisi proprio quelle situazioni che anche negli anni del 1910 e del ’20, si stavano formando di unità industrialiste, come denunciava Salvemini, delle grandi famiglie industriali e del ceto, non della classe, ma sottolineo del ceto operaio, creando un’alleanza storica e strutturale ch’è durata sino ad adesso. E che in realtà trova in Marchionne, con la sua visione non nazional nazionalista perché non ce l’ha, colui che mette fine a questa situazione nei tempi in cui la Confindustria stessa che ha rappresentato e rappresenta la parte più vecchia di quel che Salvemini e gli altri (di Non Mollare ndr) denunciavano. Il mercato, come mercato chiuso, autarchico in termini di potere corporativo per cui noi invece di avere, come noi Radicali abbiamo sempre denunciato, ammortizzatori sociali, cassa integrazione universali, erano invece, sino a pochi anni fa, riservati al ceto operaio. Ripeto, ceto “Operaio” in senso proprio però, ma limitati al “ceto” operaio delle grandi industrie divenute, com’è noto, mere realtà di copertura della multi nazionalità del potere finanziario in titolari ufficiali delle industrie grate italiane importanti. È che importa l’esperienza, l’esigenza, la conoscenza della realtà del mercato, che è un mercato appunto, assolutamente, transanazionale per non dire internazionale e, quindi, dà necessità alla Camusso di denunciare la gravità del comportamento di Marchionne che mette in crisi la Confindustria>>

La Camusso che difende la Confindustria? Le corporazioni si reggono da sole?

<< In realtà questo dimostra che la confindustria è chiaramente inadeguata, come tempi, a rappresentare l’imprenditoria italiana senza averne, assolutamente, nessun titolo. Nel modo più assoluto, dinnanzi al fatto che l’immensa maggioranza dell’imprenditoria italiana, anche quella forte, non è tutta lì. Marchionne non è un ideologo, o un uomo rivoluzionario per le “teorie”, bensì per la “esperienza” che l’ha formato e quindi per un modo di vedere i problemi dei rapporti fra i poteri, il mercato, libertà ed altro, ma soprattutto di vedere i problemi della organizzazione industriale, del lavoro, in modo assolutamente diverso da quella che era stata ossificata in Italia…>>

Dire che tutto è chiaro con Pannella non è mai semplice. “Ormai Berlusconi crollerà”. E crollerà, forse, – dici sempre in quell’editoriale che non troppi giornali hanno colto in pieno – facendo delle “follie”. Cosa intendi dire?

<<È già crollato! (Berlusconi, ndr). Sul piano manifestamente personale e individuale è da anni che ha perso ogni entusiasmo, ogni forza creativa e di governo. E a questo ha corrisposto, con un venir meno da parte sua quella iniziale speranza, del ’94, del 95 e dei primi tre mesi del ’96 (quando i Radicali appoggiarono Berlusconi ndr), e da quel momento, visto che l’opposizione non gli ha mai proposto nessun grande scontro ideale ma neanche nessun grande scontro politico, a questo punto lui stesso ha perso interesse a questo gioco truccato del mono partitismo sempre più perfetto. Lui ha visto crescere e moltiplicarsi il suo potere, economico anche, soprattutto, nei primi due-tre anni di governo del centrosinistra che, invece di varare le riforme necessarie contro la famosa rinuncia delle incompatibilità finanziarie e societarie, hanno governato in modo tale che, lo ripeto, Berlusconi quando è uscito dai ribaltoni della Lega, dell’Udc e da Scalfaro, praticamente aveva la sua forza, la sua posizione, i suoi connotati finanziari, erano quelli di alcuni anni prima. Dopo due anni e mezzo di maggioranza di governo del centrosinistra, in una situazione in cui sappiamo tutti che importanza hanno le banche in Italia, lì ha fatto questo salto di forza, di forza unica senza confronto con nessun altra forza capitalistica italiana. Lui quindi, a questo punto, è anche vittima del fatto che non solo non gli è stato necessario, come in democrazia avrebbe dovuto essere, ma nemmeno possibile di avere confronti, drammatici, reali di crescita democratica con la opposizione. E quindi è, di fatto, ulteriormente riuscito a connotarsi come una delle componenti del regime partitocratico. Questo, naturalmente, si è ripercosso anche nella qualità della sua vita personale. E come, d’altra parte, è accaduto, per esempio, a Formigoni il quale, in vece di – come si dice nel linguaggio popolare – “andare a puttane”, lui siccome è casto in effetti è un ottimo rappresentante di quello che non fa sessualmente peccati ma fa quelli simoniaci della partitocrazia italiana. E cioè non ha nessun rispetto di qualsiasi comandamento che non sia quello corporale e sono truffatori, rubano con CL ch’è divenuta un’organizzazione di potere, un regime. Tant’è vero che oggi (19 gennaio ndr) a Milano, il magistrato democratico Brutti Liberati, contemporaneamente per mesi fa lavorare fisicamente molti magistrati e molti alti funzionari della sicurezza dello Stato, per incastrare Berlusconi e contemporaneamente, questo è importante, invece stabilisce in modo patente e scandaloso l’impunità per quest’altra componente di vero regime.>>

