#MATRIXITALIA il mistero della #finanza pubblica. Mario Baldassarri ai @Radicali

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SUL COSTO ECONOMICO-SOCIALE DELLA CORRUZIONE, DELL’EVASIONE FISCALE … e SUL DEF DI RENZI PADOAN 

Ragazzi, BASTA! …a chi sguazza nei 45-50 miliardi all’anno di sprechi e ruberie di spesa pubblica e dentro i 100 miliardi di evasione. Una congregazione trasversale di due milioni di persone ha pesato molto di più degli altri cinquantaquattro-cinquantasei milioni di cittadini.


Già vice ministro dell’Economia e delle Finanze Mario Baldassarri è intervenuto lo scorso 18 aprile al comitato nazionale di Radicali Italiani e, come Orpheus ha parlato di “mistero della finanza pubblica italiana” e di tante altre cosucce come 25 miliardi di euro l’anno spesi in ruberie di cui 17 distribuiti dalle regioni e in cui c’è dentro di tutto. Persino le sagre del maiale. Mentre la gente continua ad essere tartassata nel letterale senso della parola. Siccome tra i risparmi possibili si potrebbe sicuramente trovarne un paio all’anno per la scuola pubblica che langue pure la carta (e ne basterebbe uno solo e una tantum per assumere tutti i precari), pubblichiamo anche noi questo lodevole oltreché #Radicale intervento.

 18 APRILE 2015, Roma

Comitato Nazionale di Radicali Italiani (2ª giornata)

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Intervento di Mario Baldassarri

MATRIX ITALIA 

SCENA 11° 

IL COSTO ECONOMICO-SOCIALE DELLA CORRUZIONE, DELL’EVASIONE FISCALE E DEGLI ERRORI DELLA BCE DI JEAN CLAUDE TRICHET 

SCENA 12° 

IL DEF DI RENZI PADOAN 



MATRIX ITALIA – SCENA 11° 

IL COSTO ECONOMICO-SOCIALE DELLA CORRUZIONE, DELL’EVASIONE FISCALE E DEGLI ERRORI DELLA BCE DI JEAN CLAUDE TRICHET

Ringrazio per questo vostro invito a condividere alcune riflessioni in un lungo percorso comune che è cominciato oltre venti anni fa con un convegno sulla legalizzazione della droga. In quel convegno nella Sala del Cenacolo di Via del Vicario a Roma presentai una analisi da economista (pubblicata su Il Mulino, “Reprimere o legalizzare: la droga come mercato oligopolistico” – Bologna, Febbraio 1993) nella quale affrontavo l’argomento come un caso di “oligopolio concentrato” poggiato sul proibizionismo che produceva enormi margini di guadagno alle organizzazioni criminali basati su due povertà lungo la filiera del valore aggiunto: all’inizio, la povertà dei campesinos ed, alla fine, la povertà dei drogati. Per rompere quel mercato di oligopolio concentrato/criminale occorreva pertanto “legalizzare”, non “proibire” o “liberalizzare” le droghe.

Chi era a Chianciano a novembre scorso per il 13° Congresso di Radicali Italiani, ricorderà che feci un intervento per illustrare un progetto cinematografico che sto seguendo dal titolo “Matrix Italia” e illustrai a Chianciano dieci scene per capire e capirci tra noi su come la comunicazione mediatica devastante nel nostro Paese ci faccia vivere dentro una realtà virtuale, quella di Matrix, per non farci capire che siamo, invece, come quegli omini del famoso film americano che servono solo a produrre energia per il controllo delle macchine artificiali ed intelligenti che avevano preso il sopravvento sull’ uomo. Quindi continuerò su quella strada aggiungendo altre scene di quel film, più recenti ovviamente ed ancora più evidenti.

Rispetto all’intervento di Chianciano ho però rovesciato il metodo, cioè l’ordine di ragionamento. Tutti noi abbiamo vissuto la realtà politica, economica e sociale di questi ultimi tredici-quattordici anni, diciamo dall’ inizio degli anni duemila, per non andare troppo indietro. Ebbene, a rovescio, questa volta ho ricostruito io una storia “virtuale” dell’economia e della società italiana che si sarebbe potuta determinare se si fossero cambiate le condizioni di partenza.

Tutti noi abbiamo infatti vissuto la realtà storica di questi anni durante i quali quelle condizioni di partenza non sono mai cambiate: sei-sette governi, Centrodestra, Centrosinistra, tecnici, grande coalizione, il governo attuale, eccetera. Non è mai cambiato nulla.

Allora mi sono chiesto da economista (noi economisti la chiamiamo analisi controfattuale) come sarebbe stato l’andamento dell’economia e della società italiana se, per esempio, a partire dall’anno 2001 si fossero adottate certe decisioni in termini di politica economica e sociale che io ritengo comunque ineluttabili ma che non sono mai state adottate.

E’ casuale il fatto che questo coincida con il mio piccolo contributo, cioè la mia grande illusione di entrare al Governo con il Governo di Centrodestra per fare la rivoluzione liberale: meno spesa pubblica, meno tasse, più investimenti.

Dopo due mesi produssi, nel luglio del 2001, il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria dove scrissi un programma di legislatura che intendeva fare tagli mirati alla spesa pubblica, agli sprechi, alla corruzione, all’ evasione fiscale, in modo tale da spostare le risorse economiche da una parte all’ altra, cioè a favore delle famiglie, delle imprese, degli investimenti, dell’ educazione, dell’ istruzione e quant’ altro. Quel DPEF è ancora nel sito del MEF e chiunque lo può andare a vedere.

Nessuno si accorse, nemmeno l’opposizione dell’epoca (non so se per incapacità o per connivenza), che quel documento era tutto scritto nei termini che ho sinteticamente richiamato. Alla fine però erano aggiunte tre tabelline, non sottoscritte dal sottoscritto, perché su quel documento ci fu una breve crisi di Governo, ignota all’ opinione pubblica, che durò ventiquattro ore e che si concluse con un grande compromesso.

