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Cercano di sabotare i referendum

Cercano di sabotare i referendum

di Giuseppe Candido

25 anni esatti dal disastro di Chernobyl in Ucraina. Il più grave incidente nucleare, l’unico di livello 7, insieme a quello dello scorso 11 marzo a Fukushima dove però, più che l’errore umano, è stato il violento terremoto e, ancor peggio, il conseguente tsunami ad aver causato il disastro.

A Chernobyl furono violate invece tutte le regole di sicurezza e di buon senso e, paradossalmente, tutto ciò avvenne proprio durante un test di sicurezza: un brusco e incontrollato aumento di potenza del reattore causò l’aumento di temperatura dell’acqua di raffreddamento e la sua conseguente scissione in idrogeno e ossigeno. L’aumento di pressione fece il resto, il contatto con l’idrogeno e la grafite incandescente causarono l’esplosione con conseguente emissione di una nube di materiali radioattivi su vaste aree intorno alla centrale. 336.000 persone furono evacuate per sempre e reinsediate altrove. Le nubi radioattive raggiunsero l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia arrivando, con livelli di contaminazione via via minori, anche in Francia e in Italia. Le vittime accertate, riconosciute dalle organizzazioni internazionali come direttamente collegate a tumori contratti per l’incidente, sarebbero 65 e 4.000 invece le presunte ma Greenpeace parla di 6 milioni di vittime in tutto il mondo. Il ricordo di quel disastro, cifre a parte, non può non richiamarsi con l’attualità. Tre anni più tardi, anche in considerazione di quel disastro, gli italiani avevano denuclearizzato il paese rinunciando al nucleare con un referendum nel 1989.

Adesso, dopo averlo reintrodotto “alla grande”, il governo pur di evitare che si voti il referendum cerca di metterci una toppa con l’annunciata moratoria per un anno. Un provvedimento che, in realtà, semplicemente posticipa la scelta ad un “successivo momento” condizionandola a quelle che si definiscono genericamente “le verifiche fatte dall’Unione europea”. Non sarà, per caso, che si vuole evitare il referendum? Anche perché, sull’acqua, d’improvviso c’è la proposta del sottosegretario allo Sviluppo Economico che, mediante l’istituzione di un autority, vorrebbe evitare pure quel referendum. Insomma, tutto sa di boicottaggio finalizzato a che non si votino quei referendum. L’articolo 75 della Costituzione sancisce il diritto dei cittadini ad esprimersi, informati, sui quesiti referendari. E pure l’articolo 39 della legge n° 352 del 1970 parla chiaro: solo “Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”. La legge prevede che le operazioni di voto non si tengano più solo in caso di “abrogazione”. E ciò è ancora più evidente se si tiene conto della pronuncia della Consulta del 1978 che, addirittura, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo articolo rispetto all’art. 75, comma 1, della Costituzione “limitatamente alla parte in cui non prevede che se l’abrogazione degli atti o delle singole disposizioni cui si riferisce il referendum venga accompagnata da altra disciplina della stessa materia, senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti, il referendum si effettui sulle nuove disposizioni legislative”. Del tutto evidente, nel caso del nucleare, che un semplice rinvio non può impedire che il referendum si voti. E lo stesso vale per i due quesiti sull’acqua volti ad abrogare alcuni aspetti del decreto Ronchi e su cui si vorrebbe intervenire con un decreto a 50 giorni dal voto a campagna in corso. Un decreto che dovrebbe poi essere sottoposto al voto parlamentare. È evidente che, neanche in questo caso, ai sensi della legge e della sua interpretazione fornita dalla Consulta, il voto referendario può essere annullato. Probabilmente, anzi sicuramente, il fatto che non ci siano ragioni valide per evitare i referendum su acqua e nucleare è noto anche a Palazzo Chigi. Per cui, se non si possono evitare i referendum, il vero obbiettivo sarà quello di farne fallire il quorum. E ciò lo si fa attraverso due diverse strategie: da un lato si evita che la gente venga informata mediante l’assenza totale di dibattito nelle televisioni del servizio pubblico televisivo. Dall’altro canto si fanno continui proclami ed annunci in merito alla moratoria del nucleare e l’istituzione di un’autorità di garanzia per l’acqua, in modo da far passare tra la gente il messaggio che, tutto sommato, le questioni referendarie non sono così importanti visto che il governo, appunto, ci ha già pensato lui, ragion per cui si può tranquillamente andare a mare. D’altronde la partitocrazia, sia di destra sia di sinistra, ha sempre digerito malissimo i referendum vivendoli sempre come il più grande pericolo per se stessa ed ha sempre operato, a volte anche contro costituzione, per ridurne l’efficacia ed eliminare le scelte compiute dagli italiani. Bisogna ricordare che la scheda referendaria, prevista dalla costituzione, fu negata ai cittadini per oltre vent’anni salvo concederla ai clericali che volevano abrogare la legge sul divorzio. Poi, dinnanzi alla possibilità aperta nel paese dai referendum radicali (aborto, nucleare, depenalizzazione droghe leggere, finanziamento pubblico dei partiti, responsabilità civile dei magistrati ecc.) furono più volte sciolte le camere pur di evitare il voto referendario o fecero leggine per sovvertire le scelte degli italiani. Valga ad esempio quanto fatto dai partiti sul finanziamento pubblico abolito per referendum e reintrodotto, neanche dopo un anno, mediante il sistema dissennato e truffaldino dei rimborsi elettorali non legati alle spese effettivamente documentate ma concessi in base ai consensi riportati. Bisogna quindi andarci a votare e cercare, nel silenzio colpevole e doloso del servizio pubblico televisivo, di far raggiungere il quorum. Andare a mare non conviene anche perché, se ci pensano loro, di sicuro fanno danno.

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L’ideologia dell’indipendenza nazionale e la fine di Schengen

