Carceri illegali: “Sciopero della fame per chiedere d’istituire la figura del Garante dei diritti del detenuto”

Share

Carceri illegali: “Sciopero della fame per chiedere d’istituire la figura del Garante dei diritti del detenuto

Lettera aperta di Giuseppe Candido (direttore Abolire la miseria della Calabria, già membro del Comitato nazionale Radicali italiani) al Presidente della Giunta regionale, Giuseppe Scopelliti e al Presidente del Consiglio regionale, Francesco Talarico.

Cari Presidenti delle massime istituzioni calabresi,

le carceri calabresi stanno esplodendo. Anche la capienza tollerabile, già ben oltre quella regolamentare, è stata di gran lunga superata in molti istituti penitenziari della nostra regione. Dopo la denuncia eclatante della dirigente del carcere di Siano, Angela Paravati che, addirittura, con una lettera inviata al Ministro della Giustizia ed alla Procura della Repubblica evidenzia la situazione “insostenibile” ed annuncia lo stop ad ulteriori detenzioni nell’istituto di Catanzaro da lei diretto e dopo l’escalation del sovraffollamento in tutte le carceri della nostra regione che, come Radicali italiani, abbiamo più volte constatato personalmente con visite ispettive e denunciato, in questa situazione di ormai totale illegalità in cui la detenzione, anche nelle carceri calabresi, diviene di fatto costrizione disumana ed anti costituzionale tanto da indurre al suicidio le persone che che malauguratamente v’incappano, mi rivolgo a voi con questa mia lettera per chiedere non solo di prendere urgenti provvedimenti affinché la situazione possa al più presto rientrare ma di prevedere anche, per la nostra regione, l’istituzione della figura del Garante dei detenuti.

Come è noto, la figura fu istituita la prima volta in Svezia, nel 1809, con lo scopo principale di “sorvegliare l’applicazione delle leggi e dei regolamenti da parte dei giudici e degli ufficiali”. Oggi, istituito anche in Italia ma solo a livello regionale, è stato di fatto trasformato in un “organo di controllo della pubblica amministrazione e di difesa del cittadino (compresi gli agenti di polizia penitenziaria) contro ogni abuso”. Anche se non certo sufficiente a risolvere tutti i problemi, il Garante è però una figura che, se fosse presente, potrebbe far emergere anzitempo quelle gravi criticità che oggi divampano invece troppo tardivamente. La nostra regione, all’avanguardia sotto molti altri aspetti umanitari come l’accoglienza degli stranieri, non ha ancora una legge regionale che istituisca il Garante regionale delle persone sottoposte a limitazione della libertà. Istituire il Garante anche per la Regione Calabria sarebbe una riforma di civiltà cui la Calabria non è disabituata e che, a costo zero, consentirebbe di tutelare i diritti di quelle che non sono bestie ma persone. Un sentimento cristiano prima ancora che di semplice tutela del diritto. È quindi con queste ragioni e con questa proposta che mi unisco, simbolicamente per due giorni, alla lotta nonviolenta di Marco Pannella che per le carceri illegali digiuna da oltre tre settimane e a cui anche alcuni detenuti del carcere di Catanzaro stanno dando o hanno già dato corpo. La mia, ovviamente, non vuol essere una protesta contro la situazione illegale delle carceri calabresi bensì, come consuetudine nonviolenta sempre vuole, una proposta precisa di rientro immediato nell’alveo della legalità e di rispetto della dignità umana che mai, anche nei casi di delitti più efferati, lo Stato o le altre istituzioni dovrebbero violare. Una proposta di una legge regionale a costo zero che, personalmente, faccio con una forma di lotta nonviolenta per quanto il mio corpo di diabetico consente: due giorni “simbolici” di rinuncia al cibo  e di contemporanea autoriduzione dell’insulina a partire dalla mezzanotte di oggi, 13 maggio 2011.

***

Marco Pannella è in sciopero della fame dal 20 di aprile perché «l’Italia torni a potere in qualche misura essere considerata una democrazia». Sostieni anche tu la lotta nonviolenta per le carceri illegali di Marco Pannella.

Al link qui sotto l’articolo di Stefania Papaleo su il Quotidiano della Calabria del 13 maggio

qutidiano dc 17052011p12001

[promoslider id=”home” time_delay=”5″ display_nav=”thumb” pause_on_hover=”pause”]

Ex dirigente scolastico a giudizio: chiesti dal Pubblico Ministero 3 anni di reclusione

Share

E’ arrivato ormai alle battute finali il processo nei confronti del dirigente scolastico, oggi in pensione, accusato di concussione, tentata violenza e maltrattamenti.

Anche applicando le attenuanti del caso, sono stati richiesti dall’accusa tre anni di reclusione per il dott. Pietro Catanzaro in ordine ai reati di concussione finalizzata all’ottenimento di “favori sessuali” e tentata violenza. Ad un anno esatto dal rinvio a giudizio, sentiti tutti testi dell’accusa e della difesa, secondo il sostituto procuratore Alberto Cianfarini, ci sarebbe “sufficiente materiale probatorio” per chiedere la condanna dell’ex dirigente. “Un continuo di atteggiamenti” – ha sottolineato il Pm – che sarebbero “inequivoci” e tutti finalizzati al “raggiungimento del disegno criminoso“.

Il pm, nella sua requisitoria, ha pure evidenziato “l’alta credibilità della parte offesa dimostrata in tutta la vicenda processuale” e che l’accusa si concussione “è stata riscontrata dall’esame del teste F. C.” parte terza nella vicenda che, anche davanti hai giudici, ha riferito quelle parole ascoltate. parole che, secondo l’accusa che le ha ripetute letteralmente durante la requisitoria, inchioderebbero l’imputato alle sue responsabilità: “Se non sei compiacente con me ti faccio fare la supplenze”.

Dopo indagini durate più di due anni, lo scorso 30 aprile 2010, il Giudice per le udienze preliminari presso il tribunale di Catanzaro, dott.ssa Emma Sonni, ne aveva disposto il rinvio a giudizio imputandolo di tentata violenza sessuale (art. 609 bis c.p.), maltrattamenti (art.572 cp) commessi nei confronti di un’insegnante a lui sottoposta e di concussione (art. 317 c.p.) perché, secondo l’accusa, “sempre nella qualità di incaricato di pubblico servizio, abusando dei suoi poteri, mediante l’adozione di provvedimenti dal contenuto pregiudizievole nei confronti dell’insegnante, e comunque abusando della sua qualità, ossia tenendo nei confronti della stessa insegnante una condotta discriminatoria e prevaricatrice, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere e/o indurre la predetta a concedergli indebitamente favori di tipo sessuale, evento non verificatosi per cause indipendenti dalla propria volontà, segnatamente a cagione dei reiterati dinieghi della persona offesa”. La difesa, per “motivi di salute” di uno degli avvocati, ha poi chiesto un rinvio dell’udienza che è stata fissata per il prossimo primo di luglio.