Ci fu infatti un confronto “aspro e duro” tra me e l’allora ministro dell’economia che sosteneva che quei tagli di spesa non si potevano fare e che comunque bisognava rispettare l’obiettivo di azzeramento del deficit in due anni assunto dal precedente governo Amato. Il governo aveva incaricato me di produrre una due diligence sui conti pubblici dalla quale emerse che il deficit del 2001 era oltre il 3% del Pil e non 0,8-1% come indicato pochi mesi prima dal precedente governo. Io sostenni allora che avremmo dovuto rispettare il piano di rientro dal deficit ma, partendo da un 3%, l’azzeramento dello stesso avrebbe potuto avvenire non prima di quattro anni, altrimenti il governo Berlusconi non avrebbe potuto realizzare il programma Berlusconi. Nel documento appare ancora oggi uno specifico grafico che indica in modo subliminale, ma esplicito per chi se ne intende, il duro confronto avvenuto.

Due erano i punti di profondo contrasto: il primo riguardava il percorso temporale del rientro dal deficit, il secondo si riferiva al modo con cui azzerare il deficit. La mia posizione sul primo aspetto era che, partendo dal 3% del 2001, avremmo potuto ridurre il deficit di un punto all’anno e cioè 2% nel 2002, 1% nel 2003 e zero nel 2004. La posizione del ministro era invece quella di andare a zero deficit in due anni, come indicato dal precedente governo. Sul secondo aspetto, la mia posizione era che il riequilibrio dei conti dovesse avvenire tutto con tagli mirati di spesa (sprechi, malversazioni, ruberie), mentre il ministro, non credendo possibili i tagli di spesa, avrebbe perseguito l’obiettivo con aumenti di tasse. A quel punto, ovviamente, io misi a disposizione il mio incarico, ribadendo che quella strada era in totale contrasto con gli impegni programmatici del governo e del tutto incoerente con quanto da me scritto nella parte analitica del DPEF. Di contro il ministro dell’economia mise a disposizione il suo incarico. E così tra un “io mi dimetto, quell’ altro si dimette” si è andati avanti per ore ed ore, presenti il presidente del consiglio, il vicepresidente del consiglio ed il sottosegretario alla presidenza del consiglio. Poi si è detto “ma stiamo qui da due mesi, cerchiamo almeno di cominciare a governare”. Ed il compromesso fu che le tabelline finali di quel documento riguardanti i profili di finanza pubblica contraddicevano radicalmente tutto ciò che era scritto nel DPEF perché, come esplicitai fermamente e più volte, i numeri messi lì dimostravano che gli impegni programmatici che stavano nella parte descrittiva e analitica del documento non venivano rispettati perché non erano contenuti nei numeri della programmazione economica-finanziaria del Bilancio Pubblico. Seguì poi qualche giorno dopo una improvvisa intervista al TG RAI delle venti nella quale il ministro annunciava che il deficit pubblico del 2001 era stato stimato (da chi?) pari all’1,9% e quindi appariva un buco rispetto alle stime del precedente governo che aveva indicato l’1%, ma si era ancora lontani da quanto effettivamente era emerso nel corso della due diligence che aveva indicato un deficit 2001 sopra al 3%. Nonostante questo il ministro confermò l’impegno di azzerare il deficit in due anni e tentò di farlo aumentando le tasse. Precisai allora che perseguire un equilibrio dei conti pubblici attraverso un aumento di tasse significava comportarsi come un cane che si morde la coda. L’aumento delle tasse infatti frena la crescita dell’economia e la minore crescita porta a minore gettito e quindi a maggiore deficit. Pertanto, l’aumento delle tasse, oltre a frenare l’economia, non permette di raggiungere lo stesso obiettivo dell’azzeramento del deficit.

Nel 2001 il deficit “storico-contabile” è stato pari al 3,3% e negli anni successivi non è mai stato azzerato!

Al di là di questa, non certo casuale, nota storica-personale, ho fatto tre simulazioni, tre ipotesi per valutare cosa sarebbe successo se….

La prima simulazione-ipotesi mira a valutare il “costo della corruzione” dal lato della spesa pubblica. 

Mi sono chiesto cioè, cosa sarebbe successo se dal 2002 in poi:

a) si fossero eliminati i 25 miliardi di euro di ruberie contenute nei trasferimenti a fondo perduto (in conto corrente e in conto capitale) alle imprese, dei quali 17 miliardi all’anno vengono distribuiti a pioggia dalle Regioni su quattrocentocinquanta capitoli diversi: lì dentro ci trovate anche i corsi di formazione per estetiste e tutto il resto.

b) si fossero tagliati 20 miliardi nelle forniture e negli acquisti di tutta la pubblica amministrazione che palesemente contengono sprechi, ruberie, malversazione e costituiscono gran parte del “malloppo” della corruzione.

Non a caso dal 2002 al 2007 quella voce nel bilancio pubblico è aumentata del cinquanta per cento. La sanità che spendeva 35 miliardi nel 2002 per questa voce “forniture” è balzata 75-80 miliardi. Ora, siccome non mi risulta che in quegli anni in Italia ci sia stato né il colera, né il tifo, né altro, non si capisce perché debbono in ogni posto letto ospedaliero italiano– statistica media nazionale, poi ovviamente c’è chi sta meglio e chi sta peggio– cambiare le lenzuola quattro volte al giorno e così via.

Quindi se questo spostamento di risorse, 25 miliardi da una parte e 20 miliardi dall’altra, mirati non orizzontali, in totale 45 miliardi fossero state spostate per:

a) ridurre l’IRPEF alle famiglie e ai lavoratori di 15 miliardi (la mia ipotesi era ed è quella di introdurre in modo secco la deduzione dal reddito imponibile di cinquemila euro per ogni componente della famiglia, quindi una famiglia di quattro persone sotto a venticinque, trenta mila euro di reddito avrebbe avuto zero IRPEF. E’ infatti inutile che gli faccia pagare l’ IRPEF e poi gli devo dare i sussidi, i ticket e quant’ altro).

b) azzerare l’IRAP alle imprese per 25 miliardi

c) aumentare gli investimenti pubblici per 5 miliardi.

