Clandestini nella terra promessa

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di Giuseppe Candido

Migranti italiani sbarcano in America

Quando si lascia la propria terra in cerca di un futuro migliore di quello che l’Africa o altre parti del mondo ti prospettano non lo si fa per diventare criminali o violenti rivoltosi. Si emigra, si lascia la propria patria spinti dalla miseria e, soprattutto noi calabresi dovremmo ricordacelo bene, visto che migranti lo siamo stati pure noi. La Calabria ha cominciato “bene” il nuovo anno: prima l’ordigno esplosivo alla procura di Reggio Calabria. Poi, dopo la befana, al posto del carbone i migranti di Rosarno in rivolta. Quei migranti che normalmente coltivano i nostri campi e fanno quei lavori che noi calabresi non vogliamo più fare, si sono scatenati dopo essere stati presi a colpi di carabina con fucili ad aria compressa. Feriti, auto distrutte, cassonetti spaccati e rovesciati sull’asfalto, alcune abitazioni danneggiate. Il bilancio di una sorta di guerriglia urbana accesa per la violenta protesta di alcune centinaia di extracomunitari, lavoratori dell’agricoltura, accampati in condizioni disumane in una ex fabbrica e in un’altra struttura fatiscente. Le immagini di Enzo Iacona lo avevano già raccontato e, risale al maggio dello scorso anno, la notizia dell’arresto di alcuni “imprenditori” di Rosarno con l’accusa di aver ridotto alcuni immigrati, sia regolari sia irregolari, in condizioni di schiavitù. In passato, nel dicembre del 2008, due giovani spararono da un’auto dei colpi di arma da fuoco contro due ragazzi africani di ritorno dai campi. Che sia scoppiata la protesta, la rivolta violenta, non ci devrebbe dunque meravigliare: è il destino dei subalterni sfruttati, lo è stato in passato con i briganti che nel decennio dell’occupazione francese, si rivoltarono contro lo sfruttamento della Calabria e dei calabresi, succede oggi con i “briganti” dell’Africa che, pagati pochi spiccioli per lavori duri e ridotti a vivere in favelas ammassati come sardine, ricevono colpi di carabina in vece del pane per il quale hanno lasciato la loro terra. Dicono che sono “clandestini”, “irregolari” perché privi del permesso di soggiorno. Ma irregolari lo saremmo anche noi se, lo Stato che ti dovrebbe concedere o negare il permesso di soggiorno in soli venti giorni non rispetta la sua stessa legge e te lo da dopo mesi, quando magari è già scaduto. Per il rinnovo annuale si aspetta sino a 8-15 mesi, nonostante il Testo unico sull’immigrazione preveda, all’articolo 5, che “il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla domanda”. Termini ordinatori e non perentori. Infatti, sono oltre 500 mila, in Italia, le persone in attesa del permesso di soggiorno e quando arriva, è questo il vero paradosso, è già scaduto. Nonostante le nuove procedure elettroniche in alcune città come Roma l’arretrato è abnorme e le questure non riescono smaltirlo. E successo a Gaouossou Ouattarà, migrante regolare di origini Senegalesi residente da anni in Italia e militante dei Radicali italiani che, sotto la guida gandhiana del partito di Pannella e Bonino, dallo scorso 13 dicembre ha intrapreso, assieme ad altri 300 migranti, uno sciopero della fame, un’azione di lotta nonviolenta, per “dare corpo all’iniziativa” volta a chiedere legalità, per chiedere allo Stato il rispetto della sua stessa legge sull’immigrazione. E così scopriamo che è l’Italia, lo Stato italiano, l’irregolare di turno che non considera perentori i termini di legge e costringe gli immigrati che hanno un lavoro, che hanno già un permesso di soggiorno che deve solo essere rinnovato, a restare illegali, clandestini per forza nella terra promessa. Però questa “notizia”, la notizia di uno Stato irregolare nel rispettare la sua stessa legge, non fa affatto notizia. La notizia diventano le violenze di Rosarno. Ed è l’illegalità a farla da padrona: l’illegalità dello Stato che non rispetta le sue stesse leggi e l’illegalità della ‘ndrangheta che ha sfruttato e sfrutta i migranti, si mescolano, si confondono. Non sempre, però, l’esempio della lotta nonviolenta che, quando adottato, permette di raggiungere i fini senza però pregiudicarli coi mezzi che si usano, viene seguito. Così, armati di spranghe, bastoni e rabbia per essere stati presi con le carabine, i migranti africani di Rosarno hanno invaso le strade mettendo “a ferro e fuoco” il piccolo centro calabrese già tristemente noto per le infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle istituzioni locali e per la presenza, sul territorio, delle cosche Pesce e Bellocchio. In risposta sassaiole, fucilate per scacciare i “’niguri”. Ma a Rosarno, si sappia, nulla si muove se le “famiglie prevalenti” non lo vogliano e per cui, oggi, la procura sta indagando sul ruolo svolto proprio dalla ‘ndrangheta che potrebbe aver voluto “cavalcare” la rivolta per fini ancora da chiarire. I calabresi sono, per natura antropologica, tendenti all’accoglienza ma la ‘ndrangheta della legge sull’accoglienza votata all’unanimità dal Consiglio regionale calabrese se ne infischia. Risultato: due migranti gambizzati, due colpiti con delle spranghe, feriti da entrambe le parti. Uno degli extracomunitari versa in condizioni critiche. Oltre 700 sono stati trasferiti da Rosarno nei CPT di Bari e di Crotone, a Sant’anna, per evitare che fossero ancora oggetto di aggressioni. Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, ha fatto un accorato appello finché cessi subito la violenza denunciando esplicitamente le “gravi condizioni di lavoro” cui sono costretti gli immigrati. “La situazione in Calabria preoccupa e affligge tutti – ha detto l’alto prelato – soprattutto per le gravi condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i migrati, che pure rendono un servizio prezioso all’agricoltura e all’attività locale”. Maroni dice che la condizione d’illegalità e di non rispetto della legge dell’immigrazione sia la vera causa del problema. Spesso si sente affermare che la mafia esiste come organizzazione anche in altri paesi e si tende ad associare qualsiasi comportamento violento, illegale, al concetto di mafia, di criminalità organizzata. Per cui “il clandestino” che si organizza in lotta violenta è un criminale organizzato, quasi al pari della ‘ndrangheta. Così facendo, però, si corre il rischio di sbiadirne, ancora una volta e in maniera sistematica, il proble
ma per cui se tutto può essere mafia, se ogni comportamento violento, di sopraffazione, può considerarsi antropologicamente mafioso, allora nulla è mafia.
Questo degrado invece, potrebbe proprio essere il frutto amaro dello strapotere della ‘ndrangheta presente sul territorio calabrese ed è, per dirla alla Mario Draghi, “pervasivo delle pubbliche amministrazioni”. Uno strapotere contro il quale, i governi che da cinquant’anni si sono succeduti, non hanno fatto mai abbastanza per estirparlo. Uno strapotere che viene, di fatto, accettato da noi calabresi. Gli africani, invece, si sono ribellati alla ‘ndrangheta e, probabilmente, è proprio questa la loro vera colpa: quella di aver collaborato con i carabinieri, portando all’arresto dei loro sfruttatori che li avevano ridotti in schiavitù, rompendo quel muro di omertà che noi calabresi troppo spesso accettiamo nel silenzio.

