Giornalisti: sotto scorta l’autore dello scoop sull’inchino a Oppido

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L’Ordine dei Giornalisti della Calabria: inquietante che un giornalista sia costretto vivere e lavorare sotto scorta

Il caso di Michele Albanese punta dell’iceberg delle difficoltà in cui operano tanti colleghi
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“E’ davvero inquietante il fatto che un giornalista sia costretto a muoversi su un’auto blindata e con due uomini di scorta. Accade a Michele Albanese, giornalista del ‘Quotidiano del Sud’, autore dello scoop sull’inchino della statua della Madonna delle Grazie davanti alla casa di un boss ad Oppido Mamertina”. Lo afferma il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, Giuseppe Soluri. “Le organizzazioni criminali dell’area di Gioia Tauro -aggiunge Soluri- ‘attenzionano’ da tempo Michele Albanese se è vero come è vero che ha subito intimidazioni e minacce di vario genere. Intimidazioni e minacce evidentemente assai serie se il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Reggio Calabria ha ritenuto di assegnargli una tutela di terzo livello. Significa che gli elementi di cui magistrati e forze dell’ordine dispongono vanno inequivocabilmente in una direzione: Michele Albanese è a rischio. Il fatto sottolinea in maniera plastica -afferma ancora il Presidente dell’OdG- le condizioni di difficoltà e di pericolo in cui operano tanti colleghi calabresi, in particolare quelli che si occupano di cronaca giudiziaria o che sono impegnati nel giornalismo d’inchiesta. Innumerevoli i casi di minacce e di intimidazioni, ma non si era finora mai arrivati ad un livello di allarme tanto preoccupante da determinare la necessità di mettere sotto scorta l’interessato. Nel ringraziare il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Reggio Calabria, i vertici delle forze dell’ordine ed il Procuratore di Reggio, Cafiero De Raho, per la tempestività e la sensibilità con cui hanno affrontato e risolto il problema della sicurezza del collega, il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria esprime la massima solidarietà possibile a Michele Albanese. Vivere sotto scorta, infatti, non è certo un privilegio; è invece un fatto che sconvolge i normali ritmi di vita, crea allarme e tensione, impedisce di lavorare con serenità, determina preoccupazione ed ansia tra i familiari. Siamo sicuri -conclude Giuseppe Soluri- che Michele Albanese, giornalista serio, scrupoloso, bravo e coraggioso, avrà comunque la forza e la capacità di vivere questa fase come un ulteriore sprone per amplificare, se possibile, il suo impegno nella ricerca della verità e nella denuncia di fatti che offendono la coscienza civile e sociale di tutti i calabresi onesti”.

Se la povertà dilaga serve abolire la miseria

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“False partenze” è il titolo del nuovo rapporto (2014) della Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale; è stato scelto perché, è spiegato in premessa, il precedente rapporto era intitolato “I ripartenti”, ma poiché la ripresa dalla crisi non c’è stata, anzi, il titolo “false partenze” è quello che meglio esplicita la situazione, drammatica, del Paese.
Raddoppiati in un lustro i poveri. Quattro milioni e 800 mila (8% circa della popolazione) nel 2012 contro i due milioni e 400mila (4,1%) nel 2007. E anche la “povertà assoluta” è aumentata. Per l’organismo della Cei, l’incremento degli indigenti totali presenta segnali ancor più allarmanti se analizzato a livello territoriale: se al Nord i poveri assoluti passano dal 3,3% al 6,4% del totale e al Centro fra il 2,8% e il 5,7%, al Sud il dramma raggiungeva il 6% nel 2007 arrivando all’11,3% nel 2012.
Ha stramaledettamente ragione, quindi, il direttore del Garantista Piero Sansonetti a scrivere, nel suo editoriale di sabato 12 luglio, che i dati della Caritas rappresentano una “frustata in faccia” alla politica e alla classe dirigente di questo Paese e che la sua abolizione sarebbe la vera riforma.

Vivere sotto la soglia di povertà assoluta significa non avere livelli nutrizionali adeguati, non riuscire a vivere in un’abitazione dotata di acqua calda ed energia, non potersi vestire decentemente, ma anche non potersi ageguatamente curare.
La Caritas ha spiegato che, chi si trova in tale condizione, non può sostenere le spese minime necessarie per beni e servizi essenziali e quindi non ha uno standard di vita accettabile.
C’è quindi il rischio concreto che questa povertà dilaghi in miseria. Quando la crisi è a uno stadio così avanzato e quando abbiamo 4 milioni e 800mila poveri e quando l’11% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, è evidente che la riforma delle riforme, la priorità assoluta, dovrebbe essere proprio quella di abolire la miseria di così larghe fasce di popolazione.

Papa Francesco, durante il messaggio per la Quaresima aveva ricordato che «la miseria non coincide con la povertà» perché, ha detto, «la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza».
Il Pontefice evidenziava tre tipi di miseria: materiale, morale e spirituale.
La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana. E’ la miseria che oggi maggiormente dilaga. Poi c’è quella morale che «consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato». Molte persone, ha aggiunto, sono costrette a queste miserie da condizioni sociali ingiuste, dalla «mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa».
Anzi « in questi casi — scrive il Pontefice — la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente».
Ma ha ricordato che proprio questa miseria morale diventa «causa di rovina economica».

