Contro i cretini violenti gli studenti utilizzino l’arma della nonviolenza

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di Giuseppe Candido

Non c’è dubbio che la fiducia al governo ottenuta da Berlusconi per i tre voti assai “discussi” alla camera e quella delle manifestazioni poi sfociate in atti, per fortuna isolati, di violenza, sono state le notizie che hanno di più tenuto banco nella cronaca e nei commenti dei maggiori giornali in questi giorni. Le proteste contro i tagli all’istruzione, alla cultura e all’università si sono sommate, nella giornata di martedì scorso, a quelle dei cittadini aquilani in rivolta per le loro case ancora da ricostruire e degli abitanti “avvelenati” di Terzigno. Manifestazioni che, se pur pienamente legittime e per alcuni versi senz’altro condivisibili, hanno però un solo modo di passare dalla parte del torto. Quello di usare la violenza o, ancora più grave, quello di non isolare adeguatamente le frange del movimento che, non per una scuola migliore o per la ricostruzione dell’Aquila, protestano contro tutto e contro tutti. Non si tratta di black bloc né di “infiltrati” ma di ragazzi e ragazze che in qualche modo appartengono ai movimenti. Il corteo dei manifestanti pacifico per una sua grande parte ha rischiato però di essere strumentalizzato sia da coloro che tentano di far passare tutti per un’orda di insensati violenti, sia di chi invece, prendendo lucciole per lanterne, si inventa “infiltrati” come ai tempi di Giorgiana Masi e della “strategia della tensione”. Con soli tre voti di fiducia e un terzo polo “Nazionale” che annuncia opposizione per Berlusconi non sarà facile governare ma riuscirà comunque a concludere l’iter al Senato di quella riforma dell’università tanto contestata dagli studenti per i tagli al diritto allo studio. Studenti che saranno nuovamente in piazza mercoledì prossimo quando al Senato si voterà l’approvazione – scontata – della riforma. C’è il rischio che si aumentino le tensioni nel Paese? Gli studenti dovrebbero rinunciare a manifestare? No, ovviamente. Ma dichiarasi distanti dai violenti non basta, affermare che non tutti i manifestanti sono violenti e cercano lo scontro non può essere considerato sufficiente. La violenza usa le proprie armi e le proprie tecniche: dichiarazioni postume servono a poco. Per opporsi concretamente ai violenti i manifestanti contro ogni governo – in democrazia – dovrebbero usare un’arma altrettanto strutturata con proprie tecniche: è necessaria la nonviolenza, quella gandhiana, quella scritta senza spazio e senza trattino come usava fare Aldo Capitini (Perugia 1899-1968) in Le tecniche della nonviolenza (Milano, Libreria Feltrinelli, 1967). L’arma della nonviolenza che, come per la violenza, per essere utilizzata richiede grande coraggio può evitare però di compromettere irrimediabilmente il fine che si vuole raggiungere passando irrimediabilmente dalla parte del torto qualsiasi ragione si abbia.

“Questa idea di un metodo per la nonviolenza – scrive Capitini oltre 40 anni or sono e dieci anni prima rispetto ai moti studenteschi – è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze”. In un breve colloquio in India con la scrittrice Bondurant nel 1946, Gandhi disse che “il Satyagraha non è un soggetto di ricerca – voi dovete farne esperienza, usarlo, vivere in esso”.

“Questo richiamo al primato della pratica diretta – scrive ancora Capitini – comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare – assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c’è dei mezzi e dei fini. Nella grossa questione dei rapporto tra il mezzo e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso l a vecchia legge di effetto tanto instabile “Se vuoi la pace, prepara la guerra, ma attraverso un’altra legge: Durante la pace, prepara la pace. Non si insisterà mai abbastanza, specialmente in presenza di mentalità superficialmente legalistiche, farisaiche, intimamente indifferenti, che la nonviolenza è affidata al continuo impegno pratico, alla creatività, al fare qualche cosa, se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti. La nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto in quanto accoglie e perfeziona sempre i suoi modi, ed è sperimentale perché saggia le circostanze determinate di una situazione. E siccome la nonviolenza nella sua espressione positiva è apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo, di ogni essere, e nella sua espressione negativa è proposito di non distruggere gli esseri, di non offenderli, non torturarli né sopprimerli, è chiaro che un metodo così ispirato dia il massimo rilievo ai mezzi”.

Forse, come scriveva qualcuno, può essere interessante l’idea di concedere – in televisione – degli appositi spazi in cui gli studenti possano portare le voci della protesta. Senz’altro manca nei giovani una “pratica della nonviolenza”. Forse se ne parla, comincia a diffondersi la “cultura” della nonviolenza ma di praticarla ancora non se ne parla tanto. Leggerlo quel libro che all’epoca, quando uscì non ebbe grande successo, potrebbe servire e l’idea di riproporlo editorialmente da Edizioni dell’asino – Piccola biblioteca morale è senz’altro condivisibile. Un bel regalo per il Natale perché, soprattutto in un momento in cui le manifestazioni di sindacati e studenti rischiano di essere “infiltrate”, non dalla polizia ma da qualche cretino violento disposto a tutto, preparare adeguatamente la pace quando si vuole raggiungere un fine giusto è un dovere morale per chi pretende diritti.

Perché Pannella non voterebbe la fiducia

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di Giuseppe Candido

In questo momento in cui la politica è tutta presa dalla caccia al deputato, in questo momento “piuttosto difficile” in cui si parla di tradimenti del partito cerchiamo di spiegare perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Nel Cerchio IX dell’inferno la seconda zona è l’Antenora. Il luogo non luogo dell’immaginario dantesco ove son dannati i “Traditori della Patria” e prende il nome da Antenore, colui che, col suo consiglio, meditò il tradimento della Patria. Ed è nell’Antenora che Dante e Virgilio incontrano il Conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri. “Tu dèi saper ch’io fui conte Ugolino e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perch’i’ son tal vicino”.

