Divorzio: quarant’anni fa i Radicali conquistarono la più grande vittoria laica …

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Nel Paese più cattolico del mondo, nel 1974, i Radicali conquistarono la prima grande vittoria laica in Italia. Ne seguì un’epoca di battaglie e vittorie straodinarie. Il video propone immagini dal documentari “Lo scandalo initegrabile” e “Il furto dei referendum, un golpe italiano”, prodotti da Radio Radicale. Con Gianfranco Spadaccia, Marco Pannella, Adriano Sofri e Massimo D’Alema.
Il contenuto video è reso disponibile su YouTube da RadioRadicale.it

Di seguito il link  una sintesi di Pannella del 1 maggio 2013 sui fatti del 12 maggio 1977 quando morì a Ponte Garibaldi, Giorgiana Masi

I fatti di Roma del 12 maggio 1977, l’assassinio di Giorgiana Masi, i divieti di manifestare del ministro Cossiga, la nonviolenza radicale

Referendum in Calabria senza agibilità democratica

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Se la gente non è informata e se non vi è agibilità democratica per il servizio di autenticazione delle sottoscrizioni, la raccolta delle 500.000 firme necessarie ad ammettere al voto i quesiti referendari, quello strumento di democrazia diretta che davvero potrebbe riavvicinare i cittadini alla politica risulterà un’arma spuntata. Altro che agibilità politica per Silvio Berlusconi, in questo Paese quello che davvero sembra mancare è l’agibilità politica dei cittadini. Traditi dai partiti che non assolvono al dettato costituzionale di far partecipare la gente, il popolo “sovrano”, alla vita politica nazionale, se i cittadini non vengono informati, dal servizio pubblico radiotelevisivo di cui pagano il canone, su tutti i singoli quesiti e neanche sanno che, negli oltre ottomila comuni italiani, si possono firmare i 12 referendum Radicali la raccolta delle firme per i referendum diviene una missione impossibile. Eppure i Radicali di firme in Cassazione, negli anni, ne hanno depositate a milioni. Oggi però il problema è duplice: da un lato manca totalmente o quasi l’informazione di massa, l’informazione sui dodici quesiti che si potrebbe ottenere solo con adeguati approfondimenti e con i telegiornali nazionali e regionali. Mentre i media sono tutti impegnati a discutere dell’agibilità politica e dell’eventuale decadenza di Silvio Berlusconi dalla poltrona del Senato, tranne qualche rara eccezione, nonostante ve ne sia estrema urgenza, sull’unica vera proposta politica di riforma della giustizia di questo Paese sembra essere calato il silenzio. Negli ultimi giorni sembrerebbe che qualcosa stia cambiando, ma se non ci sarà un’adeguata promozione nei prossimi giorni si rischia di fallire la raccolta delle sottoscrizioni.
Poi c’è il problema dell’autenticazione delle firme. Possono farlo i Consiglieri comunali, provinciali e regionali oltreché, ovviamente, i cancellieri dei tribunali, delle corti d’appello e i dipendenti degli uffici comunali appositamente delegati. Poiché, soprattutto nel mese di agosto, i consiglieri comunali sono poco disponibili ad organizzare e fare tavoli di raccolta firme, poter andare a firmare in comune dovrebbe essere un servizio essenziale garantito presso gli uffici comunali. Tant’è che proprio a tale scopo, lo scorso 26 luglio, il Ministro dell’Interno ha diramato una specifica circolare a tutte le prefetture d’Italia proprio per comunicare ai Prefetti di tutta Italia la necessità di sollecitare con urgenza i sindaci e gli uffici comunali di competenza affinché garantissero quest’importante servizio. “Per garantire il pieno e corretto svolgimento della raccolta delle sottoscrizioni delle richieste referendarie occorrenti ai fini dell’esercizio del diritto di voto previsto dall’articolo 75 della Costituzione”, recita la circolare, “si pregano le Signorie Loro di sensibilizzare in tempi estremamente brevi i Sindaci dei rispettivi comuni affinché pongano in essere ogni misura organizzativa idonea a garantire un efficace servizio di autenticazione delle sottoscrizioni. In particolare” – si legge ancora nella circolare n°50/2013 – “si richiama l’attenzione sulla necessità che i sindaci, previa attenta verifica delle disponibilità dei dipendenti comunali a svolgere tale funzione autenticante, incarichino durante tutto il periodo estivo il maggior numero possibile di funzionari all’effettuazione delle autentiche”. Accogliendo infatti alcune delle richieste dei Radicali, il Ministero dell’interno ha chiesto ai Comuni di verificare attentamente la disponibilità dei dipendenti comunali a svolgere funzione di autentica, di incaricare durante tutto il periodo estivo il maggior numero possibile di funzionari, di dare la disponibilità all’autentica anche in luogo pubblico o aperto al pubblico