Detta differenza tra povertà e miseria veniva resa evidente nel volume Abolire la miseria (scritto nel 1942, pubblicato nel 1946), nelle cui pagine Ernesto Rossi scriveva che la cosa più intollerabile dei “regimi individiulistici” è

“La miseria di larghi strati di popolazione, in stridente contrasto con l’opulenza di pochi privilegiati, lo sperpero di tante energie umane e di tante risorse materiali per soddisfare la vanità ed i futili capricci di chi si presenta sul mercato con una maggiore capacità di acquisto, il parassitismo di chi vive senza lavorare”.
Per Ernesto Rossi, infatti, “La pecca maggiore dei regimi individualistici, quali si sono storicamente realizzati finora è, …, la miseria degli ultimi strati della popolazione. La condizione delle classi povere, anche nei paesi più progrediti economicamente, è talmente ripugnante alla nostra coscienza morale, ed è così contraria al nostro ideale di civiltà che, se ci trovassimo davanti all’alternativa di accettare tali regimi, così come sono, o di passare a regimi comunistici, in cui la regolamentazione dal centro di tutta la vita economica e il lavoro obbligatorio permettessero una distribuzione egualitaria del reddito sociale, saremmo molto incerti quale preferire, nonostante la nostra ferma convinzione che i regimi comunistici sarebbero necessariamente meno produttivi e potrebbero essere realizzati solo attraverso una tirannide burocratica”.

La povertà sconfina in miseria culturale, in rassegnazione al potente e al potere. Ne discende una società clientelare, un modello individualistico di società in cui ci dimentica l’assenza di sussidi universali. Povertà genera miseria.
E la miseria, ricordava Ernesto Rossi, è una malattia infetttiva.
La povertà, oltre a provocare conseguenze rovinose sul fisico delle persone che ne sono colpite, ha effetti ancora più disastrosi sul loro morale e sull’ambiente in cui vivono.

Fondate sul pragmatismo anglosassone del piano Baveridge, primo sistema di Stato sociale realizzato in Inghilterra e costituito sulla cultura della solidarietà, le proposte contenute nel lavoro di Ernesto Rossi scritte dal confino a Ventotene sono oggi di scottante attualità: in esse si rintracciano e si coniugano concetti di Stato sociale che non riusciamo a realizzare, di mercato del lavoro, di struttura del salario, di dinamica occupazionale e di riorganizzazione della scuola pubblica statale.
Per abolire la miseria, “l’assistenza non dovrebbe diminuire il senso di dignità e di responsabilità delle persone soccorse”.

“La carità privata”, scriveva Rossi, “può servire alle persone religiose per guadagnarsi il paradiso, ma certamente non constitusce un rimedio alla miseria”. E, val la pena ricordarlo, nel progetto per abolire la miseria, “non si deve permettere che i soccorsi vengano sperperati in consumi voluttuari o socialmente riprorevoli, lasciando insoddisfatti i più elementari diritti della vita civile”.

Il concetto centrale, quindi, era garantire a tutti coloro che ne facevano richiesta, beni e servizi alla persona necessari alla vita: lo Stato avrebbe dovuto garantire il cibo, la casa, gli abiti, il mobilio di base. E anche un minimo di salario percepito, però, non come carità, ma ricevuto come diritto, perché ciascuno lo avrebbe acquisito prestando due o tre anni di “servizio del lavoro” obligatorio per tutti, uomini e donne in età giovanile.
Un “esercito del lavoro” per fornire servizi in natura, un sistema di prestazioni gratuite a cui sarebbero stati obbligati tutti i cittadini per una frazione della loro vita.
Quando di materie prime, invece, ce ne sono e quando di persone da impiegare ce ne sono tante, rilanciare la crescita per abolire la miseria non soltanto non è impossibile, ma dovrebbe divenire la priorità per tutti la priorità.
Altro ché la riforma del Senato per trasformarlo in un carrozone di nominati.
Quel volume, abolire la miseria, rappresenta un’analisi attuale e una proposta ancora valida; parla di istruzione pubblica, parla di servizio civile e parla di reddito di sussitenza dato non a sussidio caritatevole o mantenendo aziende improduttive, ma chiedendo ai giovani, in cambio, il lavoro per progetti socialmente utili.
In pratica, i giovani terminata la loro preparazione scolastica sarebbero stati obbligati, anziché alla leva militariasta, a prestare il loro servizio in questo esercito del lavoro che, quindi, diventava anche un modo di formare i giovani alla realtà lavorativa.
E il tutto doveva essere affiancato da una scuola a tutti accessibile (all’epoca ancora non lo era ancora) ma riformata e riorganizzata nel duplice aspetto di formazione della forza lavoro e di solidarietà sociale. Gli esami, sosteneva Rossi, non si sarebbero dovuti fare all’uscita, ma all’ingresso di ogni ciclo scolastico per accertare che il candidato avesse competenze e conoscenze per trarre profitto da quel ciclo di insegnamento scelto. E, abolendo il titolo di studio, per Rossi, si sarebbe elminato l’annoso e ancora attuale equivoco per cui i giovani, molto spesso, vanno a scuola non per imparare ma per prendere il diploma, un pezzo di carta.
Altro che riforma del Sentato, altro che riforma elettorale. Bisogna ridare la speranza. Credo che se per il Paese e, in particolare, per il Mezzogiorno non si avrà il coraggio di intervenire subito il rischio è che la povertà fotografata dalla Caritas dilaghi, come già accade in Calabria da qualche lustro, in miseria culturale, trasformandosi per l’intero Paese in mancanza di una prospettiva di riscatto sociale, in quella miseria morale che, come dice Papa Francesco, non lascia spazio alla speranza.

