Chiesa: “istituzione anacronistica". Lo scisma è qui?

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recensione di Alessandro Litta Modignani

Il viaggio di Chiaberge fra i cattolici adulti

Lo Scisma. Il libro di Riccardo Chiaberge
Lo Scisma. Il libro di Riccardo Chiaberge

Nel suo lungo viaggio fra i cattolici adulti (“Lo scisma – Cattolici senza Papa”, 300 pagine, Longanesi) Riccardo Chiaberge si reca in visita a una cospicua lista di quei credenti, quasi tutti cattolici praticanti, che mandano puntualmente il cibo di traverso alle gerarchie vaticane. Sono personaggi noti e meno noti, laici ed ecclesiastici, storie di vita e di fede che non rientrano nello stereotipo che vorrebbe il “buon cristiano” ligio ai dettami della Chiesa.

La carrellata parte dal frate eremita che si oppone “alla concezione anticristiana della vita e della famiglia diffusa dal berlusconismo”, non risparmia Radio Maria (“Per me è un veleno…. Un fanatismo lontano anni luce dal messaggio evangelico”) e osserva acutamente: “Celibe dev’essere il monaco, non il prete”. Poi è la volta della cosiddetta “secessione viennese”, con il suo cupo corollario di scandali a sfondo pedofilo. Sfilano i parroci di base, le suore comboniane, i gesuiti non allineati, i “missionari in Padania” – e naturalmente quelli in Africa, che distribuiscono preservativi per limitare la diffusione dell’Aids. Un apposito capitolo è dedicato ai “Preti in amore”, i vari Bollettin, Milingo, don Sante e molti altri.

Particolarmente ricco il fronte dei cattolici impegnati nella ricerca scientifica e nelle nuove frontiere della medicina, da Giorgio Lambertenghi Deliliers a Elisa Nicolosi, a Elena Cattaneo e naturalmente a quel don Luigi Verzé che ha ammesso di avere “staccato” su richiesta, dalla macchina che lo teneva in vita, un suo amico paziente terminale. Lambertenghi alza gli occhi al cielo commentando l’accanimento di chi vuole nutrire forzatamente un corpo dopo 17 anni di vita vegetativa: “Lo so, cosa vuole, i bioeticisti…. Oggi sono molto di moda. Molti di loro non conoscono gli ospedali, non sono mai stati in una corsia…. Persino Papa Giovanni Paolo II ha detto: lasciatemi tornare alla casa del Padre”.

Commovente e significativo il panorama degli “ex voto” affissi nelle bacheche del Regina Elena, a Milano, da quanti sono riusciti ad avere un figlio grazie alla fecondazione assistita, nonostante i veti della Chiesa: “Ci avete dato amore e speranza…. Avete compiuto il miracolo…. Il nostro sogno si è realizzato… Bisogna credere fino in fondo, sperare e pregare che il miracolo si realizzi…. C’è un angelo in cielo che non aspetta altro che di diventare un bambino….” e così via.

Il libro di Chiaberge conia un neologismo: “dolorismo”, termine con il quale il gesuita Padre Carlo Casalone descrive una visione arcaica e un po’ sadica del cristianesimo: “Non è stato il dolore a salvarci, ma l’amore”. Purtroppo di “doloristi” se ne sono radunati un po’ più del necessario al capezzale di Piergiorgio Welby, commenta l’autore.

La donna ? Nel ’95 la Congregazione per la dottrina della fede, presieduta da Joseph Ratzinger, dice che la sua esclusione “è fondata sulla parola di Dio, scritta e costantemente conservata e applicata nella tradizione della Chiesa”; che “è stata proposta infallibilmente” dal pontefice; e che dunque “si deve tenere sempre e ovunque da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede”. Chiaro, no?

Chiaberge parla di un “crescente distacco dei vertici romani dal popolo di Dio” e di una Chiesa “istituzione anacronistica, l’ultima monarchia assoluta in Europa dopo il crollo dell’Ancien Règime, una piramide tutta al maschile in un mondo dove le donne hanno ormai raggiunto quasi dappertutto ruoli di comando”. Per contro, il mondo cattolico seguita a esprimere quella “creatività cristiana che nessuna gerarchia, per quanto ottusa, potrà soffocare”, per usare le parole di Jean Delumeau. Quest’ultimo aggiunge: “Oggi i progressi dell’embriologia ci dicono che la fecondazione dura più di venti ore, e che solo un ovulo fecondato su tre arriva a impiantarsi nell’utero. Soltanto a partire dal 14° giorno è certo che l’ovulo non darà vita a due gemelli. E allora perchè non decidere che la persona umana comincia solo quando appaiono i primi rudimenti del cervello?”. Già, perché?

Monsignor Sergio Pagano si spinge a dire: “Le cellule staminali, la genetica, qualche volta ho l’impressione che siano condannate con gli stessi preconcetti che si avevano verso le teorie di Copernico e Galileo”, ma il genetista Bruno Della Piccola, presidente di Scienza & Vita, subito lo bacchetta: “Fermare la ricerca sulle staminali embrionali non è affatto oscurantismo”. A volte, almeno in Italia, gli scienziati arrivano a essere più clericali del clero, chiosa Chiaberge.

