Tragica verità sulla morte di Stefano Cucchi: "Omicidio preterintenzionale"

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di Giuseppe Candido

Stefano Cucchi
Stefano Cucchi - Foto: crmmedia.com

Ora finalmente ci sono le perizie medico-legali della procura che iniziano a delineare la verità su ciò che è avvenuto al povero Cucchi dopo essere stato arrestato. Stefano, geometra di 31 anni, morto in carcere sette mesi fa dopo essere stato arrestato, si sarebbe potuto salvare. Il pool di medici legali nominati dalla procura a fare l’autopsia, coordinati dal professor Paolo Arbarello, sono certi che, tra le cause della morte del ragazzo, ci siano anche “le accertate negligenze dei medici dell’ospedale Sandro Pertini” che, secondo quanto emerge, non si sarebbero resi conto della gravità della situazione del malato. Vincenzo Barba e Francesca Loy, consulenti dei pubblici ministeri, vanno anche oltre e sostengono che la vittima è morta sia per disidratazione, sia per una serie di omissioni dei sanitari del nosocomio di via dei Monti Tiburtini. “Un trauma vertebrale a livello L3 – ha spiegato il professor Arbarello – risalente nel tempo e una a livello F4 recente. Lesioni recenti sono state evidenziate anche sul volto, su gambe e braccia, nulla legato invece a eventuali bruciature. Queste sono compatibili per aspetto morfologico, istologico e radiologico con una caduta podalica. Su ciò che abbia determinato questa caduta non spetta a noi determinarlo. Queste lesioni comunque sono del tutto indifferenti ai fini della morte”. Tuttavia le gravi negligenze dei medici del Pertini, non possono essere sufficienti, per i medici e i legali della famiglia, a spiegare quanto accaduto. Per i periti di parte “Stefano morì per i traumi”: Sono stati i traumi e le loro conseguenze a determinare quella catena di eventi che ha portato alla morte di Stefano Cucchi”. E’ quanto evidenziato dalla perizia disposta dalla famiglia e presentata in una conferenza stampa a Montecitorio, a cui hanno preso parte la sorella Ilaria, il presidente dell’associazione “A buon diritto” Luigi Manconi che sin dall’inizio ha seguito il caso e l’intero collegio difensivo. Un decesso chiaramente correlato all’entità dei traumi subiti: “La morte di Stefano Cucchi – è quanto si legge nel documento che sintetizza i risultati della perizia – è addebitabile a un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma”.

Stefano è stato pestato a morte mentre era nelle mani dello Stato e i medici, pubblici ufficiali, si sono resi complici di questa triste vicenda. L’omicidio di Stefano Cucchi, per Marco Pannella intervenuto sulla vicenda domenica 11 dai microfoni di Radio Radicale, è stato un “omicidio preterintenzionale”. Tutti parlano di traumi ma Luigi Manconi lo ha detto pure lui chiaramente, nella sua battaglia prudente ma allo stesso tempo intransigente, che Stefano è stato “pestato”. “Dal primo giorno ho avuto – continua Pannella – il sospetto” quando si è detto che Cucchi aveva fatto lo sciopero della fame e della sete per avere il suo avvocato di fiducia e adesso sappiamo, dalle perizie, che aveva la vescica piena. A un certo punto Stefano ha accettato di bere abbondantemente. Tutti sapevano che questo ragazzo poteva morire. Già dal primo giorno quello che c’è stato è, secondo Pannella, un riflesso: “Se questo si salva, racconta tutto quello che è successo, che lo hanno pestato”. “Si può discutere tra ‘associati per delinquere’, con quantomeno l’omicidio preterintenzionale, ma è evidente che questa serie di reati omissivi, ivi compreso il silenzio, perché il silenzio di coloro che sanno è reat”. Un reato “Ritengo giusto esprimere il dubbio – anche con la sorella, con la famiglia – che lui abbia avuto un comportamento classico, esemplare. Dopo 24 ore in quelle condizioni, lui dice: “Io voglio l’avvocato di fiducia”, non glielo danno e per questo fa uno sciopero della fame e della sete. “Questo – continua Pannella – è un segnale di una società e di un ceto dirigente che fa paur”. Cucchi accetta di bere per non morire ma è lo Stato ad abbandonarlo. Perché, spiega ancora Pannella, “Quando ci si abitua ad avere dentro di sé – come orizzonte – la morte, a questo punto poi la si crea e la si produce”.

Appaiono quindi ancora valide le richieste del padre di Stefano, Giovanni Cucchi, che durante la conferenza stampa il 29 ottobre scorso chiedeva: “Vogliamo sapere perché – alla richiesta precisa di Stefano – non è stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito le lesioni, vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando, vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici, vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì, se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”. Anche noi chiediamo di conoscere e non soltanto per il “diritto alla vita” troppo spesso vilipeso ma anche, e soprattutto, per la vita del diritto stesso.

Se anche il PD dimentica Wojtyla

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” P.1 il 12/04/2010

Anche la comunità di Sant’Egidio si mobiliterà per affrontare l’emergenza delle carceri italiane. E’ un’ulteriore suicidio, il diciottesimo di quest’anno, nelle nostre patrie galere ad obbligarci a riflettere ancora: un giovane di 39 anni a Benevento si è tolto la vita impiccandosi. Poi è montata la protesta delle pentole nei padiglioni Salerno, Napoli e Livorno del carcere di Poggio Reale. La motivazione della protesta non violenta dei detenuti, manco a dirlo, è il sovraffollamento ormai giunto a condizioni di intollerabilità. La struttura conta 2.786 presenze a fronte di una capienza massima di circa 1800 posti. I decessi in cella aumentano giorno per giorno. Il sovraffollamento, già sanzionato dalla Giustizia europea, ha raggiunto ormai valori troppo oltre la capienza massima e oltre la “soglia di tollerabilità”. Il ministro Alfano lo sa bene: il piano di costruzione di nuove carceri varato a gennaio scorso non potrà essere attuato in tempi utili ed ha provato a varare in “via legislativa” il provvedimento proposto in commissione giustizia dalla deputata Radicale Rita Bernardini. La sede legislativa che avrebbe assicurato un esame rapido del provvedimento è stata però negata sia dal PD che dall’IDV. Poi ci si è messa pure la Lega, contro lo stesso Governo, a dire il suo no ad un testo che prevede di far scontare l’ultimo anno di pena residuo ai domiciliari anziché in carcere. I primi a denunciare la situazione delle carceri italiane sono proprio gli agenti del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria. In quel carcere, a Poggio Reale, una situazione davvero “intollerabile” che, Marco Pannella, Rita Bernardini e Matteo Angioli, in visita nel giorno di Pasqua, già avevano denunciato prima che scoppiasse la protesta dei detenuti. Una situazione generale, quella delle carceri italiani, “peggiore che nel ventennio fascista” ha sottolineato più volte l’esponente radicale. Anche in Calabria le cose non vanno meglio: dopo due suicidi nel carcere di Castrovillari nel 2009 è di pochi giorni fa la notizia del tentativo di suicidio per impiccagione nel carcere di Reggio Calabria. Stante la situazione drammatica la partitocrazia, che normalmente per se stessa è garantista, stringe le corde contro quello che viene definita un’amnistia strisciante, un altro indulto.