La trappola afgana e la tomba degli imperi

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Dopo le elezioni dello scorso 20 agosto in Afghanistan prosegue il conteggio dei voti con Karzai che viene dato favorito con il 68% dei consensi anche se il dato definitivo lo darà la commissione elettorale nel mese di settembre. Lo scorso 14 luglio un militare italiano era rimasto ucciso e altri tre sono stati feriti in un attentato in Afghanistan. A circa 50 chilometri a nord-est di Farah una pattuglia di paracadutisti della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri era stata attaccata con un ordigno posizionato lungo la strada. Oggi fanno notizia ancora gli attacchi alle truppe italiane in missione “di pace” in Afghanistan: “Doppio attacco ai parà”. Nella notte del 23 agosto un ordigno è esploso sotto un veicolo “Lince” del 187 reggimento della Folgore; più tardi, una pattuglia mista di soldati italiani ed afgani è stata attaccata con lanciarazzi sulla strada 517, un’importante e strategica via di comunicazione. La tecnica sempre la stessa: bombe ai margini delle strade su cui transitano i blindati. Sono circa 2.800 i ragazzi italiani impegnati nella missione afgana che Umberto Bossi, aveva dichiarato da “buon padre di famiglia”, “riporterebbe tutti a casa”. “E’ lecito immaginarsi – aveva dichiarato prima delle elezioni del 20 agosto il generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano – una escalation di tensione anche in vista di questo appuntamento (elettorale ndr) che rappresenta un passo determinante per la stabilità del Paese”. E puntualmente si è verificato. Quello che è avvenuto a Farah è l’ennesima riprova della fase estremamente pericolosa. Ma, elezioni del 20 agosto a parte, che cosa sta avvenendo oggi in Afghanistan – dopo il recente cambio di rotta del neoeletto presidente Obama – che possa giustificare l’aumento di attentati? Nella nuova fase “Obama” in Afghanistan non si parla più di uccidere i taliban ma di “proteggere i civili”. Il noto periodico inglese, The Economist, lo ha spiegato  in uno speciale dal titolo “Nella trappola dell’Afghanistan”. “La Nato ha sferrato due imponenti operazioni militari nella provincia di Helmand. (…) In sette ore più di quattromila marine e 650 soldati afgani hanno raggiunto l’obiettivo”. L’operazione Khanjar (letteralmente: colpo di spada) iniziata lo scorso luglio, scrive l’Economist, “è stata la più imponente azione militare dei marine dopo quella lanciata nel 2004 per riconquistare la città irachena di Falluja. (…) Ma a differenza di quei sanguinosi combattimenti urbani, in Afghanistan i militari statunitensi colpiscono nel vuoto”. E ancora: “L’alto numero delle vittime civili e la debolezza del governo di Kabul fanno si che la popolazione civile appoggi taliban e insorgenti”. Gli “insurgent”, cioè civili stanchi di vedersi bombardare matrimoni o funerali, che insorgono. E mentre il generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, ha dichiarato che “presto i suoi uomini potrebbero attaccare Marja”, roccaforte controllata da taliban e narcotrafficanti, dal canto loro i taliban, scrive ancora l’Economist, hanno annunciato la loro operazione militare: Faladijal (rete di ferro), basata su imboscate con bombe innescate ai bordi delle strade. Come quello che ha coinvolto il blindato italiano. Una direttiva emanata all’inizio dell’operazione “colpo di spada” definisce la conquista del sostegno della popolazione afgana “la priorità assoluta” per l’amministrazione Obama. “Dobbiamo evitare – aveva detto McChrystal – di cadere nel tranello delle vittorie tattiche seguite da sconfitte strategiche, cioè di quelle vittorie che ci fanno perdere l’appoggio della popolazione perché provocano vittime civili”. Lo stesso generale McChrystal  che oggi si dice pronto a chiedere ad Obama 45 mila soldati in più. Ed è forse proprio questa la corretta chiave di lettura per spiegare l’incremento di attacchi contro le truppe Nato tra cui ci sono anche i nostri militari italiani. “I raid americani in Afghanistan uccidono civili perfino tra gli invitati alle feste di nozze” ha scritto Tom Engelhard, giornalista e storico americano, sul suo blog “Tomdispatch”. All’alba di un giorno dell’agosto di un anno fa a Garloch, nella provincia orientale di Laghman, gli elicotteri statunitensi hanno compiuto un raid aereo di sei ore. La notizia venne diffusa poco e solo grazie ad un articolo del giornalista free lands, Anand Gobal che aveva attirato l’attenzione dei media internazionali su questo aspetto della guerra: “Hanno sganciato una bomba sulla casa di Haiji Qadir, un signore che ospitava una festa di nozze uccidendo 16 persone”. Nella guerra in Afghanistan, che dura ormai da quasi otto anni, il bilancio delle vittime dei matrimoni o dei funerali forse è moderato rispetto al totale. Ma in realtà, scrive ancora  Tom Engelhard, “nessuno sa quante nozze – rari momenti di festa in un Paese che da trent’anni ha poco da festeggiare – siano state distrutte dai raid americani”. E ancora: “Dopo che l’amministrazione Obama ha raddoppiato l’impegno in Afghanistan, tra gli esperti è cominciata a circolare l’ipotesi che il Paese sia la tomba degli imperi ”. L’Unione Sovietica fu sconfitta dagli stessi jihadisti che oggi combattono gli americani e le truppe Nato. “Un soldato sovietico – scrisse Christian Caryl nella recensione di un libro sulla guerra sovietica-afgana – ricorda un episodio del 1987, quando la sua unità aprì il fuoco su quella che pensava fosse una carovana di mujahidin. Poi i russi scoprirono di aver massacrato gli invitati a una festa di nozze”. Quell’errore provocò una serie di rappresaglie contro i soldati russi come oggi sta accadendo per gli americani e gli italiani in quella che sta diventando, sempre di più se non si aggiusterà la mira, una vera e propria trappola.

