Realtime website tracking softwareRealtime blog statistics

Archive | Ambiente

L’unica opera faraonica che serve alla Calabria

L’unica opera faraonica che serve alla Calabria

di Giuseppe Candido

pubblicato su “Il Domani della Calabria” di sabato 11 settembre 2010

Rapporto sullo stato dell'ambiente Regione Calabria

Frane in Calabria per provincia

Agli occhi del mondo questo territorio sembra consumarsi dentro il fango che di notte è ancora più spettrale. Bastano pochi minuti di pioggia e la Calabria va in ginocchio. Oggi è toccato a Reggio ma i problemi del dissesto idrogeologico e del rischio sismico in Calabria sono ovunque. E c’è poco da parlare di calamità naturali.

Su questi problemi s’intrecciano le responsabilità della partitocrazia per una dissennata gestione del territorio, per la mancata prevenzione, con la cultura dell’illegalità, dell’abusivismo edilizio e del semi abusivismo, parzialmente sanato dai numerosi condoni o concesso da amministrazioni in spregio di vincoli naturali ed urbanistici di livello sovra-comunale. S’intrecciano, in Calabria, con la mancata tutela dell’ambiente, con l’avvelenamento dei suoli e delle acque ad opera di ecomafie e lobbies affaristiche senza scrupoli.

Oggi è il presidente dei geologi calabresi, Francesco Violo a lanciare l’allarme. Ma, quella dei geologi è una voce destinata a rimanere inascoltata. Tremila e quattrocento circa sono le vittime del solo dissesto idrogeologico in Italia negli ultimi sessant’anni e perlopiù dovuti ai soli fenomeni repentini come esondazioni torrentizie, colate rapide di fango e di detrito. Basti ricordare gli esempi di Sarno e Quindici nel salernitano; Soverato e il torrente Beltramme, Crotone e l’alluvione dell’Esaro in Calabria. Poi le frane: Cavallerizzo, la frana sull’A3, Maierato sono solo le ultime. Le statistiche e le elaborazioni effettuate sulla banca dati del Progetto IFFI (inventario dei fenomeni franosi) offrono un quadro sulla distribuzione dei fenomeni franosi sul territorio italiano e sui più importanti parametri ad essi associati. L’inventario aveva censito, alla data del 31 dicembre 2006, ben 469.298 fenomeni franosi che interessano un’area di quasi 20.000 km2, pari al 6,6% del territorio nazionale. Un indice di franosità che sale a 8,9% del territorio nazionale se si escludono le aree in pianura. Oltre l’ottanta percento dei comuni italiani ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. La mappatura effettuata dal Cresmel del 2009 fornisce però un’altro dato interessante (e preoccupante) dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali. Sono 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico; 89 gli ospedali. Il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonta a circa 40 miliardi di euro. Secondo l’annuario dei dati ambientali elaborato dall’ISPRA, il costo complessivo dei danni dei soli eventi franosi ed alluvionali dal 1951 al 2009 sarebbe, rivalutato secondo la moneta corrente, superiore a 52 miliardi di euro. Circa un miliardo di euro all’anno.

Una cifra astronomica che ci fa subito rendere conto di un’ovvietà: prevenire sarebbe meglio e più economico che curare danni. Invece la protezione civile di prevenzione e previsione ne fa poca in Italia perché qui ci sono da gestire i “grandi eventi” oltre che le calamità naturali. In seguito agli eventi sismici del 1905 in Calabria, del 1976 in Belice e del 1980 in Irpinia dove proprio la gestione dell’emergenza si era dimostrata fallimentare, ora siamo diventati i primi della classe a prestare soccorsi (e gestire i grandi eventi) ma, in termini di prevenzione, siamo ancora lontani dall’aver passato il guado. Una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe dovuto procedere subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare le vittime, e si è continuato ad urbanizzare e a costruire in maniera dissennata, senza un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche del territorio.

La fragilità geologica del territorio calabrese è storicamente nota. Basti ricordare la definizione del Giustino Fortunato che già nel secolo scorso definì la Calabria uno “sfasciume pendulo sul mare”. È quanto si legge nel sito della protezione civile calabrese. “Il continuo verificarsi di questi episodi ha aumentato la sensibilità verso il problema e sta producendo un cambio di rotta culturale: non ci si deve limitare più solamente sulla riparazione dei danni ed all’erogazione di sostegni economici alle popolazioni colpite, ma occorre creare cultura di previsione e prevenzione, diffusa a vari livelli, imperniata sull’individuazione delle condizioni di rischio ed all’adozione di interventi finalizzati alla minimizzazione dell’impatto degli eventi”.

Ma il cambiamento di rotta culturale ancora si attende. Oltre sessantasei chilometri quadrati in frana. Per la precisione 66.562.722 metri quadrati di dissesto idrogeologico e ben 481 chilometri quadrati di aree “di attenzione” per rischio inondazione. 278 chilometri di costa in erosione, di cui circa la metà in ripascimento, su 725 chilometri in totale. 2.304 frane solo nella provincia di Cosenza; 1147 in quella di Catanzaro; 1330 a Reggio Calabria; 488 a Vibo e 279 a Crotone.

Il PAI Calabria, il piano per l’assetto idrogeologico redatto come piano stralcio dei piani di bacino ai sensi della legge 183 del 1989, è stato approvato in Calabria soltanto nell’ottobre del 2001 e successivamente all’emanazione del c.d. decreto “Sarno e Quindici” (Legge 267/98 ex D.L. 180/98) che obbligò ad adeguarsi le regioni inadempienti tra cui, ovviamente, vi era anche la Calabria. Da allora sono passati quasi dieci anni. Purtroppo a ciò non sono seguiti interventi di messa in sicurezza, mediante consolidamenti e monitoraggi continui delle aree a rischio individuate.

Dopo dieci anni il risanamento del dissesto idrogeologico, la vera opera faraonica necessaria alla Calabria, rimane ancora eterna incompiuta. L’unica opera che, se realizzata, non resterebbe una cattedrale nel deserto.

