Festa del lavoro, ma in realtà c’è poco da festeggiare

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“Il Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto.”
Festa del 1° maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. Ma stando alla crisi economica che sta incrementando la disoccupazione e considerando il numero dei morti (oltre mille all’anno) e degli incidenti sul lavoro che capitano nel nostro paese c’è poco da festeggiare. Le origini internazionali della Festa del 1° maggio risalgono al settembre del 1882. Due anni dopo il movimento sindacale dei “Cavalieri del Lavoro” approvò una risoluzione affinché quell’evento, quella manifestazione di rivendicazione venisse ripetuta a cadenza annuale. Le altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialista e anarchico – suggerirono come data il primo maggio. Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni del maggio del 1886 a Chicago e che ebbero il loro culmine il 4 di maggio quando la polizia sparò sui manifestanti. Il primo maggio del 1886 la “Federation trade and labor union” aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere di regolamentare contrattualmente l’orario di lavoro ad un massimo di otto ore. In Europa la prima celebrazione del primo maggio vi fu nel 1890 ad eccezione dell’Italia dove il governo presieduto da Francesco Crispi aveva ordinato ai prefetti di reprimere sul nascere qualsiasi manifestazione di piazza. La celebrazione del primo maggio in Italia si tenne l’anno successivo in un clima tutt’altro che tranquillo: due morti e molti feriti il bilancio. Non una festa, ma una manifestazione di rivendicazione di diritti, una lotta. Ecco cosa era allora la festa dei lavoratori.
Durante il ventennio fascista le celebrazioni del primo maggio furono vietate da Mussolini che, nel ’22 istituì la “festa del lavoro italiano” con cadenza il 21 aprile. Soltanto nel 1945, dopo la liberazione, il primo maggio ritornò festa del lavoro anche in Italia. Una festa che spesso fu però caratterizzata da scontri e morti. La pagina più sanguinosa si scrisse sicuramente il primo maggio del ’47 a Portella della Ginestra, piccolo centro siciliano in provincia di Palermo, dove gli “uomini” del bandito Salvatore Giuliano spararono sulla folla non appena si era cominciato a parlare dal palco. Una strage di lavoratori, di uomini e persone che oggi continua sotto altre forme: il mesotelioma provocato dall’amianto negli abitanti di Casale Monferrato, gli operai carbonizzati nella Tiessenkrup a Torino, o quelli morti cadendo da un’impalcatura.
I fatti di Rosarno, in Calabria, mostrano uno scenario fatto di disoccupazione, di precarietà, di lavoro nero, di mancata sicurezza, quando non di schiavitù. Da un diritto il lavoro si è trasformato in un favore. Il favore che ti fanno i politici, il favore che ti fa la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta. Un mondo, quello del lavoro, in cui è, più che mai, difficile entrare a far parte, in cui la preparazione, le qualifiche, le capacità sembrano valere ben poco avendo più forza la raccomandazione; un sistema che non garantisce diritti, dominato dalla precarietà, che impedisce ai giovani di progettare il proprio futuro. Il lavoro è speranza, ma sarebbe sicurezza, autonomia dalle mafie e dalle criminalità che hanno sempre un gioco facile quando manca il lavoro.
Il lavoro per cui, ancora oggi, si emigra, il lavoro per cui si stenta, il lavoro per cui si muore. Cosa significa festeggiare, commemorare il primo maggio? Speranza?
Nel dicembre del ’48 a Roma, veniva siglata la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Stando a quanto recita l’articolo 23 di quella Dichiarazione universale “ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libertà della scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”. Sono trascorsi più di sessant’anni ma le condizioni dei lavoratori in Italia sono ancora precarie e insicure. Il welfare universalistico in Italia è inesistente. In occasione del sessantesimo anniversario Vittorio De Seta, indiscusso maestro del film-documentario italiano, è stato designato a girare un cortometraggio proprio per quell’articolo 23: quattro minuti e mezzo per raccontare cosa è oggi “il Lavoro”.  Nel titolo: “Pentedàttilo, a Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto”. Una storia che si ripete. Girato appunto a Pentedàttilo in Provincia di Reggio Calabria, il filmato, davvero splendido, è tra realtà, bellezza e racconto: assieme il lavoro, l’emigrazione. L’emigrazione di noi calabresi che, per trovare lavoro, andiamo al nord in parallelo con l’emigrazione di un ragazzo nero (l’attore è il protagonista di Lettere dal Sahara,  Djibril Kebe) che, venuto dalla sua terra in Calabria, sostituirà il giovane calabrese che, per recarsi a lavorare dovrà trascurare l’assistenza della sua famiglia. L’emigrazione di noi calabresi e quella degli africani sono sorelle presentate nella loro drammatica bellezza, legate indissolubilmente dalle immagini che sono luce e sabbia negli occhi al tempo stesso. Le immagini del paese sono surreali e ti colpiscono subito come “sabbia negli occhi” e la realtà drammatica è offerta nella sua straordinaria bellezza. I fotogrammi sono subito pittura pura. Case vecchie, abbandonate e guglie di arenaria si integrano.
Una donna nera con i capelli fittamente intrecciati di una bellezza straordinaria lava i panni, bada al fuoco, scopa un terrazzino. Mentre la madre italiana della famiglia calabrese prepara la valigia del figlio in partenza e prega. Il figlio (Tommaso Critelli l’interprete) che invece tra poco partirà per il nord Italia, tra i campi con il trattore spiega al giovane amico nero, che per De Seta rappresenta soltanto l’altra faccia dell’immigrazione, come fare i lavori: la pota, il trattore, le pecore. Tutto nella realtà più bella di quei posti, che con la loro bellezza trasudano drammaticità. Poi il viaggio in motocarro per andare alla stazione. L’extracomunitario nero sul cassone, madre e figlio nella cabina. Il figlio parte, la madre lo saluta. Regge fino a quando il treno parte, poi sviene e a sorreggerla c’è soltanto lui, l’extracomunitario che la soccorre e la sostiene. Le due speranze sono sorelle.

l Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto.Festa del 1° maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. Ma stando alla crisi economica che sta incrementando la disoccupazione e considerando il numero dei morti (oltre mille all’anno) e degli incidenti sul lavoro che capitano nel nostro paese c’è poco da festeggiare. Le origini internazionali della Festa del 1° maggio risalgono al settembre del 1882. Due anni dopo il movimento sindacale dei “Cavalieri del Lavoro” approvò una risoluzione affinché quell’evento, quella manifestazione di rivendicazione venisse ripetuta a cadenza annuale. Le altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialista e anarchico – suggerirono come data il primo maggio. Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni del maggio del 1886 a Chicago e che ebbero il loro culmine il 4 di maggio quando la polizia sparò sui manifestanti. Il primo maggio del 1886 la “Federation trade and labor union” aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere di regolamentare contrattualmente l’orario di lavoro ad un massimo di otto ore. In Europa la prima celebrazione del primo maggio vi fu nel 1890 ad eccezione dell’Italia dove il governo presieduto da Francesco Crispi aveva ordinato ai prefetti di reprimere sul nascere qualsiasi manifestazione di piazza. La celebrazione del primo maggio in Italia si tenne l’anno successivo in un clima tutt’altro che tranquillo: due morti e molti feriti il bilancio. Non una festa, ma una manifestazione di rivendicazione di diritti, una lotta. Ecco cosa era allora la festa dei lavoratori.Durante il ventennio fascista le celebrazioni del primo maggio furono vietate da Mussolini che, nel ’22 istituì la “festa del lavoro italiano” con cadenza il 21 aprile. Soltanto nel 1945, dopo la liberazione, il primo maggio ritornò festa del lavoro anche in Italia. Una festa che spesso fu però caratterizzata da scontri e morti. La pagina più sanguinosa si scrisse sicuramente il primo maggio del ’47 a Portella della Ginestra, piccolo centro siciliano in provincia di Palermo, dove gli “uomini” del bandito Salvatore Giuliano spararono sulla folla non appena si era cominciato a parlare dal palco. Una strage di lavoratori, di uomini e persone che oggi continua sotto altre forme: il mesotelioma provocato dall’amianto negli abitanti di Casale Monferrato, gli operai carbonizzati nella Tiessenkrup a Torino, o quelli morti cadendo da un’impalcatura. I fatti di Rosarno, in Calabria, mostrano uno scenario fatto di disoccupazione, di precarietà, di lavoro nero, di mancata sicurezza, quando non di schiavitù. Da un diritto il lavoro si è trasformato in un favore. Il favore che ti fanno i politici, il favore che ti fa la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta. Un mondo, quello del lavoro, in cui è, più che mai, difficile entrare a far parte, in cui la preparazione, le qualifiche, le capacità sembrano valere ben poco avendo più forza la raccomandazione; un sistema che non garantisce diritti, dominato dalla precarietà, che impedisce ai giovani di progettare il proprio futuro. Il lavoro è speranza, ma sarebbe sicurezza, autonomia dalle mafie e dalle criminalità che hanno sempre un gioco facile quando manca il lavoro.Il lavoro per cui, ancora oggi, si emigra, il lavoro per cui si stenta, il lavoro per cui si muore. Cosa significa festeggiare, commemorare il primo maggio? Speranza? Nel dicembre del ’48 a Roma, veniva siglata la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Stando a quanto recita l’articolo 23 di quella Dichiarazione universale “ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libertà della scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”. Sono trascorsi più di sessant’anni ma le condizioni dei lavoratori in Italia sono ancora precarie e insicure. Il welfare universalistico in Italia è inesistente. In occasione del sessantesimo anniversario Vittorio De Seta, indiscusso maestro del film-documentario italiano, è stato designato a girare un cortometraggio proprio per quell’articolo 23: quattro minuti e mezzo per raccontare cosa è oggi “il Lavoro”.  Nel titolo: “Pentedàttilo, a Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto”. Una storia che si ripete. Girato appunto a Pentedàttilo in Provincia di Reggio Calabria, il filmato, davvero splendido, è tra realtà, bellezza e racconto: assieme il lavoro, l’emigrazione. L’emigrazione di noi calabresi che, per trovare lavoro, andiamo al nord in parallelo con l’emigrazione di un ragazzo nero (l’attore è il protagonista di Lettere dal Sahara,  Djibril Kebe) che, venuto dalla sua terra in Calabria, sostituirà il giovane calabrese che, per recarsi a lavorare dovrà trascurare l’assistenza della sua famiglia. L’emigrazione di noi calabresi e quella degli africani sono sorelle presentate nella loro drammatica bellezza, legate indissolubilmente dalle immagini che sono luce e sabbia negli occhi al tempo stesso. Le immagini del paese sono surreali e ti colpiscono subito come “sabbia negli occhi” e la realtà drammatica è offerta nella sua straordinaria bellezza. I fotogrammi sono subito pittura pura. Case vecchie, abbandonate e guglie di arenaria si integrano. Una donna nera con i capelli fittamente intrecciati di una bellezza straordinaria lava i panni, bada al fuoco, scopa un terrazzino. Mentre la madre italiana della famiglia calabrese prepara la valigia del figlio in partenza e prega. Il figlio (Tommaso Critelli l’interprete) che invece tra poco partirà per il nord Italia, tra i campi con il trattore spiega al giovane amico nero, che per De Seta rappresenta soltanto l’altra faccia dell’immigrazione, come fare i lavori: la pota, il trattore, le pecore. Tutto nella realtà più bella di quei posti, che con la loro bellezza trasudano drammaticità. Poi il viaggio in motocarro per andare alla stazione. L’extracomunitario nero sul cassone, madre e figlio nella cabina. Il figlio parte, la madre lo saluta. Regge fino a quando il treno parte, poi sviene e a sorreggerla c’è soltanto lui, l’extracomunitario che la soccorre e la sostiene. Le due speranze sono sorelle.

Abbandonato? Non è omicidio quello di Cucchi?