Ti riferisci, ovviamente, alla vicenda delle firme false in Lombardia?

<<Certo>>

Senti Marco, voi Radicali il 20 gennaio a Londra per amore della verità sulla guerra in Iraq. Ma questa cosa della guerra che si poteva evitare con l’esilio è una vicenda che riguarda pure il nostro Paese? C’entra anche con la politica italiana?

<<Certo. Eccome, c’entra in modo clamoroso.>>

Perché tu accusi Berlusconi di tradimento?

<<Si, ma la verità è ch’è tutto ciò è necessario per la storia contemporanea del mondo. Questa cosa ormai è chiara: si è basata la guerra, è iniziata, innanzitutto col tradimento rispetto ai propri paesi, alle proprie costituzioni dei due traditori Bush e Blair. Loro hanno fatto scoppiare la guerra perché stava scoppiando la pace con l’esilio, accettato ormai per convenienza ma quindi anche per saggezza, da Saddam. E loro per questo (Bush e Blair ndr) terrorizzati dal fatto di avere, per sei mesi, trasferito lì 200.000 uomini, e il non usarli era inimmaginabile. E quindi, il complesso militare industriale che incideva con la gestione Bush della realtà non solo americana ma mondiale …>>

D’accordo Marco. Ma Berlusconi perché addirittura nell’angolo dei traditori della Patria assieme a Bush e Blair?

<<Per Berlusconi è chiaro che pure lui ha fatto parte di questo. Ed ha una responsabilità, anche lui, di concorso in tradimento, di menzogna ed altro. Perché poi l’Italia era l’unico Paese che, su iniziativa dei Radicali, addirittura aveva scelto la strada della pace e dell’esilio. L’aveva scelta il Parlamento italiano con il governo di Berlusconi di allora che aveva scelto, anch’egli, di dare ascolto a questa cosa.>>

Marco Pannella dopo venti minuti si congeda gentilmente chiedendoci addirittura scusa per non poter continuare a chiacchierare con noi perché ormai circondato da cinque compagni che, nel frattempo, l’hanno accerchiato e gli chiedono di poterlo salutare mentre lui continua al telefono con noi. Un’ultimissima battuta: sul fronte italiano i Radicali da dove ripartono?

<<Dalle carceri, ovviamente, divenute autentici nuclei di Shoah. Ciao ma adesso devo proprio andare.>>

Lo ringraziamo per la disponibilità e gli facciamo i nostri auguri per un buon 2011 di verità e giustizia.

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Sempre compatibili a cumulare cariche, mai a rendere pubblici quei dati patrimoniali

Sempre compatibili a cumulare cariche, mai a rendere pubblici quei dati patrimoniali

di Giuseppe Candido

Illustrazione di Dorianao

Illustrazione di Dorianao pubblicata da Il Fatto Quotidiano mercoledì 12 gennaio 2011

Patrimoni ancora “segreti” e politici calabresi sempre “compatibili” con più cariche elettive.

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Nicola Adamo (ex PD) e Peppe Bova (ex PD) potranno tranquillamente candidarsi pure come sindaci, a Cosenza e Reggio Calabria rispettivamente, senza doversi dimettere, ovviamente, dalla carica di Consiglieri regionali. Non soltanto loro, ovviamente.

