#Scuola: la Gilda insegnati pronta a chiamare i prof alla mobilitazione

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Riceviamo dal Prof. Tindiglia coordinatore provinciale della Gilda Catanzaro e membro della direzione nazionale della Gilda Insegnanti – Federazione Gilda Unams, il Comunicato ufficiale della Direzione nazionale della Gilda Insegnanti che volentieri – come dirigenti provinciali della Gilda di Catanzaro – condividiamo e pubblichiamo

La Direzione nazionale della Gilda degli Insegnanti, riunitasi a Roma il 21 agosto 2014, ha discusso della situazione dell’istruzione e della scuola, che è in Italia istituzione tutelata dalla Costituzione.

Il dibattito dei dirigenti nazionali dalla Gilda si è soffermato in particolare sulla condizione nella quale in questi ultimi anni i docenti svolgono la loro attività professionale, mal retribuita ed oppressa dalla burocrazia.

In attesa delle linee guida preannunciate alla stampa dal Presidente del Consiglio, la Gilda degli Insegnanti ricorda che se l’istruzione in Italia mantiene livelli ancora buoni è grazie alla professionalità e alla dedizione della stragrande maggioranza dei docenti.

Fiduciosi che le linee guida possano essere tali da garantire sia il livello dell’istruzione sia, soprattutto, le risorse economiche necessarie per un rilancio del settore dell’istruzione statale, la Gilda ribadisce l’assoluta contrarietà ad una politica scolastica che già da troppi anni taglia anche l’indispensabile e quindi rispetto ai paventati tagli di un anno del percorso scolastico delle secondarie, al prospettato ulteriore blocco della parte economica del CCNL e degli scatti di anzianità, all’aumento dell’orario di lavoro dei docenti, nel contesto di una possibile revisione unilaterale della parte normativa.

La Gilda degli Insegnanti, in tale ipotesi, sarebbe pronta a chiamare i docenti alla mobilitazione nazionale.

Carcere di Rossano (CS): detenuti in condizioni inumane. Bruno Bossio (PD): Hanno provato in tutti i modi a non farmi entrare

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Una situazione incredibile, drammatica, che non pensavo esistesse in un carcere italiano, ha riferito dai microfoni di Radio Radicale la deputata cosentina del PD Enza Bruno Bossio.

Giuseppe Candido (Radicali): Ecco perché in Calabria serve subito il Garante dei diritti dei detenuti. Molte regioni d’Italia l’hanno già istituito, molti comuni sedi di penitenziari anche. La politica calabra si muova tutta per la vita del diritto che è diritto alla vita.

“Venerdì 8 agosto siamo stati al carcere di Palmi per fare un sit-in in sostegno del satyagraha di Rita Beranrdini (in sciopero della fame dal 30 giugno scorso) e Marco Pannella (in sciopero della fame e della sete, più volte interrotto e ricominciato per le esigenze di salute legate all’aver dovuto effettuare due interventi per rimuovere due tumori). Un satyagraha rivolto a chiedere allo stato, per le carceri, di garantire il diritto alla salute, fermare la mattanza dei suicidi che nelle carceri avviene anche per la mancanza di adeguate cure psichiatriche, e fermare la tortura democratica del 41 bis inflitto a pazienti come Bernardo Provenzano, incapace di intendere e di volere, indipendentemente dalle condizioni di salute.” E’ quanto si legge nella nota di Giuseppe Candido, esponente del Partito Radicale e segretario dell’associazione di volontariato culturale Non Mollare.

“Mentre noi facevamo il sit-in a Palmi, l’On.le Enza Bruno Bossio, deputata del PD orginaria di Cosenza, nello stesso giorno si è recata in visita ispettiva ‘senza preavvisare’ al carcere di Rossano. Quello che ha trovato lo ha raccontato subito a Emilio Quintieri che, a stretto giro, ha avvisato altrettanto immediatamente Rita Bernardini; poi – ovviamente – l’ha intervistata Radio Radicale Lorenzo Rendi.

Noi, ” – continua Candido – “oltre a ricordare ancora una volta che Rita Bernardini è in sciopero della fame dal 30 giugno assieme a Marco Pannella che, nonostante la sua malattia mette in gioco la vita per la vita del diritto e il rispetto della legge nelle carceri, possiamo solo aggiungere che avevamo ragione a parlare di condizioni inumane e degradanti che continuano a persistere nelle nostre patrie galere, anche in quelle calabre, e a chiedere con forza, per la Calabria, con prepotente urgenza l’istituzione del garante regionale dei diritti delle persone private della libertà”.


Di seguito riportiamo l’intervista della deputata del PD Enza Bruno Bossio intervistata su Radio Radicale e che lo scorso 8 agosto ha fatto visita ispettiva al carcere di Rossano Calabro (CS), riscontrando delle condizioni di grave degrado in cui si trovano alcuni detenuti. Una situazione per la quale la deputata del PD ha prennunciato iniziative paralamentari ma anche in sede giudiziaria.

Intervistata da Lorenzo Rendi ai microfoni di Radio Radicale l’11 agosto l’On.le Enza Bruno Bossio ha dichiarato:

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T. Campanella, la Tortutra dei carichi

« Sono andata al carcere di Rossano come altre volte ero andata al carcere di Catanzaro e anche di cosenza, sono andata più volte. Le prime volte sempre senza preavviso, ma non ho trovato nessun ostacolo. Oggi pomeriggio, invece, hanno provato in tutti i modi a non farmi entrare chiedendomi di tornare in un altro momento e, poi, alla fine hanno acconsentito che entrassi solo io, senza un mio collaboratore e anche Emilio Quintieri che è un esponente del Partito Radicale con il quale sto facendo parecchie visite ispettive. Io ho accettato di entrare anche da sola perché volevo capire come mai un detenuto che era al carcere di Catanzaro fosse stato spostato, dalla sera alla mattina, al carcere di Rossano e lì, in verità, ho trovato una situazione incredibile, drammatica. Questo detenuto era in un reparto d’isolamento del carcere di Rossano, non mi hanno fatto entrare nella sua cella, che comunque aveva le lenzuola, i vestiti, eccetera. Mentre, a un certo punto, si sono messi a gridare gli altri detenuti, e ho visto una situazione che non pensavo esistesse in un carcere italiano. C’era uno dei detenuti che si è messo a gridare: ‘vada a vedre cosa c’è nella cella 1, nella cella 2 e nella cella 7’.

Enza Bruno Bossio

Lì ho trovato detenuti sostanzialmente nudi, soltanto con gli slip, uno in una cella in cui non c’era nemmeno il letto, quindi seduto per terra seminudo in mezzo ai suoi escrementi, ai piatti sporchi, eccetera. Un altro, invece, in cui il letto c’era ma senza lenzuola, anche lui senza vestiti, celiaco, quindi, col vomito per terra; lo stesso per un altro detenuto. Il primo messo in queste condizioni perché, dicevano, aveva tentato il suicidio. Cioè esattamente l’opposto (di quello che si dovrebbe fare, ndr): uno tenta il suicidio e tu lo tieni in quelle condizioni disumane. Come una bestia. Gli altri due, sembrerebbe, per tentata evasione. Ma anche in questo caso erano stati malmenati, avevano botte, tenuti in questa situazione. Io, diciamo, ho reagito. Ho detto che avrei comunque denunciato questa cosa, ma, ad aggravare la situazione è stata la telefonata della comandante della guardie penitenziarie, la quale mi ha anche insultato dicendo che io non mi dovevo permettere ad entrare senza chiedere prima il permesso. Io le ho detto che, fose, si doveva fare un attimo i conti su quali fossero, effettivamente, i diritti e i doveri vista la situazione che, diciamo, per fortuna ho visto perché probabilmente, se avessi avvisato, non l’avrei vista. Sicuramente fossi stata in un’altra situazione avrei fatto immediatamente un’interrogazione a risposta immediata che, evidentemente, in questo momento non posso fare e mi riservo di fare a settembre. Anche se intanto deposito un’interrogazione a risposta scritta, poi farò un comunicato e penso che lo denuncerò anche alla Procura della Repubblica, ma intanto sto attivando i canali anche del governo, del DAP (dipartimento amministrazione penitenziaria, ndr) perché comunque, questo atto da una parte deve essere denunciato per il modo con cui questa situazione evidentemente sta andando avanti da molto tempo e non lo sappiamo. Ma tornerò anche la settimana prossima nel carcere di Rossano per vedere se, nel frattempo, almeno sono stati intimiditi e hanno modificato le cose. Altrimenti rincarerò la dose, in qualche modo. »


Sit-in nonviolento di #Radicali calabresi (e non solo) davanti al carcere di Palmi

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Ma i calabresi – colpa dell’informazione – non lo possono sapere!
Per sostenere il satyagraha di Rita Bernardini, Marco Pannella e Radicali, stamane dalle 9.00 alle 15 siamo stati a Palmi davanti al carcere. Con noi Radicali, presente una delegazione dei Socialisti uniti nelle persone del coordinatore regionale Giampaolo Catanzariti e del coordinatore provinciale Pierpaolo Zavettieri.
Ringraziamo anche Ilaria Valbonesi e il suo compagno di cui colpevolmente non ricordo il nome, radicali di Roma, che pure essendo in Calabria in vacanza, sono venuti da Roccella (stoici).
Polemica: Avevamo convocato una conferenza stampa per spiegare le ragioni di questa iniziativa nonviolenta ai calabresi. E del perché, alla politica regionale e locale chiediamo l’istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà sia regionale (come hanno già fatto 12 regioni di 20) ma non in Calabria dove sono impegnati a prolungare inutilmente una legislatura acefala.