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di Giuseppe Candido

“Se davvero ci si abitua ad avere dentro di sé – come orizzonte – la morte, a questo punto poi la si crea e la si produce”. E’ il caso dell’emergenza delle carceri coi suicidi di disperazione ed è il caso Cucchi pestato e morto perché abbandonato dallo stesso Stato che ne avrebbe dovuto tutelare l’incolumità.

Le perizie medico-legali della procura su Stefano, geometra di 31 anni, morto in carcere sette mesi fa dopo essere stato arrestato, si sarebbe potuto salvare. Il pool di medici legali nominati dalla procura a fare l’autopsia, coordinati dal professor Paolo Arbarello, sono certi che, tra le cause della morte del ragazzo, ci siano anche “le accertate negligenze dei medici dell’ospedale Sandro Pertini” che, secondo quanto emerge, non si sarebbero resi conto della gravità della situazione del malato. Sarebbe stato sufficiente, per salvarlo, dargli un bicchiere d’acqua e zucchero. Ma se le accuse per i medici dell’ospedale Pertini si sono fatte più pesanti perché c’è l’aggravante di “abbandono di incapace”, per coloro che materialmente lo pestarono nel bunker del tribunale l’accusa viene invece declassata a quella semplice di “lesioni” anche se aggravate perché commesse da un pubblico ufficiale. Ma senza quel pestaggio Stefano Cucchi non sarebbe mai stato ricoverato in ospedale dove poi è stato lasciato morire. Senza quel pestaggio, ha affermato la madre Rita in un’intervista, al Pertini Stefano non ci sarebbe mai arrivato: “le foto le hanno viste tutti. Stefano stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva una patologia particolare”.

E mentre le carceri italiane sono stracolme in una situazione di disumanità peggio che nel ventennio, sappiamo ora che, anche la sanità carceraria, ne abbiamo certezza, è al di sotto della soglia di umanità. Un decesso, quello di Cucchi, chiaramente correlato all’entità dei traumi subiti dagli agenti che lo avevano in custodia: “La morte di Stefano Cucchi – è quanto sintetizza i risultati della perizia – è addebitabile a un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma”.

Stefano è stato pestato a morte mentre era affidato nelle mani dello Stato e i medici, pubblici ufficiali, si sono resi complici di questa triste vicenda. L’omicidio colposo di Stefano Cucchi cancellato dai capi di accusa, per Marco Pannella intervenuto sulla vicenda dai microfoni di Radio Radicale, è invece stato un vero e proprio “omicidio preterintenzionale”. Le associazioni che hanno seguito, assieme ai familiari, la vicenda affermano che si è ignorato il rapporto di casualità ed effetto. Cucchi venne ricoverato al Pertini dove fu abbandonato alla morte proprio perché aveva subito il pestaggio.

Tutti parlano di traumi ma Luigi Manconi lo ha detto pure lui chiaramente: “Stefano è stato pestato”. “Violenze documentate, riconosciute, certificate, e sono queste violenze che hanno portato Stefano in quel luogo dove non è stato curato”.

Sin dal primo momento Pannella lo aveva intuito – quando si era detto che Cucchi aveva fatto lo sciopero della fame e della sete per avere il suo avvocato di fiducia e adesso sappiamo, dalle perizie, che aveva la vescica piena. Aveva accettato di bere. Tutti sapevano che questo ragazzo poteva morire. Già dal primo giorno quello che c’è stato da parte di tutti coloro che lo hanno avuto in cura, secondo Pannella, è un riflesso: “Se questo si salva, racconta tutto quello che è successo, che lo hanno pestato”. Tutto questo però è davvero un segnale di una società che fa paura, che non rispetta la sua stessa legge, che vìola il patto che ci lega. Cucchi accetta di bere per non morire ma è proprio lo Stato ad abbandonarlo lasciandolo morire per un po’ di zucchero.

Molestie, tentate violenze e maltrattamenti sul posto di lavoro per ottenere favori sessuali: rinviato a giudizio un ex preside

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Buon 1° maggio, se potete

di Giuseppe Candido

Stop violenze sulle donne

Molestie e maltrattamenti sul posto di lavoro per ricevere piaceri sessuali. Oggi sappiamo che denunciare si può e si deve. A seguito di indagini durate oltre due anni e su richiesta del Pubblico Ministero Simona Rossi, durante l’udienza preliminare dello scorso 30 aprile 2010, il GUP presso il tribunale di Catanzaro, nella persona della dott.ssa Emma Sonni, ha disposto il decreto di rinvio a giudizio dell’ex dirigente scolastico, dott. Pietro Catanzaro, difeso dall’avvocato Pietro Funaro del foro di Catanzaro, perché imputato di tentata violenza sessuale (art. 609 bis c.p.) e maltrattamenti (art.572 cp) commessi nei confronti di un’insegnante a lui sottoposta. I fatti risultano aggravati dalla circostanza che i reati sarebbero stati commessi dal dottor. Catanzaro nella sua qualità di pubblico ufficiale, durante l’esercizio delle proprie funzioni di preside. Nella richiesta di rinvio a giudizio, pienamente confermata dal G.U.P, si legge che “il Dottor Pietro Catanzaro, in qualità di dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Cropani, con violenza ed abusando della propria autorità, tentava di costringere l’insegnante … a compiere e a subire atti sessuali contro la sua volontà…”. Nello procedimento penale che inizierà ad essere celebrato il 7 giugno prossimo, il dott. Catanzaro, attualmente in pensione ma che nella scuola ha operato fino al giungo del 2008, è altresì imputato del non meno grave reato di concussione (art. 317 c.p.) perché, secondo l’accusa, “sempre nella qualità di incaricato di pubblico servizio, abusando dei suoi poteri, mediante l’adozione di provvedimenti (ordini e comunicazioni di servizio) dal contenuto pregiudizievole nei confronti dell’insegnante …, e comunque abusando della sua qualità, ossia tenendo nei confronti della stessa insegnante una condotta discriminatoria e prevaricatrice, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere e/o indurre la predetta a concedergli indebitamente favori di tipo sessuale, evento non verificatosi per cause indipendenti dalla propria volontà, segnatamente a cagione dei reiterati dinieghi della persona offesa”. I reati contestati all’ex Dirigente Scolastico, commessi dall’aprile 2007 al giugno del 2008 e che hanno cagionato, alla malcapitata insegnante, gravi problemi sia sul piano lavorativo sia su quello personale, risultano tutti aggravati dall’esser stati commessi con abuso dei poteri inerenti alla sua professione lavorativa. Nel procedimento si sono costituite parte civile, assieme all’avvocato Natalina Raffaelli, legale dell’insegnante in veste di persona offesa, anche l’avvocato Maria Anita Chiefari, quale rappresentante dell’ufficio di parità della Provincia di Catanzaro.