Dai "professionisti" ai docenti dell'antimafia

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” il 10.12.2009 con il titolo “La ‘ndrangheta non cade a pezzi

Quando Leonardo Sciascia scrisse “I Professionisti dell’antimafia, il famoso articolo pubblicato il 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera, non avrebbe mai immaginato che le cose, in Italia, potessero evolvere come invece hanno fatto regalandoci un Paese in cui, alla notizia dell’arresto di un paio di boss siciliani latitanti, ministri e politici della maggioranza esultano e cantano vittoria, autoproclamndosi, addirittura, dei veri e propri “docenti dell’antimafia”. Dai magistrati “professionisti dell’antimafia” di cui parlava Sciascia, oggi siamo ai politici “docenti dell’antimafia”. “La Mafia è già in ginocchio” dice Alfano. Ma la mafia e la ‘ndrangheta sono sempre li, anzi la ‘ndrnagheta si espande più forte che mai e rappresenta, nel mezzogiorno e non solo, un problema enorme. Ed anche i sei miliardi di euro sequestrati rappresentano una goccia nel mare se rapportati ai soli traffici della ‘ndrangheta che può vantare un fatturato di oltre 69 miliardi di euro all’anno come dichiarato dal procuratore nazionale antimafia Grasso. Nella seconda delle due “autocitazioni” che il giornalista di Racalmuto fece precedere a quel suo articolo per “… Servire a coloro che hanno corta memoria e/o lunga malafede” ricordava quanto scritto in “A ciascuno il suo” (Einaudi, Torino, 1966), il suo libro in cui scriveva che “L’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto”. Oggi potremmo dire che la mafia parla in inglese e fa gli affari su internet. E anche noi siamo inquieti. La mafia, dichiarò alla stampa calabrese circa un anno fa il magistrato Giuseppe Ayala, “sopravvive grazie ai silenzi della politica”. Un fenomeno la cui fine “sta ritardando per una complicità dovuta anche alla classe dirigente”. Dopo i due arresti eccellenti la maggioranza sembra essersi convinta che la lotta alla criminalità organizzata sia a buon punto. Forse, con la “mafia” siciliana, il taglio di qualche testa di capi clan potrà considerarsi una piccola vittoria, ma cosa ci dicono della ‘ndrangheta che, a detta di tutte le relazioni delle varie procure e direzioni distrettuali, è la forza criminale meglio organizzata, che vanta i traffici più lucrosi, con fatturato da capogiro e che maggiormente inquina il tessuto economico e sciale con i suoi capitali illegali non solo la Calabria? Cosa ci raccontano di una vittoria e di una lotta da “docenti dell’antimafia” se, dopo anni di duri colpi, la ‘ndrangheta oggi è più forte che mai? Insomma, ci si vanta degli arresti che compiono Polizia e Carabinieri ai quali, tra l’altro,– come più volte denunciato dal Siulp – si sono tagliate le risorse mentre si varano leggi che consentono, nel pieno anonimato, di rimpatriare capitali illecitamente accumulati all’estero e di cui non vi è garanzia alcuna di come gli stessi siano stati accumulati. Se condividiamo l’idea di Maroni di costituire un’agenzia nazionale per i beni sequestrati alla mafia, dovrebbero spiegarci, da docenti, come si intende farlo. Con un piano che prevede l’anonimato per il rientro dei capitali? Se è giusto richiamare i magistrati al proprio lavoro appaiono esagerate le parole di Alfano che parla di mafia come di un cadavere. Oggi la questione criminalità organizzata nel mezzogiorno è gravissima ed è tutt’altro che sconfitta. Sempre per citare Sciascia ricordiamo che “Il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. (…) Sicché – continua Sciascia – se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime – o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come “mafioso” ” Oggi le cose, cambiando le parole Sicilia con Mezzogiorno e Fascismo con regime della partitocrazia, stanno ancora come magistralmente le dipingeva Sciascia. L’ultima relazione di Mario Dragi non lascia certo dubbi sul grado di infiltrazione e pervasione della criminalità organizzata nei gangli della pubblica amministrazione del mezzogiorno. Cantare vittoria, a scavalco delle dichiarazioni di Spatuzza, per qualche arresto operato dalle forze dell’ordine ci sembra quantomeno fuorviante. Non vorremmo che, e il rischio esiste ora come allora, si usi “l’antimafia come strumento di potere”, o peggio, come sloga che consenta, oggi, di spingere sul “legittimo impedimento” o su qualche altra norma poco costituzionale.

un acaro ci ha demolito il sito ma noi

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Stiamo ricostruendo il sito che è stato attaccato da un acaro (lipidico) ma noi non molliamo

Care amiche e cari amici,

come vi sarete accorti almcalabria.org, il sito del Periodico nonviolento di storia, arte, cultura e politica laica, liberale calabrese ha subito un attacco informatico. Noi non pensavamo di essere tanto “fastidiosi” da risultare al centro dell’attenzione … proprio per questo stiamo ripristinando il sito e ricaricando gli articoli e, vi preannunciamo delle belle