Sopra questa frase, nell’angolo dei bugiardi del sito di Marco Pannella ci sono i due nomi dei potenti del mondo: Tony Blair, Georg Bush assieme a quello di Silvio Berlusconi. È in quest’angolo di politica transnazionale che sta scritto il perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Dal 2 ottobre al 22 novembre Marco Pannella ha condotto 52 giorni di sciopero della fame oltre che per le carceri italiane, per chiedere “l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta o almeno una indagine ufficiale sul comportamento del nostro Paese nella vicenda precedente alla guerra in Iraq”. «Il nostro – ha ricordato il leader Radicale – è stato l’unico Paese il cui Parlamento aveva dato mandato al Governo, che lo aveva ufficialmente accettato, di perseguire l’obiettivo dell’Iraq libero come unica alternativa alla guerra, cioè l’obiettivo dell’esilio da proporre e far accettare a Saddam Hussein».

Pannella si ostina a chiedere che venga fatta verità e ipotizza scenari gravi come il tradimento della patria. Oggi anche Wikileaks, il sito di Julian Assange che tanto fa discutere, rende noto un dispaccio in cui si evidenzia che alla Iraq Inquiry, la commissione d’inchiesta britannica sulla guerra in Iraq, fu detto di proteggere gli interessi degli Usa. “La Gran Bretagna promise che l’inchiesta guidata da Sir Chilcot sulla guerra in Iraq avrebbe protetto i “vostri interessi” (degli Stati Uniti) durante l’indagine sulle cause della guerra”. L’Iraq Inquiry dovrebbe presentare le sue conclusioni entro la fine di quest’anno. Nell’attesa di quello che emergerà e per capire di cosa stiamo realmente parlando, per capire perché il leader dei Radicali, Marco Pannella inserisce nell’“angolo dei bugiardi” del suo sito i leader mondiali Blair, Bush e assieme anche a Silvio Berlusconi, è necessario fare un passo indietro e dare un’occhiata alla cronologia dei fatti.

Fatti accaduti otto anni fa, che riguardano l’esplosione del conflitto in Iraq, dettagliatamente evidenziati nel sito pannelliano e che ci riportano indietro di otto anni al 2002 quando – segnala Pannella – il 23 luglio “Dal memorandum del consigliere di Blair, David Manning, emerge che Bush comincia a pianificare la guerra usando come giustificazione il legame tra terrorismo e armi di distruzione di massa”. Poi, il 16 novembre 2002 parte “Il piano di Saddam: esilio per 3,5 miliardi di dollari”, e il 19 gennaio 2003 Marco Pannella lancia l’appello “Iraq Libero, unica alternativa alla guerra”. Un susseguirsi di eventi. Il leader lottatore della nonviolenza si rivolge alla Comunità internazionale, alle Nazioni Unite in primo luogo, “Perché – testualmente – facciano proprie, immediatamente, le affermazioni secondo cui l’esilio del dittatore Saddam Hussein cancellerebbe, per gli Stati Uniti stessi, la necessità della guerra, costituendo il punto di partenza per una soluzione politica della questione irachena”.

Nello stesso giorno la Libia si dice disponibile ad ospitare Saddam. Il 20 gennaio anche The Times titola: “Gli Stati Uniti approvano il piano per l’esilio di Saddam” ma il 29 gennaio Il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, rivela: «Questa proposta è progressivamente apparsa come irrealizzabile». Il 30 gennaio Bush di nuovo menziona favorevolmente l’esilio ma il 31 gennaio, secondo un memorandum ufficioso britannico, Bush ha già fissato la data in cui scatenare la guerra: il 10 marzo. Il 4 febbraio Berlusconi dichiara: «O apriamo agli ispettori o esilio e immunità » e il 19 febbraio la Camera dei Deputati del Parlamento italiano vota la proposta “Iraq Libero!”. Una mozione che impegnava ufficialmente il Governo «a sostenere presso tutti gli organismi internazionali e principalmente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ipotesi di un esilio del dittatore iracheno e sulla base dei poteri conferitigli dalla Carta dell’ONU della costituzione di un Governo provvisorio controllato che ripristini a breve il pieno esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali di tutti gli iracheni».

Silvio Berlusconi – da Presidente del Consiglio – dichiarò alla Camera dei Deputati: «Stiamo operando ed abbiamo operato per questa soluzione; non soltanto per questa soluzione, ma anche per cercare il modo di poter offrire, a chi dovesse accettare la via dell’esilio, opportune garanzie, con l’autorevolezza di enti internazionali che le possano poi mantenere. Abbiamo operato per certi sistemi di
disvelamento delle armi e degli arsenali, che ancora non sono stati evidenziati; abbiamo operato, e stiamo operando, per convincere il dittatore a dare garanzie precise alla comunità internazionale: per esempio, dando spazio all’opposizione entro un periodo di tre mesi, garantendo libere elezioni entro un periodo determinato, garantendo i diritti civili ed i diritti umani. Tutto questo lo stiamo facendo in un ambito di riservatezza – che è d’obbligo – non soltanto con un paese arabo, che si è offerto per la mediazione, ma con diversi paesi, tenendo costantemente informati al riguardo l’Amministrazione americana ed il Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea Kostas Simitis». Per Pannella però è proprio quell’impegno ufficiale che fu tradito. Due giorni prima del discorso alla Camera, Berlusconi riceve una lettera dal Presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush che venne pubblicata dal Corriere della Sera:

“Caro Silvio

mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che Tu e il Tuo Governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e noi non lo dimenticheremo. Nel corso degli anni, come è accaduto nei Balcani e con l’operazione Enduring Freedom, voi ci avete fornito un sostegno determinante, non solo di uomini e mezzi ma anche un sostegno morale, umanitario e costruttivo. Lo spiegamento della fanteria leggera degli Alpini in Afghanistan e i, vostri sforzi per promuovere le riforme giurisdizionali in quello stesso Paese, sono due esempi straordinari del vostro contributo alla guerra contro il terrorismo.

Apprezzo profondamente tutto ciò che Tu e l’Italia avete fatto. A causa della sfida posta alla comunità internazionale da parte di Saddam Hussein, una prova importante può attenderci nel prossimo periodo. Apprezzo la disponibilità dell’Italia a fare appello ancora una volta alle proprie risorse per combattere il terrorismo e l’illegalità internazionale e contribuire a ricostruire un futuro stabile e più democratico in quella regione.