Quando l'unanimità conviene

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Giovane Calabria: Rinviata dalla nuova giunta Scopelliti l’entrata in vigore della nuova normativa antisismica regionale calabrese

di Giuseppe Candido

Terremoti in Calabria

In Calabria – è bene ricordarlo – oltre al terremoto del 1908 vi furono periodi sismici prolungati per mesi, addirittura per anni, e con terremoti di intensità considerevole e distruttrice. Nel periodo sismico connesso con il terremoto del febbraio del 1783 le scosse perdurarono per quasi quattro anni, fino alla fine del 1786. Le convulsioni della terra, del mare e dell’aria si estesero per tutta la Calabria Ulteriore, sulla parte Sud Est della Calabria Citeriore e, attraverso il mare, giunsero a Messina ed ai suoi dintorni. Soltanto nell’anno 1783, le scosse furono 949, delle quali 501 di primo grado d’intensità e negli anni successivi 151, delle quali 98 di primo grado (E’ da notare che la scala suddivideva allora i terremoti in soli 4 gradi d’intensità in cui il primo rappresentava il grado più severo, quello rovinoso). Che la nostra sia una terra ballerina, una regione ad elevata pericolosità sismica, è la storia che ce lo racconta e lo sentiamo ripetere così spesso nei comizi e dalle colonne dei quotidiani che poi, proprio nel momento di operare le scelte politiche concrete, accade che lo si dimentica e si cancelli quello che in precedenza era stata una legge votata all’unanimità dal precedente consiglio regionale. La Corte Costituzionale, già con la sentenza del 20 aprile del 2006, aveva sancito l’illegittimità della legge antisismica regionale dei controlli “a campione” e la relativa urgente necessità, anche per la Calabria, in merito alla vigilanza sulle costruzioni in zone sismiche, di un ritorno al regime delle autorizzazioni. Da quel momento era diventato improcrastinabile per tutti l’adeguamento della normativa regionale a quanto sentenziato dalla Suprema Corte: adottare per tutti i progetti la procedura dell’autorizzazione preventiva alle nuove costruzioni così da evitare scempi di legalità che portano, ormai lo sappiamo dal sisma in Abruzzo, al crollo anche di quegli edifici che invece avrebbero dovuto resistere. Oltre ad una elevata pericolosità sismica la nostra regione ha una elevata percentuale di patrimonio edilizio sismicamente vulnerabile, non idoneo cioè a resistere alle scosse. E’ sufficiente, per rendersene conto, dare un’occhiata al “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia” realizzato nel ’99 e poi dimenticato.

Ecco anche il perché della richiesta della Corte di tornare al regime di autorizzazioni preventive e non già al semplice controllo a campione dei progetti per nuove costruzioni. Ed ecco spiegato pure il perché, nell’ottobre scorso, la nuova normativa antisismica che aveva voluto la giunta Loiero per incarnare le decisioni della Corte era stata votata all’unanimità da tutti i 42 Consiglieri, anche coi voti dell’allora opposizione di centro destra. Sarebbe dovuta entrare in vigore il prossimo mese di maggio. Oggi, però, fa notizia il fatto che, la nuova giunta di centro destra guidata da Peppe Scopelliti abbia deciso di cancellare, con il classico “colpo di spugna”, ciò che prima si era invece votato all’unanimità per “il bene comune”. Per il bene placido di qualcuno si sospende l’entrata in vigore della legge. La motivazione? Pare sia il fatto che, a causa della mancanza di personale e di risorse, non si possa dare attuazione alla legge che richiederebbe di controllare, come vorrebbe la Corte, tutti i progetti prima di consentirne la costruzione. Che noia, che barba. Ma che il personale mancasse, stante la Calabria sia la regione con il più alto rapporto dipendenti pubblici / cittadini, non lo si poteva, forse, sapere già da prima? Certo, in campagna elettorale si sarebbe dovuto spiegare il perché si preferisce il rischio, anche quello sismico, piuttosto che intralciare potentati come l’associazione costruttori che di certo lo considera un “rallentamento burocratico” e non vede di buon occhio il provvedimento che però è dettato da esigenze reali: la sismicità della nostra terra. Allora è legittimo chiedersi se pure la legge sull’accoglienza dei migranti che, con la collaborazione del centro destra fu un provvedimento votato all’unanimità durante la precedente legislatura regionale e che pure l’UNHCR, l’alto commissariato per i rifugiati, aveva apprezzato, non venga adesso brutalmente cancellato, magari, per mancanza di personale o di persone accoglienti.

SULLA «SERRA», LA COLLINA DEI FANCIULLI E DELLE NINFE, POTREBBERO SORGERE ORRIBILI PALE

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di SERGIO D’ELIA

Salento, i giganti  possono tomare

Il forte rischio di un mostruoso impianto eolico

Riceviamo da Elisabetta Zamparutti la segnalazione dell’articolo di Sergio D’Elia pubblicato su Gazzetta del Mezzogiorno del 26 aprile 2010 e volentieri pubblichiamo questo intervento-racconto sul rischio che corre uno scorcio del Salento magico. L`intervento è scritto in collaborazione con Oreste Caroppo (di Italia Nostra).