Posted in Ambiente, Attualità, Calabria, Candido Giuseppe, Politica0 Comments

Sellia Marina, visita ai depuratori

Sellia Marina, visita ai depuratori

Dopo le analisi di goletta verde che hanno dichiarato fortemente inquinato, tra gli altri, il tratto di costa antistante il t. Frasso in località Sena di Sellia Marina e i numerosi bagnanti che nei giorni scorsi hanno accusato malori e affezioni alle vie urinarie, abbiamo voluto vederci chiaro e ci siamo recati sul fiume Uria e sul Torrente Frasso dove scaricano i due depuratori comunali “funzionanti”

Guarda il video

Posted in Ambiente, Attualità, Calabria2 Comments

Cambiare la legge elettorale per combattere la ‘ndrangheta

Cambiare la legge elettorale per combattere la ‘ndrangheta

Infiltrazioni e convivenze con la ‘ndrangheta: la soluzione è la riforma elettorale anglosassone anche per la Calabria

Comunicato di Giuseppe Candido, candidato al Consiglio Regionale con la lista Bonino a sostegno di Pippo Callipo presidente

“Negli Stati Uniti, patria del bipartitismo, dove non ci sono “inciuci”, ma dove chi vince prende tutto e chi perde controlla tutto, è stato possibile avere, dopo l’era Bush, un Obama. Anche qui in Calabria si può fare: riformare la legge elettorale e lo statuto regionale, perché sia possibile un rapporto diretto, chiaro e responsabile tra eletti, elettori e territorio. Basta volerlo perché è una riforma a costo nullo. Col sistema proporzionale dei listini provinciali oggi vigente stiamo assistendo all’imbarbarimento della politica calabrese trasformata in una frenetica caccia alla preferenza mediante manifesti abusivi e dove, le clientele delle della mala politica e le associazioni criminali riusciranno a contare, anche nel prossimo Consiglio Regionale, più di quanto in realtà politicamente pesano.” “Oggi, prosegue Candido, nell’ambito di collegi provinciali è troppo semplice, per le ‘ndrnaghete e la malapolitica, spostare un migliaio di voti su un “certo”, prescelto, candidato. Se però, continua l’esponente Radicale della lista Bonino, si eleggessero i 40 consiglieri regionali in altrettanti micro collegi in cui, dei candidati si conosce vita, morte e miracoli e con un sistema maggioritario uninominale a turno unico, in base al quale chi prende più voti viene eletto al primo turno, per le ‘ndranghete e le clientele la vita sarebbe più dura e magari potremmo davvero sognare di rinnovare, di non vedere i soliti volti, sempre le solite facce. I calabresi riuscirebbero a liberarsi di quella classe dirigente che, per decenni, ci ha amministrato senza produrre risultati.”. “In questo modo gli eletti, conclude Candido, avrebbero inoltre la necessità elettorale di rappresentare gli interessi del territorio dal quale sono stati scelti e non già, come avviene oggi, ad una lobbie clientelare o, peggio ancora, ad un clan”.

Posted in Ambiente, Attualità, Calabria, Candido Giuseppe, Politica0 Comments

Chiare, fresche e dolci acque

Chiare, fresche e dolci acque

Inquinamento degli invasi lucani. Bolognetti: Nelle prossime ore renderemo pubblici i risultati delle analisi sulle acque della Camastra, Pertusillo e Montecotugno

Presentazione dei risultati emersi dalle analisi commissionate sulle acque degli invasi della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno”

Potenza, Martedì 2 febbraio 2010, Ore 11.00 c/o L’Associazione della Stampa della Basilicata, Via Mazzini, 23/E

Conferenza Stampa di Maurizio Bolognetti, Direzione Nazionale Radicali Italiani e Candidato alla Presidenza della Regione Basilicata per la Lista Bonino-Pannella

Potenza – Avevano detto è tutto a posto: le acque degli invasi sono pure come acqua di fonte. Queste affermazioni sembrano non trovare riscontro nei risultati emersi dalle analisi commissionate dai Radicali. Verrebbe quasi da invocare l’intervento dell’OMS. Di certo occorrerà nuovamente interrogarsi sul ruolo dell’Arpab ed è altrettanto certo che, al più presto, sarà necessario far effettuare analisi ad ampio spettro da parte di organismi indipendenti. La Procura della Repubblica di Potenza farebbe bene a procedere alla nomina di un CTU. Leggendo i risultati e i dati, finalmente chiari, pervenuti dal laboratorio accreditato a cui abbiamo consegnato alcuni litri di acqua proveniente dagli invasi della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno, siamo rimasti attoniti.

Con la presente chiediamo ai Noe, al Corpo Forestale dello Stato, alla Polizia Provinciale di Potenza e alla Procura di seguire la conferenza stampa.

Guarda il video

http://www.fainotizia.it/video/storia-di-merda-e-di-depurazione-rocco-alvarez-racconta-dei-sui-terreni-invasi-da-reflui

Dichiarazione di Maurizio Bolognetti, Candidato alla Presidenza della Regione Basilicata per la Lista Bonino-Pannella.

Della nostra iniziativa finalizzata a far luce sulla qualità delle acque invasate nelle principali dighe lucane si potrebbe dire, parafrasando Sciascia, “A futura memoria, se la memoria avrà un futuro”.

Ed è proprio sull’assenza di una memoria storica che hanno puntato tutti coloro che nei giorni scorsi hanno tentato di linciarmi sulla questione qualità delle acque. Laddove non c’è vero confronto è improbabile che ci possa essere una reale conoscenza, soprattutto se chi ha il compito di informare diventa complice di coloro che tentano di continuo di cancellare le tracce di quanto è accaduto in passato.

Maggio 2009 – il Corpo Forestale dello Stato denuncia un inquinamento in atto della diga di Montecotugno. Sulla vicenda il quotidiano Notiziario Italiano scrive: “Hanno accertato che nella diga di Montecotugno era presente un evidente stato di inquinamento provocato dal versamento diretto di acque reflue provenienti dal depuratore consortile di Senise”.

Novembre 2008 – La Procura della Repubblica di Potenza sequestra la sorgente “Acqua dell’Abete”, tributaria dell’invaso della Camastra. La sorgente è ubicata a valle del Pozzo petrolifero Cerro Falcone 2 in agro di Calvello.