e di pubblicizzare sul sito internet del Comune i luoghi e gli orari di apertura degli uffici comunali dove si può firmare. Una circolare che in Calabria sembrerebbe essere rimasta lettera morta. Di pubblicizzare i referendum sui siti dei comuni, tranne qualche rara eccezione come il comune di Catanzaro, in Calabria non se ne parla nemmeno. Paradossalmente però, presso il comune di Lamezia Terme non soltanto manca la pubblicità su internet dei referendum come del resto avviene in quasi la totalità dei comuni calabresi ma, quello che è assai più grave, è che nei giorni scorsi abbiamo constato che i cittadini non potevano neanche firmare. Impiegati comunali che non sanno nulla e che, di fronte all’ennesima richiesta di informazioni, ha tirato fuori i moduli per una raccolta firme di un referendum svoltasi nel 2012 e i moduli di sottoscrizioni delle candidature per le elezioni di Camera e Senato del 2013.
Quando vi si è recato un nostro compagno radicale per verificare se al comune di Lamezia Terme si potesse firmare, abbiamo dovuto constatare l’impossibilità di sottoscrivere i referendum sia presso l’ufficio relazioni col pubblico della sede del Comune nuovo in contrada Maddame, sia presso gli uffici anagrafe di Nicastro (Piazza d’Ippolito) e sia presso le Delegazioni municipali di Sambiase e di Sant’Eufemia.
Per tentare di capire come stesse andando la raccolta delle firme in comune sui dodici quesiti referendari nei 409 comuni calabresi, nei giorni scorsi abbiamo fatto qualche telefonata. Sono stati oltre 70 i comuni calabresi contattati (18%).
Premesso che il numero dei firmatari nei comuni calabresi è davvero minimale (a Catanzaro sono solo 8, a Cosenza 5, solo per fare qualche esempio), alla richiesta di avere indicazioni sul numero dei firmatari su ciascun quesito, ho ricevuto le risposte più strane ed esilaranti: qualche ufficio comunale neanche sapeva dell’esistenza dei moduli, altri non avevano capito che i referendum fossero 12 e si sono limitati a far sottoscrivere ai cittadini (anche loro poco informati) soltanto il primo quesito sulla responsabilità civile dei Magistrati e quello sul “divorzio breve” che stanno, rispettivamente, sulla prima facciata dei due fascicoli di raccolta firme mentre gli altri dieci quesiti sono stati ignorati.
A questo punto, considerata la scarsa informazione, credo sia utile ricordare che chi vuole firmare i 12 referendum può recarsi negli uffici comunali munito di documento di riconoscimento e apporre 12 firme sui due blocchi di moduli. Rimangono ancora pochi giorni per firmare i 12 referendum per la riforma della giustizia, delle politiche su droghe e immigrazione, per abolire il finanziamento pubblico dei partiti e la truffa dell’otto per mille, per il divorzio breve. Per raggiungere le 500 mila firme necessarie non basteranno i banchetti nelle piazze anche per la difficoltà in molte realtà di trovare consiglieri comunali disponibili. Occorre perciò utilizzare al massimo l’unica possibilità offerta dallo Stato, ovvero gli uffici dei Comuni. Nelle scorse settimane, spendendo decine di migliaia di euro, i Radicali hanno inviato i moduli dei 12 referendum a tutti gli oltre 8000 Comuni d’Italia, in modo da permettere ai cittadini di firmare negli uffici comunali, di norma aperti tutte le mattine dal lunedì al venerdì. Nonostante gli obblighi di legge, le istituzioni e la Rai non informano gli italiani di questa possibilità. Per questo i Radicali hanno deciso di convocare tre giornate nazionali di mobilitazione – da mercoledì 28 a venerdì 30 agosto- per informare i cittadini e invitarli a firmare negli uffici comunali.