Eracle
Eracle - Wiki commons

La leggenda racconta che Eracle, sbarcando sulle coste salentine, scagliò contro i terribili Giganti, che abitavano il luogo, alcuni macigni strappati alla scogliera. Molte pietre sono ancora lì, sparse tra i Massi della Vecchia sulla Collina dei Fanciulli e delle Ninfe, conosciuta localmente come «Serra», acropoli naturale di un`antica civiltà che sorge tra i paesi di Minervino, Giuggianello e Palmariggi nell`immediato entroterra di Otranto.

L`opera scultorea del tempo ha dato alle pietre sacre le forme più strane e la fantasia popolare ha associato loro nomi bizzarri e antiche leggende che si tramandano di padre in figlio. Come il «Piede d`Ercole», un monolite a forma di zampa di un grosso animale. Oppure «`U Furticiddhu della Vecchia» che richiama la rondella di un fuso (furticiddhu in dialetto locale). Il monumento viene detto anche «Masso oscillante d`Ercole» in riferimento al mito originario. Oppure il «Letto della Vecchia», una grossa pietra calcarea di forma circolare che assomiglia a un enorme giaciglio. Secondo la leggenda, la strega trasforma in pietra chiunque non riesca a rispondere alle sue domande, mentre a chi risponde correttamente dona un gallina con sette pulcini d`oro.

Storie misteriose, miti pagani e riti sacri ammantano la Serra coi suoi massi popolati da ninfe e folletti, diavoli e santi, streghe e madonne, orchi malvagi e fate buone, giganti e pastorelli, viandanti e spiriti del luogo, tesori meravigliosi, forze magiche ed energie cosmiche.

Un arco di tempo plurimillenario ha lasciato miracolosamente intatte le loro tracce, ed è straordinario come in così poco spazio siano rappresentate tutte le epoche della storia dell`uomo. Dal paleolitico al neolitico giungono fino a noi evidenze di villaggi capannicoli e grotte cultuali. Dolmen e menhir richiamano l`età del rame e del bronzo, mentre dell`età del ferro e della civiltà prima greco-messapica e poi romana è testimone una torre militare di avvistamento. Al Medioevo ci riportano chiese paleocristiane, cenobi dei monaci greci dell`ordine di San Basilio, cripte e chiesette rupestri bizantine come quella dedicata a San Giovanni, villaggi quale il casale di Quattro Macine. All`epoca moderna datano numerose masserie, alcune anche fortificate, tru lli e caratteristici abituri in pietra a secco e a tegole o addirittura con coperture megalitiche. Tutto questo sopravvive in un paesaggio rurale e naturale ancora vergine, caratterizzato da ulivi monumentali, vecchi tratturi e muri a secco, boschi e macchia mediterranea, dove vegetano le ultime sugherete salentine come quelle di Bosco Paletta, le più orientali al mondo, con querce rare per il basso Salento, quali il fragno, il tutto intervallato da campi agricoli e preziosi pascoli rocciosi di tutelata steppa mediterranea. Il sito è frequentato dalle rare e protette cicogne bianche, che a detta dei locali hanno nidificato ancora nell`altopiano di Santu Vasili.

Con una stratificazione di culti e mescolanza di sacro e profano, sono sorti santuari cristiani di fortissima devozione, come quello di Montevergine nel feudo di Palmariggi legato alle apparizioni della Madonna, con una chiesa settecentesca costruita, accanto a un menhir, su una grotta-laura basiliana affrescata con l`icona di una Vergine con Bambino. Così, nell`area Belvedere, la Grotta di San Giovanni legata a miracoli di guarigione e apparizioni del santo, per cui nel luogo si celebrano ogni anno frequentatissime feste religiose e concomitanti fiere, con canti e balli popolari. E poi la bella ed enigmatica chiesetta della Madonna della Serra di Giuggianello, pure animata da leggende e feste religiose.

La Collina dei Fanciulli e delle Ninfe,coi suoi massi impregnati di leggende pagane e cristiane e oggetto di antichissime ritualità e venerazione, rischia ora di essere irrimediabilmente profanata.

Su questa importante e praticamente unica collina del Salento, tra pietre mitologiche e contorti ulivi, cripte bizantine ed edicole votive, santuari e chiese legate al locale intenso culto mariano, vogliono realizzare un imponente impianto eolico di venti mega aerogeneratori. Le torri eoliche ubicate su questo dolce rilievo che non supera i 115 metri sul livello del mare sarebbero alte 125 metri, dominerebbero il paesaggio nel raggio di chilometri, alterandone e distruggendone il profilo.

Non solo, diverse torri eoliche e connesse opere di sbancamento e colate di cemento necessarie per realizzarle, con chilometri di cavi elettrici e nuove distruttive reti viarie, sono previste in corrispondenza di accertati giacimenti archeologici neolitici o addirittura in aree come il campo di ulivi millenari e di massi sacri «de la Vecchia» o nella zona Belvedere di Grotta San Giovanni.

All`inquinamento elettromagnetico potenzialmente causa di tumori e all`inquinamento visivo a danno dell`orizzonte quotidiano, si aggiungerebbe anche quello notturno legato alle luci rosse lampeggianti delle necessarie segnalazioni per gli aerei, vero e proprio oltraggio alla mirabilità del firmamento.

Piazzare mega-torri eoliche sulla Collina dei Fanciulli e delle Ninfe sarebbe per i salentini quasi come per i romani vederle spuntare sul Colle del Campidoglio o per gli ateniesi sulla loro sacra e mitologica Acropoli. In barba all`altissimo valore culturale e ambientale del sito e in netta contraddizione con il suo stesso Piano Paesaggistico Territoriale, la Regione Puglia ha prima dato un parere – privo di una seria valutazione di impatto ambientale – favorevole agli impianti sulla Serra e, poi, contro le cautelative sentenze del TAR di Lecce, ha fatto appello al Consiglio di Stato.