Ma, afferma la Bernardini, “sono tornati i feroci e menzogneri riflessi demagogici pre e post indulto a favore di inumane e anticostituzionali carceri come discariche sociali” e, mentre sembrava aprirsi uno spiraglio nel governo che, nella persona del ministro della Giustizia, aveva pensato di varare in sede di Commissione il provvedimento che consente ai detenuti che devono scontare pene inferiori ad un anno di farlo ai domiciliari, lo stop al provvedimento arriva dalla Lega che però trova subito il sostegno giustizialista di Di Pietro che spara a zero su quella che lui definisce un’amnistia mascherata. E anche il PD non sembra sapere bene che pesci pigliare. Non si comprende l’atteggiamento autolesionistico del PD che “avrebbe potuto rivendicare a se stesso il merito di aver indotto il governo a mutare atteggiamento rispetto alla politica di carcerizzazione fin qui seguita”. E poi ci si dimentica delle duecentomila prescrizioni, vera amnistia strisciante di questo Paese, che avvengono ogni anno, si dimenticano delle parole di Napolitano nel suo discorso di fine anno e si dimentica pure la nostra stessa Costituzione, la nostra Carta fondamentale, quel “patto che ci lega” come società di persone e che spiega chiaramente che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” (oggi il 48% dei detenuti è in attesa di giudizio) e che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La pena afflittiva e punitiva, in condizioni inumane di sovraffollamento che costringono al suicidio di liberazione, la pena che viene oggi erogata nelle nostre patrie galere, non è prevista dalla nostra costituzione. E forse sarebbe bene ricordare pure, alla “cattolica” Lega ma non solo, che nel 2006, era intervenuto proprio il Papa, Giovanni Paolo II, per chiedere quell’atto di clemenza utile a riportare il nostro paese nell’alveo della legalità costituzionale oltreché nell’ambito della più alta misericordia cristiana.

Pannela a Perfidia: “Speriamo non ti facciano fuori perché mi hai invitato”

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Anche Pannella sulla chiusura di Perfidia vuole saperne di più.

di Giuseppe Candido

Marco Pannella
Marco Pannella

Intervenendo al termine della consueta trasmissione-conversazione domenicale con il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin, anche il leader radicale Marco Pannella si interroga sulla vicenda di Perfidia e ricorda la sua amicizia con il Tony Boemi senior, fondatore della TV calabrese: “Sono stato in Calabria (Pannella ha concluso la campagna elettorale a Catanzaro), e sono andato una sera a Telespazio nel programma di Antonella Grippo (il 26 marzo ndr), è andata benissimo, e son stato lieto perché da Tony Boemi, il nonno (qui Pannella si confonde perché intendeva chiaramente il Padre dell’attuale editore Tony junior), l’inventore, il creatore di Telespazio che mi invitava, trovare di nuovo questa disponibilità in questo programma che si chiama Perfidia, ma, – prosegue Pannella – a questo punto, vengo a sapere che il programma, all’indomani della mia presenza, è saltato.

Antonella Grippo, pare, non fa più il programma per “difficoltà oggettive”. La cosa mi ha un po’ sorpreso perché il figlio del fondatore che continua ad essere editore di Telespazio era a New York e aveva telefonato quando aveva saputo che io ero li, incaricando i suoi soci, che erano presenti con molta cortesia a questa mia trasmissione che è durata un’ora e quaranta minuti, questa bella trasmissione davvero, di trasmettermi la letizia dell’erede dell’editore che conoscevo io e con cui eravamo amici. A questo punto, conclude Pannella, do questa notizia e vorrei saperne, se possibile, qualcosa di più. Può darsi l’editoria, qualche cosa, però io, come faccio in questi casi, dico: speriamo che non ti facciano fuori perché mi hai invitato. (Anche se li avevo i soci editoriali)

E Bordin che aveva quasi già chiuso la trasmissione: “una scelta editoriale non dovrebbe essere per come la racconti però questo dovrebbe essere ancora più inquietante.”

“Si, risponde il leader Radicale, ma questo è quanto è accaduto: Perfidia non c’è più. Magari se la seguiamo un po’ … li abbiamo alcuni compagni che sono in grado di tenerci informati”

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Ascolta l’audio:

Registrazione audio 9

Radicali: Pasqua con sorpresa … nelle carceri

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E’ ancora emegenza

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 7.4.2010

Lo ha detto chiaramente il Presidente Napolitano nel suo discorso di fine anno: non sono più tollerabili carceri in cui non ci si rieduca e dove troppo spesso si muore. Lo ha fatto notare “Ristretti Orizzonti”, il giornale dalla Casa di Reclusione di Padova e dell’Istituto di Pena Femminile della Giudecca: “Con la morte del detenuto Emanuele Carbone salgono a 50 i detenuti morti nelle carceri italiane, di cui 15 per suicidio”. Lo scorso anno – ricorda sempre il mensile – i decessi furono 175 di cui 72 per suicidio. Spesso parliamo di abolire la pena di morte nel mondo ma è la pena, così disumana, così afflittiva e insopportabile, che trasforma l’intollerabile detenzione operata in condizioni di ristrettezza disumana, nel suicidio, suicidio di liberazione. La notizia di qualche tempo addietro di due morti nel carcere di Castrovillari non fece grande scalpore sulla stampa. Fu confermata alla parlamentare Rita Bernardini dal Direttore, dottor Fedele Rizzo: “negli ultimi venti giorni, nel carcere di Castrovillari, sono morti due giovani” disse. “Si sono tolti la vita entrambi impiccandosi. Il primo era un un ragazzo cileno di 19 anni, il secondo un calabrese di Morano Calabro di 39 anni”. Oggi l’attualità dei giornali ci riporta di nuovo il caso di un tentativo (per fortuna rimasto tale) di suicidio di un detenuto del carcere di Reggio Calabria: “Lo salva un agente penitenziario”. E’ ancora drammaticamente emergenza carceri: gli agenti di polizia penitenziaria sono in organico sottodimensionato e con un sovra affollamento di detenuti senza precedenti. Oltre 64mila detenuti nelle nostre carceri a fronte di una capienza di 43 mila. Senza contare che il 50% dei detenuti è in attesa di giudizio e si sa, statisticamente, che un terzo di questi risulterà innocente. Un sovraffollamento perlopiù causato dai detenuti per reati connessi ai piccoli traffici legati al consumo di sostanze illegali ed aumentato dopo l’introduzione, come ce ne fosse stato bisogno, del reato d’immigrazione clandestina. Un sovraffollamento per cui l’Italia viene sistematicamente condannata dalla giustizia europea: nel mese di Giugno 2009, nel processo Sulejmanovic contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha infatti condannato l’Italia sanzionandola a risarcire, col pagamento di mille euro, il detenuto bosniaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia in condizioni incivili per un periodo di tre mesi. Se gli oltre sessantaquattro mila detenuti nelle carceri italiane facessero lo stesso sarebbero da sborsare, per le casse dello Stato, oltre 60 milioni di euro per ogni tre mesi di detenzione in condizioni di ristrettezza di spazi. Se vuoi conoscere il grado di civiltà di un Paese – scriveva Voltaire – visitane le sue carceri. Marco Pannella e i Radicali tutti lo sanno bene questo, lo praticano da sempre e, dopo la grande mobilitazione dello scorso ferragosto con visite ispettive non preannunciate in quasi tutte le carceri d’Italia e che ebbe grande eco sulla stampa nazionale provocando amplia discussione, a Pasqua, i Radicali, ci rifanno. Una delegazione composta da Marco Pannella e dai parlamentari radicali eletti nel PD, Rita Bernardini e Matteo Mecacci, si è recata in visita ispettiva, nel giorno di Pasqua, nel carcere napoletano di Poggio Reale. A darne notizia sono gli stessi deputati Radicali intervenuti, con Marco Pannella pure lui in collegamento telefonico da Napoli, alla consueta conversazione settimanale con Massimo Bordin su radio radicale: “Ogni volta che ritorniamo li – spiega Rita Bernardini – troviamo la situazione peggiorata. Mi auguro, anzi dobbiamo fare in modo perché qui gli auguri bisogna darseli facendo le cose, che il Ministro della Giustizia e il Governo si rendano conto, ormai, che non è più possibile aspettare”. Poi la Bernardini ricorda la situazione generale: “Siamo arrivati, in tutta Italia quasi a 70.000 detenuti e oggi abbiamo trovato una situazione impossibile”.