La Casta calabrese torna a far notizia sulle pagine dei quotidiani nazionali. In prima pagina de il Fatto quotidiano il richiamo non permette equivoci: “La Calabria cancella la legge contro chi cumula gli incarichi”. Ancora più chiaro è il titolo dell’articolo di Enrico Fierro: “In Calabria si può fare di tutto”. Dopo essere stati sbeffeggiati dalla penna di Sergio Rizzo che aveva “scoperto” che per 28 anni i patrimoni e gli interessi finanziari dei politici calabresi sono rimasti segreti e inconoscibili dai cittadini contrariamente a quanto previsto già dal 1982 dalla normativa nazionale, oggi a far di nuovo notizia è la vergognosa norma approvata dal Consiglio regionale, a ridosso tra Natale e Capodanno e che, in deroga a quanto previsto dalla legge 154 del 1981 e dal d.lgs. N°267 del 2000, ha previsto che le cariche di Presidente e Assessore della Giunta provinciale nonché quelle di Sindaco e Assessore comunale dei comuni compresi nel territorio della Regione, sono compatibili con la carica di Consigliere regionale.

La vignetta di Doriano che illustra l’articolo è emblematica: il politico calabrese, a differenza dei suoi omologhi di altre regioni, è rappresentato “gigante” e con un deretano spaventosamente grande, capace di occupare contemporaneamente almeno tre poltrone. Esilarante se non fosse che stiamo parlando della deroga ad una norma concepita per evitare che si possa ingrossare ed ingigantire il sistema già pachiderma delle clientele nostrane.

A presentare, durante la discussione della finanziaria regionale, la norma “vergogna” sono stati i Consiglieri regionali Nicola Adamo e Peppe Bova, entrambi “ex” del Pd, ma è subito piaciuta, come fa notare il giornalista, anche al PdL che si è guardato bene dal respingerla pur avendo a disposizione un’ampia maggioranza. Tutti compatibili, anche il consigliere regionale Gianluca Gallo (Udc), già sindaco dell’importante comune di Cassano Jonico, potrà ora dormire sonni tranquilli conservando la doppia poltrona. “Vogliamo essere giudicati da ciò che facciamo, da come governiamo” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Regionale Francesco Talarico rispondendo alle critiche.

Come se questo tipo di scelte non fosse giudicato dagli elettori. Come se tutto fosse normale, come si trattasse di un tema eticamente sensibile, il Governatore Scopelliti ha lasciato ai suoi “libertà di coscienza”. Come se questo tipo di deroghe che la “Casta” fa a se stessa non contribuisca ad incrementare il sentimento di antipolitica che c’è nella gente comune che tutte le mattine si alza alle sei per andare a lavorare.

Ma forse è vero: in Calabria si può fare di tutto. E mentre aspettiamo ancora, e da 28 anni, di poter conoscere i dati patrimoniali e gli interessi finanziari di politici e amministratori calabresi che, a partire da quelli di comuni con più di 50.000 abitanti, dovrebbero già essere pubblici e disponibili a tutti i cittadini, scopriamo che gli stessi politici potranno essere in più posti contemporaneamente, cumulando cariche e prebende, indennità e rimborsi oltreché, ovviamente, il potere di “controllo ferreo del voto”. Ubiquità? Forse.

Qualche gruppo politico ora annuncia di voler raccogliere le firme per un referendum, ma sapendo come vanno a finire questi ultimi forse c’è poco da sperare …

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La rivolta Tunisina ed il ruolo dell’Europa