Ma come agli italianofoni non è dato di conoscere la proposta (e non protesta) politica dei Radicali (fatto scientificamente provato dai dati del centro di ascolto radiotelevisivo), così la miseria della calabra informazione, quella che – dicono – “rischia ogni giorno la vita perché scrive contro la ndrangheta”, ha dato buca.
Non una tv locale, non un quotidiano e neanche una agenzia. Tg3 Calabria manco a parlarne.
Eppure in terra calabra, un gruppo politico che chiama tortura il regime del 41bis e che chiede rispetto della legge, della costituzione e del diritto internazionale dovrebbe essere una notizia. Invece NADA.
Grazie quindi a Radio Radicale, unico vero servizio pubblico utile all’enaudiano motto del ‘conoscere per deliberare’.
A questo link la sintesi della manifestazione e la conferenza stampa

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#Dissesto idrogeologico: lettera aperta dei geologi della Calabria a Renzi

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Riceviamo e pubblichiamo la:
Lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi
Disponibile al link:
http://www.ordinegeologicalabria.it/schede.php?id=1854

Pregiatissimo Presidente del Consiglio dei Ministri,

scriviamo proprio nel momento in cui, purtroppo, nel trevigiano si contano le vittime e i danni provocati dall’ennesimo evento di dissesto idrogeologico. Quest’ultimo evento disastroso testimonia, per l’ennesima volta, come non sia proprio più possibile continuare ad affrontare il rischio idrogeologico nel nostro Paese senza una politica che preveda una seria programmazione per la messa in sicurezza del territorio.

I rischi geologici, com’è noto, interessano in maniera profonda anche il territorio calabrese.

Dagli organi di stampa apprendiamo che nei prossimi giorni la S.V. sarà in visita in Calabria e, probabilmente, avrà modo di constatare personalmente quanto sia esposto il territorio regionale rispetto al rischio idrogeologico, e rendersi conto come la difesa del suolo rappresenti una priorità dalla quale non si possa prescindere per lo sviluppo di questa regione.

In Calabria, nel novembre 2010, veniva siglato dalla Regione Calabria e dal Ministero dell’Ambiente un accordo di programma finalizzato a fronteggiare il rischio idrogeologico, mediante la realizzazione di interventi urgenti di mitigazione, per un importo complessivo di 220 milioni di euro, cofinanziato per il 50% dalla stessa Regione Calabria, che prevedeva la realizzazione di 185 interventi.
Attualmente, a distanza di quasi quattro anni dalla stipula dell’accordo, pochissimi interventi tra quelli programmati risultano in corso di esecuzione, nonostante lo stesso accordo di programma, considerata la particolare urgenza connessa alla necessità di intervenire nelle situazioni a più elevato rischio idrogeologico, avesse previsto l’istituzione di una Struttura commissariale autonoma (DPCM 21/1/2011) avente lo scopo di accelerarne le procedure per la loro realizzazione.

L’attuazione degli interventi, invece, risulta in fortissimo ritardo: pochissime attività sono state avviate in concreto, mentre il territorio calabrese, ad ogni evento piovoso intenso, continua a “rompersi a pezzi”, esponendo a serio rischio gli abitanti. Ciò rappresenta una condizione inaccettabile che segna pesantemente la nostra regione non soltanto in termini ambientali, ma anche in termini di impatto economico, sociale e, naturalmente, di salvaguardia della vita umana.

Si auspicava nella celere attuazione delle attività previste dall’accordo di programma, che, oltre a rappresentare la continuazione della politica di “sicurezza geologica” iniziata con gli interventi di mitigazione previsti dal Piano di difesa del suolo (Ia Fase) predisposti dalla Regione Calabria, avrebbero anche rappresentato una possibilità di rilancio dell’economia locale con ricadute occupazionali non trascurabili per i lavoratori del settore.

Il recente DL “Ambiente” n. 91/2014, al fine di snellire le procedure e considerata la necessità immediata di mitigare il rischio idrogeologico, all’art.10 stabilisce che i Presidenti delle Regioni subentrano ai Commissari straordinari delegati per gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, individuati negli Accordi di programma. Lo stesso DL 91/14 stabilisce che i Presidenti delle Regioni inviano un’informativa al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) relativa all’allocazione dei finanziamenti già trasferiti alla gestione commissariale con riferimento agli interventi immediatamente cantierabili, assieme allo stato di avanzamento delle attività.

Tuttavia in Calabria, com’è noto, il Presidente della Regione è dimissionario da qualche mese e sembrerebbe che da qualche giorno sia stato nominato un nuovo Commissario come delegato per gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico: auspichiamo che il nuovo Commissario riesca ad accelerare i lavori per la messa in sicurezza del territorio, scongiurando il rischio di far perdere i finanziamenti previsti.

Siamo consapevoli che le somme destinate dall’Accordo di programma, per quanto importanti, non possano risolvere tutte le criticità geologiche presenti sul nostro territorio, che è notorio sono di ben altra entità e complessità.

Pregiatissimo Presidente, proprio a causa del quadro generale delle criticità idrogeologiche presenti in Calabria, chiediamo che si provveda in tempi rapidi a pianificare maggiori investimenti nella prevenzione rispetto al rischio idrogeologico: il ripristino delle condizioni di sicurezza di numerosi centri abitati, oltre a salvaguardare la vita umana, contribuisce sicuramente anche al rilancio economico, occupazionale e sociale del territorio calabrese.

Certi di un positivo riscontro, porgiamo Distinti saluti.

Catanzaro, 5 agosto 2014

Contro la tortura democratica del 41bis, per fermare i suicidi e per il diritto alle cure in carcere

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Un sit in e una conferenza stampa davanti al carcere di Palmi

«Venerdì 8 agosto, come Radicali calabresi, dalle 9.00 alle 15.00, manifesteremo con un sit-in presso la Casa circondariale di Palmi (RC) per sostenere il satyagraha in corso di Marco Pannella e Rita Bernardini, quest’ultima in sciopero della fame dal 30 giugno scorso, assieme a oltre trecento cittadini, per chiedere al governo e al Parlamento di interrompere il massacro delle morti e dei suicidi in carcere, la “tortura democratica” del 41bis perpetrata persino con detenuti dichiarati incapaci di intendere e di volere, e di garantire il diritto alle cure e alla salute nelle carceri.
Per questo, alle 11,00 terremo una conferenza stampa per chiedere alla politica regionale di istituire il garante per i diritti delle persone private della libertà personale anche in Calabria».
È quanto si legge in una nota di Giuseppe Candido, segretario dell’associazione Non Mollare e militante del Partito Radicale Nonviolento.
I radicali chiedono, inoltre, una maggiore informazione su questi temi anche dal servizio radiotelevisivo pubblico regionale.
“Non è più tollerabile, infatti,” – continua Candido nella nota – “la censura operata su questi temi. Solo per fare un esempio, si pensi che dal 7 al 9 luglio l’Italia è stata oggetto di una visita da parte di una delegazione di rappresentanti ONU per i diritti umani guidata dal norvegese Mads Adenas che ha chiesto al nostro Paese misure straordinarie, come soluzioni alternative alla detenzione per eliminare l’eccessivo ricorso alla carcerazione, protezione dei diritti dei migranti, scarcerazione quando gli standard minimi non possono essere rispettati, rispetto delle raccomandazioni ONU del 2008 e quanto statuito nella sentenza Torregiani, adozione delle raccomandazioni come quelle formulate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell’ottobre del 2013, incluse le proposte di indulto e amnistia. Su tutto ciò la censura è stata totale. A gli italiani non è stato consentito di conoscere tali richiami. Come non è dato conoscere le continue e trentennali battaglie nonviolente che i Radicali portano avanti. In Italia – continua Candido – siamo formalmente contro la pena di morte, ma tolleriamo la morte per pena inumana e degradante. Tolleriamo, cioè, la morte per suicidi di liberazione (24 dall’inizio dell’anno) e la morte per ritardo o mancanza di cure. Dall’inizio dell’anno 82 morti. Sono numeri che dovrebbero far riflettere. Satyagraha,» prosegue ancora Candido, «in indiano significa forza e amore per la verità. Ed è con la forza della verità e con l’arma della nonviolenza che – assieme a Yvonne Raph, Emilio Quintieri, Sabatino Savaglio, parenti dei detenuti e altri militanti del partito della nonviolenza, saremo davanti al carcere di Palmi per dare corpo, anche in Calabria, a questa battaglia di civiltà».
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«Sul 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”, vorrei solo ricordare – insiste Candido nello spiegare le ragioni dell’iniziativa – che questo fu introdotto con decreto-legge nel giugno del 1992 poi convertito in legge nell’agosto dello stesso anno, come risposta dello Stato alle stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui morirono i due magistrati in prima linea nella lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dopo la morte del primo fu emanato il decreto legge. E dopo quella di Borsellino il decreto venne poi convertito in legge. Con l’introduzione del 41bis nell’ordinamento penitenziario si consentì al Ministro della giustizia, per sua iniziativa o a richiesta del ministro dell’interno, di sospendere per “gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica” l’applicazione delle regole ordinarie di trattamento nei confronti dei detenuti – per i reati di criminalità organizzata (e non solo) indicati al comma uno dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario: mafia, traffico di droga, sequestro di persona, terrorismo, omicidio, estorsione, rapina e, in teoria, altri ancora e meno gravi se chi li ha commessi si ritiene lo abbia fatto “avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo”.