Giuseppe Candido


Obama, il Darfur e il genocidio nel deserto

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 18.07.2009

Dopo il G8 dell’Aquila, il passaggio in Africa di Barack Obama è stato salutato come un momento storico. Un discorso, quello tenuto ad Accra nella capitale dello stato del Ghana, di cui gli africani sentivano il bisogno anche se non sono stati affrontati temi cruciali come il genocidio che si sta perpetuando in Darfur o come l’esodo dei profughi somali che in questi giorni allarma l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Come faceva notare Drew Hunshaw su tocqueville.it, il suo unico passaggio alle violenze in Darfur è stato quello di affermare che “quando c’è un genocidio, questo non è semplicemente un problema americano”. Un passaggio troppo scarno che non chiarisce la posizione americana sull’emergenza in Darfur e sull’esistenza o meno di un genocidio in corso. Ci si poteva aspettare di più da un presidente americano le cui origini risalgono proprio dal continente nero. Era lecito sperare in qualche parola in più soprattutto se si considerano gli scarni aiuti economici stanziati dagli otto grandi durante il vertice dell’Aquila che, come faceva notare Gian Antonio Stella, sono veramente una miseria: “cinque euro e 18 centesimi all’anno per ciascun africano; 43 centesimi al mese” che, se annunciati con la cifra di 20 miliardi in tre anni, sembrano invece una grande cosa. Poco per il clima, pochi gli aiuti economici e poche anche le parole sui genocidi e sui massacri africani in corso. Qualche mese fa, il Darfur è tornato al centro dell’attenzione dei media internazionali quando la Corte Penale Internazionale ha emesso il mandato di arresto nei confronti del suo presidente Omar al Bashir. Ma l’emergenza umanitaria non si è risolta e non si risolverà senza andare alle radici del conflitto: la desertificazione e la perdita di terre fertili che spinge etnie diverse alla prevaricazione continua. La regione occidentale del Sudan ha già visto seppellire dalle 200 mila alle 400 mila vittime, 39 villaggi cancellati, distrutti. E’ il genocidio nel deserto del nuovo millennio. Stefano Cera, rappresentante dell’associazione “Italians for Darfur” ha spiegato, in una recente intervista rilasciata al Cecilia Tosi per la rivista Left, che il problema è che “si parla di emergenza umanitaria ma non del conflitto e dei modi per risolverlo.” Ma dei modi per risolvere il conflitto in Darfur non vi è indicazione nel discorso “storico” di Obama. “Questa è una guerra – ha spiegato ancora Cera – che non si può liquidare come scontro di civiltà. (…) Non ci sono, infatti, differenze religiose né di colore della pelle tra i gruppi che si combattono. C’è invece la lotta per la conquista di terre fertili, esacerbata dalle strumentalizzazioni politico ideologiche e da un problema globale come il surriscaldamento del clima, che ha portato desertificazione e siccità”. La crisi in Darfur è iniziata negli anni Ottanta, quando divenne il luogo di transito dei ribelli del Chad che lottavano contro il loro governo con il sostegno della Libia. La loro presenza – spiega ancora la Tosi su Left – congiuntamente alla progressiva diminuzione delle terre fertili coltivabili ha portato nei pastori nomadi di etnia araba “il senso di appartenenza ad una comunità più ampia, distinta da quella degli africani di etnia fur, tradizionalmente coltivatori stanziali. (…) Negli anni successivi l’arabismo si è diffuso e le ondate di siccità hanno inaridito acri di terra fertile. Così, le armi lasciate dai ribelli chadiani sono finite nelle mani di altri ribelli noti come Janjaweed, le milizie del deserto”. Da allora è iniziato uno sterminio dell’etnia fur che ancora continua: un genocidio che ha per causa primaria la desertificazione. Un genocidio per le terre fertili e per il quale non sono certo sufficienti i 5 euro e 18 centesimi all’anno stanziati dai grandi del G8 per ogni africano. “Guerriglieri e massacratori – ha dichiarato Stefano Cera – che combattono una guerra per procura del governo sudanese, anche se Bashir ha sempre negato di aver orchestrato le loro azioni”. E così, un’intera popolazione è costretta da anni a fuggire dalle proprie case e a costruire una “nazione parallela fatta di campi profughi disseminati su tutto il territorio del Darfur e al di là del confine occidentale, in Chad e nella Repubblica Centroafricana”. “Due milioni di persone – ha dichiarato Sulliman Ahmed, rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia – che sopravvive lungo il confine”. E dopo la decisione della Corte Penale Internazionale di spiccare il mandato di arresto nei suoi confronti, il Presidente Bashir se l’è presa con le Organizzazioni Non Governative cacciandone 13 che rappresentavano, da sole, il 40% degli aiuti umanitari presenti in Darfur e la situazione non è certo migliorata. Ecco perché dal presidente americano ci si aspettava qualche parola in più sui dittatori africani e sui massacri in corso in quel continente. Perché quella del Darfur non è l’unica emergenza umanitaria del continente nero: in Somalia, ha dichiarato in una nota dello scorso 26 giugno l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, 26.000 civili in fuga da Mogadiscio in soli 24 giorni. Una “forte preoccupazione” quella espressa dall’UNHCR, “per la spirale di violenza e per l’aggravarsi della crisi in Somalia che sta mettendo in fuga la popolazione. Gli scontri in corso tra le forze governative e i gruppi di opposizione (…) stanno mietendo una lunga scia di vittime, distruzione e nuovi esodi”. Lo scorso 19 aprile i rifugiati del Darfur in Italia si sono ritrovati, in una manifestazione sotto al Colosseo, per chiedere pace e giustizia per la loro terra. Pace e giustizia senza le quali non è possibile arrestare il genocidio in corso e che avrebbero dovuto trovare un posto di maggiore rilievo nello storico discorso di Barck agli africani e ai suoi dittatori.

Per non dimenticare Srebrenica

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11 luglio 1995. I soldati serbo bosniaci comandati da Ratko Mladic uccidono più di 7000 mussulmani, traditi dalle Nazioni Unite e dall’Europa. Nel luglio di 40 anni fa l’uomo metteva piede sulla luna. Una ricorrenza che tutti si affrettano a ricordare. Ma l’11 luglio dovrebbe poter essere occasione anche per non dimenticare quel genocidio che 14 anni fa, nel 1995, fu compiuto a Srebrenica nella Repubblica Serba della ex Jugoslavia. La città in teoria era stata dichiarata area protetta dall’ONU ma diventò il teatro dell’unico caso legalmente provato di genocidio verificatosi sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1993, un rapporto dei volontari dell’UNHCR, l’alto commissariato per i rifuggiati delle Nazioni Unite, descrisse l’inferno di Srebrenica: “I profughi erano accampati nelle strade bloccate dalla neve. Intere famiglie soffrivano la fame e sopravvivevano masticando radici e mangiando foglie. La scabbia e i pidocchi imperversavano”. Per proteggere la popolazione civile, Srebrenica era stata designata come area protetta dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che aveva anche chiesto la proclamazione del cessate il fuoco e il disarmo delle unità bosniaco-mussulmane. Una promessa di protezione e un piano che convinse molti civili a rimanere e che, invece, avrebbero potuto lasciare Srebrenica. 