Federico e Candido (Radicali): “Chi consuma l’ambiente paghi. Meno tasse a lavoro e imprese!”. Sabato 19 luglio conferenza stampa

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Anche in Calabria, sabato 19 luglio 2014 sarà presentata la campagna #MenoInquinoMenoPago di Radicali Italiani e Legambiente presso la Sala Concerti del Comune di Catanzaro e, in anteprima nazionale, sarà illustrata la relativa petizione parlamentare contenente una proposta di legge.

“Meno inquino, meno pago” – come abbiamo già detto in altri articoli – è il nome della campagna di Radicali Italiani e Legambiente che sarà presentata sabato 19 luglio alle ore 11.00, con una conferenza stampa presso la Sala Concerti del Comune di Catanzaro in via Iannoni. Alla conferenza stampa saranno presenti Valerio Federico, tesoriere nazionale di Radicali Italiani, Andrea Dominijanni, vice presidente Legambiente Calabria, Michele Governatori e Alessandro Massari, membri della direzione nazionale di Radicali Italiani, Giuseppe Candido, segretario associazione di volontariato culturale Non Mollare, militante del Partito Radicale e Antonio Giglio, consigliere comunale di Catanzaro del Partito Socialista Europeo e iscritto, con doppia tessera, al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transparito.

Il principio secondo il quale “chi inquina paga” è stato introdotto quarant’anni fa dall’OCSE, fatto proprio dal trattato costitutivo della Comunità Europea e presente nel protocollo di Kyoto, ma in Italia non viene rispettato. I Radicali e Legambiente propongono una riforma fiscale ecologica al fine non solo di tutelare l’ambiente ma anche per ridurre le tasse su redditi da lavoro e d’impresa.

Per la Calabria non bastano i soldi, serve una nuova classe dirigente

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Giuseppe Candido
pubblicato su Cronache del Garantista sabato 12 luglio 2014

L’Italia è finita se non riesce a dare lavoro ai giovani, ha detto domenica 6 luglio, Giorgio Napolitano; mentre il Papa, il giorno prima, aveva detto che “tornare a casa senza portare lo stipendio, senza pane per la famiglia, annienta la dignità delle persone”.
Dalle colonne delle Cronache del Garantista, il direttore Sansonetti rilancia dicendo, in sostanza, che per la Calabria con la disoccupazione al 60% “sereve un nuovo piano Roosvelt”, un piano di investimenti per rilanciare la Regione e l’intero mezzogiorno perché, scrive Sansonetti, “l’Italia può agganciare la ripresa solo se parte dal Sud”. Il modo per affrontare “questo dramma”, scrive il giornalista, è quello di “varare un gigantesco piano di investimenti al Sud”, come quello americano degli anni ’30 messo in atto da Roosvelt: cinquecento miliardi per annullare il gap di infrastrutture tra Nord e Sud. Investire i soldi dello Stato per rilanciare l’impresa e l’economia. Verissimo. Ma sarebbe la stessa cosa per la Calabria e il Mezzogiorno?
La Calabria, nei prossimi anni, dovrà gestire e spendere, attraverso il POR 2014-2020, circa 11 miliardi di euro; il 50% dei fondi comunitari previsti per le cinque regioni Obiettivo1.

Soldi che, se ossero spesi bene, basterebbero a ricostruire la regione ex novo. Purtroppo, però, come tristemente ci dicono i dati ufficiali, il Sud spende, in media, soltanto la metà dei fondi europei a disposizione (il 48,3%, per la precisione) e, soprattutto, li spende male, in rivoli di progetti che spesso poco hanno di strutturale e di primario.
Di quasi due miliardi di euro del Programma Operativo Regionale (POR 2007-2013) relativi al “Fondo Europeo di Sviluppo Regionale” (FESR), in Calabria, a febbraio 2014, la spesa certificata era di 729 milioni di euro.

Lo scorso 17 marzo, l’On.le Giacomo Mancini, assessore al Bilancio della giunta Scopelliti dal 2010, ha tracciato un bilancio dei fondi 2007/2013 annunciando, guarda caso, di non voler più ripetere gli errori del passato.
Per questo, si leggeva sui quotidiani locali, sarà introdotto “un percorso di discontinuità nella programmazione dei fondi europei”.
Ecco, ciò che serve alla Calabria è un po’ di discontinuità col passato. Dopo aver governato ben quattro delle sette annualità del POR Calabria 2007-2013, quelcuno almeno si rende conto che c’è bisogno di discontinuità.
In effetti, il 14 luglio dell’estate scorsa, Enrico Marro e Valentina Santarpia, pubblicarono sul Corriere della Sera, proprio su questo tema dei fondi comunitari, un articolo dal titolo assai eloquente: “Fondi UE, l’Italia spende poco e male. Ora si rischia di perdere 5 miliardi”.
Si parlava di un tesoretto di trenta miliardi che, con questi chiari di luna, è allucinante che ancora non fosse stato speso in porgetti adeguati.