Qui si smaschera anche la bugia di chi continua a dire da un anno “abbiamo tolto il costo del lavoro dall’ IRAP”. Ebbene, se si toglie il costo del lavoro dall’ IRAP, visto che il gettito netto dell’ IRAP è 25 miliardi ed il lavoro incide per il cinquanta per cento, significa trovare risorse per 12-13 miliardi e non per 3-5 miliardi. Con 3-5 miliardi si toglie circa il 30/35% del costo del lavoro dall’IRAP, ma non lo si azzera.

Inoltre, si trattava di avere risorse per aumentare gli investimenti pubblici, invece di cominciare, come fu fatto, a tagliarli per cui vediamo da anni le conseguenze in termini di dissesto idrogeologico, costi aggiuntivi per la movimentazione delle persone delle merci e quant’altro. In quell’anno gli investimenti erano attorno a 60 miliardi di euro, quattro-cinque anni dopo, sono scesi a 30 miliardi di euro. Infatti, l’unico vero taglio che tutti questi governi hanno fatto sulla spesa pubblica è stato quello sugli investimenti infrastrutturali. E ciò indipendentemente dal fatto che passando da 60 a 30 miliardi fai meno infrastrutture, ma non è che ti garantisci che dimezzi la corruzione, anzi, poiché i 30 miliardi sono meno di 60 si rischia di produrre un aumento del prezzo della corruzione. A questo non si risponde soltanto con l’operazione di inasprimento delle pene (che può anche essere condivisibile) perché, aumentare le pene può significare solo aumentare il prezzo della corruzione ma non necessariamente diminuire la quantità della corruzione. Perché se metto in galera dieci corrotti e corruttori, ma lascio la posta nel bilancio pubblico a disposizione dei “clientes”, altre mille persone sono pronte a raccogliere il testimone della corruzione. Certo, con l’inasprimento delle pene sanno che rischiano di più, quindi sale un po’ il prezzo della corruzione, ma che scenda la quantità resta in forte dubbio.

Allora questa è la prima ipotesi, cioè se avessimo fatto quell’operazione lì a partire dal 2002 quale Italia avremmo vissuto?

Ecco perché ho detto all’inizio che propongo qui una scena a rovescio rispetto a Chianciano, nel senso che noi abbiamo vissuto la realtà storica mentre adesso sono io che vi faccio vedere la realtà virtuale che si sarebbe potuta determinare.

Una variazione su questa prima ipotesi, l’ho fatta anche in un altro modo e cioè ho applicato la regola americana, inglese, tedesca, francese al bilancio pubblico che è una regola di budget. Infatti, quando Obama va a fare il discorso alla nazione non racconta, come raccontiamo noi in Italia, che taglierà la spesa l’anno prossimo rispetto alla stima tendenziale che fa la Ragioneria generale dello Stato. No, Obama dice: quest’anno ho speso 1000 miliardi per la difesa, l’anno prossimo ne spendo 950 o 1050. Ho speso 300 miliardi per gli stipendi, l’anno prossimo ne spenderete… cioè ti do il budget come qualunque impresa. Mentre da noi il ministro di turno si vede arrivare una tavola, una tabellina, dalla Ragioneria generale dello Stato che gli dà l’andamento tendenziale a legislazione vigente per gli anni futuri: cioè dice, guarda che l’anno prossimo in quella voce tu spenderai 130 rispetto ai 100 dell’ anno scorso. Il povero ministro dell’economia di turno si mette le mani nei capelli e dice “che disastro” e quindi propone un taglio di 15 o di 20. E tutti protestano. Quest’anno abbiamo avuto l’esempio delle Regioni: taglio sul tendenziale di 4 miliardi che però includeva un aumento di spesa delle Regioni di 2 miliardi e quindi il taglio vero era 2 miliardi e non di 4 miliardi.

Ora, le previsioni tendenziali per il futuro sono numeri che non esistono, visto che sono previsioni per gli anni futuri. Quindi non sono ancora numeri nella realtà economica, stanno sui libri, scritte sui pezzi di carta. Se il ministro è rigido e durissimo e tiene il taglio di 20, in realtà lui ha aumentato la spesa da 100 a 110 e non ha tagliato da 130 a 110. Il taglio da 130 a 110 è virtuale, l’aumento da 100 a 110 è reale!!!

Questo è ciò che chiamo il “mistero della finanza pubblica italiana”, altrimenti non ci spiegheremmo perché da trent’anni tutti i giornali e le televisioni ci annunciano che ogni governo ha aumentato le tasse e tagliato la spesa.

Ma, allora il debito pubblico chi l’ha fatto? Paperino? Come mai cioè abbiamo triplicato il debito pubblico? Qualcosa non funziona nell’aritmetica dei conti pubblici. La verità è che le tasse sono aumentate, ma la spesa non è stata tagliata, salvo il trucco del taglio sul tendenziale. Allora la variazione su questa prima ipotesi l’ho fatta applicando in Italia, dal 2002 in poi, la regola dei Paesi normali: cioè il budget annuale. E quelle due voci di spesa che vi ho indicato prima le ho bloccate al valore del 2001. E’ come dire: nei prossimi anni voi potete spendere esattamente quello che avete speso l’anno passato. Non taglio niente, semmai c’è da discutere se ti devo riconoscere l’inflazione o meno per darti lo stesso potere d’acquisto. E comunque, mentre negli anni settanta l’inflazione era al diciotto, venti, venticinque per cento l’anno, in questi anni l’inflazione è stata l’uno, l’uno e mezzo, lo zero-cinque per cento e quindi sarebbe alla fine un dettaglio se riconoscere o meno l’inflazione.