Giuseppe Candido

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Alcuni interventi di Marco Pannella in cui cita Giuseppe Candido, a seguire l’intervista di Enrico Salvatori per Overshoot, trasmissione di radio radicale, a Giuseppe Candido sul libro in pubblicazione “La peste ecologica e il caso calabria”;

 

#radicali

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Una notizia: antonio Giglio (Sel) e Roberto Guerrieri (Socialisti ecologisti di Catanzaro c’aiuteranno per raccogliere e autenticare le firme anche per i 5 referendum www.cambiamonoi.it

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12 maggio 74 il divorzio, 12 maggio 77 omicidio Giorgiana masi

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Giorgiana Masi

Ancora è tanta la sete di verità. Il 12 e il 13 maggio del 1974 si era votato il referendum sul divorzio. Tre anni dopo, sotto il divieto di Cossiga di fare manifestazioni, i Radicali avevano organizzato un sit in nonviolento che, grazie ad infiltrati nel movimento, si trasformò in quello che Pannella definisce un’omicidio di Stato. Giorgiana Masi moriva e per quell’omicidio nessuno mai pagò.

Carceri illegali e referendum senza informazione

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 7 maggio 2011

Sono oltre quindici giorni che Marco Pannella è in sciopero della fame. Per l’ennesima volta il leader massimo dei Radicali italiani ha deciso d’utilizzare l’arma della nonviolenza gandhiana. In digiuno per tentare, come lo stesso Pannella afferma, “di riportare l’Italia nell’alveo della legalità costituzionale”. Il primo maggio, durante l’ultima conversazione domenicale, il mister Hood della politica italiana ha scoperchiato il suo “canestro pieno di parole” è ha spiegato le motivazioni del suo sciopero della fame cui si sono aggiunti, a sostegno per qualche giorno, anche alcuni detenuti del carcere di San Vittore a Milano.

Gli obiettivi dello sciopero sono chiarissimi e sarebbero comprensibilissimi se fosse data a Pannella la possibilità di spiegarlo agli italiani; da un lato, proporre di risolvere immediatamente, con un’amnistia, la situazione d’illegalità costituzionale in cui si trovano oggi le carceri italiane; dall’altro canto, Pannella col suo sciopero della fame vorrebbe riportare nella legalità la situazione dell’informazione televisiva italiana “rea” di aver cancellato la campagna referendaria.

Sulle carceri le parole di Pannella per radio sono chiarissime: “è una realtà che è assolutamente fuori dal diritto internazionale e dalla legalità internazionale”. “L’ho ripetuto anche al Presidente: cosa si può fare qui se si è Presidente della Repubblica? C’è da dare una sola risposta”. Pannella parla dell’incontro avuto col Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano specificando che “Non era un obiettivo (dello sciopero della fame), era un auspicio, ed è stato esaudito”. “Ho esordito”, spiega Pannella, “parlando un attimo dei referendum e poi ricordando l’indulto e il Natale che avevamo passato insieme – con lui, Cossiga e altri – e il Presidente subito ha fatto un’osservazione: “E l’amnistia…”. “Ma un cittadino che è ministro della Giustizia, e un cittadino che è Presidente della Repubblica, che può fare quando in modo strutturale, crescente, c’è quello che ribadisco e senza obiezioni da parte di molti, ovvero una consistente realtà strutturale di Shoah nelle carceri nel nostro Paese?”.