La leadership, come sai bene, consiste nella capacità di affrontare le sfide. In questo nuovo secolo, il mondo si trova dinnanzi ad una grave sfida determinata dalla combinazione tra anni di distruzione di massa, il flagello del terrorismo e gli Stati che sostengono o che si rendono complici del terrorismo. Credo che nessuna nazione, da sola, possa sconfiggere questi nemici.

Il successo dipende da una collaborazione internazionale quanto più ampia possibile. Questa è la mia convinzione e il mio impegno. Il contributo dell’Italia in questo sforzo è veramente determinante. Come Ti ho detto nella nostra recente conversazione, sono enormemente grato per i contributi dell’Italia e per il Tuo sostegno ed impegno personale in questo momento critico. Cordialmente“.

Ma nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera due anni dopo il 31.5.2005 col titolo «La guerra in Iraq non la volevo» si evincerebbe il contrario. Il catenaccio dell’articolo è ancora più chiaro: Berlusconi: «Ho tentato di convincere Bush. Con Gheddafi cercate altre vie per evitare l’attacco militare»

ROMA – L’alleato di ferro di George W. Bush riteneva che la guerra «preventiva» si poteva e si doveva evitare. A quasi due anni dai primi bombardamenti su Bagdad si scopre ora che Silvio Berlusconi ci ha provato in ogni modo a convincere il presidente americano che non sarebbe stato giusto scatenare l’offensiva militare in Iraq. A dirlo è proprio il premier in una intervista esclusiva a La7: «Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa». Parole di cui si ha notizia nelle ore in cui si allungano ombre sul governo italiano per il caso del Cia-Gate e il giorno prima della visita ufficiale a Washington del presidente del Consiglio.

Nell’intervista che sarà trasmessa integralmente lunedì prossimo Berlusconi entra nei dettagli di quella è una clamorosa e inattesa rivelazione. «Ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni anche attraverso un’attività congiunta con il leader africano Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare». «Io ritenevo – prosegue Berlusconi – che si sarebbe dovuta evitare un’azione militare». Nell’intervista Berlusconi si è espresso anche sulla politica internazionale e sui suoi rapporti con gli altri premier: «Tony Blair – aveva sottolineato – non è il leader dell’Ulivo mondiale. Non c’è nulla nella politica di Tony Blair e in quella di Silvio Berlusconi che sia in contrasto». «Dissento – affermò Berlusconi – anche nella classificazione di Vladimir Putin come un comunista nel senso ortodosso del termine. È difficile passare da una dittatura durata settanta anni ad una piena democrazia, perché esistono delle situazioni che non possono essere cancellate con un colpo di bacchetta magica».

Ma stiamo ai fatti: dal 19 febbraio e dalla mozione alla Camera si arriva al 22 febbraio 2003 quando Bush – in base al testo della conversazione intercettata e poi pubblicata da El Pais nel 2007 – in conversazione con Aznar, avrebbe affermato: «Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare».

Quattro settimane prima dell’invasione dell’Iraq, il presidente George Bush incontra nel suo ranch di Crawford, in Texas, l’allora premier spagnolo José Maria Aznar e lo informa che è giunto il momento di attaccare l’Iraq. Il capitolo in questione si apre col vertice della Lega araba “sabotato da Gheddafi” quando l’1 marzo il colonnello manda a monte il Summit arabo.

Nella famosa conversazione tra Aznar e Bush pubblicata da El Pais si legge:

Bush: «Gli Egiziani stanno parlando con Saddam Hussein. Sembra che abbia fatto sapere che è disposto ad andare in esilio se gli permetteranno di portare con sé un miliardo di dollari e tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa. Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare». Aznar: «È vero che esistono possibilità che Saddam Hussein vada in esilio?». Bush: «Sì, esiste questa possibilità. C’è anche la possibilità che venga assassinato». Aznar: «Esilio con qualche garanzia?». Bush: «Nessuna garanzia. È un ladro, un terrorista, un criminale di guerra. A confronto di Saddam, Milosevic sarebbe una Madre Teresa. Quando entreremo, scopriremo molti altri crimini e lo porteremo di fronte alla Corte internazionale di giustizia de L’Aja. Saddam Hussein crede già di averla scampata. Crede che Francia e Germania abbiano fermato il processo alle sue responsabilità. Crede anche che le manifestazioni della settimana scorsa (sabato 15 febbraio, ndr) lo proteggano. E crede che io sia molto indebolito. Ma la gente che gli sta intorno sa che le cose stanno in un altro modo. Sanno che il suo futuro è in esilio o in una cassa da morto». Aznar: «In realtà, il successo maggiore sarebbe vincere la partita senza sparare un solo colpo ed entrando a Baghdad». Bush: «Per me sarebbe la soluzione perfetta. Io non voglio la guerra. Lo so che cosa sono le guerre. Conosco la distruzione e la morte che si portano dietro. Io sono quello che deve consolare le madri e le vedove dei morti. È naturale che per noi questa sarebbe la soluzione migliore. Inoltre, ci farebbe risparmiare 50 miliardi di dollari». Questa i termini della discussione. Poi si seppe la verità. Gli Emirati Arabi a Marzo del 2003 avevano pronto un documento proposto ed accettato da Saddam. È il New York Times il 2 novembre del 2005 a titolare: “Marzo 2003 – Gli Emirati Arabi avevano raggiunto l’accordo con Saddam. Dopo 4 visite a Bagdad. Il 12 marzo quell’Appello era stato sottoscritto da 37 nomi illustri, compresi cinque ex ministri, per chiedere l’esilio di Saddam e un’amministrazione ONU ad interim in Iraq. Il 17 e il 18 marzo del 2003 avviene un’importante “rivolta” a Westminster contro Tony Blair: dal suo governo si dimettono ben quattro ministri laburisti. Il 18 marzo si va avanti inesorabilmente: la Casa Bianca dichiara che le truppe americane e i loro alleati «entreranno in Iraq in ogni caso», con la forza o in modo pacifico. Il 19 marzo lo Stato del Bahrain ufficializza la proposta di esilio per Saddam ma il 20 marzo, com’è ormai tragicamente alla storia, i bombardamenti iniziarono su Baghdad. Con le conseguenze tragiche e nefaste che sappiamo. Una guerra che si poteva evitare? Un impegno – quello di sostenere la via dell’esilio di Saddam – tradito? Peggio: secondo Pannella “Bush e Blair, contro la sicura pace possibile, scelsero la guerra in Iraq impedendo l’esilio a Saddam”. Un’accusa gravissima. Una verità che – sostiene Pannella – ancora si tenta di confondere con l’omicidio, per condanna a morte, dell’ultimo testimone: Tareq Aziz. Per Pannella, Silvio Berlusconi fu complice di quella scelta e tradì l’impegno preso davanti al Parlamento italiano a sostenere l’esilio. Come potrebbe oggi votare – per amore della verità – la fiducia a colui che pone nell’angolo dei bugiardi?