E’ evidente che, con la regola del budget, quella gobba degli acquisti di beni e servizi cioè delle forniture non si sarebbe determinata negli anni successivi al 2002. Invece negli anni successivi si è avuto un aumento di circa 40 miliardi in più degli acquisti e delle forniture . E soprattutto nel settore della sanità. Questi miliardi di spesa non hanno nulla a che vedere con la salute degli italiani. Infatti, il trucco di tutte le congreghe corporative che si muovono a difesa di quei numeri è quello di dire “ah volete tagliare la salute!”. No, la salute degli italiani con quei 40 miliardi di spesa in più non è migliorata. E’ abbastanza buona, mediamente viviamo a lungo, ma non vedo l’effetto migliorativo dei 40 miliardi di spesa pubblica in più. Ma questo è quasi ovvio perché quei miliardi non entrano nella salute dei cittadini bensì entrano nelle tasche di qualcuno che spreca, malversa, ruba e corrompe. E’ altra cosa rispetto alla salute dei cittadini. Quindi, giustamente, non li vediamo nei numeri dell’economia.

La seconda simulazione-ipotesi tende a misurare il “costo dell’evasione”. 

Questa ipotesi poggia su: meno evasione, meno tasse ai tartassati.

Se si dice che ci sono 100 miliardi di evasione, l’ ipotesi è quella di ridurla di dieci miliardi all’ anno per 10 anni e man mano che catturiamo le risorse della evasione riduciamo le tasse ai tartassati di 10 miliardi all’anno. Per fare questo occorre una politica che “a tenaglia” con controlli ed incroci di banche dati e introduzione del conflitto di interessi tra cliente e fornitore di beni e servizi. Certo, non si tratta di operazioni polverone sugli scontrini fiscali a Carnevale o a Natale o a Capodanno in noto e famose località turistiche! Solo così si spostano 10 miliardi all’anno: meno evasione, meno tasse ai tartassati.

La terza simulazione si riferisce ad un fattore esterno all’economia italiana. 

Si tratta cioè si simulare/ipotizzare ciò che sarebbe accaduto se non si fosse determinata quella che io chiamo tecnicamente la “stupidità ottusa del signor Trichet”. Se invece di accettare supinamente l’aumento dell’Euro nei confronti del Dollaro da 0,90 a 1,50, cioè il Super-Euro costruito con le nostre mani dalla Banca Centrale Europea. Infatti, non appena la Federal Reserve americana abbassò i tassi, quello “scioccarello” invece di abbassare anche lui i tassi in Europa li aumentò. E l’euro divenne super euro. Dall’analisi dei dati si vede palesemente una correlazione diretta: appena la Banca Centrale americana abbassa i tassi e il signor Trichet a Francoforte li aumenta, l’Euro da 0,90 schizza a 1,50 (vedi Figg. 1 e 2).

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Figure 1 e 2

 

Viene allora da chiedersi per quale motivo noi europei dobbiamo regalare alla Cina il quaranta-cinquanta per cento di competitività in più solo con il cambio ed in aggiunta al loro dumping sociale ed ecologico, più tutto il resto. Sono consapevole che ci vorranno vent’ anni per la Cina per aggiustare un po’ la loro parte ecologica, introdurre il welfare state e quant’altro. Ma che ragione c’è, se non una stupidità ottusa, di regalare questo vantaggio competitivo alla Cina? Vantaggio competitivo che ha consentito alla Cina di accumulare 700 miliardi di dollari all’ anno di avanzo delle sue partite correnti negli scambi commerciali. Questi sono i soldi occidentali, di Europa e Stati Uniti, che vanno in Cina per comprare le merci e loro ci spediscono le merci.

I cinesi non sono cammellieri del deserto ma vengono da tremila anni di cultura e per nostra fortuna costruirono la muraglia cinese e si autoesclusero per secoli rispetto al resto del mondo per mantenere al proprio interno le proprie scienze e le proprie tecnologie. Se non l’avessero costruita la muraglia, ci avrebbero fatto un mazzo così qualche secolo fa perché, in quel momento, erano molto più avanzati rispetto al mondo occidentale. Lo capì bene un mio concittadino, padre Matteo Ricci, che andò là e non fu capito dal Cardinale Bellarmino e dai suoi colleghi gesuiti qui a Roma. Ebbe forti contrasti con la Curia e con il vertice dei Gesuiti, tant’ è che la sua tomba è rimasta là a Pechino. Lui non è infatti più tornato in Italia perché aveva un approccio molto diverso rispetto all’ Inquisizione dell’ epoca.

Ma torniamo ai giorni nostri. Allora la Cina, “furbacchiona”, con i soldi nostri che gli mandiamo per pagare le loro merci ha risparmiato 700 miliardi di dollari all’anno per dodici anni. Ciò significa un fondo sovrano cinese di 8.400 miliardi di dollari, cioè cinque volte circa il PIL italiano. E con i soldi nostri che vanno in Cina per le merci, ma che loro risparmiano, girano il mondo a fare shopping. L’ultima è la Pirelli. Io non ho niente contro la globalizzazione delle multinazionali, però sia chiaro che se alla radice ci sono i soldi miei, come minimo, mi guardo allo specchio e mi do un po’ del cretino, io come occidentale.

Vi propongo qui una stima approssimata del “costo del super-euro” per l’intera zone euro (vedi Fig. 3).

Figura 3 - AREA EURO
Figura 3 – AREA EURO

In sintesi, l’Europa dell’euro ha perso dal 2003 al 2015 circa 1777 miliardi di PIL e circa 25 milioni di posti di lavoro. Questo è quello che abbiamo “regalato” alla Cina ed in parte minore agli Stati Uniti.

Ma, Stati Uniti d’ America ed Europa hanno allora capito cosa hanno fatto e cosa ancora stanno facendo?

Vi propongo qui una semplice equazione:

EUROPAStati Nazionali da U.S.E. = UNITED STATES OF EUROPE 

Intendo dire che la sommatoria di statistiche nazionali fatta dall’Eurostat è cosa totalmente diversa da una unione politica necessaria ed urgente con la creazione degli Stati Uniti d’Europa.