Alla data cui si riferiva l’articolo, secondo i giornalisti, c’erano “17 miliardi di euro di fondi europei assegnati all’Italia” ai quali si aggiungevano “13 miliardi di cofinanziamenti nazionali, per un totale appunto di 30 miliardi che possono, anzi debbono, essere spesi entro il dicembre 2015, altrimenti Bruxelles i soldi se li tiene e li dà a qualche Paese più sveglio”.
Tant’è che l’ex governo presieduto da Enrico Letta, in un primo momento, aveva persino pensato di dirottare quel tesoretto su lavoro e povertà.
Purtroppo, o forse per fortuna, quei soldi che ora si rischia di perdere, sono vincolati per “interventi strutturali” e non possono essere utilizzati per “tamponare la congiuntura economica”.
In pratica, i trenta miliardi di cui parlavano i due giornalisti sono ciò che restava dei 49,5 miliardi di fondi UE assegnati all’Italia per il settennato 2007/2013. “Entro quest’anno vanno tutti assegnati e poi c’è tempo fino al dicembre 2015 per spenderli”, scrivevano a chiare lettere.

Ma, – notavano ancora gli autori – “i 20 miliardi finora spesi hanno performance diverse”.
Il Centro-Nord, infatti, ha speso il 49% delle somme a sua disposizione mentre il Sud il 36%; e peggio della Calabria, riesce a fare solo la Campania che dei fondi a disposizione aveva speso il 30,3%.

E’ da questi numeri che appare evidente l’incapacità delle classi dirigenti del Mezzogiorno. Nell’inchiesta emergeva chiaramente in quali regioni si spendono male i soldi e, la Calabria, non spiccava in positivo, anzi.
Per fare solo “qualche esempio”, i giornalisti ricordavano come, “Tra fondi Ue e nazionali abbiamo già dovuto ridimensionare il miliardo disponibile per i cosiddetti «attrattori culturali» (progetti riguardanti arte e cultura) ancora una volta nelle tre regioni maglia nera (Calabria, Sicilia, Campania) con l’aggiunta della Puglia”.

E anche sul “come” i soldi europei finora sono stati spesi, c’è da notare che i tantissimi “micro progetti” finanziati nei più fantasiosi settori (9.994,70 euro per la «Giostra del castrato» di Longobucco (Cosenza) 2009; 7.600 euro la Festa dell’uva a Catanzaro del 2011; 14.026,50 euro per «Le conversazioni del Venerdì» a Vibo Valentia nel 2010), si scontrano, cozzano decisamente, con quella «concentrazione delle risorse su pochi obiettivi ritenuti prioritari», più volte invocata dall’ex commissario Hahn e che anche il semplice buon senso pretenderebbe.

In Calabria avremmo straordinari obiettivi prioritari da centrare: in primis, la situazione dei rifiuti, che vede ancora la regione, dopo 15 anni di commissariamento dal ’97 al 2013 e un’emergenza mai finita, una regione priva di impianti idonei a produrre cdr, priva di discariche di servizio per detti impianti perché stracolme e con una raccolta differenziata, salvo poche eccezioni, assolutamente inadeguata. Altro obbiettivo “prioritario” è sicuramente la bonifica dei tantissimi siti regionali inquinati (sono oltre 600) ma che non sono siti di interesse nazionale; tra gli obiettivi prioritari per questa regione sarebbero sicuramente da individuare il risanamento del dissesto idrogeologico e il monitoraggio delle aree a rischio frana e alluvione; e potremmo inserire persino un piano di adeguamento strutturale degli edifici pubblici ad alta vulnerabilità sismica censiti come tali già dal 1999 da uno studio di protezione civile rimasto lì. Di obbiettivi prioritari, la Calabria, ne ha sicuramente. Sono obbiettivi, tutti, in grado di innescare lavoro e occupazione.
Per la Calabria servirebbe un piano ecologico nazionale, di stampo post keynesiano, con interventi pubblici mirati, senza timore di far crescere il debito pubblico con politiche che non sarebbero affatto delle spese, non sarebbero sprechi, ma dei veri investimenti utili a risparmiare in ricostruzioni, in gestione dell’emergenza e, soprattuto, utili a evitare continue stragi di popoli. Un piano ecologico d’interventi pubblici che rilanci l’economia proprio attraverso quelle necessarie e urgenti opere di messa in sicurezza idrogeologica, sismica, vulcanica del territorio oltreché di bonifica ambientale. Il censimento della vulnerabilità sismica, realizzato con progetti di pubblica utilità, l’adeguamento antisismico o la rottamazione dei fabbricati “spazzatura” non in grado di resistere alle scosse; un piano nazionale di bonifiche dei siti inquinati dai rifiuti e un piano di fito-depurazione integrativa, potrebbero rappresentare proposte di svolta radicale nelle politiche ecologiche in Calabria, ma non solo.
La domanda quindi non è tanto il ‘come’ spenderli né ‘dove’ trovare i soldi, ma piuttosto: la classe politica e dirigente calabrese sarà in grado di fare meglio rispetto ai disastri finora combinati?
Perché, come cittadini, dovremmo fidarci proprio di coloro che, finora, quei problemi non solo non li hanno risolti, e con anni di gestione commissariale, li hanno persino aggravati?