La rivolta Tunisina ed il ruolo dell’Europa

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 22 gennaio 2011

Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, le vittime degli scontri cominciati il 17 dicembre 2010 sono ormai oltre cento. Dopo un mese di dure proteste della popolazione, 14 gennaio, il presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali è fuggito in Arabia Saudita. Tre giorni dopo, il primo ministro Mohammed Ghannouchi ha annunciato un governo di unità nazionale, a cui partecipano anche esponenti dell’opposizione. Il 18 gennaio quattro ministri (di cui tre del potente sindacato Ugtt) si sono ritirati dal governo, mentre nel paese sono scoppiate nuove proteste. Ma la rivolta tunisina non è stata una sorpresa per nessuno, se non per una élite che pensa di aver trovato la “formula magica” per mantenere il potere per sempre rimandando i “cambiamenti in cui i tunisini speravano fin dalla caduta del presidente Habib Bourguiba nel 1987”. “Questa formula”, scrive Burhan Ghalyoun sul quotidiano tunisino Al Shuruq, (applicata da molti regimi arabi) “deriva dal modello cinese e combina due elementi: l’allontanamento della politica dalla sfera pubblica vietando ogni forma di attivismo e il totale controllo dell’economia, sia accaparrandosi gli investimenti stranieri sia accumulando ricchezze con ogni mezzo”. Di una Tunisia che “brucia” parla Sami Naïr, filosofo franco-algerino, sul quotidiano spagnolo El País. Le proteste popolari, nel frattempo, si diffondono in tutta la regione. Ma in realtà c’è il rischio che sia, a breve, l’intero mondo arabo ad andare a fuoco. Perché, se in Tunisia siamo alla rivolta, in molti paesi arabi la situazione è simile e rischia di diventare esplosiva. In Algeria come nella vicina Tunisia, fanno notare i media televisivi britannici, molti ragazzi sono scesi in piazza per manifestare contro gli aumenti del prezzo del cibo. Lì è ancora in vigore lo stato di emergenza proclamato nel 1992 e nella capitale sono vietate le manifestazioni. Ed anche nell’Egitto di Mubarak le analogie con la Tunisia sono parecchie: condizioni economiche miserevoli della popolazione e poca libertà d’espressione caratterizzano il governo in carica ormai da oltre trent’anni. Poi c’è la “polveriera giordana” dove, lo scorso 15 gennaio, è stato il “giorno della rabbia”. Migliaia di cittadini sono scesi nelle piazze di tutto il paese per protestare contro l’escalation della disoccupazione e dei prezzi dei beni di prima necessità. E pure in Marocco, come in Tunisia, il paese sta affrontando una crisi e una “corruzione dilagante”. La reputazione del Marocco, sottolinea la BBC, è stata ulteriormente danneggiata dalle rivelazioni di Wikileaks sugli “affari della famiglia reale” e sull’avidità di personaggi vicini al re Mohammed VI. I dispacci dall’ambasciata statunitense a Tunisi citavano problemi simili anche nella cerchia di Ben Ali. Ma in Marocco, come in Egitto e in Algeria, la libertà di stampa è assai limitata e le autorità riescono a contenere le proteste. Insomma, lo spettro dei cambiamenti politici che si prospettano per la Tunisia preoccupa i leader di tutta la regione. Persino nella Libia del colonnello Gheddafi si teme l’effetto domino. Non c’è nessuno meglio di Zine per governare la Tunisia, che ora vive nella paura” è la reazione, a ferro caldo, del leader libico al rovesciamento del presidente tunisino e riflettono, è evidente, il suo nervosismo per un possibile dilagare delle proteste. Il colonnello guida infatti il paese da oltre quarant’anni col pugno di ferro: tutte le proteste vengono duramente represse, ma “negli ultimi giorni ci sono state molte manifestazioni anche ad Al Bayda”. Internet e la circolazione delle informazioni sono ancora limitate. Dopo le rivolte tunisine ed algerine i capi di stato arabi si sono affettati a calmierare i prezzi dei prodotti di base per prevenire nuove manifestazioni. Una ricetta, scrive il quotidiano algerino El Watan, che “sembra aver dato buoni risultati”. “Ma quanto durerà? Lo scontento della popolazione non sparisce”. Le “cause strutturali” che l’hanno provocato non si potranno risolvere col semplice controllo dei prezzi. C’è senz’altro bisogno che i governi di quei paesi si adoperino in politiche lungimiranti ma, senz’altro, c’è bisogno che l’Europa guardi a sud del Mediterraneo allargando il suo orizzonte economico, oltreché culturale, anche a quei paesi che sono nostri stretti vicini. Se l’Europa e l’occidente in genere hanno svolto un ruolo chiave nella democratizzazione dei paesi dell’Europa dell’est, ora stanno facendo l’esatto contrario con i paesi arabi. L’occidente deve assumersi le sue responsabilità. Non soltanto sosteniamo molte delle loro dittature con “amicizia”, ma permettiamo pure il saccheggio delle ricchezze di questi popoli consentendo ai loro dittatori di aprire comodi conti bancari dove depositare quel che hanno rubato ai loro popoli ed autorizzandoli a comprare, nei nostri paesi, immobili e azioni di grandi aziende europee.