Come si legge tra le carte che ne avevano disposto il rinvio a giudizio, è utile ricordare che tutti i fatti contestati al dott. Catanzaro risultano aggravati perché commessi dall’imputato, nella sua qualità di pubblico ufficiale, durante l’esercizio delle proprie funzioni di preside. Nella richiesta di rinvio a giudizio si legge testualmente che “il Dottor Pietro Catanzaro, in qualità di dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Cropani, con violenza ed abusando della propria autorità, tentava di costringere l’insegnante a compiere e a subire atti sessuali contro la sua volontà”. Alla prossima udienza oltre alla parte civile rappresentata dall’avvocato Natalina Raffaelli, sarà la volta della difesa. Poi si andrà sentenza.

Trischene, una città immaginata

Share

Il cronista si imbarca in un volo etimologico facendo derivare il toponimo Uria dal presunto greco attico Ur, col significato di “adorazione”

di Francesco Santopolo

Tra medioevo e rinascimento, era consuetudine affidare ad autori di cronache il compito di “costruire” storie per dare lustro ad un casato o ad una città.
Questo ha costretto la storiografia successiva ad un difficile lavoro di ricerca per dimostrare l’attendibilità delle “invenzioni” di alcuni fantasiosi cronisti.
Da una di queste è nata la storia di Trischene città che, secondo le cronache, sarebbe stata edificata tra il Simeri, l’Alli e l’Uria e avrebbe subito l’attacco di corsari saraceni tra l’865 e l’875 (U. Ferrari, 1971), dando luogo ad un trasferimento in massa della popolazione scampata al massacro, il cui nucleo più consistente avrebbe fondato la nuova città di Taverna.
Le cronache, infatti, non erano interessate alle vicende di Trischene, quanto alla glorificazione di Taverna che si pretendeva esserne stata l’erede naturale.
Anche in ricostruzioni storiche recenti (U. Ferrari, 1971; M. Barberio, 1975), le vicende di Trischene, sono solo un passaggio per ricostruire la storia di Taverna.
Tuttavia, proprio perché le cronache più antiche hanno contribuito a creare un circuito cumulativo di inesattezze che hanno messo in secondo piano una ricostruzione storica del territorio, pensiamo che la vicenda meriti un approfondimento e una riflessione che, a partire dalle caratteristiche dell’area in cui la fantasia cronachistica avrebbe immaginato Trischene, ci permetta di capire se ci fossero le precondizioni perché sorgesse una colonia autonoma o una “dipendenza”, durante la grande colonizzazione greca o subito dopo. La storia inizia con la comparsa di un manoscritto del ‘200 che ha interessato, a vario titolo, diversi scrittori in epoca successiva (G. B. Nola- Molise, 1649; F. Ughelli, 1743-1762; G. Franconeri, 1891; G. Minasi, 1896; F. Lenormant, 1976, vol. II).
Nella cronaca, il cui titolo completo è “Chronica Trium Tabernarum, et quomodo Catacensis civitas fuerit edificata, quando Goffredus illustrissimus Catacensis Comes pro restauracione et edificacione Trium Tabernarum Episcopatus Greca undique et vetera coadunavit scripta et privilegia” (in Lenormant, l. c., corsivo nel testo), si narra di una città denominata Trischene, e “Si pretende che ne sia stato autore un certo Ruggiero (Ruggero Carbonello, in M. Giovene, Simeri e i suoi casali, 2000, n.d.r.), diacono e canonico di Catanzaro, il quale avrebbe dedicato il lavoro a Guglielmo II, duca di Puglia” (F. Lenormant, l. c.).
Secondo il cronista, Trischene “era ripartita in tre distinte membra di sito, l’un là ove abbiamo l’Uria, l’altro sotto a Simmari e ‘l terzo sotto Catanzaro”(in M. Barberio, 1975).
E qui il cronista si imbarca in un volo etimologico facendo derivare il toponimo Uria dal presunto greco attico Ur, col significato di “adorazione” (in M. Barberio, l. c.). In realtà, Uria è termine di origine preistorica (G. Rolhfs, 1975), probabilmente legato alla presenza dell’omonimo uccello di cui sopravvivono solo alcune specie come Uria lomvia, Uria grylle o colombo di mare, o dal greco Ũria con cui si designava una specie di anitra o, ancora, dalla radice araba al-hūr che significa “fanciulla dagli occhi neri”.

 

Taverana (Cz)