Chi ha paura di Wikileaks?

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di Giuseppe Candido

Il libertario blasfemo Julian Assange è stato finalmente arrestato, o meglio, il “Bill Aden” della notizia si è consegnato spontaneamente alla polizia londinese che lo ricercava a causa di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol su richiesta della procura di Stoccolma che lo accusa di molestie sessuali perché sarebbe stato denunciato da due giovani svedesi con cui l’australiano Assange ha avuto rapporti sessuali. Denunciato per stupro? Macché, Assange era ricercato – con mandato di cattura internazionale – a causa di un reato previsto dalla legislazione svedese, figura giuridica sconosciuta al nostro Paese, che è il “sex by surprise”. “Si è rotto il profilattico” scrive Alessandro Oppes che ricostruisce per il Fatto quotidiano “L’accusa di Stoccolma”. Le due donne – prima consenzienti – a novembre decidono di rivolgersi alla giustizia.

Contrariamente alle speranze di chi invece lo definisce “un uomo che vuol distruggere il mondo” e paragona le pubblicazione su wikileaks dei dispacci della diplomazia americana all’attacco alle torri gemelle dell’undici settembre, i fatti per i quali Assange è accusato risalgono al mese di agosto 2010 quando era a Stoccolma per un seminario e sono in realtà collegati alla particolare legislazione svedese sulla violenza sessuale applicabile “a qualunque atto di costrizione vincolato al sesso”.

La giornalista Anna Ardin che organizzava l’ufficio stampa del convegno si offrì di ospitare Assange nel proprio appartamento e con lui ebbe un rapporto sessuale consenziente durante il quale però – sia Assange sia l’Ardin lo riconoscono – il preservativo si ruppe. Sul momento – scrive ancora Oppes nel suo articolo – “La giornalista non diede grande importanza al fatto e continuò ad ospitare Assange a casa, e organizzo anche una festa in suo onore”. Affianco a questo episodio c’è la recidiva: si chiama Sofia Wilden, una ragazza che si presentandosi ad Assange come sua fan sarebbe riuscita ad invitarlo a casa dove i due poi hanno un rapporto. Fanno sesso due volte: la prima volta con, poi senza il protezione ma, a detta di Assange, in maniera consenziente. “Niente di grave ma, tornata a Stoccolma, la giovane ci ripensa, si spaventa e – spiega il giornalista del Fatto – parla con la Ardin scoprendo che anche lei ha avuto l’incidente del condom rotto. E a questo punto che le due donne si coalizzano – spiega ancora Oppes – e decidono di presentarsi in tribunale. Violenza, stupro? No, niente di tutto questo – conclude l’articolo – l’unico rimprovero che viene fatto ad Assange è quello di essersi rifiutato di sottoporsi, dopo i rapporti avuti con le due ragazze, ad una prova per vedere se era affetto dall’Hiv o da altre malattie veneree”.

Insomma, non si tratta di stupro (perché il sesso era sempre consenziente) come hanno ripetuto i tg all’unisono e nemmeno di un arresto legato all’attività di pubblicazione dei cabli. L’arresto “internazionale” arriva per un preservativo rotto, anzi due.

Senza fare quindi grandi analisi sui file pubblicati da Assange su Wikileaks e che piano piano emergeranno dalla rete, mentre il libertario che non si vuol far fare il test dall’hiv a Stoccolma si fa arrestare a Londra, una domanda noi garantisti liberali dovremmo almeno porgercela. Perché quest’uomo diventa addirittura l’uomo più temuto dai potenti? Paura della o delle verità che potrebbero emergere ancora in quei cabli e nei prossimi 2.700 file riguardanti l’Italia che dovrebbero essere a breve resi disponibili? Perché chi è da sempre garantista afferma invece che Assange “non deve essere processato solo per stupro ma anche per gli altri gravi reati che ha commesso”. Ma se c’è un reato collegato alla fuga di notizie, è il giornalista che le pubblica che commette il reato o chi le ha trafugate? Perché, dunque, come lo stesso Ministro Frattini spiega, si ha paura che “lo stillicidio di rivelazioni” continuerà? Cosa c’é nei 2.700 file che riguardano – dal 2000 al 2010 – l’Italia e di cui ci si preoccupa tanto da voler oscurare il sito wikileaks ed arrestare Assamge? Perché si temono così quei dati tanto da invocare il carcere duro per il libertario impenitente? Nella qualità di giornalista Assange forse da fastidio perché fa luce su fatti e misfatti che, se pur veri e documentati, secondo alcune logiche di “stato”, dovrebbero restare “segreti”, sconosciuti ai più. Oggi la rete permette invece, ai dati ed alla conoscenza di essere divulgati anche senza il consenso censorio dei potenti. Sappiano però, coloro che spererebbero di arrestare la diffusione di quei cabli che questi, giunti ormai in rete, sono stati duplicati su centinaia di siti mirror, siti definiti specchio perché replicanti fedelmente quei dati, e l’ondata di notizie non è più arrestabile. Dopo gli attacchi moltiplicatisi contro il sito Wikileaks, i suoi contenuti, i suoi finanziamenti e il suo fondatore, la rete si sta mobilitando e persino il Partito Radicale di Pannella, che da sempre si batte per la libertà d’informazione nel mondo, ha “raccolto l’appello di Wikileaks a ripubblicare il materiale sotto attacco”. Più di centomila utenti sono oggi in grado di rimetterli in rete qualora si riuscissero a spegnere contemporaneamente tutti i siti replicanti. Tentare ora di metterci una pezza ponendo sotto attacco il sito, non è servito e non servirà ad impedire che quelle stesse informazioni vengano lette, analizzate, divulgate e ripubblicate. La fluidità e la dinamicità della rete è inarrestabile e se la notizia c’è non si ferma. In fondo, e meno male, anche questa oggi è la stampa, bellezza!