«La poesia è nei fatti», ha rivendicato Nichi Vendola nella sua campagna elettorale. Sarebbe ora paradossale se a essere violato fosse proprio un luogo del Salento pregno di poesia, magia e sacralità, quella Collina dei Fanciulli e delle Ninfe che duemila anni fa ha ispirato le narrazioni di opere classiche come le “Metamorfosi” di Ovidio o le “Audizioni meravigliose” attribuite ad Aristotele. Sarebbe non solo un errore, ma un «misfatto», un crimine contro l`umanità. La preziosa Collina andrebbe piuttosto tutelata, come fosse patrimonio dell`Unesco e – come è stato proposto – venga vincolata l`intera Serra, il che potrebbe contribuire anche a fermare, in una regione che già produce il doppio dell`energia elettrica che consuma, la superflua e intollerabi le minaccia dei tre impianti eolici di Giuggianello, Minervino e Palmariggi.

I Giganti della mitologia che Ercole mise in fuga a sassate nella notte dei tempi potrebbero tornare da un momento all`altro sotto forma di mostri dalle potenti ali d`acciaio. E non si vede all`orizzonte un Ercole pronto a scacciarli; ci sono solo piccoli Davide – i pochi attivisti, comitati e amministratori locali -a sfidare i Golia del mega-eolico… e i loro gemelli parimenti mostruosi del mega-fotovoltaico, già pronti coi loro supertecnologici pannelli di silicio a livellare, disboscare, diserbare e cementificare migliaia di ettari di prezioso terreno agricolo e paesaggio naturale salentini, suoli rocciosi carsici e campi paludosi, ricchissimi delle più varie forme di vita.

Tutto ciò sembra venga fatto in nome dell`Ambiente e del Protocollo di Kyoto, di uno sviluppo eco-sostenibile e dell`occupazione. Ordinari scempi industriali e «affari sporchi» da cui traggono vantaggi solo la mafia, la politica e le ditte interessate, si presentano invece come fonti miracolose di «energia pulita». Si annuncia l`avvento di una «nuova civiltà», ma è solo il deserto – ambientale, civile e culturale – che si sta progettando per il Salento.

Articolo pubblicato da La Gazzetta del Mezzogiorno, 26 aprile 2010

Se prevale l'indifferenza

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani” il 26 aprile 2010

Ha ragione da vendere Bersani nell’affermare che ci sono molti modi per tradire una costituzione, per tradire, cioè, quei “valori che sono fioriti” durante la resistenza “nel sangue di tante sofferenze” e che hanno portato alla liberazione. Ed ha ragione quando individua nell’indifferenza e nell’ignavia uno dei modi più subdoli per tradire il patto che ci lega. Un modo fu sicuramente quello operato dal regime del partito unico del fascio che proibì i festeggiamenti del 1° maggio istituendo la festa del lavoro. Ma per rinnovare e rinsaldare quel patto bisognerebbe ricordare anche che, a tradire la Costituzione, il rispetto di quel patto che ci lega, è molto spesso l’indifferenza della partitocrazia che oggi, troppo impegnata nei suoi balzelli, è del tutto sorda persino alle urla che provengono dalle nostre patrie galere, da tutte le carceri italiane ormai al collasso per il sovra affollamento, con organici della polizia penitenziaria sotto dimensionati e dove la sanità, la salute, sono diritti umani cui si deve rinunciare. Oggi, mentre il PdL dibatte sul partito di plastica o sul partito in cui sia possibile un dibattito interno e mentre il PD, invece, è impegnato a capire le ragioni di una sconfitta, nelle carceri italiane la gente si suicida per evadere da una situazione divenuta non più tollerabile. Per la nostra Carta fondamentale le pene, è bene ricordarlo ancora proprio a chi intende “rinnovare un patto per costruire una nuova Unità d’Italia, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma, ahi noi, non potrebbero e non dovrebbero eppure la situazione è quella più volte denunciata dai Radicali, dall’associazione Antigone e, di recente, anche dalla Comunità di Sant’Egidio. Rita Bernardini è da oltre dodici giorni in sciopero della fame per proporre che sia data priorità, con la via legislativa, al provvedimento voluto dal Ministro Alfano per consentire ai detenuti con pene inferiori ad un anno di scontare la pena, sempre in condizioni di detenzione, ma ai domiciliari. Si alleggerirebbe il carico di sovraffollamento e si potrebbe utilizzare il momento per una grande riforma della giustizia condivisa. E dispiace che i dubbi sul provvedimento non vengano soltanto dal giustizialismo dell’Italia dei Valori ma anche dal PD. Per rinnovare davvero quel patto, per ricostruire una nuova Unità, c’è bisogno di cominciare a rispettare il patto, a rispettare la parola data, la legge e la costituzione in primis. Non dimentichiamo come andò: dopo la sua approvazione, la Costituzione fu subito tradita dal fascio unico dei partiti che impedirono per oltre vent’anni sia il voto di referendario sia quello per le regionali. Oggi la nostra Costituzione viene sistematicamente violata, il principio di eguaglianza è continuamente vilipeso ogni volta si fa una legge ad personam che rende la legge non uguale per tutti ed il rispetto della parola data è messo sotto le scarpe ogni qualvolta si neghino i più elementari diritti civili, politici e umani dei cittadini come nel caso delle nostre carceri o come quando si attuano le politiche dei respingimenti dei migranti richiedenti asilo politico. Ricostruiamo l’Unità partendo dal rispetto del patto che ci lega, si faccia una grande riforma della giustizia. Solo così si potrà dare continuità ai valori della Resistenza e sperare in una nuova Liberazione.

