Felice Cavallotti: a cento dieci anni dalla sua morte ne è svanita la memoria

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di Giuseppe Candido

Felice Cavallotti - immagine nndb.com
Felice Cavallotti, radicale garibaldino

Un milanese garibaldino, giornalista e radicale dell’ottocento da ricordare: Felice Cavallotti (Milano, 1842-Roma, 1898).  Serve ancora il suo esempio: per la politica e i partiti urge una riforma radicale e democratica.

Felice Cavallotti fa parte di quei personaggi italiani di cui le istituzioni e le forze politiche hanno voluto rimuovere la memoria. A 110 anni dalla sua morte se ne è cancellato il ricordo.

“L’Italia ha bisogno, più che di ingegni, di caratteri…rafforzare la tempra morale…Gridare libertà e democrazia, nomi santi, non basta, se il culto loro si chiude nella cerchia di un indifferentismo passivo, o di una inerzia sdegnosa…Noi abbiamo della libertà un concetto diverso; presumiamo maggiormente della forza, della virtù di espansione che è in lei…ogni riforma, per quanto segni un breve passo sulla via del progresso, sarà da noi propugnata; e massimo progresso reputeremo non quello che porta le idee più in alto, ma benanche quello che meglio e più le diffonde fra le moltitudini”

Nel 1873, eletto per la prima volta in Parlamento afferma: “…Abbiamo una parola d’ordine: onestà;- una religione: giustizia ed uguaglianza, libertà e progresso;- un usbergo: la coscienza delle nostre opere;- un’arma: il coraggio delle nostre opinioni.”

Queste le finalità esplicite de “Il Lombardo”il giornale cui diede vita proprio Felice Cavallotti.

Il nome di Cavallotti non è conosciuto come quelli di Garibaldi e Mazzini, eppure alla fine dell’Ottocento era considerato unanimemente l’erede dei due eroi del risorgimento. Felice Cavallotti era capo riconosciuto della “Estrema Sinistra” nel parlamento dell’Italia liberale pregiolittiana e fu fondatore (insieme ad Agostino Bertani) del Partito Radicale.

Nel 1998, in occasione del centenario della sua morte, il Movimento d’Azione “Giustizia e Libertà” ha ricordato Felice Cavallotti agli uomini liberi e memori. Oggi, a cento dieci anni dalla sua morte, chi sa chi era quest’uomo? Chi lo conosce? Su wiki si trova di tutto e anche su Felice Cavallotti esiste una seria documentazione consultabile on line. Nei tempi della Casta occorrerebbe conoscerlo meglio e ricordare il suo impegno come politico e come giornalista che per primo pose la “questione morale” nella politica italiana.

Così scrisse Carducci in un frammento di poesia del giugno 1860

Garibaldi !

Al tuo nome a mille a mille

fuggon giovini eroi le dolci case

e de le madri i lacrimosi amplessi…

La spedizione dei Mille provocò un sussulto giovanile di partecipazione in tutto il Paese. E tra quei giovani che si unirono a Garibaldi vi fu Felice Cavallotti che si arruolò a Milano all’insaputa dei genitori.

Dopo aver combattuto con i Garibaldini e averne commentato l’azione del L’Unione, giornale milanese dell’epoca, il suo impegno e la sua passione politica nel rivendicare le riforme gli diedero popolarità nella sua parte politica che fu seconda soltanto a quella del Siciliano Francesco Crispi.

Eletto per la prima volta in parlamento a trentun anni nel 1860 fu molto attivo contro gli ultimi governi della destra storica. Ma non solo: fu a capo dell’opposizione anche quando al governo vi fu la Sinistra storica, propugnando la riforma dello Statuto, la più netta separazione tra Chiesa e Stato e l’adozione del suffragio universale.  Un radicale al 100%.

Infatti le origini storiche e ideologiche del partito radicale risalgono, come si capisce dalle biografie di Bertani e Cavallotti,  al Risorgimento e al Partito d’Azione mazziniano e soprattutto garibaldino. È infatti con la dissidenza dal repubblicanesimo mazziniano intransigente che si organizzò, sotto l’ispirazione di Garibaldi, la guida prima di Bertani e più tardi di  Cavallotti, un primo coerente gruppo di Estrema Sinistra.

Dopo l’unificazione del Regno d’Italia, ai tradizionali raggruppamenti della Sinistra subalpina si aggiunsero rappresentanti del Partito d’Azione mazziniano e garibaldino. Si originò così un raggruppamento della Sinistra parlamentare non omogeneo e dalla vita interna assai travagliata (Strano, ma sembra di rileggere la storia di oggi). Ben presto, infatti, si arrivò alla formazione di unaSinistra Estrema, composta da deputati di orientamento repubblicano e radicale, capeggiata da Agostino Bertani prima e Felice Cavallotti poi (accanto a forti personalità politiche come Friscia, Saffi, Bovio, Mario, Imbriani, Campanella). Questa nuova formazione è caratterizzata da forti istanze riformatrici in campo politico, economico e sociale. La Sinistra storica, guidata invece da Depretis e Cairoli, si collocò su posizioni politiche più possibiliste e di governo. Fu appunto questa formazione di Sinistra storica ad assumere la direzione del Paese dopo la caduta della Destra storica (avvenuta con la “rivoluzione parlamentare” del marzo 1876), guidandolo sulla via delle prime riforme significative: abolizione della tassa sul macinato, riforma scolastica, riforma elettorale.