L’ideologia dell’indipendenza nazionale e la fine di Schengen

di Giuseppe Candido

Sottoscritto il 14 giugno 1985 fra il Belgio, la Francia, la Germania, il Lussemburgo e i Paesi Bassi l’accordo di Schengen intendeva eliminare progressivamente i controlli alle frontiere comuni e introdurre un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari, degli altri Stati membri della Comunità o di paesi terzi.
Successivamente, la convenzione di Schengen firmata il 19 giugno 1990 dagli stessi cinque Stati membri e successivamente entrata in vigore nel 1995, completò quell’accordo definendo “le condizioni di applicazione e le garanzie inerenti all’attuazione della libera circolazione”.
Obiettivi dichiarati della convenzione adottata poi da tutti i paesi membri erano l’abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere interne, il “rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, la collaborazione delle forze di polizia e la possibilità, per esse, di intervenire in alcuni casi anche oltre i propri confini. Inoltre la convenzione prevedeva il coordinamento degli stati dell’Unione nella lotta alla criminalità organizzata di rilevanza internazionale come ad esempio mafia, traffico d’armi, droga e immigrazione clandestina.
Era il sogno degli Stati Uniti d’Europa che avrebbe dovuto concretizzarsi con un esercito degli Stati Uniti d’Europa, un Ministro degli Esteri europeo in un’Europa federale e federalista.
“L’ideologia dell’indipendenza nazionale” si legge nel Manifesto di Ventotene, “è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori. Essa portava però in sé” i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”.
Le cose però cambiano, i contesti divergono e l’Europa non è quella che i suoi più alti Padri costituenti avrebbero voluto. Gli Stati nazionali continuano a soffocare la Patria europea. Dopo aver fatto sparire la Bandiera blu con le stelle e dopo aver abolito l’Inno alla gioia come inno europeo oggi assistiamo alla morte della libertà di circolazione. A che punto sia oggi quel trattato, dopo la crisi Italia-Francia per la gestione degli immigrati, è sotto gli occhi di tutti. Non parliamo poi i quel sogno europeo. L’Onda dei migranti apre una crisi nell’Unione europea, è il titolo con cui apre in prima pagina nei giorni scorsi El Pais.
La valanga di migranti provocata dalle rivolte arabe ha aperto una nuova spaccatura nell’Unione europea. L’Italia ha accusato la Francia, sottolinea il noto quotidiano spagnolo, di violare i principi base dell’Unione dopo che le autorità francesi hanno bloccato il passaggio dei treni provenienti da Genova per impedire l’ingresso di tunisini. E che “Parigi blocca i migranti tunisini alla frontiera italiana” se ne accorge lo stesso Le Monde che però si spinge ben oltre nell’analisi.
“Ad una settimana dal vertice Franco-Italiano del 26 Aprile, i due Paesi hanno aggiunto un nuovo soggetto di discordia a quelli che già li oppongono, bloccando la circolazione dei treni tra Ventimiglia e la Costa Azzurra. Domenica, si legge ancora sul quotidiano d’oltre Alpe, Parigi ha provocato la reazione indignata del Governo italiano che ha denunciato questa misura come illegittima.” In causa, ovviamente, è la decisione presa dall’Italia di accordare un permesso di soggiorno provvisorio per circa 20.000 tunisini arrivati a Lampedusa dopo la caduta del regime di Ben Ali. Per il Governo Italiano, spiega Le Monde, questi permessi temporanei, in base agli accordi Schengen, devono permettere agli immigrati, che per la maggior parte vogliono andare in Francia, la loro libera circolazione. Per Parigi, invece, gli immigrati devono giustificare una residenza in Francia, un titolo di trasporto (cioè un biglietto) e delle risorse economiche per l’auto sostentamento.
Domenica scorsa, un centinaio di tunisini muniti di un permesso di soggiorno provvisorio, accompagnati da 250-300 militanti francesi ed italiani, avevano preso posto su quello che Le Monde definisce il “treno della libertà”. Da Genova verso la Francia, con l’obiettivo di “sfidare i blocchi dei governi e garantire il libero accesso al territorio europeo e ricordare che “nessun essere umano è illegale”. Parigi ha però deciso di bloccare il convoglio alla frontiera di Ventimiglia, ufficialmente, “in ragione dei rischi per l’ordine pubblico”. Unica causa per cui l’accordo di Schengen poteva essere sospeso temporaneamente.
Forse, in un momento come quello che oggi l’Italia sta vivendo, parlare di regressione del processo d’integrazione europea e di morte dell’Unione intesa come unione di popoli e non solo unione commerciale, può sembrare inutile, quasi velleitario. Eppure il tramonto di quel sogno, il declino di un’idea d’Europa unita non solo da un’unica moneta e dall’abolizione dei dazi sulle merci, ma anche dalla condivisione di territori, di culture e di tradizioni, proprio nel momento in cui i nazionalismi, dal Belgio alla Finlandia passando per i Paesi Bassi, si affermano e si rinforzano, dovrebbe costituire una preoccupazione seria per classi dirigenti del nostro Paese.

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Scorie nucleari: una bomba per le future generazioni

Scorie nucleari: una bomba per le future generazioni

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 01 aprile 2011

Mentre a Fukushima il disastro nucleare annunciato si è ormai conclama salendo nella classifica al grado 7, il più alto della scala, attribuito in passato al disastro nella centrale ucraina di Chernobyl, e mentre Angela Merkel inverte la rotta a 180 gradi annunciando l’uscita della Germania dal nucleare che punterà tutto su rinnovabili (eolico e fotovoltaico), qui in Italia, nel paese dei Dante e dei Leonardo, nel Paese dove il sole spacca in due i sassi, il Governo italiano, dopo l’accordo italo francese sull’acquisto di centrali atomiche e il mega pacchetto anti crisi che avevano confermato il “ritorno alla grande” dell’Italia al nucleare, oggi sentiamo di una generica “moratoria” per un anno per fare una “pausa di riflessione”.

A calcio diremmo che così si fa melina per perdere tempo, sbollentando gli animi e magari invitando gli elettori a disertare il referendum che il prossimo 12 di giugno ci chiederà se vogliamo o meno confermare la dissennata scelta del governo di un “ritorno al nucleare”. Ricordiamolo ancora una volta, il nostro è un territorio, a differenza di quello della Francia e della Germania, assai pericoloso dal punto di vista sismico e che, già nel recente passato, abbiamo visto verificarsi eventi catastrofici, tsunami di Reggio Calabria compreso nel 1908. E non dimentichiamo che, rischio sismico a parte, il vero problema del nucleare (e anche il suo vero costo noscosto) di cui spesso però ci si dimentica è quello delle scorie, la monnezza nucleare che non si sa dove mettere. La spediamo sulla luna? Nell’Italia dei veleni industriali finiti sotto le questure e le scuole, delle navi a perdere e delle infinite e prorogate emergenze rifiuti, proprio le scorie di quel carburante nucleare diventerebbero, per centinaia o forse anche migliaia di anni, la vera e tragica bomba ecologica per le future generazioni. E anche la guerra con la Libia e tutta la situazione d’instabilità nel mondo arabo, ci dovrebbe indurre a riflettere su quale tipo d’energia dovremo puntare per il futuro del nostro Paese convincendoci del fatto che, se lo fa la Merkel in Germania dove il sole scarseggia pure, un’Italia cento per cento rinnovabile è pure possibile. Fotovoltaico ed eolico ma non solo: geotermico a bassa entalpia per il riscaldamento domestico sino alle biomasse di compost prodotto con un ciclo integrato dei rifiuti. Per questo, senza contare su moratorie inedite ed anche per evitare di ammazzare del tutto lo strumento referendario che i padri costituenti ci avevano regalato, è giusto che, il 12 e il 13 giugno prossimi, ognuno di noi si rechi a votare per impedire di far scegliere ad altri il nostro domani e, soprattuto, quello dei nostri figli.

 

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Il dibattito sul nucleare non è sciacallaggio