La morte di Monicelli e il dibattito sulla dolce morte

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 7 dicembre 2010

Dopo le polemiche suscitate dall’intervento di Mina Welby e Beppino Englaro che hanno raccontato le vicende di Piergiorgio ed Eluana alla trasmissione di Fabio Fazio, Vieni via con me, è il suicidio del regista Mario Monicelli che ha nuovamente scatenato il dibattito non solo parlamentare sull’eutanasia. Lo scontro parte dalla Camera, e manco a dirlo, avviene tra la deputata radicale Rita Bernardini che chiede, con Maria Antonietta Farina Coscioni, di “aprire una riflessione sull’eutanasia, su chi non ce la fa più ed è costretto a lasciare la vita in modo violento anziché morire con i propri familiari vicino con il metodo della dolce morte” e la teodem Paola Binetti dell’Unione di Centro che replica veemente: “Basta con spot a favore dell’eutanasia partendo da episodi di uomini disperati. Monicelli era stato lasciato solo, il suo è un gesto tremendo, di solitudine, non di libertà”. Ma a Piergiorgio Welby che chiedeva una morte opportuna, dignitosa, si negarono i funerali. La famiglia del regista Monicelli, ovviamente, smentisce che sia stato lasciato solo e il dibattito diventa paradossale. La notizia non è il “fatto” ma diventano le dichiarazioni sul fatto. Solitudine e abbandono negate dai familiari e anche dai medici non bastano. Chi lo conosce da anni parla di un gesto razionale, voluto, “Scelto imbrogliando persino la moglie per rassicurarla”. Però sulla linea dell’uomo lasciato solo non c’è soltanto la teodem Binetti. Anche la sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella dice “No a strumentalizzazioni. Nessuno può affermare che si tratta di una scelta libera e consapevole o di disperazione”. E il ministro Rotondi contesta il modo come è stato trattato dai media l’argomento. Temo – dice Rotondi – sia passato un messaggio non di carità ma di ammiccamento a scelte che non debbono essere un esempio.

E su questo argomento, sul dibattito generato dalla tragica morte del maestro Monicelli, intervengono in molti: da Adriano Sofri a Filippo Facci e Renato Farina. Una serie di firme che si spendono sull’argomento: dolce morte si, dolce morte no. Il Professore Severino e il professore Reale, due filosofi con due visioni differenti, si esprimono su questo intervistati entrambi dal Corriere della Sera. “Eutanasia, i Radicali usano anche Monicelli” è il titolo che fa Avvenire, il quotidiano dei Vescovi. Ma forse il titolo più lugubre lo fa il Giornale con l’articolo in prima pagina di Marcello Veneziani che titola: “Monicelli e gli avvoltoi del suicidio. La tragedia del regista strumentalizzata in Parlamento da chi vuole che la morte sia passata dalla mutua”. Come al solito i Radicali diventano il partito della morte contro quello della vita e passano per quelli che strumentalizzano le vite delle persone: è stato detto di Piergiorgio Welby che invece chiedeva un’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina e una morte opportuna per se; è stato detto di Luca Coscioni, di Eluana Englaro. Tutti “strumentalizzati” dai Radicali, demoni dell’autodeterminazione. Le parole incriminate della Bernardini sono due: “dolce morte”. E a questo ragionamento si aggiungono le considerazioni del liberale “Secolo d’Italia” che titola: “Se Monicelli diventa uno spot sull’eutanasia” che spiega, equidistante da entrambe le posizioni, come “la Radicale Bernardini e la cattolica Binetti trasformano il suicidio in una surreale polemica sul fine vita”. Questa polemica sembra però un’operazione truffaldina nei confronti di una semplice ma tragica verità: Monicelli – afferma Maria Antonietta Coscioni – ha deciso di smettere di soffrire perché nessuno lo ha aiutato a non soffrire. Il vero problema è chiedersi – spiega la deputata Radicale – se Monicelli avesse chiesto a qualche sanitario di aiutarlo a non soffrire. Se lo avesse fatto e non lo avrebbe ottenuto ci si potrebbe tutti costituire parte civile in un processo contro chi si è rifiutato di dargli questo aiuto”.

Ma se il Presidente della Repubblica si limita ad affermare che bisogna “rispettare la sua volontà”, la figlia del regista novantacinquenne malato di tumore rende forse la riflessione che tra le tante parole dette sembra senz’altro la cosa più sensata: “Papà – spiega Valeria Monicelli – non è mai stato solo. Ha solo scelto il come e il quando andarsene”. E se ci fosse stata una legge sull’eutanasia? La morte non può mai essere dolce. Semmai, in alcuni casi, la morte può diventare solamente una “scelta opportuna”, maturata, ma in nessun caso può essere dolce. Una scelta sofferta di chi, come Piergiorgio Welby e come Monicelli, forse, ha deciso di porre fine liberamente e consapevolmente alle sofferenze. Una scelta che può magari essere considerata “peccato” ma che non è, almeno nel nostro ordinamento giuridico, perseguibile penalmente come reato. È l’autodeterminazione che consente ai diversamente credenti di rifiutare alcuni trattamenti vitali come trapianti e trasfusioni ai quali nessuno può essere obbligati. Ma per sapere veramente cosa pensava Mario Monicelli sull’autodeterminazione nelle scelte di fine vita sarebbe sufficiente riascoltare l’intervista rilasciata dallo stesso regista il 28 novembre del 2006 ai microfoni di Radio Radicale durante la lotta di Piergiorgio Welby per chiedere a Napolitano l’eutanasia: “ La morte è un tema che si potrebbe scegliere e benissimo trattare con la commedia all’italiana. Una commedia – continua il maestro Monicelli – perché si va a trattare il dramma ironizzando con quelli che pensano che questo disgraziato debba rimanere lì, a soffrire per grazia non si sa di chi o per la deontologia del medico. Si potrebbero fare dei film divertenti, drammatici ma che dicano qual’è la realtà. Sono i più convincenti e il cinema italiano ha seguito sempre questa via. È stato sempre dalla parte di chi voleva liberarsi dalla fame, dalla malattia, dalla sofferenza o dalla miseria”.