Dai 9 ai 12 detenuti per cella che, normalmente, ne potrebbero contenere 4: “Generalmente quando andiamo a visitare aprono le celle. Oggi (nel giorno della Santa Pasqua ndr) c’era pochissimo personale per cui abbiamo dovuto salutare i detenuti attraverso le sbarre. Dai 9 ai 12 detenuti in celle che ne potrebbero contenere 4” … “Detenuti molto frustrati, consapevoli che, purtroppo, non c’è, almeno al momento, qualcosa che li possa far tornare a sperare”. Poi la Bernardini snocciola i dati: a Poggio Reale che è un carcere con capienza di 1200 detenuti ce ne erano, nel giorno di Pasqua, 2.737. Oltre 1500 la capienza massima e con una situazione di organico carente degli agenti: “Centinaia in meno rispetto alla pianta organica”. Per non parlare della sanità che “non esiste”: “Ho trovato – spiega ancora l’Onorevole Rita Bernardini – finalmente ricoverato in centro clinico un detenuto che, durante la visita fatta in campagna elettorale, avevamo incontrato in cella col catetere”. “Se Alfano vedesse con i suoi occhi si renderebbe conto che deve varare in fretta quel provvedimento” riferendosi esplicitamente al decreto che, se varato, consentirebbe, ai detenuti con pene inferiori ad un anno, di scontare ai domiciliari il resto della pena. Matteo Mecacci racconta di una situazione tremenda e il particolare dell’applauso strappato ai detenuti da Marco Pannella a sostegno degli agenti che, con sacrificio, avevano consentito l’incontro coi detenuti in condizioni così difficili. E, per la Pasquetta ovviamente sempre a sorpresa, si preannuncia la visita nel carcere siciliano dell’Ucciardone a Palermo o, forse, in quello di Reggio Calabria nel quale, comunque, sarebbe il caso di farla una visita per capire perché si tenta di liberarsi con la morte.

La Pasqua nella tradizione popolare calabrese: Canti e suoni della Settimana Santa

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di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

Canti e suoni della Settimana Santa nel teatro della Fede in Calabria tra riti cattolici e Greco-Bizantini.

Maffiusu i Pasca” era inteso (e forse lo è ancora) colui che con eleganza esagerata alla domenica mattina di Pasqua per la messa o alla sera della stessa giornata andava in giro odoroso di lavacri e rifulgenti di “panni novi di Montalauni” coi capelli inchiodati all’indietro sulla testa cosparsa di brillantina “Linetti”.

Chi ricorda le luminarie natalizie o l’allegria burlona del carnevale, preceduta dall’ortodossia della Quaresima?

Raffaele Lombardi Satriani, nel 1929 pubblicò a Catania una “Farsa di Pasqua”

Coraìsima

Sona,catarra,ca vogghiu abballari,

Su’ Coraiesima e fimmana d’onuri,

Nu misi e mienzu vi fici addinuiari,

Nà minestriedda cu pocu sapuri,

La sira cu ‘na sarda ha da passari

Ma vue nun mi chiemate donna ‘ngrata,

Nd’aviti vue satizza e soppressata.

Scorda catarra ca vogghiu cingiri,

Su’ Coraìsima e mi nde debbu andari,

Pè mmia ‘on cc’è rimediu,debbu finiri,

La Pasca si sta ttutta prisintari!

Primavera

Eu sugnu primavera e puortu spanti

De rosi e de li xuri l’alimenti,

Cantanù l’aceduzzi d’oggi avanti,

E bui,signori,stati allegramenti.

Pasca

Eu sugnu Pasca, persona festanti,

Portu rinfreschi e boni festi sempri;

Sugnu stata luntana di ‘sti canti

Mò mi risorvu a videre la genti.

Vi potiti cammàrari d’oggi avanti

Cuomu già è statu, ’ccussì sarà sempri

E’ Pasqua dunque! Festa ricca di simbologie. Dalla Domenica delle Palme, passa attraverso i riti della Passione e della morte e finisce nel gaudio della Resurrezione.

In Calabria la “Pasca” era nel vissuto religioso popolare che non muore mai e la Chiesa ufficiale poco o nulla poteva fare per quei riti che davano e danno luogo a forme di teatralizzazione che risalgono alla notte dei tempi.

A Pizzo, Domenica delle Palme, finita la messa con la benedizione delle palme e dell’ulivo, in processione si raggiungeva la piazza e precisamente presso una colonna nella quale vi erano incise le parole latine “Intacta Iacui- Percussa Steti” sormontate da una croce di ferro per farvi appendere una croce di notevoli dimensioni fatta da rami di ulivo. La gente con gli stessi rami di ulivo più o meno grandi menava o meglio percuoteva e contro la croce e contro il povero cristo. Con il tempo questa usanza andò perduta assieme alla colonna. Quello che non fece il terremoto del 1668 riusci invece alla violenza dell’uomo.

A Vibo Valentia, così come in molti altri centri della Calabria, il clou della settimana santa era ed è l’Affruntata che culminava con la “sbilata” davanti alla chiesa delle Clarisse o “Monacheie”.

A Tropea la cosa più bella era la cantata della Resurrezione di Alessandro Manzoni tradotta in dialetto tropeano dal Francesco Tranfo, “Cantore” della Cattedrale di Tropea, latinista importante, docente di greco e latino nel seminario di Tropea a metà dell’800, autore di molte interessanti pubblicazioni.

Rimbeniu e nci fici a la morti lu Signori:

e ruppiu li porti i pici e vinciu lu Redentori,

li Iudei e lu sacc’io,

e lu juru subba a Dio

ca Gesù risuscitò.

Rimbeniu e lu sciancau

lu linzuolu a morza a morza;

rimbeniu e lu votau,

senza mancu mu si sforza,

lu coverchiu di nu fiancu

comu a nu ‘briacu stancu

lu Signori smarinò. …

….Quantu fici alla morti

si lu vidi: ma chi nd’è

di lu ‘mpelici piccaturi!

non s’abbidi di lu mali e di l’erruri!

Ah, cu spera nt’o Signori c’u Signori si ndi va!