Il dibattito sul nucleare non è sciacallaggio

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 18 marzo 2011

A Tokyo la radioattività fa paura, 20 milioni di abitanti sono al centro dell’incubo nucleare. Mentre continuano le scosse di assestamento di quello ch’è stato un evento sismico tra i più disastrosi e quando è ancora aperta la profonda cicatrice lasciata dalla grande onda, le esplosioni nei reattori nucleari si susseguono. Il Giappone e il rischio di una catastrofe nucleare hanno riaperto il dibattito sullo sfruttamento di tale fonte d’energia non soltanto in Italia dove, tra l’altro, si voterà a breve (e di nuovo) un referendum. La discussione s’è riaperta negli Stati Uniti e, soprattutto, in Europa. In un editoriale del New York Times pubblicato col titolo “Le calamità multiple del Giappone” si spiega come, dopo i morti e gli sfollati per il terremoto e lo tsunami, le centinaia di migliaia di senza tetto, ora la paura è di un’altra catastrofe, quella nucleare, con l’ipotesi di conseguente contaminazione radioattiva. “La tragedia in corso in Giappone”, si precisa nell’editoriale, “deve spingere gli americani a rivedere i loro piani per gestire i disastri naturali e i potenziali incidenti nucleari. Abbiamo già visto quanto povere – prosegue l’editoriale – sono le nostre difese con l’uragano Katrina che ha distrutto New Orleans e quanto la follia industriale abbia arrecato in termini di danni con la perdita di petrolio nel golfo del Messico dello scorso anno. È triste, scrive ancora il N.Y.T., che queste calamità possano danneggiare in questo modo il Giappone, un paese tecnologicamente avanzato e che mette grande enfasi alla riduzione dei danni provocati dai disastri”. Anche i muri protettivi in mare si sono rilevati inadatti per proteggere dallo tsunami che ha trascinato via i sistemi di sicurezza che dovevano proteggere dal surriscaldamento e dalla fusione i reattori nucleari. “È troppo presto per comprendere la magnitudo di ciò che è accaduto ma per ora questi giorni di crisi in Giappone corrispondono al peggior incidente nucleare da Chernobyl nel 1986”. Le notizie allarmanti che raccontano un Giappone che rischia la fusione dei reattori colpiti con conseguenze sconosciute, catastrofiche probabilmente, si incrociano con le celebrazioni del 150° dell’Italia unita. Negli Stati Uniti è fondamentale riaprire il dibattito sugli standard di sicurezza mentre il paese, dopo decenni di stagnazione, sta per ampliare il proprio programma nucleare; 30 centrali in America sono come quelle oggi in crisi in Giappone e molte si trovano su faglie geologicamente attive e, poiché vicine alla costa, anche a rischio tsunami. Ma il dibattito sul nucleare si riapre anche al di qua dell’oceano. In Germania, ad esempio, il premier Angela Merkel ha decretato una moratoria sulla durata delle attività delle centrali atomiche e anche la Svizzera annuncia la sospensione delle procedure relative alle domande di autorizzazione per le nuove centrali nucleari. Persino in Francia la questione energetica è di nuovo al centro del dibattito nella “sinistra”, tra gli ecologisti e i socialisti, anche se il Presidente Nicolas Sarkozy, per la verità, ha escluso l’ipotesi d’uscita dal nucleare del suo Paese. Quindi non è sciacallaggio mediatico chiedersi se, al nostro Paese, che aveva abolito la scelta del nucleare con un referendum, convenga davvero il così detto “ritorno” al nucleare. Mentre tutto il mondo s’interroga sulla sicurezza delle centrali nucleari che hanno già in casa, mentre persino il ministro dell’Ambiente francese Nathalie Kosciusko-Morizet afferma con chiarezza che la situazione in Giappone “è molto grave” e che “il rischio di uno scenario da catastrofe non può essere scartato”, nel nostro Paese il governo tira dritto e in settimana, dopo la pausa celebrativa dei 150 anni, la Commissione Industria del Senato dovrebbe cominciare l’esame dell’atto relativo alla disciplina della localizzazione degli impianti nucleari in Italia. Senza farci condizionare dal “momento emozionale” e senza fare “sciacallaggio” vorremmo però far notare due aspetti di questa vicenda che, speriamo, facciano riflettere. Il primo è che il sisma registrato in Giappone la scorsa settimana è stato un evento di magnitudo di gran lunga superiore a quella massima risentita in passato in quell’area e che, avendo avuto l’epicentro nell’oceano a poca distanza dalla costa, ha provocato un’onda anomala enorme che si è subito abbattuta sulle località costiere dove, travolgendo villaggi e mettendo in crisi i reattori nucleari. Dunque non soltanto sappiamo oggi che i terremoti possono avere un’intensità superiore a quella del passato, quella che cioè viene definita come massima intensità risentita ed è utilizzata per il dimensionamento delle strutture, ma dovremmo chiederci pure se, anche nel nostro territorio, siano possibili degli tsunami che mettano in crisi eventuali centrali o depositi di scorie radioattive. Ad esempio, nel 1908 a Reggio e Messina, dopo che il grande terremoto aveva provocato lutti e distruzione fu l’onda dello tsunami a causare l’apocalisse vera. E se non si vuol riflettere per prudenza lo si faccia almeno per interesse. Siamo sicuri che l’uranio convenga davvero? Siamo sicuri, cioè, che l’atomo sia la strada giusta per risolvere la nostra dipendenza dal petrolio e dalle crisi magrebine piuttosto che moscovite? Un fondamentale principio d’economia energetica afferma che “la migliore energia è quella a più basso costo, purché si aggiungano ad essa anche tutti i costi indiretti”. Costi indiretti, che spesso definiti externalities. Dopo aver ascoltato le parole di Umberto Veronesi che ci rassicura dicendoci che lui vivrebbe vicino una centrale o un deposito di scorie nucleari, prima di rimetterci a costruire nuovi impianti che entreranno in funzione, se andrà tutto bene, tra una ventina d’anni e che, tra l’altro, troppo nuovi e sicuri non lo sono, sarebbe opportuno rileggere le parole del Prof. Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, che d’ideologico non hanno nulla: “Tra il 2000 ad oggi i prezzi dell’ossido di uranio sono cresciuti dai 7 dollari/libra a 130 e cioè circa di un fattore 20”. La preoccupazione cresce ulteriormente – sostiene Rubia – “se si tiene conto che circa un terzo dell’uranio utilizzato proviene oggi da stock militari esistenti e in via di esaurimento. La situazione dell’uranio, ricorda quindi terribilmente quella del petrolio”. Insomma, si rischia che dalla padella del petrolio si passi alla brace dell’uranio. In quell’intervento Rubbia aggiunge che: “Non si può evitare il confronto con le nuove energie rinnovabili da diffondere su larga scala, come il solare a concentrazione ad alata temperatura”, il così detto CSP, di cui quasi mai si parla. Impianti che, al contrario delle grandi centrali nucleari, sarebbero “realizzabili in tempi brevi, tra 16 e 24 mesi per impianti di grandi dimensioni, con costi che, pur essendo oggi ancora più elevati, sono nel processo di rapida riduzione che li porterà a valori del tutto compatibili con i costi dei fossili in meno di un decennio. Il costo dell’elettricità per un impianto CSP è perfettamente prevedibile. Il prezzo dell’uranio tra trent’anni, a metà strada dei tempi di vita di un reattore, è assolutamente imprevedibile”. Ma la cosa che davvero non può permettersi l’Italia è un ritorno al nucleare alla cieca, senza che un vero dibattito venga aperto nel paese e senza una vera informazione dei cittadini. Ma su questo e su altri temi, il servizio pubblico radiotelevisivo dov’è?

 

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Il mondo arabo e il cambiamento democratico

Il mondo arabo e il cambiamento democratico

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 20.02.2001

La sete di cambiamento si estende in tutto il mondo arabo. Dopo la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubarak, ora è la volta della Libia di Muammar Gheddafi dove il colonnello è al potere da oltre 40 anni ma anche dello Yemen dove le manifestazioni reclamano la partenza del Presidente Ali Abdullah Saleh e sono proseguite per il sesto giorno consecutivo. Centinaia di studenti hanno cercato invano di marciare sul palazzo presidenziale. Anche la Libia, scrive nei giorni scorsi il quotidiano francese Le Monde, ha vissuto il suo “giorno della collera” dopo che i movimenti di rivolta hanno costretto i leader di Tunisia ed Egitto a lasciare il potere. Gli appelli a manifestare contro il regime del colonnello sono venuti principalmente da attivisti anonimi su internet che hanno lanciato inviti a manifestare sui social network. In Libia, paese ricco di petrolio, scrive ancora Le Monde, ma che soffre degli stessi mali che affliggono gli altri stati della regione le contestazioni toccano soprattutto l’Est del paese, tradizionalmente ribelle, dove negli anni ’90 avevano trovato rifugio alcuni islamisti nella città di Al Baida dove almeno quattro persone sono state uccise durante gli scontri di mercoledì. A Bengasi, seconda città libica al confine con l’Egitto, ci sono stati scontri violenti tra manifestanti da un parte e forze dell’ordine e sostenitori del regime dall’altra. Anche in Giordania si moltiplicano le manifestazioni per chiedere riforme politiche e istituzionali e in Iraq centinaia di manifestanti sono scesi in piazza saccheggiando e mettendo a fuoco i palazzi del governatorato della città di Al Kut e tre manifestanti sono stati uccisi. In Libia, Bahrein, Yemen, Giordania le rivolte si moltiplicano per rivendicare giustizia e libertà. In Bahrein la polizia ha scelto la forza per reprimere i manifestanti che chiedono un cambiamento politico. In questo piccolo regno il governo è sunnita mentre la maggioranza e sciita durante le manifestazioni ci sono stati morti e feriti.

