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Archive | Diritti umani

La morte di Monicelli e il dibattito sulla dolce morte

La morte di Monicelli e il dibattito sulla dolce morte

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 7 dicembre 2010

Dopo le polemiche suscitate dall’intervento di Mina Welby e Beppino Englaro che hanno raccontato le vicende di Piergiorgio ed Eluana alla trasmissione di Fabio Fazio, Vieni via con me, è il suicidio del regista Mario Monicelli che ha nuovamente scatenato il dibattito non solo parlamentare sull’eutanasia. Lo scontro parte dalla Camera, e manco a dirlo, avviene tra la deputata radicale Rita Bernardini che chiede, con Maria Antonietta Farina Coscioni, di “aprire una riflessione sull’eutanasia, su chi non ce la fa più ed è costretto a lasciare la vita in modo violento anziché morire con i propri familiari vicino con il metodo della dolce morte” e la teodem Paola Binetti dell’Unione di Centro che replica veemente: “Basta con spot a favore dell’eutanasia partendo da episodi di uomini disperati. Monicelli era stato lasciato solo, il suo è un gesto tremendo, di solitudine, non di libertà”. Ma a Piergiorgio Welby che chiedeva una morte opportuna, dignitosa, si negarono i funerali. La famiglia del regista Monicelli, ovviamente, smentisce che sia stato lasciato solo e il dibattito diventa paradossale. La notizia non è il “fatto” ma diventano le dichiarazioni sul fatto. Solitudine e abbandono negate dai familiari e anche dai medici non bastano. Chi lo conosce da anni parla di un gesto razionale, voluto, “Scelto imbrogliando persino la moglie per rassicurarla”. Però sulla linea dell’uomo lasciato solo non c’è soltanto la teodem Binetti. Anche la sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella dice “No a strumentalizzazioni. Nessuno può affermare che si tratta di una scelta libera e consapevole o di disperazione”. E il ministro Rotondi contesta il modo come è stato trattato dai media l’argomento. Temo – dice Rotondi – sia passato un messaggio non di carità ma di ammiccamento a scelte che non debbono essere un esempio.

E su questo argomento, sul dibattito generato dalla tragica morte del maestro Monicelli, intervengono in molti: da Adriano Sofri a Filippo Facci e Renato Farina. Una serie di firme che si spendono sull’argomento: dolce morte si, dolce morte no. Il Professore Severino e il professore Reale, due filosofi con due visioni differenti, si esprimono su questo intervistati entrambi dal Corriere della Sera. “Eutanasia, i Radicali usano anche Monicelli” è il titolo che fa Avvenire, il quotidiano dei Vescovi. Ma forse il titolo più lugubre lo fa il Giornale con l’articolo in prima pagina di Marcello Veneziani che titola: “Monicelli e gli avvoltoi del suicidio. La tragedia del regista strumentalizzata in Parlamento da chi vuole che la morte sia passata dalla mutua”. Come al solito i Radicali diventano il partito della morte contro quello della vita e passano per quelli che strumentalizzano le vite delle persone: è stato detto di Piergiorgio Welby che invece chiedeva un’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina e una morte opportuna per se; è stato detto di Luca Coscioni, di Eluana Englaro. Tutti “strumentalizzati” dai Radicali, demoni dell’autodeterminazione. Le parole incriminate della Bernardini sono due: “dolce morte”. E a questo ragionamento si aggiungono le considerazioni del liberale “Secolo d’Italia” che titola: “Se Monicelli diventa uno spot sull’eutanasia” che spiega, equidistante da entrambe le posizioni, come “la Radicale Bernardini e la cattolica Binetti trasformano il suicidio in una surreale polemica sul fine vita”. Questa polemica sembra però un’operazione truffaldina nei confronti di una semplice ma tragica verità: Monicelli – afferma Maria Antonietta Coscioni – ha deciso di smettere di soffrire perché nessuno lo ha aiutato a non soffrire. Il vero problema è chiedersi – spiega la deputata Radicale – se Monicelli avesse chiesto a qualche sanitario di aiutarlo a non soffrire. Se lo avesse fatto e non lo avrebbe ottenuto ci si potrebbe tutti costituire parte civile in un processo contro chi si è rifiutato di dargli questo aiuto”.