Nel diritto internazionale, con il termine “tortura” – reato non ancora introdotto nei codici nostrani – indica, “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa ha commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o su una terza persona”.
Noi – in Italia – abbiamo il 41bis, il carcere duro, la “tortura democratica” dalla quale si esce solo da pentiti. Ce lo impone il “conformismo dell’antimafia”.
Per Marco Pannella, invece, “le dure condizioni di detenzione rispondono solo ad una logica di rivalsa e a un primordiale senso di vindice giustizia”. Nel redigere la prefazione al volume “Tortura Democratica”, – inchiesta su “la comunità del 41 bis reale” – di Sergio D’Elia e Maurizio Turco (Marsilio ed., 2002), volume che andrebbe riletto attentamente (e magari ristampato visto che è introvabile), Marco Pannella sottolineava che – a dieci anni dall’introduzione del così detto carcere duro – “Si è risposto con Pianosa e l’Asinara alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il dolore dei parenti delle vittime contro le vessazioni nei confronti dei detenuti. Questo è stato messo a confronto! Le inutili, meramente afflittive soverchierie dell’articolo 41 bis, provocano soltanto – scriveva Pannella – durezza di comportamenti, irriducibilità, autolegittimazione, rifiuto di ogni dialogo o, peggio, a fronte di gravi maltrattamenti, l’imbarbarimento generale, la pseudo-legittimazione di rivalse mafiose, magari nei confronti di magistrati e poliziotti che cercano di difendere, nella legalità e con la civiltà dei loro comportamenti, la legge e lo Stato. Il “proprio” dello Stato di diritto – ricordava Pannella – è rispondere con la sovranità, sia pure armata, delle regole. Non può “dichiarare guerra” alla criminalità, neppure sotto la guida di un angelo giustiziere come è stato Caselli”.
Oggi l’imbarbarimento è divenuto istituzionale al punto che, mentre l’Europa e l’ONU ci sanzionano per trattamenti inumani e degradanti equivalenti a torture, continuiamo a mantenere in regime di 41bis persino malati come Bernardo Provenzano dichiarato da tre differenti tribunali della Repubblica persona incapace di intendere e di volere. Aspettiamo che collabori con la Giustizia? Siamo sicuri che il fine giustifichi – sempre e comunque – i mezzi? O, invece, proprio i mezzi che si usano per condurre giuste lotte com’è certamente quella alle criminalità organizzate sono in grado di compromettere gli scopi che ci si prefigge?

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CHIESA, MAFIA E VERITÀ

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Dall’agone pastorale una riflessione che ne raccoglie tante

di Filippo Ramondino

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Che cos’è la verità? Dov’è la verità? La domanda del potere istituzionale, rappresentato da Pilato, ora si rovescia. È Cristo che la rivolge al potere di turno nella storia, a tutti noi! Si! È veramente un problema di verità, di essere veri, prima ancora di essere giudicatori e giustizieri, maestri di diritto, pastori d’anime e cronisti delle umane vicende. Che cos’è allora la Verità?
Davanti a Cristo è insopprimibile questa urgenza di chiarezza, di trasparenza, di verità. Il desiderio di verità emerge in modo imperioso. La coscienza stessa di Pilato si ribella, sa in cuor suo di non essere nel vero, lui che detiene il potere. Ma la verità è una persona, è nella persona davanti a lui. Quando non riconosciamo questa verità, dobbiamo amaramente constatare che la mafia, la bestia, la piovra satanica, è iscritta nella menzogna del potere, nell’abuso dell’autorità, nella perversione del diritto, negli apparati senza anima e senza fede della religiosità.
La lotta alla mafia non si fa con gli artifici della retorica e della semantica, ma con atti concreti e visibili, con la verità della propria esistenza, magari pagando di persona. Non facendo i vinti ma i convinti, fondamentalmente, che questi figli della Chiesa (anche questi!), degenerati e degeneranti perché mafiosi, violenti, immorali, sono gente imbevuta di mediocritas e imbecillitas, giganti di bronzo, a volte, ma con i piedi d’argilla. Meno pervasività all’inquietante fenomeno si darebbe se la smettessimo con la mitizzazione ed enfatizzazione dei mafiosi (spesso manovalanza delinquenziale), di certi nomi, di certe famiglie, di certe immagini antieducative, col vedere mafia dappertutto, fra poco pure dentro i tabernacoli delle nostre chiese!
Noi quindi, ad intra, coscientemente, vogliamo ritenerci, come “vasi di creta”, sempre fragili, dice san Paolo (2 Cor 4,7), ma portatori di questa Verità che ci supera e ci avvince meravigliosamente. Così ci poniamo davanti alle ultime vicende che hanno interessato cronaca giornalistica, autorità dello Stato, gerarchia ecclesiastica, fedeli, alla vigilia della Pasqua. La verità è fatta anche di parole, esse sono come semi o come pillole velenose, possono germogliare in grano e alimentare, o in zizzania e avvelenare, possono ferire e persino uccidere lasciando rancori e inveterati dolori. Se non si costruisce sulla parole di Cristo, si trasforma in babele. Certo, sconforta, anche irrita, l’enfasi, la risonanza manipolata e manovrata, che assumono le notizie mass-mediali. La nostra Diocesi non è questo! La Calabria non è questo! Le comunità parrocchiali non sono questo! Le confraternite non sono questo! I comitati festa non sono questo! È anche vero: ci sarà pure la “pecora nera”; ma non tutto il gregge è formato da pecore nere! Prete da quasi trenta anni, a contatto con la vita pastorale ordinaria, non riesco a credere, non ho certezze evidenti negli spazi e nei tempi in cui lavoro, di tanta pervasiva, delittuosa, criminale presenza nelle manifestazioni religiose del nostro popolo. E se così fosse, a meno che non si tratti di casi lampanti e perciò denunciabili, non tocca ai ministri della Chiesa fare gli sceriffi o gli investigatori. Sfide indubbiamente per noi, istanze per una rinnovata pastorale, che ci impone di dire decisamente no ad una certa sciatteria e improvvisazione, ad ingenuità e superficialità, richiamati dalla saggezza permanente dei nostri padri che «’na pecora rugnusa mpesta ‘na mandra». Svolte provvidenziali per liberarci risolutamente da certi comportamenti “religiosi” che vanno da un infantilismo spirituale, delizia dell’antropologia culturale, che ci fa “giocare” con bambole e bambolotti, statuette e manichini vestiti, ad un adultismo fideista, degenerazione dell’apostolato sociale, che ci fa “giocare” a guardie e ladri. E, nello stesso tempo, liberi da un puritanesimo pastorale, come se non fossimo inviati in un campo dove col grano cresce pure la zizzania (cf Mt 13,24), dove dobbiamo accettare che il giudizio definitivo non appartiene alla nostra storia, ma alla pazienza di Dio, di cui dobbiamo restare umili servitori e imitatori. Non dobbiamo solo essere credenti, bisogna essere credibili, diceva un santo giovane magistrato. Dobbiamo volere la santità, cioè l’amore e la verità, in ognuno di noi. Scrivono i nostri vescovi: «Dobbiamo, in Calabria, essere non euforici ma concreti, non festaioli ma festivi nel cuore, non episodici ma costanti».
Per il fatto che ci guardiamo veramente dentro possiamo avanzare legittimamente delle domande ad extra. E sono tante, anche sconcertanti, provocanti. Intorno a noi sembra aleggiare un male oscuro indecifrabile. Certo, per noi, teologicamente, questo male oscuro è il Principe di questo mondo che, sociologicamente, è un buon burattinaio! Capire chi o che cosa si trovi dietro a questo paravento, se lo chiedono in tanti! Dentro certi episodi sembra muoversi quasi una metodologia elitaria, assolutista, antipopolare, che strumentalizza persino l’informazione. Emergono intrecci fra esercizio del potere e questioni ideologiche e ideali. C’è come una difesa ostinata di teoremi, costruiti su una teoretica aprioristica. Abili cuciture semantiche per giustificare trame dialettiche.
C’è la necessità, per chiarezza, di mettere metodologie a confronto. Qualche magistrato in Calabria si sforza, sicuramente con buone intenzioni nel suo cuore, di capire «il rapporto che c’è tra la mafia e la Chiesa», perché «alcuni preti» si sono fatti avviluppare dalla ‘ndrangheta. Pertanto la Chiesa deve prendere le distanze dai mafiosi! La Chiesa! Dalla mafia la Chiesa è distante, per natura, quanto è l’eternità del Paradiso, ma dal mafioso, neanche Gesù fu distante sulla croce, l’ultimo dialogo lo ebbe con uno di loro …e gli promise il Paradiso! Come Gesù i preti sono chiamati ad essere pastori e non pecorai. Non possiamo scivolare nelle reti del fariseismo e del settarismo, in una sorta di “religione civile”, che deforma la sua costitutiva natura missionaria… «euntes ergo docete omnes gentes». La Chiesa non può perdere il volto di Chiesa “domestica, popolare”, con tutti i rischi che queste dimensioni “dal basso” comportano. La “pecorella smarrita” andiamo a ritrovarla, la mettiamo sulle spalle, desideriamo anzitutto guarirla, recuperarla e non immediatamente condannarla. Salvare le anime, curare le anime, educare le coscienze non è cosa sempre facile e documentabile. «Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca» (Gino Bartali). Prima della formazione alla legalità, c’è l’educazione alla moralità, la cura esigente di una coscienza retta. Se non c’è onestà non c’è legalità. Il più delle volte, in certi ambienti, non si tratta di lottare con la mafia (criminalità organizzata) ma, forse, peggio, più pazientemente, con comportamenti corrotti (mentalità mafiosa), contrastando ogni forma di omertà.
Ovviamente, vogliamo rigore morale, per tutti, in tutti, perché non possiamo minimizzare la gravità della questione morale, anche tra i cattolici, che postula ancor di più, nell’emergenze educativa, il giusto rapporto tra una politica repressiva e una politica dell’impegno. Convinti che «la punizione è giustizia per l’ingiusto» (Sant’Agostino). Con più legge e meno leggi.