La polveriera sta scoppiando ovunque nel mondo arabo e, in generale, in quello mussulmano. Poi c’è l’Iran che non è arabo né sunnita ma dove, lo stesso, l’opposizione al regime di Ahmadinejad è tornata in piazza dopo le contestazioni del voto presidenziale a Teheran nel giugno del 2009. In cambio ne ha ricevuto una dura repressione da parte del regime dei Mullah. Le figaro di qualche giorno addietro scrive un’editoriale dal titolo “L’Iran e la rivolta araba” nel quale si fa notare come proprio la rivolta araba possa indirizzarsi e percorrere due strade diverse: quella della repubblica islamica o l’evoluzione verso un sistema realmente democratico. La rivolta che è iniziata in Tunisia e in Egitto, scrive il quotidiano conservatore d’oltralpe, si estende a macchia d’olio: dopo lo Yemen, la Giordania e l’Algeria sono stati colpiti la Libia, l’Iraq e il Bahrein e anche l’Iran assiste ad una ripresa delle manifestazioni dopo un anno di calma delle opposizioni. Ma ciò che accadrà a Teheran, sottolinea Le figaro, è cruciale per la regione. Con trionfalismo il regime di Khamenei e Ahmadinejad dice di vedere negli eventi attuali le “primizie” di un Medio Oriente senza gli Stati Uniti e Israele. Solo che, fa notare sempre Le figaro, lo stesso regime dei Mullah è diventato il bersaglio principale delle contestazioni ispirate dall’Egitto e dalla Tunisia.

Se la rivolta araba, come pretende Teheran, fosse una riedizione della rivoluzione iraniana del 1979, la progressione dell’islamismo diventerebbe irresistibile. L repubblica islamica che ha già piazzato le sue pedine a Gaza, in Libano e in Iraq, trionferebbe in tutta la regione. Se invece la rimessa in discussione dei regimi autoritari corrotti proseguirà fuori dai canali dell’Islam estremo e si consoliderà in un autentico movimento democratico allora il modello iraniano stesso potrebbe essere mortalmente minacciato. Con la ripresa dei movimenti a Teheran i dirigenti iraniani sono sempre più nervosi. Il Parlamento, conclude Le figaro, ha evocato la condanna a morte dei capi del movimento riformista e il potere ha annunciato una contro-manifestazione per venerdì dopo che una brutale repressione aveva soffocato le rivolte seguite alle elezioni truccate di Ahmadinejad nel 2009 ma le rivolte in Tunisia ed Egitto dimostrano che non è necessario disporre di un’opposizione molto ben organizzata per rovesciare un regime. Bisogna fare tutto il possibile, conclude l’editoriale, per evitare che l’Iran approfitti dell’instabilità del mondo arabo. Ma qual’è il modo di farlo l’editoriale non lo spiega. Una situazione, quella araba, ben nota agli osservatori internazionali e che ha potuto sorprendere solo chi si è voluto distrarre. Le crepe nei muri dei regimi illiberali c’erano da tempo ed erano ben visibili a tutti gli osservatori che al mondo arabo prestano da tempo attenzione. Una situazione che però, nonostante fosse nota da tempo, non vede né l’Europa né gli Stati Uniti realmente impegnati a sostenere una via democratica al cambiamento e il rischio che nei vari paesi si instaurino nuovi regimi di stampo teocratico e illiberale è concreto. Una soluzione per evitare che ciò avvenga potrebbe essere quella di una Corte mondiale dei diritti umani. L’ipotesi è stata prospettata dal Prof. Cesare Romano intervenuto, in videoconferenza da S.ta Monica in California, lo scorso 17 febbraio alla prima giornata del 39° congresso del Partito Radicale Transnazionale riunito a Chianciano. Il professor Romano, docente di diritto alla Los Angeles Law School, ha concentrato il suo intervento tenendo a sfondo dell’intervento proprio quelle rivolte che in questi giorni stanno dilagando nel mondo arabo e dalle quali emerge palese che “la gente scende in piazza non già come avveniva una volta per protestare contro gli Stati Uniti o l’Occidente”. Ma la gente, il Popolo, scende in piazza, afferma Romano, per chiedere diritti politici e civili: “la possibilità di poter partecipare alla vita politica del proprio paese e di poter scegliere i loro governanti”. Ma poi si è visto anche che, una volta ottenuto quello che vogliono, si passa a quella che Romano chiama la richiesta di “una seconda generazione di diritti”. Diritti cioè economici e sociali. Romano ricorda un documento fondamentale, la Carta araba dei diritti umani che era stato adottato nel 2004 ed era entrata in vigore nel 2008. “Una copia, aggiornata e riveduta, della dichiarazione universale dei diritti umani che ricalca la Carta europea e la convenzione inter americana dei diritti umani”. La carta araba, ricorda ancora Romano, “è stata ratificata da paesi quali la Giordania, il Bahrein, la Libia, l’Algeria, gli Emirati arabi, la Palestina, lo Yemen e l’Arabia saudita”. Questi – sottolinea ancora Romano – sono proprio quegli Stati arabi che attualmente sono in ebollizione. Ecco perché, per sostenere le riforme democratiche c’é bisogno che le carte dei diritti vengano attuate attraverso l’istituzione, come fu per la Corte penale internazionale, una Corte mondiale dei diritti umani. Un’idea che non è nuova: già nel 1947 infatti, l’Australia in largo anticipo, forse troppo largo, ne aveva proposto l’adozione. Oggi i tempi sono senz’altro più maturi ed è per questo che, se proprio vogliamo cercare una notizia, al Partito Radicale Trasnazionale che in passato si occupò di Corte penale internazionale, di moratoria della Pena di morte e messa al bando delle mutilazioni genitali femminili oggi il professor Cesare Romano propone proprio d’intraprendere un campagna mondiale di sensibilizzazione per l’istituzione di una Corte mondiale dei diritti umani che sostenga la via democratica per il cambiamento nel mondo arabo.

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La rivolta Tunisina ed il ruolo dell’Europa