Acqua pubblica … ma il servizio privato

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di Giuseppe Candido

Acque pubbliche
Acque pubbliche e decreto Ronchi

Questa settimana si è parlato tanto di privatizzazione dell’acqua e del così detto “decreto Ronchi”, il decreto 135, che ha introdotto alcuni elementi per disciplinare e razionalizzare l’erogazione dei servizi pubblici locali e le bandiere dei “no” alla privatizzazione dell’acqua hanno cominciato a sventolare. In particolare, con la nuova normativa, è stata introdotta la gestione privata per il servizio idrico integrato, per il servizio dei rifiuti e per il servizio di trasporto su gomma locale. Si tratta di servizi importanti che riguardano la qualità della vita quotidiana dei cittadini ma che riguardano anche la qualità dei conti pubblici e le tasche dei cittadini perché, come sappiamo, è su questi servizi che si annidano scarsa efficienza ed enormi sprechi delle pubbliche amministrazione locali. Nel decreto non sono state inserite alcune materie altrettanto importanti che necessiterebbero, per offrire convenienza ai cittadini, di una maggiore concorrenza come la distribuzione dell’energia elettrica, la distribuzione del gas naturale, del trasporto locale su rotaia e delle farmacie comunali. Quello dei servizi pubblici locali, vale la pena ricordarlo, è un settore assai in deficit delle pubbliche amministrazioni sul quale si è tentato, più volte, di mettere mano. E in effetti non sfugge a nessuno come, ad esempio, il servizio pubblico integrato dell’acqua e della depurazione sia obsoleto non soltanto nelle regioni del mezzogiorno e come, per fare un altro esempio, alcuni comuni calabresi non paghino neanche le bollette alla società che, per loro, gestisce il servizio idrico. Acquedotti comunali colabrodo che perdono oltre il 50% della risorsa, fognature e depuratori inefficienti, caratterizzano attualmente il servizio fornito. Per non parlare dei rifiuti in emergenza da oltre 14 anni nella nostra regione. Se è vero che l’acqua è, e deve rimanere, un bene pubblico prezioso, una risorsa pubblica limitata e da tutelare, con apposite leggi, dall’inquinamento e dall’eccessivo sfruttamento, se è vero che si tratta di un bene pubblico sul quale pesa l’incertezza del futuro, è pur vero che il servizio di distribuzione di questo bene pubblico è un servizio non degno di tale nome che la pubblica gestione offre in maniera inadeguata, in maniera sprecona, e ciò stante il fatto oggettivo che, ai cittadini, viene fatto pagare e viene fatto pagare anche abbastanza salato. Il decreto Ronchi di fatto non privatizza il bene acqua che rimane pubblico ma interviene invece sul servizio della distribuzione attualmente fatiscente in molte parti d’Italia. Si è valutato che le “mancanze” accumulatesi all’interno del servizio pubblico oggi in capo agli enti locali debbano trovare un correttivo. Con il decreto Ronchi si cerca, in sostanza, di intervenire essenzialmente su due punti: sulle modalità di affidamento e di conferimento dei servizi pubblici locali di rilevanza economica e sulla governance degli stessi. Pur mantenendo pubblico il bene acqua, il decreto prevede che il conferimento del servizio idrico debba avvenire in via ordinaria secondo due modalità: quella della gara, a cui potranno partecipare imprenditori e società di diritto privato in qualunque forma costituite o mediante l’affido a società miste pubblico – privato con il socio privato da selezionare sempre attraverso una specifica gara. Novità importante, non di secondo piano, è che le gare dovranno essere conformi ai principi del trattato comunitario, fatte cioè secondo un “modello europeo” e impregnate dai principi di “imparzialità, efficacia, trasparenza, economicità delle condizioni, pubblicità degli atti, non discriminazioni, mutuo riconoscimento e proporzionalità”. Inoltre nella nuova normativa si prevede che il privato selezionato con la gara debba avere “quote di partecipazione maggiori o uguali al 40%”, e debba assumere “rischi, impegni e specifici compiti operativi”. Tutto ciò a garanzia che si tratti davvero di privati motivati ad investire e a concorrere per rimediare ad una delle carenze gravi del servizio pubblico che, non dimentichiamolo, è proprio quella della carenza di investimenti. A queste modalità di affido e di gara sono affiancate, nello stesso decreto, alcune deroghe per cui è possibile il ricorso alla gestione dei servizi mediante società a capitale interamente pubblico qualora ricorrano “speciali condizioni economiche, sociali, ambientali, geomorfologiche e di contesto territoriale” tali da giustificare questa deroga. In ogni caso vanno rispettate le discipline comunitarie sia in ordine al controllo della qualità del servizio offerto e sia in termini di prevalenza dell’attività svolta nei confronti degli enti locali. Per la deroga a favore di società totalmente a capitale pubblico devono però essere prodotte relazioni con analisi di mercato che dimostrino effettivamente la convenienza della soluzione gestionale proposta. Inoltre, della procedura di gara si deve inviare “una relazione all’autorità garante per la concorrenza” che dovrà esprimersi, entro sessanta giorni, con un parere preventivo. Sarà da vedere, in base ai decreti attuativi che dovranno essere emanati per stabilire le soglie rispetto sulle quali l’autorità garante antitrust sarà chiamata ad esprimersi, e se questo parere dell’autorità antitrust avrà un effetto vincolante che precluda l’affido in caso di parere negativo oppure meramente consultivo per lo svolgimento della gara stessa. Senza entrare nel merito di ulteriori analisi, è bene soffermarsi su alcuni punti cruciali della discussione. Il professor Fabio Pammolli, docente di economia e menagement, nonché direttore del CERM, l’istituto privato per la “competitività e la regolazione dei mercati”, nella sua settimanale trasmissione su radio radicale ha sottolineato come, “rispetto ad altri sistemi di gestione del servizio idrico presenti in altri Paesi europei”, la nuova normativa rappresenti “una forte differenza rispetto a casi di gestione integralmente privatizzata del servizio perché il settore delle acque viene mantenuto nell’ambito del settore pubblico”. Certamente c’è anche, sottolinea ancora Panmolli, “Una eccessiva fiducia del decreto a reperire risorse economiche mediante le gare, un fiducia che si dovrà confrontare con i fatti”, soprattutto con questi chiari di luna di crisi. Un’eccessiva fiducia sia sull’entità delle risorse reperibili dai privati sia in termini di “capacità dello strumento della gara di introdurre, di per se, efficienza”. Su questo, spiega ancora Pammolli, si possono “avere riserve che segnalano la necessità di integrare il sistema della gara con altre misure che riguardino il contesto regolatore nel suo complesso”. Stenta cioè ad affermarsi “un principio di netta terzietà del regolatore”. Pertanto, piuttosto che un “no” ideologico alla privatizzazione dei servizi pubblici, quello idrico in testa, ci sembra importante capire, ed è questo, secondo chi scrive, l’aspetto più serio della faccenda, come tutto ciò verrà attuato e come, nel sistema federalistico che va oggi configurandosi, questo nuovo sistema di “gestione aziendale” sarà in grado di integrarsi in regioni come la Calabria e, in generale, nelle regioni del mezzogiorno, dove i capitali privati puliti di imprenditori disposti a rischiare nel settore pubblico non sono certo abbondanti e dove l’economia e le pubbliche amministrazioni hanno, come dichiarato anche dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, un così elevato tasso di infiltrazione e penetrazione della criminalità organizzata.