IL GIUSTIZIALISMO SERVE QUANDO MUOIONO GIUSTIZIA E STATO DI DIRITTO

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di Giuseppe Candido

L’On.le Angela Napoli, ex parlamentare PdL poi Futuro e Libertà, “alla luce degli ultimi fatti”, scrive testualmente su suo profilo di Facebook, si sente “molto preoccupata”. E cos’è che preoccupa l’Onorevole?

Per Angela Napoli,

 

Alcune sentenze delle Corti di Appello calabresi, le ultime sentenze della Cassazione su vicende giudiziarie calabresi e, anche se” – specifica “apparentemente sembrerebbe un’altra vicenda, l’uscita del quotidiano il Garantista, non possono che farmi pensare che sia in atto una forma di delegittimazione nei confronti di chi contrasta la ‘ndrangheta e le sue collusioni”.

Poi, intervistata da Davide Varì de il Garantista Calabria (pubblicata il 28 giugno 2014 su il Garantista a patina 4) aggiunge non solo di essere “giustizialista”, ma di pensare che “ogni forma di garantismo, almeno qui in Calabria, sia decisamente pericolosa”.

Beh io, invece, sono garantista. E anch’io, se volessimo dirla tutta, me ne vanto. Ma non credo che il problema sia questo: lo scontro tra giustizialisti e garantisti.
Il giustizialismo è necessario solo quando la Giustizia giusta fallisce e quando muore lo Stato di Diritto.

La giustizia nei confronti dell’individuo, fosse anche il più umile è tutto. Il resto viene dopo”, scriveva Gandhi.

Mentre Montesquieu, nei suoi aforismi, ricordava che “Giustizia ritardata è uguale a giustizia negata”. Ma andiamo con ordine.

Nessuno vuole essere minimamente tollerante coi mafiosi né con le famiglie di ‘ndrangheta, e nessuno pensa minimamente di delegittimare gli inquirenti che, nel silenzio, fanno il loro lavoro.

La giustizia muore, però, quando non arriva per tempo, oltre il diritto umano degli imputati ad avere un processo di durata ragionevole. Allora diventa necessario il giustizialismo e, conseguentemente, diventa regola la carcerazione preventiva perché si sa che non si arriverà a una sentenza definitiva di condanna. In quel caso viene addirittura la voglia di sospendere, come dice la Napoli “almeno qui in Calabria”, i diritti umani e i diritti costituzionali perché la Calabria è terra di ‘ndrangheta, terra di politica collusa e corrotta.
Il ministro Alfano, d’altronde, Ministro della Repubblica con un post si è letteralmente sostituito a una Corte d’Assise, a una Corte di Assise d’Appello e alla Cassazione: “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”. Punto.
Ma la giustizia cessa di essere giusta anche quando le persone detenute, anche quelle che i reati li hanno realmente commessi, sono ristrette in condizioni inumane e degradanti, tali da violare i diritti umani sanciti dalla nostra Costituzione e dalle Convenzioni europee; quando lo stato vìola quei diritti che, almeno in teoria, dovrebbero essere inviolabili cessa la Giustizia e, per contro, cresce la voglia di giustizialismo.
Vorrei ricordare all’On.le Angela Napoli che se, da un lato, Papa Francesco a Cassano ha scomunicato senz’appello chi opera nel male e nelle consorterie criminali di ogni tipo, ha anche detto, altrettanto chiaramente, durante l’Angelus del giorno dopo, che la tortura, da chiunque essa sia fatta, è un peccato mortale. E, aggiungo io, che forse intendeva dire anche quando a farlo è lo Stato in violazione delle sue stesse leggi.
E la giustizia “giusta”, quella vicino ai cittadini, muore letteralmente, come fu per Enzo Tortora e come avviene oggi per i tanti casi “Tortora” meno noti, quando i magistrati inquirenti possono tranquillamente fare inchieste a tutto campo, senza poi neanche avere i risultati sperati, ma usare tranquillamente la propria popolarità acquisita con le inchieste come trampolino di lancio per una propria candidatura in elezioni politiche o europee che siano.
Ecco, personalmente credo che, non solo in Calabria, ma anche in tutte le edicole d’Italia sia necessario avere un giornale “garantista” e, magari, anche uno “giustizialista”, quando vengono a mancare Giustizia e Stato di Diritto. E quando i cittadini non possono conoscere queste cose. E un giornale garantista, comunque, fa dire la propria anche al più accanito sostenitore del giustizialismo.
“Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo”, diceva saggiamente Voltaire, ricordandoci, però, che la civiltà di un Paese si misura proprio dalla civiltà delle sue prigioni.

Per completezza, di seguito riportiamo il post di Angela Napoli

 

La legge elettorale calabrese e il codice di buona condotta in materia elettorale