Ecco perché la terza simulazione misura cosa sarebbe successo in Italia, se a parità di tutte le altre condizioni, l’Euro fosse rimasto attorno alla parità sul dollaro dal 2003 in poi invece di avere il super-Euro. Palesemente infatti il problema non è la moneta unica, che è essenziale per confrontarsi con la globalizzazione, bensì la stupidità di aver di fatto attivato e perseguito il super-Euro. Il problema cioè è dato dal “livello” del cambio della moneta unica, non dalla moneta unica di per sé.

Il mantenimento di un cambio euro/dollaro attorno alla parità va perseguito anche per ragioni geopolitiche perché è chiaro che il mondo della globalizzazione ha bisogno di un’ancora monetaria. Allora delle due l’una: o gliela diamo noi (Dollaro, Euro, Occidente) oppure se la fanno loro. E siccome noi siamo ottusi e non capiamo che dobbiamo riformare il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, il WTO, cioè la governance del mondo per inglobare Cina, India e tutti i BRICS, loro se la sono fatta per proprio conto. Tant’è che nessuno lo dice in Italia ovviamente, ma hanno fatto la Banca per le infrastrutture che è una specie di Banca mondiale guidata dalla Cina, nella quale gli Stati Uniti non sono entrati perché si oppongono politicamente, ma i singoli “staterelli” europei sono tutti entrati nell’ illusione che così ci prendiamo anche un po’ di commesse.

Quindi c’è un problema geopolitico, oltre che economico, sulla parità dollaro-euro. L’anno scorso il premier cinese, andando all’incontro dei BRICS (mi pare a Porto Alegre in Brasile dove hanno detto “adesso facciamo la nostra banca mondiale, il nostro fondo monetario e quant’ altro”), di sfuggita è andato in Nicaragua, ha fatto l’accordo col governo del Nicaragua per fare il secondo canale tra il Pacifico e l’ Atlantico in Nicaragua. Costa 43 miliardi di dollari (una sciocchezza rispetto a 8.400 miliardi di fondo sovrano cinese), lo pagano i cinesi e lo fanno in tre anni. Fra tre anni ci sarà un canale alternativo a Panama, che passa in Nicaragua, cinese-nicaraguense, pagato dai cinesi. Con cosa? Con i soldi nostri perché quei 43 miliardi fanno parte dei 700 che continuiamo a dargli ogni anno.


 

Veniamo ora ai risultati delle mie simulazioni “controfattuali”.

Vi do solo alcuni indicatori perché come sapete i modelli econometrici hanno tantissime variabili. Per questo qui mi limito a analizzare i risultati in riferimento alla crescita del PIL, all’occupazione ed alla disoccupazione.

Allora in termini di prodotto interno lordo, con la prima ipotesi, oggi a fine 2014 e quindi dal 2002 al 2014, noi abbiamo perso, per non aver fatto quello spostamento di risorse, 128 miliardi di euro di PIL che rappresentano circa l’ otto-nove per cento di PIL. Solo per questo e a parità di tutte le altre condizioni: a parità della crisi del 2008, del mondo, di tutto quello che volete. Oggi noi abbiamo l’otto per cento di PIL perso per tenere dentro il bilancio 45-50 miliardi di ruberie sul lato della spesa e 100 miliardi di evasione sul lato delle entrate. Per conservare queste poste abbiamo perso 128 miliardi di PIL.

Se avessimo fatto l’applicazione dei budget la stima è che abbiamo perso di più, 141 miliardi. Questo è il range di “costo della corruzione” ( Tavv. 1,2).

Tavola 1
Tavola 1

Tavola 2
Tavola 2

 

La seconda simulazione sul “costo della evasione” indica una perdita di PIL al 2014 di 95 miliardi. Ovviamente questi risultati vanno presi come ordini di grandezza non certo come stime puntuali ed assolute.

Un risultato ancor più clamoroso si evidenzia dalla terza simulazione si dimostra che il super-Euro e la stupidità del signor Trichet ci ha tolto 250 miliardi di PIL. Cioè circa il sedici-diciassette per cento del nostro PIL.

Sto cercando di applicare questa ipotesi a tutti i Paesi dell’ area Euro ed i primi risultati ottenuti (che mi riservo però di affinare ulteriormente) indicano che con l’ Euro guidato attorno alla parità non avremmo avuto nessuna crisi da debito pubblico-sovrano.

Se lo “scioccarello” di Varoufakis dovesse in questi giorni usare un argomento, dovrebbe dire: “guardate noi siamo stati disgraziati, abbiamo truccato i conti, tutto quello che vi pare. E’ vero, tutto vero. Però la radice di tutto sta nella vostra stupidità perché avete creato le crisi dei debiti sovrani per una falsa teoria economica sbagliata per la quale la politica monetaria e il cambio servono solo a controllare l’inflazione. Teoria di ottant’anni fa, smentita dalla storia, teoria che portò alla Grande Depressione degli anni trenta come tutti gli storici di economia hanno dimostrato, che è stata fatta resuscitare come uno zombie ed è diventata la “stella cometa” di Francoforte, prima di Draghi”.

La controprova di questo è proprio Mario Draghi perché ci hanno raccontato per anni che il cambio lo fanno i mercati, che la politica economica non può influenzare l’andamento delle monete, dei cambi. E’ cosa assolutamente vera che il cambio della moneta lo fanno i mercati giorno per giorno. Ma i mercati ogni giorno fanno i cambi in base alle politiche economiche che gli vengono raccontate. E’ ovvio che non sono stupidi, se tu gli racconti che aumenti i tassi mentre quell’altro li riduce, i mercati comprano euro e vendono dollari. Il risultato è che l’Euro si apprezza e il Dollaro si svaluta. Questa stupidità di questi “soloni” è smentita proprio dalla BCE di Mario Draghi, il quale sostanzialmente ha dimostrato che conta la liquidità, il quantitative easing, ecc…,e (guarda, guarda) l’ Euro è sceso a 1,07-1,08.