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Ruby? Forse non basta cambiare canale

Ruby? Forse non basta cambiare canale

di Giuseppe Candido

“Berlusconi indagato in un caso di prostituzione” titolava l’Herald Tribune; “Le visite private di Ruby, cubista minorenne” sottotitolo. “L’Italia di Berlusconi sotto processo per prostituzione” è invece il titolo del network americano Fox News. E comunque, prostituzione minorile o no, non c’è dubbio che “Le ragazze di diciassette anni dovrebbero andare a scuola e non a cena da vecchi signori”. Perché è vero: il nostro modello di società ha ormai ridotto all’essere velina, piuttosto che al diventare famosa al grande fratello, il modello ed il ruolo delle donne nel nostro Paese.

“L’Italia non è un paese per donne”. È questo titolo con cui Barbie Nadeau, editorialista di Newsweek, famoso settimanale degli Stati Uniti, recensisce il nostro Paese.

“Sono le otto e mezza e gli occhi degli italiani sono tutti puntati su Striscia la notizia, il programma satirico di attualità più seguito del paese. Due uomini di mezz’età – ironizza la giornalista nell’incipit del suo editoriale – sono in piedi sotto un riflettore. Uno di loro regge una cintura da cui pende una treccia d’aglio dalla forma vagamente fallica. Una donna striscia per terra a pancia in giù con indosso un costume di paillettes scollato fino a sotto l’ombelico e un tanga. Quando si alza in piedi, uno dei due uomini le agita la treccia d’aglio davanti alla bocca: lei la prende in mano e se la strofina sulla guancia. “Su, girati, fatti dare un’occhiatina”, dice l’altro, toccando il sedere della ragazza. “Grazie, bambola”. Ecco cosa manda in onda la tv italiana durante gli orari di massimo ascolto. È impossibile – insiste la giornalista – sottrarsi a questo spettacolo, che è espressione del degrado che ormai ha raggiunto i vertici del governo e rispecchia un problema più profondo: quello della società italiana con le donne e con l’evoluzione del loro ruolo”. Come dagli torto? E se non bastasse, se non fosse già sufficiente, scrive: “Mentre i giornali raccontano una storia infinita di fotomodelle adolescenti, escort e danzatrici del ventre marocchine che fanno le capriole con il premier, che ha 74 anni, le tv lanciano il messaggio che gli uomini sono uomini e le donne sono solo addobbi per le vetrine. I boicottaggi, le proteste o anche solo le critiche sono una rarità, e chi prova a farsene portavoce è poco ascoltato. E se è vero che ultimamente Berlusconi si comporta come un vecchio sporcaccione, bisogna dire che un buon numero di donne italiane si presta al suo gioco umiliante”. E forse è proprio questo il punto, un modello culturale e mediatico che impedisce alle donne il riscatto, ma anche una scarsa voglia di riscatto. Come dire: tutto sommato il grande fratello ci piace. Forse però, dietro tutto questo, scrive ancora la giornalista, “c’è un piano ben preciso. Molto prima di vincere le elezioni e diventare capo del governo per la prima volta, nel 1994, Berlusconi era già proprietario del 45 per cento del mercato televisivo italiano. Diventando presidente del consiglio ha assunto il controllo della tv di stato, il restante 50 per cento. Con il 95 per cento del mercato televisivo sotto l’ombrello berlusconiano, è impossibile negare la sua influenza sul modo in cui sono viste e si vedono le donne italiane. Così come è impossibile nasconderne le conseguenze negative. Mentre in altri paesi europei la parità di genere viene attivamente incoraggiata perché considerata un fattore di crescita nazionale, Berlusconi ha guidato l’Italia nella direzione opposta. Di fatto ha soffocato le donne, creando un mondo in cui sono considerate soprattutto oggetti sessuali invece che alla pari degli uomini”.

Il volto dell’Italia berlusconiana che si delinea nel Global gender gap report, il rapporto sul divario di genere nel mondo pubblicato a ottobre dal World economic forum, “è drammatico”. L’Italia è decisamente indietro: all’87° posto per quanto riguarda l’occupazione femminile, al 121° per la parità salariale, al 97 ° per la possibilità che hanno le donne di ricoprire incarichi al vertice. Per come tratta le sue donne, l’Italia è al 74° posto nella classifica mondiale, dopo la Colombia, il Perù e il Vietnam. Dal 2008, quando Berlusconi è tornato al governo, l’Italia ha perso sette posizioni.