In tutta la Calabria, da Capo Spartivento a Laino Borgo si sentiva il clamore assordante delle troccole, delle batole, delle raganelle, matraccasse, batacchi lignei o di ferro che evocavano i colpi di martello sui chiodi inflitti al corpo crocifisso. Le campane erano legate, mute, in lutto fino al momento della Resurrezione. Non si mangiava, non si parlava, non si faceva il bucato, non si lavorava, non ci si pettinava, non si tesseva. Un silenzio senza folclore, un silenzio tombale perché la morte del verbo, dice il presidente dei Direttori delle Confraternite, Umberto Tornabene, evocava l’oscurità, il vero punctum dolens, il Venerdi Santo. Si pregava e si cantava il Miserere, le parole come sonorità, intonate in forme di laudi dai cantori come il Can. Francesco Tanfo da Tropea. Fino a qualche anno fa questi canti e queste musiche venivano tramandate oralmente da generazione in generazione perché saldamente legati alla tradizione popolare del territorio a metà come dire tra teatro popolare e processione itinerante. Nel vibonese, un canto religioso popolare, pubblicato da Luigi Bruzzano direttore della rivista “Calabria” del 1892 dove le rappresentazioni duravano tutta la settimana, si cominciava all’alba e continuava fino alla processione notturna illuminata da lampade ad olio s’intonava” LU RIVOGGIU”, ovvero l’orologio:

Spiritu Santu mio, datimi aiutu,

mu mi risbigghiu stu senzu nsenzatu,

havi gran tempu che su surdu e mutu,

di nuja cosa mi ndi aju approfittatu;

cu l’ajutu di Dio l’ha criatu.

Su rivoggiu quantu nd’ha patutu,

sona vintiquattruri ed è spiratu.

A li vintiquattruri ha dimandatu,

di la sua affitta matri la licenzia;

ora ca vinni lu tempu passatu

avimu di fari l’urtima partenza,

a cu na lancia mi aviti tiratu,

Ieu resto, Matri affitta e di vui senza.

A li vintitri uri s’accummenza

Cristu facia la cena a chija ura,

chija grandi umirtagna non si penza,

si vota Cristu cu n’amuri pura;

giustizia di notti a chija ura

sutta specie di pani, lu nostru Redentori.

Nci suttamisi cu nu veru amuri

pe ijri mucca di li peccatori:

Cu lu si ricivi giustu e cun amuri

e di lu Paradisu professori,

e cu si lu ricivi comu Juda pena

dintru lu mpernu tutti l’uri.

Duna principiu Cristu a li dui uri

nta li monesti l’apostuli fari,

nci predicava cu nu veru amuri,

mentii c’a Iuda lu volia sarvari:

Juda c’avia lu cori traditori, o

ra venia e penzava li dinari,

mo penzamuci tutti, peccatori,

Cristu no dassa modu chi nno paga.

A li tri uri Cristu jia adurari,

la passioni sua nci stava accortu,

principia a chija ura nseparari

fina chi Jesu nd’ha rivatu all’ortu.

Lu Patraternu nci misi a pregari

n’Angialu nci calava pe comportu,

lu calaci e la cruci e cosi amari,

lu Patraternu già lu vozi mortu.

A li quattruri Cristu stando all’ortu,

la sua passioni penzava e bidia,

penzava all’agonia, poi s’era mortu,

sudava sangu, la terra abundia,

E li Judei nci stavanu accortu

avanti li Judei Juda venia,

chiju chi patu pe nturtu,

o peccatori, lu patu pe tia.

A li cinc’uri Cristu s’avvidia;

E Juda avanti la turba ha gridatu:

Juda lu vasu a li judei nci icia:

Pigghiativi a Cristu, vi l’haju mostratu.

E li Giudei cascare nta chija via,

quando lu nomi di Jesu è spalisatu

Iju li guarda e mori d’agolia

pe pagari nci dannu lu peccatu.

A li sei uri Cristu fu ligatu

Cu li mani d’arredu, e la turba s’affanna,

Giacumu e Petru l’hannu abbandonato,

San Giuvanni chi lu seguita e no parra.

Cu boffuli e catini trascinatu

e fu levatu a lu palazzu d’Anna,

Jà è statu di Marcu schiaffiate

Mpacci sputatu, ntortu a la condanna.

A li sett’uri la turba s’affanna,

Cristu no potia cchiù, era stancu e lassù;

Grida la turba e Cristu si condanna

e si condanna a li mani di cafassu,

Cafassu sti palori nci domanda:

Tu non ssi giustu rè, ca si rè farzu,

Ssi’rè der celu e di nujatra vanda,

Ssi rè di morti, nci dissi Cafassu.

A otturi no motti dari nu passu

ca jera la turba mal’attrattatu

fu levatu ntà na staja,

stancu e lassu, di li capiji fi ntravulijatu

caluru li schiavi cu cori di sassu

cu l’unji la sua carni hannu scarnatu;

Iju li guarda cu lagrimi di spasu

pe n’aviri piatà l’hannu abbendatu.

A li nov’uri Cristu fu negatu,

di l’amatu discipulu c’avia;

canta lu gajiu e Petru l’ha negatu,

canta lu gajiu e Petru s’avvidia;

perdunu cerca di lu so peccatu,

ntrà li soi occhi dui cannali avia.

A li deci uri Cristu no mpotia

e fu levatu ncasa di Pilatu,

Pilati sti palori nci dicià:

Di Rodi aviti statu condannatu.

A undici uri a Rodi fu levatu

e Rodi mu nci parra disijava,

ma Rodi restau scumunicatu

avvertimi Cristu, e non ‘nci parrava,

cu na candita vesti lu pigghiaru

e nici la misaru e di pacciu lu trattaru,

pacciu era Rodi chi tantu ha penzatu,

cu na vesti jianca a li genti ha mustratu.

A dudici uri la Matri ha arrivatu,

a Jesu lu tornare a Pilatu;

la cara matri arredu a li porti stava,

vidi a so’ figghiu spostu, assulatu.

Allura forti la turba ha gridatu

ca vonnu a Gesù Cristu condannatu:

Ora Pilatu: sta condanna nci damu,

nci damu na frusta e poi lu liberamu?

Subitu la frusta nci hannu preparatu

tornaru di novu a battari li torni,

condanna, tantu forti malattrattatu,

volia chi finissaru li jorni.

E la Madonna li torni guardava,

stramori di duluri e poi torna,

spini pungenti a na spaja minare.

A li trdici uri fu misi nculanna,

di fora lu guardava la Madonna,

guardava e sentia nu gran doluri,

pregava lu Patraternu pemmu torna,

mu campa ncani e pemmu pati nchiuni.

Nci affannava la turba in chiji jorni,

fari na curuna di chiji spini crudi,

spini pungenti a na dura colonna.

Fu ncurunatu a li quattordici uri.

Ora si parra di li quindici uri;

ora si dici lu quantu e lu comu:

Pilatu s’affacciu di lu barconi

nci lu mustra a lu populu: acciomu!

Nci dissi Pilatu a chiji aggenti crudi:

Nui si lu libaramu fussi bonu.

Tutti gridare: a la cruci signori.

Si leva Pilatu e si chiudi tonu,

ha persu di la facci lu decoru,

ho ch’è venuta la Grà Onnipotenza!

Oh Ternu Patri chistu è to’ figghiolu:

ho ch’è riduttu a tanta penitenza!