“Noi, in nome del popolo italiano – perché si giudica in nome del popolo italiano – abbiamo qualcosa che invece ha indotto – ma in condizioni assolutamente diverse – una delle massime autorità tedesche a dire che quando non ci sono posti in carcere, il detenuto comincia a espiare la pena soltanto quando, dopo aver fatto una lista d’attesa e mano a mano che escono i detenuti per fine pena, a quel punto entra in carcere”. “All’estero si fa questo, qui no”.

Nel giorno della beatificazione, parlando di carceri e di amnistia Pannella non può non ricordare gli incontri con Papa Giovanni Paolo II. “È stato ricordato che quando questo pontefice era in agonia (nel 2005, ndr), io ero in sciopero della sete perché si dicesse al Papa di un suo grande dolore”. “Era venuto al Parlamento italiano invitato dalla partitocrazia e ha chiesto clemenza. E dietro quello c’era una tradizione che è passata addirittura in un detto popolare: a ogni morte di Papa c’era un’amnistia; c’erano anche ragioni di governo terreno, altrimenti si ingolfava il meccanismo della giustizia e delle carceri. Comunque, chiedevo che gli si dicesse: ‘Guarda, ti si dà ragione. Il Parlamento ti ha ascoltato e voterà una misura’. Ho veramente supplicato affinché gli fosse data questa consolazione e questo premio, per poter esalare l’ultimo respiro da parte di lui che – pur non essendo Welby – disse: ‘Lasciatemi andare alla casa del Padre’. Non ce l’ho fatta, perché” – spiega Pannella – “la ragione per cui compievamo questo obiettivo era troppo comprensibile da tutti quanti, e dunque tutta l’Italia ha dovuto ignorare questo ragionamento”.

C’è poi la seconda motivazione dello sciopero della fame: l’informazione mancata e il boicottaggio della democrazia e del motto “conoscere per deliberare” operato sistematicamente dalla Rai sui referendum. “Dopo 40 anni non c’è più il sospetto, ma la certezza che” – sostiene Pannella – “sempre più ci si è resi conto che fa bene al potere che i Radicali non vadano in televisione, che la gente non possa conoscere quello che proponiamo”.

La presenza dei Radicali – spiega ancora Pannella – potrebbe invece far si che “sentimenti e risentimenti popolari si convertissero in convinzioni. Altrimenti non c’è democrazia, ma solo scoramento e nausee che si creano”. E in relazione all’operato di questo governo Berlusconi sui referendum insiste sul fatto che, piuttosto che di una “cosa inaudita” mai vista prima, si potrebbe parlare invece di “una consuetudine per cui le istituzioni non consentono i referendum”. Un vero e proprio “tradimento della Costituzione italiana e dell’istituto referendario”: 5 casi di scioglimento delle Camere per evitare le consultazioni popolari. Senza contare che, “Da quando è stata approvata la Costituzione, già dall’inizio del 1949, si era stabilito che della Costituzione del Paese facessero parte quattro diritti democratici di voto per i cittadini: Camera, Senato, Regioni e referendum abrogativo. Per una intera generazione, dai 22 ai 24 anni, gli Italiani non hanno avuto nemmeno un referendum. Lo hanno avuto soltanto quando, approvata la legge Fortuna-Baslini (nel 1970, ndr), a questo punto il problema era: come facevano dei Presidenti del Consiglio e della Repubblica, allora tutti democristiani, a controfirmare questa legge? Allora venne fuori un’idea: si firma, quella legge venne regolarmente promulgata e poi si dette in cambio al Vaticano il diritto di esercitare il referendum”. “Si arriva nel 1972 e dev’esserci il referendum. Ma la legge che hanno approvato nel frattempo sul referendum prevede una possibilità: se in quell’anno c’erano elezioni politiche generali, non poteva esserci anche il referendum. E a questo punto cosa fanno? Cominciano con una storia che è diventata una tradizione molto solida in Italia: fanno una crisi di governo così questo referendum non si fa, perché cominciavano ad avere qualche dubbio che la vox populi-vox dei fosse automaticamente anche vox vaticani. E quindi si trova questo sistema: da quel momento è accaduto 5 volte per 5 legislature”. A partire da “quella del 1972, con il referendum sul divorzio che si è fatto nel 1974”. Insomma, per Pannella le priorità di una amnistia, anche per Berlusconi potrebbe salvarci da una crisi di governo altrimenti utile proprio per evitare quei referendum. E, ricorda Pannella, “se oggi si andasse alle elezioni anticipate, queste sarebbero assolutamente antidemocratiche, visto il contesto italiano dell’informazione”.