Lo stesso Sant’Agostino ripeteva che «la speranza ha due figli bellissimi, lo sdegno per le cose come sono e il coraggio per cambiarle». E questo, ci dice la fede, non avviene per l’applicazione di una legge, ma per la forza della misericordia. D’altra parte, lo Stato non ha una legge che mi dice: perdona, riconcilia, salva, vivifica, anzi ci sono leggi che dicono: uccidi anche nel ventre della madre, separa e dividi anche nella famiglia, scombina la natura, sopprimi la vita. La legge, ce lo dice San Paolo, non può salvare quando «si oppone all’ordine stabilito da Dio» (Rm 13,2). È il paradosso evangelico. Non siamo tecnocrati. Il ministro dei trasporti del Terzo Reich, ragionando da tecnocrate, – sosteneva un pensatore – avrebbe potuto cavarsela dicendo che il suo compito era quello di fare arrivare in orario i treni a destinazione, indipendentemente dal fatto che fossero diretti a Vienna o ad Auschwitz. «Ma questa risposta non è ragionevole, umana», ovviamente, per nulla cristiana.

“La peste ecologica e il caso Calabria”. L’introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella, la nota di Valerio Federico e Paolo Farina

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La peste ecologica e il caso Calabria di Giuseppe Candido, prefazione di Carlo Tansi, introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella
Prefazione di Carlo Tansi, introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella

E’ andato in stampa il volume di Giuseppe Candido, con una prefazione di Carlo Tansi, la postfazione di Franco Santopolo, una nota di Valerio Federico e Paolo Farina e l’introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella che di seguito pubblichiamo.

Uscirà a breve, nella prossima settimana, per i tipi di Non Mollare edizioni, la casa editrice dell’associazione di volontariato culturale Non mollare che edita on line anche Abolire La Miseria della CalabriaLa Peste ecologica e il caso Calabria, l’ultimo libro di Giuseppe Candido.


 

Nell’Abstract del volume si legge che …

Dove c’è strage di leggi c’è sempre strage di popoli. Rischio sismico, idrogeologico e ambientale, mal governo del territorio, rifiuti tossici interrati, mala depurazione e un’emergenza rifiuti infinita per alimentare clientele e “fare progetti”; storie (vere) di frane, alluvioni, terremoti e disastri ambientali aventi tutti come denominatore comune il disastro politico che li ha causati!La peste ecologica e il caso Calabria, è un libro-dossier in cui si ripercorrono fatti, eventi spesso tragici sul dissesto idrogeologico, sui rischi sismici e su quelli ambientali del nostro Paese con particolare rifermento, per quest’ultimo aspetto, al caso dei veleni e dei rifiuti in Calabria. Cos’hanno in comune rischi, mal governo del territorio, dissesti e veleni? La peste ecologica è la violazione sistematica delle leggi che ha, per conseguenza, una strage di popoli.


La peste ecologica e il caso Calabria, di Giuseppe Candido. Prefazione di Carlo Tansi, introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella, postfazione di Franco Santopolo e una nota di Valerio Federico e Paolo Farina – Non Mollare edizioni, euro 18,00; Pagine 394 – ISBN 9788890504020 – Per prenotarne una copia è sufficiente inviare una mail all’indirizzo associazionenonmollare@gmail.com


L’Introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella

Con il suo bel libro Giuseppe Candido presenta al lettore una seria e documentata proposta che, affondando le sue radici nello specifico calabro, rafforza la complessiva urgenza nazionale (e non solo!) di contrastare i connotati illiberali e ormai anti-democratici dello Stato italiano –renziano– arroccato in accanita difesa proprio di ciò che è oggetto, da decenni, delle massime imputazioni e condanne delle giurisdizioni europee. Imputazioni e condanne seriali richiamate dal “Massimo Magistrato” italiano, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il suo messaggio costituzionale alle Camere, una straordinaria testimonianza, completa di “obblighi” e di proposte indirizzate al nostro Paese e, non a caso, trattata in modo indegno dal Parlamento, suo naturale destinatario.

Gli “obblighi” che l’Italia disattende, e che derivano anche dal Diritto comunitario da anni costituzionalizzato, riguardano altresì – in grandissima parte – l’ambiente sfregiato dei nostri territori. Grazie alla visione transnazionale del Partito Radicale, questi “obblighi” verso l’ambiente non hanno confini e ci costringono a farcene carico, studiandolo per ciò che è: una “funzione” vitale del pianeta, che nessuno può permettersi di sacrificare.

Citando Aldo Loris Rossi, Marco Pannella lo ripete in modo assillante: “Il genere umano ci ha messo due milioni di anni per arrivare – nel 1830 – al primo miliardo; cento anni per arrivare al secondo, 30 per il terzo, 15 per il quarto, 13 per il quinto, 12 per il sesto, e ancora 13 anni per il settimo miliardo.

Mentre scrivo, un sito internet (http://www.worldometers.info) ci conta e censisce, a noi umani, in tempo reale. Girando vorticosamente, ci informa che in questo preciso istante siamo 7 miliardi 243 milioni 471.433 e che fino a questo momento in questa giornata sono nate 328.443 persone e ne sono morte 135.528. Molto probabilmente questo contatore, grazie a un’elaborata formula matematica, ci azzecca. Non dico all’unità, ma quasi. E allora mi chiedo se nell’implacabile calcolo offertoci in diretta ci siano già finiti i morti di cui ho avuto notizia poco fa: due detenuti suicidati; un altro, morto per malattia incompatibile con lo stato di detenzione, mentre – infine – un agente di polizia penitenziaria di 42 anni e un suo amico sono morti per overdose di eroina.

Certamente, nel contatore sono finiti i morti che ci segnala Giuseppe Candido: morti per alluvione, frane, tumori causati dai rifiuti tossici o dai veleni industriali o per micidiali concessioni edilizie rilasciate senza rispetto delle leggi. Ci sono anche i morti censiti dai libri di Maurizio Bolognetti e Massimiliano Iervolino. Via via, il contatore ingloberà anche i morti delle analoghe stragi, che fin da oggi si possono tranquillamente prevedere senza che nulla venga fatto per fermarle nonostante le denunce e le soluzioni prospettate da quella che Pannella definisce “letteratura militante”.

Se puntiamo l’implacabile strumento su questo o quello dei continenti del pianeta, osserveremo che la velocità del fenomeno varia: sarà molto più lento in Europa, più veloce nell’America del sud, velocissimo in Africa o in Asia. Ma quel che è certo è che il dilagante aumento della popolazione mondiale sta facendo crescere il consumo dei suoli, dell’acqua e di energia, per sopperire a esigenze non solo alimentari in crescita esponenziale. Fulco Pratesi ci spiattella un altro ferma-immagine impressionante: visto che siamo oltre 7 miliardi e 200 milioni, ciascuno di noi umani ha a disposizione – contando anche luoghi invivibili come deserti, ghiacciai, montagne – poco più di due ettari a testa, corrispondenti a quattro campi di pallone. Se però prendiamo in considerazione le sole terre arabili, ogni umano ha a disposizione meno della metà (il 40%) di un solo campo di pallone. Ma i Paesi ricchi, in primis la Cina, si stanno muovendo da anni per acquistare e occupare terreni nel sud del mondo, in particolare in Africa: dovendo prevedere necessità energetiche e alimentari che, con il consumo e distruzione dell’ambiente in casa loro, rischiano di non poter più affrontare e governare, si recano altrove per continuare a consumare (e distruggere) suolo e risorse.