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In Calabria si è dovuto modificare la legge elettorale regionale perché i 50 consiglieri erano troppi (in base alla popolazione attuale devono essere al massimo 30), ma nei giorni scorsi il Consiglio regionale nella sua ultima seduta è andato ben oltre e ha approvato una legge elettorale per il rinnovo del prossimo Consiglio che non solo prevede uno stratosferico sbarramento al 15% fatto a posta per quei partiti che, vero similmente, correranno da soli fuori dalle coalizioni come potrebbe avvenire per il Movimento 5 Stelle, non soltanto istituisce l’anomala figura del consigliere regionale supplente, ma quel che è peggio che il tutto avviene diminuendo i collegi da 5 a soli tre coincidenti con le tre provincie di Cosenza, Catanzaro e Reggio. Il tutto condito da primarie obbligatorie per i partiti e per le coalizioni, ma che saranno fatte a spese delle casse regionali, o per meglio dire, dei cittadini calabresi. Una legge elettorale giustamente definita una “truffa” da più parti non solo dal M5S e che, quasi certamente, sarà impugnata dal Consiglio dei ministri proprio per l’eccessiva soglia di sbarramento e per l’anomala figura del consigliere supplente.
Dopo gli arresti di alcuni consiglieri regionali per voto di scambio, dopo l’inchiesta calabrese sui rimborsi erogati ai gruppi in Consiglio regionale che vede ben 44 dei 50 consiglieri sotto indagine per le spese folli (dai gratta e vinci alle tasse personali), con un presidente decaduto a causa di una condanna, certo in primo grado e non definitiva, ma a sei anni e con la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la maggioranza di centro destra che ha (s)governato la regione in questi anni, oggi vara una legge truffa che aumenta sensibilmente lo sbarramento contro il nuovo che avanza.
Senza contare che il “codice di buona condotta in materia elettorale” della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, adottato nella 52esima sessione plenaria della Commissione, a Venezia il 18-19 ottobre 2002 e recepito dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nella sessione del 2003, parla chiaramente che per essere elezioni democratiche il diritto elettorale non deve cambiare a meno di un anno dal voto.
Nel rapporto esplicativo del Codice si legge testualmente che “

La stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso; a tal punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare, che il diritto elettorale sia uno strumento che coloro che esercitano il potere manovrano a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio”.

E per essere chiara la Commissione aggiunge che:

“La necessità di garantire la stabilità, in effetti, non riguarda, tanto i principi fondamentali, la cui messa in causa formale è difficilmente immaginabile, quanto, alcune norme più precise del diritto elettorale, in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni. Questi tre elementi appaiono di sovente – a torto o a ragione – come determinanti per il risultato dello scrutinio, ed è opportuno evitare, non solamente le manipolazioni in favore del partito al potere, ma anche le stesse apparenze di manipolazioni.”

In Calabria, invece e a dispetto del Codice di buona condotta, a meno di 6 mesi dalle elezioni, si è cambiata la legge elettorale, si sono ridefiniti i collegi portandoli da 5 a 3, e pure la soglia di sbarramento è stata completamente stravolta e portata al 15% per le coalizioni.
Nel 1993, con un referendum gli italiani si erano espressi chiaramente a favore del sistema elettorale maggioritario. Allora si votò per l’abrogazione della legge elettorale per il Senato e introdurre il sistema maggioritario di tipo anglosassone. Su quasi 48 milioni di italiani andò a votare il 77% degli elettori e la percentuale dei favorevoli al sistema maggioritario fu bulgara: 82,7%!
Ma poi anche quel voto referendario – come spesso è accaduto in questo Paese – fu tradito dalla partitocrazia che approvò invece il Mattarellum che non solo prevedeva ancora che un quarto del parlamento venisse eletto con sistema proporzionale, ma che, mantenendo di fatto la supremazia dei partiti nelle liste proporzionali, consentiva di fatto di scegliere e quindi “nominare”, in ciascun collegio, il “rappresentante” dei partiti.
Noi Radicali siamo per l’uninominale maggioritario perché, come spesso ricorda Marco Pannella, “Uno che deve governare il proprio tempo e il proprio luogo, oggi, è uno che deve rispondere in correlazione importante non solo col mondo animale e quello vegetale, ma anche con quello minerale del sottosuolo, che è uno dei primi problemi”. Aggiungendo che: “Il sistema maggioritario uninominale è il migliore perché può rappresentare non solo l’eletto, ma il complesso, il contesto nel quale l’animale umano si pone, ma deve essercene coscienza e consapevolezza di questo”.
Se si vuole garantire questo tipo di rapporto tra eletto ed elettore, tra eletto e il territorio che esso rappresenta, il sistema elettorale più adatto è senz’altro il sistema uninominale maggioritario in collegi di piccole dimensioni, in maniera che dei candidati si conosca tutto, o come si dice, vita, morte e miracoli. Con un sistema del genere, tra l’altro, gli impresentabili sarebbero subito riconosciuti come tali e i candidati sostenuti da poteri strani che oggi, invece, fanno pesare le tante preferenze che riescono a controllare nei grandi collegi, certamente avrebbero minor spazio.
Per le elezioni del Consiglio Regionale della Calabria si è invece fatta l’ennesima schifezza. La legge rimane decisamente di tipo proporzionale con le preferenze da raccattare in grandi collegi, perché, appunto, i collegi sono stati diminuiti da 5 a 3, corrispondenti alle province, e quindi ingigantiti nel numero di elettori in modo che ad essere favoriti saranno proprio quei candidati sostenuti dalle consorterie locali.
Forse, per il bene della Calabria, si sarebbe potuto pensare a qualcosa di diverso, a una riforma elettorale differente che consentisse ai cittadini di conoscere e di scegliere i propri eletti sul territorio ma, al contempo, che evitasse quel mercimonio delle preferenze che, in Calabria, si trasforma troppo spesso in voto di scambio.
Il sistema elettorale che certo consentirebbe tutto questo, ne siamo convinti, è quello uninominale maggioritario. Anche per le elezioni regionali. I trenta consiglieri sarebbero candidati, con sistema maggioritario a turno unico (chi prende più voti sale) in altrettanti trenta piccoli collegi uninominali in cui dovrebbe essere suddiviso il territorio. Non tre collegi con un’enorme popolazione, ma trenta piccoli collegi.
Il risultato sarebbe duplice: da un lato, quello di limitare le consorterie criminali a contare di meno e solo in alcuni territori e, dall’altro, quello di avvicinare straordinariamente l’eletto all’elettore.
Nei singoli collegi dove ci si conosce e dove si conosce la vita e la storia personale di ciascuna persona, il piazzamento di candidati vicini ai poteri criminali organizzati, come oggi invece avviene, sarebbe assai limitato o, praticamente, impossibile.