 

Sabotare i referendum? Berlusconi non fa nulla di nuovo

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di Giuseppe Candido

Il voto il 12 e il 13 giugno è per tentare di salvare quel briciolo che resta della nostra democrazia

L’articolo 75 della Costituzione sancisce dal 1948 il diritto dei cittadini ad esprimersi sui quesiti referendari. Ma la scheda referendaria, prevista dalla costituzione sin dal primo momento, fu negata ai cittadini per oltre vent’anni salvo poi concederla nel ’70 ai clericali che volevano abrogare la legge sul divorzio. Pure l’articolo 39 della legge n° 352 del 1970 parla chiaro: solo “Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”. La legge prevede che le operazioni di voto non si tengano più solo in caso di “abrogazione”. E ciò è ancora più evidente se si tiene conto della pronuncia della Consulta del 1978 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 39 della legge rispetto all’art. 75, comma 1, della Costituzione “limitatamente alla parte in cui non prevede che se l’abrogazione degli atti o delle singole disposizioni cui si riferisce il referendum venga accompagnata da altra disciplina della stessa materia, senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti, il referendum si effettui sulle nuove disposizioni legislative”.

Ma la partitocrazia ha sempre digerito malissimo i referendum vivendoli come il più grande pericolo per se stessa ed ha sempre operato per ridurne l’efficacia ed eliminare le scelte compiute dagli italiani. Berlusconi, infondo, non ha inventato nulla di nuovo: “si è dimostrato un ottimo allievo dei suoi predecessori che erano abilissimi a cancellare i referendum con un escamotage legislativo” ha dichiarato Emma Bonino che di referendum ne ha visti cancellati parecchi. L’aborto, il nucleare, la depenalizzazione del consumo di droghe leggere, il finanziamento pubblico dei partiti, la responsabilità civile dei magistrati. Nel 1972, per impedire che “il paese si spaccasse in due” per la legge sul divorzio, vennero sciolte anticipatamente le Camere dal Presidente Leone. Nel 1976, per abrogare l’aborto furono sciolte le Camere e il referendum venne poi superato dall’approvazione della legge 194 del ’78. Il referendum che chiedeva l’abolizione degli ospedali psichiatrici fu anch’esso “superato” con l’escamotage della legge Basaglia che però lasciò tali e quali gli ospedali psichiatrici giudiziari che, dopo lo scoop della commissione d’inchiesta sugli errori sanitari, oggi sappiamo in quali condizioni si trovano. “Superati” con legge di riforma anche i due referendum del ’78 e del ’80 rispettivamente sulla Commissione inquirente dei ministri e l’abolizione dei tribunali militari. I referendum sono stati da sempre sistematicamente aggirati, evitati, elusi dai partiti con norme di “superamento”. E quando non si riuscì ade evitare il referendum con scioglimento delle camere o leggine ad hoc, fu la volontà degli elettori a venire disattesa, spesso letteralmente tradita, dai partiti che, almeno in questo, si sono sempre dimostrati uniti. Dopo il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati di cui oggi si torna tanto a parlare, la volontà degli elettori che chiedevano che i magistrati pagassero per i loro errori come tutti gli altri professionisti, venne aggirata trasferendo allo Stato la responsabilità dei giudici. Ragion per cui, se un cittadino viene ingiustamente detenuto dallo Stato per colpa di un errore di un magistrato si è “ripagati”, con le nostre stesse tasse, sempre dallo Stato, cioè da noi. Cornuti e mazziati. E sulla legge elettorale che i cittadini nel ’93 avrebbero voluto maggioritaria? Anche allora, la volontà chiarissimamente espressa dagli elettori venne disattesa introducendo il famoso “Mattarellum”, la legge elettorale che continuava ad eleggere una parte del parlamento con il sistema proporzionale continuando a garantire alla partitocrazia il potere di accaparrarsi i rimborsi elettorali e stabilire i candidati nei collegi più importanti. Non parliamo dell’abolizione del ministero dell’Agricoltura che venne aggirata mediante l’istituzione dell’acronimo ministero per le politiche agricole. Paradossi italiani. Ne parla da Santoro di finanziamento pubblico abolito con referendum nel ’93 e reintrodotto senza un minimo di pudore col sistema dei rimborsi elettorali ma Beppe Grillo, il giullare della politica italiana, pur di fare dei tutta l’erba un fascio si scorda di nominare i Radicali quale unico partito che aveva raccolto le firme e aveva promosso quel referendum.

