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Addio mia bella spiaggia, addio

Addio mia bella spiaggia, addio

di Giuseppe Candido

Il governo ha dato il via libera a quello che gli ambientalisti definiscono senza remore una vera e propria “svendita delle spiagge italiane”. Con il decreto sviluppo varato in Consiglio dei ministri la scorsa settimana parte l’alienazione privata delle spiagge italiane che eliminerà ogni possibile concorrenza. Si passerà infatti da un regime di patrimonio pubblico dato in concessione ai privati ad un regime di monopolistico con concessioni che dureranno 90 anni. Agli operatori del settore balneare che sono felicissimi del provvedimento, in pratica, vengono regalati oltre tremila chilometri di spiagge italiane: il 50% del totale delle nostre coste.

 

Federalismo demaniale

Una delle tante spiagge italiane

E, ricordano ancora gli ambientalisti, il diritto di superficie porta con sé anche il diritto ad edificare le aree non ancora edificate. Ma le concessioni continueranno ad essere pagate la cifra irrisoria di 93 centesimi di euro per metro quadrato. «Uno stabilimento balneare di 10 mila metri quadrati pagherà molto meno di 1000 euro di affitto al mese, meno dell’affitto che si paga per un bi-locale a Roma e Milano», ha spiegato il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli al quotidiano ambientalista Terra. Ed aggiunge: «C’è solo da vergognarsi per come il governo stia svendendo questo patrimonio comune alle lobby». Una gestione del demanio marittimo che non ha uguali in nessun paese dell’Europa e del mondo.

Per questo motivo il Wwf ed il Fai hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché valuti la costituzionalità dell’uso della decretazione d’urgenza per una norma che «modificando le leggi che regolano la concessione del demanio costiero, ha conseguenze che vanno bel oltre quanto si sta dichiarando». Le associazioni ambientaliste sostengono infatti, che il provvedimento contiene almeno due aspetti di assoluta gravità: «Il primo – spiegano nella nota congiunta – riguarda proprio l’emanazione di un dl per una materia che va a condizionare per quasi un secolo ambiti territoriali sottoposti a vincoli paesaggistici diretti, e in alcuni casi anche ambientali, come sono appunto tutti quelli costieri». Il secondo punto, sul quale pure l’Unione europea ha chiesto lumi, «riguarda lo stravolgimento sostanziale dell’istituto giuridico della concessione demaniale per come è previsto nel codice della navigazione che regolamenta anche l’occupazione dell’arenile».

In effetti è già dal gennaio del 2009 che l’Europa contesta al governo italiano di aver violato le direttive dell’Unione rinnovando per sei anni, senza opportune gare, tutte le concessioni degli arenili del nostro Paese. Come ha fatto notare al corrispondente da Bruxelles per La Stampa, il presidente della Commissione per il mercato interno dell’UE ha l’impressione che la norma varata col decreto sviluppo non sia in linea con le regole del mercato interno, in particolare con la direttiva Bolkenstein sui servizi del 2006 che prevederebbe una selezione trasparente dei concessionari, il divieto del rinnovo automatico senza aste in cui il gestore uscente sia sullo stesso piano degli altri e, particolare non di poco conto, che le concessioni “devono essere date per un tempo appropriato e limitato” che certo non si sposa coi 90 anni previsti dalle nuove norme.

Ed al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si rivolgono anche i Verdi presentando un dossier con il quale sono quantificate i metri cubi di cemento che rischiano di rovesciarsi sulle nostre coste. «10 milioni di metri cubi» avverte il presidente Angelo Bonelli.

Gli indiani d’America ricordavano ai loro figli che l’ambiente in cui vivevano era “un prestito” che loro avevano contratto con le future generazioni impegnandosi a lasciarlo migliore di come l’avevano trovato. Noi perseveriamo a considerarlo e a svenderlo come fosse un’eredità da saccheggiare e, casomai, lasciarne quel che resta. In tutto ciò, infatti, nessuno tiene in considerazione neanche lontanamente il fenomeno dell’erosione costiera. Fenomeno naturale sì, ma con forza aggravato dall’indiscriminato e non regolamentato prelievo di materiali inerti dagli alvei fluviali che sottrae metri di spiagge ogni anno. La Calabria, solo per fare un esempio, nel far west delle cave dove il prelievo dagli alvei è gratis, ha spiagge il cui tasso d’erosione supera il metro lineare di spiaggia all’anno. Con concessioni che dureranno per 90 anni potremmo paradossalmente avere, in Regioni con coste a rischio come la nostra, anche il “rischio” di dover risarcire quei titolari delle concessioni demaniali cui il mare avrà “rubato” la spiaggia.

 

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Cercano di sabotare i referendum

Cercano di sabotare i referendum

di Giuseppe Candido

25 anni esatti dal disastro di Chernobyl in Ucraina. Il più grave incidente nucleare, l’unico di livello 7, insieme a quello dello scorso 11 marzo a Fukushima dove però, più che l’errore umano, è stato il violento terremoto e, ancor peggio, il conseguente tsunami ad aver causato il disastro.

A Chernobyl furono violate invece tutte le regole di sicurezza e di buon senso e, paradossalmente, tutto ciò avvenne proprio durante un test di sicurezza: un brusco e incontrollato aumento di potenza del reattore causò l’aumento di temperatura dell’acqua di raffreddamento e la sua conseguente scissione in idrogeno e ossigeno. L’aumento di pressione fece il resto, il contatto con l’idrogeno e la grafite incandescente causarono l’esplosione con conseguente emissione di una nube di materiali radioattivi su vaste aree intorno alla centrale. 336.000 persone furono evacuate per sempre e reinsediate altrove. Le nubi radioattive raggiunsero l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia arrivando, con livelli di contaminazione via via minori, anche in Francia e in Italia. Le vittime accertate, riconosciute dalle organizzazioni internazionali come direttamente collegate a tumori contratti per l’incidente, sarebbero 65 e 4.000 invece le presunte ma Greenpeace parla di 6 milioni di vittime in tutto il mondo. Il ricordo di quel disastro, cifre a parte, non può non richiamarsi con l’attualità. Tre anni più tardi, anche in considerazione di quel disastro, gli italiani avevano denuclearizzato il paese rinunciando al nucleare con un referendum nel 1989.

