Le regole per i talk show: domande, risposte & i tuoi commenti

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dichiarazione dell’On Marco Beltrandi
parlamentare radicale, membro della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai-tv

Marco Beltrandi, Radicali/PD
On.le Marco Beltrandi, Radicali / PD

In queste ore sono volate dichiarazioni di condanna da ogni parte nei confronti del regolamento sulla par condicio che ho proposto e fatto approvare dalla Commissione di Vigilanza sulla Rai. Questo testo rappresenta una conquista storica per il movimento radicale, e per le battaglie condotte sul fronte dell’informazione degli ultimi 40 anni.

Tutte le opinioni sono legittime, purché basate sui fatti. Per questo è bene chiarire che la norma approvata non “sospende” i talk show, non li “taglia”, non li “oscura”, tantomeno li “censura”.

Per chiarire le ragioni per cui abbiamo proposto questo regolamento, alcuni compagnio hanno realizzato queste domande & risposte che spero troverai utili.

Se così sarà ti chiediamo di aiutarci a chiarire la questione, condividendo questa email con i tuoi contatti o pubblicand! ola su Facebook.

Il regolamento approvato dalla Commissione di vigilanza su proposta del parlamentare radicale Marco Beltrandi sopprime i talk show politici?

No, devono solo rispettare le regole che la legge prevede, e cioè dare parità di spazio ai diversi candidati presidente ed ai diversi partiti. Potranno organizzare i faccia a faccia tra i candidati Presidenti di Regione; i confronti tra i partiti; le interviste dei leader. L’unica cosa vietata è favorire un partito (invitandolo più volte di altri) o un candidato (organizzando una puntata solo per lui)

Il regolamento è un ennesimo attacco alla libertà di informazione, a favore di Berlusconi?

Il regolamento stabilisce soltanto che le trasmissioni di maggiore ascolto non potranno invitare solo chi vogliono loro, dando più spazi ad un partito/leader o ad un altro a seconda dell’orientamento di ciascuna, il motivo per cui finora sono state condannate in ogni campagna elettorale, per decine di volte. I dibattiti tv delle presidenziali americane, le trasmissioni politiche più seguite al mondo, sono regolati nei minimi dettagli: dalla posizione che assumono i candidati (sul podio o seduti intorno a un tavolo), al tempo di risposta dopo ogni domanda, alla possibilità o meno di ribattere alle risposte del contendente, agli argomenti dei vari dibattiti. In occasione delle primarie, quando i candidati arrivano ad essere anche più di 6 o 7, sono invitati tutti su un piano di parità.

Le trasmissioni saranno ingestibili, con decine di partiti e partitini?

No, perché sono ammessi a livello nazionale solo i candidati Presidente ed i partiti che saranno presenti in un numero di Regioni che rappresentano almeno dell’elettorato coinvolto. I partiti non devono essere presenti tutti insieme ma anche distribuiti in più puntate.

Report, Che tempo che fa, Domenica In dovranno chiudere?

No. Come da sempre accade in periodo elettorale, semplicemente non potranno ospitare politici. Se lo fanno, devono dare spazio uguale a tutti

Si vuole cancellare l’audience dei talk show?

Falso. Quando si fecero i faccia a faccia all’americana, ad esempio tra Prodi e Berlusconi, con Mentana e con Minum moderatore, furono seguiti dai più di dieci milioni di persone.

Mediaset e le altre tv private saranno invece libere?

No. La legge prevede che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni faccia un regolamento analogo a quello della Commissione di vigilanza.

Cosa potrebbe accadere

  • Porta a Porta: 4 trasmissioni settimanali, adatte per i confronti tra partiti (4 a puntata ad esempio). Possibili anche (come già fatto alle elezioni Regionali del 2000) che si tengano all’interno della stessa puntata due o tre sessioni, ciascuna con un faccia a faccia tra i candidati Presidente di una Regione
  • Annozero e Ballaro: mantenendo una sola puntata a settimana (quindi 4 ciascuna nei 30 giorni finali), potrebbero organizzare confronti tra partiti, 4 esponenti per puntate ad es. (come già fa Ballaro). Con due puntate settimanali ciascuna, potrebbero anche dedicarsi ai faccia a faccia tra Presidenti Regioni
  • Vespa, Santoro, Floris: potrebbero anche condurre le interviste ai leaders previste per gli ultimi 15 giorni, in spazi ad hoc

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On Marco Beltrandi,
parlamentare radicale, membro della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai-tv

Primarie meridionali

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di Giuseppe Candido

Primarie si, primarie no, primarie per legge e poi legge abrogata. Niente primarie: c’é l’accordo con l’UDC poi non c’é più e riecco spuntare le primarie. La vicenda del PD calabrese fa venire il mal di testa dell’elettore e sta sfuggendo di mano anche al povero Bersani. Prima le primarie si dovevano tenere per legge e sarebbero dovute essere primarie di coalizione: Il decreto di indizione l’ho firmato” – dichiarava Agazio Loiero – “ed è stato pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione. Le primarie si svolgeranno regolarmente il 10 gennaio. La macchina organizzativa è già in moto secondo le previsioni della legge che porta la mia firma e quella del presidente del Consiglio Bova”.