E’ scrittu lo so’ nomi a sidici uri:

E’ condannatu a morti la sentenza.

A li dicessetturi ogn’omu penza:

O chi doluri chija Matri avia!

Vidia aso’ figghiu a tanta penitenza,

levava la cruci ncoju e nà potia,

di laminari faci violenza,

tanti voti cadia in chjia via.

Doluri ntisi la Grandi Onnipotenza

quando abusaru e jettaru a Maria.

Quando a Munti Carvariu nci jungia

a Jesu lu nchianaru a strascinuni,

e li soi caji ruvinati avia,

penzava li fragelli cu doluri.

E la sua vesti mbiscata l’avia,

nci la tirare cu herrabii e guruni;

la cara Matri nchiovari sentia.

Fu sposti ncruci a li diciottt’uri.

E poi arzau l’occhi a diciann’ovuri,

cu n’amuri perfetta, amuri veru,

Niu di cori nd’amamu, o peccatori,

vi vogghiu liberari di lu mpernu;

Patri perduna a si crucifissuri,

ca su pacci e no hannu sentimentu.

A li vent’uri fici testamentu,

a Giovanni la Matri sua dassatu avia,

Iju li spiriti soi li jia perdendu

ed Iju ancora patiri volia.

Prestu sizziu dissi a u mumentu,

feli e acitu preparatu avia;

nci lu dezeru a Jesu e Iju mbivendu

e cunzumatu mesti iju dicia.

Penzamu li doluri di Maria

chi restau Matri, scunsulata e sula,

gurdava la cruci e spirari vidia

a so’ figghiu, sonando vintun’ura.

Si vota e bidi natra tirannia:

e lu lancino na lanciata nci duna,

nci moviru li petri di la via,

scuraru li stiji, lu suli, la luna.

Giuseppi d’Arimatia nci dissi a chija ura:

O Nicotemu, chistu è nomu bonu,

nci scipparu li chiova e la curuna

e nci levare a Maria mortu di tuttu,

e la Madonna trovadusi sula di cori lu ciangia

cu chianti ruttu, novu lanzolu e nova siportura.

A li vintiquattruri fi nsapurcu.

Ora ch’è dittu lu rivoggiu tuttu,

mi compatisciti si dissi difettu,

chiju chi dissi lu dissi pe mortu

ca no’ ca lu lejivi ca no fu scrittu.

Cu ama lu Signori veru e giustu

lu paradisu si pigghia di pettu,

cui mpeccatu stavi e non è giustu

e chista cosa si sapi pè certu”.

Buona Pasqua, se potete.


RU486: Euforie elettorali e la corona degli imperatori

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di Giuseppe Candido

Cota Scopelliti Zaia
Luca Zaia – Giuseppe Scopelliti – Roberto Cota

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 4.4.2010

Mentre Berlusconi “scende in campo” anche on line su face book, e mentre nei retroscena dei giornali aleggia ancora la vicenda dei preti pedofili dei “Legionari di Cristo” e di come il Vaticano insabbiò tutto, Benedtto XVI presenta il conto elettorale chiedendo ai cattolici di disobbedire “le leggi ingiuste” con esplicito riferimento all’aborto e alla legge 194.

E subito dopo il voto si palesa la strategia che qualcuno chiama “cattolico padana” che ha contagiato anche il neo eletto governatore della Calabria. La Lega, ormai al governo di importanti regioni, risponde al Pontefice e si palesa subito dopo le elezioni: la pillola RU486, il farmaco che consente l’aborto farmacologico in sostituzione di quello chirurgico, stante la legge lo consenta, non sarà utilizzabile nel nuovo Piemonte di Cota dove “resterà a marcire nei magazzini” e nel nuovo Veneto di Luca Zaia che intende “bloccare gli ospedali” che ne hanno fatto già richiesta e afferma “nel Veneto mai”. Ma se il Papa che richiama i cattolici a battersi per il rispetto della vita è ovvio, logico e nessuno può (né deve) impedirglielo, le esternazioni di Cota e Zaia, oltreché di Peppe Scopelliti che non ha perso tempo per accodarsi alla Lega, ci appaiono un’interruzione di legalità se non addirittura, come sottolinea Marcello Sorgi, “un’interruzione di pubblico servizio”. Come persone. i neo eletti presidenti, hanno tutto il diritto di pensarla come credono e avere opinioni coincidenti con quelle del Papa ma, da governatori neo eletti, da uomini delle Istituzioni, dovrebbero rispettare e far rispettare le leggi esistenti anche se li si ritiene sbagliate e li si vorrebbe cambiare. Ciò sia per rispetto di coloro che li hanno votati sia anche per rispetto dei cittadini che non li hanno votati o che non sono proprio andati a votare.

Intervistata da Cristina Pugliese dai microfoni di Radio Radicale, Eleonora Artesio, assessore uscente alla sanità nella Regione Piemonte, ha risposto al neo governatore Cota: “Dopo aver condotto una campagna elettorale in doppio petto come vero rappresentante delle istituzioni Cota, appena eletto, si sta dimostrando veramente essere un uomo non delle Istituzioni. In questo Paese, fino a prova contraria, si applicano le normative che vengono determinate e non è proprio possibile che un farmaco regolarmente registrato dall’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco) non venga reso accessibile per decreto del presidente della Regione”. E ancora, continua l’ex assessore alla sanità piemontese, “un presidente della Regione ha un potere in ordine alle modalità organizzative”. L’assessore trova “molto discutibile” anche “l’inserimento delle linee guida dell’Istituto Superiore della Sanità” in quanto “il ruolo dello Stato riguarda i livelli essenziali di assistenza ma i modi organizzativi di sfruttare questi livelli attengono alle regioni”. Poi l’ex assessore si sofferma in modo particolare sulla “questione per la quale si cercano d’intimidire i direttori generali, i medici rispetto al colloquio che gli stessi devono fare con le persone per determinare qual’è il protocollo più idoneo, oltre che intervenire anche sui comportamenti delle persone perché si vìola la loro possibilità di individuare la modalità ritenuta più confacente rispetto al singolo caso” che sembra davvero “un atto di arbitrarietà e di forza giocato tutto sul piano politico e senza alcuna sensibilità nei confronti delle persone”. Anziché preoccuparsi del dissesto idrogeologico e della sanità che produce debito e non salute, anche il neo eletto Scopelliti, da alfiere azzurro, si preoccupa di bloccare il diritto delle donne ad avere il trattamento terapeutico più idoneo anche in Calabria. E meno male che almeno c’è la Prestigiacomo e la Polverini e le donne della Lega che, dallo stesso versante politico, sottolineano che esiste già una legge (la legge 194) e che, a meno di non volerla cambiare, questa deve essere fatta rispettare anche dai governatori, stante le loro legittime opinioni a meno che, davvero, non si sentano già in testa la “corona dell’imperatore”.

I 150 anni dell'unità d'Italia e Giuseppe Mazzini, precursore del nuovo diritto pubblico europeo

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L’apostolo che ci ha mostrato il cammino verso un nuovo mondo

Uno di quegli eroici veggenti. “Mentre l’Italia dormiva, egli vegliava pensava e agiva

Per l’Unione dei partiti radicali. Per “la sovranità del popolo, libero di ogni laccio di chiesa costituita e militante”

per cura di Giuseppe Candido e Filippo Curtosi

“Foste schiavi un tempo,
poi servi,
poi salariati:
sareste fra non molto,
purché lo vogliate,
liberi produttori e fratelli nell’associazione.”