Adesso, dopo averlo reintrodotto “alla grande”, il governo pur di evitare che si voti il referendum cerca di metterci una toppa con l’annunciata moratoria per un anno. Un provvedimento che, in realtà, semplicemente posticipa la scelta ad un “successivo momento” condizionandola a quelle che si definiscono genericamente “le verifiche fatte dall’Unione europea”. Non sarà, per caso, che si vuole evitare il referendum? Anche perché, sull’acqua, d’improvviso c’è la proposta del sottosegretario allo Sviluppo Economico che, mediante l’istituzione di un autority, vorrebbe evitare pure quel referendum. Insomma, tutto sa di boicottaggio finalizzato a che non si votino quei referendum. L’articolo 75 della Costituzione sancisce il diritto dei cittadini ad esprimersi, informati, sui quesiti referendari. E pure l’articolo 39 della legge n° 352 del 1970 parla chiaro: solo “Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”. La legge prevede che le operazioni di voto non si tengano più solo in caso di “abrogazione”. E ciò è ancora più evidente se si tiene conto della pronuncia della Consulta del 1978 che, addirittura, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo articolo rispetto all’art. 75, comma 1, della Costituzione “limitatamente alla parte in cui non prevede che se l’abrogazione degli atti o delle singole disposizioni cui si riferisce il referendum venga accompagnata da altra disciplina della stessa materia, senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti, il referendum si effettui sulle nuove disposizioni legislative”. Del tutto evidente, nel caso del nucleare, che un semplice rinvio non può impedire che il referendum si voti. E lo stesso vale per i due quesiti sull’acqua volti ad abrogare alcuni aspetti del decreto Ronchi e su cui si vorrebbe intervenire con un decreto a 50 giorni dal voto a campagna in corso. Un decreto che dovrebbe poi essere sottoposto al voto parlamentare. È evidente che, neanche in questo caso, ai sensi della legge e della sua interpretazione fornita dalla Consulta, il voto referendario può essere annullato. Probabilmente, anzi sicuramente, il fatto che non ci siano ragioni valide per evitare i referendum su acqua e nucleare è noto anche a Palazzo Chigi. Per cui, se non si possono evitare i referendum, il vero obbiettivo sarà quello di farne fallire il quorum. E ciò lo si fa attraverso due diverse strategie: da un lato si evita che la gente venga informata mediante l’assenza totale di dibattito nelle televisioni del servizio pubblico televisivo. Dall’altro canto si fanno continui proclami ed annunci in merito alla moratoria del nucleare e l’istituzione di un’autorità di garanzia per l’acqua, in modo da far passare tra la gente il messaggio che, tutto sommato, le questioni referendarie non sono così importanti visto che il governo, appunto, ci ha già pensato lui, ragion per cui si può tranquillamente andare a mare. D’altronde la partitocrazia, sia di destra sia di sinistra, ha sempre digerito malissimo i referendum vivendoli sempre come il più grande pericolo per se stessa ed ha sempre operato, a volte anche contro costituzione, per ridurne l’efficacia ed eliminare le scelte compiute dagli italiani. Bisogna ricordare che la scheda referendaria, prevista dalla costituzione, fu negata ai cittadini per oltre vent’anni salvo concederla ai clericali che volevano abrogare la legge sul divorzio. Poi, dinnanzi alla possibilità aperta nel paese dai referendum radicali (aborto, nucleare, depenalizzazione droghe leggere, finanziamento pubblico dei partiti, responsabilità civile dei magistrati ecc.) furono più volte sciolte le camere pur di evitare il voto referendario o fecero leggine per sovvertire le scelte degli italiani. Valga ad esempio quanto fatto dai partiti sul finanziamento pubblico abolito per referendum e reintrodotto, neanche dopo un anno, mediante il sistema dissennato e truffaldino dei rimborsi elettorali non legati alle spese effettivamente documentate ma concessi in base ai consensi riportati. Bisogna quindi andarci a votare e cercare, nel silenzio colpevole e doloso del servizio pubblico televisivo, di far raggiungere il quorum. Andare a mare non conviene anche perché, se ci pensano loro, di sicuro fanno danno.

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Il dibattito sul nucleare non è sciacallaggio

Il dibattito sul nucleare non è sciacallaggio

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 18 marzo 2011

A Tokyo la radioattività fa paura, 20 milioni di abitanti sono al centro dell’incubo nucleare. Mentre continuano le scosse di assestamento di quello ch’è stato un evento sismico tra i più disastrosi e quando è ancora aperta la profonda cicatrice lasciata dalla grande onda, le esplosioni nei reattori nucleari si susseguono. Il Giappone e il rischio di una catastrofe nucleare hanno riaperto il dibattito sullo sfruttamento di tale fonte d’energia non soltanto in Italia dove, tra l’altro, si voterà a breve (e di nuovo) un referendum. La discussione s’è riaperta negli Stati Uniti e, soprattutto, in Europa. In un editoriale del New York Times pubblicato col titolo “Le calamità multiple del Giappone” si spiega come, dopo i morti e gli sfollati per il terremoto e lo tsunami, le centinaia di migliaia di senza tetto, ora la paura è di un’altra catastrofe, quella nucleare, con l’ipotesi di conseguente contaminazione radioattiva. “La tragedia in corso in Giappone”, si precisa nell’editoriale, “deve spingere gli americani a rivedere i loro piani per gestire i disastri naturali e i potenziali incidenti nucleari. Abbiamo già visto quanto povere – prosegue l’editoriale – sono le nostre difese con l’uragano Katrina che ha distrutto New Orleans e quanto la follia industriale abbia arrecato in termini di danni con la perdita di petrolio nel golfo del Messico dello scorso anno. È triste, scrive ancora il N.Y.T., che queste calamità possano danneggiare in questo modo il Giappone, un paese tecnologicamente avanzato e che mette grande enfasi alla riduzione dei danni provocati dai disastri”. Anche i muri protettivi in mare si sono rilevati inadatti per proteggere dallo tsunami che ha trascinato via i sistemi di sicurezza che dovevano proteggere dal surriscaldamento e dalla fusione i reattori nucleari. “È troppo presto per comprendere la magnitudo di ciò che è accaduto ma per ora questi giorni di crisi in Giappone corrispondono al peggior incidente nucleare da Chernobyl nel 1986”. Le notizie allarmanti che raccontano un Giappone che rischia la fusione dei reattori colpiti con conseguenze sconosciute, catastrofiche probabilmente, si incrociano con le celebrazioni del 150° dell’Italia unita. Negli Stati Uniti è fondamentale riaprire il dibattito sugli standard di sicurezza mentre il paese, dopo decenni di stagnazione, sta per ampliare il proprio programma nucleare; 30 centrali in America sono come quelle oggi in crisi in Giappone e molte si trovano su faglie geologicamente attive e, poiché vicine alla costa, anche a rischio tsunami. Ma il dibattito sul nucleare si riapre anche al di qua dell’oceano. In Germania, ad esempio, il premier Angela Merkel ha decretato una moratoria sulla durata delle attività delle centrali atomiche e anche la Svizzera annuncia la sospensione delle procedure relative alle domande di autorizzazione per le nuove centrali nucleari. Persino in Francia la questione energetica è di nuovo al centro del dibattito nella “sinistra”, tra gli ecologisti e i socialisti, anche se il Presidente Nicolas Sarkozy, per la verità, ha escluso l’ipotesi d’uscita dal nucleare del suo Paese. Quindi non è sciacallaggio mediatico chiedersi se, al nostro Paese, che aveva abolito la scelta del nucleare con un referendum, convenga davvero il così detto “ritorno” al nucleare. Mentre tutto il mondo s’interroga sulla sicurezza delle centrali nucleari che hanno già in casa, mentre persino il ministro dell’Ambiente francese Nathalie Kosciusko-Morizet afferma con chiarezza che la situazione in Giappone “è molto grave” e che “il rischio di uno scenario da catastrofe non può essere scartato”, nel nostro Paese il governo tira dritto e in settimana, dopo la pausa celebrativa dei 150 anni, la Commissione Industria del Senato dovrebbe cominciare l’esame dell’atto relativo alla disciplina della localizzazione degli impianti nucleari in Italia. Senza farci condizionare dal “momento emozionale” e senza fare “sciacallaggio” vorremmo però far notare due aspetti di questa vicenda che, speriamo, facciano riflettere. Il primo è che il sisma registrato in Giappone la scorsa settimana è stato un evento di magnitudo di gran lunga superiore a quella massima risentita in passato in quell’area e che, avendo avuto l’epicentro nell’oceano a poca distanza dalla costa, ha provocato un’onda anomala enorme che si è subito abbattuta sulle località costiere dove, travolgendo villaggi e mettendo in crisi i reattori nucleari. Dunque non soltanto sappiamo oggi che i terremoti possono avere un’intensità superiore a quella del passato, quella che cioè viene definita come massima intensità risentita ed è utilizzata per il dimensionamento delle strutture, ma dovremmo chiederci pure se, anche nel nostro territorio, siano possibili degli tsunami che mettano in crisi eventuali centrali o depositi di scorie radioattive. Ad esempio, nel 1908 a Reggio e Messina, dopo che il grande terremoto aveva provocato lutti e distruzione fu l’onda dello tsunami a causare l’apocalisse vera. E se non si vuol riflettere per prudenza lo si faccia almeno per interesse. Siamo sicuri che l’uranio convenga davvero? Siamo sicuri, cioè, che l’atomo sia la strada giusta per risolvere la nostra dipendenza dal petrolio e dalle crisi magrebine piuttosto che moscovite? Un fondamentale principio d’economia energetica afferma che “la migliore energia è quella a più basso costo, purché si aggiungano ad essa anche tutti i costi indiretti”. Costi indiretti, che spesso definiti externalities. Dopo aver ascoltato le parole di Umberto Veronesi che ci rassicura dicendoci che lui vivrebbe vicino una centrale o un deposito di scorie nucleari, prima di rimetterci a costruire nuovi impianti che entreranno in funzione, se andrà tutto bene, tra una ventina d’anni e che, tra l’altro, troppo nuovi e sicuri non lo sono, sarebbe opportuno rileggere le parole del Prof. Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, che d’ideologico non hanno nulla: “Tra il 2000 ad oggi i prezzi dell’ossido di uranio sono cresciuti dai 7 dollari/libra a 130 e cioè circa di un fattore 20”. La preoccupazione cresce ulteriormente – sostiene Rubia – “se si tiene conto che circa un terzo dell’uranio utilizzato proviene oggi da stock militari esistenti e in via di esaurimento. La situazione dell’uranio, ricorda quindi terribilmente quella del petrolio”. Insomma, si rischia che dalla padella del petrolio si passi alla brace dell’uranio. In quell’intervento Rubbia aggiunge che: “Non si può evitare il confronto con le nuove energie rinnovabili da diffondere su larga scala, come il solare a concentrazione ad alata temperatura”, il così detto CSP, di cui quasi mai si parla. Impianti che, al contrario delle grandi centrali nucleari, sarebbero “realizzabili in tempi brevi, tra 16 e 24 mesi per impianti di grandi dimensioni, con costi che, pur essendo oggi ancora più elevati, sono nel processo di rapida riduzione che li porterà a valori del tutto compatibili con i costi dei fossili in meno di un decennio. Il costo dell’elettricità per un impianto CSP è perfettamente prevedibile. Il prezzo dell’uranio tra trent’anni, a metà strada dei tempi di vita di un reattore, è assolutamente imprevedibile”. Ma la cosa che davvero non può permettersi l’Italia è un ritorno al nucleare alla cieca, senza che un vero dibattito venga aperto nel paese e senza una vera informazione dei cittadini. Ma su questo e su altri temi, il servizio pubblico radiotelevisivo dov’è?