Le forze di pace dell’Onu avevano un mandato limitato, ma i bosniaci affamati guardavano a quelle truppe coi loro giubbotti antiproiettili, i caschi blu e i blindati, come ad un protettore. Ma, come avrebbero scoperto, vivere in un’area protetta non comportava alcuna garanzia di protezione.

I bosniaci mussulmani, in termini di razza, sono identici ai serbi e ai croati con i quali condividono il loro paese. Sono tutti slavi del sud di pelle bianca. Parlano la stessa lingua. L’unica differenza è la religione. Eppure, l’11 luglio del 1995 fu realizzato il genocidio di più di settemila uomini e ragazzi mussulmani. Al momento del massacro la protezione doveva essere garantita da un battaglione olandese assegnato alla missione ONU. Ma il battaglione, che era dotato di armamenti inadeguati e privo di un supporto sufficiente, non fu in grado di agire mentre i serbi conquistavano Srebrenica. Quattordici anni fa l’area protetta di Srebrenica cadde nelle mani dei militari serbo-bosniaci dopo che le Nazioni Unite avevano “deciso” che non era più possibile proteggere l’area.

La stampa internazionale raccontò il fallimento dell’ONU: “Quella mattina, migliaia di uomini, donne, bambini ed anziani mussulmani implorarono l’aiuto dei caschi blu di stanza nella vecchia fabbrica di batterie di Potocari, a pochi chilometri da Srebrenica. Il soccorso venne negato: quei caschi blu olandesi furono taciti complici di quel massacro”. “La notte e i cinque giorni successivi l’aria intorno a Srebrenica risuonò delle urla degli uomini e dei ragazzi che venivano mutilati, massacrati, sepolti vivi, oppure uccisi e gettati nelle fosse comuni”.

Si dice che chi è sopravvissuto alla strage di Srebrenica, porta negli occhi il dolore immenso e la paura vissuta in quei giorni. In occasione dei dieci anni dal massacro Lorna Martin, su “the observer” noto quotidiano britannico, ha raccontato la storia di Fatima e Damir e di una foto che sconvolse il mondo. La foto di Ferida Osmanovic è stata pubblicata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: una donna con una abito bianco e un cardigan rosso, impiccata ad un albero con un cappio ricavato dalla cintura e dallo scialle. Fatima e Damir Osmanovic hanno solo quella foto della loro madre, ma non hanno la forza di guardarla. Una foto che ancora oggi resta l’icona di quel genocidio perpetuato su suolo europeo che sollevò numerosi interrogativi nel senato statunitense di allora: qual era il nome di quella donna? Da dove veniva? Quali torture e umiliazioni aveva subito?

In occasione del decimo anniversario del massacro, Fatima e Damir sono tornati per la prima volta in quella che un tempo era la loro casa a Srebrenica ed hanno raccontato la storia di quella foto: “Quando sono qui provo una grande rabbia” ha esclamato Fatima alla giornalista che l’accompagnava. “Non posso davvero credere che tutto questo sia successo a noi e alle altre famiglie”. 

Nei giorni successivi circa 40.000 persone furono deportate, le donne vennero sistematicamente violentate e più di 7.000 uomini e ragazzi furono trucidati. Mentre Ratko Mladic – ancora ricercato dal tribunale penale internazionale per il suo ruolo nel massacro – entrava a Srebrenica, migliaia di persone fuggirono verso Potocari, dove c’era il quartiere generale olandese il cui comandante aveva assicurato che l’Onu avrebbe autorizzato attacchi aerei per proteggerli. Ma di aerei non se ne videro. Mentre il massacro era già in corso i serbi dissero agli olandesi che avrebbero evacuato Potocari, passando al vaglio gli uomini per individuare i “criminali di guerra”. Invece portarono via uomini e ragazzi e li uccisero in massa nei boschi circostanti il villaggio. Oggi noi, proprio mentre in Cina con gli Uguri e in Iran con gli oppositori al regime si registrano stragi e scontri violenti, dovremmo ricordare per non dimenticare cosa è avvenuto di così atroce, a due passi da casa nostra per non permettere più, in futuro, che simili avvenimenti abbiano a ripetersi.


In Cecenia chi racconta verità continua a morire

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Il 7 ottobre del 2006 veniva assassinata a Mosca Anna Politkovskaya, la giornalista russa famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali. Putin aveva commentato l’omicidio di Anna con un freddo “non la conosceva nessuno”. Oggi che fa notizia in tutto il mondo l’uccisione a Grozny, in Cecenia, di Natalia Estemirova, giornalista impegnata nella lotta alla repressione russa e a criticare la violazione dei diritti umani compiuti dalle forze dell’ordine del regime filorusso di Grozny del Presidente ceceno Kadyrov, le parole del nuovo Presidente Medvedev forse suonano meno fredde ai familiari, agli amici, alla stampa internazionale: si è dichiarato “indignato” Medvedev e ha dichiarato di voler punire i colpevoli “il più duramente possibile, visto che è evidente che l’omicidio è legato all’attività di difesa dei diritti umani della Estemirova”.