Mina Welby (#radicali, ass. Coscioni): la zattera di Piero sbarca in Campidoglio

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Il registro dei testamenti biologici e la battaglia per la legalizzazione dell’eutanasia portata avanti dall’associazione Coscioni prosegue. Ieri è stato approvato per i cittadini della Capitale, il registro dei testamenti.
Mina Welby, che lo scorso anno è stata a Botricello (CZ) per lo stesso motivo, sentita telefonicamente, letteralmente non sta nella pelle: Piero, dice, ne sarebbe felicissimo! E aggiunge …

Stranamente mi ero vestita con una maglietta stile marinaio e un jeans che non mettevo da anni e che piacevano a lui. La mattina non sapevo che nel pomeriggio ci sarebbe stata la discussione.

Un’ottima notizia: il Consiglio comunale di Roma ha appena approvato questo pomeriggio la nostra delibera di iniziativa popolare relativa all’istituzione di un registro comunale per le disposizioni anticipate di trattamento.

E’ un fatto importante, il risultato della decennale campagna dei Radicali e dell’Associazione Luca Coscioni per il rispetto delle volontà individuali in materia di fine-vita. Era il 2009 quando con Beppino Englaro, Carlo Lizzani, Emma Bonino, Marco Pannella e Mario Staderini, consegnammo 8200 firme di cittadini romani, raccolte in soli due mesi, che chiedevano un registro dei testamenti biologici: ci sono voluti ben 5 anni per arrivare all’approvazione, a causa della violazione del Regolamento comunale. L’azione del Consigliere radicale Riccardo Magi è stata decisiva.

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Mina Welby a Botricello (CZ) incontra il Sindaco Giovanni Camastra

E’ ora tempo che il Parlamento italiano segua l’esempio dei Comuni (anche a Milano si è ottenuto grazie a una iniziativa popolare da noi promossa!) e calendarizzi immediatamente la PdL d’iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia e del testamento biologico che 70 mila cittadini hanno sottoscritto e che giace ignorata da oltre 9 mesi presso le Commissioni XII e II in attesa di calendarizzazione. L’esempio di Roma capitale servirà ora agli altri Comuni d’Italia che vogliano istituire il registro (al momento sono 200).

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Mina Welby, Marco Marchese ed Ernesto Biondi

L’Ordine dei Giornalisti della Calabria: “Inaccettabile atto intimidatorio nei confronti del collega Guido Scarpino”

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“Il grave atto intimidatorio consumato ai danni del collega Guido Scarpino, cui ignoti criminali hanno incendiato l’auto parcheggiata sotto l’abitazione, rappresenta l’ennesimo episodio del genere di cui è vittima un giornalista in Calabria. Il fatto è sintomatico delle condizioni di difficoltà ed anche di pericolo in cui tanti colleghi sono costretti ad operare nella nostra regione”.
E’ il commento del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, Giuseppe Soluri, al gesto criminale compiuto la scorsa notte a Paola. La vettura di Guido Scarpino, una Mercedes classe A, è stata cosparsa di liquido infiammabile e incendiata.
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Scarpino ha lavorato al quotidiano l’Ora della Calabria fino a quando, alcune settimane fa, il giornale ha cessato le pubblicazioni. Ora scrive su “Il garantista”, il nuovo quotidiano arrivato proprio oggi in edicola. “L’Ordine dei Giornalisti della Calabria -afferma ancora il presidente Soluri- nell’esprimere la più piena e convinta solidarietà al collega Scarpino chiede ad investigatori ed inquirenti il massimo sforzo possibile per individuare al più presto gli autori del gravissimo gesto ed invita tutte le forze sane di questa regione a battersi con sempre maggiore convinzione perché vengano affermati i principi della legalità, della democrazia e del rispetto per gli altri. Dal mondo del giornalismo -conclude Soluri- non ci saranno certo cedimenti e chi pensa di intimidire i giornalisti ricorrendo alla violenza sappia che non riuscirà a condizionare chi, con correttezza, professionalità e passione, esercita questa nostra difficile professione”.

Cannabis: Rita Bernardini (#Radicali) a Catanzaro per un convegno

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LaCura
La locandina

“Dall’illecito all’uso terapeutico della cannabis”.

E’ il titolo del convegno che si svolgerà a Catanzaro, presso la sala della Provincia di Catanzaro in piazza Luigi Rossi, sabato 14 giugno dalle ore 9,30.