 

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Fitodepurazione, conviene e risolve! Il video e il resoconto del convegno e del dibattito

Fitodepurazione, conviene e risolve! Il video e il resoconto del convegno e del dibattito

Sellia Marina (CZ) – Si è svolto lo scorso 29 dicembre il convegno-dibattito sul tema della Fitodepurazione organizzato, presso la sala del Consiglio Comunale di Sellia Marina, dal Comitato per la tutela dell’ambiente di Sellia Marina assieme all’associazione di volontariato culturale “Non Mollare” e all’azienda “Vivai Squadrito”. Conviene? Risolve? È a queste domande che si è cercato di dare una risposta. Il tutto nasce da una petizione popolare che chiede al sindaco di adottare la fitodepurazione per l’affinamento dei liquami provenienti dai depuratori quando questi, durante il periodo estivo funzionano malamente a causa del picco delle presenze turistiche.

La fitodepurazione, com’è poco noto, è un sistema di depurazione naturale che può integrarsi, proprio in quei territori in cui è forte il picco estivo delle presenze turistiche, con i sistemi di depurazione tradizionale. Al convegno dibattito oltre ai relatori sono intervenuti, quali amministratori dei territori interessati dalla problematica, il sindaco di Sellia Marina Giuseppe Amelio, l’assessore all’ambiente Giuseppe Mercurio, il Presidente del Consiglio comunale Nicola Giancotti, il dott. Michelangelo Ciurleo assessore al bilancio della Provincia di Catanzaro e Salvatore Procopio già assessore all’ecologia e consigliere comunale di Botricello. Al convegno era stato invitato anche il Dott. Fausto Caliò, responsabile autorizzazioni del Settore Tutela e Sviluppo ambientale della Provincia di Catanzaro, che non essendo potuto intervenire personalmente, ha inviato un messaggio ad organizzatori e partecipanti al convegno: “Il tema in discussione – ha scritto il Dott. Caliò nella sua nota – è certamente in linea con gli obiettivi della tutela e valorizzazione delle risorse indriche, infatti, come i partecipanti ben sapranno, la fitodepurazione rientra tra i trattamenti di depurazione naturale suggeriti dalla vigente normativa (All. 5 alla parte terza del D.lgs 152/06); questi, benché ormai largamente collaudati ed impiegati in vari Paesi mitteleuropei, trovano ancora scarsa applicazione nel nostro territorio. L’argomento (del convegno ndr) – scrive ancora il dott. Caliò ai partecipanti – è tanto più stimolante se si pensa che i pochi esempi del genere esistenti nel territorio provinciale sono utilizzati nel trattamento dei reflui di piccole comunità (perlopiù insediamenti rurali), mentre tali tecnologie sono sono state ancora applicate al trattamento, o affinamento, di acque reflue provenienti da agglomerati urbani di medie dimensioni. Pertanto, – conclude Caliò con riferimento esplicito agli obiettivi del convegno – qualora fosse realizzato l’impianto fitodepurativo proposto nella petizione collegata a tale convegno, esso costituirebbe certamente un interessante prototipo per la nostra provincia, da monitorare attentamente per ulteriori simili applicazioni.”

Sulla base delle “forti criticità” in cui si viene sistematicamente a trovare il sistema di depurazione, e non solo quello selliese, durante il periodo estivo di picco demografico, durante il convegno è stato più volte sottolineato come, il ricorso a tali tecniche di depurazione naturale per il trattamento dei reflui rappresenta una scelta diffusa sia a livello nazionale sia a livello mondiale per i suoi vantaggi sia economici sia di capacità accertata nel trattamento dei reflui provenienti dai depuratori tradizionali. “L’uso della fitodepurazione – ha spiegato il dott. Giuseppe Squadrito – per la depurazione dei liquami ha origini antiche. A Roma, nel periodo imperiale, si usava scaricare la cloaca massima, un canale di flusso dei rifiuti urbani, nelle paludi Pontine con il preciso scopo di sfruttare il loro potere auto depurante. (…) Ma la moderna concezione degli impianti di fitodepurazione ha origine, negli anni ’80, negli Stati Uniti e nel Centro Europa e gli impianti di fitodepurazione vengono definiti a livello internazionale con il termine costructed wetlands cioè sistemi umidi costruiti artificialmente. In Italia – ha ricordato Squadrito – l’entrata in vigore del D.Lgs 152/99 ha introdotto per la prima volta una filosofia del tutto nuova nel campo della gestione e tutela della risorsa idrica, privilegiando, ove possibile, sistemi ad alta naturalità e anticipando la direttiva quadro nel settore delle acque n° 2000/60 della comunità europea. In uso già da tempo negli Stati Uniti, sono recentemente stati introdotti in molte regioni italiane. In Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, sono molti gli impianti in attività che forniscono periodicamente risultati estremamente positivi per l’attività depurativa che svolgono”.