Cavallotti  apparteneva quindi alla sinistra democratico – radicale più nel solco di Garibaldi e di Bertani, che in quello di Mazzini (seguito dai repubblicani puri e intransigenti).

La formulazione più ampia ed organica del programma di democrazia radicale, steso in gran parte da Cavallotti, si ebbe nel 1890 col ‘Patto di Roma‘, al termine di un grande congresso, che indicò analiticamente gli obiettivi della lotta:

nessuna ingerenza della Chiesa nella vita dello Stato,

nessuna conciliazione o concordato, bastando ampiamente il principio della libertà religiosa e le leggi ordinarie;

la consultazione della nazione, quando fossero stati in gioco interessi e decisioni supremi;

l’indennità ai deputati, per permettere anche ai meno abbienti di accedere a ruoli dirigenti;

la possibilità  di convocare il parlamento in casi urgenti o per atti gravi del governo, anche in tempo di vacanze e di chiusura di sessione;

la rivendicazione di tutti i diritti di riunione, di associazione, di stampa;

una legge speciale sulle responsabilità dei ministri, l’esclusione dei membri del governo dal voto di fiducia, il divieto del cumulo dei ministeri nella stessa persona;

il mantenimento al potere centrale (secondo le lezioni di Cattaneo e di Ferrari) solo di poche fondamentali competenze, decentrando tutto il resto, giacché la tutela accentratrice, eccessiva, provoca la paralisi della vita generale;

lo snellimento della burocrazia e l’eliminazione dei ministeri inutili;

l’ideale di una Roma laica e civile, capitale della scienza e della democrazia, con richiami alla ‘terza Roma’ di Mazzini e alla tradizione illuministica e rivoluzionaria (che il grande sindaco democratico Ernesto Nathan cercò di realizzare, spesso riuscendovi, nel primo decennio del Novecento);

l’indipendenza della magistratura, la semplificazione del processo civile, il gratuito patrocinio  per i poveri, la giuria nei processi politici, l’indennità ai cittadini ingiustamente accusati e colpiti;

l’abolizione della pena di morte e la revisione del codice penale; l’educazione gratuita ai poveri e meritevoli dall’asilo all’Università, l’istruzione laica e obbligatoria per i primi cinque anni delle elementari, l’autonomia piena delle Università;

la riduzione della ferma e delle spese militari, considerando tutti i cittadini militi, non soldati;

le otto ore di lavoro, la cassa pensioni per la vecchiaia e gli infortuni, l’istituzione di camere del lavoro e di collegi di probi viri, sanzioni per gli imprenditori imprevidenti, con l’obbligo del risarcimento danni; l’esenzione dal dazio dei beni di prima necessità, l’imposta unica e progressiva (vecchio mito garibaldino);

un vasto programma di lavori pubblici, la bonifica della terra, con la redenzione dell’agro pontino e la trasformazione della valle padana;

un argine agli abusi anche della manomorta laica, espropriando le terre incolte, incamerando quelle mal coltivate, con concessioni dirette agli agricoltori, alle cooperative, alla piccola proprietà; lotta all’emigrazione;

fratellanza latina con la Francia, divenuta repubblica laica e democratica, simbolo degli obiettivi della politica radicale e riferimento delle speranze progressiste, amicizia cordiale con l’Inghilterra;

opposizione all’imperialismo e al colonialismo, alla luce della pregiudiziale sacra alle generazioni del Risorgimento del rispetto delle nazionalità, anche di colore, e della priorità dei problemi interni (bisognava pensare al nostro Mezzogiorno e non all’Eritrea);

gli Stati Uniti d’Europa, che non dovevano escludere l’amore della patria e la difesa accalorata della propria nazionalità “indarno ameremmo l’umanità tutta intera; gelido e sterile sarebbe l’amore se prima non intendesse le care voci e i doveri che gli parlano dal focolare domestico, dalla culla dei padri, e le voci solenni che dai balzi delle Alpi e dalle spiagge dei due mari gli rammentano gli orgogli di una più grande famiglia“;

l’emancipazione della donna, con l’allargamento del diritto di voto ad esse e la lotta contro la prostituzione e le case di tolleranza, nella quale si distinse Ernesto Nathan, il futuro, grande sindaco di Roma.