Quando a novembre a Chianciano ci dicemmo “l’Euro deve andare alla parità”, ci hanno preso come marziani, stupidi. Qualcuno mi diceva: “ma che dici, sta a 1,34 ed è noto che il cambio di “equilibrio” è attorno a 1,30”. Adesso, chi mi incontra dice “hai visto che sorpresa?”. Rispondo: “sorpresa sarà per te” perché a me è sempre stato chiaro che, se muovi le leve della politica monetaria, hai l’effetto sul cambio. Ebbene il Super-Euro ha determinato tutta la crisi europea in termini di crescita economica, in termini di occupazione e in termini di crisi dei debiti sovrani. Tutto questo non ci sarebbe stato. Il costo per l’Area Euro di questa “ottusa stupidità” è pari a 1.777 miliardi di euro di PIL in meno (circa il 15%) e 25 milioni di disoccupati in più. Cioè noi nell’area euro abbiamo regalato 25 milioni di posti di lavoro, prevalentemente alla Cina e in parte anche agli Stati Uniti. Questo è il risultato delle mie prime simulazioni.

Passiamo ora a valutare gli effetti sulla disoccupazione. 

Le nostre simulazioni indicano i seguenti effetti sul livello di disoccupazione: nel 2014 invece di essere al 12,7 per cento, con la prima ipotesi sarebbe al 9 per cento, col taglio dell’evasione e delle tasse ai tartassati sarebbe al 7,1 per cento, con l’Euro alla parità saremmo sotto il 7 per cento. In questi ultimi casi saremmo già nel 2014 tornati al livello pre-crisi del 2007.

Ed in termini assoluti di occupati-disoccupati avremmo un milione di disoccupati in meno e più o meno un milione di occupati in più.

Questa è la sintesi.

Inoltre, l’inflazione sarebbe stata sempre sotto al 2 per cento, salvo due anni in cui sarebbe stata al 2,7 e al 3,1. Non sarebbe morto nessuno, ma per una ragione semplice: l’inflazione non dipende più dalla politica monetaria, dal deficit pubblico, da quant’altro perché l’inflazione nel mondo la controllano i costi cinesi. In un mondo della globalizzazione non è che tu puoi aumentare i prezzi per ragioni interne e per ragioni esterne non li puoi aumentare perché sennò vai fuori mercato. Non hanno capito che con la globalizzazione l’inflazione non è più, diciamo, sotto il controllo delle Autorità nazionali in quanto tali, perché è controllata dalla competizione gigantesca che ti fa l’ Asia. Con quindici-venti volte in meno di costo del lavoro ce ne vuole a immaginare l’inflazione in Europa e nel resto del mondo occidentale.

Questa è la “realtà virtuale” che l’Italia e l’Europa avrebbe potuto vivere senza (come diceva il mio amico-maestro Franco Modigliani e lo diceva da ebreo) “madornali errori di politica economica” (vedi Tavole 3,4,5,6).

Tavole 3 e 4
Tavole 3 e 4

 

Tav 5 e 6
Tav 5 e 6

Di conseguenza, non avremmo avuto problemi di deficit pubblico ed avremmo oggi un debito pubblico più basso di 500/1000 miliardi di euro, cioè invece di un rapporto Debito/PIL del 132% saremmo tra il 110 ed il 60% (vedi Tavv. 7-14).

Tav 7 e 8
Tav 7 e 8

 


Tavv 9 e 10
Tavv 9 e 10

 

Tavv 11 e 12
Tavv 11 e 12

Tavv_13e14


La sintesi: la crisi che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo e dalla quale forse, a colpi di zero virgola di crescita e di riduzione dell’occupazione, usciremo fra dieci-quindici anni, non è un castigo di Dio, non ci piove dall’alto come se fosse stata quel meteorite arrivato sul pianeta terra che ha fatto scomparire i dinosauri.

E’ invece la costruzione voluta dagli errori degli umani.

Attenzione però alla necessaria lettura politica, perché altrimenti si potrebbe dire che “sono tutti stupidi”. No, queste stime rappresentano il costo che paga un Paese e un continente alla furbizia di una concentrazione di potere e di persone.

In Italia è la concentrazione trasversale che sguazza nei 45-50 miliardi all’anno di sprechi e ruberie di spesa pubblica e dentro i 100 miliardi di evasione.

Quindi è un fatto politico, non di stupidità. Di fatto questa congregazione trasversale di due milioni di persone (un milione e mezzo-due milioni e mezzo, non sono sette amici al bar perché è permeata in tutte le strutture), fino a oggi, ha pesato molto di più e sempre di più degli altri cinquantaquattro-cinquantasei milioni di cittadini.

Questo è il dato politico.

Qual’é quella forza politica che si fa carico dei cinquantaquattro milioni di italiani, soprattutto in termini intergenerazionali nei confronti del quarantatré per cento di disoccupati giovani, andando contro quei due milioni che, non dico legittimamente, ma comprensibilmente, si tengono il malloppo ben stretto.



MATRIX ITALIA 

SCENA 12° 

IL DEF DI RENZI PADOAN 

L’ultima annotazione la dedico alle bugie degli ultimi sette giorni e alla comunicazione mediatiche che aggiungono scene importanti al nostro Matrix Italia. Tutti voi avete visto l’ ultimo Obama, che già capisce poco dell’America e a mio parere capisce poco del mondo, ma è apparso essere un grande esperto dell’Italia. Egli ha infatti dichiarato che il nostro paese è sulla strada giusta per le grandi riforme che intende attuare. Certo, meglio così, visto che è chiaro che un personaggio del genere, se avesse dichiarato il contrario, ci avrebbe creato non pochi problemi.

Attenzione, però, ecco il piccolo Orpheus che parla con Neo, Neo siete voi e Orpheus sono io.

Ho letto attentamente l’ultimo DEF, al contrario di molti che commentano ma palesemente mostrano di non leggere i documenti ufficiali.

Lo stesso Presidente del Consiglio, in un’intervista al Messaggero, ha dichiarato testualmente: “Con i provvedimenti che abbiamo inserito nel DEF e quelli che prenderemo con la legge di stabilità, l’ Italia ripartirà”.