Eutelia “Agile”, l'Alcoa e il “capitalismo inquinato”

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di Giuseppe Candido

Mentre di mattina volano cazzotti tra i lavoratori dell’”Alcoa” e la polizia che cerca di contenerne la disperazione durante la manifestazione contro il ritiro della cassa integrazione all’azienda sarda, nella serata dello scorso 26 ottobre abbiamo visto i lavoratori di Eutelia, oggi svenduti al costo di un euro alla società “Agile” per essere poi licenziati, manifestare sotto al palazzo del governo mentre i sindacati trattavano sulla sorte per i lavoratori di quell’azienda che Tremonti, ad Annozero, ha definito “un caso di cattiva gestione aziendale”. Ma i casi si susseguono: dal lodo mondadori passando per il caso parmalat e, arrivando all’oggi, con i casi Alcoa e Eutelia-Agile si ha la prova che il problema sia diffuso. Il problema è che in Italia, non essendoci delle ferree regole e dei seri sistemi di controllo delle società di capitali, si è perpetuata per decenni una sorta di deviazione del libero mercato che ha ingenerato quello che, Ernesto Rossi già nel 1952, aveva definito “capitalismo inquinato” prevedendo dettagliatamente le corruttele e gli intrecci tra politica affari e banche, quarant’anni prima, ciò che sarebbe poi di fatto avvenuto con tangentopoli e la fine della prima repubblica. Il caso Eutelia venduta per un euro alla Agile e quello dell’Alcoa, azienda sarda cui si toglierebbe oggi la cassa integrazione per evitare di mantenere un’azienda che non sta più, senza interventi statalisti, sul mercato testimoniano che l’inquinamento non solo persiste, ma anzi, dilaga ed è contagioso. Parmalat vendeva bond senza valore, Eutelia vende un’azienda di 1192 dipendenti ad un euro ad una società che, come le scatole cinesi, si suddivide in otto società “regionali” per poi prevedere il licenziamento dei dipendenti ci dimostrano che si tratta non di “un caso” isolato ma di un sistema diffuso e fallimentare di “non controllo” del libero mercato che, come ricordava quasi sessant’anni or sono lo stesso Rossi, se regolato dal solo desiderio individualistico di accumulare profitti può fare danni anche maggiori di quelli che facevano i regimi collettivistici comunisti. Oggi quel volume la cui ristampa è stata curata da Roberto Petrini (Ernesto Rossi, Capitalismo inquinato, Ed. Laterza, Bari, 1993) e che portava la prefazione di Eugenio Scalfari, meriterebbe forse una rilettura attenta. Un libro scritto nel 1952 ma dimostratosi già previgente e veritiero per gli anni novanta, di un sistema capitalistico distorto foriero di corruzione e di conseguenze nefaste verso gli strati più deboli. Scalfari, nella prefazione all’edizione del ’93, ricorda come Rossi fu “la bestia nera di forze e istituzioni potentissime: Il fascismo prima … e il nemico pubblico numero uno della “grande industria i cui capi, se l’avessero potuto avere dalla loro o ridurre al silenzio chissà cosa non avrebbero dato”. Quello che muoveva le critiche con articoli di giornale contro “I padroni del vapore”, “Non era un comunista, un socialista o comunque un fautore di soluzioni stataliste… Bensì un liberista, un liberal – democratico, un avversario leale del PCI, un amico di Luigi Einaudi e di Gaetano Salvemini, sostenitore della grande riforma roosveltiana del new deal.

Secondo Rossi il capitalismo italiano era (ed oggi dobbiamo constatare rimane) inquinato e la sua analisi, già nel ’52, prevedeva che “il libero mercato, la libera concorrenza e la libertà di accesso al mercato sono condizioni permanentemente a rischio, che debbono essere create e mantenute da apposite regole, il cui rispetto deve essere garantito da organi pubblici dotati di poteri penetranti di vigilanza e di sanzione”. In secondo luogo, l’economia mista, quella cioè fatta da aziende a partecipazione statale che ancora oggi è diffusamente presente nel nostro paese, “si risolve di fatto in una privatizzazione dei profitti e in una pubblicizzazione delle perdite”. Il capitalismo italiano, “a causa della ristrettezza del mercato dei capitali e della struttura duale del paese (nord-sud), è stato fin dal suo nascere fortemente intrecciato ai gruppi politici dominanti e al sistema bancario” ingenerando “una reciproca interdipendenza tra gruppi politici, gruppi industriali e gruppi bancari”. Un’interdipendenza che non solo perdura tutt’oggi ma che, anzi, si è andata aggravando con la presenza, nelle pubbliche amministrazioni e nell’economia legale, della criminalità organizzata che, nel mezzogiorno e la Calabria, rappresenta l’azienda privata più grossa in grado di inquinare il mercato anche con capitali illecitamente accumulati.