Ma se il Presidente della Repubblica si limita ad affermare che bisogna “rispettare la sua volontà”, la figlia del regista novantacinquenne malato di tumore rende forse la riflessione che tra le tante parole dette sembra senz’altro la cosa più sensata: “Papà – spiega Valeria Monicelli – non è mai stato solo. Ha solo scelto il come e il quando andarsene”. E se ci fosse stata una legge sull’eutanasia? La morte non può mai essere dolce. Semmai, in alcuni casi, la morte può diventare solamente una “scelta opportuna”, maturata, ma in nessun caso può essere dolce. Una scelta sofferta di chi, come Piergiorgio Welby e come Monicelli, forse, ha deciso di porre fine liberamente e consapevolmente alle sofferenze. Una scelta che può magari essere considerata “peccato” ma che non è, almeno nel nostro ordinamento giuridico, perseguibile penalmente come reato. È l’autodeterminazione che consente ai diversamente credenti di rifiutare alcuni trattamenti vitali come trapianti e trasfusioni ai quali nessuno può essere obbligati. Ma per sapere veramente cosa pensava Mario Monicelli sull’autodeterminazione nelle scelte di fine vita sarebbe sufficiente riascoltare l’intervista rilasciata dallo stesso regista il 28 novembre del 2006 ai microfoni di Radio Radicale durante la lotta di Piergiorgio Welby per chiedere a Napolitano l’eutanasia: “ La morte è un tema che si potrebbe scegliere e benissimo trattare con la commedia all’italiana. Una commedia – continua il maestro Monicelli – perché si va a trattare il dramma ironizzando con quelli che pensano che questo disgraziato debba rimanere lì, a soffrire per grazia non si sa di chi o per la deontologia del medico. Si potrebbero fare dei film divertenti, drammatici ma che dicano qual’è la realtà. Sono i più convincenti e il cinema italiano ha seguito sempre questa via. È stato sempre dalla parte di chi voleva liberarsi dalla fame, dalla malattia, dalla sofferenza o dalla miseria”.

A risentirle quelle parole ci viene da pensare che Monicelli abbia davvero messo in scena il suo dramma per liberarsi dalla sofferenza, il suo ultimo capolavoro di verità che forse, con una legge che rendesse legale l’abbandono di questo mondo per i malati terminali, se l’eutanasia fosse stata legale, il maestro Monicelli avrebbe potuto scegliere di andarsene senza buttarsi giù dal balcone.

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«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

Marco Pannella

Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.

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Birmania, Perduca anche se regime libererà San Suu Ky prima del voto elezioni restano farsa. Fassino non le avalli

Birmania, Perduca anche se regime libererà San Suu Ky prima del voto elezioni restano farsa. Fassino non le avalli

San Suu Kyi

San Suu Kyi

“Voci, ancora non confermate, darebbero per certo il rilascio della leader democratica San Suu Ky alla vigilia delle cosiddette elezioni previste per il sette novembre prossimo. Si tratta di un’operazione cosmetica per far finta di rispondere a quanto chiesto anche dal Segretario generale dell’Onu, un atto dovuto che in niente dovrà essere considerato come apertura nei confronti delle riforme necessarie. Secondo quanto riportato da AsiaNews.it, dal voto “farsa” infatti uscirà un Parlamento composto da ufficiali dell’esercito (25%), candidati del partito della giunta (50%) ed esponenti del vecchio regime (25%), il tutto nel silenzio dell’inviato speciale dell’Unione europea Onorevole Fassino. Possibile che in tutti questi anni colla sua opera, come denunciano le Ong della diaspora birmana, si sia riusciti solo ad ammorbidire l’intransigenza dell’Ue senza neanche riuscire ad entrare nel paese? Fassino non avvalli queste elezioni come ‘passo nella direzione giusta’, oltre 2000 dissidenti del partito della San Suu Ky, e lei medesima, non possono partecipare alle elezioni, capisco che anche la democrazia italiana non si discosti da certe premesse, ma il suo è un ruolo europeo e a quegli standard si deve confare.

© 2010 Partito Radicale. Tutti i diritti riservati

Article source: http://www.radicali.it/comunicati/birmania-perduca-anche-se-regime-liberer-san-suu-ky-prima-del-voto-elezioni-restano-farsa

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Trasparenza sui patrimoni degli eletti: “in Calabria prevale buon senso Radicale

Trasparenza sui patrimoni degli eletti: “in Calabria prevale buon senso Radicale

<< Ma il presidente del consiglio Talarico si impegni anche affinché dalla Calabria parta, con l’anagrafe pubblica degli eletti, la rivoluzione digitale della politica >>