Il Partito Radicale si costituì formalmente come tale proprio nel 1890, primo dei partiti politici in senso moderno, seguito poi, nel 1892, dal Partito Socialista e, nel 1895, dal Partito Repubblicano, (intransigentemente antimonarchico e antiparlamentare). L’ideale di Cavallotti e dei democratici di estrazione garibaldina è il “Partito delle mani nette”, che vive soltanto delle sottoscrizioni degli aderenti o ‘militanti’, quasi “oboli dei credenti laici”.

F. Cavallotti, deputato radicale fu ucciso in un duello, svoltosi il 6 marzo 1898Roma presso Porta Maggiore, nella villa della contessa Cellere, da Ferruccio Macola, deputato della Destra Storica che venne però politicamente distrutto dall’uccisione di Felice Cavallotti

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Bibligrafia

IL MOVIMENTO D’AZIONE GIUSTIZIA E LIBERTA’ RICORDA AGLI UOMINI LIBERI E MEMORIFELICE CAVALLOTTI

Ernesto Nathan, il sindaco blasfemo

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Erensto Nathan e il XX Settembre. A cent’anni dal suo mandato serve ancora l’esempio laico?

di Giuseppe Candido

Ernesto Nathan - Wiki
Ernesto Nathan – Wiki

Parlando del XX settembre con un amico proponevamo di organizzare qualche cosa anche in Calabria per ricordarla e farla diventare festa nazionale di laicità

Pannella addirittura vorrebbe celebrare il prossimo 20 settembre a Londra. Affinché l’evento cancellato dalla memoria delle istituzioni nazionali (il 20 settembre del 1870 la Roma vaticana cadde sotto i colpi dei Bersaglieri e dei Garibaldini) torni ad essere evento nazionale ed europeo. Un evento per la Patria europea.

Per capire che centra Londra con il 20 settembre e l’Unità d’Italia bisogna fare un passo indietro e ricordare chi fosse Erenseto Nathan: nato a Londra nel 1845 e Sindaco di Roma dal 1907 al 1913.

Ricercando su wiki alla voce “Erenesto Nathan” si scopre non solo che fu sindaco di Roma ma che, poiché figlio di Sara Levi, imparentata dal lato materno con la famiglia Rosselli, e di Meyer Moses Nathan, di nazionalità tedesca ma vissuto per molti anni a Parigi, ebbe occasione fin dall’infanzia di respirare aria europea e democratica. Nella sua casa londinese, infatti, avevano accesso molti esuli italiani tra i quali Mazzini. L’amicizia profonda che legava Mazzini alla famiglia Nathan influì sulla formazione del giovane Ernesto. Dopo la morte del padre, Mazzini lo richiamò da Londra e lo inviò a Roma, dopo il 20 settembre 1870, incaricandolo di amministrare il giornale “La Roma del Popolo”, un mezzo attraverso cui formare la coscienza civile degli Italiani. Ma presto Nathan si dedicò alla politica, con impronta fortemente laica e anticlericale. Dal 1879 aderì alla sinistra storica, nello schieramento di Francesco Crispi e nel 1888 ottenne la cittadinanza italiana.

Nathan, che può esercitare i diritti politici poiché il Parlamento gli ha concesso la cittadinanza italiana, viene eletto Consigliere provinciale a Pesaro, dove dal 1889 al 1894 guida l’opposizione, e nel 1895 è al Consiglio Comunale di Roma come Assessore all’Economato e ai Beni patrimoniali. Nel 1895 si presenta, senza successo, come candidato dei radicali e dei repubblicani alla Camera dei Deputati impostando la sua campagna elettorale sull’allargamento del suffragio universale, sull’indipendenza della magistratura, sul restringimento del potere esecutivo. Attacca Crispi per lo scandalo della Banca Romana, che aveva concesso illegalmente crediti a uomini politici, e per sperpero del pubblico denaro; ma attacca anche politici, giudici e amministratori pubblici per smascherarne comportamenti contrari ai principi etici che debbono doverosamente appartenere a chi si occupi della “cosa pubblica”.

Allo scoppio della rivoluzione russa del 1917, Nathan affronta anche il tema della difesa del diritto di proprietà criticando la lotta di classe proponendo – in alternativa – una linea economica basata sul cooperativismo e, quindi, sulla partecipazione di tutti i soggetti alla produzione e agli utili dell’impresa. Un comunista italiano precursore dei tempi.

Nel 1907 diviene Sindaco di Roma sostenuto dal cosiddetto “Blocco”, una lista elettorale comprendente liberali, demo-costituzionali, repubblicani, radicali, socialisti che si caratterizzano come anticonservatori e anticlericali.

La sua amministrazione, durata fino al 1913, fu improntata ad un forte senso d’etica pubblica di dichiarata ispirazione mazziniana, ed ebbe come baricentro principalmente due questioni: lo sforzo di governare la gigantesca speculazione edilizia che si era aperta con il trasferimento della capitale a Roma, e un vasto piano vasto d’istruzione per l’infanzia e il sostegno alla formazione professionale pensati e realizzati in chiave assolutamente laica.