Conviene, dunque, e potrebbe anche risolvere. Ma, come sottolineato nella relazione del professor Francesco Santopolo, il metodo è stato scarsamente utilizzato soprattutto perché “poco remunerativo” in termini “progettuali” per cui si è sempre preferito sistemi di depurazione tradizionali. Senza dimenticare – ha aggiunto Santopolo – che in un regione come la Calabria dove l’acqua è scarsa d’estate e tragicamente abbondante d’inverno e in autunno quando è causa del dissesto idrogeologico, il metodo della fitodepurazione potrebbe diventare una risorsa idrica aggiuntiva perché le acque di scarico dei depuratori, affinate, diventerebbero utilizzabili per usi irrigui. Sia il sindaco di Sellia Marina sia l’assessore all’ambiente Giuseppe Mercurio, nei loro rispettivi interventi, hanno plaudito all’iniziativa del convegno recepita come “interessante proposta da sottoporre a future valutazioni tecniche” e non già, come troppo spesso accade in questi casi, quale “protesta pretestuosa e strumentale”. Ed anche se non sono mancati momenti di dibattito in cui l’amministrazione – nella persona del Sindaco – ha sottolineato il suo impegno nella tutela dell’ambiente in generale, il convegno è risultato essere una valida base di partenza per ulteriori valutazioni di fattibilità tecnica che l’amministrazione intenderà compiere recependo le richieste della petizione che sarà quindi presentata ufficialmente all’inizio del nuovo anno con l’augurio di una situazione “balenare” per il 2011 migliore di quella del 2010. Nicola Giancotti, nella sua qualità di Presidente del Consiglio comunale di Sellia Marina che ha gentilmente ospitato la manifestazione, ha sottolineato nel suo intervento che non soltanto “quello della fitodepurazione risulta una interessante proposta come sistema per l’affinamento dei liquami fuoriuscenti dai depuratori ma che potrebbe anche essere incentivato, con eventuali sgravi fiscali sulla tassa della depurazione a beneficio di privati, come i tanti villaggi turistici presenti sul territorio, che decidessero di adottarlo come alternativa allo scarico in fognatura”. “Di fatto – ha concluso Giuseppe Candido, quale presidente del Comitato di tutela dell’ambiente di Sellia Marina, – un risultato lo abbiamo già ottenuto ed è quello, non di poco conto, di far discutere le amministrazioni interessate dal problema prima che la stagione estiva sia avviata e prima che l’emergenza torni ad esplodere. Ci dispiace per l’assenza della minoranza in consiglio che, evidentemente, non ha ritenuto adeguatamente importante l’argomento in discussione stante la valenza oggettiva e l’assenza di colore politico dell’iniziativa che poteva perciò essere accolta in maniera bypartisan”.

Apprendiamo con soddisfazione dalla stampa locale che Salvatore Procopio, consigliere comunale intervenuto al convegno, ha richiesto alla Giunta di Botricello guidata da Camastra di adottare la fitodepurazione per l’affinamento dei liquami del depuratore ubicato sul tratto della foce del torrente “Arango”.

Un buon risultato ed un ottimo augurio per il 2011 per il Comitato per la tutela dell’ambiente di Sellia Marina che, proponendo la fitodepurazione al Sindaco di Sellia Marina attraverso una petizione popolare, ha cercato però di estendere la discussione anche ai comuni limitrofi come Botricello e Cropani. Peccato che non tutte le amministrazioni interessate dal problema si siano interessate alla proposta. Forse troppo impegnati nei festeggiamenti?

Applicare la fitodepurazione ai locali impianti di depurazione” è il titolo dell’articolo firmato r.s. (probabilmente riferibile al giornalista Rosario Stanizzi) comparso oggi, 31 dicembre, su La Gazzetta del Sud che pubblichiamo di seguito. “La proposta del consigliere comunale Salvatore Procopio” l’occhiello.

Botricello. – “Considerare l’opportunità di valutare, attraverso uno studio di fattibilità sui costi e sui benefici, l’applicazione delle tecniche di fitodepurazione all’impianto di depurazione”. E’ quanto chiede, con un’interrogazione-proposta indirizzata al Sindaco Giovanni Camastra, agli assessori Giuseppe Trivolo ed Agostino Viscomi, al capogruppo di maggioranza Angelo Muraca e al responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Luigi Mancuso, l’ex assessore all’ecologia del comune di Botricello, Salvatore Procopio, consigliere comunale.

“E’ mio personale convincimento – aggiunge – che le superfici attualmente in disuso all’interno del perimetro dell’impianto sito in località Arango siano quantomeno idonee ad accogliere un sistema di fitodepurazione a monte dell’attuale impianto depurativo. Le vasche della vecchia linea di depurazione, opportunamente rigenerate, sono assai idonee ad ospitare segmenti di fitodepurazione e tecniche modulari in grado di depurare e trattare il carico batterico, soprattuto durante il periodo estivo, in cui il dimensionamento non idoneo dell’impianto può generare dei collassi depurativi (come già avvenuto in passato ndr). L’alta efficienza depurativa, i bassi costi di realizzazione e manutenzione, la rimozione dei batteri coliformi, l’abbattimento del fabbisogno di ossigeno chimico e biologico, dell’ammoniaca e del fosforo, sono indicatori interessanti che la tecnica della fitodepurazione offre e che mi fanno protendere per un’applicazione immediata di tale sistema nel nostro impianto depurativo. Ritengo che l’ipotesi di fattibilità, se supportata da valutazioni tecniche economiche più autorevoli della mia proposta, siano in armonia sia con l’ipotesi di una maggiore efficienza dell’impianto esistente e sia nell’ottica della costruzione di un nuovo impianto di depurazione. Pertanto – afferma ancora Procopio – chiedo che la proposta, maturata all’interno di un recente dibattito scientifico con l’Università della Calabria, il Comitato per la tutela dell’ambiente di Sellia Marina e l’associazione culturale “Non Mollare”, venga immediatamente valutata dai nostri tecnici e vengano allertati i canali di finanziamento più opportuni per la fattibilità dell’intervento.”

Alm ringrazia il sig. Antonio Elia per le riprese amatoriali effettuate e che ci hanno consentito di documentare il convegno e gran parte del dibattito

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Chi ha paura di Wikileaks?

Chi ha paura di Wikileaks?

di Giuseppe Candido

Il libertario blasfemo Julian Assange è stato finalmente arrestato, o meglio, il “Bill Aden” della notizia si è consegnato spontaneamente alla polizia londinese che lo ricercava a causa di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol su richiesta della procura di Stoccolma che lo accusa di molestie sessuali perché sarebbe stato denunciato da due giovani svedesi con cui l’australiano Assange ha avuto rapporti sessuali. Denunciato per stupro? Macché, Assange era ricercato – con mandato di cattura internazionale – a causa di un reato previsto dalla legislazione svedese, figura giuridica sconosciuta al nostro Paese, che è il “sex by surprise”. “Si è rotto il profilattico” scrive Alessandro Oppes che ricostruisce per il Fatto quotidiano “L’accusa di Stoccolma”. Le due donne – prima consenzienti – a novembre decidono di rivolgersi alla giustizia.

Contrariamente alle speranze di chi invece lo definisce “un uomo che vuol distruggere il mondo” e paragona le pubblicazione su wikileaks dei dispacci della diplomazia americana all’attacco alle torri gemelle dell’undici settembre, i fatti per i quali Assange è accusato risalgono al mese di agosto 2010 quando era a Stoccolma per un seminario e sono in realtà collegati alla particolare legislazione svedese sulla violenza sessuale applicabile “a qualunque atto di costrizione vincolato al sesso”.