Anna  Politkovskaya l’hanno uccisa sparandole prima al cuore e poi alla testa davanti casa sua alla periferia di Mosca, Natalia è stata freddata a Grzny con le stesse modalità: “ferite d’arma da fuoco al torace e alla testa”. Come fosse questo il metodo “predisposto” per la strage di verità; un metodo che ricorda quello mafioso. Anna  Politkovskaya lasciò la sua ultima inchiesta sulle torture in Cecenia dei Russi per il suo giornale, la testata “Novaya Gazeta”. Ma non venne pubblicata perché sequestrata dai servizi segreti e dalla polizia che effettuava le indagini. Dopo quasi tre anni ancora nessun colpevole però. “L’omicidio della Politkovskaya – aveva dichiarato, all’indomani dell’omicidio, Dimitri Muratov, direttore del giornale su cui scriveva Anna –  sembra essere una punizione per i suoi articoli.” Come Anna, anche Natalia “ha pagato la sua lotta contro gli abusi”. Cercare gli “scomparsi” dopo gli arresti della polizia, denunciare omicidi e torture, dare un nome e un volto ai responsabili di pestaggi, sparatorie. Anche nella Russia di Medvedev, chi dice la verità sulla Cecenia continua a morire. Perché, a guardare indietro nel tempo, Anna  Politkovskaya e Natalia Estemirova non sono le uniche giornaliste uccise nella Russia “democratizzata”. Come ha ricordato bene Giuliano Ferrara su Il Foglio del 17 luglio scorso, anche Stanistlav Merkolov e Anastasia Baburova sono stati uccisi nel gennaio scorso. Lui, avvocato, si occupava di seguire le denunce fatte dai cittadini ceceni mentre lei scriveva verità scomode su Novaya Gazeta, lo stesso giornale di Anna. In Russia, fa notare Ferrara, sono morti 125 giornalisti in sedici anni e, per 19 di questi casi sono stati riconosciuti come omicidi. Ma per la morte di nessuno di loro c’è ancora un colpevole. Ferrara dimentica però che tra i giornalisti morti in Cecenia c’è anche un italiano: Antonio Russo, inviato di Radio Radicale di cui la stampa italiana si occupò poco rispetto alla risonanza internazionale che ebbe quell’omicidio del 16 ottobre del 2000. Fu trovato morto vicino ad un passo di montagna caucasico, mentre cercava di documentare quello che stava avvenendo in Cecenia. Un giornalista italiano, morto in Cecenia, nel Caucaso, e per il quale ancora oggi non c’è un colpevole. Sul britannico “The Observer”, Amelia Gentleman e Rory Carrol, rispettivamente corrispondenti da Mosca e Roma del quotidiano, l’11 novembre del 2000, a meno di un mese dall’omicidio, scrissero un articolo: “Il reporter è stato ucciso dai servizi segreti russi?”. “Abbandonato sul ciglio di una strada (…) il contorto, congelato cadavere aveva qualcosa di strano. Antonio Russo – scrivono le giornaliste – era stato ucciso e i suoi assassini si erano assicurati di non lasciare segni sul suo corpo”. E ancora: “Il suo telefono satellitare, la telecamera digitale, il computer portatile e le videocassette erano sparite. (…) Gli amici di Russo (della Radio ndr) credono che lui sia stato assassinato dai servizi segreti russi dopo aver scoperto l’uso di armi non convenzionali contro i bambini”. E in effetti che il cadavere di Antonio Russo avesse qualcosa di strano era evidente: il petto sfondato come se ci fosse passato un autocarro. Uno servizio che sarebbe valso lo scoop che Russo non cercava quando ricercava la verità e tentava di aiutare i bambini che incontrava sulla sua strada. Uno scoop per un reporter che aveva rischiato la vita in Africa, in Bosnia e in Kosvo come inviato di Radio Radicale. Un incidente disse qualcuno giustificando con un forse l’assurdità della dichiarazione. Chi l’avesse ucciso poteva rimanere nel dubbio, ma che si trattava di un assassinio era evidente. Ma anche di quei colpevoli, dopo quasi dieci anni, non si conoscono i nomi né le motivazioni. In Italia la sua morte, il suo omicidio, fu quasi snobbato dalla stampa nazionale mentre grande risalto gli venne riservato da quella internazionale. Al funerale della  Politkovskaya a Mosca era presente, dei Parlamentari europei, soltanto Marco Pannella che rese l’estremo omaggio alla giornalista “che ci ha raccontato – disse rivolgendosi poi ai colleghi parlamentari – che ci ha raccontato quello che non avete voluto sentire né vedere”.

Oggi che Medvedev sembra aprire uno spiraglio sulla possibilità di punire i colpevoli, perché l’Europa non gli chiede di trovare i colpevoli? O è solo la Russia del gas che ci interessa mentre continuiamo a distrarci sulla violazione dei diritti umani che li si compiono?

Giuseppe Candido


Per non dimenticare Srebrenica

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 11.07.2009

11 luglio 1995. I soldati serbo bosniaci comandati da Ratko Mladic uccidono più di 7000 mussulmani, traditi dalle Nazioni Unite e dall’Europa. Nel luglio di 40’anni fa l’uomo metteva piede sulla luna. Una ricorrenza che tutti si affrettano a ricordare. Ma l’11 luglio dovrebbe poter essere occasione anche per non dimenticare quel genocidio che, 14 anni fa nel 1995, fu compiuto a Srebrenica nella Repubblica Serba della ex Jugoslavia. La città in teoria era stata dichiarata area protetta dall’ONU ma diventò il teatro dell’unico caso legalmente provato di genocidio verificatosi sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1993, un rapporto dei volontari dell’UNHCR, l’alto commissariato per i rifuggiati delle Nazioni Unite, descrisse l’inferno di Srebrenica: “i profughi erano accampati nelle strade bloccate dalla neve. Intere famiglie soffrivano la fame e sopravvivevano masticando radici e mangiando foglie. La scabbia e i pidocchi imperversavano”. Per proteggere la popolazione civile, Srebrenica era stata designata come area protetta dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che aveva anche chiesto la proclamazione del cessate il fuoco e il disarmo delle unità bosniaco-mussulmane. Un promessa di protezione e un piano che che convinse molti civili, che avrebbero potuto lasciare Srebrenica, a rimanere. Le forze di pace dell’Onu avevano un mandato limitato, ma i bosniaci affamati guardavano a quelle truppe, coi loro giubbotti antiproiettili, i caschi blu e i blindati, come ad un protettore. Ma come avrebbero scoperto, vivere in un’area protetta non comportava alcuna garanzia di protezione.

Srebrenica
Srebrenica - foto www.sfgate.com

I bosniaci mussulmani, in termini di razza, sono identici ai serbi e ai croati con i quali condividono il loro paese. Sono tutti slavi del sud di pelle bianca. Parlano la stessa lingua. L’unica differenza è la religione. Eppure, l’11 luglio del 1995 fu realizzato il genocidio di più di settemila uomini e ragazzi mussulmani. Al momento del massacro la protezione doveva essere garantita da un battaglione olandese assegnato alla missione ONU. Ma il battaglione era dotato di armamenti inadeguati e privo di un supporto sufficiente, non fu in grado di agire mentre i serbi conquistavano Srebrenica. Quattordici anni fa l’area protetta di Srebrenica cadde nelle mani dei militari serbo-bosniaci dopo che le Nazioni Unite avevano “deciso” che non era più possibile proteggere l’area.

La stampa internazionale raccontò il fallimento dell’ONU: “quella mattina, migliaia di uomini, donne, bambini ed anziani mussulmani implorarono l’aiuto dei caschi blu di stanza nella vecchia fabbrica di batterie di Potocari, a pochi chilometri da Srebrenica. Il soccorso venne negato: quei caschi blu olandesi furono taciti complici di quel massacro”. “La notte e i cinque giorni successivi l’aria intorno a Srebrenica risuonò delle urla degli uomini e dei ragazzi che venivano mutilati, massacrati, sepolti vivi, oppure uccisi e gettati nelle fosse comuni”.

Si dice che chi è sopravvissuto alla strage di Srebrenica porta negli occhi il dolore immenso e la paura vissuta in quei giorni. In occasione dei dieci anni dal massacro Lorna Martin, su “the observer” noto quotidiano britannico, ha raccontato la storia di Fatima e Damir e di una foto che sconvolse il mondo. La foto di Ferida Osmanovic è stata pubblicata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: una donna con una abito bianco e un cardigan rosso, impiccata ad un albero con un cappio ricavato dalla cintura e dallo scialle. Fatima e Damir Osmanovic hanno solo quella foto della loro madre, ma non hanno la forza di guardarla. Una foto che ancora oggi resta l’icona di quel genocidio perpetuato su suolo europeo e che sollevò numerosi interrogativi nel senato statunitense di allora: qual era il nome di quella donna? Da dove veniva? Quali torture e umiliazioni aveva subito?