A risentirle quelle parole ci viene da pensare che Monicelli abbia davvero messo in scena il suo dramma per liberarsi dalla sofferenza, il suo ultimo capolavoro di verità che forse, con una legge che rendesse legale l’abbandono di questo mondo per i malati terminali, se l’eutanasia fosse stata legale, il maestro Monicelli avrebbe potuto scegliere di andarsene senza buttarsi giù dal balcone.

Da Aspasia a domani: lo spazio politico delle donne

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di Anna Rotundo *

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 3 dicembre 2010

Tucidide nelle sue Storie riferisce il discorso che Pericle rivolse agli ateniesi nel 461, un anno dopo l’inizio della guerra con Sparta, per commemorare i caduti in guerra, discorso in cui la polis viene presentata come il paradigma della democrazia.

Noi abbiamo una forma di governo… chiamata democrazia, poiché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta”.

La democrazia, dunque, è amministrata per il “bene” di una “cerchia più vasta”.

Chi, però, amministra questa democrazia e dunque sceglie il “bene” per i molti? Risposta: i cittadini maschi. Atene come qualcuno ha scritto è infatti “un club per soli uomini”. Una Atene profondamente misogina, in cui le donne non potevano fare politica, né votare.

E Aspasia, donna colta, filosofa e maestra di Socrate, vissuta in questa Grecia del V secolo a. C., si scontrò con questo forte condizionamento dal pensiero maschile, secondo cui la corporeità femminile doveva giocarsi in un rapporto ineluttabilmente alternativo e conflittuale rispetto alla dimensione intellettiva. L’opposizione di Aspasia alle logiche patriarcali le costò in termini di reputazione, sia ai suoi tempi, sia oggi, visto che i libri di storia la ignorano. Il che mostra il grande lavoro critico ancora da svolgere negli studi classici su questi temi. Perché in quella Atene comunemente riconosciuta culla della democrazia, l’esilio del sesso femminile dalla sfera pubblica, l’esclusione delle donne dalla vita politica, la privazione dei loro diritti patrimoniali e legali, l’affievolimento della loro voce, di fatto smentiva qualsiasi ipotesi di democrazia partecipata. E la non rinuncia da parte di Aspasia all’esercizio del potere intellettuale e quindi politico ricorda, come asserirà molto più tardi Luce Irigaray, che la democrazia comicia fra due, cioè fra uomo e donna. Ribadisce cioè come nel rapporto uomo-donna vada ricercata la modalità d’accesso ad un nuovo concetto di democrazia, rispettoso innanzitutto delle differenze, a partire da quelle fondamentali di genere. Aspasia fu punto di riferimento ineludibile fra i protagonisti della scena culturale greca del V sec. a. C. proprio in virtù del fatto che non accettò di vivere reclusa come le donne del suo tempo, ma, cosa assolutamente inammissibile alle donne greche, frequentava e promuoveva riunioni dove si discuteva di politica e retorica, e fu, oltre che intellettuale acuta e vivace, sapiente e capace mentore delle strategie politiche e culturali dispiegate da Pericle, di cui seppe con intelligente estro indirizzare le scelte. E se Platone nel Menesseno fa recitare a Socrate un discorso retorico che dice composto da Aspasia, e Menesseno si mostra stupefatto che un discorso così elaborato sia stato prodotto da una donna, Socrate ribatte che potrebbe riferirgli molti altri discorsi politici di Aspasia e non esita a ricordarla come sua maestra. Il nome di Aspasia tocca dunque alcuni punti nevralgici della riflessione sulle donne e l’antichità. E se la figura aspasiana ci appare già travagliata proprio dal pensiero della differenza, e dopo di lei qualche altra figura femminile si affaccerà a strattoni su una scena politica esclusivamente appannaggio degli uomini, solo tra ottocento e novecento prenderà forza un vero movimento politico, preceduto dalle rivendicazioni delle cittadine francesi durante la Rivoluzione del 1789, per il superamento degli ostacoli e delle limitazioni che hanno impedito alle donne di “abitare il mondo” contribuendo al bene comune. Tappa miliare è, nella prima metà del novecento, la conquista del diritto di voto delle donne europee, e, altrettanto importante, è l’affermazione del loro diritto al lavoro e l’accesso alle professioni. Il femminile, storicamente condannato al silenzio nella sfera pubblica, nella vita sociale e politica, è portatore di una differenza di sesso, storie personali ed esperienze, che arricchisce la comprensione del mondo, e che non si può semplicemente omologare al maschile. Hannah Arendt, grande pensatrice del ‘900, elabora in questo senso la categoria tutta femminile della nascita, che è simile all’inizio dell’agire perché ogni azione, come ogni nascita, inizia qualcosa di nuovo: originalissimo pensiero, in quel panorama filosofico maschile del Novecento, segnato dalla meditazione sulla morte. L’interrogativo che assorbe pienamente la riflessione della filosofa è: “Che cos’è diventata la vita umana?”. La risposta è da ricercare nell’unicità dell’esistenza che le persone devono realizzare per passare da mero “zoon”, fatto biologico, a “bios”, vita spesa nell’azione e nella narrazione. “Bios” è la capacità politica di prendere l’iniziativa per fare di un “qualcosa” un “chi”. Un dovere eticamente ineludibile per le nuove generazioni, visto che l’’agire politico è diventato per noi comando e obbedienza, rappresentanza e sovranità; ad eccezione dei momenti iniziali delle rivoluzioni moderne e delle esperienze consiliari, non vi è nel mondo moderno alcuno spazio per l’agire in relazione con altri, sulla scena della pluralità. Una pluralità che comicia a due, con l’affermazione piena, ancora purtroppo incompiuta, dei diritti delle donne, anche all’interno di istituzioni definite rappresentative, ma in realtà mai veramente rappresentative delle donne.