Ancora oggi, l’analisi di Ernesto Rossi centra il problema: quello delle regole e delle autorità necessarie a farle rispettare. Il problema, anche in Calabria, è quello delle regole e degli imprenditori onesti sostituiti dai soliti “prenditori” di finanziamenti pubblici, di contributi, di casse integrazioni in una sorta di capitalismo tarocco, inquinato appunto.

Pensioni e Welfare. Un'idea semplice: posticipare volontariamente il pensionamento dei lavoratori

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di Giuseppe Candido

Giuliano Cazzola e Pietro Ichino
Giuliano Cazzola e Pietro Ichino

Qualche volta, nelle analisi delle notizie economiche ci si limita solamente alla presentazione dei dati senza però formulare ipotesi o tenere conto di specifiche proposte politiche che sarebbero utili per la risoluzione dei problemi che emergono. Lo scorso 24 novembre l’Imps, Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, ha presentato il bilancio preventivo relativo all’anno 2010 i cui numeri e dati venivano spulciati con dovizia da Enrico Marro sul Corriere della Sera in un articolo dal titolo: “I conti della previdenza? Salvati dai precari”. Dall’analisi dei conti della previdenza, oltre che un attivo vertiginosamente in calo da 6,8 miliardi di euro del 2008 ai 2,8 miliardi previsti per il 2010, emergeva chiaramente che l’unica gestione separata dell’Imps in attivo è quella dei lavoratori parasubordinati, cioè di quei lavoratori con contratto a progetto già meno tutelati sotto altri punti di vista. L’attivo della gestione separata dell’Imps relativa ai lavori dipendenti si ridurà dal 3,7 a 2,7 miliardi di euro mentre continueranno a sprofondare nella voragine della passività, anche per il 2010, le gestioni relative agli autonomi: artigiani, commercianti, coltivatori diretti etc. Un buco complessivo di 10 miliardi di euro. L’Imps non è costretta a dichiarare bancarotta soltanto perché 1,6 milioni di lavoratori parasubordinati pagano i contributi senza però percepire pensioni da quel fondo poiché Istituito dal ’95 con la legge Dini e, come si dice in gergo, non ancora “giunto a maturazione”. Tutte le alte voci sono in rosso ed anche la gestione separata dei lavoratori dipendenti, con un attivo vistosamente in calo, presenta dei “buchi neri” fortemente in passivo per i dirigenti d’azienda (ex Impdai) che nel 2010 chiuderà il conto con una passività di 3 miliardi di euro. Una bancarotta, quella dell’Imps, evitata soltanto dal “sacrificio” contributivo dei precari che si sono visti aumentata l’aliquota contributiva al 26 e rotti per cento senza percepire pensioni. Contributi che servono a ripianare i deficit delle altre gestioni e che delinea quello che Marro definisce, a ragione, una sorta di “solidarietà alla rovescia”. E se non si vuole mantenere questa ingiustizia le strade possibili possono essere, secondo Marro, essenzialmente quattro: aumentare le tasse per tutti, aumentare l’imposizione contributiva, tagliare le prestazioni previdenziali o aumentare i limiti dell’età pensionabile. A questo punto però l’articolo finisce e le domande restano. Come risolvere il problema? Quale strada seguire? La prima strada indicata ci sembra però improponibile vista la già elevata pressione fiscale che grava sui cittadini nel nostro Paese e anche la seconda, quella di aumentare l’aliquota contributiva sui lavoratori, visti i costi del lavoro, tra i più alti in Europa, che ci sono in Italia. E anche di tagliare le prestazioni previdenziali manco a parlarne in un periodo in cui si discute così tanto della necessità di fare riforme degli ammortizzatori sociali per dare più garanzie. Rimane quindi, unica tra le vie indicate nell’articolo, quella dell’aumento dell’età pensionabile. Al giornalista sarà sfuggito che su questo argomento esiste anche la nuova proposta di legge che porta le firme del Professor Pietro Ichino e del Professor Giuliano Cazzolla che è in corso di sperimentazione da parte dell’Imps e cui ha preso parte, nella stesura, anche Marco Pannella. Una proposta di legge che ha messo insieme, su un progetto di riforma radicale, due massimi esperti della materia del PD e del PdL. Si tratta di applicare un’idea semplice: posticipare il pensionamento dei lavoratori su base volontaria. Depositata sia alla Camera e sia al Senato lo scorso mese di agosto, il nuovo regime delineato dalla proposta di legge bilancia adeguatamente gli interessi di tutte le parti in causa e configurando un risparmio pubblico per le casse dell’Imps. Il lavoratore che, volontariamente, intende posticipare il pensionamento potrà, proseguendo nell’attività lavorativa, godere di un trattamento economico superiore a quello che percepirebbe se andasse subito in pensione. Il datore di lavoro potrà continuare ad avvalersi delle maestranze di lavoratori con un elevato livello di esperienza a costi più contenuti in virtù della diminuzione dei contributi. Per l’Imps, inoltre, il rinvio del trattamento pensionistico si risolve in un risparmio netto sul piano economico. La notizia, riportata nella relazione di tesoreria di Michele De Lucia presentata lo scorso 12 novembre al congresso di radicali italiani a Chianciano, è che la la simulazione effettuata dall’Imps sugli effetti che la l’applicazione della proposta di legge avrebbe sui conti pubblici dice che si potrebbero risparmiare fino a due miliardi di euro all’anno che, in cinque anni, consentirebbero di ripianare il buco di dieci miliardi di euro della gestione dei lavoratori autonomi. Davvero un’idea semplice ma al contempo rivoluzionaria che, mentre l’Europa continua a chiederci di aumentare l’età di pensionamento delle donne e con i conti dell’Imps, forse non sarebbe male, quantomeno, prendere considerazione.