Da una parte quel contatore corre veloce, ammonendoci che la crescita vertiginosa della popolazione mondiale è insostenibile; dall’altra ci segnala anche morti – troppo spesso vere e proprie stragi – che potrebbero essere evitate se solo si rispettasse la legalità democratica, dove c’è. Dove non c’è, dovrebbe essere urgenza impellente di tutti i paesi democratici, di ciascun democratico, promuoverla e instaurarla.

Quel che il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito sta cercando di promuovere da più di vent’anni (con solide radici nel passato) è che nessun fenomeno del nostro tempo può essere più governato con una visione localistica e dunque occorrono istituzioni transnazionali democratiche per affrontare il futuro. Futuro che è destinato a divenire un incubo se si considera quanto straordinariamente spiegato nel documento politico, coordinato dal Prof. Aldo Loris Rossi, che il Partito Radicale ha presentato all’ONU in occasione del World Urban Forum 6 svoltosi a Napoli dall’1 al 7 settembre 2012: “dal dopoguerra – così esordisce e successivamente documenta – la terza rivoluzione industriale fondata sull’energia atomica, l’automazione, l’informatica, ha ristrutturato l’intero ciclo produttivo in senso post-fordista e spinto impetuosamente verso la globalizzazione, l’economia consumista e le megalopoli,provocando la più grande espansione demografica e urbana della storia”.

Anche se l’idea dello sfruttamento illimitato delle risorse è il modello di sviluppo oggi considerato normale, occorre tentare di sventare il conseguente ecocidio planetario, come si deve fare con una persona che si sta per suicidare. Impossibile? «Non è perché le cose sono difficili che noi non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili»: questo ci dice Aldo Loris Rossi, citando Seneca. E la sostanza di questa verità ci dice – con tutta la sua vita di dialogo nonviolento -Marco Pannella.

Di fronte alla bomba demografica, che va governata così come va governato il consumo dissennato di terra, acqua, aria, occorre concepire con amore il nuovo possibile. Per questo il Partito Radicale – con i suoi connotati di nonviolenza, transnazionalità e transpartiticità – cerca il dialogo: anche e soprattutto con i “lontani”, come i cinesi tra gli altri. Perché sa come sia un’illusione il chiudersi nelle proprie mura nazionali e pensare di risolvere i problemi nell’egoismo isolazionista. I nazionalismi sono un cancro che uccide, ed è necessario contrapporgli la concezione di istituzioni federaliste, autonome e democratiche, che abbiano come regola etica il rispetto dei Diritti Umani fondamentali consacrati nella Dichiarazione Universale dell’ONU.

Dal transazionale si passerà poi, con una logica conseguente, al locale, ai “casi” Campania, Basilicata, Roma, fatti emergere dalla letteratura e dall’evidenza di compagni radicali che da sempre, in tutti i campi, producono letteratura ed evidenza del dissesto, innanzitutto democratico, che sta avvenendo nei loro paesi, nel nostro Paese.

Il libro di Giuseppe Candido è un altro bel tentativo, che partendo dalla realtà calabrese fornisce elementi di verità e di conoscenza per cambiare rotta in Italia, e non solo.

Rita Bernardini è Segretaria Nazionale di Radicali Italiani, Deputata radicale XVI legislatura (2008-2013), Membro Assemblea dei legislatori del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito


 

La “pillola” di un “ambientalista”

di Paolo Farina e Valerio Federico1

Questo poderoso volume, frutto dell’ammirevole lavoro di Giuseppe Candido, ci lascia spiazzati davanti alla conclamata e quasi scientifica devastazione di un territorio nonché alle cause e ragioni (o S-ragioni) che hanno portato a questa distruzione di un patrimonio naturale, umano e civile.

Quanto accaduto, capace di segnare indelebilmente i territori coinvolti e l’Italia in generale, non può non essere che l’esito dell’azione e della non azione delle maggioranze e delle opposizioni che hanno governato questa parte del Paese. Il prodotto della contemporanea inadempienza dei governanti e dei cosiddetti oppositori. Inadempienti rispetto al patto sociale che le forze politiche stipulano “naturalmente” con i cittadini.

Si tratta davvero, e bene ha fatto Candido a stigmatizzarlo già nel titolo del libro, di una “peste”, che distribuisce i suoi sintomi, i suoi effetti, in modo ramificato e distrugge oltre all’ambiente naturale anche i più diversi aspetti che regolano il diritto alla libertà, alla giustizia e alla conoscenza di una o più comunità umane. Il lavoro serio e scrupoloso, oltreché documentato, di Candido ha il pregio di fornire un contributo tanto scientifico quanto divulgativo. Scritto da un Geologo, ovvero da uno scienziato, e non semplicemente da un pur bravo giornalista d’inchiesta.

Un Geologo, appunto. Nella migliore delle semplificazioni oggi i geologi vengono definiti genericamente “ambientalisti” nel senso più negletto del termine. Spesso, attraverso uno scientifico lavoro di disinformazione e mistificazione, essi vengono privati del loro contributo dal carattere scientifico attribuendogli una fastidiosa etichetta di “ambientalisti” mossi da una sorta di frenesia ideologica. Ascoltando o leggendo i frutti dei loro lavori, si arriva a considerarli come figure di esaltati millenaristi che ci terrorizzano con i loro allarmistici scenari apocalittici di piaghe terribili ed irrimediabili distruzioni.

Questo è il primo effetto della “peste”, che inizia offuscando le coscienze e arriva ai risultati distruttivi quanto imbarazzanti ben descritti nel libro di Candido. Imbarazzanti perché? Non vi è nulla di più evidente e sperimentabile degli eventi naturali quali sono il dissesto idrogeologico di un territorio, inondazioni, terremoti, inquinamento e, non da ultimo, malattie concrete e gravissime che colpiscono la popolazione.

Eppure pervicacemente si prosegue in quest’opera di distruzione, frutto del malaffare, della distribuzione e gestione del potere fine a se stesso, a fini di lucro e in cui sono da sempre coinvolte le maggioranze politiche che amministrano regioni e territori ma anche le stesse minoranze che partecipano al banchetto. Un sistema clientelare partitocratico che non distingue maggioranze e opposizioni e che nutrono la metastasi di questa “peste” a loro esclusivo vantaggio.

La convergenza di interessi di un sistema dove gli insider, nel gioco delle parti di un impotente e apparente confronto, operano da un palcoscenico dove le repliche dello spettacolo si ripetono giorno dopo giorno lasciando inermi gli spettatori, indifferenti i cittadini. Quasi che i rischi di cui scrive Candido non li riguardino. Gli outsider, pochi, si oppongono e propongono, ma lo spazio di tribuna a loro non viene dato, e il palcoscenico, quel palcoscenico non è per loro. Vi sono, appunto, i Geologi come Candido che non si rassegnano allo status quo e si impegnano in lavori preziosi quale il suo libro ne è un esempio.

Dunque, se il conclamato ed evidente prodotto finale di questa “peste” è la devastazione di regioni e territori, nonché gli effetti sull’ambiente, sulla salute dei cittadini, sulla strage di legalità e il depauperamento di quel “contratto sociale” tra politica e cittadinanza, di contratto “naturale” tra politica-legalità-cittadinanza, allora i primi sintomi di questa “peste” si avvertono e si verificano anche per il diritto negato alla conoscenza.

Il “diritto alla conoscenza” è un’estensione delle facoltà di scelta, di controllo e di partecipazione del cittadino nell’amministrazione dello Stato e delle sue articolazioni regionali e locali, è un elemento di democratizzazione della società. Quanti atti pubblici avrebbero dovuto o hanno lasciato traccia di quanto stava avvenendo di quanto esposto da Candido?

E’ urgente attuare in pieno riforme che si ispirino al Freedom of Information Act (FOIA) statunitense per il quale il cittadino può accedere a tutti i documenti della Pubblica Amministrazione senza che debba dimostrare un interesse diretto. La trasparenza e la conseguente possibilità di controllo per il cittadino dell’attività delle pubbliche amministrazioni è il mezzo utile, tra un’elezione e l’altra, per esercitare effettivamente quella sovranità popolare dal basso promossa dalla Costituzione.

La “peste”, dunque, avanza, devasta e distrugge. Eppure potremmo disporre della cura che porterebbe alla guarigione, allo stato di diritto, al ripristino della legalità.

Il libro di Candido ne è, per esempio, una pillola. Utile, preziosa e salutare.

1 Valerio Federico è consigliere di Zona del comune di Milano, tesoriere di Radicali Italiani

 

Scuola: orario dei lavoro dei docenti a 36 ore?

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Può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno in ufficio. Pure Einaudi l’aveva capito: “La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità

Giuseppe Candido (*)

ernesto rossi
Ernesto Rossi, Caserta 1897 – Roma 1967

Il minimo di vita civile, come noi lo intendiamo” – scriveva nel ’42 Ernesto Rossi in Abolire la Miseria – “implica anche un minimo di cultura e di preparazione per mettere in grado tutti i cittadini di partecipare consapevolmente alla vita pubblica e di apprezzare i valori della nostra civiltà. L’insegnamento elementare gratuito non basta. Occorrerebbe che la scuola accompagnasse tutti i giovani fino ai diciassette o ai diciotto anni”.