Aprile 2004 – Sul Bollettino Ufficiale della Regione Basilicata appare il DGR 23 marzo 2004 n.699, “Definizione dello stato conoscitivo dei corpi idrici per la redazione del piano regionale di tutela delle acque”. Nel sopra citato documento, la Giunta regionale della Basilicata approva una relazione tecnico-scientifica, nella quale in relazione alla qualità delle acque invasate nelle dighe lucane leggiamo quanto segue: “Si evidenzia un diffuso scadimento della qualità, a partire dall’anno 2001, tutte le acque di invaso passano dalla categoria A2 alla A3. Appare quindi utile sottolineare l’opportunità di procedere a indagini più accurate che consentano di evidenziare le cause di tale peggioramento, non solo a fini puramente conoscitivi, ma anche per definire eventuali interventi migliorativi.”

Luglio 2009 – Nel dossier Mare Monstrum, prodotto da Legambiente, viene descritta la situazione della rete di depurazione regionale. L’associazione ambientalista sottolinea che essa copre solo “il 74% del territorio regionale, lasciando la Basilicata al quartultimo posto nella classifica delle regioni italiane per capacità di servizi di depurazione e fognatura.” Come dimostrato dall’indagine del CFS sul funzionamento del depuratore consortile di Senise, sarebbe di certo utile interrogarsi anche su quel 74% per cento di territorio che risulta coperto da una rete di depurazione.

Nel chiedere alla magistratura lucana a che punto sono le indagini avviate dal Noe, dal Corpo forestale dello Stato, dalla Polizia Provinciale sull’inquinamento di alcuni corpi idrici lucani, preannuncio che nelle prossime ore convocheremo una conferenza stampa per diffondere i dati emersi dalle analisi commissionate sulle acque degli invasi della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno. Subito dopo la conferenza stampa consegneremo al Procuratore Colangelo, alla Polizia Provinciale, al NOE e al Corpo Forestale un esposto-denuncia contenente le analisi in oggetto.

Posted in Ambiente, Attualità, Interviste, Politica, Segnalazioni, Video0 Comments

Acqua pubblica … ma il servizio privato

Acqua pubblica … ma il servizio privato

di Giuseppe Candido

Acque pubbliche
Acque pubbliche e decreto Ronchi

Questa settimana si è parlato tanto di privatizzazione dell’acqua e del così detto “decreto Ronchi”, il decreto 135, che ha introdotto alcuni elementi per disciplinare e razionalizzare l’erogazione dei servizi pubblici locali e le bandiere dei “no” alla privatizzazione dell’acqua hanno cominciato a sventolare. In particolare, con la nuova normativa, è stata introdotta la gestione privata per il servizio idrico integrato, per il servizio dei rifiuti e per il servizio di trasporto su gomma locale. Si tratta di servizi importanti che riguardano la qualità della vita quotidiana dei cittadini ma che riguardano anche la qualità dei conti pubblici e le tasche dei cittadini perché, come sappiamo, è su questi servizi che si annidano scarsa efficienza ed enormi sprechi delle pubbliche amministrazione locali. Nel decreto non sono state inserite alcune materie altrettanto importanti che necessiterebbero, per offrire convenienza ai cittadini, di una maggiore concorrenza come la distribuzione dell’energia elettrica, la distribuzione del gas naturale, del trasporto locale su rotaia e delle farmacie comunali. Quello dei servizi pubblici locali, vale la pena ricordarlo, è un settore assai in deficit delle pubbliche amministrazioni sul quale si è tentato, più volte, di mettere mano. E in effetti non sfugge a nessuno come, ad esempio, il servizio pubblico integrato dell’acqua e della depurazione sia obsoleto non soltanto nelle regioni del mezzogiorno e come, per fare un altro esempio, alcuni comuni calabresi non paghino neanche le bollette alla società che, per loro, gestisce il servizio idrico. Acquedotti comunali colabrodo che perdono oltre il 50% della risorsa, fognature e depuratori inefficienti, caratterizzano attualmente il servizio fornito. Per non parlare dei rifiuti in emergenza da oltre 14 anni nella nostra regione. Se è vero che l’acqua è, e deve rimanere, un bene pubblico prezioso, una risorsa pubblica limitata e da tutelare, con apposite leggi, dall’inquinamento e dall’eccessivo sfruttamento, se è vero che si tratta di un bene pubblico sul quale pesa l’incertezza del futuro, è pur vero che il servizio di distribuzione di questo bene pubblico è un servizio non degno di tale nome che la pubblica gestione offre in maniera inadeguata, in maniera sprecona, e ciò stante il fatto oggettivo che, ai cittadini, viene fatto pagare e viene fatto pagare anche abbastanza salato. Il decreto Ronchi di fatto non privatizza il bene acqua che rimane pubblico ma interviene invece sul servizio della distribuzione attualmente fatiscente in molte parti d’Italia. Si è valutato che le “mancanze” accumulatesi all’interno del servizio pubblico oggi in capo agli enti locali debbano trovare un correttivo. Con il decreto Ronchi si cerca, in sostanza, di intervenire essenzialmente su due punti: sulle modalità di affidamento e di conferimento dei servizi pubblici locali di rilevanza economica e sulla governance degli stessi. Pur mantenendo pubblico il bene acqua, il decreto prevede che il conferimento del servizio idrico debba avvenire in via ordinaria secondo due modalità: quella della gara, a cui potranno partecipare imprenditori e società di diritto privato in qualunque forma costituite o mediante l’affido a società miste pubblico – privato con il socio privato da selezionare sempre attraverso una specifica gara. Novità importante, non di secondo piano, è che le gare dovranno essere conformi ai principi del trattato comunitario, fatte cioè secondo un “modello europeo” e impregnate dai principi di “imparzialità, efficacia, trasparenza, economicità delle condizioni, pubblicità degli atti, non discriminazioni, mutuo riconoscimento e proporzionalità”. Inoltre nella nuova normativa si prevede che il privato selezionato con la gara debba avere “quote di partecipazione maggiori o uguali al 40%”, e debba assumere “rischi, impegni e specifici compiti operativi”. Tutto ciò a garanzia che si tratti davvero di privati motivati ad investire e a concorrere per rimediare ad una delle carenze gravi del servizio pubblico che, non dimentichiamolo, è proprio quella della carenza di investimenti. A queste modalità di affido e di gara sono affiancate, nello stesso decreto, alcune deroghe per cui è possibile il ricorso alla gestione dei servizi mediante società a capitale interamente pubblico qualora ricorrano “speciali condizioni economiche, sociali, ambientali, geomorfologiche e di contesto territoriale” tali da giustificare questa deroga. In ogni caso vanno rispettate le discipline comunitarie sia in ordine al controllo della qualità del servizio offerto e sia in termini di prevalenza dell’attività svolta nei confronti degli enti locali. Per la deroga a favore di società totalmente a capitale pubblico devono però essere prodotte relazioni con analisi di mercato che dimostrino effettivamente la convenienza della soluzione gestionale proposta. Inoltre, della procedura di gara si deve inviare “una relazione all’autorità garante per la concorrenza” che dovrà esprimersi, entro sessanta giorni, con un parere preventivo. Sarà da vedere, in base ai decreti attuativi che dovranno essere emanati per stabilire le soglie rispetto sulle quali l’autorità garante antitrust sarà chiamata ad esprimersi, e se questo parere dell’autorità antitrust avrà un effetto vincolante che precluda l’affido in caso di parere negativo oppure meramente consultivo per lo svolgimento della gara stessa. Senza entrare nel merito di ulteriori analisi, è bene soffermarsi su alcuni punti cruciali della discussione. Il professor Fabio Pammolli, docente di economia e menagement, nonché direttore del CERM, l’istituto privato per la “competitività e la regolazione dei mercati”, nella sua settimanale trasmissione su radio radicale ha sottolineato come, “rispetto ad altri sistemi di gestione del servizio idrico presenti in altri Paesi europei”, la nuova normativa rappresenti “una forte differenza rispetto a casi di gestione integralmente privatizzata del servizio perché il settore delle acque viene mantenuto nell’ambito del settore pubblico”. Certamente c’è anche, sottolinea ancora Panmolli, “Una eccessiva fiducia del decreto a reperire risorse economiche mediante le gare, un fiducia che si dovrà confrontare con i fatti”, soprattutto con questi chiari di luna di crisi. Un’eccessiva fiducia sia sull’entità delle risorse reperibili dai privati sia in termini di “capacità dello strumento della gara di introdurre, di per se, efficienza”. Su questo, spiega ancora Pammolli, si possono “avere riserve che segnalano la necessità di integrare il sistema della gara con altre misure che riguardino il contesto regolatore nel suo complesso”. Stenta cioè ad affermarsi “un principio di netta terzietà del regolatore”. Pertanto, piuttosto che un “no” ideologico alla privatizzazione dei servizi pubblici, quello idrico in testa, ci sembra importante capire, ed è questo, secondo chi scrive, l’aspetto più serio della faccenda, come tutto ciò verrà attuato e come, nel sistema federalistico che va oggi configurandosi, questo nuovo sistema di “gestione aziendale” sarà in grado di integrarsi in regioni come la Calabria e, in generale, nelle regioni del mezzogiorno, dove i capitali privati puliti di imprenditori disposti a rischiare nel settore pubblico non sono certo abbondanti e dove l’economia e le pubbliche amministrazioni hanno, come dichiarato anche dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, un così elevato tasso di infiltrazione e penetrazione della criminalità organizzata.