La giornalista Anna Ardin che organizzava l’ufficio stampa del convegno si offrì di ospitare Assange nel proprio appartamento e con lui ebbe un rapporto sessuale consenziente durante il quale però – sia Assange sia l’Ardin lo riconoscono – il preservativo si ruppe. Sul momento – scrive ancora Oppes nel suo articolo – “La giornalista non diede grande importanza al fatto e continuò ad ospitare Assange a casa, e organizzo anche una festa in suo onore”. Affianco a questo episodio c’è la recidiva: si chiama Sofia Wilden, una ragazza che si presentandosi ad Assange come sua fan sarebbe riuscita ad invitarlo a casa dove i due poi hanno un rapporto. Fanno sesso due volte: la prima volta con, poi senza il protezione ma, a detta di Assange, in maniera consenziente. “Niente di grave ma, tornata a Stoccolma, la giovane ci ripensa, si spaventa e – spiega il giornalista del Fatto - parla con la Ardin scoprendo che anche lei ha avuto l’incidente del condom rotto. E a questo punto che le due donne si coalizzano – spiega ancora Oppes – e decidono di presentarsi in tribunale. Violenza, stupro? No, niente di tutto questo – conclude l’articolo – l’unico rimprovero che viene fatto ad Assange è quello di essersi rifiutato di sottoporsi, dopo i rapporti avuti con le due ragazze, ad una prova per vedere se era affetto dall’Hiv o da altre malattie veneree”.

Insomma, non si tratta di stupro (perché il sesso era sempre consenziente) come hanno ripetuto i tg all’unisono e nemmeno di un arresto legato all’attività di pubblicazione dei cabli. L’arresto “internazionale” arriva per un preservativo rotto, anzi due.

Senza fare quindi grandi analisi sui file pubblicati da Assange su Wikileaks e che piano piano emergeranno dalla rete, mentre il libertario che non si vuol far fare il test dall’hiv a Stoccolma si fa arrestare a Londra, una domanda noi garantisti liberali dovremmo almeno porgercela. Perché quest’uomo diventa addirittura l’uomo più temuto dai potenti? Paura della o delle verità che potrebbero emergere ancora in quei cabli e nei prossimi 2.700 file riguardanti l’Italia che dovrebbero essere a breve resi disponibili? Perché chi è da sempre garantista afferma invece che Assange “non deve essere processato solo per stupro ma anche per gli altri gravi reati che ha commesso”. Ma se c’è un reato collegato alla fuga di notizie, è il giornalista che le pubblica che commette il reato o chi le ha trafugate? Perché, dunque, come lo stesso Ministro Frattini spiega, si ha paura che “lo stillicidio di rivelazioni” continuerà? Cosa c’é nei 2.700 file che riguardano – dal 2000 al 2010 – l’Italia e di cui ci si preoccupa tanto da voler oscurare il sito wikileaks ed arrestare Assamge? Perché si temono così quei dati tanto da invocare il carcere duro per il libertario impenitente? Nella qualità di giornalista Assange forse da fastidio perché fa luce su fatti e misfatti che, se pur veri e documentati, secondo alcune logiche di “stato”, dovrebbero restare “segreti”, sconosciuti ai più. Oggi la rete permette invece, ai dati ed alla conoscenza di essere divulgati anche senza il consenso censorio dei potenti. Sappiano però, coloro che spererebbero di arrestare la diffusione di quei cabli che questi, giunti ormai in rete, sono stati duplicati su centinaia di siti mirror, siti definiti specchio perché replicanti fedelmente quei dati, e l’ondata di notizie non è più arrestabile. Dopo gli attacchi moltiplicatisi contro il sito Wikileaks, i suoi contenuti, i suoi finanziamenti e il suo fondatore, la rete si sta mobilitando e persino il Partito Radicale di Pannella, che da sempre si batte per la libertà d’informazione nel mondo, ha “raccolto l’appello di Wikileaks a ripubblicare il materiale sotto attacco”. Più di centomila utenti sono oggi in grado di rimetterli in rete qualora si riuscissero a spegnere contemporaneamente tutti i siti replicanti. Tentare ora di metterci una pezza ponendo sotto attacco il sito, non è servito e non servirà ad impedire che quelle stesse informazioni vengano lette, analizzate, divulgate e ripubblicate. La fluidità e la dinamicità della rete è inarrestabile e se la notizia c’è non si ferma. In fondo, e meno male, anche questa oggi è la stampa, bellezza!

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Investire in sicurezza del territorio

Investire in sicurezza del territorio

di Giuseppe Candido

L’emergenza frane torna ogni anno tragicamente d’attualità per i morti, le disgrazie e le ferite che provoca. A Massa tre vittime in poche ore: una mamma di soli 39 anni e il figlio sono stati travolti e uccisi dal fango che si è abbattuto sulla loro casa. Poche ore dopo un camionista è rimasto travolto sotto i detriti. Mentre scriviamo il maltempo si è spostato al sud e in Calabria piove a dirotto. Piove a dirotto e le fiumare crescono, s’ingrossano spaventosamente solo come quelle calabresi sono in grado di fare per la loro irta pendenza, i terreni argillosi e le coltri detritiche ricoprenti il territorio calabrese si saturano velocemente appesantendosi e rovinando in frane. Non si vuole fare catastrofismo ma è necessario prenderne atto: piogge intense e concentrate ormai non sono più una straordinarietà ma una tipologia “normale” di eventi meteorici caratteristici di una regione e che, sistematicamente, causano frane e alluvioni. Uno “sfasciume pendulo sul mare” definiva Giustino Fortunato l’Appennino. E se su tante cose l’Italia a 150 anni dalla sua unità è ancora divisa, sul problema del dissesto idrogeologico è unita da una continuità geomorfologica e di numeri. Numeri che fanno impressione quasi come la pioggia battente che ingrossa le fiumare. Quasi 470.000 le frane censite in Italia, per un totale di circa 20.000 chilometri quadrati. Un indice di franosità che raggiunge l’8,9% del territorio nazionale se si escludono le aree in pianura. Un Paese dove più dell’ottanta percento dei comuni ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. Percentuale che in Calabria sale al 100%. Un numero così elevato di fenomeni franosi che è legato principalmente all’assetto morfologico del nostro paese, per circa il 75% costituito da territorio montano – collinare e alle caratteristiche meccaniche delle rocce affioranti. Un problema che avrebbe meritato prevenzione e che invece è stato incrementato nei decenni da costruzioni abusive e regole urbanistiche violate e non rispettate talvolta dalle stesse pubbliche amministrazioni che avrebbero il compito di “governare” i fenomeni del territorio. Il ruolo svolto dall’uomo che si è insediato ovunque anche dove era poco consigliabile, sulle frane e lungo i corsi d’acqua, è complice con quello di una politica che non si è pre-occupata dei problemi.

La mappatura effettuata dal Cresmel del 2009 fornisce un’altro dato interessante (e preoccupante) derivante dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico regionali, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali.

Sono ben 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico; 89 gli ospedali.

Negli ultimi 50 anni le vittime per solo per frane ammontano a 2.552, più di 4 vittime al mese. È a questo tragico elenco che si aggiungono, giorno dopo giorni, nuove vittime dell’incuria del territorio. Un intero paesino è come se fosse stato cancellato dall’Italia. Una strage o, se preferiamo, un serial killer.

Dal dissesto idrogeologico alla gestione emergenziale e criminogena del ciclo dei rifiuti l’Italia è il Paese che paga un prezzo altissimo in termini di vite umane per la non applicazione delle leggi. C’è da chiedersi se nel caos dello Stato che non è più di diritto, la gestione emergenziale di un problema atavico e persistente non convenga e, soprattutto, a chi convenga. Appalti, lavori, progettazioni date in deroga alle leggi vigenti sui lavori pubblici. E se è vero che il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonterebbe a circa 4 miliardi di euro, quanto cioè sono i soldi per costruire il Ponte sullo stretto, perché non si indicano quali sono davvero le priorità di questo Paese compiendo una scelta di responsabilità per tutte le vittime del dissesto idrogeologico? Perché non si assume un geologo in ogni comune che presenta rischi idrogeologici e o sismici? Non sarebbe questo forse un modo d’investire in sicurezza producendo nuova e vera green economy?