“L’apparato della Scuola pubblica dello Stato, se fosse paragonato agli apparati del corpo umano, dovrebbe essere considerato” – scriveva Piero Calamandrei – “come l’organo che nel nostro corpo produce il sangue: l’organo che dona alla nostra società le cellule di cui esso stesso si costituisce e che, ovviamente, sono da considerarsi i cittadini”. 

Aggiungendo che,

“La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente, … non solo nel senso di classe politica, …, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie”.

Invece, immemori di tutto ciò, negli ultimi anni, a partire dal maestro unico, passando poi dalla riforma delle secondarie superiori fatta con tagli di ore e l’introduzione del “nuovo modo” per assolvere l’obbligo scolastico, ossia la formazione professionale delle regioni, la scuola è stata mortificata, svilita. Si è assistito ad una serie continua di tagli. Tagli ai fondi d’istituto, tagli al miglioramento dell’offerta formativa assieme al blocco degli scatti contrattuali.

Gli insegnanti delle scuole secondarie inferiori raggiungono, in media nei Paesi OCSE, il livello più alto della loro fascia retributiva dopo appena 24 anni di servizio, mentre in Italia, sono necessari ben 35 anni di servizio. E mentre nei paesi OCSE, tra il 2000 e il 2009, gli stipendi degli insegnanti sono aumentati mediamente di un 7%, in termini di potere d’acquisto, nel nostro bel Paese, sono invece diminuiti di oltre l’1%; a ciò si aggiunga il successivo blocco degli scatti d’anzianità. Negli ultimi 4 anni gli insegnanti hanno perso, in media, oltre 8mila euro del loro potere d’acquisto.

La scuola pubblica statale sembra essere diventata la fonte d’ogni spreco, per cui passibile di tagli. Tagli che si sono fatti, negli anni, badando solo al risparmio, alla diminuzione della spesa, ma senza un minimo di visione riformatrice unitaria in grado di dare alla scuola una nuova forma.

I dati rilevati nel 2011 dall’OCSE, l’osservatorio per la cooperazione e lo sviluppo economico, ci dicono che nel solo anno 2008, l’Italia ha speso il 4,8% del PIL per l’istruzione (posizionandosi al 29 posto su 34 Paesi), quasi un punto e mezzo percentuale in meno rispetto alla media dei paesi OCSE che è invece del 6,1%.

A tutto ciò si devono aggiungere gli effetti deleteri della nuova riforma col sistema della “formazione professionale” affidato alle Regioni e, da queste, a soggetti esterni privati che, spesso, hanno il solo fine del lucro e in una regione come la Calabria sono tutte attenzionate dalla magistratura. Tanto per fare esempi concreti basti solo ricordare le 106 persone denunciate dalla Guardia di Finanza perché i fondi europei regionali della formazione professionale venivano “utilizzati per finanziare corsi fantasma”. E la scuola pubblica cade a pezzi, le strutture sono spesso inadeguate dal punto di vista antisismico e molto spesso manca persino la carta per fare le fotocopie.

Nessuna riforma potrebbe condurre ad un aumento più rapido della ricchezza nazionale quanto un miglioramento delle nostre scuole, specialmente quelle medie, purché” – sottolineava già nel 1895 Alfred Marshall nei suoi Princìpi di Economia – “fosse accompagnato da un generoso sistema di borse di studio, che permettesse al figlio intelligente di un operaio di salire gradualmente da una scuola a quella superiore, finché non avesse ricevuta la migliore istruzione teorica e pratica che i tempi gli possano dare”.

Quando era il centrodestra ad approvare le riforme coi tagli sulla scuola, il centrosinistra tuonava ricordando Piero Calamandrei. Nel 2010, addirittura, il Partito Democratico lanciava l’allarme sulla scuola e, partendo dagli obiettivi di Europa 2020, sviluppava “dieci proposte per la scuola di domani”, ufficialmente approvate dall’assemblea di Varese quasi a mo’ di comandamenti. “Per il futuro dell’Italia, per tornare ad avere alti tassi di occupazione, produttività e coesione sociale”, si leggeva in premessa, “dobbiamo raggiungere un risultato molto concreto: dimezzare il nostro tasso di dispersione scolastica e triplicare il numero dei laureati”. Aggiungendo a chiare lettere che, “solo se sapremo investire sui saperi, scommettendo sulla qualità del capitale umano del nostro Paese e su una società della conoscenza diffusa, potremo tornare a crescere”. E scrivevano che, per raggiungere tali obiettivi sarebbe stato necessario “arricchire l’offerta formativa”, “attribuire alla scuola autonoma e all’autonomia di insegnamento quelle risorse necessarie per innovare la didattica della scuola superiore di primo e secondo grado”. Ecco, non avevano spiegato, però, che avrebbero voluto fare il tutto sensa metterci un euro.

Si potrà obbiettare che c’è stata la crisi. Ma allora bisognerebbe andare a rileggersi ciò che disse sulla scuola, Matteo Renzi per farsi dare la fiducia al Senato, forse in un eccesso d’ottimismo:

Al 1° luglio” – aveva solennemente dichiarato Renzi – “avendo affrontato i temi costituzionali, istituzionali, elettorali, di lavoro, di fisco, di pubblico impiego, di giustizia e impostato un diverso atteggiamento verso la scuola. … Noi pensiamo che non ci sia politica alcuna che non parta dalla centralità della scuola. (…) Qual è la priorità che questo paese ha nei confronti degli insegnanti? Sicuramente lo sa il Ministro dell’istruzione pubblica e dell’università: coinvolgere dal basso in ogni processo di riforma gli operatori della scuola. Ma c’è una priorità a monte: recuperare quella fiducia, quella credibilità, recuperare quella dimensione per cui se qui si fanno le cose, allora nelle scuole si può tornare a credere che l’educazione sia davvero il motore dello sviluppo. Chi di noi tutti i giorni ha incontrato cittadini, insegnanti, educatori e mamme sa perfettamente che c’è una bellissima e straordinaria richiesta che è duplice. Da un lato si chiede di restituire valore sociale all’insegnante, e questo non ha bisogno di alcuna riforma, ma di un cambio di forma mentis. (…) Ci sono fior di studi di economisti che dimostrano come un territorio che in veste in capitale umano, in educazione, in istruzione pubblica è un territorio più forte rispe tto agli altri. … Mi recherò nelle scuole, come facevo da sindaco, per dare un segnale simbolico, se volete persino banale, per di mostrare che da lì riparte un Paese. … È chiaro che il tema della scuola è parziale rispetto al grande tema dell’educazione. Si inizia con gli asili nido. Gli Obiettivi di Lisbona vedono oggi un Paese drammaticamente diviso in due, tra una parte dell’Italia che ha già raggiunto quegli obiettivi (con alcune città che stanno sopra il 40 per cento) e una parte dell’Italia … Metto a verbale che la scuola è il punto di partenza, e intervengo sulle quattro riforme che vi proponiamo, che vi proporremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Questo è quello che era stato detto in Senato. Belle parole. Oggi, però, come nota Lorenzo Misuraca dalle pagine del Garantista, si parla di accorciare gli studi a 4 anni di superiori e di portare l’orario di lavoro dei docenti dalle attuali 18 ore settimanali a 36 ore. Neanche a 24 ore settimanali come inizialmente ipotizzato dal ministro Profumo col governo Monti dovendo fare marcia indietro a causa delle proteste dei sindacati, ma addirittura a 36 ore, di cui sei ore (oltre le attuali 18) da dedicare frontali in classe per le supplenze dei colleghi e, ovviamente, senza il benché minimo aumento dello stipendio. La fabbrica del fiato. Col caldo estivo, quasi nel silenzio dei grandi media televisivi troppo attenti a tenere d’occhio la riforma del Senato per notare ciò che avviene nella scuola, il ministro dell’Istruzione Giannini e il suo sottosegretario Reggi, con lo slogan populista “più ore di lavoro, più qualità e più soldi per gli insegnanti”, preparano l’ennesima mortificazione dei docenti. Dimenticando ciò che, molto semplicemente, diceva Einaudi sulla scuola: “La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità”.

Il 21 aprile del 1913, sul Corriere della Sera, in un articolo titolato “La crisi scolastica e la superstizione degli orari lunghi”, Luigi Einaudi smontava la teoria di “Renzi e Giannini” che all’epoca pure si andava diffondendo.

“Da vent’anni a questa parte le ore di fiato messe sul mercato dai professori secondari è andata spaventosamente aumentando. Specie nelle grandi città, dalle 10 a 12 ore settimanali, che erano i massimi di un tempo, si è giunti, a furia di orari normali prolungati e di classi aggiunte, alle 15, alle 20, alle 25 e anche alle 30 e più ore per settimana. Tutto ciò può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno all’ufficio, seduti ad emarginare pratiche. A costoro” – scriveva Einaudi – “può sembrare che i professori con le loro 20-30 ore di lezione per settimana e colle vacanze, lunghe e brevi, siano dei perditempo. Chi guarda invece alla realtà dei risultati intellettuali e morali della scuola, deve riconoscere che nessuna iattura può essere più grande di questa. La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l’insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore. Buona parte dell’orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracce, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e scolari a far passare il tempo, pur di far l’orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi. La scuola diventa un locale, dove sta seduto un uomo incaricato di tenere a bada per tante ore al giorno i ragazzi dai 10 ai 18 anni di età ed un ufficio il quale rilascia alla fine del corso dei diplomi stampati. Scolari svogliati, genitori irritati di dover pagare le tasse, insegnanti malcontenti; ecco il quadro della scuola secondaria d’oggi in Italia. Non dico che la colpa di tutto ciò siano gli orari lunghi; ma certo gli orari lunghi sono l’esponente e nello stesso tempo un’aggravante di tutta una falsa concezione della missione della scuola media”.