Comunicato di Mario Staderini* e Giuseppe Candido**

<<La consideriamo una vittoria del buon senso e della ragionevolezza. Siamo lieti che il Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Talarico, abbia “preso a cuore la questione trasparenza” che, come Radicali, portiamo avanti in tutta Italia ed avevamo sottoposto all’attenzione dei media in Calabria, durante il mese di agosto, con una specifica istanza di accesso agli atti alla quale ci avevano dato – dalla Segreteria regionale – la “sconcertante” risposta poi ripresa da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera nell’articolo del 12 agosto col titolo “In Calabria resta il segreto sul patrimonio dei Consiglieri”. Ottimo che in Calabria si riparta proprio da questo punto che può aiutare concretamente a dire “no” alla ‘ndrangheta . Bene che, nella prossima seduta del Consiglio regionale, si intenda provvedere, su proposta del Presidente Talarico, con uno specifico progetto di legge firmato da tutti i capigruppo, a “rimuovere gli ostacoli” che, da 28 anni, hanno “impedito”, ma forse sarebbe meglio dire “evitato”, la pubblicazione delle situazioni patrimoniali dei consiglieri. Una leggina utile a garantire la piena trasparenza sul reddito, sulle spese elettorali e sugli incarichi di quanti ricoprono cariche elettive. Bene pure che nel progetto di legge approvato sia stata inserita – come del resto richiedeva la legge nazionale già da ben 28 anni – l’estensione della disciplina anche ai “nominati” nei vari enti e società regionali oltreché dei sottosegretari e degli assessori non consiglieri. Ma da Radicali chiediamo a Talarico che, sui modelli di “Open Polis” ed “Open Parlamento”, siano pubblici anche i dati relativi ai lavori del parlamentino calabrese (presenze dei consiglieri, attività, interrogazioni e voti sugli specifici provvedimenti legislativi dei diversi consiglieri) in modo da riavvicinare la buona politica ai cittadini e isolare quelle “zone grigie” che in Consiglio regionale ci vanno solo per fare gli affari loro. Insomma, concludono Candido e Staderini, i Radicali chiedono al Presidente del Consiglio regionale Talarico che, proprio dalla Calabria, si faccia partire, su questo specifico argomento, quella “rivoluzione” digitale della politica che i Radicali propongono in tutta Italia come “APE”, l’anagrafe pubblica degli eletti e che, proprio grazie alle nuove tecnologie offerte da internet, consente di far accedere facilmente ai dati non solo patrimoniali degli eletti direttamente da un sito web e permetta di controllare facilmente se il proprio eletto ha o non ha lavorato bene>>.

*Segretario Nazionale Radicali Italiani

**Direttore di “Abolire la miseria della Calabria”

e membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani

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Al di sotto della soglia di povertà. Una telenovela italiana che dura da 15 anni

Al di sotto della soglia di povertà. Una telenovela italiana che dura da 15 anni

di Margherita Giardino*

Il “nuovo” accordo Italia-Canada su assicurazione sociale firmato a Roma il 23 maggio 1995 e mai ratificato.

La Storia infinita
La Storia infinita                                Lorenzo De Seta, Olio su Tela, 2005

Sono stata emigrante in Canada per 26 anni ed ora sono in pensione. Ricevo dal Canada le due pensioni dovutemi : Canada Pension Plan $ 67 e Old Age Pension $ 310 mensili mentre, dal Governo Italiano, ricevo $ 8 (otto) mensili. Mio marito riceve più o meno quello che ricevo io, per cui complessivamente percepiamo in due circa 9.500,00 euro all’anno con due figli a casa di cui uno ancora all’università. Siamo al di sotto della soglia di povertà .

Mio marito ha lavorato ( onorando la nostra terra ) in Canada per ben 21 anni e , rimpatriato nel 1987, ha investito tutto quello che possedeva in una Impresa Edile la quale dopo venti anni di attività ha dovuto chiudere i battenti attanagliata e soffocata da debiti e da tanta disonestà , ingiustizia, malaffare, corruzione, imbrogli, ritardi, ecc.

Tra qualche mese ci pignoreranno la casa buttandoci in mezzo alla strada. L’INPS dichiara che la bassissima pensione italiana è dovuta al fatto che sia io che mio marito abbiamo contributi da lavoro in Italia per meno di due anni.

Esiste, come è notorio, un accordo internazionale su assicurazione sociale tra Italia e Canada in vigore fin dal 1979 , ed un Nuovo Accordo di Sicurezza Sociale firmato a Roma nel maggio 1995 e poi un Protocollo dello stesso firmato a Roma nel maggio del 2003: gli ultimi due stabiliscono che noi dovremmo avere garantito il diritto al trattamento minimo (ma non sono ratificati).

