#Labuonascuola con gli insegnanti malpagati

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Insegnare è un lavoro bellissimo, peccato che gli insegnanti siano malpagati: è un’ingiustizia. Lo ha detto persino il Papa.

Aggiungiamo che, per migliorare la scuola bisogna investire su chi la scuola la fa!

Di Giuseppe Candido (@ilCandido)

Dopo tante polemiche sul taglio (ventilato) degli scatti di anzianità che dovevano essere sostituiti da quelli di merito, Matteo Renzi ha fatto marcia indietro e, nel disegno di legge sulla scuola, per valorizzare il “merito del personale docente”, si prevede l’istituzione (ma solo a decorrere dal 2016) di un fondo di 200 milioni di euro l’anno da ripartire tra tutte le scuole della Repubblica di ogni ordine e grado in proporzione agli organici. Ma sarà comunque il dirigente scolastico ad assegnare annualmente la somma al 20% dei “suoi” docenti che riterrà più meritevoli. 

Con quali criteri? Un’agenzia esterna che lo faccia su basi scientifiche? Niente di tutto ciò: ci penserà il “super preside” ed è previsto che i prof saranno valutati anche da studenti e dalle famiglie, e magari con questionari anonimi. 

Che è come se, per valutare i magistrati si chiedesse il parere dei detenuti che da quei magistrati sono stati condannati o indagati. E, in tutto ciò, i criteri di valutazione potranno variare da scuola a scuola. 

Mentre, per sostenere la formazione continua dei prof il ddl sulla scuola istituisce la “Carta del docente” che, in pratica, sarà costituita da un voucher di 500,00 euro. E per questo viene autorizzata la spesa di 40 milioni annui. Appena. Nello stesso tempo il fondo unico nazionale per le retribuzioni dei dirigenti cresce di 12 milioni nel 2015 e di 35 milioni di euro l’anno a regime. Che qualcuno ha calcolato valere circa tre mila euro in più ogni mese per ogni preside.

Sul fatto che gli stipendi dei docenti italiani siano miseri e tra i più bassi d’Europa è intervenuto anche il Papa. “Insegnare è un lavoro bellissimo”, ha detto Bergoglio agli insegnanti cattolici degli istituti superiori ricevuti in Vaticano. “Peccato”, ha aggiunto testualmente, “che gli insegnanti siano malpagati: è una ingiustizia”.

Anche l’Ocse ha rilevato che, dal 2008 al 2012, si sono alleggerite (in media del 2%) le buste paga dei professori delle elementari e medie. Mentre, nello stesso studio, è stato rilevato che in Italia, citiamo testualmente, “vi sono stati recentemente segni importanti di miglioramento nella qualità dell’istruzione di base”. Stando alle rilevazioni “Pisa” per la matematica, tra il 2003 e il 2012 è diminuita dal 32% al 25% la percentuale dei quindicenni che ottengono un punteggio basso. Inoltre, i risultati dello studio del 2012 sulle competenze degli adulti (Piaac) hanno dimostrato che i 25-34enni italiani ottengono risultati migliori in lettura e matematica rispetto alle generazioni precedenti (35-44 anni) e, per l’Ocse, tale risultato discende da “una migliore istruzione di base”.

Ma c’è un altro dato che colpisce e stupisce ma che, nella discussione in corso sulla buona scuola di Renzi per non disturbare il comunicatore i media non rivelano alle masse: tra tutti gli Stati membri dell’Ocse, il nostro bel Paese è quello che meno spende nell’istruzione in termini di rapporto al proprio Pil. Il poco lusinghiero primato è registrato nel tradizionale Annuario statistico pubblicato dall’Istat nell’ultima settimana dell’anno. Da cui si scopre che la spesa pubblica per la scuola in Italia ammonta al 4,6% del Prodotto interno lordo. Oltre tre punti percentuali in meno rispetto alla Danimarca, che guida la classifica.

I dati si riferiscono a tutti i livelli del ciclo d’istruzione, e vengono considerate “fonti di finanziamento” tutte le spese da parte dello Stato per gli istituti scolastici statali e tutti i sussidi alle famiglie. L’Italia perde tragicamente il confronto con tutti gli altri grandi Paesi dell’Unione Europea: dal Regno Unito alla Francia, dal Belgio all’Olanda passando per Svezia e Finlandia, la spesa in istruzione si attesta sempre sopra i sei punti percentuali. Persino Portogallo e Spagna, che certo non navigano nell’oro, investono nella scuola il 5,5% del loro Pil.

Vicino all’Italia, in termini percentuali, c’è la Germania, ma anche con l’istruzione tedesca il divario, in valore assoluto, resta ampio dato che il loro Pil è abbondantemente superiore al nostro. L’Italia è l’unico Paese che, negli anni, ha fortemente diminuito il finanziamento pubblico alla scuola. Tra i 34 Paesi Ocse esaminati, l’Italia è l’unico che ha registrato una forte diminuzione della spesa pubblica per la scuola: tra il 2000 e il 2011 (-3%, rispetto alla media Ocse registra +38%). Mentre nel periodo tra il 1995 e il 2011 la spesa per studente è diminuita del 4%.

Insegnanti italiani di ogni ordine e grado con stipendi da fame sotto la media europea. E sotto la media europea anche gli investimenti che l’Italia fa nell’Istruzione. E Renzi voleva tagliare ai docenti gli scatti d’anzianità. Esilarante se non fosse anche drammatico. Come ridicolo parlare di grande investimento sulla scuola. Troppo facile dirlo senza farlo. Qualcuno dirà che con questi chiari di luna non si può fare di più. Ma a chi dice questo vorrei ricordare ciò che Alfred Marshall aveva capito e scritto già nel 1890 nei Principi di economia: nessun investimento può tornare più utile per una società se non quello fatto nella scuola e nell’Istruzione dei suoi cittadini.