Prima l’unione della Lombardia al Regno di Sardegna, la fusione con l’Emilia, la Romagna e la Toscana sino al loro congiungimento alla Sicilia, al Mezzogiorno, alle Marche e all’Umbria e, nel 1861, venne proclamato il Regno d’Italia. L’embrione era stato generato. “Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiano sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861”. Il 21 aprile 1861 quella legge diventa la n. 1 del Regno d’Italia. Mancavano però, ancora, il Veneto che vi si aggiunse nel 1866, Roma e il Lazio sotto al dominio papalino sino al 1870, la Venezia Tridentina e la Venezia Giulia per le quali si dovette aspettare sino al 1918. E’ la storia è più bella che il secolo XIX offre all’Europa nel campo delle unificazioni nazionali. Un grande esempio che il Risorgimento italiano ha donato al mondo intero realizzando l’unità attraverso la libertà.
Il 17 marzo del 2011 l’Italia compirà 150 anni. Il Paese del “bel canto”, acciaccato ma ancora in piedi, ne ha fatta di strada dal lontano 17 marzo 1861 in cui il neonato Parlamento (con sede a Torino presso il famoso “Palazzo Carignano”) sancì la proclamazione del Regno d’Italia. Ma spesso gli anniversari, le ricorrenze, si accavallano e, il prossimo 10 marzo, sarà pure il 139mo anniversario dalla morte di uno degli uomini considerato, assieme a Giuseppe Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Camillo Benso, uno dei padri della patria. Con Giuseppe Mazzini, il più grande degli esuli dopo Dante, “il pensiero vola allo scoglio di Caprera, a quel Pantheon dell’umanità, ove riposa l’eroe leggendario – l’uno rappresentante il pensiero della patria, l’altro esprimente l’azione popolare, mentre l’Italia giaceva sotto il giogo dei preti e dei tiranni”. Qualcuno oggi polemizza se l’Unità d’Italia sia stata un bene oppure una fregatura, soprattutto per il mezzogiorno. Noi non vogliamo entrare in queste considerazioni e vorremo invece concentrare l’attenzione su una delle figure cardini della Giovine Italia. Nato a Genova il 22 giugno del 1805 Giuseppe Mazzini, politico e patriota, si presenta ai giovani, ancora adesso, come una figura “luminosa”.

Giuseppe Mazzini
Giuseppe Mazzini

La repubblica, come necessità storica sorgerà dai cento errori governativi che terranno dietro ai cento commessi; sorgerà, dal convincimento degli animi, che la guerra ogni giorno alla libertà degli italiani, alle associazioni, alla stampa, al voto, è conseguenza inevitabile del sistema, non d’uno o d’altro ministero; sorgerà dal senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire della Patria”.
Tutti gli uomini, per quanto di nazionalità diversa, già separati dal tempo, e aventi concetti filosofici opposti, vedute contraddittorie sul modo di considerare molti particolari dell’organizzazione sociale, possono nondimeno sentirsi collegati insieme da un vincolo supremo.

Il vincolo che ci unisce a Mazzini, secondo Yves Guyot, direttore de “La Siécle”, quotidiano francese stampato come “giornale politico, letterario e d’economia sociale” tra il 1836 e il 1932, è il seguente: “Al veder mio v’hanno, al di sopra di tutte le questioni secondarie, due grandi dottrine: la dottrina del regresso e la dottrina del progresso: La prima si riconosce da’ eguenti sintomi: predominio dei più sopra i pochi: strumento di si fatto predominio, la menzogna e la forza: oppressione dell’uomo che si riflette sulla donna: annullamento del fanciullo mercé quelle due oppressioni in accordo fra loro: quindi atonia intellettuale, morale e fisica: spoliazione de’ deboli a beneplacito di tutti. In sì fatto ambiente: l’ira d’individuo ad individuo, da religione a religione, da credenza a credenza, da città a città, da favela a favela, da razza a razza: la guerra, fine supremo dell’umana attività!
La seconda, all’incontro, ha per intento: il rispetto della personalità, quale che ne sia il sesso o l’età, la patria e il colore: l’eguaglianza di tutti dinnanzi al Diritto: la protezione dei deboli, la distruzione dei privilegi usurpati dai forti; la libertà per tutti; libertà di disporre della propria persona sotto la propria responsabilità; libertà d’andare, di venire, di operare; libertà di pensiero, di parola, di scritto; libertà di associarsi pel compimento di tutti quegli atti, che, se commessi da individui isolati, non sarebbero considerati criminosi: fusione di tutti i componenti la famiglia umana, nella progressiva evoluzione.
E questa dottrina fu quella che Mazzini insegnò: al suo trionfo Ei consacrò l’intera sua vita: e la profonda traccia da Lui lasciata nell’animo di quanti lo conobbero, è prova inconfutabile dell’efficacia dell’opera sua. L’umanità mi appare quale immenso ammasso di tronchi mutilati, inconsci, ciascuno dei quali si va piegando e ripiegando in dolorose convulsioni; tutti urtandosi, dilaniandosi, divorandosi gli uni gli altri ne’ loro perenni sforzi per riunirsi e costituire un Essere guidato da un’intelligenza e da un’unica volontà. E stimo suoi più grandi benefattori coloro che, afferrando i tronchi del mostro, gettandosi fra quelle ritorte, immergendo il braccio nelle fauci divoratrici per strappar loro la preda, senza timore di esserne soffocati, lacerati, o contaminate dalle loro brutture hanno lavorato a ricostruire le vertebre affiacchite, affinché, al ridestarsi della coscienza che era venuta meno, l’Umanità scoprisse il suo ideale di perfettibilità, e lo attuasse. Mazzini fu uno di quegli eroici veggenti. Quanti credono nel Progresso, conclude il giornalista, gli debbono il tributo del loro rispetto e della loro ammirazione. Ed io vi sono riconoscente di avermi offerto l’occasione di deporre il mio”.
Le idee di Mazzini e la sua azione politica, senza dubbio contribuirono in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario italiano, la cui polizia lo costrinse però alla latitanza fino alla morte, a Pisa nel 1872. “Il corpo a Genova, il Nome ai Secoli, l’Anima all’Umanità”. Idee che furono di grande importanza, anche successivamente all’Unità, nella definizione dei moderni movimenti europei e per l’affermazione della democrazia attraverso la forma repubblicana dello Stato. “X MARZO” era il titolo di un foglio stampato a Napoli – il 10 marzo ovviamente – nel 1889, presso lo stabilimento tipografico dell’Iride. Ritrovarlo assieme alle “antiche riviste calabresi” di un facoltoso signore deceduto è stato un caso davvero fortunoso poiché lo stesso veniva spedito al “Distinto Giovane Signor Ferdinando Grano” in Monteleone di Calabria. Non solo il Guyot. Sul foglio sono riportati scritti del Mazzini stesso alternati a fantastici editoriali di scrittori.
Mazzini “Si presenterà luminoso al secolo venturo per queste ragioni chiare: Fu araldo dell’Idea nazionale e fondò la Giovine Italia; Fu precursore del nuovo diritto pubblico europeo e fondò la Giovine Europa; Derivò l’azione dal pensiero ed ordinò la filosofia e le lettere ad alto fine politico; Intese l’inutilità di parlare ai poteri costituiti ed alle generazioni vecchie e si rivolse alle generazioni nuove ed al popolo con lingua di popolo. Fu inteso. Il suo pensiero fu convincimento, carattere, vita sua e vita di nazione. Tanto s’ingrandisce di anno in anno quanto s’impiccolisce la distanza fra lui ed il suo ideale” scriveva Giovanni Bovio.
Il pensiero politico e sociale dimostrano che Giuseppe Mazzini fu davvero una di quelle “grandi anime che visitano d’epoca in epoca, l’Umanità per annunciare un nuovo ordine di cose
”.