La rivolta Tunisina ed il ruolo dell’Europa

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 22 gennaio 2011

Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, le vittime degli scontri cominciati il 17 dicembre 2010 sono ormai oltre cento. Dopo un mese di dure proteste della popolazione, 14 gennaio, il presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali è fuggito in Arabia Saudita. Tre giorni dopo, il primo ministro Mohammed Ghannouchi ha annunciato un governo di unità nazionale, a cui partecipano anche esponenti dell’opposizione. Il 18 gennaio quattro ministri (di cui tre del potente sindacato Ugtt) si sono ritirati dal governo, mentre nel paese sono scoppiate nuove proteste. Ma la rivolta tunisina non è stata una sorpresa per nessuno, se non per una élite che pensa di aver trovato la “formula magica” per mantenere il potere per sempre rimandando i “cambiamenti in cui i tunisini speravano fin dalla caduta del presidente Habib Bourguiba nel 1987”. “Questa formula”, scrive Burhan Ghalyoun sul quotidiano tunisino Al Shuruq, (applicata da molti regimi arabi) “deriva dal modello cinese e combina due elementi: l’allontanamento della politica dalla sfera pubblica vietando ogni forma di attivismo e il totale controllo dell’economia, sia accaparrandosi gli investimenti stranieri sia accumulando ricchezze con ogni mezzo”. Di una Tunisia che “brucia” parla Sami Naïr, filosofo franco-algerino, sul quotidiano spagnolo El País. Le proteste popolari, nel frattempo, si diffondono in tutta la regione. Ma in realtà c’è il rischio che sia, a breve, l’intero mondo arabo ad andare a fuoco. Perché, se in Tunisia siamo alla rivolta, in molti paesi arabi la situazione è simile e rischia di diventare esplosiva. In Algeria come nella vicina Tunisia, fanno notare i media televisivi britannici, molti ragazzi sono scesi in piazza per manifestare contro gli aumenti del prezzo del cibo. Lì è ancora in vigore lo stato di emergenza proclamato nel 1992 e nella capitale sono vietate le manifestazioni. Ed anche nell’Egitto di Mubarak le analogie con la Tunisia sono parecchie: condizioni economiche miserevoli della popolazione e poca libertà d’espressione caratterizzano il governo in carica ormai da oltre trent’anni. Poi c’è la “polveriera giordana” dove, lo scorso 15 gennaio, è stato il “giorno della rabbia”. Migliaia di cittadini sono scesi nelle piazze di tutto il paese per protestare contro l’escalation della disoccupazione e dei prezzi dei beni di prima necessità. E pure in Marocco, come in Tunisia, il paese sta affrontando una crisi e una “corruzione dilagante”. La reputazione del Marocco, sottolinea la BBC, è stata ulteriormente danneggiata dalle rivelazioni di Wikileaks sugli “affari della famiglia reale” e sull’avidità di personaggi vicini al re Mohammed VI. I dispacci dall’ambasciata statunitense a Tunisi citavano problemi simili anche nella cerchia di Ben Ali. Ma in Marocco, come in Egitto e in Algeria, la libertà di stampa è assai limitata e le autorità riescono a contenere le proteste. Insomma, lo spettro dei cambiamenti politici che si prospettano per la Tunisia preoccupa i leader di tutta la regione. Persino nella Libia del colonnello Gheddafi si teme l’effetto domino. Non c’è nessuno meglio di Zine per governare la Tunisia, che ora vive nella paura” è la reazione, a ferro caldo, del leader libico al rovesciamento del presidente tunisino e riflettono, è evidente, il suo nervosismo per un possibile dilagare delle proteste. Il colonnello guida infatti il paese da oltre quarant’anni col pugno di ferro: tutte le proteste vengono duramente represse, ma “negli ultimi giorni ci sono state molte manifestazioni anche ad Al Bayda”. Internet e la circolazione delle informazioni sono ancora limitate. Dopo le rivolte tunisine ed algerine i capi di stato arabi si sono affettati a calmierare i prezzi dei prodotti di base per prevenire nuove manifestazioni. Una ricetta, scrive il quotidiano algerino El Watan, che “sembra aver dato buoni risultati”. “Ma quanto durerà? Lo scontento della popolazione non sparisce”. Le “cause strutturali” che l’hanno provocato non si potranno risolvere col semplice controllo dei prezzi. C’è senz’altro bisogno che i governi di quei paesi si adoperino in politiche lungimiranti ma, senz’altro, c’è bisogno che l’Europa guardi a sud del Mediterraneo allargando il suo orizzonte economico, oltreché culturale, anche a quei paesi che sono nostri stretti vicini. Se l’Europa e l’occidente in genere hanno svolto un ruolo chiave nella democratizzazione dei paesi dell’Europa dell’est, ora stanno facendo l’esatto contrario con i paesi arabi. L’occidente deve assumersi le sue responsabilità. Non soltanto sosteniamo molte delle loro dittature con “amicizia”, ma permettiamo pure il saccheggio delle ricchezze di questi popoli consentendo ai loro dittatori di aprire comodi conti bancari dove depositare quel che hanno rubato ai loro popoli ed autorizzandoli a comprare, nei nostri paesi, immobili e azioni di grandi aziende europee.

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Ruby? Forse non basta cambiare canale

Ruby? Forse non basta cambiare canale

di Giuseppe Candido

“Berlusconi indagato in un caso di prostituzione” titolava l’Herald Tribune; “Le visite private di Ruby, cubista minorenne” sottotitolo. “L’Italia di Berlusconi sotto processo per prostituzione” è invece il titolo del network americano Fox News. E comunque, prostituzione minorile o no, non c’è dubbio che “Le ragazze di diciassette anni dovrebbero andare a scuola e non a cena da vecchi signori”. Perché è vero: il nostro modello di società ha ormai ridotto all’essere velina, piuttosto che al diventare famosa al grande fratello, il modello ed il ruolo delle donne nel nostro Paese.

“L’Italia non è un paese per donne”. È questo titolo con cui Barbie Nadeau, editorialista di Newsweek, famoso settimanale degli Stati Uniti, recensisce il nostro Paese.

“Sono le otto e mezza e gli occhi degli italiani sono tutti puntati su Striscia la notizia, il programma satirico di attualità più seguito del paese. Due uomini di mezz’età – ironizza la giornalista nell’incipit del suo editoriale – sono in piedi sotto un riflettore. Uno di loro regge una cintura da cui pende una treccia d’aglio dalla forma vagamente fallica. Una donna striscia per terra a pancia in giù con indosso un costume di paillettes scollato fino a sotto l’ombelico e un tanga. Quando si alza in piedi, uno dei due uomini le agita la treccia d’aglio davanti alla bocca: lei la prende in mano e se la strofina sulla guancia. “Su, girati, fatti dare un’occhiatina”, dice l’altro, toccando il sedere della ragazza. “Grazie, bambola”. Ecco cosa manda in onda la tv italiana durante gli orari di massimo ascolto. È impossibile – insiste la giornalista – sottrarsi a questo spettacolo, che è espressione del degrado che ormai ha raggiunto i vertici del governo e rispecchia un problema più profondo: quello della società italiana con le donne e con l’evoluzione del loro ruolo”. Come dagli torto? E se non bastasse, se non fosse già sufficiente, scrive: “Mentre i giornali raccontano una storia infinita di fotomodelle adolescenti, escort e danzatrici del ventre marocchine che fanno le capriole con il premier, che ha 74 anni, le tv lanciano il messaggio che gli uomini sono uomini e le donne sono solo addobbi per le vetrine. I boicottaggi, le proteste o anche solo le critiche sono una rarità, e chi prova a farsene portavoce è poco ascoltato. E se è vero che ultimamente Berlusconi si comporta come un vecchio sporcaccione, bisogna dire che un buon numero di donne italiane si presta al suo gioco umiliante”. E forse è proprio questo il punto, un modello culturale e mediatico che impedisce alle donne il riscatto, ma anche una scarsa voglia di riscatto. Come dire: tutto sommato il grande fratello ci piace. Forse però, dietro tutto questo, scrive ancora la giornalista, “c’è un piano ben preciso. Molto prima di vincere le elezioni e diventare capo del governo per la prima volta, nel 1994, Berlusconi era già proprietario del 45 per cento del mercato televisivo italiano. Diventando presidente del consiglio ha assunto il controllo della tv di stato, il restante 50 per cento. Con il 95 per cento del mercato televisivo sotto l’ombrello berlusconiano, è impossibile negare la sua influenza sul modo in cui sono viste e si vedono le donne italiane. Così come è impossibile nasconderne le conseguenze negative. Mentre in altri paesi europei la parità di genere viene attivamente incoraggiata perché considerata un fattore di crescita nazionale, Berlusconi ha guidato l’Italia nella direzione opposta. Di fatto ha soffocato le donne, creando un mondo in cui sono considerate soprattutto oggetti sessuali invece che alla pari degli uomini”.

Il volto dell’Italia berlusconiana che si delinea nel Global gender gap report, il rapporto sul divario di genere nel mondo pubblicato a ottobre dal World economic forum, “è drammatico”. L’Italia è decisamente indietro: all’87° posto per quanto riguarda l’occupazione femminile, al 121° per la parità salariale, al 97 ° per la possibilità che hanno le donne di ricoprire incarichi al vertice. Per come tratta le sue donne, l’Italia è al 74° posto nella classifica mondiale, dopo la Colombia, il Perù e il Vietnam. Dal 2008, quando Berlusconi è tornato al governo, l’Italia ha perso sette posizioni.

Lo studio, che tiene conto di parametri come la parità salariale, l’occupazione e le opportunità di carriera delle donne, sostiene che colmando il divario di genere, nel blocco dei paesi dell’eurozona il pil aumenterebbe del 13 per cento. Ma, “Un’intera generazione è cresciuta in una società che ritiene accettabile un’umiliante pornografia soft come condimento dell’attualità”. (…) “Ormai le vallette non popolano solo le tv: ce ne sono anche nel governo, nominate da Berlusconi. Secondo i sondaggi, le ragazze italiane che vogliono diventare veline sono più numerose di quelle che aspirano a diventare medici, avvocati o imprenditrici”. (…) La cultura da harem di Berlusconi lancia il messaggio che saper sedurre conta più di un buon curriculum: “L’unico modo che abbiamo per protestare è cambiare canale”, dice Concetta Di Somma, 30 anni, insegnante di aerobica, intervistata dalla giornalista: “Ma quando anche l’annunciatrice del bollettino meteo mette in mostra il seno, cambiando canale rischi di perderti il telegiornale”.