La stessa cosa stabiliscono i Regolamenti comunitari di sicurezza sociale (art.50 Regolamento n.1408/71 e le convenzioni ratificate con Argentina, Australia, Bosnia Erzegovina, Brasile, Croazia,

Macedonia, Principato di Monaco, Repubblica di Capoverde, Repubblica di San Marino, Repubblica Federale di Jugoslavia, Stati Uniti d’America, Tunisia e Uruguai .

Il Governo Canadese ha già ratificato il Nuovo Accordo ed il Protocollo dello stesso nel 2004 ; mentre il Governo Italiano ancora non lo ha fatto, sebbene siano già trascorsi 15 anni.

Come può la nostra tanto amata Italia calpestare e penalizzare solo gli emigranti dal/in Canada e Venezuela ( gli unici a non essere tutelati da convenzioni che non si vogliono ratificare) , commettendo una così tremenda ingiustizia ,anche contro la nostra Costituzione : art.3 ed art.38 e contro i figli che La hanno sempre amata e onorata per il mondo?.

Dal momento che tutti gli altri emigranti sono coperti da questo diritto, perché io ne devo essere esclusa ed a causa di una lunga e protratta e intenzionalmente posticipata Ratifica da parte del nostro Governo?

Il 26 maggio u.s. anche il Giudice ha dovuto rigettare la mia richiesta contro l’INPS :per cui ora dovrei ricorrere in appello, forse anche in Cassazione ecc., cose che io non posso proprio permettermi.

Considerato il mio diritto sancito dalla Costituzione Italiana: si può proporre un Provvedimento d’Urgenza affinché l’INPS riconsideri il caso e conceda questo mio diritto?

Ringrazio per avermi letto e che il Buon Dio illumini conducendo a verità e giustizia.

Albi, lì 03 giugno 2010

* Margherita Giardino è stata emigrante in Canada per 26 anni ed ora è in pensione e vive ad Albi, in Provincia di Catanzaro

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Abbandonato? Non è omicidio quello di Cucchi?

Abbandonato? Non è omicidio quello di Cucchi?

di Giuseppe Candido

“Se davvero ci si abitua ad avere dentro di sé – come orizzonte – la morte, a questo punto poi la si crea e la si produce”. E’ il caso dell’emergenza delle carceri coi suicidi di disperazione ed è il caso Cucchi pestato e morto perché abbandonato dallo stesso Stato che ne avrebbe dovuto tutelare l’incolumità.

Le perizie medico-legali della procura su Stefano, geometra di 31 anni, morto in carcere sette mesi fa dopo essere stato arrestato, si sarebbe potuto salvare. Il pool di medici legali nominati dalla procura a fare l’autopsia, coordinati dal professor Paolo Arbarello, sono certi che, tra le cause della morte del ragazzo, ci siano anche “le accertate negligenze dei medici dell’ospedale Sandro Pertini” che, secondo quanto emerge, non si sarebbero resi conto della gravità della situazione del malato. Sarebbe stato sufficiente, per salvarlo, dargli un bicchiere d’acqua e zucchero. Ma se le accuse per i medici dell’ospedale Pertini si sono fatte più pesanti perché c’è l’aggravante di “abbandono di incapace”, per coloro che materialmente lo pestarono nel bunker del tribunale l’accusa viene invece declassata a quella semplice di “lesioni” anche se aggravate perché commesse da un pubblico ufficiale. Ma senza quel pestaggio Stefano Cucchi non sarebbe mai stato ricoverato in ospedale dove poi è stato lasciato morire. Senza quel pestaggio, ha affermato la madre Rita in un’intervista, al Pertini Stefano non ci sarebbe mai arrivato: “le foto le hanno viste tutti. Stefano stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva una patologia particolare”.

E mentre le carceri italiane sono stracolme in una situazione di disumanità peggio che nel ventennio, sappiamo ora che, anche la sanità carceraria, ne abbiamo certezza, è al di sotto della soglia di umanità. Un decesso, quello di Cucchi, chiaramente correlato all’entità dei traumi subiti dagli agenti che lo avevano in custodia: “La morte di Stefano Cucchi – è quanto sintetizza i risultati della perizia – è addebitabile a un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma”.