Una lezione, quella di Luigi Einaudi, che andrebbe certamente riletta attentamente prima di proporre riforme. Senza contare che, come hanno scientificamente dimostrato molte sigle sindacali del comparto con loro studi specifici, tra ore funzionali all’insegnamento, preparazione delle lezioni e correzione dei compiti, le 36 ore la settimana i prof italiani già li fanno.

* Giuseppe Candido, docente scuola media, militante partito radicale, dirigente provinciale Gilda degli insegnanti

#MenoInquinoMenoPago: presentata a Catanzaro la nuova campagna di Legambiente e #Radicali

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È stata presentata questa mattina, in una conferenza stampa presso la Sala concerti del Comune di Catanzaro, la Campagna nazionale #MenoInquinoMenoPago, e in anteprima nazionale la relativa proposta di legge di iniziativa popolare.

Come vi avevamo anticipato la campagna ambientalista #MenoInquinoMenoPago di Legambiente e Radicali è arrivata in Calabria dove, in anteprima nazionale, è stata presentata la proposta di legge e la relativa petizione al Parlamento. Alla conferenza stampa erano presenti Valerio Federico, tesoriere nazionale di Radicali Italiani, Andrea Dominijanni, vice presidente Legambiente Calabria, Michele Governatori, membro della direzione nazionale di Radicali Italiani, Giuseppe Candido, segretario associazione di volontariato culturale Non Mollare, militante del Partito Radicale e Antonio Giglio, consigliere comunale di Catanzaro del Partito Socialista Europeo e iscritto, con doppia tessera, al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito.

Di seguito alleghiamo la petizione parlamentare e il disegno di legge:

Alla c.a. della Presidente della Camera della Repubblica, Laura Boldrini
del Presidente del Senato della Repubblica, Piero Grasso
e ai Presidenti dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica
on. Renato Brunetta, on. Fabio Rampelli, on. Massimiliano Fedriga, on. Riccardo Nuti, on. Nunzia De Girolamo, on. Roberto Speranza, on. Lorenzo Dellai, on. Antimo Cesaro, on. Arturo Scotto, on. Pino Pisicchio, sen. Paolo Romani, sen. Mario Ferrara, sen. Gian Marco Centinaio, sen. Vito Rosario Petrocelli, sen. Maurizio Sacconi, sen. Luigi Zanda, sen. Karl Zeller, sen. Lucio Romano, sen. Gianluca Susta, sen. Loredana De Petris

Gentili onorevoli,
Io sottoscritto, Valerio Federico, tesoriere di Radicali Italiani, insieme a Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani, Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Nazionale di Legambiente, Edoardo Zanchini, Vice Presidente Nazionale di Legambiente, Michele Governatori, Alessandro Massari e ad altri cittadini, utilizzando lo strumento previsto dall’articolo 50 della Costituzione, riteniamo opportuno presentare ai titolari del potere legislativo questa Petizione, istituto capace di mettere in comunicazione diretta cittadini elettori e rappresentanti parlamentari.
Lo scopo è quello di persuadere il Parlamento della necessità, non più rinviabile, di dare al Paese delle nuove, solide, infrastrutture giuridiche che possano meglio regolare la materia ambientale per garantire molteplici principi costituzionali come la tutela della salute, dell’ambiente, del lavoro, della progressività della imposizione fiscale, dell’equilibrio dei conti pubblici, della libera concorrenza.
Siamo convinti che si sia contratto non solo un altissimo debito pubblico, ma anche un gravissimo debito ecologico che si riconvertirà necessariamente nel primo, condividendone l’odiosa caratteristica: quella di non aver tenuto in alcun conto l’equità intergenerazionale, costringendo i nostri figli non solo alla povertà economica ma anche a quella ambientale, avendo depauperato, senza alcuna preveggenza e con grave abdicazione delle responsabilità connesse allo status di legislatore, risorse ambientali preziosissime e ormai perdute. L’equità intergenerazionale rappresenta un elemento cardine della cultura della sostenibilità. In particolare, intesa come il dovere delle generazioni presenti di garantire pari opportunità di crescita alle generazioni future, consentendo a queste ultime di disporre di un patrimonio di risorse naturali e culturali adeguato. Al fine di assicurare tale condizione, ciascuna generazione è chiamata a garantire la libertà di scelta. Conservare e mantenere la diversità delle risorse naturali e culturali non limita le possibilità di scelte future. Preservare la qualità del pianeta in modo tale che questo non venga trasferito in condizioni peggiori e assicurare l’accesso a un patrimonio di risorse naturali e culturali adeguato consente di fornire a tutti uguali diritti di accesso all’eredità delle generazioni passate e conservarlo anche per le generazioni future.
Sino a quando la Repubblica, violando il diritto sovranazionale di fonte comunitaria o derivante dalla sottoscrizione di trattati internazionali, non si adeguerà a una effettiva tutela ambientale, essa sarà anche formalmente democratica, ma non avrà mai le caratteristiche formali e sostanziali dello Stato di diritto costituzionale.
Oggetto specifico della proposta è quello di rivoluzionare il sistema di incentivi al consumo di risorse ambientali. È necessario cambiare la fiscalità su risorse energetiche e ambientali per premiare l’innovazione e ridurre le tasse su lavoro e imprese.

Di seguito sintetizziamo i contenuti della proposta di legge che saranno dettagliatamente esaminati nella relazione introduttiva.

Nel fisco italiano, nelle regole di sfruttamento di molte risorse naturali e nelle bollette dell’energia si annidano costosi sussidi diretti e indiretti al consumo di ambiente.
La nostra proposta di legge – eliminando sussidi e sconti fiscali alle fonti fossili e introducendo regole di tutela, di tassazione e di assegnazione trasparenti in tutta Italia per cave, acque minerali, concessioni balneari, consumo di suoli – consentirà la riduzione del debito ecologico.
Gli interventi proposti prevedono la contemporanea riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro e impresa, con aumento del potere d’acquisto per tutte le categorie che oggi non beneficiano di sconti antiecologici.

Chi ci guadagna con la nostra proposta? Tutte le persone comuni che oggi pagano al posto di chi beneficia di sconti o rendite a spese dell’ambiente, e le aziende disposte a investire in innovazione ecologica. A loro vogliamo destinare minori tasse sui redditi, minori oneri in bolletta e fondi per investimenti in innovazione per un totale di oltre 10 miliardi di Euro all’anno recuperati eliminando i sussidi o i regimi di vantaggio.
Per rendere possibile questa prospettiva occorre modificare il dettato della Delega al Governo in materia di fiscalità che oggi subordina la possibilità di attuare tali iniziative solo dopo il recepimento delle norme definite a livello europeo. La stessa delega non prevede alcun intervento rispetto alle regole di tutela, uso o consumo delle risorse ambientali. Previsioni da noi contemplate per rendere immediatamente fruibili i vantaggi prospettati.

Primi firmatari: Valerio Federico, Rita Bernardini, Vittorio Cogliati Dezza, Edoardo Zanchini, Michele Governatori, Alessandro Massari, Laura Arconti, Alessio Di Carlo, Claudio Barazzetta, Rocco Berardo, Paolo Izzo, Angelo Rossi, Alessandro Frezzato, Paola Di Folco, Dario Boilini, Giulio Manfredi, Stefano Santarossa, Francesco Napoleoni, Manuela Zambrano

Di seguito la prima di una serie di proposte di legge tutte legate all’analisi e agli obiettivi sopra esposti. Si tratta dell’abrogazione dall’articolo 15 della Delega Fiscale del richiamo all’applicazione della nuova disciplina UE sulla tassazione dei prodotti energetici. Questo richiamo ha l’effetto di differire la revisione in senso ecologico della fiscalità fino all’entrata in vigore di una relativa direttiva UE. L’effetto dell’abrogazione, dunque, è l’immediata applicabilità della delega al Governo ad operare la revisione ecologica del fisco. La dicitura abrogata è la seguente: “La decorrenza degli effetti delle disposizioni contenute nei decreti legislativi adottati in attuazione del presente articolo è coordinata con la data di recepimento della disciplina armonizzata stabilita dalla citata proposta di direttiva negli Stati membri dell’Unione europea”.

PROPOSTA DI LEGGE
d’iniziativa di Radicali Italiani e Lega Ambiente
Modifica dell’articolo 15 della legge 11 marzo 2014, n. 23 , contenente la “Delega al Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita.”