Non adeguatamente rappresentate nelle istituzioni e nelle aziende, le donne nostrane “hanno poche speranze di cambiare il sistema dall’interno”. “In tv e sui cartelloni pubblicitari, le donne sembrano tutte puttane, perché è quello che gli uomini vogliono vedere. Sono gli uomini a produrre gli spot pubblicitari, a guadagnarci sopra e a decidere in che modo i prodotti devono essere reclamizzati”.

Ma ce n’é anche sul ruolo della politica: Berlusconi “ha indebolito le istituzioni che dovrebbero affrontare questi problemi”, spiega alla giornalista Celeste Montoya, che insegna studi femminili e di genere all’università del Colorado e ha studiato a fondo il caso italiano. “Ha limitato la durata dei mandati, ha tagliato i bilanci e ha nominato donne spesso prive di esperienza e poco legate alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne”.

Il governo ha affrontato il problema della discriminazione concentrandosi soprattutto sulle violenze domestiche, che sono in aumento. Ma anche in questo caso, a Berlusconi sembra sfuggire il punto. L’anno scorso, ricorda la giornalista nel suo articolo, “per scusarsi di non essere riuscito a ridurre gli stupri”, ha affermato: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze, credo che non ce la faremo mai”.

Poco più di un anno fa, oltre centomila donne italiane hanno firmato l’appello “Quell’uomo ci offende, fermiamolo”. Il premier ha liquidato la notizia con una risata. E quando Veronica Lario, la sua ex moglie, ha protestato pubblicamente per il comportamento del marito, la reazione dei media sotto controllo è stata istantanea: “velina ingrata”. E per capire quanto si è spinto questo perverso modello basti pensare che, in un processo che vede ex preside imputato per tentata violenza e molestie ad un’insegnante compiute dall’alto della sua posizione, nella memoria difensiva lo stesso imputato scrive, candidamente, che “Proporsi è lecito”.

Si sono fatti davvero grossi passi avanti? Da Aspasia, punto di riferimento fra i protagonisti della scena culturale greca del V sec. a. C. che, non accettando di vivere reclusa come le donne del suo tempo, promuoveva riunioni per discutere di politica e retorica, sino ad arrivare alle veline d’oggi con cui, il ruolo non solo politico delle donne è tornato in serio pericolo. La cosa che fa di più specie, però, è l’assenza d’indignazione chiara da parte delle gerarchie vaticane, sempre pronte a lanciare strali contro le unioni di fatto ma tolleranti coi comportamenti “discutibili” del premier.

“La repubblica, come necessità storica sorgerà – scriveva Mazzini – sorgerà dal senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire della Patria”.

L’uscita di scena di Berlusconi, quando sarà, potrebbe certo spezzare l’intreccio perverso tra politica, mezzi d’informazione e discriminazione delle donne ma da sola non costituirà il vero elemento di cambiamento. Ma per vedere qualche passo avanti, noi italiani, uomini e donne, dovremo cambiare radicalmente il nostro modo di pensare. E per farlo, ci dicono dall’America, “non basterà cambiare canale”.

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Perché Pannella non voterebbe la fiducia

Perché Pannella non voterebbe la fiducia

di Giuseppe Candido

In questo momento in cui la politica è tutta presa dalla caccia al deputato, in questo momento “piuttosto difficile” in cui si parla di tradimenti del partito cerchiamo di spiegare perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Nel Cerchio IX dell’inferno la seconda zona è l’Antenora. Il luogo non luogo dell’immaginario dantesco ove son dannati i “Traditori della Patria” e prende il nome da Antenore, colui che, col suo consiglio, meditò il tradimento della Patria. Ed è nell’Antenora che Dante e Virgilio incontrano il Conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri. “Tu dèi saper ch’io fui conte Ugolino e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perch’i’ son tal vicino”.

Sopra questa frase, nell’angolo dei bugiardi del sito di Marco Pannella ci sono i due nomi dei potenti del mondo: Tony Blair, Georg Bush assieme a quello di Silvio Berlusconi. È in quest’angolo di politica transnazionale che sta scritto il perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Dal 2 ottobre al 22 novembre Marco Pannella ha condotto 52 giorni di sciopero della fame oltre che per le carceri italiane, per chiedere “l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta o almeno una indagine ufficiale sul comportamento del nostro Paese nella vicenda precedente alla guerra in Iraq”. «Il nostro – ha ricordato il leader Radicale – è stato l’unico Paese il cui Parlamento aveva dato mandato al Governo, che lo aveva ufficialmente accettato, di perseguire l’obiettivo dell’Iraq libero come unica alternativa alla guerra, cioè l’obiettivo dell’esilio da proporre e far accettare a Saddam Hussein».

Pannella si ostina a chiedere che venga fatta verità e ipotizza scenari gravi come il tradimento della patria. Oggi anche Wikileaks, il sito di Julian Assange che tanto fa discutere, rende noto un dispaccio in cui si evidenzia che alla Iraq Inquiry, la commissione d’inchiesta britannica sulla guerra in Iraq, fu detto di proteggere gli interessi degli Usa. “La Gran Bretagna promise che l’inchiesta guidata da Sir Chilcot sulla guerra in Iraq avrebbe protetto i “vostri interessi” (degli Stati Uniti) durante l’indagine sulle cause della guerra”. L’Iraq Inquiry dovrebbe presentare le sue conclusioni entro la fine di quest’anno. Nell’attesa di quello che emergerà e per capire di cosa stiamo realmente parlando, per capire perché il leader dei Radicali, Marco Pannella inserisce nell’“angolo dei bugiardi” del suo sito i leader mondiali Blair, Bush e assieme anche a Silvio Berlusconi, è necessario fare un passo indietro e dare un’occhiata alla cronologia dei fatti.

Fatti accaduti otto anni fa, che riguardano l’esplosione del conflitto in Iraq, dettagliatamente evidenziati nel sito pannelliano e che ci riportano indietro di otto anni al 2002 quando – segnala Pannella – il 23 luglio “Dal memorandum del consigliere di Blair, David Manning, emerge che Bush comincia a pianificare la guerra usando come giustificazione il legame tra terrorismo e armi di distruzione di massa”. Poi, il 16 novembre 2002 parte “Il piano di Saddam: esilio per 3,5 miliardi di dollari”, e il 19 gennaio 2003 Marco Pannella lancia l’appello “Iraq Libero, unica alternativa alla guerra”. Un susseguirsi di eventi. Il leader lottatore della nonviolenza si rivolge alla Comunità internazionale, alle Nazioni Unite in primo luogo, “Perché – testualmente – facciano proprie, immediatamente, le affermazioni secondo cui l’esilio del dittatore Saddam Hussein cancellerebbe, per gli Stati Uniti stessi, la necessità della guerra, costituendo il punto di partenza per una soluzione politica della questione irachena”.

Nello stesso giorno la Libia si dice disponibile ad ospitare Saddam. Il 20 gennaio anche The Times titola: “Gli Stati Uniti approvano il piano per l’esilio di Saddam” ma il 29 gennaio Il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, rivela: «Questa proposta è progressivamente apparsa come irrealizzabile». Il 30 gennaio Bush di nuovo menziona favorevolmente l’esilio ma il 31 gennaio, secondo un memorandum ufficioso britannico, Bush ha già fissato la data in cui scatenare la guerra: il 10 marzo. Il 4 febbraio Berlusconi dichiara: «O apriamo agli ispettori o esilio e immunità » e il 19 febbraio la Camera dei Deputati del Parlamento italiano vota la proposta “Iraq Libero!”. Una mozione che impegnava ufficialmente il Governo «a sostenere presso tutti gli organismi internazionali e principalmente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ipotesi di un esilio del dittatore iracheno e sulla base dei poteri conferitigli dalla Carta dell’ONU della costituzione di un Governo provvisorio controllato che ripristini a breve il pieno esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali di tutti gli iracheni».