Così Cajo Renzetti nel ricostruirne il pensiero politico e sociale per quel numero Unico del 1889 a diciassette anni dalla morte. “Mazzini fu uno di quegli eroici veggenti”. “Queste potenti individualità sorgono, confusamente presentite da molti, sul morire di una fede religiosa allo spirare di un periodo storico filosofico. Sorgono potenti della sintesi del passato e forti dell’intuito divinatore dell’avvenire. Ardentemente amano, e però nella lotta contro l’errore si scagliano cavalieri della morte. La loro virtù atterra e suscita, abbatte ed edifica. L’epoca li deride li calunnia li perseguita, ed essi perseguono immutati, paghi della riconoscenza del futuro”. Giuseppe Mazzini patriota cospiratore legislatore filosofo e letterato, “Siffattamente agitò redarguì ammaestrò e risospinse per oltre quarant’anni la vecchia Europa, che fondò una patria, l’Italia, e gittò le prime pietre di una civiltà”. Tra la chiesa cattolica ed il secolo, egli evocò la libertà di pensiero e di coscienza. Tra la libertà ibridamente sposata al principato, la democrazia. Tra i capitalista e il salariato, il libero produttore”. La missione di Giuseppe Mazzini è essenzialmente “Rigeneratrice morale umanitaria, e questa si estende a tutti i popoli ed abbraccia tutte le nazioni.” “Senonché egli nasce in un paese decaduto da tanti secoli, fra un popolo diviso e oppresso per molti despoti, e deve consacrare anzi tutto le proprie facoltà a ridestarlo a sospingerla alla conquista dell’unità e della libertà , le due prime basi le due prime leve potenti d’ogni durevole e salda conquista sociale”. Eccolo quindi dalle carceri di Savona, al triumvirato della Repubblica Romana del 1849; e dalla Giovine Italia, alla Alleanza universale dei popoli”. Egli è l’uomo dei politici ardimenti che col fervore di un antico ascende la gloriosa tribuna dei Gracchi, e più fortunato e più innovatore di Crescenzio di Arnaldo di Stefano Porcari e di Cola da Rienzo, decreta la fine del Papa e del re, proclamando la sovranità del popolo, libero di ogni laccio di chiesa costituita e militante, sciolto d’ogni tirannide di mediazione spirituale o temporale. Egli è l’uomo delle redentrici aspirazioni che detta il libro dei Doveri dell’Uomo, dove con sapienza mirabile tenta armonizzare la libertà colla legge, l’individuo coll’aggregazione, la proprietà col lavoro, la donna coll’uomo. E in tutto questo suo processo filosofico umanitario, due grandi e belle figure spiccano luminosamente, i due primi ed ultimi esseri della creazione, i due tipi eternamente giovani della società, la Donna e l’Operaio. Proprio nelle ultime linee dei Doveri dell’Uomo, quasi estremo legato ai posteri, egli ha scritto: “L’emancipazione della donna dovrebbe essere costantemente accoppiata per voi, coll’emancipazione dell’operaio, e darà al vostro lavoro la consacrazione d’una verità universale.” Mazzini è cultore altissimo dell’arte, ma, continua il Renzetti, “l’arte per l’arte non costituisce il suo ideale. Per lui arte significa missione, missione morale e sociale. L’arte gli si presenta come l’insegnamento del bene mercé gli allettamenti e le attrattive del bello. Mazzini è amante della patria, ma resta assai lontano da quel patriottismo pel patriottismo per il quale oggi molti, repubblicani un giorno, riposano stanchi sugli allori dell’unità, carichi il petto di ciondoli regi. La patria per lui corrisponde, prosegue, ad una delle tante specie di quella divisione di lavoro così utile alle produzioni. Come nelle grandi fabbriche meccaniche vi sono diversi opifici, ciascuno dedicato a lavori diversi di una macchina stessa, così nel grande arsenale del mondo vi sono parecchie officine, le patrie, concorrenti ad elaborare gli elementi della macchina comune, l’umanità. Ma essa patria può anche sparire col tempo, appunto perché ci educa alla fratellanza cosmopolita.” Tant’è vero che, nei Doveri dell’Uomo, lo stesso Mazzini afferma la possibilità che “La patria sacra in oggi, sparirà forse un giorno, quando ogni uomo rifletterà nella propria coscienza la legge morale dell’Umanità”. Mazzini è fautore della libertà, della libertà la più ampia, la più sconfinata, ma, il liberalismo per il liberalismo non costituisce il suo ideale. “La libertà senza l’uguaglianza è una pianta sterile, uniforma vuota di sostanza”. Per Mazzini, scrive egli stesso nelle Opere, “La libertà non è un principio, ma quello stato in cui lo sviluppo di un principio è concesso ad un popolo. Non è il fine, ma il mezzo per raggiungerlo.” Qual’è dunque l’ideale degli ideali di Giuseppe Mazzini? “L’Umanità, lo sviluppo di tutte le facoltà fisiche e morali di quanti vivono, il miglioramento di tutti, la redenzione di quanti ha tipi manchevoli irregolari e deformi la natura, di quante ha vittime la società, di quanti ha martire la vita; la felicità massima e possibile della creatura, il benessere morale e materiale di tutti, dovere di procacciare il benessere sociale, la progressiva divinizzazione dell’uomo”. Così rispondeva, nella prima pagina di quel X Marzo, foglio unico del 1889 per ricordare il padre della patria scomparso diciassette anni prima, il giornalista Cajo Renzetti. “E per ascendere a questa città futura, egli accenna a due principi fondamentali, la nozione del dovere e la virtù del sacrificio; avvegnanché per lui la vita significa missione, compito di trasformare le cose a favore di tutti, dovere di procacciare il benessere sociale”. Da queste considerazioni emergono i concetti i concetti di famiglia, di legge, di stato, di proprietà, di popolo, quali, purtroppo, ancora oggi molto spesso non sono. “La famiglia è appunto la cellula embrionale di ogni umano consorzio. Essa col suo magistero di amore e a mezzo della prossimità, prepara ed educa i cittadini alla patria, come la patria li educa e li prepara all’umanità. La legge scritta non può essere che un riflesso, una fotografia, per così dire, della legge morale e naturale. Gli uomini nulla creano, ma scoprono; essi dunque debbono investigarla nel loro tempo ed attraverso la tradizione. Nessuno quindi può dettarla a capriccio, ed essa deve venire liberamente discussa e unanimemente accettata”. Lo stato, secondo il concetto mazziniano, non decapita i delinquenti, perché “il suo codice penale protegge la società, e ne educa gli individui; non legalizza la prostituzione, perché ripudia il lenocinio; non sparge le locuste della burocrazia, perché fa pochissime leggi e buone; non si circonda di baionette permanenti, perché tutti i suoi cittadini militano; non tiene gabellieri alle porte o alle dogane, perché non ha corte, né lista civile, né balli diplomatici, né livree di ministri, né galloni di generali: non compra coi fondi segreti , perché non ha spie, e non ha spie, perché tutto si può dire e stampare intorno ai problemi sociali, e l’interesse della sussistenza dello stato è comune; ivi i migliori per ingegno e virtù hanno dovere e diritto al raggiungimento dei pubblici negozi, e vengono eletti da tutti, rimanendo sindacabili, amovibili, responsabili.”