Nel 1909 fu approvato il primo piano regolatore di Roma, che definì le aree da urbanizzare fuori le mura, tenendo conto del fatto che il 55% delle aree edificabili era in mano a otto proprietari.

Si avviò anche una politica di opere pubbliche. Come si legge nel sito del comune di Roma, “Il cinquantenario dell’Unità d’Italia, nel 1911, fu l’occasione per Roma di avviare un programma urbanistico rinnovatore. Ernesto Nathan, sindaco in quegli anni, sfrutta tutti i finanziamenti possibili per realizzare edifici e opere che diventano i simboli di Roma capitale del regno. Sono inaugurati in quell’anno il Vittoriano, il Palazzo di Giustizia – che i romani battezzano subito il “palazzaccio” -, la passeggiata archeologica (un grande comprensorio di verde pubblico, oltre 40.000 metri quadrati tra l’Aventino e il Celio) e lo stadio Nazionale, l’attuale Flaminio, il primo impianto moderno per manifestazioni sportive.”

Durante l’amministrazione Nathan furono inoltre aperti circa 150 asili comunali per l’infanzia, che fornivano anche la refezione. Un numero più che rispettabile, se si pensa che Roma ha, oggi, non più di 288 scuole materne comunali.

Nel 1870 il tasso di analfabetismo è del 69%, e il numero di elettori è pari al 2% circa.  L’istruzione del popolo, legata strettamente all’educazione, come già per Mazzini, costituisce una delle convinzioni basilari su cui si fonda l’azione di Nathan: significativo il suo contributo ad edificare un istituto per corsi serali con biblioteca e sala di lettura.

Nel 1887 aderisce alla Massoneria, dove ricoprirà la carica di membro della Giunta Nazionale e Presidente della Commissione per gli studi sociali, e nel 1896 sarà eletto Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

In questo periodo si batte per sensibilizzare i cittadini sull’importanza dei contratti di mezzadria e sulla bonifica dell’Agro romano; propone azioni di emancipazione politica, culturale ed economica per sollevare il popolo rurale dal prepotere del clero delle campagne; si pone dalla parte dei radicali e dei ceti più deboli, insomma vuole che gli ideali di “libertà – uguaglianza – fratellanza”, coniugati col fervore dell’apostolato mazziniano, divengano radicale pratica attuativa.

Il periodo storico è segnato dalla politica di Crispi e di Giolitti e dalla nascita del Partito Socialista (1892) e del Partito Repubblicano (1897), a cui si rivolgevano sempre più speranzose le masse popolari alla ricerca di un proprio riscatto. Un fermento sociale che preoccupava non poco papa Leone XIII, che nel 1891, allo scopo di arginare il diffondersi del socialismo, aveva promulgato l’Enciclica “Rerum Novarum”, e continuava ad indire Convegni antisocialisti, antirepubblicani, anticomunisti, antinichilisti, antimassonici.

Durante il suo mandato di Sindaco, che dal 1907 al 1913 precorse di 100 anni esatti di uello che invece è il mandato dell’attuale Sindaco Alemanno, Ernesto Nathan continua a coniugare i principi ideali maturati da giovane nella sua casa londinese con l’azione politica concreta. Il ruolo di Roma, capitale del nuovo Stato laico, per operare cambiamenti strutturali che migliorassero la vita economica e culturale dei cittadini.

Un’opera di riforme e rinnovamento, dunque, quella voluta dalla Giunta Nathan, che si scontrò  con le – ancora oggi mai deposte – aspirazioni teocratiche della Chiesa cattolica poco disposta, allora come ora, a rinunciare ad esercitare il proprio potere politico, e di cui Nathan denunciava dogmatismo e oscurantismo.  Un oscurantismo che oggi torna a ri-esistere.

Nathan è diventato famoso (in qualche libro di storia sicuramente) per il discorso suo commemorativo del XX settembre, discorso lucido e rigoroso, tenuto proprio a Porta Pia, dove il coraggioso Sindaco di origini londinesi denunciò l’azione clericale “intesa a comprimere il pensiero” ed “eternare il regno dell’ignoranza” contro “uomini e associazioni desiderosi di conciliare le pratiche e i dettati della loro fede, con gli insegnamenti dell’intelletto, della vita vissuta, delle aspirazioni morali e sociali della civiltà”.

Le reazioni della chiesa furono molto forti, si mosse finanche il papa, e su “L’Ancora” del 29 settembre venne scritto: “E’ il mondo cattolico che deve destituire il sindaco blasfemo e incosciente, e gridare da un punto all’altro dell’universo: rimandatelo al ghetto!”. Non rinunciando così a rinfocolare gli atavici pregiudizi antisemiti che proprio il mondo cattolico aveva seminato nei secoli, e in nome dei quali aveva creato i ghetti per gli ebrei.

Ecco che il 20 settembre si lega alla vita di Ernesto Nathan e alla sua casa londinese dove ebbe le prime influenze politiche mazziniane e garibaldine.