Ma potrebbe anche collegarsi alla presenza di grosse mandrie di Bos primigenius, Uro per l’appunto, progenitore della razza bovina Podolica, ancora diffusa nel territorio.
Nella versione tramandata dalle cronache, si accrediterebbe l’ipotesi che, tra l’865 e l’875 (U. Ferrari, 971) la città di Trischene, fino ad allora sotto il dominio di Costantinopoli, avesse subito l’assalto di corsari saraceni che avrebbero distrutto i tre siti in cui era ripartita e ucciso gli abitanti che non riuscirono a trovare scampo nella fuga. La maggior parte dei superstiti si spostò in quella che sarebbe diventata Taberna montana o Tabernarum, altri si rifugiarono a Simeri, Catanzaro e Sellia (in M. Barberio, l. c.). Ad avvalorare l’importanza di Trischene nella geografia politica di Costantinopoli, il cronista immagina che, dopo la morte del Duca longobardo, il generale Niceforo Foca inviasse in Calabria il Magister militiae Gorgolano che trovò Tabernarum ricostruita e popolosa (in M. Barberio M. l. c.), la riconobbe unica erede di Trischene e le restituì la sede episcopale (U. Ferrari, l. c.; F. Lenormant, l. c.). La ricostruzione storica successiva non si occupa più del sito di Uria che sarà abbandonato per la posizione facilmente espugnabile.
Nel 1450 Ferrante Galas, nella “Cronaca di Taverna composta per messer F. G. di S. Pietro nel 1450”, compie un ulteriore sforzo di fantasia per risalire alle origine di Trischene, immaginando che “Antenore, fuggendo da Troia distrutta, conducesse con sé tre sorelle di Priamo: Astiochena, Medicastena ed Attila. Giunte in vista di un ampio golfo decisero di sbarcare presso la foce di un grande fiume per un breve riposo” (in Giovene, l. c.). Ma poiché non vi era luogo “migliore di sito né di temperie più soavi, né di campi più ameno, né di biade più fruttifero, né di boschi al di sopra più comodo, né di monti vicini ed aggiogati più sicuro, né di acque più abbondanti” (G. Franconeri, 1891) decidono di fermarsi, mentre Antenore proseguirà il suo viaggio, secondo la Chronica per fondare Mantova ma in realtà fonderà Padova (J. Berard, 1963; R. Graves, 1983).
Il luogo in cui fecero scalo era tra il Crocchio e il Simeri. Nel sito di Uria, Astiochena fondò una città e la chiamò Palepoli, in onore della dea Pale, nume tutelare della pastorizia, dea nella mitologia romana, dio in quella etrusca.
Medicastena, in onore di Hera, fondò Erapoli, alla foce del fiume Crocchio o su quella del Crotalo (Alli), luogo in cui, secondo quanto riferisce Stefano di Bisanzio, Ecateo di Mileto avrebbe immaginato la mitica città di Crotalla. Attila fondò una città alla foce del Simeri e, in onore di Atena, la chiamo Atenapoli, per saldare un debito verso la dea che invano aveva cercato di proteggere Troia.
Per la sua posizione. in prossimità della foce del Simeri, Atenapoli divenne il centro dell’attività commerciale. Nei mesi di aprile e maggio di ogni anno si svolgeva una fiera che richiamava mercanti anche dall’Africa e dal vicino Oriente e costituì la premessa per il formarsi di una forte comunità ebraica.
Presumibilmente si trattava della Floralia o Sacrum Florale che si teneva dal 28 aprile al 3 maggio in onore dell’antica divinità italica Flora, cui si attribuiva la fecondità delle donne e la protezione delle piante da frutto al momento della fioritura. Marziale, Varrone e Seneca parlano di Flora, Ovidio la identifica con una ninfa di origine greca (in L. Biondetti,1997) e Catone scrisse il De Re Flora, opera andata perduta ma ricordata da Gellio.
“Nel 238 a. C., in occasione della fondazione del tempio di Flora sul Quirinale” (A. Ferrari, 2008) la Floralia fu istituita anche a Roma (cfr. anche Plinio il Vecchio, 1972, vol. I).
Sia le date che i personaggi citati nelle “Cronache” vanno riesaminati. La pretesa del cronista che, per liberare Trischene, fosse venuto uno dei tre imperatori bizantini (Niceforo Logoteta, Niceforo Foca o Niceforo Botoniate), è, per l’appunto, solo una pretesa.
Più probabile che questo incarico fosse affidato al generale Niceforo Foca, del quale è certa la venuta in Calabria nell’885 (Ferrari U., l. c.).
Niceforo Foca trovò i nuclei scampati ai Saraceni dispersi nell’interno, lontano dalle zone costiere. La presenza del generale contribuì al rafforzarsi di questi nuclei in villaggi e città.
Fu così che nacquero o si rafforzarono Catanzaro, Settingiano, Simeri, Belcastro, Taverna e altre città (U. Ferrari, l. c.), almeno fino al ritorno degli Arabi che assediarono e conquistarono Squillace, costituendo un emirato indipendente durato fino al 922 (U. Ferrari, l. c.) e da qui mossero per espugnare Tiriolo, Simeri, Taverna, Belcastro e Catanzaro.
Secondo la cronaca, alcuni fuggiaschi, guidati da Giulio Catimeri, raggiunsero Catanzaro, si sistemarono sul monte Zaracontes, il cui nome deriverebbe dal torrente Zarepotamo che corrisponde all’attuale Fiumarella (G. Rolfs, 1974) e il nuovo sito, assegnato loro dal generale Niceforo Foca, si chiamò “Rocca di Niceforo” (l’attuale Bellavista). Trischene prese il nome di Taberna e poi Taverna, chi dice per attirare le popolazioni latine, chi sostiene che non esistendo più le tre chiese non c’era motivo di mantenere la vecchia denominazione (U. Ferrari, l. c.).
Taberna montana o Tabernarum o, più semplicemente, Taverna, accolse il maggior numero di fuggiaschi ed ebbe uno sviluppo iniziale maggiore, rispetto a Catanzaro.
Giovanni Filanzio, nella numerazione dell’Apogrifario dell’anno 1000, riporta 1.232 case e 5.288 abitanti, tra cui 53 sacerdoti, 6 monaci e 28 monache basiliane (M. Barberio, l. c.).
Ancora nel 1601, la distanza tra le due città era minima: Taverna contava 2.064 fuochi, Catanzaro 2.296 (M. Barberio, l. c.).
Circa l’attendibilità storica della Chronica, “Nessun dubbio che colui che la scrisse creò di sana pianta i fatti che racconta, frammischiandoli con mostruosi anacronismi e con documenti impudentemente falsificati”(F. Lenormant, l. c.) e, probabilmente, la ricostruzione di una città denominata Trischene o Trischine è “solo una miserabile supposizione, inspirata da pretese senza valore di vanità locale” (F. Lenormant, l. c.), poiché “nessun antico autore ricorda una città di Trischene o Trium Tabernarum nel Bruzio; nessun cronista autentico, né latino né greco né arabo, attesta la distruzione dell’uno o dell’altro nome ad opera dei Saraceni” (F. Lenormant, l. c.).
La tendenza a “costruire” falsi, anche clamorosi, tendenti a magnificare un sito o un personaggio e la scarsità di fonti, contribuiscono a creare delle nebulose tra le quali è difficile districarsi.
“Questa cronaca- aggiunge un altro cronista- è un vero guazzabuglio d’impostura, di notizie false e contraddittorie, un disordinato racconto di favole, come disordinato e confuso dovea essere il vivere del popolo delle Tre Taverne” (G. Minasi, 1896).
Poiché l’intento del cronachista era anche quello di dimostrare la presunta antichità delle chiese di Catanzaro, il Minasi aggiunge che il “cronista confondendo Giovanni vescovo di Squillace coll’omonimo di Velletri, a cui S. Gregorio Magno affidava nel 502 il governo della chiesa delle Tre Taverne (antica città del Lazio sulla via Appia, ove oggi incontrasi un paesetto chiamato Cisterna) senza badare ad altro, tosto spaccia, che la supposta diocesi delle Tre Taverne in Calabria fu unita nel 502 da S. Gregorio alla chiesa di Squillace” (G. Minasi, l. c.). Altri storici hanno messo in dubbio questa ricostruzione della Chronica (F. Ughelli, l. c.) e anche il Lenormant colloca le Tre Taverne nel Lazio.
Quanto, poi, alla pretesa dello sbarco di Antenore con le tre sorelle di Priamo sulle rive del Crocchio o del Simeri, ci sembra una altra colossale invenzione.
Bisogna ricordare che “Sebbene troiano, Antenore era amico dei Greci […] prendeva sempre le difese dei Greci nei dibattiti e possiamo immaginare che avesse interessi economici, parentele e legami matrimoniali che lo legavano ai Greci” (Strauss, l. c.). Così ce lo presenta Omero: “Primo il saggio Antenòr sì prese a dire: Dardanidi, Troiani, e voi venuti in sussidio di Troia, i sensi udite che il cor mi porge. Rendasi agli Atridi con tutto il suo tesor l’argiva Elèna. Vïolammo noi soli il giuramento, e quindi inique le nostr’armi sono. Se non si rende, non avrem che danno. Così detto, s’assise. (Iliadie, VII)