Escamotage legislativo anche per il referendum del ’95 sulla privatizzazione della Rai, mai attuata effettivamente ed ancora sotto il palese controllo dei partiti, e quello sulle trattenute sindacali, di fatto sistematicamente ignorato nei contratti collettivi nazionali. Poi la strategia sui referendum cambiò. Sabotarne la volontà diventava sempre meno conveniente per cui la via più facile fu quella di farne fallire il quorum mediante l’azzeramento del dibattito in televisione e gli inviti ad andare a mare che tanto “ghe pensi mi”. Fu così che avvenne per il referendum sulla Legge 40 per la fecondazione assistita per il quale, con lo scopo premeditato di evitare che la gente andasse a votare, il servizio pubblico televisivo, quello che dovrebbe garantirci l’informazione abbondò: propose illegittimamente non due ma addirittura tre posizioni: quella dei Si ai vari quesiti, quella dei No e quella dei “non andate a votare” che alla fine vinse. I clericali poterno, in quel caso, sommarsi agli astensionisti fisiologici e dichiarare chiusa la partita su fecondazione assistita e dar inizio ai viaggi all’estero per molte coppie italiane. Per anni si è cercato di ammazzare i referendum, quello strumento di democrazia diretta e partecipata che i padri costituenti avevano garantito al popolo per renderlo pienamente sovrano. La strage di democrazia dei referendum è in corso ormai da anni. Oggi in televisione il dibattito sui temi referendari è stato completamente cancellato e si vorrebbe far passare il messaggio che, tanto, non vale la pena andare a votare. Proprio per questo, esercitare oggi il voto ai referendum serve non solo a difenderci dal nucleare e dire che la legge è uguale per tutti ma, soprattuto, raggiungere il quorum il 12 e 13 giugno servirebbe a salvare quel briciolo che resta della nostra democrazia.

Cercano di sabotare i referendum

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di Giuseppe Candido

25 anni esatti dal disastro di Chernobyl in Ucraina. Il più grave incidente nucleare, l’unico di livello 7, insieme a quello dello scorso 11 marzo a Fukushima dove però, più che l’errore umano, è stato il violento terremoto e, ancor peggio, il conseguente tsunami ad aver causato il disastro.