In occasione del decimo anniversario del massacro, Fatima e Damir sono tornati per la prima volta in quella che un tempo era la loro casa a Srebrenica ed hanno raccontato la storia di quella foto: “Quando sono qui provo una grande rabbia” ha esclamato Fatima alla giornalista che l’accompagnava. “Non posso davvero credere che tutto questo sia successo a noi e alle altre famiglie”.

Nei giorni successivi circa 40.000 persone furono deportate, le donne vennero sistematicamente violentate e più di 7.000 uomini e ragazzi furono trucidati. Mentre Ratko Mladic – ancora ricercato dal tribunale penale internazionale per il suo ruolo nel massacro – entrava a Srebrenica, migliaia di persone fuggirono verso Potocari, dove c’era il quartiere generale olandese il cui comandante aveva assicurato che l’Onu avrebbe autorizzato attacchi aerei per proteggerli. Ma di aerei non se ne videro. Mentre il massacro era già in corso i serbi dissero agli olandesi che avrebbero evacuato Potocari, passando al vaglio gli uomini per individuare i “criminali di guerra”. Invece portarono via uomini e ragazzi e li uccisero in massa nei boschi circostanti il villaggio. Noi oggi dobbiamo ricordare per non dimenticare cosa è avvenuto, di così atroce, a due passi da casa nostra e non permettere più, in futuro, che simili avvenimenti abbiano a ripetersi.

Quando eravamo tutti migranti

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 14.05.2009

Migranti italiani
Migranti italiani

Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto (Esodo 23, 9). E’ il tema della memoria che s’intreccia con quello dell’alterità e che nella Bibbia si ritrova sovente. L’invito a ricordare, ad avere memoria, in particolare, quando si parla dell’atteggiamento da avere verso gli stranieri, verso coloro che non fanno parte della comunità “identitaria” dovrebbe essere raccolto da chi si occupa di politiche, ancor di più se chiamato a governare. Se non serve ricordare, come ha fatto con l’ orda di Gian Antonio Stella, che migranti lo siamo stati anche noi italiani; se non è sufficiente, per noi calabresi, rileggere le pagine dell’Avvenire Vibonese che pubblicava, alla fine dell’ottocento, le notizie sui migranti che dalla Calabria partivano verso le Americhe e i relativi provvedimenti dell’allora Commissario dell’emigrazione, forse è il caso di rileggere la Bibbia che ci rammenta che il primo straniero è stato proprio il Cristiano. E’ strano davvero: impieghiamo un sacco di tempo ad imparare qualcosa, ci costa tanta fatica e poi, in breve lasso di tempo, dimentichiamo. Eppure anche noi abbiamo conosciuto la puzza delle stive, l’amaro in bocca del lasciare – forse per sempre – la propria terra, i propri cari, per la ricerca di una vita meno misera. Ci guardiamo allo specchio ma non riusciamo più a scorgere quel figlio, quel nipote, di migranti quali siamo. Se la terra da cui ci sfamiamo si inaridisce dovremmo morire sul posto? Abbiamo piedi o radici? Noi siamo rimasti sul posto quando a “seccare” di miseria era la nostra terra? La nostra Calabria? Non amiamo essere costretti a ricordare e dimentichiamo. Thomas Eliot forse aveva ragione nell’affermare che “il genere umano non può sopportare molta realtà”. E noi italiani vogliamo dimenticare, vogliamo fingere di essere diversi da quello che siamo o da quello che siamo stati. Un bel Paese ma dalla gente immemore che l’Europa e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifuggiati (UNHCR) devono “richiamare”. Proprio mentre cultura e letteratura italiane sono in fiera a Torino sotto il titolo “Io, gli altri” e parlano all’attualità con titoli come “La morte del prossimo” di Luigi Zoja, “Mai senza l’altro” di Michel de Certau, o ancora più espliciti, come “Ricordati che eri straniero” di Barbara Spinelli, proprio mentre fiumi di parole si spendono sul tema delle nuove e vecchie migrazioni, in Italia la politica del Governo è chiara: rispedire a casa lo straniero, senza preoccuparsi neanche se queste persone abbiano, o no, diritto ad asilo perché perseguitati nel loro paese d’origine. Duecento trenta migranti soccorsi dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza italiane nelle acque internazionali di competenza maltese, sono stati “ricondotti” in Libia (paese, tra l’altro, non aderente ai trattati internazionali sui rifugiati) e senza neanche un’adeguata valutazione della loro possibile necessità di protezione internazionale. Anche se non sono disponibili informazioni sulle nazionalità dei 230 migranti – ha specificato con una nota l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite – nell’anno 2008 circa il 75% delle persone che sono giunte in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e, al 50% di costoro, è stata riconosciuta una forma di protezione internazionale perché ne avevano il diritto. Solo sulla base di questi dati è leggittimo ipotizzare percentuali simili tra quelle 230 persone riaccompagnate in Libia con la “nuova linea” del Governo Italiano e del suo Ministro degli Interni Maroni. Non solo gente in fuga dalla miseria e in cerca, legittima, di una vita migliore, ma anche perseguitati politici in fuga dal loro paese. Persone che possono essere individuati e uccisi. Non basta nascere per esistere, è necessario avere una cittadinanza. Non ci sono diritti dell’uomo in quanto tale? Abbiamo o non abbiamo diritti, non perché siamo esseri umani, persone, ma perché cittadini, perché abbiamo passaporti di una certa nazione dove abbiamo avuto fortuna di nascere. E se dovesse tornare ad inaridirsi di nuovo anche la nostra di terra?

L’appello dello scorso 7 maggio rivolto alle autorità italiane e maltesi da Antònio Guterres, Alto Commissario per i rifugiati, era chiaro: “assicurare alle persone salvate in mare e bisognose di protezione internazionale, il pieno accesso al territorio e alla procedura d’asilo nell’Unione europea”. Invece no, l’appello è rimasto inascoltato e ha vinto l’Europa dei dei Governi Nazionali: le 230 persone sono state “riaccompagnate” in Libia dalle nostre motovedette “guidate” da Maroni. Perché loro, ha dichiarato il Presidente del Consiglio, “non sono come la sinistra, non sono per un’Italia multietnica”. Un radicale mutamento delle politiche migratorie del Governo italiano che ha fatto indignare non soltanto l’Alto Commissario per i Rifugiati ma anche la chiesa Cattolica e tutti coloro memori che emigranti lo eravamo pure noi.