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Amianto, la storia (anche) calabrese di un killer subdolo

Amianto, la storia (anche) calabrese di un killer subdolo

di Giuseppe Candido

Eternit è un marchio registrato di fibrocemento e il nome di una ditta che lo produce. E’ stato utilizzato in edilizia come materiale da copertura nella forma in lastra piana o ondulata, oppure come coibentazione di tubature, navi, canne fumarie ecc. La sua commercializzazione, in Italia, è cessata ufficialmente dal 1992.

Nel 1901 ’austriaco Ludwig Hatschek brevettò il cemento-amianto col nome Eternit mutuando il nome dal latino aeternitas, che significa eternità. Già nel 1902 Alois Steinmann acquista la licenza per la produzione e, nel 1903, apre a Niederurnen le Schweizerische Eternitwerk AG e, in breve, l’Eternit divenne popolarissimo tanto che, nel 1911, la produzione di lastre e tegole sfrutta appieno la capacità produttiva della fabbrica. Nel 1915 sono immesse sul mercato anche le fioriere in Eternit. Poi, 13 anni più tardi la produzione si diversifica. Nel 1928 inizia la produzione di tubi in fibrocemento, che fhanno rappresentato lo standard per la costruzione degli acquedotti e dei serbatoi idrici fino agli anni settanta. Nel 1933 fanno la loro comparsa le lastre ondulate, in seguito usate spesso per tetti di fabbricati civilim pubblici e privati oltreché di capannoni industriali.

Negli anni quaranta e cinquanta l’eternit trova poi impiego in parecchi oggetti di uso quotidiano. Anche una sedia da spiaggia. Dal 1963 l’eternit può essere prodotto in varie colorazioni. Dal 1984 le fibre di asbesto vengono via via sostituite da altre fibre non cancerogene fin quando, nel 1992 viene introdotta la legge che di fatto lo vieta per qualsiasi utilizzo. L’amianto rappresenta infatti un pericolo per la salute a causa delle fibre di cui è costituito e che possono essere presenti in ambienti di lavoro e di vita e inalate.

Nonostante sin dal 1962 era noto in tutto il mondo che le fibre di amianto provocassero il mesiotelioma pleurico, una forma di cancro delle pleura oltre che la più nota asbestosi, a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria e a Broni, in provincia di Pavia, la Eternit e la Fibronit continuarono a produrre manufatti. Fino al 1986 la prima e fino all’entrata in vigore della legge n 93 per Broni, tentando di mantenere i propri operai in uno stato di totale ignoranza circa i danni, soprattutto a lungo termine, che le fibre di amianto provocano, col solo fine di prolungare l’attività dello stabilimento e quindi dei profitti. A Casale Monferrato i morti e i contaminati da amianto sono migliaia, anche perché lo stabilimento disperdeva con dei potenti aeratori la polvere di amianto in tutta la città, causando la contaminazione anche di persone non legate alle attività produttive dell’eternit. Un killer subdolo ma “democratico”.

Fino al 1994, ricorda il presidente di Assoamianto, Sergio Clarelli in un’intervista all’Espresso, “la situazione era paradossale, perché la legge 257/1992 riconosceva i rischi per la salute e metteva al bando tutti i prodotti contenenti amianto, vietando l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto e di prodotti contenenti amianto, ma non la loro utilizzazione”.

L’epidemiologo Valerio Gennaro dell’Istituto tumori di Genova che da anni si occupa dei tumori correlati all’esposizione da amianto, dice che di amianto si morirà sino al 2040 e che il picco arriverà solo tra 4 o 5 anni. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità invece il picco delle morti bianche arriverà tra il 2025 e il 2030.

Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro”. All’udienza nel processo a Torino del 12 luglio 2010 decine di cittadini di Casale Monferrato, la cittadina più colpita dagli effetti di questo subdolo e micidiale veleno, si sono presentati in tribunale con una fascia nera legata al braccio, in segno di lutto; hanno voluto ricordare Luisa Minazzi, loro concittadina deceduta una settimana prima, uccisa dal mesotelioma, il tumore provocato dall’amianto. Tra i testimoni ascoltati, il giornalista casalese, Giovanni Turino, autore del libro “Eravamo tutti ricchi di sogni” che ha ricordato come, già nel 1964, – cinquant’anni fa! – il giornalista e dirigente del PCI Davide Lajolo aveva denunciato su “L’Unità” i pericoli incombenti sui casalesi, parlando esplicitamente di mesotelioma e non solo di asbestosi.

Giorgio Corradini, un ex operaio dello stabilimento Eternit di Rubiera, un paese vicino di Reggio Emilia, ha raccontato le lotte sindacali intraprese negli anni Settanta per ottenere migliori condizioni di lavoro, adottate solo dieci anni dopo: cose perfino banali, come le mascherine di protezione, gli armadietti doppi per gli indumenti, la possibilità di far lavare le tute di servizio in azienda e non a casa, ed è sconcertante che queste cose minime siano state oggetto di lotta e rivendicazione durate dieci anni. L’azienda non forniva molte informazioni sui rischi per la salute: “Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro. Il medico interno ci diceva che fumare e respirare la polvere non faceva bene”.

Soltanto in Calabria, nel 2006, sono state oltre duemila le richieste pervenute all’Inail per l’accesso ai benefici previdenziali concessi ai lavoratori esposti all’amianto durante l’attività lavorativa.

Presso la sede regionale sono giunte ben 2.339 richieste dei benefici previdenziali previsti dalla legge.

Le richieste pervenivano dalla zona di Crotone, area con una elevata concentrazione di industrie chimiche. In particolare 769 domande riguardavano la Montedison-Enichem, mentre erano 429 i curricula pervenuti alla Direzione provinciale del lavoro. Delle certificazioni presentate, 75 hanno subito avuto esito positivo con emissione dei relativi certificati per i lavoratori.

Le domande pervenute dalla Pertusola sono state 730, i curricula 313 (di questi, le certificazioni positive emesse sono state 135 e 115 quelle negative). Dalla Guffanti sono pervenute 35 domande e 35 sono state le certificazioni positive emesse. Altre 129 domande riguardano le FS, 71 l’Enel, 70 i Vigili del fuoco e 421 altri settori.

Ad oggi soltanto due delle venti Regioni hanno previsto uno specifico piano ed una data certa in cui arriveranno a completare la bonifica e la rimozione dei materiali contenti amianto: la Lombardia che prevede lo smaltimento entro il 2016 e la Sardegna che dovrebbe completare la rimozione dell’amianto entro il 2023.

Il Piano Regionale Amianto della Lombardia (PRAL), approvato nel dicembre del 2005 con deliberazione della Giunta Regionale, spiega che, in base a quanto disposto dall’art. 6 del D.P.R. dell’8 agosto 1994, in Regione Lombardia gli impianti utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti contenenti cemento-amianto, erano le discariche per rifiuti inerti con settore appositamente dedicato, gestite secondo specifiche sanitarie molto severe.

Nel Piano si specifica però che “Le nuove modalità e i nuovi criteri di deposito dei rifiuti contenenti amianto – che prevedono la realizzazione di celle appositamente ed esclusivamente dedicate, la coltivazione delle celle ricorrendo a sistemi che prevedano la realizzazione di settori o trincee e la necessità di spazi morti che comportano perdite di volumetria – e le modalità gestionali, che prevedono campionamenti ed analisi, sono particolarmente onerosi e difficilmente i gestori privati di discariche per i rifiuti pericolosi o non pericolosi, saranno disposti a realizzare tali celle. Pertanto, già in quel Piano del 2005 la Regione Lombardia prevedeva la necessità di “adottare provvedimenti regionali che consentano modalità di realizzazione e gestione di discariche per rifiuti di amianto legato in matrice cementizia e/o resinoide economicamente sostenibili, garantendo, comunque, il rispetto dei criteri della direttiva discariche (direttiva 1999/31/CEE) e la tutela dell’ambiente e della salute pubblica”. Nel piano erano previsti un “censimento dei manufatti contenenti amianto” di edifici e luoghi pubblici e privati con presenza di amianto e, persino, la mappatura geo-referenziata delle coperture in cemento-amianto.

