di Giuseppe Candido
Eternit è un marchio registrato di fibrocemento e il nome di una ditta che lo produce. E’ stato utilizzato in edilizia come materiale da copertura nella forma in lastra piana o ondulata, oppure come coibentazione di tubature, navi, canne fumarie ecc. La sua commercializzazione, in Italia, è cessata ufficialmente dal 1992.
Nel 1901 ’austriaco Ludwig Hatschek brevettò il cemento-amianto col nome Eternit mutuando il nome dal latino aeternitas, che significa eternità. Già nel 1902 Alois Steinmann acquista la licenza per la produzione e, nel 1903, apre a Niederurnen le Schweizerische Eternitwerk AG e, in breve, l’Eternit divenne popolarissimo tanto che, nel 1911, la produzione di lastre e tegole sfrutta appieno la capacità produttiva della fabbrica. Nel 1915 sono immesse sul mercato anche le fioriere in Eternit. Poi, 13 anni più tardi la produzione si diversifica. Nel 1928 inizia la produzione di tubi in fibrocemento, che fhanno rappresentato lo standard per la costruzione degli acquedotti e dei serbatoi idrici fino agli anni settanta. Nel 1933 fanno la loro comparsa le lastre ondulate, in seguito usate spesso per tetti di fabbricati civilim pubblici e privati oltreché di capannoni industriali.
Negli anni quaranta e cinquanta l’eternit trova poi impiego in parecchi oggetti di uso quotidiano. Anche una sedia da spiaggia. Dal 1963 l’eternit può essere prodotto in varie colorazioni. Dal 1984 le fibre di asbesto vengono via via sostituite da altre fibre non cancerogene fin quando, nel 1992 viene introdotta la legge che di fatto lo vieta per qualsiasi utilizzo. L’amianto rappresenta infatti un pericolo per la salute a causa delle fibre di cui è costituito e che possono essere presenti in ambienti di lavoro e di vita e inalate.
Nonostante sin dal 1962 era noto in tutto il mondo che le fibre di amianto provocassero il mesiotelioma pleurico, una forma di cancro delle pleura oltre che la più nota asbestosi, a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria e a Broni, in provincia di Pavia, la Eternit e la Fibronit continuarono a produrre manufatti. Fino al 1986 la prima e fino all’entrata in vigore della legge n 93 per Broni, tentando di mantenere i propri operai in uno stato di totale ignoranza circa i danni, soprattutto a lungo termine, che le fibre di amianto provocano, col solo fine di prolungare l’attività dello stabilimento e quindi dei profitti. A Casale Monferrato i morti e i contaminati da amianto sono migliaia, anche perché lo stabilimento disperdeva con dei potenti aeratori la polvere di amianto in tutta la città, causando la contaminazione anche di persone non legate alle attività produttive dell’eternit. Un killer subdolo ma “democratico”.
Fino al 1994, ricorda il presidente di Assoamianto, Sergio Clarelli in un’intervista all’Espresso, “la situazione era paradossale, perché la legge 257/1992 riconosceva i rischi per la salute e metteva al bando tutti i prodotti contenenti amianto, vietando l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto e di prodotti contenenti amianto, ma non la loro utilizzazione”.
L’epidemiologo Valerio Gennaro dell’Istituto tumori di Genova che da anni si occupa dei tumori correlati all’esposizione da amianto, dice che di amianto si morirà sino al 2040 e che il picco arriverà solo tra 4 o 5 anni. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità invece il picco delle morti bianche arriverà tra il 2025 e il 2030.
“Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro”. All’udienza nel processo a Torino del 12 luglio 2010 decine di cittadini di Casale Monferrato, la cittadina più colpita dagli effetti di questo subdolo e micidiale veleno, si sono presentati in tribunale con una fascia nera legata al braccio, in segno di lutto; hanno voluto ricordare Luisa Minazzi, loro concittadina deceduta una settimana prima, uccisa dal mesotelioma, il tumore provocato dall’amianto. Tra i testimoni ascoltati, il giornalista casalese, Giovanni Turino, autore del libro “Eravamo tutti ricchi di sogni” che ha ricordato come, già nel 1964, – cinquant’anni fa! – il giornalista e dirigente del PCI Davide Lajolo aveva denunciato su “L’Unità” i pericoli incombenti sui casalesi, parlando esplicitamente di mesotelioma e non solo di asbestosi.
Giorgio Corradini, un ex operaio dello stabilimento Eternit di Rubiera, un paese vicino di Reggio Emilia, ha raccontato le lotte sindacali intraprese negli anni Settanta per ottenere migliori condizioni di lavoro, adottate solo dieci anni dopo: cose perfino banali, come le mascherine di protezione, gli armadietti doppi per gli indumenti, la possibilità di far lavare le tute di servizio in azienda e non a casa, ed è sconcertante che queste cose minime siano state oggetto di lotta e rivendicazione durate dieci anni. L’azienda non forniva molte informazioni sui rischi per la salute: “Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro. Il medico interno ci diceva che fumare e respirare la polvere non faceva bene”.