Infatti, nonostante i progressi realizzati negli ultimi anni per quanto riguarda la partecipazione della donna alla vita sociale, le donne restano ancora oggi ampiamente escluse dalla politica e continuarono a subire discriminazioni per quanto riguarda le elezioni, come dimostrano i dati a disposizione, dai quali si evince, tra l’altro, come le donne parlamentari siano più inclini degli uomini ad attuare cambiamenti a favore dei bambini, delle donne e delle famiglie. Studi sociologici dimostrano che nei paesi in cui le donne gestiscono il potere politico (in testa, i paesi nord-europei e l’Italia al fanalino di coda!), c’è più crescita economica, più sviluppo sociale, più occupazione femminile, e le donne hanno più figli. Il coinvolgimento delle donne in politica può contribuire allo sviluppo di legislazioni più attente alla condizione femminile, dei bambini e delle famiglie, a partire da temi quali la violenza, lo sfruttamento, la privazione della libertà, le molestie, ma anche il ruolo sociale e pubblico delle donne.

* Anna Rotundo è responsabile dell’ Osservatorio per le Pari Opportunità del Movimento Cristiano Lavoratori di Catanzaro.

Il Governo è già caduto

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di Giuseppe Candido

Tra mozioni di sfiducia al Governo cui si rincorrono apposite contro-mozioni di fiducia e di sostegno, lo scorso 9 novembre alla Camera il Governo è già andato inesorabilmente battuto e non su una cosa da poco. Il Governo italiano è stato sconfitto in aula proprio sui rapporti tra l’Italia e il governo libico sull’emendamento presentato dal deputato radicale Matteo Mecacci che ha chiesto il rispetto dei diritti umani dei rifugiati provenienti dall’Africa. Tra questi c’è chi è stato arrestato sulla rotta per Lampedusa, chi è stato respinto nel Canale di Sicilia e c’è chi è caduto direttamente nelle retate della polizia a Tripoli. Si tratta di vere e proprie deportazioni avvenute negli ultimi due anni di politica dei “respingimenti” adottata dall’Italia e che non erano affatto previste da quel trattato di amicizia con la Libia, votato anche dal centro sinistra, e dove si prevedevano soltanto dei “pattugliamenti congiunti” tra autorità libiche e autorità italiane nel rispetto però del diritto e delle convenzioni internazionali. E l’equipaggio dell’Ariete mitragliato a Settembre dalle motonavi italo-libiche ne sa qualcosa.

L’emendamento che ha mandato sotto il Governo chiedeva alla Libia la ratifica della convenzione dell’ONU per i diritti dei rifugiati e la riapertura, a Tripoli, dell’UNHCR, l’ufficio ONU per i rifugiati, è passato alla Camera con il voto favorevole anche dei finiani e ciò nonostante il Governo avesse posto chiaramente il suo parere contrario.

La risposta della Libia non si è fatta attendere: la richiesta dell’ONU di ratificare la Convenzione ONU sui rifugiati non sarà presa in considerazione. Una chiara conferma delle buone ragioni che hanno portato, martedì scorso, la maggioranza del Parlamento ad approvare l’emendamento “Mecacci” che ha impegnato il Governo a lavorare affinché la richiesta fatta dai paesi membri del Consiglio sui diritti umani dell’ONU (tra i quali molti Europei) venga soddisfatta. A queste condizioni i respingimenti non possono continuare perché si tratterebbe chiaramente di deportazioni in un paese che non rispettando i diritti umani fondamentali d’amico non ha proprio nulla.

La crisi del Governo è già in essere e il suo calendario serrato. Dopo il ritiro dei ministri di Futuro e Libertà venerdì la Camera voterà la legge di stabilità e, per il 22 novembre, è previsto il voto sulle mozioni di sfiducia e di fiducia. Dopodiché, il 14 dicembre, sarà la volta della Consulta che sarà chiamata ad esprimersi sulla costituzionalità della legge sul legittimo impedimento che tiene Berlusconi ancora fuori dai tribunali.

E quel voto dei finiani determinante per l’approvazione di quell’emendamento e che rispetto alla legge Bossi Fini rappresenta per il presidente della Camera un vero e proprio cambio di rotta a centottanta gradi, deve far riflettere anche sul fatto che, almeno per gli occhi di Tripoli e per la stampa estera, il Governo italiano è già di fatto caduto ed è già iniziata la ricerca d’un governo di unità e di salute pubblica nazionale.

Sugli errori sanitari si facciano verità e giustizia

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su Il Domani della Calabria del 25.10.2010