Per Omero, la figura di Antenore è quella di un eminente troiano che più volte si schiera con le ragioni dei greci, riconoscendone la fondatezza.
Infatti, per diritto consuetudinario, il rapimento di una regina equivaleva ad una dichiarazione di guerra, per cui l’unica via per la pace sarebbe stata quella di riparare al torto di Paride restituendo Elena a Menelao.
Inoltre, in quanto padre di 15 figli maschi, Antenore temeva per la loro vita (durante la guerra ne periranno 10 per mano di Agamennone, Achille, Neottolemo, Aiace Telamonio. Filottete e Megeo).
Ma Antenore era anche uomo del suo tempo e quando va a trattare la pace con Agamennone, cerca di trarre vantaggio da una guerra che considera perduta. In cambio del suo aiuto dall’interno, chiede il regno e la metà del tesoro di Priamo (Ditti Cretese, IV 22 e V 8, in Graves, l. c.), aggiungendo che si poteva contare anche sull’aiuto di Enea (Graves, l. c.).
Ma se, secondo Ellanico, Ditti Cretese e Triflodoro, Antenore tradì i Troiani e, qualche secolo dopo, Dante Alighieri chiamerà Antenora la zona dell’Inferno in cui colloca i traditori della patria: («Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,/percotendo» (Inferno, XXXII), Enea non seguì la stessa sorte e sarà immortalato come un eroe nell’omonimo poema di Virgilio. Secondo Tito Livio, invece, Antenore ottenne la libertà grazie al ruolo moderato svolto durante la guerra, e arrivato nel Veneto, fondò Padova che fu chiamata Antenorea (cfr. anche Berard, l. c.).
A parte il diverso itinerario di fuga da Troia distrutta e documentato da storici attendibili, ci sembra assolutamente fantasiaso che Antenore possa essersi preoccupato di salvare le tre sorelle di Priamo, visto il ruolo che gli si attribuisce nelle vicende di Troia.
Resta aperto il problema della possibilità che nell’area in questione possa esserci stata una colonia greca o italiota, o una dipendenza da altra colonia (Crotone, per esempio).
Partiamo dalle cause della colonizzazione greca la cui interpretazione “è rimasta a lungo impantanata nella falsa alternativa tra l’interpretazione delle fondazioni come colonie commerciali e quella che ne fa colonie agrarie e di popolamento” (D. Musti, 1989), tanto da aver dato origine a due scuole di pensiero.
La prima privilegiava la pressione demografica nella terra natale che spingeva verso la conquista di nuovi spazi e la fondazione di colonie. La seconda privilegiava l’aspetto mercantile dell’economia greca, incentrata sulla produzione di beni e sugli scambi. Sul finire degli anni ’60 del secolo scorso, fu quasi del tutto eliminato il termine “pre- colonizzazione” con cui si designavano i contatti precedenti alla fondazione delle colonie (B. D.Agostino, 1985). In sostanza, i contatti tra il mondo greco e gli indigeni in epoca anteriore, sono da ascriversi ad iniziative individuali di mercanti, sul modello dell’emporia comune anche ai Fenici (B. D.Agostino, l- c.), mentre la fondazione di colonie corrisponde ad un disegno politico, di cui sono testimonianza concreta il loro assetto giuridico ed economico, come risulta evidente per la fondazione della colonia di Turi, dopo la distruzione di Sibari, riportata con dovizie di particolari da Diodoro Siculo nella Storia Universale.
L’adozione di uno schema geometrico che tende a segregare i campi coltivati da quelli incolti o destinati a pascolo (E. Sereni, 1987), è affidata a magistrati che operano in base ad un piano, come è stato possibile rilevare dalla Tavole di Eraclea, attraverso le quali Kaibel ha ricostruito la pianta delle terre di proprietà del tempio di Atena Polliade (E. Sereni, l. c.).
In realtà, sull’interpretazione delle cause della migrazione dei greci per fondare colonie fuori dalla madre patria, ha pesato molto un modello di emigrazione noto in epoca moderna e contemporanea, con il quale il modello greco non ha niente in comune, come hanno osservato Finley (1976) e Lepore (1978). Secondo Platone i coloni scaturiscono da una popolazione “divenuta eccedente in rapporto alla possibilità di alimentazione tratta dalla terra” (Leggi, 1967) oppure quando “accade anche che un intero partito di un solo stato sia costretto altrove in esilio per la dura necessità della lotta civile” (Platone, l. c.). Aristotele (Politica, 1973) aggiunge “la limitazione del numero dei cittadini, sul controllo delle nascite, sul mantenimento dei lotti familiari tramite l’adozione e sulla proibizione di alienare la proprietà terriera, in particolare i lotti attribuiti originariamente alla famiglia” (L. Cordano, 1985). In sostanza, “non si tratta di un numero eccessivo di abitanti, ma di un numero troppo grande di aventi diritto, rispetto alla disponibilità fondiaria” (L. Cordano, l. c.).
Quanto all’idoneità del territorio perché potesse sorgere una colonia greca o italiota, vale ricordare che Simeri e l’area attorno a Simeri, percorsa da due fiumi navigabili (Plinio il Vecchio, l. c.), era stata un luogo di traffici, se già nel 14°-13° sec. a.C. vi si lavorava il ferro e alla stessa epoca risalgono ritrovamenti di reperti ellenistici.
Questi contatti erano già iniziati nel XIII secolo a. C., quando le coste calabresi cominciavano a diventare meta di viaggiatori, Fenici e Greci.
Dei Fenici, prima delle guerre puniche, si hanno notizie certe in alcuni toponimi.
Il più noto è sicuramente “Botri”, che significa “fosso” o “burrone”, di cui Plinio riporta un solo toponimo ai piedi del Libano (Plinio il Vecchio, l. c.).
Botro è un toponimo in prossimità del Crocchio, Botricello il centro abitato che vi sorge attorno. Molto più ricca la toponomastica greca per la quale rinviamo alle opere di Gerald Rohlfs.
Il nome dei due torrenti, Scilotraco di Sellia, vicino al Simeri e Scilotraco di Rocca, vicino al Crocchio, ricordano l’antica abitudine di trasportare il legname proveniente dalla Sila.
Scilotraco significa, appunto, “portatore di legna” (G. Rohlfs, l. c.) e il termine deve avere una sua collocazione antica se dobbiamo credere a Strabone quando scrive che il legname “non presenta difficoltà di trasporto, né si trova lontano dai luoghi dove abbisogna, ma è facilmente trasportabile e lavorabile, grazie ai numerosi fiumi” (sta in C. Ampolo et al., 1989).
I motivi per cui si può ragionevolmente ritenere che l’area potesse avere interesse per i coloni greci o italioti sono tanti.
L’area risultava largamente trafficata da almeno 2 secoli prima della grande colonizzazione greca e i territori indicati nelle cronache, per essere territori costieri con un vasto entroterra pianeggiante e collocati lungo il corso di due fiumi navigabili (Semirus e Crotalus), non potevano sfuggire all’interesse dei coloni greci o dei coloni italioti;
Si chiamasse Trischene o in un altro modo, c’era spazio per una colonia ubicata in posizione felice tra Crotone e Palepoli Scolacium, a sua volta ubicata in prossimità di un altro fiume navigabile, il Carcinus (Corace).
Infine, è impensabile un vuoto antropico tra Skylletion-Scolacum e Crotone considerando che oltre che dal Semerus e dal Crotalo, il territorio è attraversato dal Thagines (Tacina), altro fiume navigabile.
Ma le conferme più importanti ci vengono dai ritrovamenti archologici.