Migranti lo eravamo anche noi

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Pubblicato su “Il domani della Calabria“il 19 luglio 2009. Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto (Esodo 23, 9). E’ il tema della memoria che s’intreccia con quello dell’alterità e che nella Bibbia si ritrova sovente. L’invito a ricordare, ad avere memoria, in particolare, quando si parla dell’atteggiamento da avere verso gli stranieri, verso coloro che non fanno parte della comunità “identitaria” dovrebbe essere raccolto da chi si occupa di politiche, ancor di più se chiamato a governare. Se non serve ricordare, come ha fatto con l’ orda di Gian Antonio Stella, che migranti lo siamo stati anche noi italiani; se non è sufficiente, per noi calabresi, rileggere le pagine dell’Avvenire Vibonese che pubblicava, alla fine dell’ottocento, le notizie sui migranti che dalla Calabria partivano verso le Americhe e i relativi provvedimenti dell’allora Commissario dell’emigrazione, forse è il caso di rileggere la Bibbia che ci rammenta che il primo straniero è stato proprio il Cristiano. E’ strano davvero: impieghiamo un sacco di tempo ad imparare qualcosa, ci costa tanta fatica e poi, in breve lasso di tempo, dimentichiamo. Eppure anche noi abbiamo conosciuto la puzza delle stive, l’amaro in bocca del lasciare – forse per sempre – la propria terra, i propri cari, per la ricerca di una vita meno misera. Ci guardiamo allo specchio ma non riusciamo più a scorgere quel figlio, quel nipote, di migranti quali siamo. Se la terra da cui ci sfamiamo si inaridisce dovremmo morire sul posto? Abbiamo piedi o radici? Noi siamo rimasti sul posto quando a “seccare” di miseria era la nostra terra? La nostra Calabria? Non amiamo essere costretti a ricordare e dimentichiamo. Thomas Eliot forse aveva ragione nell’affermare che “il genere umano non può sopportare molta realtà”. E noi italiani vogliamo dimenticare, vogliamo fingere di essere diversi da quello che siamo o da quello che siamo stati. Un bel Paese ma dalla gente immemore che l’Europa e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifuggiati (UNHCR) devono “richiamare”. Proprio mentre cultura e letteratura italiane sono in fiera a Torino sotto il titolo “Io, gli altri” e parlano all’attualità con titoli come “La morte del prossimo” di Luigi Zoja, “Mai senza l’altro” di Michel de Certau, o ancora più espliciti, come “Ricordati che eri straniero” di Barbara Spinelli, proprio mentre fiumi di parole si spendono sul tema delle nuove e vecchie migrazioni, in Italia la politica del Governo è chiara: rispedire a casa lo straniero, senza preoccuparsi neanche se queste persone abbiano, o no, diritto ad asilo perché perseguitati nel loro paese d’origine. Duecento trenta migranti soccorsi dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza italiane nelle acque internazionali di competenza maltese, sono stati “ricondotti” in Libia (paese, tra l’altro, non aderente ai trattati internazionali sui rifugiati) e senza neanche un’adeguata valutazione della loro possibile necessità di protezione internazionale. Anche se non sono disponibili informazioni sulle nazionalità dei 230 migranti – ha specificato con una nota l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite – nell’anno 2008 circa il 75% delle persone che sono giunte in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e, al 50% di costoro, è stata riconosciuta una forma di protezione internazionale perché ne avevano il diritto. Solo sulla base di questi dati è leggittimo ipotizzare percentuali simili tra quelle 230 persone riaccompagnate in Libia con la “nuova linea” del Governo Italiano e del suo Ministro degli Interni Maroni. Non solo gente in fuga dalla miseria e in cerca, legittima, di una vita migliore, ma anche perseguitati politici in fuga dal loro paese. Persone che possono essere individuati e uccisi. Non basta nascere per esistere, è necessario avere una cittadinanza. Non ci sono diritti dell’uomo in quanto tale? Abbiamo o non abbiamo diritti, non perché siamo esseri umani, persone, ma perché cittadini, perché abbiamo passaporti di una certa nazione dove abbiamo avuto fortuna di nascere. E se dovesse tornare ad inaridirsi di nuovo anche la nostra di terra?

L’appello dello scorso 7 maggio rivolto alle autorità italiane e maltesi da Antònio Guterres, Alto Commissario per i rifugiati, era chiaro: “assicurare alle persone salvate in mare e bisognose di protezione internazionale, il pieno accesso al territorio e alla procedura d’asilo nell’Unione europea”. Invece no, l’appello è rimasto inascoltato e ha vinto l’Europa dei dei Governi Nazionali: le 230 persone sono state “riaccompagnate” in Libia dalle nostre motovedette “guidate” da Maroni. Perché loro, ha dichiarato il Presidente del Consiglio, “non sono come la sinistra, non sono per un’Italia multietnica”. Un radicale mutamento delle politiche migratorie del Governo italiano che ha fatto indignare non soltanto l’Alto Commissario per i Rifugiati ma anche la chiesa Cattolica e tutti coloro memori che emigranti lo eravamo pure noi.

L'idealista della violencia

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di Giuseppe Candido

Argentina1923. Un abruzzese e un calabrese contro il fascismo, ma il governo Radicale prese le distanze

Io voglio: Un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza. Bartolomeo Vanzetti

Osvaldo Bayer – Wiki esp

Corsi e ricorsi storici non finiscono di stupirci. A parlarci di Francesco Barbieri, Severino Di Giovanni e d’immigrazione dei calabresi in argentina è, come al solito, Filippo Curtosi direttore responsabile del nostro mensile indipendente “Abolire la miseria della Calabria”. Tra i libri e fotocopie che ci consegna trovo uno tra i saggi più importanti di Osvaldo Bayer , un anarchico pacifista ad oltranza come egli stesso si definiva, sicuramente importante per i documenti ivi raccolti è quello riguardante l’anarchico abruzzese “Severino Di Giovanni, l’idealista della violenza”. Osvaldo Bayer, Ed. Galerna, Buenos Aires, (1970).  Bayer, da pacifista ad oltranza ha studiato i movimenti anarchici antifascisti che in argentina si svilupparono negli anni ”20. Purtroppo è tutto in spagnolo. Come associazione di volontariato culturale “Non Mollare!” stiamo curandone la traduzione – grazie alla lodevole collaborazione del Prof. Sergio Iiriti – per gli intrecci che il Di Giovanni ebbe con l’anarchico di Briatico, Francesco Barbieri oggetto di nostro interesse in quanto libertario anarchico calabrese.

Il 1921  per l’Italia fu un anno particolare: la forte crisi economica, le dure repressioni poliziesche del governo Crispi contro le masse popolari che protestavano per le insopportabili condizioni di vita in cui si trovavano. In quell’anno Barbieri, calabrese di Briatico, emigra in argentina.

Nel 1923 con Francesco Barbieri e i fratelli Scarfò, Severino Di Giovanni  è tra i fondatori degli “Anarchismi Espropriatori”. Narriamo qui un particolare emerso dalla traduzione.