Stefano è stato pestato a morte mentre era affidato nelle mani dello Stato e i medici, pubblici ufficiali, si sono resi complici di questa triste vicenda. L’omicidio colposo di Stefano Cucchi cancellato dai capi di accusa, per Marco Pannella intervenuto sulla vicenda dai microfoni di Radio Radicale, è invece stato un vero e proprio “omicidio preterintenzionale”. Le associazioni che hanno seguito, assieme ai familiari, la vicenda affermano che si è ignorato il rapporto di casualità ed effetto. Cucchi venne ricoverato al Pertini dove fu abbandonato alla morte proprio perché aveva subito il pestaggio.

Tutti parlano di traumi ma Luigi Manconi lo ha detto pure lui chiaramente: “Stefano è stato pestato”. “Violenze documentate, riconosciute, certificate, e sono queste violenze che hanno portato Stefano in quel luogo dove non è stato curato”.

Sin dal primo momento Pannella lo aveva intuito – quando si era detto che Cucchi aveva fatto lo sciopero della fame e della sete per avere il suo avvocato di fiducia e adesso sappiamo, dalle perizie, che aveva la vescica piena. Aveva accettato di bere. Tutti sapevano che questo ragazzo poteva morire. Già dal primo giorno quello che c’è stato da parte di tutti coloro che lo hanno avuto in cura, secondo Pannella, è un riflesso: “Se questo si salva, racconta tutto quello che è successo, che lo hanno pestato”. Tutto questo però è davvero un segnale di una società che fa paura, che non rispetta la sua stessa legge, che vìola il patto che ci lega. Cucchi accetta di bere per non morire ma è proprio lo Stato ad abbandonarlo lasciandolo morire per un po’ di zucchero.

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Molestie, tentate violenze e maltrattamenti sul posto di lavoro per ottenere favori sessuali: rinviato a giudizio un ex preside

Molestie, tentate violenze e maltrattamenti sul posto di lavoro per ottenere favori sessuali: rinviato a giudizio un ex preside

Buon 1° maggio, se potete

di Giuseppe Candido

Stop violenze sulle donne

Molestie e maltrattamenti sul posto di lavoro per ricevere piaceri sessuali. Oggi sappiamo che denunciare si può e si deve. A seguito di indagini durate oltre due anni e su richiesta del Pubblico Ministero Simona Rossi, durante l’udienza preliminare dello scorso 30 aprile 2010, il GUP presso il tribunale di Catanzaro, nella persona della dott.ssa Emma Sonni, ha disposto il decreto di rinvio a giudizio dell’ex dirigente scolastico, dott. Pietro Catanzaro, difeso dall’avvocato Pietro Funaro del foro di Catanzaro, perché imputato di tentata violenza sessuale (art. 609 bis c.p.) e maltrattamenti (art.572 cp) commessi nei confronti di un’insegnante a lui sottoposta. I fatti risultano aggravati dalla circostanza che i reati sarebbero stati commessi dal dottor. Catanzaro nella sua qualità di pubblico ufficiale, durante l’esercizio delle proprie funzioni di preside. Nella richiesta di rinvio a giudizio, pienamente confermata dal G.U.P, si legge che “il Dottor Pietro Catanzaro, in qualità di dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Cropani, con violenza ed abusando della propria autorità, tentava di costringere l’insegnante … a compiere e a subire atti sessuali contro la sua volontà…”. Nello procedimento penale che inizierà ad essere celebrato il 7 giugno prossimo, il dott. Catanzaro, attualmente in pensione ma che nella scuola ha operato fino al giungo del 2008, è altresì imputato del non meno grave reato di concussione (art. 317 c.p.) perché, secondo l’accusa, “sempre nella qualità di incaricato di pubblico servizio, abusando dei suoi poteri, mediante l’adozione di provvedimenti (ordini e comunicazioni di servizio) dal contenuto pregiudizievole nei confronti dell’insegnante …, e comunque abusando della sua qualità, ossia tenendo nei confronti della stessa insegnante una condotta discriminatoria e prevaricatrice, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere e/o indurre la predetta a concedergli indebitamente favori di tipo sessuale, evento non verificatosi per cause indipendenti dalla propria volontà, segnatamente a cagione dei reiterati dinieghi della persona offesa”. I reati contestati all’ex Dirigente Scolastico, commessi dall’aprile 2007 al giugno del 2008 e che hanno cagionato, alla malcapitata insegnante, gravi problemi sia sul piano lavorativo sia su quello personale, risultano tutti aggravati dall’esser stati commessi con abuso dei poteri inerenti alla sua professione lavorativa. Nel procedimento si sono costituite parte civile, assieme all’avvocato Natalina Raffaelli, legale dell’insegnante in veste di persona offesa, anche l’avvocato Maria Anita Chiefari, quale rappresentante dell’ufficio di parità della Provincia di Catanzaro.