Dopo di ché l’assemblea del consiglio regionale, nell’ultima seduta del 2009, rinviò alla prossima legislatura l’entrata in vigore del regolamento che prevedeva le primarie pagate dai cittadini ed indette per legge per cui si sarebbero dovute svolgere il 17 gennaio le primarie del Pd calabrese. Queste, però, pagate dal partito. Lo aveva deciso l’assemblea regionale del PD su proposta del segretario Carlo Guccione. Proprio a seguito della decisione del Consiglio regionale. Poi niente più primarie neanche il 17 perché, forse, c’è ancora la possibilità dell’accordo con l’UDC ma siccome l’accordo non si fa più si pensa bene di indire nuove primarie il 14 febbraio, festa degli innamorati, con la speranza di far innamorare di nuovo i militanti del PD nella “esaltante” ed “esilarante” corsa tra Agazio Loiero, Brunello Censore e Giuseppe Bova così da renderle, di fatto, una corsa interna tra le tessere di un partito sempre meno democratico e sempre più meridionale. Una corsa a tre per conservare le proprie poltrone anche a costo di sottoporre ad una sonora sconfitta la coalizione di centrosinistra. Una corsa a tre per non cambiare nulla e per non raggiungere un’accordo, sicuramente vincente, con Pippo Callipo, l’Italia dei Valori e la lista Bonino. Servirebbe unità delle sinistre subito, candidati veri e vicini alla società civile e non primarie farsa che di democratico hanno ben poco. Loiero però, che da politico esperto ne ha viste tante passando dalla Democrazia Cristiana al PPI per confluire poi nel CCD, essere eletto deputato e passare tra le fila dell’Udeur, non molla e tenta di mantenere la sua poltrona di Governatore. Quello stesso Loiero che fondò il suo partito democratico meridionale ci tiene alla poltrona e non molla. Pur sapendo di essere sicuramente perdente, e non perché lo dicano i sondaggi ma perché responsabile di cinque anni fallimentari di governo della regione per la sanità, per la prevenzione sul dissesto idrogeologico, per la gestione dell’ambiente, pur cosciente non molla. Un governo regionale scacco dell’emergenza perenne di piogge eccezionali.

Raccontano che le ossa di S. Agazio, centurione e martire, chiuse dentro una cassa di piombo, vennero miracolosamente ad approdare nel golfo di Squillace, in prossimità dell’attuale stazione ferroviaria, al luogo detto la Coscia, e precisamente in quel punto che si chiama anche oggi la grotta di S. Agazio. Dicono inoltre, che insieme alla cassa contenente le ossa del loro protettore, erano giunte altre due casse di piombo, contenenti pure le ossa di altri due santi, dei quali uno era S. Gregorio Taumaturgo, protettore di Stalettì, un paesello vicino a Squillace; L’altro non lo ricordano bene e taluni lo confondono con S. Vitaliano, protettore di Catanzaro. Oggi la storia si ripete solo che al posto delle casse i santi viaggiano in auto blu.

E allora, ai democratici veri, quelli che non credono alle primarie farsa, non resta che sperare nel miracolo: d’altronde Sant’Agazio è ancora il santo protettore di Guardavalle e Squillace dove, per far piovere, si recitava, sino a poco tempo fa, una filastrocca quasi ad intimare al santo di far piovere: “S’Antagaziu meu, si non mi vagni tu ti vagnu eu”. Forse bisognerebbe dirlo a Bersani prima che si scatenino le “danze della pioggia” delle primarie meridionali e si debba scegliere a quale santo votarsi.

PANNELLA: L'ASSASSINIO DI PIPPO CALLIPO SAREBBE ISCRITTO NELLE COSE, CALABRESI E ROMANE

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“Occorre scongiurarlo anche perché questo è l’apparente cruna d’ago attraverso la quale è necessario vitalmente passare”.