L’angelo volato in cielo, così lo definisce la pagina che, per ricordalo, è stata creata su facebook. Baltov Dimitrov Zdravko è morto a soli tredici anni. Ai funerali a Sellia Marina, la cittadina dove viveva, il dolore composto della comunità bulgara. Un errore dei medici, forse, quello di rimandarlo a casa. È morto poi nello stesso ospedale di Catanzaro dove è giunto al “secondo” pronto soccorso dopo essere stato rimandato a casa al primo tentativo. Ore perse che avrebbero potuto salvargli la vita? È su questo che ora sta indagando la Procura del capoluogo di regione. Nel registro degli indagati sono finite 24 persone, 16 medici e 8 infermieri. Tutti quelli che l’hanno visto torcersi dal dolore all’addome e che l’hanno “assistito”. Si poteva salvare? Lo dovranno stabilire le perizie dei medici e, coi tempi che ha la Giustizia italiana, il rischio che tutto finisca nell’oblio delle consulenze tecniche è concreto. Certo è che la situazione della sanità calabrese fa paura. E fa paura quello che ti può succedere: star male e avere bisogno di cure e trovare invece l’inefficienza o l’incapacità che ti ammazza. E se è vero che in Calabria abbiamo delle situazioni di eccellenza è vero pure che la qualità dell’offerta sanitaria è assai scadente. Mille settecentocinquanta milioni di euro è il debito della sanità calabrese (ma forse sarebbe meglio chiamarlo voragine) accertato a luglio del 2009 dall’advisor indipendente Kpmg. Al trentuno dicembre del 2009 la Corte dei Conti calabrese accertò un debito pubblico della sanità calabrese di 1,8 miliardi di euro di cui 800 milioni derivanti dalla gestione (fallimentare) precedente al dicembre 2005, 800 milioni di euro quale debito della gestione gennaio 2006-dicembre 2007 e oltre 200 milioni di disavanzo 2008 e 2009. “Incontrollate situazioni debitorie” dovute “al notevole ritardo circa l’adozione dei documenti contabili, alla non osservazione delle normative contabili, e alla carenza dei controlli che hanno lasciato le strutture libere di non ottemperare tempestivamente alla disposizioni normative” scriveva la Corte dei Conti. Ma il servizio è scadente anche a fronte di tali spese: il turismo sanitario è alle stelle, i calabresi vanno a curarsi altrove e ci solo 267 posti letto per anziani ogni 100.000 abitanti a fronte di una media nazionale di 1270. Una spesa enorme che non produce salute. Federica Monteleone, Eva Ruscio, Fabio Scutella sono soltanto i nomi di storie tragiche, storie delle vittime ultime accertate di mala sanità ai quali si è aggiunto tragicamente anche quello di Baltov. E fino a quando questi nomi li conosci soltanto dai giornali ti fanno il loro effetto perché sono persone decedute, ma riesci ad essere lucido. Quando però si tratta di un bambino di tredici anni che abita a pochi metri da casa tua la morte ti sfiora, quasi ti tocca, la storia tragica la si con-divide e si resta sgomenti, pietrificati. E la domanda allora è: Si può mandare a casa uno che sta male così? L’unica cosa che si riesce dire, a chiedere, è che si faccia verità e giustizia per il piccolo angelo volato in cielo.

Stefano Cucchi, a distanza di un anno ancora poche verità

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di Giuseppe Candido

Stefano Cucchi stato ucciso un anno fa. Un manifesto lo ricorda su internet con un scritta agghiacciante: assassinato dallo Stato. Un anno ci separa dalla notte del 15 ottobre 2009 quando Stefano venne fermato, arrestato e picchiato. Strappato all’affetto di quelli che lo amano da una giustizia troppo ingiusta che lo restituire senza vita dopo 7 giorni, il 22 ottobre 2009. Giovanni Cucchi, il papà di Stefano, durante la conferenza stampa in cui venivano date alla stampa le foto e la notizia, chiedeva “Vogliamo sapere perché alla richiesta precisa di Stefano non stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come stato possibile che abbia subito le lesioni, vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando, vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici, vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”.

Ma, a distanza di un anno, le risposte a queste domande ancora non ci sono. La giustizia ha tempi lunghi. La storia di Stefano e le immagini del corpo rese pubbliche in quella conferenza stampa colpirono l’Italia tutta suscitando sconcerto, indignazione e rabbia. Rabbia per la morte di un giovane, ma non solo. Le dichiarazioni di parte della politica giustificarono quello che era accaduto ricercando nella vita privata di Stefano e della sua famiglia i pretesti morali per giustificare la barbarie. Quello che accaduto a Stefano rappresenta lo spaccato di un paese dove troppo spesso la dignità degli esseri umani viene sacrificata in nome del giudizio morale, della punizione esemplare, della sicurezza. Ma Stefano no il solo. Qualcuno propone addirittura un’associazione Nazionale per chiedere verite giustizia per le vittime delle forze dell’ordine. Per chiedere giustizia e verità della morte di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri, Carlo Giuliani e molti, troppi altri ancora. Il 5 ottobre ripartito il processo sulla vicenda di Stefano che vede alla sbarra un intero sistema costruito su abusi di poteri, negligenze, violenza, menzogne. Oggi invece c’è bisogno di verità. E c’è bisogno di verità su quello che nelle carceri continua ad avvenire. La pena alla morte e i suicidi di liberazione da un trattamento anticostituzionale e disumano. Dopo il bluff del ddl svuota carceri, le carceri illegali, anticostituzionali, continuano a causare maltrattamenti, torture e morte. Lultimo suicidio avvenuto nel carcere di Reggio Calabria dove, lo scorso 23 settembre, Bruno si tolto la vita impiccandosi nel bagno della cella. Aveva 23 anni ed il 49mo detenuto suicida in carcere dall’inizio dell’anno. Forse, come ci ricorda Voltaire, anche su questo si misura la civiltà di un paese e non sufficiente ricordarsene solo a ferragosto.

16 ottobre 2010. Dieci anni dalla morte di Antonio Russo

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16 ottobre 2000. E’ morto perché amava far conoscere la verità.

Il reporter di Radio Radicale ucciso dal regime di Putin.

Erano le 14 e 10 del 16 ottobre del 2000 quando dalla Farnesina giungeva la notizia del ritrovamento del corpo privo di vita di Antonio nelle vicinanze di Tiblisi, capitale della Georgia. La porta della sua abitazione è stata trovata aperta. Russo era in procinto di rientrare in Italia per portare nuove testimonianze e documenti sull’atrocità della guerra in Cecenia.

Le circostanze della morte non sono mai state chiarite, ma numerosi inidizi conducono al governo di Vladimir Putin a Mosca: Antonio Russo aveva infatti cominciato a trasmettere in Italia notizie scottanti circa la guerra, e aveva parlato alla madre, solo due giorni prima della morte, di una videocassetta scioccante contenente torture e violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena. Secondo i suoi amici, Russo aveva raccolto prove dell’utilizzo di armi non convenzionali contro bambini ceceni.

Il ricordo di radio radicale

«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

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Marco Pannella
Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.