Nel 1880, nel corso di scavi per la costruzione di una strada, in località “Donnumarcu” venne allo scoperto una tomba contenente “fibule di filo di ferro cilindrico girato a spirale, dei braccialetti, un anellino, delle catenelle, una cuspide di lancia e dei resti di ossa combuste” (M. Giovene, l. c.), mentre a Timpa delle Gallinelle fu rinvenuta una scure di bronzo e, probabilmente, altri oggetti andati perduti.
Sempre in “località Donnumarco, tra il 1881 e il 1884, furono scoperte altre tre tombe che, oltre al solito corredo, contenevano alcuni scarabei” (M. Giovene, l. c.).
Due degli scarabei ritrovati sono probabilmente di origine egizia e potrebbero essere stati oggetti di scambio nel corso di una Floralia o nelle attività di emporia.
Per concludere, se la pista di una città immaginata- a meno di ritrovamenti storico- letterari meritevoli di approfondimento- non può più essere ragionevolmente riproposta, resta la convinzione che i territori attorno al Simeri siano stati abitati da coloni greci a partire dalla grande colonizzazione o anche prima.
Per provarlo in via definitiva, al di là dei deboli indizi di cui disponiamo, sarebbe necessario ripartire con un lavoro di ricerca e di scavi che invece di dare corpo alle invenzioni, si muova sul terreno scientifico della ricerca storica e archeologica.

Bibliografia Alighieri, D. (2011), Inferno, Milano, Mondadori. Ristampa.
Aristotele (1973), Politica.Trattato sull’economia, Bari, Laterza.
Barberio, M. (1985), Da Uria a Mattia Preti, in Calabria Letteraria, n.10/11/12.
Berard, J, (1961), La Magna Grecia. Torino, Einaudi.
Biondetti, L. (1997), Dizionario di mitologia classica, Milano, Baldini & Castoldi.
Cordano, L. (1985), La fondazione delle colonie greche, in Magna Grecia, vol. I, Milano, Electa.
D’Agostino, B.(1985), I paesi greci di origine dei coloni e le loro relazioni con il Mediterraneo occidentale, sta in Magna Grecia, vol. I, Milano, Electa.
Diodoro Siculo (1991), Storia universale, Torriana, Orsa Maggiore.
Ferrari, A. (2008). Dizionario di mitologia, Milano, De Agostini.
Ferrari, U. (1971), Taverna in epoca bizantina, Archivio Storico per la Calabria e la Lucania.
Finley, M. I, (1974), Gli antichi greci, Torino, Einaudi.
Fiore, G. (1743), La Calabria illustrata.
Franconeri,G. (1891), Memorie storiche di Taverna, Catanzaro.
Galas, F. (1450), Cronica di Taverna composta per messer F. G. di S. Pietro nell’anno 1450, (manoscritto).
Giovene, M. (2000), Simeri e i suoi casali, Catanzaro, Vincenzo Ursini Editore.
Graves, R. (1983), I miti greci, Milano, Longanesi.
Lenormant, F. (1976), La Magna Grecia, 2° Vol., Chiaravalle C., Frama sud.
Lepore, E. (1978), La fioritura dell’aristocrazia e la nascita della polis, in Storia e civiltà dei Greci, vol.I, Milano, Bompiani.
Livio, Tito (1965), Storia di Roma, Bologna, Zanichelli.
Marafioti, F. (1601), Croniche e antichità di Calabria.
Minasi, G. (1896) Le Chiese di Calabria, Napoli, Lanciano e Pinto. Edizione anastatica, 1987, Oppido Mamertina, Barbaro.
Musti, D. (1989), Storia greca, Bari, Laterza.
Nola- Molise, G. B. (1649), Cronica dell’antichissima e nobilissima città di Crotone e della Magna Grecia, Napoli.
Omero (2010), Iliade, Milano, Mondadori. Ristampa.
Platone (1967), Opere, Bari, Laterza.
Plinio il Vecchio (1972), Storia Naturale, Libro III, pag. 96, Torino, Einaudi.
Rolhfs, G. (1974), Scavi linguistici nella Magna Grecia, Galatina, Congedo Editore.
Strauss, B. (2009), La guerra di Troia, Bari, Laterza.
Ughelli, F. (1743-1762), Italia sacra sive de Episcopis Italiae, Venezia.

 

Calabria: amministrative senza trasparenza

Share

I dati dei patrimoni degli eletti, in Calabria, continueranno a restare top secret

di Giuseppe Candido

 

A circa un anno dalle regionali del 2010 che proclamarono Giuseppe Scopelliti governatore della Regione, in Calabria si torna alle urne per le elezioni amministrative. La scadenza, com’è noto, riguarda importanti città: il capoluogo della regione, Catanzaro, la popolosa Cosenza, Crotone e Reggio Calabria, dove si voterà anche per eleggere il nuovo presidente della Provincia. Le elezioni riguarderanno, inoltre, altri 97 comuni.

Un articolo sulla legge regionale approvata a settembre del 2010

Ma di trasparenza, ancora, non se ne parla nemmeno. Dopo che per 28 anni, i patrimoni e gli interessi finanziari degli eletti al Consiglio Regionale calabrese (oltreché i finanziatori e le spese delle relative campagne elettorali) non sono mai stati resi pubblici, e dopo che la vicenda aveva conquistato le pagine dei quotidiani nazionali grazie alla firma di Sergio Rizzo, nel mese di settembre 2010 è stata adottata la legge regionale che, finalmente, dispone la presentazione e la pubblicazione. Purtroppo però, quella legge non obbliga né i presidenti di provincia, né i sindaci dei comuni Capoluogo o con popolazione superiore a 50.000 abitanti come già prevede la legge nazionale, a fare lo stesso.