Sitografia

Radio radicale:

http://www.radioradicale.it/ernesto-nathan-un-grande-laico-un-grande-sindaco

Movimento radicalesocialista;

Ernesto Nathan (Maria Barbalato della sez. romana Associazione Nazionale del Libero Pensiero Giordano Bruno)

Cuore nero

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di Giovanna Canigiula

Ultimo compito in classe in una quarta ginnasiale, quasi ultima fatica dell’anno. La traccia richiedeva un’opinione sul monito dell’Europa all’Italia per l’ondata di razzismo e xenofobia che dilagano nel nostro paese. Sorpresa! Altro che villaggio globale, intercultura, accoglienza: nella terra dei migranti emarginati, i benestanti nipotini coltivano l’odio. Percepiscono l’indistinto universo degli “stranieri” (marocchini, rumeni, rom) come nemico da scacciare. Gli extracomunitari (ma non gliel’abbiamo detto che i rumeni sono comunitari? Mi sorge il dubbio) sono ladri, stupratori, rapitori di bambini, usurpatori di lavori e diritti. Inducono, addirittura, a lasciare la patria, non foss’altro che per la salvaguardia della prole a venire. O loro o noi. E chi ha la forza, ora, di spiegare agli impermeabili mostri in erba che sarebbero stranieri altrove, comunitari o non, dunque da scacciare perché piccoli neri e mafiosi italiani, italiani del sud, calabresi? Il bello è che premettono: non sono razzista. Ma… Mi arrabbio. Mi si gonfiano le vene. Sono furibonda. Sei razzista e come. Non lo sai ma sei un piccolo mostro viziato e bastardo, che non misura pensieri e parole. Che non ha pietà. Crudele crudelissimo. E non c’è lettura, approfondimento, dibattito, conversazione, convegno, spettacolo, concerto che possano: gli stranieri di serie B vanno cacciati e subito. Sono brutti sporchi e cattivi. Insozzano le città (dev’essere per questo che Napoli è sepolta da cumuli di spazzatura!).  Ci fanno vivere nel terrore e stare rintanati nelle case (in teoria, perché nella pratica tra palestre, passeggiate, cinema e ritrovi bisogna uscire per forza. Magari li facessero stare a casa sui libri!). Hanno rovinato l’immagine dell’Italia con crimini, furti, abusi (sicuramente in tempi non sospetti avranno esportato la ‘ndrangheta dai loro terribili paesi. L’avranno portata con le navi. Maledetti!). Quante cose scopro. E mi arrendo. La lettura dei quotidiani in classe? Inutile. Li leggeremo male. Far meditare con Bilal? Inutile. Costrizione noiosa. E’ scuola. Un preside che promuove in ogni modo l’incontro con l’altro da noi perché diventi parte di noi? Inutile. Perché è scuola.  Tutto ciò che si è fatto, detto, letto, discusso in un anno: fatica inutile. E di che mi stupisco? Proprio qualche giorno fa, un quindicenne mio vicino di casa, figlio non di noto professionista ma di migrante, prima in Germania e poi nel milanese, mi spiegava che “questi clandestini non devono entrare, li devono lasciare sui barconi e se annegano dispiace ma pazienza: perché devono venire da noi, rubarci il lavoro e mandare i soldi guadagnati in Italia alle famiglie  che poi mandano anche i figli all’Università coi nostri soldi? E perché sono trattati meglio degli italiani poveri e se un rumeno ubriaco e senza patente ammazza tre persone con la macchina lo mandano in un albergo a cinque stelle anziché in carcere e poi lo liberano?” Questa dell’albergo a cinque stelle non la sapevo, ma so che l’ho scalfito appena, il tempo di un’ impercettibile apnea, quando gli ho ricordato –e con una stretta al cuore- di chi era figlio, perché si è ripreso subito: sì, ma mio padre era italiano. Viva l’Italia dunque, con il suo cuore nero, chiunque si decida di votare, paese di gran lusso come gli alberghi in cui mandiamo a soggiornare gli “stranieri” che delinquono. Abbasso i clandestini e chi cerca di capirli e la scuola che, hanno ragione, è fatta di mediocri, tanta l’incapacità di dialogare, educare, comunicare, trasmettere. Hanno detto in televisione che…Viva la televisione. Più forte e più brava. E povera sinistra, consentitemelo. Lo vedo difficile il cammino.

Calabria: prepensionamenti d'oro ai dirigenti regionali. Reato plitico e morale

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di Giuseppe Candido

Un piccolo quotidiano regionale “il domani della Calabria” in questi giorni ha condotto una interessante inchiesta sui costi della politica. Nello specifico, l’inchiesta si è occupata di circa 300 prepensionamenti di altrettanti dirigenti regionali ai quali è stato riconosciuto un’incentivo di circa 570.000 euro oltre a buonuscita e pensione. Risultato: più di 150 milioni di euro come danno alle casse della regione. L’industriale del tonno calabrese, Filippo Callipo ha affermato che se un imprenditore facesse con i propri dirigenti di azienda ciò che la regione calabria ha fatto con i suoi sarebbe considerato un PAZZO. Questo è uno schiaffo al comune senso della decenza istituzionale diciamo noi. Dopo i porta borse assunti con legge speciale anche i dirigenti prepensionati con incentivi che un qualsiasi laureato oggi, minimamente neanche sogna al momento di un suo futuro pensionamento che invece è sempre più aleatorio e affidato a fondi integrativi. W l’Italia.