La Calabria allo stato attuale non ha ancora provveduto a redigere un proprio Piano Regionale per l’amianto. Anche se il Piano regionale dei rifiuti, redatto e approvato nel 2002 dall’Ufficio del Commissario per l’Emergenza Ambientale, pone in essere una pianificazione della problematica che prevede una “prima fase” di acquisizione dei dati, propedeutica ed indispensabile alla formulazione di una pianificazione specifica. Nel rapporto regionale sui Rifiuti curato dall’Arpacal la parola “amianto” compare una sola volta e i dati relativi alla sua diffusione sul territorio regionale non vi sono o forse non esistono neanche.

Con delibera della Giunta Regionale La Regione Calabria nel luglio del 1996 ha costituito una commissione a cui ha affidato il compito dì studiare e definire il Piano Regionale Amianto.

Successivamente nel dicembre del ’96, con atto deliberativo la Regione ha approvato le “linee guida per la protezione dell’ambiente, la decontaminazione e la bonifica delle aree interessate da inquinamento da amianto”.

La delibera prevedeva nella “Programmazione degli interventi di bonifica” di effettuare il censimento dei siti interessati da attività di estrazione dell’amianto, delle imprese che utilizzano o hanno utilizzato amianto nelle rispettive attività produttive nonché delle imprese che operano nelle attività di smaltimento o di bonifica, il censimento degli edifici nei quali sono presenti materiali o prodotti contenenti amianto libero o in matrice friabile, con priorità per gli edifici pubblici, per i locali aperti al pubblico o di utilizzazione collettiva e per i blocchi di appartamenti, quindi la predisposizione di programmi per dismettere attività estrattiva dell’amianto e realizzare la relativa bonifica e l’individuazione dei siti idonei per lo smaltimento dei rifiuti contenenti asbesto.

Con fondi della Misura 1.8 del POR 2007-2013, sono stati predisposti gli strumenti finanziari per la rimozione di manufatti in amianto da strutture pubbliche.

A tutt’oggi nessun sito autorizzato per lo stoccaggio o individuato per lo smaltimento di materiali contenenti la fibra killer che, invece, si può spesso rinvenire in discariche abusive nei greti dei corsi d’acqua e persino sulla spiaggia.

A Reggio Calabria, il 26 maggio 2009, la Guardia di Finanza sequestra 36 tonnellate di amianto. Il titolare della ditta dove era stato trovato è stato denunciato per trasporto e stoccaggio abusivo di materiale pericoloso per la salute pubblica.

Ad Aiello Calabro, la guardia costiera di Vibo Valentia sequestra un terreno di ben 29 ettari adibito a discarica abusiva, di proprietà dell’Istituto Papa Giovanni XXIII.

Il provvedimento di sequestro è stato emesso dal Procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, dopo che erano stati eseguiti numerosi accertamenti. Nell’area sequestrata furono trovati rifiuti edili e traverse ferroviarie, nelle quali si suppone la presenza di amianto. E, sempre in Calabria, una tonnellata di amianto è stata sequestrata sulla spiaggia in località Bocale di Reggio Calabria. La discarica abusiva era nascosta nella sabbia ed è stata scoperta dalla Guardia di Finanza.

A Cosenza, il centro urbano è invaso dai tetti in eternit: a rivelarlo è uno studio condotto con una metodologia che ha reso possibile il monitoraggio e l’analisi visiva dei siti, mediante la compilazione di schede, l’osservazione di una specifica documentazione aero-fotografica e l’elaborazione dei dati acquisiti mediante software dedicati.

Le rilevazioni sono state eseguite nella parte centrale del territorio cittadino, su indicazione della stessa Amministrazione, precisamente nell’area delimitata a nord dall’Autostazione, a sud dal Lungo Busento Tripoli, ad est da via Quattromani, piazza Matteotti, viale Parco e, ad ovest da via Monte Baldo, via Montesanto, via Alimena.

Il rettangolo cittadino preso in considerazione nello studio reso noto da Francesca Canino sul portale indymedia.org, “Ha consentito di effettuare una mappatura completa degli stabili inquinati dal pericoloso materiale e determinarne lo stato e la consistenza nei punti rilevati, considerata l’emergenza nel settore dei rifiuti solidi urbani”.

È fuor di dubbio”, si legge, “che i frantumi di eternit, a causa dell’affioramento delle fibre di amianto, siano da considerarsi rifiuti pericolosi qualora vengano abbandonati in discariche all’aperto”.

E ancora: “Attraverso una precisa documentazione fotografica, è stato possibile accertare e collegare la presenza di amianto sui diversi immobili censiti, procedendo, poi, al rilievo del materiale per una stima dello stato di conservazione. È proprio la struttura del materiale a costituire un pericolo a causa del persistente sfaldamento dell’eternit, quando lo stesso presenta una struttura friabile dovuta alla sua vetustà: in questo caso i danni derivanti dalla dispersione delle polveri di amianto, rappresentano un pericolo rivolto a tutti i soggetti che abitano nelle vicinanze”. “… Si è accertato che la superficie totale dei materiali contenenti amianto (coperture, pavimenti in gomma, pannelli) nella zona presa in esame, è pari ad oltre 20.000 metri quadrati, di cui circa il 90% è rappresentato dalle coperture in eternit degli edifici, nella stragrande maggioranza privati. Analizzando, in un secondo momento, la qualità dell’amianto presente nelle aree esaminate, è risultato che, degli oltre ventimila metri quadri, il 60% presenta una struttura friabile, il rimanente 40% compatta”. Ed è proprio la porzione con struttura “friabile” a rappresentare il pericolo per la salute, poiché il rilascio di fibre nell’ambiente e la loro conseguente inalazione, sono causa di gravi malattie all’apparato respiratorio. “La presenza di migliaia di metri quadrati di amianto nel centro città, soprattutto non più compatto, richiede interventi di bonifica urgenti mediante la predisposizione di attività di decontaminazione per la tutela della salute dei cittadini, la maggior parte dei quali ignora di cosa sia costituito il tetto dell’edificio in cui vive”.

Nella locride, a Bovalino, nel luglio del 2009 l’inquietante copertura dell’ex fabbrica “Rica” finisce sulle pagine dei quotidiani locali dopo che l’allarme era stato lanciato sul web. Ma è sufficiente fare qualche passeggiata lungo il corso di fiumi e fiumare per avere l’idea della vastità del fenomeno dello smaltimento illegale di questo materiale. E basti pensare che la Regione Calabria non si è ancora dotata di un piano per lo smaltimento di amianto che, rifiuto pericoloso, richiede particolari tipi di discariche.

Questa la situazione, questi i fatti che, dalla cronaca, emergono. E, a Sellia Marina, l’amianto lesionato, in frantumi, oltre che nella Fiumara Uria, lo si può tranquillamente rinvenire sulla battigia dove i bagnanti convivono con il subdolo “serial killer”.