Poggiare la prima pietra: la bretella per il ponte che verrà

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 24 novembre 2009

Associazione No Ponte
Associazione No Ponte

Secondo molti sostenitori del ponte sullo stretto, le principali motivazioni addotte per spiegarne la necessità è che il Sud, Calabria e Sicilia in testa, sarebbe miracolato da un “rilancio delle condizioni economiche e sociali dell’area interessata oltreché da una riduzione infrastrutturale che colpisce il Mezzogiorno sin da prima dell’Unità. Il Ponte dovrebbe favorire l’integrazione tra le diverse modalità di trasporto così da “soddisfare la domanda di un crescente bisogno di un più efficiente collegamento tra il continente e la Sicilia”. Ciò nonostante le recenti statistiche definiscano il traffico in diminuzione. E poi se fosse solo questo il vero problema, il traffico, verrebbe facile pensare che col sistema degli aerei cargo e delle “vie del mare” incentivati dall’unione europea, anche dal punto di vista economico la costruzione del ponte sembrerebbe poco consigliabile. Giulia Maria Mozzoni Crespi presidente del FAI, il fondo per l’ambiente italiano, è intervenuta alla trasmissione del 21 novembre scorso di “ambiente Italia” su Rai tre definendo il ponte sullo stretto un’opera non solo inopportuna ma anche contraria al buon senso. Oggi molti calabresi sono impegnati a tentare di bloccare i lavori della “bretella” che, nel progetto in variante, è opera necessaria alla costruzione del ponte. Stiamo parlando quindi della prima pietra o, quantomeno, della prima opera funzionale a quello che sarà il ponte sullo stretto. Poi arriveranno anche i piloni. La bretella è necessaria per la costruzione del ponte ma, ci chiediamo: il ponte è necessario alla Calabria e alla Sicilia? E’ questa forse la vera domanda cui dovremmo, noi calabresi, siciliani, darvi risposta perché è di Scilla e Cariddi che si discute. Dovremmo, noi, decidere se vogliamo vederle collegate, per i prossimi 150 anni fino a quando, cioè, non cadrà per usura, da un enorme, gigantesco, ponte di acciaio e cemento o se, invece, lasciarle così agli occhi dei nostri figli, nipoti. Vorrei fare un paragone: Immaginate due immobili dirimpettai intrisi di storia e cultura ma fatiscenti, vecchi, talmente vecchi che in alcuni punti sono pronti al crollo, coi vetri rotti, con gli scarichi otturati, i tubi dell’acqua con la ruggine e che perdono come cola brodi, pensate se, i due amministratori di quei condomini, per idea geniale di entrambi, pensassero di spendere i pochi soldi che avranno in cassa nei prossimi anni ed investirli tutti in un ponte per collegare i due tetti, o due balconate, ed evitare così di scendere le scale, attraversare la strada e trovarsi nell’altro condominio. Ci verrebbe subito di dire che si tratta di follia. Tutti, anche i bambini, capirebbero che sarebbe certo meglio occupare quei soldi per investire sul risanamento del territorio, sull’adeguamento e/o la rottamazione del patrimonio edilizio non adeguato a resistere agli eventi sismici la cui frequenza, in Calabria, è storicamente oltre che geologicamente, provata.

Che l’Italia non abbia bisogno di “opere faraoniche” e che bisogna invece intervenire per ridurre il rischio idrogeologico lo ha detto anche la più alta carica dello Stato dopo che per anni geologi e associazioni ambientaliste non parlano d’altro. Cerzeto, Beltramme, Crotone, la frana sull’A3 e più di recente i fatti di Messina non si possono dimenticare. La Calabria è la regione dove il 100% dei comuni presenta aree a rischio idrogeologico per frana o per alluvione. Una regione, la nostra, dove i cantieri per l’ammodernamento della Salerno Reggio Calabria, sono spesso interrotti per le frane oltre che per le infiltrazioni mafiose. La questione del rischio idrogeologico e il degrado dei corsi d’acqua sono un problema prioritario per tutto il Paese ma per il mezzogiorno in particolare. Un problema che, se affrontato, consentirebbe anch’esso di promuovere sviluppo e occupazione. Il ricorrere di fenomeni di dissesto idrogeologico negli ultimi anni non può essere più attribuito ad eventi naturali o alle intemperanze di un clima eccezionale ma a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio: un dissesto idrogeologico causato dal disastro ideologico e l’incapacità di governare il territorio dei politici che ci hanno amministrato ai vari livelli. Oggi è a questo che dobbiamo dare rimedio, è questa l’opera faraonica da compiere: risanamento idrogeologico del territorio senza dimenticare che la nostra è un anche una regione geologicamente “ballerina” ad alto rischio sismico per la presenza di un’edilizia, anche pubblica, ormai vetusta che andrebbe risanata o “rottamata” per avere edifici, almeno quelli pubblici, che resistano agli eventi sismici. Insomma, una grande opera di risanamento ambientale e una grande opera di rottamazione dell’edilizia vulnerabile al posto di un solo ponte le cui basi poggeranno sulla faglia numero 50 del modello neotettonico d’Italia. E poi, ci chiediamo se, per avvicinare Sicilia e Calabria al resto del mondo, non sarebbe meglio trovare in agenzia qualche volo “lowcost” in più.