Roma, 4 febbraio 2010 • Dichiarazione di Marco Pannella

Marco Pannella e Filippo Curtosi
Marco Pannella e Filippo Curtosi

“È bene non commettere l’enorme errore di sottovalutare le minacce di morte a Pippo Callipo. Il problema ci appare semplice: la partitocrazia calabrese, come quella romana, non può permettersi di far gestire ad una personalità come Pippo Callipo le documentazioni, almeno ventennali, di una classe dirigente corrotta e corruttrice che, per l’essenziale, non ha mai visto contrapposte e in lotta la componente di sinistra e quella di destra di questo letale Regime. Se si convincerà il Pd a subire il ricatto della cosca Loiero e connessi, occorre immediatamente, di questo, fare un discriminante fatto nazionale, al di là delle soggettive “buone fedi” individuali di Loiero, e compagni e camerati di Regime. Si tratta, infatti, di uno scontro ormai di vero e proprio carattere antropologico, più ancora che culturale. Credo che anche coloro ai quali faccio queste imputazioni gravi, politiche, sappiano in cuor loro che la di là di incapacità e limiti personali, quanto denuncio è fondato e non settario. Vorrei sentire magari dire qualcosa di più, politicamente, da compagni come , uno e fra i migliori fra tutti, Marco Minniti. Auguri e grazie a Pippo Callipo; la sua impresa, la sua determinazione sono rischiosissime, ma con lui e al suo sostegno riteniamo necessario giocare il suo “possibile”, che l’immonda voragine del “probabile” calabrese e romano”.

dal sito di Radicali Italiani www.radicali.it

Anche Abolire la miseria della Calabria, il nostro periodico nonviolento, si associa al comunicato diramato da Marco Pannella e conferma, ancora una volta se ce ne fosse bisogno, il proprio sostegno a Pippo Callipo e alla rivoluzione che egli prospetta e che, parlando di merito in sanità e in altri settori “intoccabili”, sconvolge l’ambiente delle nomine partitocratiche in Calabria

Chiare, fresche e dolci acque

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Inquinamento degli invasi lucani. Bolognetti: Nelle prossime ore renderemo pubblici i risultati delle analisi sulle acque della Camastra, Pertusillo e Montecotugno

Presentazione dei risultati emersi dalle analisi commissionate sulle acque degli invasi della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno”

Potenza, Martedì 2 febbraio 2010, Ore 11.00 c/o L’Associazione della Stampa della Basilicata, Via Mazzini, 23/E

Conferenza Stampa di Maurizio Bolognetti, Direzione Nazionale Radicali Italiani e Candidato alla Presidenza della Regione Basilicata per la Lista Bonino-Pannella

Potenza – Avevano detto è tutto a posto: le acque degli invasi sono pure come acqua di fonte. Queste affermazioni sembrano non trovare riscontro nei risultati emersi dalle analisi commissionate dai Radicali. Verrebbe quasi da invocare l’intervento dell’OMS. Di certo occorrerà nuovamente interrogarsi sul ruolo dell’Arpab ed è altrettanto certo che, al più presto, sarà necessario far effettuare analisi ad ampio spettro da parte di organismi indipendenti. La Procura della Repubblica di Potenza farebbe bene a procedere alla nomina di un CTU. Leggendo i risultati e i dati, finalmente chiari, pervenuti dal laboratorio accreditato a cui abbiamo consegnato alcuni litri di acqua proveniente dagli invasi della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno, siamo rimasti attoniti.

Con la presente chiediamo ai Noe, al Corpo Forestale dello Stato, alla Polizia Provinciale di Potenza e alla Procura di seguire la conferenza stampa.

Guarda il video

http://www.fainotizia.it/video/storia-di-merda-e-di-depurazione-rocco-alvarez-racconta-dei-sui-terreni-invasi-da-reflui

Dichiarazione di Maurizio Bolognetti, Candidato alla Presidenza della Regione Basilicata per la Lista Bonino-Pannella.

Della nostra iniziativa finalizzata a far luce sulla qualità delle acque invasate nelle principali dighe lucane si potrebbe dire, parafrasando Sciascia, “A futura memoria, se la memoria avrà un futuro”.

Ed è proprio sull’assenza di una memoria storica che hanno puntato tutti coloro che nei giorni scorsi hanno tentato di linciarmi sulla questione qualità delle acque. Laddove non c’è vero confronto è improbabile che ci possa essere una reale conoscenza, soprattutto se chi ha il compito di informare diventa complice di coloro che tentano di continuo di cancellare le tracce di quanto è accaduto in passato.

Maggio 2009 – il Corpo Forestale dello Stato denuncia un inquinamento in atto della diga di Montecotugno. Sulla vicenda il quotidiano Notiziario Italiano scrive: “Hanno accertato che nella diga di Montecotugno era presente un evidente stato di inquinamento provocato dal versamento diretto di acque reflue provenienti dal depuratore consortile di Senise”.

Novembre 2008 – La Procura della Repubblica di Potenza sequestra la sorgente “Acqua dell’Abete”, tributaria dell’invaso della Camastra. La sorgente è ubicata a valle del Pozzo petrolifero Cerro Falcone 2 in agro di Calvello.