Posted in Ambiente, Attualità, Autori, Candido Giuseppe, Politica0 Comments

Poggiare la prima pietra: la bretella per il ponte che verrà

Poggiare la prima pietra: la bretella per il ponte che verrà

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 24 novembre 2009

Associazione No Ponte
Associazione No Ponte

Secondo molti sostenitori del ponte sullo stretto, le principali motivazioni addotte per spiegarne la necessità è che il Sud, Calabria e Sicilia in testa, sarebbe miracolato da un “rilancio delle condizioni economiche e sociali dell’area interessata oltreché da una riduzione infrastrutturale che colpisce il Mezzogiorno sin da prima dell’Unità. Il Ponte dovrebbe favorire l’integrazione tra le diverse modalità di trasporto così da “soddisfare la domanda di un crescente bisogno di un più efficiente collegamento tra il continente e la Sicilia”. Ciò nonostante le recenti statistiche definiscano il traffico in diminuzione. E poi se fosse solo questo il vero problema, il traffico, verrebbe facile pensare che col sistema degli aerei cargo e delle “vie del mare” incentivati dall’unione europea, anche dal punto di vista economico la costruzione del ponte sembrerebbe poco consigliabile. Giulia Maria Mozzoni Crespi presidente del FAI, il fondo per l’ambiente italiano, è intervenuta alla trasmissione del 21 novembre scorso di “ambiente Italia” su Rai tre definendo il ponte sullo stretto un’opera non solo inopportuna ma anche contraria al buon senso. Oggi molti calabresi sono impegnati a tentare di bloccare i lavori della “bretella” che, nel progetto in variante, è opera necessaria alla costruzione del ponte. Stiamo parlando quindi della prima pietra o, quantomeno, della prima opera funzionale a quello che sarà il ponte sullo stretto. Poi arriveranno anche i piloni. La bretella è necessaria per la costruzione del ponte ma, ci chiediamo: il ponte è necessario alla Calabria e alla Sicilia? E’ questa forse la vera domanda cui dovremmo, noi calabresi, siciliani, darvi risposta perché è di Scilla e Cariddi che si discute. Dovremmo, noi, decidere se vogliamo vederle collegate, per i prossimi 150 anni fino a quando, cioè, non cadrà per usura, da un enorme, gigantesco, ponte di acciaio e cemento o se, invece, lasciarle così agli occhi dei nostri figli, nipoti. Vorrei fare un paragone: Immaginate due immobili dirimpettai intrisi di storia e cultura ma fatiscenti, vecchi, talmente vecchi che in alcuni punti sono pronti al crollo, coi vetri rotti, con gli scarichi otturati, i tubi dell’acqua con la ruggine e che perdono come cola brodi, pensate se, i due amministratori di quei condomini, per idea geniale di entrambi, pensassero di spendere i pochi soldi che avranno in cassa nei prossimi anni ed investirli tutti in un ponte per collegare i due tetti, o due balconate, ed evitare così di scendere le scale, attraversare la strada e trovarsi nell’altro condominio. Ci verrebbe subito di dire che si tratta di follia. Tutti, anche i bambini, capirebbero che sarebbe certo meglio occupare quei soldi per investire sul risanamento del territorio, sull’adeguamento e/o la rottamazione del patrimonio edilizio non adeguato a resistere agli eventi sismici la cui frequenza, in Calabria, è storicamente oltre che geologicamente, provata.