Soltanto in Calabria, nel 2006, sono state oltre duemila le richieste pervenute all’Inail per l’accesso ai benefici previdenziali concessi ai lavoratori esposti all’amianto durante l’attività lavorativa.
Presso la sede regionale sono giunte ben 2.339 richieste dei benefici previdenziali previsti dalla legge.
Le richieste pervenivano dalla zona di Crotone, area con una elevata concentrazione di industrie chimiche. In particolare 769 domande riguardavano la Montedison-Enichem, mentre erano 429 i curricula pervenuti alla Direzione provinciale del lavoro. Delle certificazioni presentate, 75 hanno subito avuto esito positivo con emissione dei relativi certificati per i lavoratori.
Le domande pervenute dalla Pertusola sono state 730, i curricula 313 (di questi, le certificazioni positive emesse sono state 135 e 115 quelle negative). Dalla Guffanti sono pervenute 35 domande e 35 sono state le certificazioni positive emesse. Altre 129 domande riguardano le FS, 71 l’Enel, 70 i Vigili del fuoco e 421 altri settori.
Ad oggi soltanto due delle venti Regioni hanno previsto uno specifico piano ed una data certa in cui arriveranno a completare la bonifica e la rimozione dei materiali contenti amianto: la Lombardia che prevede lo smaltimento entro il 2016 e la Sardegna che dovrebbe completare la rimozione dell’amianto entro il 2023.
Il Piano Regionale Amianto della Lombardia (PRAL), approvato nel dicembre del 2005 con deliberazione della Giunta Regionale, spiega che, in base a quanto disposto dall’art. 6 del D.P.R. dell’8 agosto 1994, in Regione Lombardia gli impianti utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti contenenti cemento-amianto, erano le discariche per rifiuti inerti con settore appositamente dedicato, gestite secondo specifiche sanitarie molto severe.
Nel Piano si specifica però che “Le nuove modalità e i nuovi criteri di deposito dei rifiuti contenenti amianto – che prevedono la realizzazione di celle appositamente ed esclusivamente dedicate, la coltivazione delle celle ricorrendo a sistemi che prevedano la realizzazione di settori o trincee e la necessità di spazi morti che comportano perdite di volumetria – e le modalità gestionali, che prevedono campionamenti ed analisi, sono particolarmente onerosi e difficilmente i gestori privati di discariche per i rifiuti pericolosi o non pericolosi, saranno disposti a realizzare tali celle. Pertanto, già in quel Piano del 2005 la Regione Lombardia prevedeva la necessità di “adottare provvedimenti regionali che consentano modalità di realizzazione e gestione di discariche per rifiuti di amianto legato in matrice cementizia e/o resinoide economicamente sostenibili, garantendo, comunque, il rispetto dei criteri della direttiva discariche (direttiva 1999/31/CEE) e la tutela dell’ambiente e della salute pubblica”. Nel piano erano previsti un “censimento dei manufatti contenenti amianto” di edifici e luoghi pubblici e privati con presenza di amianto e, persino, la mappatura geo-referenziata delle coperture in cemento-amianto.
La Calabria allo stato attuale non ha ancora provveduto a redigere un proprio Piano Regionale per l’amianto. Anche se il Piano regionale dei rifiuti, redatto e approvato nel 2002 dall’Ufficio del Commissario per l’Emergenza Ambientale, pone in essere una pianificazione della problematica che prevede una “prima fase” di acquisizione dei dati, propedeutica ed indispensabile alla formulazione di una pianificazione specifica. Nel rapporto regionale sui Rifiuti curato dall’Arpacal la parola “amianto” compare una sola volta e i dati relativi alla sua diffusione sul territorio regionale non vi sono o forse non esistono neanche.
Con delibera della Giunta Regionale La Regione Calabria nel luglio del 1996 ha costituito una commissione a cui ha affidato il compito dì studiare e definire il Piano Regionale Amianto.
Successivamente nel dicembre del ’96, con atto deliberativo la Regione ha approvato le “linee guida per la protezione dell’ambiente, la decontaminazione e la bonifica delle aree interessate da inquinamento da amianto”.
La delibera prevedeva nella “Programmazione degli interventi di bonifica” di effettuare il censimento dei siti interessati da attività di estrazione dell’amianto, delle imprese che utilizzano o hanno utilizzato amianto nelle rispettive attività produttive nonché delle imprese che operano nelle attività di smaltimento o di bonifica, il censimento degli edifici nei quali sono presenti materiali o prodotti contenenti amianto libero o in matrice friabile, con priorità per gli edifici pubblici, per i locali aperti al pubblico o di utilizzazione collettiva e per i blocchi di appartamenti, quindi la predisposizione di programmi per dismettere attività estrattiva dell’amianto e realizzare la relativa bonifica e l’individuazione dei siti idonei per lo smaltimento dei rifiuti contenenti asbesto.
Con fondi della Misura 1.8 del POR 2007-2013, sono stati predisposti gli strumenti finanziari per la rimozione di manufatti in amianto da strutture pubbliche.