Silvio Berlusconi – da Presidente del Consiglio – dichiarò alla Camera dei Deputati: «Stiamo operando ed abbiamo operato per questa soluzione; non soltanto per questa soluzione, ma anche per cercare il modo di poter offrire, a chi dovesse accettare la via dell’esilio, opportune garanzie, con l’autorevolezza di enti internazionali che le possano poi mantenere. Abbiamo operato per certi sistemi di
disvelamento delle armi e degli arsenali, che ancora non sono stati evidenziati; abbiamo operato, e stiamo operando, per convincere il dittatore a dare garanzie precise alla comunità internazionale: per esempio, dando spazio all’opposizione entro un periodo di tre mesi, garantendo libere elezioni entro un periodo determinato, garantendo i diritti civili ed i diritti umani. Tutto questo lo stiamo facendo in un ambito di riservatezza – che è d’obbligo – non soltanto con un paese arabo, che si è offerto per la mediazione, ma con diversi paesi, tenendo costantemente informati al riguardo l’Amministrazione americana ed il Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea Kostas Simitis». Per Pannella però è proprio quell’impegno ufficiale che fu tradito. Due giorni prima del discorso alla Camera, Berlusconi riceve una lettera dal Presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush che venne pubblicata dal Corriere della Sera:

“Caro Silvio

mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che Tu e il Tuo Governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e noi non lo dimenticheremo. Nel corso degli anni, come è accaduto nei Balcani e con l’operazione Enduring Freedom, voi ci avete fornito un sostegno determinante, non solo di uomini e mezzi ma anche un sostegno morale, umanitario e costruttivo. Lo spiegamento della fanteria leggera degli Alpini in Afghanistan e i, vostri sforzi per promuovere le riforme giurisdizionali in quello stesso Paese, sono due esempi straordinari del vostro contributo alla guerra contro il terrorismo.

Apprezzo profondamente tutto ciò che Tu e l’Italia avete fatto. A causa della sfida posta alla comunità internazionale da parte di Saddam Hussein, una prova importante può attenderci nel prossimo periodo. Apprezzo la disponibilità dell’Italia a fare appello ancora una volta alle proprie risorse per combattere il terrorismo e l’illegalità internazionale e contribuire a ricostruire un futuro stabile e più democratico in quella regione.

La leadership, come sai bene, consiste nella capacità di affrontare le sfide. In questo nuovo secolo, il mondo si trova dinnanzi ad una grave sfida determinata dalla combinazione tra anni di distruzione di massa, il flagello del terrorismo e gli Stati che sostengono o che si rendono complici del terrorismo. Credo che nessuna nazione, da sola, possa sconfiggere questi nemici.

Il successo dipende da una collaborazione internazionale quanto più ampia possibile. Questa è la mia convinzione e il mio impegno. Il contributo dell’Italia in questo sforzo è veramente determinante. Come Ti ho detto nella nostra recente conversazione, sono enormemente grato per i contributi dell’Italia e per il Tuo sostegno ed impegno personale in questo momento critico. Cordialmente“.

Ma nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera due anni dopo il 31.5.2005 col titolo «La guerra in Iraq non la volevo» si evincerebbe il contrario. Il catenaccio dell’articolo è ancora più chiaro: Berlusconi: «Ho tentato di convincere Bush. Con Gheddafi cercate altre vie per evitare l’attacco militare»

ROMA – L’alleato di ferro di George W. Bush riteneva che la guerra «preventiva» si poteva e si doveva evitare. A quasi due anni dai primi bombardamenti su Bagdad si scopre ora che Silvio Berlusconi ci ha provato in ogni modo a convincere il presidente americano che non sarebbe stato giusto scatenare l’offensiva militare in Iraq. A dirlo è proprio il premier in una intervista esclusiva a La7: «Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa». Parole di cui si ha notizia nelle ore in cui si allungano ombre sul governo italiano per il caso del Cia-Gate e il giorno prima della visita ufficiale a Washington del presidente del Consiglio.

Nell’intervista che sarà trasmessa integralmente lunedì prossimo Berlusconi entra nei dettagli di quella è una clamorosa e inattesa rivelazione. «Ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni anche attraverso un’attività congiunta con il leader africano Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare». «Io ritenevo – prosegue Berlusconi – che si sarebbe dovuta evitare un’azione militare». Nell’intervista Berlusconi si è espresso anche sulla politica internazionale e sui suoi rapporti con gli altri premier: «Tony Blair – aveva sottolineato – non è il leader dell’Ulivo mondiale. Non c’è nulla nella politica di Tony Blair e in quella di Silvio Berlusconi che sia in contrasto». «Dissento – affermò Berlusconi – anche nella classificazione di Vladimir Putin come un comunista nel senso ortodosso del termine. È difficile passare da una dittatura durata settanta anni ad una piena democrazia, perché esistono delle situazioni che non possono essere cancellate con un colpo di bacchetta magica».

Ma stiamo ai fatti: dal 19 febbraio e dalla mozione alla Camera si arriva al 22 febbraio 2003 quando Bush – in base al testo della conversazione intercettata e poi pubblicata da El Pais nel 2007 – in conversazione con Aznar, avrebbe affermato: «Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare».

Quattro settimane prima dell’invasione dell’Iraq, il presidente George Bush incontra nel suo ranch di Crawford, in Texas, l’allora premier spagnolo José Maria Aznar e lo informa che è giunto il momento di attaccare l’Iraq. Il capitolo in questione si apre col vertice della Lega araba “sabotato da Gheddafi” quando l’1 marzo il colonnello manda a monte il Summit arabo.

Nella famosa conversazione tra Aznar e Bush pubblicata da El Pais si legge:

Bush: «Gli Egiziani stanno parlando con Saddam Hussein. Sembra che abbia fatto sapere che è disposto ad andare in esilio se gli permetteranno di portare con sé un miliardo di dollari e tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa. Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare». Aznar: «È vero che esistono possibilità che Saddam Hussein vada in esilio?». Bush: «Sì, esiste questa possibilità. C’è anche la possibilità che venga assassinato». Aznar: «Esilio con qualche garanzia?». Bush: «Nessuna garanzia. È un ladro, un terrorista, un criminale di guerra. A confronto di Saddam, Milosevic sarebbe una Madre Teresa. Quando entreremo, scopriremo molti altri crimini e lo porteremo di fronte alla Corte internazionale di giustizia de L’Aja. Saddam Hussein crede già di averla scampata. Crede che Francia e Germania abbiano fermato il processo alle sue responsabilità. Crede anche che le manifestazioni della settimana scorsa (sabato 15 febbraio, ndr) lo proteggano. E crede che io sia molto indebolito. Ma la gente che gli sta intorno sa che le cose stanno in un altro modo. Sanno che il suo futuro è in esilio o in una cassa da morto». Aznar: «In realtà, il successo maggiore sarebbe vincere la partita senza sparare un solo colpo ed entrando a Baghdad». Bush: «Per me sarebbe la soluzione perfetta. Io non voglio la guerra. Lo so che cosa sono le guerre. Conosco la distruzione e la morte che si portano dietro. Io sono quello che deve consolare le madri e le vedove dei morti. È naturale che per noi questa sarebbe la soluzione migliore. Inoltre, ci farebbe risparmiare 50 miliardi di dollari». Questa i termini della discussione. Poi si seppe la verità. Gli Emirati Arabi a Marzo del 2003 avevano pronto un documento proposto ed accettato da Saddam. È il New York Times il 2 novembre del 2005 a titolare: “Marzo 2003 – Gli Emirati Arabi avevano raggiunto l’accordo con Saddam. Dopo 4 visite a Bagdad. Il 12 marzo quell’Appello era stato sottoscritto da 37 nomi illustri, compresi cinque ex ministri, per chiedere l’esilio di Saddam e un’amministrazione ONU ad interim in Iraq. Il 17 e il 18 marzo del 2003 avviene un’importante “rivolta” a Westminster contro Tony Blair: dal suo governo si dimettono ben quattro ministri laburisti. Il 18 marzo si va avanti inesorabilmente: la Casa Bianca dichiara che le truppe americane e i loro alleati «entreranno in Iraq in ogni caso», con la forza o in modo pacifico. Il 19 marzo lo Stato del Bahrain ufficializza la proposta di esilio per Saddam ma il 20 marzo, com’è ormai tragicamente alla storia, i bombardamenti iniziarono su Baghdad. Con le conseguenze tragiche e nefaste che sappiamo. Una guerra che si poteva evitare? Un impegno – quello di sostenere la via dell’esilio di Saddam – tradito? Peggio: secondo Pannella “Bush e Blair, contro la sicura pace possibile, scelsero la guerra in Iraq impedendo l’esilio a Saddam”. Un’accusa gravissima. Una verità che – sostiene Pannella – ancora si tenta di confondere con l’omicidio, per condanna a morte, dell’ultimo testimone: Tareq Aziz. Per Pannella, Silvio Berlusconi fu complice di quella scelta e tradì l’impegno preso davanti al Parlamento italiano a sostenere l’esilio. Come potrebbe oggi votare – per amore della verità – la fiducia a colui che pone nell’angolo dei bugiardi?