La Costituzione di Florestano I del 1848

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di Antonino G.E. Vecchio

Florestano I

Florestano I
Florestano I - Wiki

Il Principato di Monaco territorialmente era costituito oltre che dalla capitale Monaco anche dalla città minore di Roccabruna e da quella maggiore di Mentone.

Sin dal 10 febbraio 1848 si ebbe notizia della costituzione data a Torino da Sua Maestà Carlo Alberto Re di Sardegna, suscitandosi entusiasmo ed esibendosi la bandiera reale.

Una delegazione “mentonese” raggiunse la residenza di “Carnolese” dove soggiornava la famiglia principesca per reclamare analoga concessione.

Sua Altezza Serenissima il Principe Sovrano Florestano I ne fece la promessa e fece leggere due giorni più tardi da un console al popolo riunito davanti al Palazzo del Municipio, il progetto di costituzione da Lui stimato, poiché nel Principato, considerato da Principe non come uno Stato ma e come una grande famiglia, non era possibile applicare le leggi reggenti un ampio Stato quale la Sardegna.

L’ordinanza del Principe sanciva la garanzia delle libertà individuali,il riconoscimento del diritto di proprietà, la regolamentazione della forma di governo.

Il Sovrano rimaneva capo supremo, dotato del potere esecutivo e dell’iniziativa legislativa, ma tutte le Sue ordinanze amministrative generali dovevano essere deliberate da Consiglio di Stato composto di dodici membri, dei quali la metà doveva essere nominata dal Principe e l’altra metà- due per Monaco, tre per Mentone, uno per Roccabruna- doveva essere nominata da elettori scelti preventivamente da tutti i cittadini maggiorenni del Principato che fossero impiegati civili e militari o marinai e/o dai possessori d’una imbarcazione di cinque tonnellate almeno oppure industriali.

Al ristretto diritto di voto, si univa la preponderanza lasciata ai designati principeschi all’interno del Consiglio, la cui presidenza era assegnata a Sua Altezza Serenissima il Principe Ereditario maggiorenne, altrimenti al governatore generale scelto da Sua Altezza Serenissima il Principe Sovrano.

Il Console preposto dal Principe per la lettura dell’ordinanza, non poté portare a termine la lettura della stessa, per il clamore della folla, questo progetto costituzionale del 12 febbraio non piaque al popolo.

Florestano I, si trovò nella necessità di rivedere ulteriormente l’ordinanza e lungo la via delle concessioni: espresse in un successivo proclama il proprio dolore per avere visto le sue paterne intenzioni poco conosciute oppure poco apprezzate; desideroso di dissipare ogni ombra di dubbio sui Suoi sentimenti dichiarò di accettare per il Principato di Monaco la costituzione del Regno di Sardegna in tutta la sua integrità.

Tale accettazione e promulgazione da parte del Principe, non portò gioia e riconoscenza; essa fu al contrario accolta da silenzio; la suscettibilità popolare era stata urtata dalle asserzioni principesche sulla tendenza dei suddetti a cedere alle insinuazioni malevole e a sottovalutare le buone intenzioni.

La nuova costituzione, datata 25 febbraio al Principato, differiva da quella enunciata il giorno 12 dello stesso mese per via dell’istituzione d’una assemblea elettiva destinata a esercitare il potere legislativo congiuntamente con il Sovrano e con il Consiglio di Stato.

Quest’ultimo, eletto su base “censitaria”, doveva essere investito per primo dell’esame di ogni legge relativa alle imposizioni.

La libertà di stampa era garantita ma soggetta a repressione. Il Sovrano si riservava di formare una milizia comunale scelta fra i “censitari”.

La promulgazione dello statuto fondamentale del Principato di Monaco avvenne subito dopo l’emanazione di quello del Regno di Sardegna.

Lo Statuto Monegasco non ha mai seguito lo Statuto Albertino ed è conservato all’Archivio del Palazzo Principesco di Monaco. Vi è un testo, firmato dal Principe Florenzano I senza apposizione di data perciò non promulgato né entrato in vigore, che amplia la costituzione del 25 febbraio mediante nuovi articoli che, oltre a regolare la reggenza, indicano come illimitato il numero dei consiglieri di Stato e in ventuno quello del consiglio elettivo (diviso fra i paesi).

Le molte incertezze e i molti rinvii non permisero alla Carta Costituzionale monegasca del 25 febbraio 1848 di incidere sul corso degli avvenimenti.

Accolta favorevolmente dai partigiani del Principe e combattuta dagli avversari, essa restò lettera morta tanto più che il giorno precedente la rivoluzione di Parigi aveva provocato la caduta del governo di Sua Maestà Luigi Filippo re dei Francesi, sollecitato a intervenire da Sua Altezza Serenissima il Principe Ereditario Carlo.

Dopo l’imminente proclamazione popolare di Mentone e Roccabruna città libere e la loro occupazione da parte delle truppe sarde destinata a protrarsi, il 2 febbraio 1861 Sua Altezza Serenissima Carlo III Principe Sovrano di Monaco, metteva termine al protettorato sardo cedendo i Suoi diritti a Sua Maestà Napoleone III Imperatore dei Francesi che procedeva all’annessione di entrambe.

Il successore, Sua Altezza Serenissima il Principe Alberto I, avrebbe dotato, mediante l’Atto del 1911, il Principato di una organizzazione costituzionale successivamente sostituita dalla Costituzione Monegasca del 1962 promulgata da Sua Altezza Serenissima il Principe Ranieri III ora deceduto.