Che l’Italia non abbia bisogno di “opere faraoniche” e che bisogna invece intervenire per ridurre il rischio idrogeologico lo ha detto anche la più alta carica dello Stato dopo che per anni geologi e associazioni ambientaliste non parlano d’altro. Cerzeto, Beltramme, Crotone, la frana sull’A3 e più di recente i fatti di Messina non si possono dimenticare. La Calabria è la regione dove il 100% dei comuni presenta aree a rischio idrogeologico per frana o per alluvione. Una regione, la nostra, dove i cantieri per l’ammodernamento della Salerno Reggio Calabria, sono spesso interrotti per le frane oltre che per le infiltrazioni mafiose. La questione del rischio idrogeologico e il degrado dei corsi d’acqua sono un problema prioritario per tutto il Paese ma per il mezzogiorno in particolare. Un problema che, se affrontato, consentirebbe anch’esso di promuovere sviluppo e occupazione. Il ricorrere di fenomeni di dissesto idrogeologico negli ultimi anni non può essere più attribuito ad eventi naturali o alle intemperanze di un clima eccezionale ma a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio: un dissesto idrogeologico causato dal disastro ideologico e l’incapacità di governare il territorio dei politici che ci hanno amministrato ai vari livelli. Oggi è a questo che dobbiamo dare rimedio, è questa l’opera faraonica da compiere: risanamento idrogeologico del territorio senza dimenticare che la nostra è un anche una regione geologicamente “ballerina” ad alto rischio sismico per la presenza di un’edilizia, anche pubblica, ormai vetusta che andrebbe risanata o “rottamata” per avere edifici, almeno quelli pubblici, che resistano agli eventi sismici. Insomma, una grande opera di risanamento ambientale e una grande opera di rottamazione dell’edilizia vulnerabile al posto di un solo ponte le cui basi poggeranno sulla faglia numero 50 del modello neotettonico d’Italia. E poi, ci chiediamo se, per avvicinare Sicilia e Calabria al resto del mondo, non sarebbe meglio trovare in agenzia qualche volo “lowcost” in più.


Posted in Ambiente, Attualità, Autori, Calabria, Candido Giuseppe, Economia, Politica0 Comments

L'oro nero sulla nostra testa

L'oro nero sulla nostra testa

di Giuseppe Candido

Fra pochi giorni i grandi della terra si riuniranno a Copenaghen per discutere dei cambiamenti climatici in corso, di ambiente e di politiche energetiche mondiali. Produrre energia senza inquinare è diventata un’esigenza mondiale non più rinviabile.

Ciò nonostante lo scorso 16 novembre le agenzie hanno battuto la notizia secondo cui la quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico che sarebbe dovuta servire a stabilire nuovi vincoli per le emissioni di gas inquinanti, superando il precedente Protocollo di Kyoto, i cui obiettivi di riduzione delle emissioni arrivano al 2012, non prevederà invece nulla di tutto ciò a causa del “Patto di ferro fra Usa e Cina” in base al quale nessun accordo sui tagli alle emissioni di CO2 potrà essere raggiunto al prossimo vertice di Copenaghen.

Insomma, abbiamo così tanto bisogno di energia che non possiamo rinunciare a bruciare petrolio e carbone. Ma forse le cose sono destinate a cambiare in breve tempo. Ci si è accorti infatti che, sopra la nostra testa, vi è un vero e proprio “giacimento energetico” costituito dai venti, veri e propri fiumi d’aria, ad alta quota. Il potenziale energetico di queste correnti è dieci volte superiore rispetto a quello dei normali venti a bassa quota. L’idea di utilizzare speciali turbine eoliche montate su “aquiloni” per produrre energia elettrica sfruttando i venti presenti in alta quota non è nuova. Già in passato, alcune università e centri di ricerca hanno proposto alcune ipotesi di soluzione tecnologica. Ma le cose stanno evolvendo velocemente. A Berzano S. Pietro, fra le colline a est di Torino, a settembre è stato testato il primo prototipo per lo sviluppo di una centrale eolica d’alta quota. Si chiama Kite Wind Generator, e invece delle lente e ingombranti torri a turbina, basa la produzione di energia su enormi aquiloni collegati a una turbina ad asse verticale. Col termine Kite (aquilone) Gen si indicano un’intero gruppo di sistemi, di nuova concezione, volti ad estrarre energia dal vento a costi competitivi con il carbone. La Kite Gen Research, azienda titolata di specifici brevetti, punta a stravolgere il campo della produzione di energia eolica grazie a un sistema tutto italiano che trae ispirazione direttamente dalle spettacolari evoluzioni dei Kite surfer .

Una torre eolica tradizionale, come quelle che vediamo installare anche in Calabria, è un rotore orizzontale in grado di sfruttare il vento a poche decine di metri dal suolo richiedendo l’installazione su crinali o parti elevate del territorio con forte ricaduta paesaggistica. Il Kite Gen è invece un’aquilone o una “giostra” di aquiloni pilotati da un sistema automatico, che sfrutta i venti presenti a quote tra i 500 e i 10.000 metri e che può essere installato, con buona resa in termini di ore effettive a potenza nominale, anche in pianura.

Il vento di alta quota ha, infatti, la caratteristica di essere quasi sempre presente ed è molto forte (15 m/s ovvero 2 kW/m2), mentre quello a livello del terreno è forte in pochi siti e per circa 1700-1800 ore all’anno. Il vento che si pensa di utilizzare è quello intorno agli 800 metri di altezza con velocità medie di 7 m/s e potenza specifica di 200 W/m2 .