Prendiamo ad esempio il comune di Catanzaro dove a maggio si voterà per eleggere il sindaco. Stante la legge nazionale preveda la presentazione e la pubblicazione dei dati patrimoniali da oltre 28 anni anche per i Sindaci e gli assessori comunali, poiché però la leggina regionale approvata in fretta e furia a fine estate dispone la pubblicazione per i consiglieri regionali ma, ahi noi (tranquilli loro), non prevede nulla né per i sindaci degli importanti comuni né per i presidenti di provincia, la partitocrazia locale può stare tranquilla. I loro dati patrimoniali che, se resi pubblici, potrebbero smascherare anticipatamente interessi finanziari occulti, quei dati che potrebbero dimostrare se un politico che si candida di nuovo, nei cinque anni di mandato precedente, ha (o meno) incrementato i suoi redditi e i suoi interessi finanziari, tutti quei dati, in Calabria, continueranno a restare top secret. E la trasparenza rimane un’utopia di qualche radicale. E ciò nonostante la legge nazionale dica chiaramente, dal 1982, che tutti i cittadini hanno il diritto di conoscerli. Non tutti i mali vengono per nuocere però. Paradossalmente, grazie ad un’altra leggina “vergogna”, tutta calabrese, che consente ai nostri consiglieri regionali (e solo ai nostri) di candidarsi come sindaci e come presidenti di province, abolendo il divieto di cumulo di cariche, potremmo almeno conoscere i redditi di quei consiglieri regionali che si candidano già pronti a ricoprire la doppia poltrona.

 

L’Aquila sia da monito: adeguare il patrimonio edilizio al rischio sismico

Share

di Giuseppe Candido

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, un sisma di Magnitudo 5.8 della scala Richter devastò l’Aquila, Onna, Paganica e altri piccoli centri della Provincia aquilana. Il terremoto distruggeva l’Aquila e il suo tessuto economico e sociale. Ancora una volta, la mancata prevenzione, l’edilizia fuori norma, l’elusione di controlli e procedure hanno trasformato un evento naturale nella catastrofe che si è offerta agli occhi degli italiani. A due anni da quel terremoto, e guardando i tempi con cui i giapponesi ricostruiscono le strade, qualche domanda sulla ricostruzione è normale. Berlusconi e Bertolaso sventolarono subito le bandiere della celerità. Ma nonostante i proclami e le passerelle televisive, la ricostruzione è proceduta a rilento ed oggi, 37mila aquilani sono ancora sfollati. Ma oltre alle polemiche sulla ricostruzione è chiaro che, se non cambieremo modo di affrontare il problema, ogni terremoto rischia di diventare una catastrofe in termini di vite umane. Il Giappone dovrebbe offrirci spunti di riflessione non soltanto sul nucleare ma anche sul fatto che, per difendersi dai terremoti, l’unica strada è quella di costruire con tecnologie antisismiche adeguate. Nonostante sia stato uno dei terremoti più forti che i sismografi abbiano mai registrato, quello del Giappone ha causato, se si escludono quelli dello tsunami e della conseguente catastrofe nucleare, relativamente pochi danni. Un terremoto di quella stessa intensità che colpisse l’Italia raderebbe al suolo tutto. Non è mai il terremoto che ti uccide ma la casa che ti crolla in testa. Il rischio sismico è sempre il prodotto dell’evento calamitoso che può verificarsi in una data zona e la vulnerabilità sismica degli edifici che in quella zona sono presenti. È chiaro che anche un forte sisma che avvenga in un’area dove i palazzi e le strutture sono ben costruite, avrà un basso rischio di fare vittime. Li, a Tokyo, l’11 marzo i grattacieli hanno oscillato vertiginosamente ma sono rimasti in piedi, in Calabria invece sarebbero state rase al suolo non soltanto le private abitazioni ma anche ospedali, scuole, prefetture ed altri edifici pubblici. Non dimentichiamo che fu la stessa protezione civile che già nel 1999, quand’era guidata dal dott. Franco Barberi, ad eseguire il censimento della vulnerabilità sismica degli edifici pubblici di alcune regioni tra cui l’Abruzzo e la Calabria.

Protezione Civile - CNR GNDT - Edifici pubblici nella Regione Calabria

 

A l’Aquila, due anni fa, sono venuti giù proprio quegli edifici pubblici che erano stati censiti come ad elevata vulnerabilità sismica. In Calabria, il 65% del patrimonio edilizio pubblico è classificato, in quel censimento, come ad elevata o molto elevata vulnerabilità sismica. Negli ultimi cento anni la Calabria ha tremato molte volte: nel 1905 a Reggio Calabria un terremoto di magnitudo del 7,9 grado Richter seguito, nel 1908 dal terremoto di Messina e Reggio Calabria del 7,2 grado Richter. Cosa aspettiamo, nella nostra Regione, per fare qualcosa? Che una prossima scossa devasti tutto? Prevenire è meglio che ricostruire. Perché, allora, non investire nell’adeguamento antisismico delle strutture pubbliche che ne avrebbero bisogno?

Mappa dell'intensità massima risentita in Italia - CNR GNDT

E’ inutile sottolineare che il colore rosso nella mappa indica i luoghi (tra cui Reggio Calabria) dove più alta è stata l’intensità massima risentita

Buon compleanno Italia!

Share

Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommen- surabili. Nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.

Giuseppe Garibaldi


 

Buona lettura

A 150 anni dell’Italia unita, Abolire la miseria della Calabria dopo il numero precedente dedica ancora il suo primo numero del 2011 alla storia del nostro Paese e al ruolo del Mezzogiorno nella costituzione dello stato unitario. Ancora una volta in copia omaggio gratuita con una tiratura di 10.000 copie grazie al contributo della Provincia di Catanzaro che sentitamente ringraziamo.

BUONA LETTURA

Berlino 1940, La convocazione

Share
IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA

Sabato 29 gennaio ore 18.30, al Caffè Letterario via Menniti Ippolito, 5/7 – Catanzaro incontro con Nadia Crucitti autrice di “Berlino 1940 La convocazione” (Città del Sole Edizioni)

***

La storia vera del regista tedesco VEIT HARLAN e del più famoso film antisemita JUD SÜSS

***

JUD SÜSS è considerato il capitolo più infame della cinematografia tedesca, il film che più di tutti ha rappresentato e diffuso la propaganda antisemita del regime nazista, definito dal giovane Michelangelo Antonioni “potente, incisivo, efficacissimo, ripreso in maniera impeccabile, fin troppo”.

Il romanzo di Nadia Crucitti racconta la storia del regista VEIT HARLAN, di un uomo e di una nazione che pensavano di poter vivere e creare, senza fare i conti con la Storia

In occasione della giornata della memoria, si terrà sabato 29 gennaio presso il Caffè Letterario di Catanzaro l’incontro con Nadia Crucitti, autrice del romanzo Berlino 1940. La convocazione, pubblicato da Città del Sole Edizioni.