D.G. Calabria n° 3569 del 20/7/1996

D.G. Calabria n° 9352 del 30/12/1996

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Trattamento meccanico-biologico per uscire dall’incantesimo degli inceneritori

Trattamento meccanico-biologico per uscire dall’incantesimo degli inceneritori

di Giuseppe Candido

Pubblicato su il domani della Calabria del 29/9/2010

Già nel luglio del 2009 avevamo scritto sulla dissennata pratica di bruciare rifiuti attraverso quegli impianti che qualcuno si intestardisce a chiamare termo valorizzatori. Oggi, mentre la monnezza ritorna inesorabilmente tra le strade di Napoli, anche il Wwf ribadisce il suo “no” al raddoppio dell’inceneritore di Gioia Tauro gestito dalla Veolia e che il Presidente della Regione Scopelliti ha invece detto di voler portare avanti in barba alle proteste dei cittadini e del sindaco della città della Piana Renato Belfiore che da tempo protesta contro il raddoppio. Anche nell’ultimo piano regionale per la gestione dei rifiuti in Calabria sono state evidenziate le principali criticità del sistema rifiuti in Calabria. Accanto al deficit di impianti dovuto al non avvenuto completamento di alcune strutture, nel piano si lamenta l’insufficienza proprio del mancato decollo della raccolta differenziata ferma a percentuali del 13-17 % e che invece sarebbe dovuta essere arrivata al 60% nel 2007. Il tutto in un contesto, come si legge nello stesso piano regionale, reso scarsamente efficiente per l’eccessivo numero di “sotto ambiti” e di società che gestiscono la raccolta differenziata. Insomma, di metodi all’avanguardia che possano spingere la raccolta differenziata fino all’80% non se ne parla neanche e si continua ad insistere nell’incenerire i rifiuti che bruciando vengono soltanto trasformati in altri rifiuti (polveri sottili, gas, fanghi ecc.) di difficile smaltimento e molto più pericolosi. In queste condizioni è lecito porsi alcune domande. Come avviare la fine di un’emergenza che dura da tredici anni? Costruendo altre discariche? Costruendo nuovi inceneritori? È questa la rivoluzione che si promette? Quale sarebbero le politiche da perseguire, per risolvere una volta per tutti il problema dei rifiuti ed evitare che, colmate le discariche esistenti deflagri la bomba “monnezza” o la si contenga con “salubri” inceneritori? C’è un’alternativa? Si c’è, ma necessita di un salto culturale: l’alternativa a ciò che la Calabria sta facendo si chiama “ciclo integrato dei rifiuti” abbinato al trattamento biologico e meccanico della parte residuale che nel ciclo innescato non si riesce comunque a riciclare, non si riusa e non si riutilizza. Per capire dove sbagliamo dovremmo prendere esempio da realtà, come quella tedesca, che sono all’avanguardia e dove l’incantesimo degli inceneritori non fa più presa.

La raccolta differenziata porta a porta, anche della frazione organica, è il punto cardine del ciclo, ma la differenziata da sola non basta: è necessario innescare a valle una filiera del riciclaggio per produrre nuovi oggetti e dalla quale è senz’altro possibile creare posti di lavori “ecologici” che potrebbero diventare un volano positivo contro la crisi in atto. L’organico, anch’esso raccolto porta a porta, andrà agli impianti di compostaggio per produrre fertilizzante. E per quanto non riciclabile lo si può trattare senza incenerirlo evitando di produrre polveri, gas e ceneri tossiche. Il trattamento meccanico-biologico a freddo in Germania risulta, da qualche anno, in grande evoluzione: 64 gli impianti di TMB contro 73 inceneritori. I rifiuti indifferenziati e non riciclati vengono dapprima selezionati da appositi macchinari cercando di recuperare ancora vetro, metalli ed altro materiale riciclabile. Dopodiché il rimanente viene inviato in appositi “bio-reattori” chiusi e con “bio-filtri” che essiccano, a 40-60°C, ciò che rimane. Il tutto senza bruciare un solo grammo di rifiuto e producendo soltanto del biogas utilizzabile per far funzionare l’impianto stesso. Il materiale non è più putrescibile e, reso inerte, lo si può riciclare in edilizia come sottofondi stradale. Ricordando che in Calabria come sottofondi abbiamo usato i rifiuti tossici di Crotone potremmo farci un pensierino. Gli inceneritori, di fatto, non eliminano le discariche ma, anzi, producono ceneri tossiche in quantità pari a circa il 25% di ciò che viene bruciato, e che richiede particolari accorgimenti per essere smaltite. Nel 1993 il Wall Street Journal scrisse che “quello degli inceneritori è (e resta ancora) il metodo più costoso di smaltimento dei rifiuti”. Un impianto di trattamento meccanico biologico costa invece il 50-70% in meno di un inceneritore e il materiale che rimane è riutilizzabile come inerte o per produrre combustibile da rifiuti. Nell’ambito di un ciclo integrato dei rifiuti, assieme alla raccolta differenziata porta a porta e al compostaggio dell’umido, il trattamento meccanico biologico a freddo è accettato dalle popolazioni perché ha costi ambientali decisamente inferiori consentendo di abbattere gran parte degli inquinanti.

Il ciclo integrato e il trattamento meccanico biologico a freddo per uscire dall’emergenza senza cadere nell’incantesimo degli inceneritori che ormai volge al termine in tutta l’Europa.

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Birmania, Perduca anche se regime libererà San Suu Ky prima del voto elezioni restano farsa. Fassino non le avalli

Birmania, Perduca anche se regime libererà San Suu Ky prima del voto elezioni restano farsa. Fassino non le avalli

San Suu Kyi

San Suu Kyi

“Voci, ancora non confermate, darebbero per certo il rilascio della leader democratica San Suu Ky alla vigilia delle cosiddette elezioni previste per il sette novembre prossimo. Si tratta di un’operazione cosmetica per far finta di rispondere a quanto chiesto anche dal Segretario generale dell’Onu, un atto dovuto che in niente dovrà essere considerato come apertura nei confronti delle riforme necessarie. Secondo quanto riportato da AsiaNews.it, dal voto “farsa” infatti uscirà un Parlamento composto da ufficiali dell’esercito (25%), candidati del partito della giunta (50%) ed esponenti del vecchio regime (25%), il tutto nel silenzio dell’inviato speciale dell’Unione europea Onorevole Fassino. Possibile che in tutti questi anni colla sua opera, come denunciano le Ong della diaspora birmana, si sia riusciti solo ad ammorbidire l’intransigenza dell’Ue senza neanche riuscire ad entrare nel paese? Fassino non avvalli queste elezioni come ‘passo nella direzione giusta’, oltre 2000 dissidenti del partito della San Suu Ky, e lei medesima, non possono partecipare alle elezioni, capisco che anche la democrazia italiana non si discosti da certe premesse, ma il suo è un ruolo europeo e a quegli standard si deve confare.

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Ponte sullo Stretto. Interpellanza urgente al Presidente del Consiglio su quanto affermato circa gli appalti: si dirigono o si fanno nel rispetto delle regole nazionali ed europee?

Ponte sullo Stretto. Interpellanza urgente al Presidente del Consiglio su quanto affermato circa gli appalti: si dirigono o si fanno nel rispetto delle regole nazionali ed europee?

Stretto di Messina

Stretto di Messina

nel corso del suo intervento nell’aula del Senato il 30 settembre 2010, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto: “Entro dicembre sarà pronto il progetto esecutivo, già molto avanzato, del ponte sullo Stretto di Messina. Era stato dato anche l’appalto ad una cooperativa di imprese italiane dopo che eravamo riusciti, prodigando molti sforzi, ad evitare la partecipazione all’appalto di grandi imprese straniere, perché volevamo che quest’opera fosse un orgoglio tutto italiano. Con l’intervento del Governo della sinistra il piano è stato accantonato. Avevo personalmente, con il sottosegretario Letta, partecipato a 32 riunioni per il varo di questo piano, sino a giungere all’appalto, che è stato dato, e in cinque minuti il Governo della sinistra ha accantonato il progetto. Cinque anni per costruire e cinque minuti per distruggere”.

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Speranza, utopia e la porta aperta

L'uomo è ciò che ha molte cose davanti a sé. Egli viene sempre trasformato nel suo lavoro e grazie a esso. Si trova sempre davanti a limiti che non sono limiti; percependoli, infatti, egli li oltrepassa. ... Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta. La porta almeno semi aperta, quando sembra aprirsi su oggetti propizi si chiama speranza. Ernest Bloch

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