Sembrerebbe quasi fantascienza se non fosse che dallo scorso mese di settembre è stata avviata, a Berzano S. Pietro, in provincia di Asti, la prima produzione di energia mediante una versione prototipo in configurazione singola a “sten”, cioè con uno stelo alto 25 metri. Lo stelo comanda un grande aquilone a forma allungata, analogo a un Kite surf, ma di alcune decine di metri quadrati.

La trazione, durante la salita, fa girare alternatori anche da tre megawatt. Raggiunti gli 800 metri, è sufficiente tirare una sola fune (che nel Kitesurf viene detta fune di depower) per mettere l’aquilone in posizione d’ala a “bandiera”, riavvolgendo velocemente le funi con minimo dispendio energetico; attorno ai 400 metri, l’aquilone è rimesso in posizione di portanza e il ciclo si ripete: la risalita avviene con produzione di energia elettrica. Uno yo-yo che, per oltre 5000 ore annue di saliscendi, produce molto di più di una normale torre. Nel caso di un sito permanente è necessaria l’istituzione di una zona di non sorvolo per i piccoli aereomobili poiché i corridoi delle linee aeree sono situati ad altezze decisamente superiori, intorno agli 8-10mila metri. Senza contare che sulle centrali nucleari dismesse presenti in Italia esiste già un divieto di sorvolo. E ciò è da considerare pure in relazione al fatto che un’impianto di Kite Gen multiplo a “giostra”, un carosello di 1500 m di diametro, in grado di produrre fino a potenze dell’ordine di un GigaWatt, paragonabili a quelle di una centrale, ad un sesto del costo attuale del kilowattore nucleare. Il tutto senza nessuna emissione di anidride carbonica e senza produrre le famose scorie nucleari che poi non si sa dove buttare.

Guarda la simulazione su you tube

Posted in Ambiente, Attualità, Autori, Candido Giuseppe, Segnalazioni4 Comments

Un ponte e una banca per battere la crisi?

Un ponte e una banca per battere la crisi?

il ponte e la banca?

il ponte e la banca?

di Giuseppe Candido – pubblicato su “Il Domani della Calabria” il 26 ottobre 2009 p.9

Il Sud e la Calabria tornano oggi al centro del dibattito della politica economica del governo sia per il progetto di legge, presentato lo scorso 15 ottobre in Consiglio dei Ministri che prevede l’istituzione della Banca del Sud, sia con l’annuncio della riapertura dei cantieri per i lavori del ponte sullo stretto.

Per la prima, la Banca del Sud, c’è qualcuno che già paventa il rischio che diventi, come avvenne per la bona vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un ulteriore sperpero denaro pubblico senza risolvere i problemi. Per il ponte si parla invece di un vero e proprio bluff del governo poiché mancherebbero i soldi per farlo e il progetto esecutivo. Senza parlare del fatto che, come sostengono molti ecologisti, sarebbe meglio spendere i pochi soldi che si hanno per il risanamento idrogeologico ed ambientale del territorio piuttosto che in “opere faraoniche”. Sono temi, entrambi, che non hanno mai abbandonato il dibattito all’interno della maggioranza e che oggi ritornano di attualità. E’ senz’altro evidente a tutti, nell’ambito della crisi economica, il fatto che il mezzogiorno abbia ancora il problema di una mancata crescita economica stante il fatto che sia il posto dove maggiormente si sono spesi soldi pubblici nei vari programmi di aiuti. Il Sud è rimato il luogo di grandi spese e del fallimento della spesa pubblica. Si pensi soltanto ai finanziamenti a pioggia distribuiti con la legge 488 e al F.a.s., il fondo europeo per le aree sottosviluppate, che è servito ad alimentare clientele senza raggiungere gli obiettivi per i quali erano stati destinati: la crescita economica e sociale. Il prodotto interno lordo pro capite della nostra regione è rimasto prossimo alla metà di quello delle regioni più ricche e la disoccupazione rischia di divenire un cancrena destinata a durare ben più a lungo della stessa crisi economica nazionale ed internazionale. Se sul ponte sullo stretto, per il quale è stato previsto lo stanziamento di 3,6 miliardi di euro in sei anni puntando al ripristino dell’appalto già vinto dall’Impregilo, il governo convince poco per le motivazioni ecologiste sopra esposte e per l’assenza del capitale privato e del progetto esecutivo, la questione della banca del Sud sembra riportare invece l’attenzione sulla questione meridionale come questione di rilievo nazionale cercando d’intervenire sul sistema creditizio del mezzogiorno mettendo a fuoco, però, i limiti delle azioni dei finanziamenti a pioggia adottati in passato. In pratica, l’idea della Banca del Sud sembrerebbe quella di porsi come sistema di finanziamento sano e alternativo di quello dei finanziamenti a pioggia che tutti noi sappiamo come, troppo frequentemente, sono stati mal spesi. Un intervento che dovrebbe orientare la pubblica amministrazione ad una più rigorosa valutazione del merito di credito e di finanziamento alle imprese. Oggi, lo dicono i dati e lo dicono i sempre più frequenti appelli degli imprenditori calabresi, il sistema creditizio nel mezzogiorno è quello maggiormente oneroso e, se non vi fossero i finanziamenti a pioggia, molte piccole e medie imprese calabresi sarebbero rimaste nelle mani della sola usura. Tassi di disoccupazione doppi rispetto alla media nazionale, un’elevata incidenza del valore aggiunto della Pubblica Amministrazione sul totale dell’economia, tassi d’interesse del credito alle imprese superiori al 9% in tutte e cinque la provincie a fronte di quelle del centro nord come Milano, Bolzano, Reggio Emilia, dove il costo del denaro è poco superiore al 6%. Meno di un anno fa, nell’ottobre scorso, in un articolo su “il Sole 24 ore”, Cosimo De Tommaso, imprenditore calzaturiero di Rende titolare di una azienda che vanta 50 dipendenti e 3 milioni e mezzo di euro di fatturato annuo di cui il 50% proveniente dall’export, lanciò un grido di allarme sul rapporto tra la piccola impresa nel mezzogiorno e il sistema creditizio bancario purtroppo rimasto inascoltato: “In un momento critico per l’economia come quello attuale – scriveva Cosimo De Tommaso nella sua testimonianza al quotidiano della confindustria – il sistema finanziario sta mettendo in atto una serie di “accorgimenti tecnici” che impediscono, in particolare modo alla piccola azienda, di poter operare agevolmente nel sistema creditizio”. E ancora: “L’accesso al credito è ormai di fatto bloccato e gli sconfini temporanei di brevissima durata (sempre consentiti) sono tassativamente proibiti”. Certamente la Banca del Sud potrebbe colmare un problema che si è andato accentuando a partire dagli anni ’90: la morsa creditizia che sta letteralmente strozzando il sistema imprenditoriale calabrese sano, quello che non ha capitali illeciti da riciclare. Il progetto della Banca del Sud sarebbe da condividere se si muovesse, come si annuncia nel testo presentato, su questi due filoni: valutazione più rigorosa del merito di credito per uscire dalla logica dei finanziamenti a pioggia di cui non si valutano i risultati e lo spostamento dei centri decisionali del credito bancario verso il sud con l’istituzione di una specifica banca a capitale pubblico. Quindi bene l’idea se non si pensa alla costituzione di una nuova CasMez, l’ex cassa per il mezzogiorno, ma ad una banca che consenta una facilitazione di accesso al credito agevolato delle imprese, come è giusto che sia in un’area ancora fortemente economicamente sottosviluppata. Il mercato creditizio calabrese ha bisogno dell’intervento dello Stato. Quello che però ci sembra rappresentare il vero problema è che, se da un lato, l’introduzione di capitale pubblico appare come forza del nuovo istituto, dall’altro c’è il rischio che proprio la permanenza del capitale pubblico oltre il limite, previsto di cinque anni, trasformi la nascitura banca in un’altra operazione “prendi i soldi e scappa” .