A tutt’oggi nessun sito autorizzato per lo stoccaggio o individuato per lo smaltimento di materiali contenenti la fibra killer che, invece, si può spesso rinvenire in discariche abusive nei greti dei corsi d’acqua e persino sulla spiaggia.
A Reggio Calabria, il 26 maggio 2009, la Guardia di Finanza sequestra 36 tonnellate di amianto. Il titolare della ditta dove era stato trovato è stato denunciato per trasporto e stoccaggio abusivo di materiale pericoloso per la salute pubblica.
Ad Aiello Calabro, la guardia costiera di Vibo Valentia sequestra un terreno di ben 29 ettari adibito a discarica abusiva, di proprietà dell’Istituto Papa Giovanni XXIII.
Il provvedimento di sequestro è stato emesso dal Procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, dopo che erano stati eseguiti numerosi accertamenti. Nell’area sequestrata furono trovati rifiuti edili e traverse ferroviarie, nelle quali si suppone la presenza di amianto. E, sempre in Calabria, una tonnellata di amianto è stata sequestrata sulla spiaggia in località Bocale di Reggio Calabria. La discarica abusiva era nascosta nella sabbia ed è stata scoperta dalla Guardia di Finanza.
A Cosenza, il centro urbano è invaso dai tetti in eternit: a rivelarlo è uno studio condotto con una metodologia che ha reso possibile il monitoraggio e l’analisi visiva dei siti, mediante la compilazione di schede, l’osservazione di una specifica documentazione aero-fotografica e l’elaborazione dei dati acquisiti mediante software dedicati.
Le rilevazioni sono state eseguite nella parte centrale del territorio cittadino, su indicazione della stessa Amministrazione, precisamente nell’area delimitata a nord dall’Autostazione, a sud dal Lungo Busento Tripoli, ad est da via Quattromani, piazza Matteotti, viale Parco e, ad ovest da via Monte Baldo, via Montesanto, via Alimena.
Il rettangolo cittadino preso in considerazione nello studio reso noto da Francesca Canino sul portale indymedia.org, “Ha consentito di effettuare una mappatura completa degli stabili inquinati dal pericoloso materiale e determinarne lo stato e la consistenza nei punti rilevati, considerata l’emergenza nel settore dei rifiuti solidi urbani”.
“È fuor di dubbio”, si legge, “che i frantumi di eternit, a causa dell’affioramento delle fibre di amianto, siano da considerarsi rifiuti pericolosi qualora vengano abbandonati in discariche all’aperto”.
E ancora: “Attraverso una precisa documentazione fotografica, è stato possibile accertare e collegare la presenza di amianto sui diversi immobili censiti, procedendo, poi, al rilievo del materiale per una stima dello stato di conservazione. È proprio la struttura del materiale a costituire un pericolo a causa del persistente sfaldamento dell’eternit, quando lo stesso presenta una struttura friabile dovuta alla sua vetustà: in questo caso i danni derivanti dalla dispersione delle polveri di amianto, rappresentano un pericolo rivolto a tutti i soggetti che abitano nelle vicinanze”. “… Si è accertato che la superficie totale dei materiali contenenti amianto (coperture, pavimenti in gomma, pannelli) nella zona presa in esame, è pari ad oltre 20.000 metri quadrati, di cui circa il 90% è rappresentato dalle coperture in eternit degli edifici, nella stragrande maggioranza privati. Analizzando, in un secondo momento, la qualità dell’amianto presente nelle aree esaminate, è risultato che, degli oltre ventimila metri quadri, il 60% presenta una struttura friabile, il rimanente 40% compatta”. Ed è proprio la porzione con struttura “friabile” a rappresentare il pericolo per la salute, poiché il rilascio di fibre nell’ambiente e la loro conseguente inalazione, sono causa di gravi malattie all’apparato respiratorio. “La presenza di migliaia di metri quadrati di amianto nel centro città, soprattutto non più compatto, richiede interventi di bonifica urgenti mediante la predisposizione di attività di decontaminazione per la tutela della salute dei cittadini, la maggior parte dei quali ignora di cosa sia costituito il tetto dell’edificio in cui vive”.
Nella locride, a Bovalino, nel luglio del 2009 l’inquietante copertura dell’ex fabbrica “Rica” finisce sulle pagine dei quotidiani locali dopo che l’allarme era stato lanciato sul web. Ma è sufficiente fare qualche passeggiata lungo il corso di fiumi e fiumare per avere l’idea della vastità del fenomeno dello smaltimento illegale di questo materiale. E basti pensare che la Regione Calabria non si è ancora dotata di un piano per lo smaltimento di amianto che, rifiuto pericoloso, richiede particolari tipi di discariche.
Questa la situazione, questi i fatti che, dalla cronaca, emergono. E, a Sellia Marina, l’amianto lesionato, in frantumi, oltre che nella Fiumara Uria, lo si può tranquillamente rinvenire sulla battigia dove i bagnanti convivono con il subdolo “serial killer”.