Durante gli anni del fascismo numerosi giovani italiani stanchi del totalitarismo, la censura, le ristrettezze della guerra decidono di trovare fortuna all’estero e tra questi un tale di nome Severino Di Giovanni. Il giovane abruzzese, emigrato in argentina dove, nel maggio del ’23 incontra l’anarchico calabrese Francesco Barbieri, mal sopporta l’orientamento del console italiano e i festeggiamenti che questi organizza per la magnificazione della monarchia sabauda e l’avvento del governo fascista. La cerimonia del Teatro Colòn fu però movimentata da un gruppo di facinorosi al grido di “viva Matteotti…………” .

Lo scontro con le camice nere, a presidio della manifestazione, è inevitabile, come inevitabile l’arrivo della polizia e il conseguente fermo dei disturbatori, i quali si dichiaravano estranei l’un l’altro e di non aderire a nessuna particolare ideologia. Nel verbale della polizia risalta la figura di un giovane che si batte con particolare veemenza e lo stesso non ha problemi a dichiararsi anarchico. Il giovane risponde al nome di Severino Di Giovanni, dice di lavorare in una tipografia, come operaio. In quest’epoca, durante la fine degli anni venti, c’è molto fermento politico e il movimento anarchico in argentina è particolarmente attivo, ma spaccato al suo interno da una fazione più morbida, filo governativa, e l’altra che voleva passare dai fatti all’azione.

La borghesia argentina ricca, corrotta, bigotta, marcia viene messa alla luce e quindi fatta esplodere dall’azione libertaria e radicale. La lotta armata per abbattere gli stati borghesi e capitalisti realizzando cosi una vera rivoluzione. Il movimento anarchico però si divide e il dibattito è molto acceso e verte sulla opportunità dell’impiego o meno delle armi nell’azione politica. Francesco Barbieri diventerà uno dei maggiori esponenti  dell’ala militarista  che fa la scelta radicale assieme a Renzo Novatore, Buenaventura Durruti, Julies Bonnot, Severino Di Giovanni, Sante Pollastri, Miguel Arcangel Rossigna e Paco Ascaso.

Lo stesso Di Giovanni era direttore di una testata chiamata “Culmine” alla quale lavorava nei ritagli di tempo, senza sosta. Il punto di svolta nella vita di Di Giovanni si ha in seguito ad un comizio in piazza, che culmina con un attentato dinamitardo all’ambasciata degli Stati Uniti. Il governo di radicale di ….., che finora era stato molto tollerante, non solo nei confronti della libera circolazione e diffusione di idee anarchiche, ma anche di fronte ad agitazioni di piazza e a movimenti di protesta; a questo punto, prende le distanze dall’atteggiamento violento degli insurrezionalisti e comincia perseguirli severamente.

Qual’è il ricorso storico? A parte il periodo di crisi di democrazia che in questo Paese oggi si torna a vivere. Probabilmente quello di più che ci ha colpiti durante la ricerca che stiamo conducendo è che, a lottare contro il fascismo furono – tra gli altri – un calabrese e un abruzzese che seguirono l’ala militarista. Ma il governo argentino di allora, governo radicale ne prese le distanze. Un altro esempio di resistenza nonviolenta pure questo.

Cuore nero

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di Giovanna Canigiula

Ultimo compito in classe in una quarta ginnasiale, quasi ultima fatica dell’anno. La traccia richiedeva un’opinione sul monito dell’Europa all’Italia per l’ondata di razzismo e xenofobia che dilagano nel nostro paese. Sorpresa! Altro che villaggio globale, intercultura, accoglienza: nella terra dei migranti emarginati, i benestanti nipotini coltivano l’odio. Percepiscono l’indistinto universo degli “stranieri” (marocchini, rumeni, rom) come nemico da scacciare. Gli extracomunitari (ma non gliel’abbiamo detto che i rumeni sono comunitari? Mi sorge il dubbio) sono ladri, stupratori, rapitori di bambini, usurpatori di lavori e diritti. Inducono, addirittura, a lasciare la patria, non foss’altro che per la salvaguardia della prole a venire. O loro o noi. E chi ha la forza, ora, di spiegare agli impermeabili mostri in erba che sarebbero stranieri altrove, comunitari o non, dunque da scacciare perché piccoli neri e mafiosi italiani, italiani del sud, calabresi? Il bello è che premettono: non sono razzista. Ma… Mi arrabbio. Mi si gonfiano le vene. Sono furibonda. Sei razzista e come. Non lo sai ma sei un piccolo mostro viziato e bastardo, che non misura pensieri e parole. Che non ha pietà. Crudele crudelissimo. E non c’è lettura, approfondimento, dibattito, conversazione, convegno, spettacolo, concerto che possano: gli stranieri di serie B vanno cacciati e subito. Sono brutti sporchi e cattivi. Insozzano le città (dev’essere per questo che Napoli è sepolta da cumuli di spazzatura!).  Ci fanno vivere nel terrore e stare rintanati nelle case (in teoria, perché nella pratica tra palestre, passeggiate, cinema e ritrovi bisogna uscire per forza. Magari li facessero stare a casa sui libri!). Hanno rovinato l’immagine dell’Italia con crimini, furti, abusi (sicuramente in tempi non sospetti avranno esportato la ‘ndrangheta dai loro terribili paesi. L’avranno portata con le navi. Maledetti!). Quante cose scopro. E mi arrendo. La lettura dei quotidiani in classe? Inutile. Li leggeremo male. Far meditare con Bilal? Inutile. Costrizione noiosa. E’ scuola. Un preside che promuove in ogni modo l’incontro con l’altro da noi perché diventi parte di noi? Inutile. Perché è scuola.  Tutto ciò che si è fatto, detto, letto, discusso in un anno: fatica inutile. E di che mi stupisco? Proprio qualche giorno fa, un quindicenne mio vicino di casa, figlio non di noto professionista ma di migrante, prima in Germania e poi nel milanese, mi spiegava che “questi clandestini non devono entrare, li devono lasciare sui barconi e se annegano dispiace ma pazienza: perché devono venire da noi, rubarci il lavoro e mandare i soldi guadagnati in Italia alle famiglie  che poi mandano anche i figli all’Università coi nostri soldi? E perché sono trattati meglio degli italiani poveri e se un rumeno ubriaco e senza patente ammazza tre persone con la macchina lo mandano in un albergo a cinque stelle anziché in carcere e poi lo liberano?” Questa dell’albergo a cinque stelle non la sapevo, ma so che l’ho scalfito appena, il tempo di un’ impercettibile apnea, quando gli ho ricordato –e con una stretta al cuore- di chi era figlio, perché si è ripreso subito: sì, ma mio padre era italiano. Viva l’Italia dunque, con il suo cuore nero, chiunque si decida di votare, paese di gran lusso come gli alberghi in cui mandiamo a soggiornare gli “stranieri” che delinquono. Abbasso i clandestini e chi cerca di capirli e la scuola che, hanno ragione, è fatta di mediocri, tanta l’incapacità di dialogare, educare, comunicare, trasmettere. Hanno detto in televisione che…Viva la televisione. Più forte e più brava. E povera sinistra, consentitemelo. Lo vedo difficile il cammino.