Posted in Ambiente, Attualità, Economia, Politica0 Comments

C’era rimasto il mare

C’era rimasto il mare

Sono cresciuto a contatto col mare calabrese, ed è da vent’anni che col windsur vado avanti e in dietro planando sulle onde rese luccicanti dal sole. In luglio, agosto e settembre, ma anche in ottobre, novembre e poi a marzo, aprile e maggio e giugno. Basta infilarsi una muta e il gioco è fatto anche a gennaio e febbraio. Onde e vento che mi rendono imparagonabile la vita in qualsiasi altra regione italiana. Mi sento la prova vivente di quanto il nostro mare sia una stupenda, meravigliosa, risorsa che la natura ha regalato alla Calabria. Una risorsa che non abbiamo saputo valorizzare adeguatamente, anzi l’abbiamo inquinato non depurando bene i liquami fognari, usandolo come recapito per rifiuti d’ogni genere. Oggi scopriamo, ormai non sembrano esserci più dubbi, che col sistema delle “navi a perdere” il mare calabrese è stato utilizzato come discarica di rifiuti radioattivi. Quella rinvenuta a largo di Cetraro, in provincia di Cosenza, è una delle navi (oltre venticinque) segnalate dalle associazioni ambientaliste sin dal 1994 con uno specifico dossier presentato dal WWF e da Legambiente. L’apoteosi dei disastri ambientali di una Regione – la Calabria – già di suo disastrata dal punto di vista idrogeologico e ambientale. Ma al peggio no v’è limite e, come se non bastassero il mare inquinato per la cattiva depurazione, l’emergenza rifiuti e i veleni, i metalli pesanti dell’ex Pertusola smaltiti come inerti per costruzioni e con i quali si sono costruite scuole per i nostri figli, adesso abbiamo un’altra triste conferma: lo Ionio e il Tirreno sono stati utilizzati come enormi discariche per rifiuti pericolosi di ogni genere e con le quali si sono arricchiti ‘ndrangheta e affaristi. Forse anche la mano della massoneria deviata. Il mare, quella risorsa che avrebbe dovuto rappresentare il volano dello sviluppo turistico eco sostenibile della Calabria, è stato invece adulterato, vilipeso, persino con scorie tossiche e radioattive. Radioattività che non svanirà per millenni. Speriamo quindi, si faccia presto col recupero dei fusti che s’intravedono, nelle immagini sottomarine, spuntare dalla prua squarciata della nave a largo di Cetraro.
Il giornalista Carlo Lucarelli, nella scorsa puntata di “Blu notte, misteri italiani”, ha ripercorso le tracce di questa storia e quella del Capitano di marina Natale De Grazia morto in condizioni quantomeno misteriose mentre svolgeva una consulenza per le indagini che la procura di Reggio Calabria stava conducendo sulle cosiddette “navi a perdere”. Navi usate – mediante l’affondamento programmato – per smaltire rifiuti pericolosi, tossici e radioattivi, in modo illegale e con un giro d’affari da capogiro. Per affaristi come Giorgio Comerio e l’armatore della motonave “Rosso” Ignazio Messina, anche questa “dispersa” nei nostri mari. Una storia di traffici di rifiuti che risale agli anni ’80 e ’90 e che ha visto le prime denunce delle associazioni ambientaliste già nel 1995. Nel 2004 WWF e Legambiente presentarono alle istituzioni ed ai media uno specifico dossier corredato di mappe di probabili siti di affondamento che restò però lettera quasi morta, nel senso che soltanto le indagini giudiziarie proseguivano ma nulla fu fatto per ricercare le navi che i pentiti dichiaravano di aver affondato. Quel dossier evidenziava la necessità di uno “sforzo congiunto di tutti gli organismi istituzionali con competenze in materia”. Lo stato, il ministero dell’ambiente e, ovviamente, le Regioni coinvolte tra cui la Calabria. Organismi che, stante le numerose indagini delle procure, non si sono minimamente preoccupati di ciò che vi era scritto in quel dossier e di far partire ricerche o iniziative di mobilitazione. Se è vero com’è vero che le indagini aprivano scenari inquietanti sovra nazionali, è pur vero che nessuno avrebbe vietato – dopo la presentazione del rapporto denuncia di Legambiente – l’autonoma ricerca mediante sistemi di telerilevamento e/o di ricerca oceanografica. Neanche una parola. Ora che si ha la prova Cetraro, gli ambientalisti fioriscono. C’era rimasto il mare e invece oggi sappiamo che assieme all’emergenza ambientale della depurazione, a quella dei rifiuti nostrani, esiste quella legata ai traffici internazionali di rifiuti radioattivi.