Lo studio, che tiene conto di parametri come la parità salariale, l’occupazione e le opportunità di carriera delle donne, sostiene che colmando il divario di genere, nel blocco dei paesi dell’eurozona il pil aumenterebbe del 13 per cento. Ma, “Un’intera generazione è cresciuta in una società che ritiene accettabile un’umiliante pornografia soft come condimento dell’attualità”. (…) “Ormai le vallette non popolano solo le tv: ce ne sono anche nel governo, nominate da Berlusconi. Secondo i sondaggi, le ragazze italiane che vogliono diventare veline sono più numerose di quelle che aspirano a diventare medici, avvocati o imprenditrici”. (…) La cultura da harem di Berlusconi lancia il messaggio che saper sedurre conta più di un buon curriculum: “L’unico modo che abbiamo per protestare è cambiare canale”, dice Concetta Di Somma, 30 anni, insegnante di aerobica, intervistata dalla giornalista: “Ma quando anche l’annunciatrice del bollettino meteo mette in mostra il seno, cambiando canale rischi di perderti il telegiornale”.

Non adeguatamente rappresentate nelle istituzioni e nelle aziende, le donne nostrane “hanno poche speranze di cambiare il sistema dall’interno”. “In tv e sui cartelloni pubblicitari, le donne sembrano tutte puttane, perché è quello che gli uomini vogliono vedere. Sono gli uomini a produrre gli spot pubblicitari, a guadagnarci sopra e a decidere in che modo i prodotti devono essere reclamizzati”.

Ma ce n’é anche sul ruolo della politica: Berlusconi “ha indebolito le istituzioni che dovrebbero affrontare questi problemi”, spiega alla giornalista Celeste Montoya, che insegna studi femminili e di genere all’università del Colorado e ha studiato a fondo il caso italiano. “Ha limitato la durata dei mandati, ha tagliato i bilanci e ha nominato donne spesso prive di esperienza e poco legate alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne”.

Il governo ha affrontato il problema della discriminazione concentrandosi soprattutto sulle violenze domestiche, che sono in aumento. Ma anche in questo caso, a Berlusconi sembra sfuggire il punto. L’anno scorso, ricorda la giornalista nel suo articolo, “per scusarsi di non essere riuscito a ridurre gli stupri”, ha affermato: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze, credo che non ce la faremo mai”.

Poco più di un anno fa, oltre centomila donne italiane hanno firmato l’appello “Quell’uomo ci offende, fermiamolo”. Il premier ha liquidato la notizia con una risata. E quando Veronica Lario, la sua ex moglie, ha protestato pubblicamente per il comportamento del marito, la reazione dei media sotto controllo è stata istantanea: “velina ingrata”. E per capire quanto si è spinto questo perverso modello basti pensare che, in un processo che vede ex preside imputato per tentata violenza e molestie ad un’insegnante compiute dall’alto della sua posizione, nella memoria difensiva lo stesso imputato scrive, candidamente, che “Proporsi è lecito”.

Si sono fatti davvero grossi passi avanti? Da Aspasia, punto di riferimento fra i protagonisti della scena culturale greca del V sec. a. C. che, non accettando di vivere reclusa come le donne del suo tempo, promuoveva riunioni per discutere di politica e retorica, sino ad arrivare alle veline d’oggi con cui, il ruolo non solo politico delle donne è tornato in serio pericolo. La cosa che fa di più specie, però, è l’assenza d’indignazione chiara da parte delle gerarchie vaticane, sempre pronte a lanciare strali contro le unioni di fatto ma tolleranti coi comportamenti “discutibili” del premier.

“La repubblica, come necessità storica sorgerà – scriveva Mazzini – sorgerà dal senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire della Patria”.

L’uscita di scena di Berlusconi, quando sarà, potrebbe certo spezzare l’intreccio perverso tra politica, mezzi d’informazione e discriminazione delle donne ma da sola non costituirà il vero elemento di cambiamento. Ma per vedere qualche passo avanti, noi italiani, uomini e donne, dovremo cambiare radicalmente il nostro modo di pensare. E per farlo, ci dicono dall’America, “non basterà cambiare canale”.

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Speranza, utopia e la porta aperta

L'uomo è ciò che ha molte cose davanti a sé. Egli viene sempre trasformato nel suo lavoro e grazie a esso. Si trova sempre davanti a limiti che non sono limiti; percependoli, infatti, egli li oltrepassa. ... Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta. La porta almeno semi aperta, quando sembra aprirsi su oggetti propizi si chiama speranza. Ernest Bloch

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