Moratoria esecuzioni capitali: In sciopero della fame ad oltranza

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di Giuseppe Candido

Essere contrari alla pena di morte è, per noi italiani una cosa così ovvia e scontata che forse a volte rischia di diventare retorico colui che si batte per ottenerla, subito, durante l’assemblea generale dell’ONU in corso. L’associazione Nessuno Tocchi Caino e il Partito Radicale si battono per questo sin dal 1993. Come si legge nella sintesi del dossier sulla pena di morte dell’associazione [Nessuno Tocchi Caino](http://www.nessunotocchicaino.it/): “*La moratoria si è rivelata essere una via ragionevolmente pragmatica ed efficace contro la pena di morte. In questi 14 anni, 45 paesi hanno deciso di non praticare più la pena di morte e moratorie (spesso seguite da abolizioni) ovunque nel mondo hanno potuto salvare dal patibolo migliaia di persone. Sin dal 1994 e a più riprese nel corso di questi anni e mesi, l’Unione europea e il Governo italiano hanno di fatto dissipato la forte probabilità di un pronunciamento dell’Assemblea generale dell’Onu a favore di una moratoria universale delle esecuzioni capitali in vista dell’abolizione della pena di morte. Nel 1994, ad esempio, tale proposta italiana fu battuta perché mancarono i voti di alcuni Governi europei. Nel 1999, poi, come precisamente testimoniato e ribadito di recente dall’allora ambasciatore italiano al Palazzo di Vetro, Francesco Paolo Fulci, venne da Bruxelles l’ordine di ritirare la risoluzione già depositata perchè non vi sarebbe stata la certezza assoluta di avere una forte maggioranza. Nel 2003, il precedente governo dovette affrontare durissime polemiche anche in sede di Parlamento europeo e di parlamento italiano per non aver ottemperato all’impegno e al mandato di depositare all’Assemblea generale dell’Onu, finalmente, la risoluzione a favore della moratoria. Nel luglio 2006, la Camera dei deputati aveva ribadito con fermezza e all’unanimità il mandato al governo di presentare all’Onu, sin dall’inizio dell’Assemblea generale del 2006 tuttora in corso, la risoluzione pro moratoria. Nell’ottobre scorso, di fronte all’inerzia del Governo, la Camera dei deputati – in grave polemica con il governo che aveva definito “stimoli” o “appelli” i puntuali e stringenti atti di indirizzo del parlamento – ha approvato, di nuovo all’unanimità, una risoluzione che chiedeva al governo di “dare tempestiva e piena attuazione” alla mozione di luglio. Il Governo ha invece scelto di limitarsi ad una iniziativa politica e non istituzionale con la sottoscrizione da parte di 85 membri dell’Assemblea generale dell’Onu, il 19 dicembre 2006, di una mera dichiarazione di intenti contro la pena di morte senza nessun valore formale e impegno preciso. Il 27 dicembre 2006, Marco Pannella inizia uno sciopero della fame e della sete per sostenere la proposta “Nessuno tocchi Saddam” e, dopo l’esecuzione di Saddam Hussein, lo sciopero della fame e della sete di Pannella è rilanciato e convertito sull’obiettivo più generale della moratoria universale delle esecuzioni capitali. Si chiede al Governo italiano di assumere un impegno formale e concreto a presentare una risoluzione all’Assemblea Generale dell’ONU in corso. Il 2 gennaio 2007, in relazione alla iniziativa di Pannella, Palazzo Chigi rende noto che “Il Presidente del Consiglio e il Governo si impegnano ad avviare le procedure formali perché questa Assemblea Generale delle Nazioni Unite metta all’ordine del giorno la questione della moratoria universale sulla pena di morte.” Il 6 Gennaio 2007, in un incontro a Palazzo Chigi con il