Articolo 1
L’articolo 15 della legge 11 marzo 2014, n. 23, è abrogato e sostituito dal seguente:
Art. 15
(Fiscalità energetica e ambientale)

1. In considerazione delle politiche e delle misure da adottare per lo sviluppo sostenibile e per la green economy, il Governo è delegato a introdurre, con i decreti legislativi di cui all’articolo 1, nuove forme di fiscalità, in raccordo con la tassazione già vigente a livello regionale e locale e nel rispetto del principio della neutralità fiscale, finalizzate a orientare il mercato verso modi di consumo e produzione sostenibili, e a rivedere la disciplina delle accise sui prodotti energetici e sull’energia elettrica, anche in funzione del contenuto di carbonio e delle emissioni di ossido di azoto e di zolfo, prevedendo, nel perseguimento della finalità del doppio dividendo, che il maggior gettito sia destinato prioritariamente alla riduzione della tassazione sui redditi, in particolare sul lavoro generato dalla green economy, alla diffusione e innovazione delle tecnologie e dei prodotti a basso contenuto di carbonio e al finanziamento di modelli di produzione e consumo sostenibili, nonché alla revisione del finanziamento dei sussidi alla produzione di energia da fonti rinnovabili.

ALLEGATO:
Relazione alla proposta di legge contenente la “Modifica dell’articolo 15 della legge 11 marzo 2014, n. 23 , contenente la “Delega al Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita.”
Onorevoli Parlamentari!
Il sistema fiscale oggi in Italia avvantaggia l’uso di risorse ambientali non rinnovabili e l’inquinamento. Al contempo il nostro Paese tassa il lavoro molto più della media UE.
Superare questo paradosso è possibile nell’interesse generale. Si tratta di una direzione di cambiamento su cui c’è ampio consenso teorico a livello internazionale e che può contribuire a spingere l’innovazione in settori industriali promettenti.
In campo energetico, dove l’utilizzo di fonti fossili determina inquinamento e emissioni climalteranti, sono individuabili esenzioni alle accise sui consumi energetici pari ad almeno 5,7 mld/a nel 2014, quasi tutte a vantaggio del consumo di fonti fossili, in gran parte nei trasporti. Si tratta di un sistema fiscale complesso, incoerente e costoso che ha introdotto nel tempo incentivi, sconti, esoneri da accise e altre imposte ambientali senza una verifica dei risultati e dei costi.
Nelle bollette dell’energia pesano sussidi alle fonti fossili pari a oltre 2 miliardi di Euro nel 2012.
Inoltre, gli oneri generali di sistema non sono caricati in modo proporzionale bensì con un sussidio incrociato a favore soprattutto dei consumatori di taglia più grande e di quelli con più grande incidenza dei costi energetici.
In campo ambientale, il sistema di tutela e la fiscalità sul prelievo e l’uso di risorse limitate e non rinnovabili è iniquo, pro-consumo di risorse naturali e a favore delle rendite.
– I canoni di concessione per l’attività di escavazione stabiliti dalle Regioni sono estremamente bassi o pari a zero, con regole di tutela incomplete e inadeguate che premiano rendite e illegalità.
– Rispetto ad altri Paesi europei in Italia il recupero e riutilizzo di rifiuti inerti provenienti dall’edilizia è inoltre estremamente basso anche per un basso costo di conferimento a discarica dei rifiuti edilizi.
– I canoni di concessione per le acque minerali stabiliti dalle Regioni sono estremamente bassi, perfino in aree dove vi sono difficoltà di approvvigionamento idrico, premiando rendite e vantaggi economici per pochi.
– I canoni per le concessioni balneari sono in larga parte del Paese bassi, le assegnazioni avvengono senza gara, premiano rendite di posizione e hanno generato abusi edilizi e illegalità nei confronti del diritto di accesso alle spiagge.
– La tassazione sulla trasformazione di suoli agricoli e naturali è bassa rispetto alla rendita generata e non spinge al riuso delle aree dismesse o da riqualificare, contribuendo al consumo di suolo.
In particolare le concessioni all’uso di risorse delicate e limitate devono essere regolate in termini di canoni e permessi in modo da spingere innovazione e riuso anziché consumo, evitare rendite, garantire legalità e generare risorse per interventi di recupero ambientale.
In Italia la tutela e la fiscalità su attività come le cave e le acque minerali, sull’utilizzo del demanio balneare, sulla trasformazione di suoli a usi urbani sono materie dove concorrono competenze dello Stato e delle Regioni con notevoli inefficienze, rendite, illegalità.
Con questa iniziativa ci riproponiamo di ottenere, nel settore energetico, i seguenti obiettivi:
• Abolizione di tutte le esenzioni alle accise sui prodotti energetici.
• Rimodulazione delle accise sui prodotti energetici, a parità di aliquota media, con una componente proporzionale al contenuto energetico e una proporzionale alle emissioni
climalteranti, senza attendere l’approvazione della normativa comunitaria che lo prevede. (A tal fine serve una modifica della normativa vigente per anticipare e ampliare le disposizioni della delega fiscale).
• Eliminazione dalle bollette dell’energia dei sussidi alle fonti fossili e dei sussidi incrociati a favore dei grandi consumatori e dei consumatori energivori
• Riduzione dei sussidi agli impianti di generazione da fonti rinnovabili in misura del recupero di competitività determinato dalla riduzione dei sussidi alle fonti fossili.
Nel settore delle risorse ambientali, invece, gli scopi perseguiti sono i seguenti:
• Introduzione di un canone minimo nazionale per le concessioni di coltivazione di cava differenziato per tipologie di materiali e fissazione di un’ecotassa minima per lo smaltimento in discarica.
• Adeguamento dei canoni per le concessioni di acque minerali in tutto il territorio nazionale.
• Adeguamento dei canoni per le concessioni balneari 18 in tutto il territorio nazionale e recepimento della direttiva europea per l’assegnazione e il rinnovo delle concessioni attraverso gare.
• Introduzione di un contributo per il consumo di suoli agricoli e naturali i cui introiti devono essere vincolati a interventi di rigenerazione urbana.
In parallelo, occorre introdurre principi e regole di tutela uniformi in tutto il territorio nazionale:
• individuando le aree da escludere dalle attività di escavazione e dalle sorgenti per ragioni di tutela ambientale;
• fissando l’occupazione massima dei litorali con concessioni balneari per rispettare il diritto alla fruizione libera del demanio balneare;
• individuando obiettivi massimi di trasformazione dei suoli a usi urbani per spingere il riuso e la riqualificazione di aree dismesse o degradate.

Le maggiori entrate serviranno a rendere più equo ed efficiente il sistema poiché si prevede che le risorse generate e risparmiate finanzieranno, in coerenza con la delega fiscale:
• Riduzione delle imposte sul reddito di persone e imprese.
• Contributi agli investimenti in efficienza energetica nei settori interessati alla eliminazione delle esenzioni dalle imposte ambientali.
• Recupero ambientale negli ambiti coinvolti dalle attività interessate dall’aumento dei canoni.
• Rigenerazione urbana con bonifica di suoli inquinati, riutilizzo di aree dismesse, messa in sicurezza del territorio.
Dall’adozione delle misure descritte deriveranno numerosi effetti positivi:
• Orientamento dei mercati verso modi di produzione e consumi più sostenibili come previsto nella delega fiscale.
• Strutturale disincentivo all’uso delle fonti fossili.
• Maggiore trasparenza e migliore concorrenza grazie all’eliminazione di sussidi nascosti e rendite dovute ad assegnazioni senza gare.
• Incremento della competitività attraverso la riduzione delle imposte sui redditi delle aziende.
• Riduzione delle imposte sui redditi delle persone.
• Tutela di risorse naturali non rinnovabili e investimenti in riqualificazione ambientale.

Berlusconi assolto perché il fatto non sussiste

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Rivoltata come un calzino la sentenza di I grado. Il fatto non sussiste e Berlusconi, con Ruby, non ha commesso nessun reato. Chissà come faranno a fare i titoli i giornali forcaioli.

Lui, Berlusconi, ha diramato via internet la presente nota che riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Sono profondamente commosso: solo coloro che mi sono stati vicini in questi anni sanno quello che ho sofferto per un’accusa ingiusta e infamante.

Per questo il mio primo pensiero oggi va ai miei affetti più cari, che hanno sofferto con me anni di aggressione mediatica, di pettegolezzi, di calunnie, e che mi sono stati accanto con serenità e affetto ineguagliabili.

Un pensiero di rispetto va poi alla Magistratura, che ha dato oggi una conferma di quello che ho sempre asserito: ovvero che la grande maggioranza dei magistrati italiani fa il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli.

Penso anche ai tanti, tantissimi amici, collaboratori, sostenitori, e soprattutto ai milioni di italiani che hanno continuato a credere nelle nostre battaglie politiche e a starmi vicino nonostante tutti i tentativi di infangare il mio nome e la mia onorabilità.

E’ grazie a loro che ho potuto resistere, sul piano umano e sul piano politico.

E infine un caloroso ringraziamento ai miei avvocati, al prof. Coppi, all’avv. Dinacci, all’avv. Ghedini e all’avv. Longo che hanno saputo fare il loro lavoro non soltanto con altissima professionalità e competenza, ma anche con quella passione civile, con quella sensibilità umana, con quella sete di verità che hanno dato ancora più valore al loro eccellente lavoro.

Da oggi possiamo andare avanti con più serenità. Il percorso politico di Forza Italia non cambia. Credo che questo sia nell’interesse dell’Italia, della democrazia, della libertà.
Firmato
Silvio Berlusconi