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Se prevale l'indifferenza

Se prevale l'indifferenza

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani” il 26 aprile 2010

Ha ragione da vendere Bersani nell’affermare che ci sono molti modi per tradire una costituzione, per tradire, cioè, quei “valori che sono fioriti” durante la resistenza “nel sangue di tante sofferenze” e che hanno portato alla liberazione. Ed ha ragione quando individua nell’indifferenza e nell’ignavia uno dei modi più subdoli per tradire il patto che ci lega. Un modo fu sicuramente quello operato dal regime del partito unico del fascio che proibì i festeggiamenti del 1° maggio istituendo la festa del lavoro. Ma per rinnovare e rinsaldare quel patto bisognerebbe ricordare anche che, a tradire la Costituzione, il rispetto di quel patto che ci lega, è molto spesso l’indifferenza della partitocrazia che oggi, troppo impegnata nei suoi balzelli, è del tutto sorda persino alle urla che provengono dalle nostre patrie galere, da tutte le carceri italiane ormai al collasso per il sovra affollamento, con organici della polizia penitenziaria sotto dimensionati e dove la sanità, la salute, sono diritti umani cui si deve rinunciare. Oggi, mentre il PdL dibatte sul partito di plastica o sul partito in cui sia possibile un dibattito interno e mentre il PD, invece, è impegnato a capire le ragioni di una sconfitta, nelle carceri italiane la gente si suicida per evadere da una situazione divenuta non più tollerabile. Per la nostra Carta fondamentale le pene, è bene ricordarlo ancora proprio a chi intende “rinnovare un patto per costruire una nuova Unità d’Italia, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma, ahi noi, non potrebbero e non dovrebbero eppure la situazione è quella più volte denunciata dai Radicali, dall’associazione Antigone e, di recente, anche dalla Comunità di Sant’Egidio. Rita Bernardini è da oltre dodici giorni in sciopero della fame per proporre che sia data priorità, con la via legislativa, al provvedimento voluto dal Ministro Alfano per consentire ai detenuti con pene inferiori ad un anno di scontare la pena, sempre in condizioni di detenzione, ma ai domiciliari. Si alleggerirebbe il carico di sovraffollamento e si potrebbe utilizzare il momento per una grande riforma della giustizia condivisa. E dispiace che i dubbi sul provvedimento non vengano soltanto dal giustizialismo dell’Italia dei Valori ma anche dal PD. Per rinnovare davvero quel patto, per ricostruire una nuova Unità, c’è bisogno di cominciare a rispettare il patto, a rispettare la parola data, la legge e la costituzione in primis. Non dimentichiamo come andò: dopo la sua approvazione, la Costituzione fu subito tradita dal fascio unico dei partiti che impedirono per oltre vent’anni sia il voto di referendario sia quello per le regionali. Oggi la nostra Costituzione viene sistematicamente violata, il principio di eguaglianza è continuamente vilipeso ogni volta si fa una legge ad personam che rende la legge non uguale per tutti ed il rispetto della parola data è messo sotto le scarpe ogni qualvolta si neghino i più elementari diritti civili, politici e umani dei cittadini come nel caso delle nostre carceri o come quando si attuano le politiche dei respingimenti dei migranti richiedenti asilo politico. Ricostruiamo l’Unità partendo dal rispetto del patto che ci lega, si faccia una grande riforma della giustizia. Solo così si potrà dare continuità ai valori della Resistenza e sperare in una nuova Liberazione.

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Tragica verità sulla morte di Stefano Cucchi: "Omicidio preterintenzionale"