Vice Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, la delegazione del Partito radicale guidata da Marco Pannella presenta al Governo un Memorandum sui passi formali e politici da compiere: riapertura del punto 67 dell’agenda dell’Assemblea Generale in corso per la presentazione di una Risoluzione; preparazione da parte del Governo di una bozza di Risoluzione con un chiaro dispositivo sulla moratoria; inizio della raccolta firme sul testo di risoluzione. Il 1° febbraio, con un voto quasi unanime, il Parlamento europeo “sostiene fermamente l’iniziativa della Camera dei deputati e del governo italiani, sostenuta dal Consiglio e dalla Commissione UE nonché dal Consiglio d’Europa; invita la Presidenza UE ad adottare con urgenza un’opportuna azione per garantire che tale risoluzione sia presentata in tempi brevi all’Assemblea generale ONU in corso.” Molte volte si è stati vicini a questo obiettivo senza mai raggiungerlo. L’iniziative più recenti dopo l’appello “Nessuno tocchi Saddam” è la marcia di Pasqua tenuta a Roma lo scorso 8 aprile e lo sciopero della fame che, dal 21 marzo, Marco Pannella; questa forma di lotta nonviolenta il 16 aprile ha preso forma, assieme ad altri quattro compagni radicali (Sergio D’Elia, deputato della RNP e segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, Walter Vecellio, Guido Biancardi e Claudia Sterzi) di sciopero della fame AD OLTRANZA. Il motivo è sostenere il governo italiano affinché faccia la sua parte portando ufficialmente all’Onu la risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali. Alla marcia di Pasqua organizzata dal Partito Radicale, dall’Associazione Nessuno Tocchi Caino e dalla Comunità di Sant’Egidio aveva avuto il patrocinio del Comune di Roma e, a dimostrare la con divisibilità dell’iniziativa se ce ne fosse bisogno, è il fatto che con tre semplici telefonate siamo riusciti a far subito aderire simbolicamente, ma ufficialmente, i sindaci di Sellia Marina, Cropani e Botricello. In piazza a Roma hanno partecipato alcune migliaia di persone e a noi è dispiaciuto non esserci personalmente. Ieri (19 aprile), dalle colonne del L’Unità, Marco Pannella lancia un appello: “non fermiamoci ora”. Pannella ha spiegato come i mandati del Parlamento Italiano e gli stessi impegni assunti dal Governo “non menzionano minimamente la condizione di consenso dell’Unione Europea, bensì la formula in “consultazione” con i paesi europei*” Pannella si trova a sostenere quello che il Governo italiano ha dichiarato di volere e a cui lo vincola un mandato del Parlamento votato all’unanimità trasversalmente ai due schieramenti. Per questo Pannella – ormai a un mese di sciopero della fame – con la sua iniziativa ad oltranza ha inteso chiamare a mobilitazione tutti. Donne e Uomini di buona volontà che considerino improcrastinabile e non più rinviabile alla prossima assemblea la presentazione di una risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni capitali. Ad oggi, infatti, il Governo italiano non ha ancora depositato la risoluzione della moratoria nonostante l’adesione alla Marcia. Tutto ciò lascia stupiti e anche le dichiarazioni di Fassino a riguardo la moratoria dal palco del congresso dei DS sembrano deboli e volte a non depositare subito la risoluzione. Per questo rispondo alla richiesta di aiuto e aderisco a sostegno dell’iniziativa con una forma di lotta alternativa, che già Luca Coscioni adottò per le sue battaglie di libertà e di diritto: quella dell’auto riduzione dei farmaci. Dell’insulina – nel mio specifico caso – di cui necessito in quanto diabetico. Dalla mezzanotte di giovedì 19 aprile sino alla mezzanotte di domenica 22.