Si tratta della storia vera di Veit Harlan regista cinematografico nella Germania nazista. Harlan non è antisemita, ma è convinto che l’artista possa creare rimanendo estraneo al suo tempo, senza subire condizionamenti politici e pesanti compromessi. Ormai famoso grazie alla sua vicinanza con il regime, di cui subisce un pesante fascino, per volere di Goebbels gira il film divenuto simbolo dell’antisemitismo, Jud Süss, vero e proprio strumento di propaganda della persecuzione contro gli ebrei. La storia del finanziare ebreo Suss Oppenheimer, realmente esistito nella prima metà del ‘700, colpevole di vari reati, viene ulteriormente incattivita dalla sceneggiatura voluta da Goebbels, per scatenare ancora di più l’odio razziale tra le SS e i membri della polizia.

Costretto di fatto a firmare la regia di un film nato per uno scopo politico, Harlan è ossessionato non dalla responsabilità morale, ma dall’eventualità di produrre un’opera di scarso valore artistico. Non solo il film ebbe una larghissima circolazione in tutta Europa, grazie al supporto del regime nazista, ma sedusse anche la critica e un giovane Michelangelo Antonioni che, al Festival di Venezia, lo definì “potente, incisivo, efficacissimo, ripreso in maniera impeccabile, fin troppo”.

“Harlan è vanesio e ambizioso, ma è un uomo come tanti – afferma Nadia Crucitti – La storia non la fanno i mostri, ma coloro che per opportunismo li seguono. Considero Harlan un colpevole, non tanto per il film, dato che allora gli sarebbe riuscito difficile rifiutare. È un colpevole perché dopo ha continuato ad essere asservito al potere di Hitler, pur avendo ormai capito. E anche dopo la guerra non ha mai dimostrato alcune contrizione”.

In questo romanzo si è voluto raccontare la storia di un uomo e di una nazione che preferirono, davanti all’instaurarsi di una dittatura che aveva già in sé i germi del sistema criminale, non vedere e non sentire, mettendo a tacere la propria coscienza ed evitando di scegliere. Ed è al contempo un bellissimo affresco della storia del cinema degli anni ’30 e ’40, in un periodo nel quale la sua potenza artistica e comunicativa si andava imponendo agli intellettuali e alle masse.

Nadia Crucitti (Reggio Calabria, 1955) ha esordito nel 1990 con la raccolta di racconti dal titolo Notti di luna bugiarda. Nel 1996 ha pubblicato con Mondadori il romanzo Casa Valpatri, vincitore del Premio “Cronaca familiare”, organizzato dal settimanale “Famiglia Cristiana”, e scelto da una giuria composta da: Giuseppe Bonaviri, Miriam Mafai, Ferruccio Parazzoli, Giuseppe Pontiggia, Carlo Sgorlon, Susanna Tamaro, Leonardo Zega. Autrice di racconti pubblicati da note riviste culturali (Tuttolibri, Cortocircuito), con questo romanzo inaugura la nuova collana di narrativa della Città del Sole Edizioni, Raggi, di cui è direttrice.

***

riceviamo e pubblichiamo la segnalazione per cura di:

Ufficio stampa Citta del Sole edizioni: Oriana Schembari, Via Ravagnese Sup. 60/A – Tel. 0965-644464 – Fax 0965-630176; www.cittadelsoledizioni.it – info@cittadelsoledizioni.it

Giornata della Memoria a Briatico

Share

di Franco Vallone

Per il Il 4 febbraio

Una giornata dedicata al ricordo della Shoah, un’occasione per celebrare il Giorno della Memoria (27 gennaio), anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, che si commemora ogni anno, un appuntamento fisso per tutti coloro che non intendono dimenticare la grande tragedia del secolo scorso. Quest’anno anche l’‘Amministrazione Comunale di Briatico ha organizzato, per venerdì 4 febbraio e presso l’aula magna del Centro di Formazione Professionale Anap Calabria, una interessante iniziativa celebrativa che non vuole avere soltanto una valenza di tipo commemorativo ma che, nei suoi intendimenti, vuole rileggere profondamente un periodo così tragico della storia e del passato. Il titolo scelto per il convegno di Briatico è : “Giornata della memoria, per non dimenticare”. L’evento storico culturale prevede la presenza di numerose autorità civili e religiose, tra gli altri sono attesi il vescovo della diocesi, mons. Luigi Renzo; il prefetto di Vibo Valentia, Luisa Latella; il questore di Vibo Valentia; il presidente dell’Amministrazione Provinciale Francesco De Nisi; il sindaco di Briatico, Francesco Prestia; di Tropea Adolfo Repice; di Parghelia, Maria Brosio; di Zambrone, Pasquale Landro; di Cessaniti, Nicola Altieri; il presidente del Consiglio del Nucleo Industriale di Vibo Valentia, Pippo Bonanno; il consigliere provinciale, Gianfranco La Torre e il senatore Francesco Bevilacqua. L’appuntamento è per le ore 9,30 con il saluto delle autorità presenti, alle ore 10.15 è invece prevista l’apertura ufficiale dei lavori del convegno da parte del presidente del Consiglio Comunale di Briatico, Carlo Staropoli e, a seguire, gli interventi dell’antropologo Luigi M. Lombardi Satriani; di Giancarlo Mancini, docente di storia della medicina presso l’Università di Tor Vergata; di Galileo Violini, docente presso l’Università della Calabria e delegato dal rettore per i rapporti internazionali; di Alessandro Gaudio, docente di letteratura italiana presso l’Unical; del consigliere regionale Alfonsino Grillo e dell’assessore Regionale alla Cultura, Mario Caligiuri. A moderare i lavori il docente di storia e filosofia, Tommaso Fiamingo. Durante la giornata, sempre nei locali dell’Anap Calabria, verrà allestita una mostra di arti visive degli allievi del Liceo Artistico di Vibo Valentia, coordinati dal docente Giancarlo Staropoli.

LA CHIESA CALABRESE SI INTERROGA SULLA SANITA’

Share

Un rinnovato impegno delle Chiese locali per la salute in Calabria

Venerdì 28 e sabato 29 gennaio 2011 a Falerna Lido un nuovo convegno regionale

Il 26 una conferenza stampa a Cosenza per presentare l’evento ufficialmente

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Quest’anno le Caritas diocesane della Calabria, unitamente all’Ufficio della Pastorale della salute, danno appuntamento alla fine di gennaio, per l’annuale convegno regionale su un tema sociale particolarmente interessante ed attuale: l’assise ecclesiale si terrà a Falerna Lido per ascoltare, osservare e discernere sulla sanità calabrese. Da venerdi 28 a sabato 29 gennaio 2011 il tema verrà dibattuto in tre distinte sessioni di lavoro ed avrà come titolo: «Un rinnovato impegno delle Chiese locali per la salute in Calabria».