A Chernobyl furono violate invece tutte le regole di sicurezza e di buon senso e, paradossalmente, tutto ciò avvenne proprio durante un test di sicurezza: un brusco e incontrollato aumento di potenza del reattore causò l’aumento di temperatura dell’acqua di raffreddamento e la sua conseguente scissione in idrogeno e ossigeno. L’aumento di pressione fece il resto, il contatto con l’idrogeno e la grafite incandescente causarono l’esplosione con conseguente emissione di una nube di materiali radioattivi su vaste aree intorno alla centrale. 336.000 persone furono evacuate per sempre e reinsediate altrove. Le nubi radioattive raggiunsero l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia arrivando, con livelli di contaminazione via via minori, anche in Francia e in Italia. Le vittime accertate, riconosciute dalle organizzazioni internazionali come direttamente collegate a tumori contratti per l’incidente, sarebbero 65 e 4.000 invece le presunte ma Greenpeace parla di 6 milioni di vittime in tutto il mondo. Il ricordo di quel disastro, cifre a parte, non può non richiamarsi con l’attualità. Tre anni più tardi, anche in considerazione di quel disastro, gli italiani avevano denuclearizzato il paese rinunciando al nucleare con un referendum nel 1989.

Adesso, dopo averlo reintrodotto “alla grande”, il governo pur di evitare che si voti il referendum cerca di metterci una toppa con l’annunciata moratoria per un anno. Un provvedimento che, in realtà, semplicemente posticipa la scelta ad un “successivo momento” condizionandola a quelle che si definiscono genericamente “le verifiche fatte dall’Unione europea”. Non sarà, per caso, che si vuole evitare il referendum? Anche perché, sull’acqua, d’improvviso c’è la proposta del sottosegretario allo Sviluppo Economico che, mediante l’istituzione di un autority, vorrebbe evitare pure quel referendum. Insomma, tutto sa di boicottaggio finalizzato a che non si votino quei referendum. L’articolo 75 della Costituzione sancisce il diritto dei cittadini ad esprimersi, informati, sui quesiti referendari. E pure l’articolo 39 della legge n° 352 del 1970 parla chiaro: solo “Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”. La legge prevede che le operazioni di voto non si tengano più solo in caso di “abrogazione”. E ciò è ancora più evidente se si tiene conto della pronuncia della Consulta del 1978 che, addirittura, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo articolo rispetto all’art. 75, comma 1, della Costituzione “limitatamente alla parte in cui non prevede che se l’abrogazione degli atti o delle singole disposizioni cui si riferisce il referendum venga accompagnata da altra disciplina della stessa materia, senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti, il referendum si effettui sulle nuove disposizioni legislative”. Del tutto evidente, nel caso del nucleare, che un semplice rinvio non può impedire che il referendum si voti. E lo stesso vale per i due quesiti sull’acqua volti ad abrogare alcuni aspetti del decreto Ronchi e su cui si vorrebbe intervenire con un decreto a 50 giorni dal voto a campagna in corso. Un decreto che dovrebbe poi essere sottoposto al voto parlamentare. È evidente che, neanche in questo caso, ai sensi della legge e della sua interpretazione fornita dalla Consulta, il voto referendario può essere annullato. Probabilmente, anzi sicuramente, il fatto che non ci siano ragioni valide per evitare i referendum su acqua e nucleare è noto anche a Palazzo Chigi. Per cui, se non si possono evitare i referendum, il vero obbiettivo sarà quello di farne fallire il quorum. E ciò lo si fa attraverso due diverse strategie: da un lato si evita che la gente venga informata mediante l’assenza totale di dibattito nelle televisioni del servizio pubblico televisivo. Dall’altro canto si fanno continui proclami ed annunci in merito alla moratoria del nucleare e l’istituzione di un’autorità di garanzia per l’acqua, in modo da far passare tra la gente il messaggio che, tutto sommato, le questioni referendarie non sono così importanti visto che il governo, appunto, ci ha già pensato lui, ragion per cui si può tranquillamente andare a mare. D’altronde la partitocrazia, sia di destra sia di sinistra, ha sempre digerito malissimo i referendum vivendoli sempre come il più grande pericolo per se stessa ed ha sempre operato, a volte anche contro costituzione, per ridurne l’efficacia ed eliminare le scelte compiute dagli italiani. Bisogna ricordare che la scheda referendaria, prevista dalla costituzione, fu negata ai cittadini per oltre vent’anni salvo concederla ai clericali che volevano abrogare la legge sul divorzio. Poi, dinnanzi alla possibilità aperta nel paese dai referendum radicali (aborto, nucleare, depenalizzazione droghe leggere, finanziamento pubblico dei partiti, responsabilità civile dei magistrati ecc.) furono più volte sciolte le camere pur di evitare il voto referendario o fecero leggine per sovvertire le scelte degli italiani. Valga ad esempio quanto fatto dai partiti sul finanziamento pubblico abolito per referendum e reintrodotto, neanche dopo un anno, mediante il sistema dissennato e truffaldino dei rimborsi elettorali non legati alle spese effettivamente documentate ma concessi in base ai consensi riportati. Bisogna quindi andarci a votare e cercare, nel silenzio colpevole e doloso del servizio pubblico televisivo, di far raggiungere il quorum. Andare a mare non conviene anche perché, se ci pensano loro, di sicuro fanno danno.