“I Radicali si trovano oggi a un bivio”

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L’intervento di Mario Patrono al Comitato di Radicali Italiani

Bisogna guardarsi alla specchio e fare una scelta chiara: se assumere, nel campo della politica una posizione libertaria o di un liberalismo sensibile ai problemi sociali come avevamo fatto scegliendo la Rosa nel Pugno

I Radicali al bivio: “Un’alternativa è che i Radicali continuano ad essere un partito che agli occhi di molti si presenta ancora come un partito specializzato. Un partito che porta avanti battaglie decisive su casi limite di libertà calpestate le quali, però, sono battaglie avvertite da minoranze sensibili ma che non appaiono, spesso, battaglie di massa. Naturalmente questa immagine dei Radicali, presso l’opinione pubblica, tradisce la realtà di un partito che, battendosi in favore della legalità per migliorare le condizioni del vivere insieme nel nostro Paese, su base di libertà individuali e responsabilità personali e che vuole rigenerare una democrazia affetta dal cancro della degenerazione partitocratica, è un partito che porta avanti le tematiche più varie che tutte riguardano, quantomeno in astratto, la generalità dei cittadini. L’impegno per una riforma radicale delle istituzioni, va per l’appunto in questa stessa direzione. Se però. Il partito Radicale, pur conservando le sue preziose sensibilità, vuole diventare un partito che si candida davvero alla guida del Paese, un partito che davvero è capace di fornire un leader alla sinistra complessiva, allora il partito Radicale deve fare nuove riflessioni. Naturalmente vi sono dei compiti minimi dello Stato, dei poteri pubblici, della Repubblica, che sono, quantomeno in teoria, universalmente condivise. Svolgere bene questi compiti nella legalità, nella pulizia, con la dovuta efficienza, è un qualcosa di fondamentale. Vi sono poi altre cose che si possono fare o non fare, che si possono fare in un modo o in un altro modo, a seconda dell’opzione di fondo cui si faccia riferimento. Qui sta la riflessione da compiere. Bisogna guardarsi alla specchio e fare una scelta chiara: se assumere, nel campo della politica una posizione libertaria o di un liberalismo sensibile ai problemi sociali come avevamo fatto scegliendo la Rosa nel Pugno. Una scelta chiara cioè tra liberismo, per cui l’economia non si tocca e per cui, cioè, il potere pubblico l’economia la deve proteggere ma non vi deve intervenire e liberalismo laburista che, pur muovendo da un’idea di mercato e dalla sostanziale possibilità delle libertà economiche, ne vede anche i limiti quando il mercato non risolve i problemi o addirittura li crea. L’intervento pubblico può manifestarsi essenzialmente nel riformulare le regole. Dopo gli scritti illuminati di Crus, è ormai chiaro che l’intervento pubblico si fa anche, semplicemente, riformulando le regole in modo che esse consentano alla socialità del mercato. C’è bisogno, in altre parole, di una scelta di fondo. De resto, i Radicali ante litteram dei primi del ‘900 erano, se vogliamo, laburisti e non liberisti: Nathan fu il creatore delle case popolari. La socialità del mercato, se si volesse davvero fare la scelta di candidarsi alla guida della sinistra intera, trascinerebbe con se la necessità di allargare il campo delle tematiche alla riforma del welfare, del sistema creditizio e alla fiscalità di vantaggio, alla programmazione della ricerca scientifica di base, al governo dei conti pubblici in presenza di un controllo di gestione che sia sostenuto da strutture di base davvero indipendenti dal potere politico. Un controllo, è chiaro, che non potrà non avere serie ricadute sulla carriera dei funzionari destinati a maneggiare il denaro pubblico. Si tratta, come si vede, di scelte e riflessioni complesse. Si tratta, però, anche di scelte e riflessioni non eludibili.

Tragica verità sulla morte di Stefano Cucchi: "Omicidio preterintenzionale"

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di Giuseppe Candido

Stefano Cucchi
Stefano Cucchi - Foto: crmmedia.com

Ora finalmente ci sono le perizie medico-legali della procura che iniziano a delineare la verità su ciò che è avvenuto al povero Cucchi dopo essere stato arrestato. Stefano, geometra di 31 anni, morto in carcere sette mesi fa dopo essere stato arrestato, si sarebbe potuto salvare. Il pool di medici legali nominati dalla procura a fare l’autopsia, coordinati dal professor Paolo Arbarello, sono certi che, tra le cause della morte del ragazzo, ci siano anche “le accertate negligenze dei medici dell’ospedale Sandro Pertini” che, secondo quanto emerge, non si sarebbero resi conto della gravità della situazione del malato. Vincenzo Barba e Francesca Loy, consulenti dei pubblici ministeri, vanno anche oltre e sostengono che la vittima è morta sia per disidratazione, sia per una serie di omissioni dei sanitari del nosocomio di via dei Monti Tiburtini. “Un trauma vertebrale a livello L3 – ha spiegato il professor Arbarello – risalente nel tempo e una a livello F4 recente. Lesioni recenti sono state evidenziate anche sul volto, su gambe e braccia, nulla legato invece a eventuali bruciature. Queste sono compatibili per aspetto morfologico, istologico e radiologico con una caduta podalica. Su ciò che abbia determinato questa caduta non spetta a noi determinarlo. Queste lesioni comunque sono del tutto indifferenti ai fini della morte”. Tuttavia le gravi negligenze dei medici del Pertini, non possono essere sufficienti, per i medici e i legali della famiglia, a spiegare quanto accaduto. Per i periti di parte “Stefano morì per i traumi”: Sono stati i traumi e le loro conseguenze a determinare quella catena di eventi che ha portato alla morte di Stefano Cucchi”. E’ quanto evidenziato dalla perizia disposta dalla famiglia e presentata in una conferenza stampa a Montecitorio, a cui hanno preso parte la sorella Ilaria, il presidente dell’associazione “A buon diritto” Luigi Manconi che sin dall’inizio ha seguito il caso e l’intero collegio difensivo. Un decesso chiaramente correlato all’entità dei traumi subiti: “La morte di Stefano Cucchi – è quanto si legge nel documento che sintetizza i risultati della perizia – è addebitabile a un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma”.