Tragica verità sulla morte di Stefano Cucchi: "Omicidio preterintenzionale"

di Giuseppe Candido

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi - Foto: crmmedia.com

Ora finalmente ci sono le perizie medico-legali della procura che iniziano a delineare la verità su ciò che è avvenuto al povero Cucchi dopo essere stato arrestato. Stefano, geometra di 31 anni, morto in carcere sette mesi fa dopo essere stato arrestato, si sarebbe potuto salvare. Il pool di medici legali nominati dalla procura a fare l’autopsia, coordinati dal professor Paolo Arbarello, sono certi che, tra le cause della morte del ragazzo, ci siano anche “le accertate negligenze dei medici dell’ospedale Sandro Pertini” che, secondo quanto emerge, non si sarebbero resi conto della gravità della situazione del malato. Vincenzo Barba e Francesca Loy, consulenti dei pubblici ministeri, vanno anche oltre e sostengono che la vittima è morta sia per disidratazione, sia per una serie di omissioni dei sanitari del nosocomio di via dei Monti Tiburtini. “Un trauma vertebrale a livello L3 – ha spiegato il professor Arbarello – risalente nel tempo e una a livello F4 recente. Lesioni recenti sono state evidenziate anche sul volto, su gambe e braccia, nulla legato invece a eventuali bruciature. Queste sono compatibili per aspetto morfologico, istologico e radiologico con una caduta podalica. Su ciò che abbia determinato questa caduta non spetta a noi determinarlo. Queste lesioni comunque sono del tutto indifferenti ai fini della morte”. Tuttavia le gravi negligenze dei medici del Pertini, non possono essere sufficienti, per i medici e i legali della famiglia, a spiegare quanto accaduto. Per i periti di parte “Stefano morì per i traumi”: Sono stati i traumi e le loro conseguenze a determinare quella catena di eventi che ha portato alla morte di Stefano Cucchi”. E’ quanto evidenziato dalla perizia disposta dalla famiglia e presentata in una conferenza stampa a Montecitorio, a cui hanno preso parte la sorella Ilaria, il presidente dell’associazione “A buon diritto” Luigi Manconi che sin dall’inizio ha seguito il caso e l’intero collegio difensivo. Un decesso chiaramente correlato all’entità dei traumi subiti: “La morte di Stefano Cucchi – è quanto si legge nel documento che sintetizza i risultati della perizia – è addebitabile a un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma”.

Stefano è stato pestato a morte mentre era nelle mani dello Stato e i medici, pubblici ufficiali, si sono resi complici di questa triste vicenda. L’omicidio di Stefano Cucchi, per Marco Pannella intervenuto sulla vicenda domenica 11 dai microfoni di Radio Radicale, è stato un “omicidio preterintenzionale”. Tutti parlano di traumi ma Luigi Manconi lo ha detto pure lui chiaramente, nella sua battaglia prudente ma allo stesso tempo intransigente, che Stefano è stato “pestato”. “Dal primo giorno ho avuto – continua Pannella – il sospetto” quando si è detto che Cucchi aveva fatto lo sciopero della fame e della sete per avere il suo avvocato di fiducia e adesso sappiamo, dalle perizie, che aveva la vescica piena. A un certo punto Stefano ha accettato di bere abbondantemente. Tutti sapevano che questo ragazzo poteva morire. Già dal primo giorno quello che c’è stato è, secondo Pannella, un riflesso: “Se questo si salva, racconta tutto quello che è successo, che lo hanno pestato”. “Si può discutere tra ‘associati per delinquere’, con quantomeno l’omicidio preterintenzionale, ma è evidente che questa serie di reati omissivi, ivi compreso il silenzio, perché il silenzio di coloro che sanno è reat”. Un reato “Ritengo giusto esprimere il dubbio – anche con la sorella, con la famiglia – che lui abbia avuto un comportamento classico, esemplare. Dopo 24 ore in quelle condizioni, lui dice: “Io voglio l’avvocato di fiducia”, non glielo danno e per questo fa uno sciopero della fame e della sete. “Questo – continua Pannella – è un segnale di una società e di un ceto dirigente che fa paur”. Cucchi accetta di bere per non morire ma è lo Stato ad abbandonarlo. Perché, spiega ancora Pannella, “Quando ci si abitua ad avere dentro di sé – come orizzonte – la morte, a questo punto poi la si crea e la si produce”.

Appaiono quindi ancora valide le richieste del padre di Stefano, Giovanni Cucchi, che durante la conferenza stampa il 29 ottobre scorso chiedeva: “Vogliamo sapere perché – alla richiesta precisa di Stefano – non è stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito le lesioni, vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando, vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici, vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì, se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”. Anche noi chiediamo di conoscere e non soltanto per il “diritto alla vita” troppo spesso vilipeso ma anche, e soprattutto, per la vita del diritto stesso.