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Chi ha paura di Wikileaks?

Chi ha paura di Wikileaks?

di Giuseppe Candido

Il libertario blasfemo Julian Assange è stato finalmente arrestato, o meglio, il “Bill Aden” della notizia si è consegnato spontaneamente alla polizia londinese che lo ricercava a causa di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol su richiesta della procura di Stoccolma che lo accusa di molestie sessuali perché sarebbe stato denunciato da due giovani svedesi con cui l’australiano Assange ha avuto rapporti sessuali. Denunciato per stupro? Macché, Assange era ricercato – con mandato di cattura internazionale – a causa di un reato previsto dalla legislazione svedese, figura giuridica sconosciuta al nostro Paese, che è il “sex by surprise”. “Si è rotto il profilattico” scrive Alessandro Oppes che ricostruisce per il Fatto quotidiano “L’accusa di Stoccolma”. Le due donne – prima consenzienti – a novembre decidono di rivolgersi alla giustizia.

Contrariamente alle speranze di chi invece lo definisce “un uomo che vuol distruggere il mondo” e paragona le pubblicazione su wikileaks dei dispacci della diplomazia americana all’attacco alle torri gemelle dell’undici settembre, i fatti per i quali Assange è accusato risalgono al mese di agosto 2010 quando era a Stoccolma per un seminario e sono in realtà collegati alla particolare legislazione svedese sulla violenza sessuale applicabile “a qualunque atto di costrizione vincolato al sesso”.

La giornalista Anna Ardin che organizzava l’ufficio stampa del convegno si offrì di ospitare Assange nel proprio appartamento e con lui ebbe un rapporto sessuale consenziente durante il quale però – sia Assange sia l’Ardin lo riconoscono – il preservativo si ruppe. Sul momento – scrive ancora Oppes nel suo articolo – “La giornalista non diede grande importanza al fatto e continuò ad ospitare Assange a casa, e organizzo anche una festa in suo onore”. Affianco a questo episodio c’è la recidiva: si chiama Sofia Wilden, una ragazza che si presentandosi ad Assange come sua fan sarebbe riuscita ad invitarlo a casa dove i due poi hanno un rapporto. Fanno sesso due volte: la prima volta con, poi senza il protezione ma, a detta di Assange, in maniera consenziente. “Niente di grave ma, tornata a Stoccolma, la giovane ci ripensa, si spaventa e – spiega il giornalista del Fatto - parla con la Ardin scoprendo che anche lei ha avuto l’incidente del condom rotto. E a questo punto che le due donne si coalizzano – spiega ancora Oppes – e decidono di presentarsi in tribunale. Violenza, stupro? No, niente di tutto questo – conclude l’articolo – l’unico rimprovero che viene fatto ad Assange è quello di essersi rifiutato di sottoporsi, dopo i rapporti avuti con le due ragazze, ad una prova per vedere se era affetto dall’Hiv o da altre malattie veneree”.

Insomma, non si tratta di stupro (perché il sesso era sempre consenziente) come hanno ripetuto i tg all’unisono e nemmeno di un arresto legato all’attività di pubblicazione dei cabli. L’arresto “internazionale” arriva per un preservativo rotto, anzi due.

Senza fare quindi grandi analisi sui file pubblicati da Assange su Wikileaks e che piano piano emergeranno dalla rete, mentre il libertario che non si vuol far fare il test dall’hiv a Stoccolma si fa arrestare a Londra, una domanda noi garantisti liberali dovremmo almeno porgercela. Perché quest’uomo diventa addirittura l’uomo più temuto dai potenti? Paura della o delle verità che potrebbero emergere ancora in quei cabli e nei prossimi 2.700 file riguardanti l’Italia che dovrebbero essere a breve resi disponibili? Perché chi è da sempre garantista afferma invece che Assange “non deve essere processato solo per stupro ma anche per gli altri gravi reati che ha commesso”. Ma se c’è un reato collegato alla fuga di notizie, è il giornalista che le pubblica che commette il reato o chi le ha trafugate? Perché, dunque, come lo stesso Ministro Frattini spiega, si ha paura che “lo stillicidio di rivelazioni” continuerà? Cosa c’é nei 2.700 file che riguardano – dal 2000 al 2010 – l’Italia e di cui ci si preoccupa tanto da voler oscurare il sito wikileaks ed arrestare Assamge? Perché si temono così quei dati tanto da invocare il carcere duro per il libertario impenitente? Nella qualità di giornalista Assange forse da fastidio perché fa luce su fatti e misfatti che, se pur veri e documentati, secondo alcune logiche di “stato”, dovrebbero restare “segreti”, sconosciuti ai più. Oggi la rete permette invece, ai dati ed alla conoscenza di essere divulgati anche senza il consenso censorio dei potenti. Sappiano però, coloro che spererebbero di arrestare la diffusione di quei cabli che questi, giunti ormai in rete, sono stati duplicati su centinaia di siti mirror, siti definiti specchio perché replicanti fedelmente quei dati, e l’ondata di notizie non è più arrestabile. Dopo gli attacchi moltiplicatisi contro il sito Wikileaks, i suoi contenuti, i suoi finanziamenti e il suo fondatore, la rete si sta mobilitando e persino il Partito Radicale di Pannella, che da sempre si batte per la libertà d’informazione nel mondo, ha “raccolto l’appello di Wikileaks a ripubblicare il materiale sotto attacco”. Più di centomila utenti sono oggi in grado di rimetterli in rete qualora si riuscissero a spegnere contemporaneamente tutti i siti replicanti. Tentare ora di metterci una pezza ponendo sotto attacco il sito, non è servito e non servirà ad impedire che quelle stesse informazioni vengano lette, analizzate, divulgate e ripubblicate. La fluidità e la dinamicità della rete è inarrestabile e se la notizia c’è non si ferma. In fondo, e meno male, anche questa oggi è la stampa, bellezza!

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«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

Marco Pannella

Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.

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Speranza, utopia e la porta aperta

L'uomo è ciò che ha molte cose davanti a sé. Egli viene sempre trasformato nel suo lavoro e grazie a esso. Si trova sempre davanti a limiti che non sono limiti; percependoli, infatti, egli li oltrepassa. ... Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta. La porta almeno semi aperta, quando sembra aprirsi su oggetti propizi si chiama speranza. Ernest Bloch

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