Scorie nucleari: una bomba per le future generazioni

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 01 aprile 2011

Mentre a Fukushima il disastro nucleare annunciato si è ormai conclama salendo nella classifica al grado 7, il più alto della scala, attribuito in passato al disastro nella centrale ucraina di Chernobyl, e mentre Angela Merkel inverte la rotta a 180 gradi annunciando l’uscita della Germania dal nucleare che punterà tutto su rinnovabili (eolico e fotovoltaico), qui in Italia, nel paese dei Dante e dei Leonardo, nel Paese dove il sole spacca in due i sassi, il Governo italiano, dopo l’accordo italo francese sull’acquisto di centrali atomiche e il mega pacchetto anti crisi che avevano confermato il “ritorno alla grande” dell’Italia al nucleare, oggi sentiamo di una generica “moratoria” per un anno per fare una “pausa di riflessione”.

A calcio diremmo che così si fa melina per perdere tempo, sbollentando gli animi e magari invitando gli elettori a disertare il referendum che il prossimo 12 di giugno ci chiederà se vogliamo o meno confermare la dissennata scelta del governo di un “ritorno al nucleare”. Ricordiamolo ancora una volta, il nostro è un territorio, a differenza di quello della Francia e della Germania, assai pericoloso dal punto di vista sismico e che, già nel recente passato, abbiamo visto verificarsi eventi catastrofici, tsunami di Reggio Calabria compreso nel 1908. E non dimentichiamo che, rischio sismico a parte, il vero problema del nucleare (e anche il suo vero costo noscosto) di cui spesso però ci si dimentica è quello delle scorie, la monnezza nucleare che non si sa dove mettere. La spediamo sulla luna? Nell’Italia dei veleni industriali finiti sotto le questure e le scuole, delle navi a perdere e delle infinite e prorogate emergenze rifiuti, proprio le scorie di quel carburante nucleare diventerebbero, per centinaia o forse anche migliaia di anni, la vera e tragica bomba ecologica per le future generazioni. E anche la guerra con la Libia e tutta la situazione d’instabilità nel mondo arabo, ci dovrebbe indurre a riflettere su quale tipo d’energia dovremo puntare per il futuro del nostro Paese convincendoci del fatto che, se lo fa la Merkel in Germania dove il sole scarseggia pure, un’Italia cento per cento rinnovabile è pure possibile. Fotovoltaico ed eolico ma non solo: geotermico a bassa entalpia per il riscaldamento domestico sino alle biomasse di compost prodotto con un ciclo integrato dei rifiuti. Per questo, senza contare su moratorie inedite ed anche per evitare di ammazzare del tutto lo strumento referendario che i padri costituenti ci avevano regalato, è giusto che, il 12 e il 13 giugno prossimi, ognuno di noi si rechi a votare per impedire di far scegliere ad altri il nostro domani e, soprattuto, quello dei nostri figli.