Ebbene, qualcuno dovrebbe spiegare al Presidente del Consiglio, che il Documento Economia e Finanzia non contiene decisioni, ne tantomeno provvedimenti, leggi, decreti. E’ semplicemente un quadro di coerenza, un quadro programmatico che indica le linee che successivamente dovranno essere trasformate in decisioni concrete ed operative, cioè, in legge nella legge di stabilità o quant’ altro per attuarlo. Se nel DEF c’è scritto che si ridurrà la pressione fiscale, siamo tutti contenti. Ma domani andiamo a fare la spesa perché abbiamo più soldi? A parte che non è vero che la pressione fiscale si ridurrà, ma comunque anche se fosse stato vero non puoi andare a fare la spessa domani perché deve aspettare la decisione vera di una legge che taglia sul serio le tasse.

Vorrei affrontare, ora, quattro punti che si evincono dal DEF che definisco così: una furbata, un piccolo azzardo, una grande bugia e una sconcertante onestà intellettuale. 

La furbata è nel aver detto che nelle previsioni di crescita il governo è stato prudente. A mio parere non si tratta di “prudenza” ma di “furbizia”. Basta confrontare queste previsioni di crescita con quelle che il governo ha dato nel precedente DEF di ottobre. Le previsioni di crescita fatte a ottobre erano basate su un prezzo del petrolio a 100 euro e un cambio dell’euro a 1.33. Le previsioni del DEF di questo aprile poggiano su un euro a 1.08 e sul petrolio a 53-55 dollari al barile. Ebbene, questi due “effetti esterni” valgono un punto di PIL in più per l’Italia.

Il Governo, tenendosi basso sul tendenziale ed indicando una crescita dello 0,7%, ha fatto quindi una “furbacchiatta”, nel senso che, se poi la crescita sarà più alta, non verrà certo attribuita al petrolio o all’euro ma alla politica economica del Governo. Vedo già una conferenza stampa, fra un anno, in cui si prende atto che forse le cose sono andate un pochino meglio del previsto e ci si prende il merito del “risultato” positivo.

Il piccolo azzardo è che l’unica vera differenza rispetto agli andamenti inerziali tendenziali consiste nell’alzare il deficit pubblico spostando dal 2017- 2018 l’obiettivo di azzeramento. È un piccolo azzardo, perché bisogna vedere cosa diranno l’Unione europea e i mercati finanziari, soprattutto se inizia una nuova fase di turbolenza, al di là della questione greca, legata al momento in cui dovessero ripartire i tassi d’interesse verso l’ alto. In un paese che ha 2.300 miliardi di debito, se si muove di un punto il tasso di interesse, a regime sono 23 miliardi di maggiore spesa, per cui stiamo attenti con queste cose.

L’operazione, chiarissima dai dati, è che questo anno, rispetto ai tendenziali che avremmo senza fare nulla, ci saranno 2 miliardi in più di deficit che diventano 7 miliardi in più nel 2016, 10 miliardi in più nel 2017, 14 miliardi in più nel 2018 e 4 nel 2019. Il cumulato significa circa 32 miliardi di Debito Pubblico.

Pertanto, la manovra indicata nel DEF consiste (e io posso anche essere d’accordo perché tutto sommato non muore nessuno se facciamo un po’ più di deficit e spostiamo l’azzeramento al 2018 e quella imbecillità del fiscal compact lasciamola al Fantozzi della Corazzata Potemkin) nell’aumentare un po’ deficit e debito.

Ecco allora la “bugia”. Se il tesoretto c’è, nel senso tecnico del termine, è di 32 miliardi di deficit in più, che il Governo ha spalmato negli anni. Ma ovviamente non si può chiamare tesoretto un maggiore deficit e debito, perché in realtà è un “buffo”, come si dice al mio paese.

BaldassarriEcco perché non si può non smascherare la totale falsità di parlare di tesoretto da 1.6 miliardi, quando si è alzato il deficit di 32 miliardi e poi si racconta che dentro c’è un miliardo e seicento milioni di tesoretto che si deciderà come spenderlo. Questo fa parte dei 32 miliardi di debito in più e, quindi voi capite come la comunicazione mediatica alla Matrix sia in atto da varie settimane ed i giornali, le televisioni, i dibattiti stanno tutti concentrandosi a discutere su come spendere questo tesoretto. Mediaticamente fa bene il Presidente del Consiglio, ma mi ricorda tanto due episodi della mia vita.

Il primo è quando andavo a pesca nelle Marche, lungo il fiume Chienti. Due o tre giorni prima, si andava a buttare i bigattini e si faceva la pastura. Solo al terzo giorno si andava con le canne da pesca. Le trote si erano abituate al fatto che la mattina si mangiava e così si concentravano in quel piccolo pezzo di fiume e noi si prendeva, dalle 7 alle 10, tantissime trote. Ebbene, il tesoretto di Renzi è il bigattino dato in pastura ai pesci che abboccano.

L’altro episodio della mia vita risale agli anni ’70. In un convegno importante era presente l’ allora governatore della Banca d’ Italia Guido Carli e l’ allora Ministro del Tesoro. Questo ministro fece un intervento enfatico e molto lungo ed in conclusione del convegno era previsto quello del Governatore Guido Carli. Quando il governatore prese il microfono disse: “Signori e signore mi dispiace ma è un pò tardi, quindi rinuncio a fare il mio intervento. Vorrei però dire una piccola cosa al Ministro del Tesoro e cioè Signor Ministro, per favore, tenga conto che non tutti gli italiani sono cretini!” Detto questo si alzò e andò via.

Non so bene perché, leggendo il DEF, mi è venuta in mente sia l’antica immagine vissuta da ragazzo, sia quella successiva vissuta all’inizio del mio percorso di economista.

L’ultima cosa è l’atto di onestà intellettuale che il Governo fa nel D.E.F e di questo gli va dato atto perché se prendete l’ andamento tendenziale della crescita, cioè quella che avremmo spontaneamente e lo confrontate con l’andamento programmatico, cioè con gli obiettivi che il Governo si pone di raggiungere, l’effetto della politica economica che il Governo dichiara nel DEF come sua stima è pari a zero nel 2015, 0,1% nel 2016, 0,2% nel 2017, 0,3% nel 2018. Pertanto, la politica economica, rispetto a quello che avremmo senza fare niente, impatta sulla crescita e sulla ripresa, ripeto, 0,1 nel 2015, 0,2 nel 2016, 0,3 nel 2018, cioè è del tutto irrilevante.