Bibliografia:

*“Note e proposte di studio sulla Storia del Principato di Monaco in –Storia di Nobiltà-“-1969 del Prof.Leonardo Saviano, docente di Storia delle Dottrine Politiche presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi “Federico II” di Napoli e della L.U.I.S.S. di Roma;

*Freu-Novella-Robert, Histoire de Monaco, Monaco 1987.

L'oro nero sulla nostra testa

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di Giuseppe Candido

Fra pochi giorni i grandi della terra si riuniranno a Copenaghen per discutere dei cambiamenti climatici in corso, di ambiente e di politiche energetiche mondiali. Produrre energia senza inquinare è diventata un’esigenza mondiale non più rinviabile.

Ciò nonostante lo scorso 16 novembre le agenzie hanno battuto la notizia secondo cui la quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico che sarebbe dovuta servire a stabilire nuovi vincoli per le emissioni di gas inquinanti, superando il precedente Protocollo di Kyoto, i cui obiettivi di riduzione delle emissioni arrivano al 2012, non prevederà invece nulla di tutto ciò a causa del “Patto di ferro fra Usa e Cina” in base al quale nessun accordo sui tagli alle emissioni di CO2 potrà essere raggiunto al prossimo vertice di Copenaghen.

Insomma, abbiamo così tanto bisogno di energia che non possiamo rinunciare a bruciare petrolio e carbone. Ma forse le cose sono destinate a cambiare in breve tempo. Ci si è accorti infatti che, sopra la nostra testa, vi è un vero e proprio “giacimento energetico” costituito dai venti, veri e propri fiumi d’aria, ad alta quota. Il potenziale energetico di queste correnti è dieci volte superiore rispetto a quello dei normali venti a bassa quota. L’idea di utilizzare speciali turbine eoliche montate su “aquiloni” per produrre energia elettrica sfruttando i venti presenti in alta quota non è nuova. Già in passato, alcune università e centri di ricerca hanno proposto alcune ipotesi di soluzione tecnologica. Ma le cose stanno evolvendo velocemente. A Berzano S. Pietro, fra le colline a est di Torino, a settembre è stato testato il primo prototipo per lo sviluppo di una centrale eolica d’alta quota. Si chiama Kite Wind Generator, e invece delle lente e ingombranti torri a turbina, basa la produzione di energia su enormi aquiloni collegati a una turbina ad asse verticale. Col termine Kite (aquilone) Gen si indicano un’intero gruppo di sistemi, di nuova concezione, volti ad estrarre energia dal vento a costi competitivi con il carbone. La Kite Gen Research, azienda titolata di specifici brevetti, punta a stravolgere il campo della produzione di energia eolica grazie a un sistema tutto italiano che trae ispirazione direttamente dalle spettacolari evoluzioni dei Kite surfer .

Una torre eolica tradizionale, come quelle che vediamo installare anche in Calabria, è un rotore orizzontale in grado di sfruttare il vento a poche decine di metri dal suolo richiedendo l’installazione su crinali o parti elevate del territorio con forte ricaduta paesaggistica. Il Kite Gen è invece un’aquilone o una “giostra” di aquiloni pilotati da un sistema automatico, che sfrutta i venti presenti a quote tra i 500 e i 10.000 metri e che può essere installato, con buona resa in termini di ore effettive a potenza nominale, anche in pianura.

Il vento di alta quota ha, infatti, la caratteristica di essere quasi sempre presente ed è molto forte (15 m/s ovvero 2 kW/m2), mentre quello a livello del terreno è forte in pochi siti e per circa 1700-1800 ore all’anno. Il vento che si pensa di utilizzare è quello intorno agli 800 metri di altezza con velocità medie di 7 m/s e potenza specifica di 200 W/m2 .

Sembrerebbe quasi fantascienza se non fosse che dallo scorso mese di settembre è stata avviata, a Berzano S. Pietro, in provincia di Asti, la prima produzione di energia mediante una versione prototipo in configurazione singola a “sten”, cioè con uno stelo alto 25 metri. Lo stelo comanda un grande aquilone a forma allungata, analogo a un Kite surf, ma di alcune decine di metri quadrati.

La trazione, durante la salita, fa girare alternatori anche da tre megawatt. Raggiunti gli 800 metri, è sufficiente tirare una sola fune (che nel Kitesurf viene detta fune di depower) per mettere l’aquilone in posizione d’ala a “bandiera”, riavvolgendo velocemente le funi con minimo dispendio energetico; attorno ai 400 metri, l’aquilone è rimesso in posizione di portanza e il ciclo si ripete: la risalita avviene con produzione di energia elettrica. Uno yo-yo che, per oltre 5000 ore annue di saliscendi, produce molto di più di una normale torre. Nel caso di un sito permanente è necessaria l’istituzione di una zona di non sorvolo per i piccoli aereomobili poiché i corridoi delle linee aeree sono situati ad altezze decisamente superiori, intorno agli 8-10mila metri. Senza contare che sulle centrali nucleari dismesse presenti in Italia esiste già un divieto di sorvolo. E ciò è da considerare pure in relazione al fatto che un’impianto di Kite Gen multiplo a “giostra”, un carosello di 1500 m di diametro, in grado di produrre fino a potenze dell’ordine di un GigaWatt, paragonabili a quelle di una centrale, ad un sesto del costo attuale del kilowattore nucleare. Il tutto senza nessuna emissione di anidride carbonica e senza produrre le famose scorie nucleari che poi non si sa dove buttare.

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