Stefano è stato pestato a morte mentre era nelle mani dello Stato e i medici, pubblici ufficiali, si sono resi complici di questa triste vicenda. L’omicidio di Stefano Cucchi, per Marco Pannella intervenuto sulla vicenda domenica 11 dai microfoni di Radio Radicale, è stato un “omicidio preterintenzionale”. Tutti parlano di traumi ma Luigi Manconi lo ha detto pure lui chiaramente, nella sua battaglia prudente ma allo stesso tempo intransigente, che Stefano è stato “pestato”. “Dal primo giorno ho avuto – continua Pannella – il sospetto” quando si è detto che Cucchi aveva fatto lo sciopero della fame e della sete per avere il suo avvocato di fiducia e adesso sappiamo, dalle perizie, che aveva la vescica piena. A un certo punto Stefano ha accettato di bere abbondantemente. Tutti sapevano che questo ragazzo poteva morire. Già dal primo giorno quello che c’è stato è, secondo Pannella, un riflesso: “Se questo si salva, racconta tutto quello che è successo, che lo hanno pestato”. “Si può discutere tra ‘associati per delinquere’, con quantomeno l’omicidio preterintenzionale, ma è evidente che questa serie di reati omissivi, ivi compreso il silenzio, perché il silenzio di coloro che sanno è reat”. Un reato “Ritengo giusto esprimere il dubbio – anche con la sorella, con la famiglia – che lui abbia avuto un comportamento classico, esemplare. Dopo 24 ore in quelle condizioni, lui dice: “Io voglio l’avvocato di fiducia”, non glielo danno e per questo fa uno sciopero della fame e della sete. “Questo – continua Pannella – è un segnale di una società e di un ceto dirigente che fa paur”. Cucchi accetta di bere per non morire ma è lo Stato ad abbandonarlo. Perché, spiega ancora Pannella, “Quando ci si abitua ad avere dentro di sé – come orizzonte – la morte, a questo punto poi la si crea e la si produce”.

Appaiono quindi ancora valide le richieste del padre di Stefano, Giovanni Cucchi, che durante la conferenza stampa il 29 ottobre scorso chiedeva: “Vogliamo sapere perché – alla richiesta precisa di Stefano – non è stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito le lesioni, vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando, vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici, vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì, se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”. Anche noi chiediamo di conoscere e non soltanto per il “diritto alla vita” troppo spesso vilipeso ma anche, e soprattutto, per la vita del diritto stesso.

Se anche il PD dimentica Wojtyla

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” P.1 il 12/04/2010

Anche la comunità di Sant’Egidio si mobiliterà per affrontare l’emergenza delle carceri italiane. E’ un’ulteriore suicidio, il diciottesimo di quest’anno, nelle nostre patrie galere ad obbligarci a riflettere ancora: un giovane di 39 anni a Benevento si è tolto la vita impiccandosi. Poi è montata la protesta delle pentole nei padiglioni Salerno, Napoli e Livorno del carcere di Poggio Reale. La motivazione della protesta non violenta dei detenuti, manco a dirlo, è il sovraffollamento ormai giunto a condizioni di intollerabilità. La struttura conta 2.786 presenze a fronte di una capienza massima di circa 1800 posti. I decessi in cella aumentano giorno per giorno. Il sovraffollamento, già sanzionato dalla Giustizia europea, ha raggiunto ormai valori troppo oltre la capienza massima e oltre la “soglia di tollerabilità”. Il ministro Alfano lo sa bene: il piano di costruzione di nuove carceri varato a gennaio scorso non potrà essere attuato in tempi utili ed ha provato a varare in “via legislativa” il provvedimento proposto in commissione giustizia dalla deputata Radicale Rita Bernardini. La sede legislativa che avrebbe assicurato un esame rapido del provvedimento è stata però negata sia dal PD che dall’IDV. Poi ci si è messa pure la Lega, contro lo stesso Governo, a dire il suo no ad un testo che prevede di far scontare l’ultimo anno di pena residuo ai domiciliari anziché in carcere. I primi a denunciare la situazione delle carceri italiane sono proprio gli agenti del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria. In quel carcere, a Poggio Reale, una situazione davvero “intollerabile” che, Marco Pannella, Rita Bernardini e Matteo Angioli, in visita nel giorno di Pasqua, già avevano denunciato prima che scoppiasse la protesta dei detenuti. Una situazione generale, quella delle carceri italiani, “peggiore che nel ventennio fascista” ha sottolineato più volte l’esponente radicale. Anche in Calabria le cose non vanno meglio: dopo due suicidi nel carcere di Castrovillari nel 2009 è di pochi giorni fa la notizia del tentativo di suicidio per impiccagione nel carcere di Reggio Calabria. Stante la situazione drammatica la partitocrazia, che normalmente per se stessa è garantista, stringe le corde contro quello che viene definita un’amnistia strisciante, un altro indulto.

Ma, afferma la Bernardini, “sono tornati i feroci e menzogneri riflessi demagogici pre e post indulto a favore di inumane e anticostituzionali carceri come discariche sociali” e, mentre sembrava aprirsi uno spiraglio nel governo che, nella persona del ministro della Giustizia, aveva pensato di varare in sede di Commissione il provvedimento che consente ai detenuti che devono scontare pene inferiori ad un anno di farlo ai domiciliari, lo stop al provvedimento arriva dalla Lega che però trova subito il sostegno giustizialista di Di Pietro che spara a zero su quella che lui definisce un’amnistia mascherata. E anche il PD non sembra sapere bene che pesci pigliare. Non si comprende l’atteggiamento autolesionistico del PD che “avrebbe potuto rivendicare a se stesso il merito di aver indotto il governo a mutare atteggiamento rispetto alla politica di carcerizzazione fin qui seguita”. E poi ci si dimentica delle duecentomila prescrizioni, vera amnistia strisciante di questo Paese, che avvengono ogni anno, si dimenticano delle parole di Napolitano nel suo discorso di fine anno e si dimentica pure la nostra stessa Costituzione, la nostra Carta fondamentale, quel “patto che ci lega” come società di persone e che spiega chiaramente che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” (oggi il 48% dei detenuti è in attesa di giudizio) e che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La pena afflittiva e punitiva, in condizioni inumane di sovraffollamento che costringono al suicidio di liberazione, la pena che viene oggi erogata nelle nostre patrie galere, non è prevista dalla nostra costituzione. E forse sarebbe bene ricordare pure, alla “cattolica” Lega ma non solo, che nel 2006, era intervenuto proprio il Papa, Giovanni Paolo II, per chiedere quell’atto di clemenza utile a riportare il nostro paese nell’alveo della legalità costituzionale oltreché nell’ambito della più alta misericordia cristiana.