Nella mattinata di venerdì 28 gennaio, dopo i saluti del presidente della Conferenza Episcopale Calabra mons. Vittorio Mondello, ci sarà la prima sessione sul tema La salute in Calabria tra realtà e prospettive introdotta e moderata dal delegato regionale Caritas don Ennio Stamile. Due le relazioni: quella del sub commissario al Piano di rientro della Regione Calabria Luciano Pezzi su “Piano di rientro e federalismo” e quella del prof. Renato Guzzardi (docente all’Unical e presidente del Nucleo di valutazione dell’Azienda ospedaliera universitaria di Salerno) su “La centralità della persona tra governo clinico e governo economico”.

Nel pomeriggio la seconda sessione moderata da don Giacomo Panizza (condirettore della Caritas diocesana di Lamezia Terme) Sulle sfide e le profezie della comunità ecclesiale per una rinnovata pastorale della salute. Due le relazioni la prima di don Antonio Martello su “Un nuovo approccio alla pastorale della salute”, la seconda di Lidia Pecoriello (responsabile delle cure palliative dell’ASP di Cosenza) su “La fragilità educa all’ascolto, alla cura, all’impegno”. La prima giornata si concluderà con i lavori dei gruppi di studio.

Sabato 29 gennaio la terza ed ultima sessione dall’impegnativo titolo Salute: un piano di rientro anche per la Chiesa? e vedrà confrontarsi in una tavola rotonda, introdotta e moderata dal direttore dell’Ufficio regionale della Pastorale della salute dei vescovi calabresi, don Antonio Martello, esponenti del mondo del volontariato, della professione medica e della politica. Per il volontariato Roberto Petrolino (direttore delle comunità d’accoglienza della diocesi di Reggio Calabria-Bova) che affronterà il problema “Il dolore inabitato: la fragilità mentale”; Danilo Ferigo (responsabile regionale dell’AVO) racconterà l’esperienza del “volontariato ospedaliero”, Annamaria Mancini (primario di rianimazione all’Ospedale di Lamezia Terme) parlerà su “Più salute uguale più dignità” e il consigliere regionale Salvatore Magarò (presidente della Commissione contro il fenomeno della mafia della Regione Calabria) illustrerà le “Infiltrazioni criminali nella sanità calabrese”. Dopo la tavola rotonda, le comunicazioni dei gruppi di studio e le considerazioni conclusive affidate al vescovo mons. Luigi Cantafora presidente della Commissione CEC sulla Caritas e la Pastorale della salute.

Per presentare agli organi di informazione il convegno e i temi in discussione è stata organizzata una conferenza stampa che si terrà mercoledi 26 gennaio 2011 con inizio alle ore 11 a Cosenza.
Significativamente è stato scelto quale luogo dove tenere la conferenza stampa, l’istituto delle Suore Minime della Passione, fondate da madre Elena Aiello, in via dei Martiri a Cosenza Casale.

Sempre compatibili a cumulare cariche, mai a rendere pubblici quei dati patrimoniali

Share

di Giuseppe Candido

Illustrazione di Dorianao
Illustrazione di Dorianao pubblicata da Il Fatto Quotidiano mercoledì 12 gennaio 2011

Patrimoni ancora “segreti” e politici calabresi sempre “compatibili” con più cariche elettive.

***

Nicola Adamo (ex PD) e Peppe Bova (ex PD) potranno tranquillamente candidarsi pure come sindaci, a Cosenza e Reggio Calabria rispettivamente, senza doversi dimettere, ovviamente, dalla carica di Consiglieri regionali. Non soltanto loro, ovviamente.

La Casta calabrese torna a far notizia sulle pagine dei quotidiani nazionali. In prima pagina de il Fatto quotidiano il richiamo non permette equivoci: “La Calabria cancella la legge contro chi cumula gli incarichi”. Ancora più chiaro è il titolo dell’articolo di Enrico Fierro: “In Calabria si può fare di tutto”. Dopo essere stati sbeffeggiati dalla penna di Sergio Rizzo che aveva “scoperto” che per 28 anni i patrimoni e gli interessi finanziari dei politici calabresi sono rimasti segreti e inconoscibili dai cittadini contrariamente a quanto previsto già dal 1982 dalla normativa nazionale, oggi a far di nuovo notizia è la vergognosa norma approvata dal Consiglio regionale, a ridosso tra Natale e Capodanno e che, in deroga a quanto previsto dalla legge 154 del 1981 e dal d.lgs. N°267 del 2000, ha previsto che le cariche di Presidente e Assessore della Giunta provinciale nonché quelle di Sindaco e Assessore comunale dei comuni compresi nel territorio della Regione, sono compatibili con la carica di Consigliere regionale.

La vignetta di Doriano che illustra l’articolo è emblematica: il politico calabrese, a differenza dei suoi omologhi di altre regioni, è rappresentato “gigante” e con un deretano spaventosamente grande, capace di occupare contemporaneamente almeno tre poltrone. Esilarante se non fosse che stiamo parlando della deroga ad una norma concepita per evitare che si possa ingrossare ed ingigantire il sistema già pachiderma delle clientele nostrane.

A presentare, durante la discussione della finanziaria regionale, la norma “vergogna” sono stati i Consiglieri regionali Nicola Adamo e Peppe Bova, entrambi “ex” del Pd, ma è subito piaciuta, come fa notare il giornalista, anche al PdL che si è guardato bene dal respingerla pur avendo a disposizione un’ampia maggioranza. Tutti compatibili, anche il consigliere regionale Gianluca Gallo (Udc), già sindaco dell’importante comune di Cassano Jonico, potrà ora dormire sonni tranquilli conservando la doppia poltrona. “Vogliamo essere giudicati da ciò che facciamo, da come governiamo” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Regionale Francesco Talarico rispondendo alle critiche.

Come se questo tipo di scelte non fosse giudicato dagli elettori. Come se tutto fosse normale, come si trattasse di un tema eticamente sensibile, il Governatore Scopelliti ha lasciato ai suoi “libertà di coscienza”. Come se questo tipo di deroghe che la “Casta” fa a se stessa non contribuisca ad incrementare il sentimento di antipolitica che c’è nella gente comune che tutte le mattine si alza alle sei per andare a lavorare.

Ma forse è vero: in Calabria si può fare di tutto. E mentre aspettiamo ancora, e da 28 anni, di poter conoscere i dati patrimoniali e gli interessi finanziari di politici e amministratori calabresi che, a partire da quelli di comuni con più di 50.000 abitanti, dovrebbero già essere pubblici e disponibili a tutti i cittadini, scopriamo che gli stessi politici potranno essere in più posti contemporaneamente, cumulando cariche e prebende, indennità e rimborsi oltreché, ovviamente, il potere di “controllo ferreo del voto”. Ubiquità? Forse.

Qualche gruppo politico ora annuncia di voler raccogliere le firme per un referendum, ma sapendo come vanno a finire questi ultimi forse c’è poco da sperare …