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Se anche il PD dimentica Wojtyla

Se anche il PD dimentica Wojtyla

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” P.1 il 12/04/2010

Anche la comunità di Sant’Egidio si mobiliterà per affrontare l’emergenza delle carceri italiane. E’ un’ulteriore suicidio, il diciottesimo di quest’anno, nelle nostre patrie galere ad obbligarci a riflettere ancora: un giovane di 39 anni a Benevento si è tolto la vita impiccandosi. Poi è montata la protesta delle pentole nei padiglioni Salerno, Napoli e Livorno del carcere di Poggio Reale. La motivazione della protesta non violenta dei detenuti, manco a dirlo, è il sovraffollamento ormai giunto a condizioni di intollerabilità. La struttura conta 2.786 presenze a fronte di una capienza massima di circa 1800 posti. I decessi in cella aumentano giorno per giorno. Il sovraffollamento, già sanzionato dalla Giustizia europea, ha raggiunto ormai valori troppo oltre la capienza massima e oltre la “soglia di tollerabilità”. Il ministro Alfano lo sa bene: il piano di costruzione di nuove carceri varato a gennaio scorso non potrà essere attuato in tempi utili ed ha provato a varare in “via legislativa” il provvedimento proposto in commissione giustizia dalla deputata Radicale Rita Bernardini. La sede legislativa che avrebbe assicurato un esame rapido del provvedimento è stata però negata sia dal PD che dall’IDV. Poi ci si è messa pure la Lega, contro lo stesso Governo, a dire il suo no ad un testo che prevede di far scontare l’ultimo anno di pena residuo ai domiciliari anziché in carcere. I primi a denunciare la situazione delle carceri italiane sono proprio gli agenti del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria. In quel carcere, a Poggio Reale, una situazione davvero “intollerabile” che, Marco Pannella, Rita Bernardini e Matteo Angioli, in visita nel giorno di Pasqua, già avevano denunciato prima che scoppiasse la protesta dei detenuti. Una situazione generale, quella delle carceri italiani, “peggiore che nel ventennio fascista” ha sottolineato più volte l’esponente radicale. Anche in Calabria le cose non vanno meglio: dopo due suicidi nel carcere di Castrovillari nel 2009 è di pochi giorni fa la notizia del tentativo di suicidio per impiccagione nel carcere di Reggio Calabria. Stante la situazione drammatica la partitocrazia, che normalmente per se stessa è garantista, stringe le corde contro quello che viene definita un’amnistia strisciante, un altro indulto.

Ma, afferma la Bernardini, “sono tornati i feroci e menzogneri riflessi demagogici pre e post indulto a favore di inumane e anticostituzionali carceri come discariche sociali” e, mentre sembrava aprirsi uno spiraglio nel governo che, nella persona del ministro della Giustizia, aveva pensato di varare in sede di Commissione il provvedimento che consente ai detenuti che devono scontare pene inferiori ad un anno di farlo ai domiciliari, lo stop al provvedimento arriva dalla Lega che però trova subito il sostegno giustizialista di Di Pietro che spara a zero su quella che lui definisce un’amnistia mascherata. E anche il PD non sembra sapere bene che pesci pigliare. Non si comprende l’atteggiamento autolesionistico del PD che “avrebbe potuto rivendicare a se stesso il merito di aver indotto il governo a mutare atteggiamento rispetto alla politica di carcerizzazione fin qui seguita”. E poi ci si dimentica delle duecentomila prescrizioni, vera amnistia strisciante di questo Paese, che avvengono ogni anno, si dimenticano delle parole di Napolitano nel suo discorso di fine anno e si dimentica pure la nostra stessa Costituzione, la nostra Carta fondamentale, quel “patto che ci lega” come società di persone e che spiega chiaramente che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” (oggi il 48% dei detenuti è in attesa di giudizio) e che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La pena afflittiva e punitiva, in condizioni inumane di sovraffollamento che costringono al suicidio di liberazione, la pena che viene oggi erogata nelle nostre patrie galere, non è prevista dalla nostra costituzione. E forse sarebbe bene ricordare pure, alla “cattolica” Lega ma non solo, che nel 2006, era intervenuto proprio il Papa, Giovanni Paolo II, per chiedere quell’atto di clemenza utile a riportare il nostro paese nell’alveo della legalità costituzionale oltreché nell’ambito della più alta misericordia cristiana.

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Speranza, utopia e la porta aperta

L'uomo è ciò che ha molte cose davanti a sé. Egli viene sempre trasformato nel suo lavoro e grazie a esso. Si trova sempre davanti a limiti che non sono limiti; percependoli, infatti, egli li oltrepassa. ... Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta. La porta almeno semi aperta, quando sembra aprirsi su oggetti propizi si chiama speranza. Ernest Bloch

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