Lo stato mazziniano “rinuncia al carnefice, al gabelliere o al delatore, e, senza atteggiarsi a grande impresario della pubblica felicità, si riserva due sole ed uniche funzioni, la funzione esemplare e quella e la completiva. Dove manca l’esempio, lo stato promuove; dove difettano le facoltà dei privati in opere di pubblica utilità, esso concorre, disponendo, naturalmente, di mezzi maggiori a quelli de’ privati.
Questa specie di stato favoreggia, stimola, inizia a proteggere le tendenze e le spontaneità collettive. Esso può dirsi uno stato patriarcale che invece di perpetuare sé stesso ed allargare la propria sfera d’azione, tende mano mano ad innalzare il cittadino fino alla libertà, cancellando, ogni giorno che passa, una riga della propria legge. Tale stato, infine, a guisa del buon padre di famiglia, scende lieto nel sepolcro, vedendo adulti e felici i suoi figliuoli.” La proprietà, secondo quanto la intese Giuseppe Mazzini non è, e non può essere il risultato della frode, dell’usura della fortuna. La proprietà deve avere un ben “più giusto fondamento, più onesta origine, il lavoro”. Nei Doveri dell’Uomo, lo stesso Mazzini ha scritto chiaramente che la proprietà “è il segno, la rappresentazione della quantità di lavoro, col quale l’individuo ha trasformato sviluppato accresciuto le forze produttrici della natura”. Essa dunque è il frutto di un lavoro compiuto, e siccome in una società fondata sulla eguaglianza tutti hanno dovere e diritto al lavoro, ne consegue che “la proprietà non può, né deve agglomerarsi nelle mani di pochi e tiranneggiare il lavoro”. “La proprietà, mutabile e trasformabile in virtù della legge di progresso, deve continuamente scindersi e frantumarsi così che torni accessibile a tutti, e tutti possano, meritando col lavoro, appropriarsela”.
Forse non è l’utopia pura, forse è il modello cui uno stato dovrebbe tendere, ma sappiamo bene, a distanza di 150 anni, che non è andata precisamente così. Questo Stato, in cui viviamo l’oggi, non tende mano ad innalzare il cittadino fino alla libertà. Non favoreggia, non stimola, non protegge le tendenze e le spontaneità collettive dei suoi cittadini. Non educa e, soprattutto, non rieduca i cittadini con carceri da paese incivile e che rendono, per la loro inumanità, 15 volte maggiore il tesso dei suicidi al loro interno. E’ uno stato che spesso “sparge locuste burocratiche” per non semplificare la vita dei suoi cittadini e per compromettere la vita stessa democratica scegliendo, per legge, la via partitocratica della nomina al posto dell’elezione, dell’insindacabilità e dell’inamovibilità invece della responsabilità. Proprio per questo, forse, ricordare oggi il pensiero di Giuseppe Mazzini, di uno di quei padri fondatori dell’Italia, della tanto festeggiata Unità d’Italia, non serve ad un suo tripudio storico ma può essere utile per sottolinearne la rivoluzione necessaria e il lungo cammino che non è ancora stato sufficiente a renderlo, questo Stato, davvero democratico. D’altronde, lo ricorda nei suoi scritti* il genovese, “tutte le rivoluzioni sono nella loro essenza sociali , che l’ordinamento politico è la forma e non altro dei mutamenti, e che non si ha diritto di chiamare i milioni al sacrificio della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di perfezionamento collettivo, di miglioramento morale comune a tutti.”
Ciò che Giuseppe Mazzini scriveva nel 1862 allo scrittore socialista spagnolo Ferdinando Garrido sul manifesto, che esisteva fra i democratici ed i socialisti spagnoli, noi, senza tema di errore, possiamo oggi ripeterlo e ricordarlo a tutti i democratici a proposito delle cause che tengono disuniti le diverse gradazioni del nostro partito. La sola differenza sta in questo che nel 1862 in Spagna il manifesto era fra pochi socialisti e tutto il partito repubblicano, mentre ora in Italia il dissidio è grande, perché il “partito radicale” è diviso in tatti piccoli gruppi, per quanti il progresso delle scienze sociali, l’attuale regime costituzionale, la miseria invadente ed in proporzione di questa, il malcontento, ne hanno formati. “Ai repubblicani, ai socialisti, agli anarchici, ai “comunardi” e via dicendo a tutti i radicali in generale”, noi ripetiamo, come ripeteva in quel foglio M. Florenzano, le parole di Giuseppe Mazzini: “Havvi un terreno comune abbastanza vasto perché vi possiamo stare tutti uniti. Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente politica. Ogni rivoluzione deve essere sociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo sulle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo progresso, essendo più urgente per le classi operaie, ad esse anzitutto devono essere rivolti i benefici della Rivoluzione. E neppure può esserci una rivoluzione puramente Sociale. La quistione politica, cioè a dire l’organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, è tale che rende impossibile l’antagonismo della causa del progresso, è una condizione necessaria alla Rivoluzione Sociale. E’ necessario all’operaio la sua dignità di cittadino, ed è garanzia per la conquista della liberà. (…) Riuniamoci dunque, compatti sotto un vessillo comune, che dica: Libertà per tutti, Progresso per tutti. Associazione di tutti per poter perseguire il fine unico che tutti ci proponiamo”.
Per ciò ci piace brindare a questo X Marzo, pure noi, colle parole che in suo onore pronunciò Giuseppe Garibaldi a Londra, nel 1864, in casa del grande agitatore russo Herzen: “Bravo Mazzini che, mentre tutta Italia taceva, parlava di Patria agli italiani; quest’Uomo che, mentre Italia dormiva, vegliava, pensava e agiva; bravo al mio Maestro, il Maestro di noi tutti.” D’altronde i Farisei, per dirla alla Kaiser, gridarono la croce al cospiratore; ma “quando dai due emisferi i Popoli avranno imparato a conoscerlo”, lo chiameranno col suo vero nome e “saluteranno in Giuseppe Mazzini l’apostolo, che ci ha mostrato il cammino in un nuovo mondo”.

Pannella per e con Pippo Callipo per la chiusura della campagna elettorale in Calabria

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All’evento partecipa il Dott. Luigi de Magistris, in rappresentanza di IDV, l’Ing. Domenico Iannantuoni, Presidente del partito Per il Sud che accompagna la campagna elettorale di Callipo Presidente e Marco Pannella.

Guarda l’intervento di Marco Pannella (contenuto rilasciato da Radio Radicale – www.radioradicale.it – con licenza Creative Commons attribuzione 2.5 2010)