L’incontro, cui parteciperà pure la segretaria di Radicali Italiani, On.le Rita Bernardini, è stato voluto dalla Cooperativa sociale “La Cura” in collaborazione con l’Associazione Ra.Gi. Onlus  ed è stato accreditato dall’ordine degli avvocati e dei medici.
Per Antonello Talerico, avvocato Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro, nonché organizzatore, unitamente ad altre associazioni, del Convegno e portavoce dell’Associazione “La cura”, è possibile affermare che:
“Per la prima volta in Calabria è stato organizzato un evento su un tema molto discusso, ma poco conosciuto, invitando al tavolo dei lavori importanti relatori appartenenti al mondo scientifico e giuridico. Dal dibattito di Catanzaro usciremo sicuramente con una visione aggiornata dell’argomento e con una sempre maggiore consapevolezza che la tutela dei diritti passa necessariamente dal confronto e dalla cultura dell’ascolto, ovvero dalla conoscenza della materia sotto ogni profilo ed aspetto”.
Il convegno è aperto a tutti e ha un duplice obiettivo: far conoscere anche in Calabria i risultati della letteratura medico scientifica che dimostrano l’efficacia dei farmaci a base del principio attivo della Cannabis, Thc, per molte malattie e, in secondo luogo, sollecitare e sensibilizzare il mondo politico regionale nella realizzazione anche in Calabria di una legge per predisporre le misure necessarie che permettano l’utilizzo di cannabinoidi nel caso di malattie come sclerosi, Sla, Parkinson, malattie oncologiche.
Dopo i saluti istituzionali e quelli del portavoce della “Cura” avvocato Antonello Talerico e della portavoce della Ra.Gi. dott.ssa Elena Sodano,  ad aprire i lavori dell’incontro sarà Gianpiero Tiano, vicepresidente dell’Associazione nazionale cannabis terapeutica e che è stata la prima persona in Italia che, a seguito di un gravissimo incidente, ha iniziato a curarsi facendo uso di medicinali il cui principio attivo è l’infiorescenza della sativa e che relazionerà sul tema: Cannabis Terapeutica la situazione italiana tra promesse e difficoltà.
Seguiranno gli interventi del dott. Camillo Falvo, Giudice presso il tribunale di Messina,  che parlerà della “Responsabilità penale nell’uso terapeutico“; del dott. Domenico Bosco, Neurologo e Direttore F.F. presso l’ Ospedale  di Crotone che tratterà de “Gli effetti della cannabis nelle malattie neurologiche“.
Graditi ospiti della giornata saranno alcuni membri del direttivo de “LapianTiamo” , Cannabis Social Club Racale Lecce, un’associazione no profit  formata da persone affette da malattie neuromuscolari che per la prepotente urgenza dei malati promuove l’uso terapeutico della canapa medicinale attraverso la coltivazione e l’approvvigionamento ai pazienti affetti da patologie come sclerosi multipla, cancro, dolore cronico, sla, parkinson, glaucoma e tantissime altre, fornendo  supporto informativo e morale ai malati che devono convivere quotidianamente con i sintomi di malattie gravi e che con l’aiuto del comitato medico-scientifico  incentivano attivita’ di ricerca sui vantaggi della canapa medicinale.
Parteciperanno infatti Willy Verardi che racconterà l’esperienza dell’associazione LapianTiamo” e Lucia Spiri che racconterà cosa significa “Curarsi con la Cannabis”.
Concluderà la giornata l’On.le Rita Bernardini, Segretaria dei Radicali Italiani, che da anni si batte per la legalizzazione.
Hanno garantito la loro presenza l’on .Piero AielloNCD e On.le Mimmo Talarico – Consigliere Regionale del PD.
Attualmente sono otto le regioni in Italia che attraverso un proprio disegno di legge hanno legalizzato l’uso della marjuana a scopo terapeutico – afferma  l’avvocato Talerico de “La Cura”,  la Sicilia grazie alla sensibilità dell’assessore regionale alla Salute Lucia Borsellino, sorella del celeberrimo magistrato Paolo, e poi Puglia, Toscana, Liguria, Veneto, Lombardia, Piemonte.
Vorremmo che anche in Calabria ci fosse la sensibilità e la possibilità di realizzare un disegno di legge che possa legalizzare e consentire l’uso terapeutico della cannabis sativa”. Nel resto d’Europa ne è consentito l’utilizzo medico.  In Italia è stato presentato il ddl da parte di Luigi Manconi (PD) che  ha lo scopo di riallineare l’Italia a quanto già avviene in Europa e nel Nord America. L’obiettivo del disegno di legge sull’uso terapeutico della cannabis è di semplificare e rendere accessibile ai pazienti il ricorso a quei farmaci a base cannabinoide, che nell’esperienza scientifica hanno dimostrato di avere una notevole efficacia.  Il governo Renzi inoltre  ha dato il via libera all’uso della cannabis a scopo terapeutico. Il Consiglio dei Ministri infatti  ha deciso di non impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale la legge regionale abruzzese “n. 4 Del 04 gennaio 2014, che disciplina le “modalità di erogazione dei farmaci e dei preparati galenici magistrali a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”. La norma prevede che i “medicinali cannabinoidi possono essere prescritti, con oneri a carico del Sistema sanitario regionale, da medici specialisti del Ssr e da medici di medicina generale del Ssr, sulla base di un piano terapeutico redatto dal medico specialista”.
Nel pomeriggio Rita Bernardini e i Radicali proseguiranno la giornata con una assemblea regionale che si terrà presso l’agriturismo Trigna di Lamezia Terme.



Abolire la miseria … il Catodico di …