“Un funerale non si nega a nessuno tranne che a Welby. CHIESA VERGOGNA”

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di Giuseppe Candido

Roma 24.12.2006 Così un cartellone di uno dei tanti partecipanti alla cerimonia laica svoltasi oggi in Piazza San Giovanni Bosco a Roma per dare il saluto al leader radicale Piergiorgio Welby. Testualmente la scritta su un cartellone era: “Un funerale non si nega a nessuno tranne che a Welby. Lui si è rifiutato di continuare a soffrire. Per questo voi lo punite. CHIESA VERGOGNA!”. Dopo il diniego da parte della chiesa, oltretutto mediante un burocratico e freddo comunicato del Vicariato di Roma, di celebrare i funerali religiosi di Piergiorgio Welby presso la chiesa Don Bosco così come avrebbe desiderato, non Piergiorgio, bensì la mamma di Piergiorgio – Luciana Cirquitti – e la moglie Mina, si sono svolte nella Piazza San Giovanni Bosco le esequie civili per e con Piergiorgio Welby, leader politico radicale e copresidente dell’Associazione Coscioni, morto per sua volontà il 20 dicembre, con l’aiuto del medico, dott. Antonio Riccio che ha assecondato la richiesta di Piergiorgio di spegnere il ventilatore polmonare che lo manteneva in vita. Il feretro con Piergiorgio accompagnato da Marco Cappato, Marco Pannella e Mina Welby è stato accolto da un lungo applauso dalla piazza. Ad accoglierlo vi erano Maria Antonietta Coscioni, Rita Bernardini, Emma Bonino e gli altri compagni radicali. Pur avendo sostenuto gli ultimi 88 giorni la lotta pubblica di Piergiorgio Welby mediante raccolta delle firme sulla petizione popolare al P.I. per l’eutanasia, non siamo potuti essere presenti – fisicamente – ma eravamo lì in spirito con Piergiorgio Piergiorgio e per restare vicini alla moglie Mina, alla sorella Carla e a tutti gli amici radicali che con Welby hanno instaurato, negli anni, un rapporto di profonda amicizia. Non eravamo lì ma abbiamo seguito tutta la cerimonia laica trasmessa in diretta da Radio Radicale (riascoltabile sul sito www.radioradicale.it) . Per questo però non riuscivamo a capire quale fosse stata l’effettiva partecipazione della gente. Ci siamo resi conto che erano tantissime – il tg1 ha parlato di più di un migliaio – le persone in piazza, solo quando, alle 12.30, abbiamo potuto vedere alcune immagini (poche veramente) in televisione. Le immagini mostravano la piazza gremita di persone comuni – non militanti – che si stringevano ai familiari di Piergiorgio e agli amici radicali e dell’associazione Luca Coscioni. Una grande, spontanea e sincera manifestazione di forte religiosità laica delle scelte di un uomo che, sono sicuro anche senza averlo conosciuto personalmente, Piergiorgio avrà sicuramente apprezzato. Dal palco, posto a pochi metri dalla parrocchia Don Bosco che ha rifiutato i funerali e sul quale primeggiava un banner con la foto di Piergiorgio e la scritta per e con Welby si sono succeduti a ricordare il leader radicale la moglie Mina, la sorella Carla, il cugino e tanti altri amici che hanno parlato del Welby – uomo di cultura – del Welby professore che, assieme a Mina, hanno per lungo tempo insegnato. Ma è stato ricordato anche Piergiorgio che amava andare a pesca in un posto – ha ricordato il cugino – dove ha più volte chiesto, quando cominciava a comunicare ai parenti la sua volontà di morire dignitosamente, che fossero disperse le sue ceneri. Dopo i parenti, per il ricordo di Piergiorgio la parola è passata alla politica. Sul palco si sono succeduti gli interventi di numerosi politici tra cui il Senatore Ignazio Marino (Presidente Commissione Sanità), il ministro delle Politiche Comunitarie Emma Bonino, la segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini, Maria Antonietta Coscioni co presidente dell’Associazione Coscioni, Marco Cappato, parlamentare europeo radicale e Marco Pannella anche lui parlamentare europeo radicale. La gente applaude subito l’intervento del Prof. Ignazio Marino quando questo rileva che “il diritto di rinunciare alle terapie non significa uccidere. Significa accettare che non c’è più nulla da fare.” Emma Bonino nel suo intervento legge un sms arrivatole prima di salire sul palco e che cita una famosa frase di Ghandi: “Siate voi il cambiamento che volete dal mondo” e ricorda come la piazza stia esprimendo “una religiosità profonda, un rispetto profondo per chi vuole vivere nella malattia e di cui spesso ci si dimentica”. Emma parla anche delle lotte di Luca prima, di Piero ora e in generale dell’associazione Coscioni siano lotte di diritto e civiltà che non possono terminare con la morte di Piero come non sono terminate con la morte di Luca; queste lotte devono essere portate avanti e proseguire con la determinazione che anche Piergiorgio Welby ha saputo insegnarci. Il ministro Bonino afferma pure che il nostro corpo non appartiene né allo stato né al governo. Intanto la gente che gremiva la piazza, intervistata chiedeva di firmare la Petizione Popolare sull’eutanasia di Piergiorgio Welby rifiuta da tutti i gruppi politici in commissione nei giorni scorsi ad eccezione del gruppo della Rosa nel Pugno e del gruppo dei Verdi. Affollati i tavoli dove la gente ha potuto firmare la petizione che chiede un’indagine sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Dal palco è intervenuta poi il segretario dei Radicali Italiani, Rita Bernardini che ha ringraziato Piergiorgio per la sua storia, per la sua vita e per le lotte politiche che ha portato avanti: quella sul diritto di voto ai malati intrasportabili, quella sul diritto di cura per i malati terminali e per il diritto all’assistenza domiciliare ai malati terminali. Nell’esprimere l’indignazione per il diniego dei funerali religiosi da parte della chiesa, R. Bernardini ha ricordato la vignetta apparsa sul quotidiano “Le monde” che raffigurava un Cristo, staccatosi dalla Croce che accoglie e raccoglie Piergiorgio. Questa figura del Cristo descritta dalla Bernardini, esprime la compassione cristiana mancata nei confronti di Welby e della sua famiglia ed è richiamata pure dell’intervento dell’On. Marco Pannella nel suo intervento. Nel suo intervento Pannella ricorda “i tanti Welby oggi torturati a vita o condannati all’eutanasia clandestina. Pannella ha poi parlato del dott. Riccio che ha soddisfatto il desideri legittimo di Welby augurandosi, in futuro, tanti medici che trovino il coraggio di fare, alla luce del sole nella legalità, quello che si fa clandestinamente ogni giorno.