Questo è scritto nel DEF. Nessuno di questi numeri è inventato, ma avete notato qualche saggio e attento commentatore giornalista economico, che abbia detto: “Ma scusate, tutto questo tam tam mediatico, per lo 0,1% di crescita in più che si realizzerà l’anno prossimo?”

Sono anche misurabili le conseguenze in termini di disoccupazione. Infatti, nel DEF c’è scritto che nel 2018- 2019, la disoccupazione scenderà sotto il 12% per cui, stando a questi ritmi, per tornare a quel 7%, che si registrava nel 2007 prima della crisi ci vogliono altri 13-14 anni, se nel frattempo non succede nulla nel mondo, in Europa, in Italia.

Chiudo allora facendovi notare una enorme contraddizione.

Si continua a mantenere nei numeri ufficiali del DEF, da qui al 2019, 50 miliardi di ruberie in quelle specifiche voci di spesa pubblica e 100 miliardi di evasione sul lato delle entrate. Questi numeri sono ancora dentro fino al 2018- 2019. Allora non è affatto sorprendente la valutazione dell’effetto della politica economica. Certo, è onestà intellettuale ma politicamente è pesantissima, perché se non tocchi quelle cose, la politica economica d’Italia cosa è? Dare il contentino, dare i sussidi o assumere i precari. Per carità, va tutto bene, ma non cambi radicalmente il percorso e la controprova sta nei giochetti econometrici, chiamiamoli così, controfattuali, che vi ho indicato all’inizio. Se si fossero aggredite quelle voci mirate di entrate e di tasse e di spesa e si fosse veramente attuata una diversa e vera politica economica, l’ Italia avrebbe vissuto anni buoni e prosperi e non avremmo avuto la crisi. Se si avesse il coraggio di farla oggi, l’Italia uscirebbe dalla crisi in 3 anni invece che in 13.

Il dato è politico. Il dato di fatto è che le forze politiche, che a parole comunicano di tutto, in realtà non vogliono intaccare di un millimetro quei due milioni di italiani che si intascano 45 miliardi di euro di spesa all’anno e 100 miliardi di evasione.

E finché non ci sarà una forza politica che con coraggio parli a nome degli altri 54 milioni di italiani e dica a quegli altri due milioni: ” Ragazzi, basta! Non c’è più trippa per gatti”, la politica economica non può che essere “inerziale e tendenziale” ed identica governo dopo governo. Infatti, se fate il confronto dal 2001 ad oggi, la struttura della politica economica dei vari governi che si sono succeduti è assolutamente identica, le differenze sono dello 0,1 o dello 0,2. Verificando voce per voce il bilancio pubblico questo è il dato clamoroso che appare, cioè cambiano i Governi, cambiano i Parlamenti ma non cambia la struttura anchilosata di quel bilancio, perché serve a proteggere chi beneficia di questa situazione.

Ripeto e chiudo sul serio ringraziandovi per l’attenzione, che le norme penali, pur sacrosante, semmai aumentano il prezzo della corruzione, ma la quantità si può ridurre chiudendo i rubinetti della spesa, perché altrimenti se tu non chiudi i rubinetti, è talmente appetibile la redditività delle ruberie ed è talmente alta che non ha competizione con qualunque altro business legale. Quindi è come per la droga, lo stesso caso che cominciammo a discutere 20 anni fa. Se parti con un valore di 1 dollaro e arrivi a 10mila dollari al mercato finale, capite che, con questo margine di valore aggiunto, ti compri gli eserciti, i governi, tutto quello che ti pare. E tutto è creato dal proibizionismo, perché crea il monopolio e per di più lo crea criminale perché è illegale.

State attenti ad un ulteriore argomento che vi racconteranno, e cioè che la spesa è stata “stabilizzata”. A parte il trucco di dare il rapporto in percentuale del PIL, che non significa nulla, io voglio la cifra precisa in euro, cioè quanto hai speso l’anno scorso e quanto si spenderà in futuro.

Però qualcuno può dire che la spesa è stata “stabilizzata” anche in valore assoluto in euro. E’ vero, infatti. Gli stipendi pubblici sono fermi da tre anni e resteranno fermi per i prossimi 4 anni. Le pensioni aumentano un po’ ma sappiamo che ci sono ragioni demografiche e anagrafiche. Gli interessi sul debito pubblico diminuiscono di sette miliardi. Gli acquisti di beni e servizi rimangono più o meno costanti a 132 miliardi, ma, se negli anni passati contenevano 20 miliardi di ruberie, il messaggio che va a quei due milioni di italiani è chiaro e forte: ” Cari Signori, non potete rubare di più rispetto agli anni passati, negli anni prossimi potete rubare “soltanto” quanto avete rubato negli anni passati”. E questo messaggio vale anche per chi si foraggia con i fondi perduti, che rimangono fermi attorno ai 36- 37 miliardi e sembrano stabilizzati, ma siccome sono rubati quasi tutti (ci sono 12 miliardi per ANAS, Ferrovie e i trasporti pubblici locali, il resto come ho detto, 17 miliardi li danno le Regioni, 8 miliardi li da il governo centrale e poi si aggiungono i fondi europei).

Ecco, allora, il mio essere Orpheus qui con voi. Forse non porterà nessuno di noi da nessuna parte, ma almeno una testimonianza storica, ma anche di attualità e di cronaca e non solo di rilettura storica, vogliamo insieme lasciarla.

Io ho dei nipotini già abbastanza grandicelli e ho detto loro che se e quando leggeranno quello che il povero nonno diceva capiranno un po’ meglio il loro paese. Per ora e per fortuna si trovano a crescere negli USA, che non è il massimo ma è un pò meglio di qui.

Grazie.

Mario Baldassarri