Posted in Ambiente0 Comments

Territorio fragile, abusivismo e responsabilità politiche

Territorio fragile, abusivismo e responsabilità politiche

Morti, sepolti dal fango, dispersi tra i detriti di un territorio fragile: frane, alluvioni, terremoti cui si somma l’incuria umana e di una classe dirigente che, ai vari livelli, non è stata in grado di governare l’utilizzo del territorio. A Giampilieri piove e morti e dispersi si contano nella cronaca. La Sicilia, Messina, paga oggi il prezzo dell’intervento umano – dissennato e distorto – sull’ambiente e sul territorio. Come è accaduto in passato in Calabria, a Sarno e Quindici nel salernitano e, in generale, nel mezzogiorno d’Italia dove alluvioni e frane assieme ai terremoti hanno provocato danni e morti. L’allarmante situazione idrogeologica, dalla Sicilia alla Campania passando per la Calabria e Basilicata, è sotto gli occhi di tutti per la tragedia che ha colpito Messina. Meno di un anno fa sulle cronache era la frana sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. Prima ancora un susseguirsi di eventi: l’alluvione e il disastro del Camping Le Giare sul torrente Beltrame a Soverato, le frane di Cavallerizzo e Cerzeto, l’alluvione dell’Esaro di Crotone e chi più ne ha più ne metta. Il Presidente Giorgio Napolitano ha parlato di “Situazione di diffuso dissesto idrogeologico, in gran parte causato dall’abusivismo edilizio, nel messinese e in tante altre parti d’Italia”. E ancora più chiaramente ha detto: “O c’è un piano serio che investe, piuttosto che in opere faraoniche, per garantire la sicurezza in queste zone del Paese, o si potranno avere altre sciagure”.

Quando, a ridosso della disastrosa colata di fango che travolse, nel 1998, i paesi di Sarno e Quindici nel salernitano, fu emanato il decreto leg.vo n°180, poi trasformato in legge, che imponeva di pianificare il rischio ed obbligava tutte le Regioni che ancora non avevano redatto i Piani di Bacino a redigere, pena il commissariamento, almeno i piani stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI), fui veramente contento. Perché pensai che, con tale strumento conoscitivo, le Regioni e quindi anche la Calabria avrebbero potuto concorrere al risanamento del dissesto idrogeologico di cui oggi parla Napolitano, ma che ai geologi è noto da tempo. Sfasciume pendulo sul mare lo chiamava Giustino Fortunato. Pensavo che, una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe proceduto subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare vittime, e si è continuato a costruire in maniera dissennata, sia per la scarsa adeguatezza degli edifici al reale rischio sismico, sia in base ad un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche di un territorio fragile. In Calabria più di settemila frane rilevate su montagne e colline, rischio alluvione su centinaia di ettari di pianure e fasce litoranee assieme ai chilometri di costa a rischio erosione la dicono tutta sulla necessità ed urgenza di un cambiamento radicale sulle modalità di gestione del territorio. Non c’è periodo dell’anno che la Calabria non sia costretta da un’emergenza: alluvioni, frane ma anche rifiuti, navi di veleni, abusivismo. Un flusso di emergenze, idrogeologiche e ambientali, il cui intreccio costituisce la questione vera dell’arretratezza e del mancato sviluppo del mezzogiorno e della Calabria. Soltanto per casualità quell’evento meteorico che si è abbattuto a Messina non ha colpito anche la Calabria. Qualche giorno prima si era sfiorata la tragedia con l’esondazione dei fiumi Crocchio in Provincia di Catanzaro e dell’Esaro a Crotone. La politica di questo è responsabile: avrebbe dovuto, ai vari livelli, governare il territorio evitando di consentire la costruzione (e quindi anche le sanatorie di costruzioni abusive) in zone a rischio idrogeologico. E invece si è continuato a costruire case in luoghi dove primo o poi sarebbe tornato il fiume o il terreno sarebbe continuato a scendere. Di interventi di monitoraggio e di riduzione dei rischi attraverso stabilizzazione dei versanti e costruzioni di arginature per la messa in sicurezza neanche a parlarne. Ci vogliono troppi soldi dicono, ma intanto paghiamo miliardi di euro in risanamento dei disastri. Per anni si è gestito il territorio, soprattutto in Calabria e nel mezzogiorno, per fini clientelari. Un dissesto idrogeologico che, a dirla alla Pannella, deve ritenersi causato – o quantomeno compartecipato – dal “disastro ideologico” di una classe politica, quella calabrese, volta a fare il favore a questo e a quello, piuttosto che fare un favore alla collettività. Chi amministrerà, in futuro,  la gestione del territorio nella nostra Regione non potrà più permettersi di non tenere in dovuta considerazione i rischi geologici (sismico, idrogeologico e ambientali) nella programmazione dello sviluppo. In queste condizioni in cui si trovano Sicilia e Calabria come si fa a pensare di voler fare opere come il ponte sullo stretto, faraoniche appunto, quando invece mancano i soldi per la messa in sicurezza e il risanamento del territorio, per non parlare della vulnerabilità sismica degli edifici anche pubblici?

Posted in Ambiente, Attualità1 Comment

links radicali

links radicali radical party Radicali Italiani

Speranza, utopia e la porta aperta

L'uomo è ciò che ha molte cose davanti a sé. Egli viene sempre trasformato nel suo lavoro e grazie a esso. Si trova sempre davanti a limiti che non sono limiti; percependoli, infatti, egli li oltrepassa. ... Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta. La porta almeno semi aperta, quando sembra aprirsi su oggetti propizi si chiama speranza. Ernest Bloch

i miei interventi su …

Giuseppe Candido

… il mio catodico

il mio twitter