Aprile 2004 – Sul Bollettino Ufficiale della Regione Basilicata appare il DGR 23 marzo 2004 n.699, “Definizione dello stato conoscitivo dei corpi idrici per la redazione del piano regionale di tutela delle acque”. Nel sopra citato documento, la Giunta regionale della Basilicata approva una relazione tecnico-scientifica, nella quale in relazione alla qualità delle acque invasate nelle dighe lucane leggiamo quanto segue: “Si evidenzia un diffuso scadimento della qualità, a partire dall’anno 2001, tutte le acque di invaso passano dalla categoria A2 alla A3. Appare quindi utile sottolineare l’opportunità di procedere a indagini più accurate che consentano di evidenziare le cause di tale peggioramento, non solo a fini puramente conoscitivi, ma anche per definire eventuali interventi migliorativi.”

Luglio 2009 – Nel dossier Mare Monstrum, prodotto da Legambiente, viene descritta la situazione della rete di depurazione regionale. L’associazione ambientalista sottolinea che essa copre solo “il 74% del territorio regionale, lasciando la Basilicata al quartultimo posto nella classifica delle regioni italiane per capacità di servizi di depurazione e fognatura.” Come dimostrato dall’indagine del CFS sul funzionamento del depuratore consortile di Senise, sarebbe di certo utile interrogarsi anche su quel 74% per cento di territorio che risulta coperto da una rete di depurazione.

Nel chiedere alla magistratura lucana a che punto sono le indagini avviate dal Noe, dal Corpo forestale dello Stato, dalla Polizia Provinciale sull’inquinamento di alcuni corpi idrici lucani, preannuncio che nelle prossime ore convocheremo una conferenza stampa per diffondere i dati emersi dalle analisi commissionate sulle acque degli invasi della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno. Subito dopo la conferenza stampa consegneremo al Procuratore Colangelo, alla Polizia Provinciale, al NOE e al Corpo Forestale un esposto-denuncia contenente le analisi in oggetto.

Quella guerra si poteva evitare

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di Giuseppe Candido

Silvio Berlusconi – Wiki media

Una bella domanda per Blair, Berlusconi e Bush: “Come mai Blair decise di boicottare l’unica vera alternativa alla guerra al dittatore iracheno rappresentata dalla possibilità concreta che questi andasse in esilio?”

Blair - Flicker
Blair – Flicker

Una domanda che, però, è rimasta inevasa anche all’audizione di Tony Blair, lo scorso 29 gennaio alla commissione d’inchiesta sulla guerra in Iraq. Bugiardo e assassino urlano i familiari dei caduti britannici in Iraq e, secondo la Bbc, l’urlo scatta quando l’ex premier ha affermato di avere “responsabilità ma non rimorsi” per aver deciso di abbattere Saddam Hussein.

Ma la guerra in Iraq poteva essere evitata. Saddam Hussein era pronto ad andare in esilio, ma si preferì il conflitto. Prima dello scoppio della guerra, in una riunione tenutasi al ranch di Crawford del Presidente Bush, alla presenza di Aznar e con Blair e Berlusconi collegati telefonicamente, si discusse davvero della possibilità d’esilio (nel 2007 Zapatero tolse il segreto sugli appunti dell’allora Ambasciatore spagnolo negli USA e il documento fu pubblicato nel settembre dello stesso anno sia dal Pais che dal New York Times). A ricordarlo è Marco Pannella con un digiuno, iniziato lo scorso 20 gennaio e facente parte di un Satyagraha mondiale per la pace, e mediante una lettera pubblicata dal Guardian, noto quotidiano inglese, lo scorso 26 gennaio. “Da allora, però, nessuna inchiesta americana né europea ha affrontato la questione. 
La Lega araba era pronta a richiedere formalmente l’esilio a Saddam con una risoluzione da adottarsi al summit di Sharm-el-Shaik del 1 marzo 2003. Ma che l’irruzione di Gheddafi sulla scena con ingiurie contro la casa reale saudita impedì che la decisione venisse adottata. L’incidente, sebbene ampiamente documentato anche dalla stampa araba, non e’ mai stato approfondito dalle varie commissioni del Congresso USA né, lo scorso 29 gennaio, dalla commissione di Sir Chilcot”.
 Di questa vicenda, ad eccezione di un corsivo lo scorso 30 gennaio su il Manifesto, la stampa e la televisione italiana omettono completamente di occuparsene. Come se i caduti di Nassiria, i morti in Iraq, non ci riguardassero più, come se ai genitori dei militari italiani in missione in Iraq non possa interessare il conoscere che quella proposta radicale, di esiliare Saddam, poteva davvero essere adottata, anche col sostegno della lega araba, per evitare la guerra. La storia di questo secolo potrebbe essere diversa da quella che i media raccontano.

Elezioni senza democrazia

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di Giuseppe Candido

Ritratto di Giuseppe Mazzini, patriota italiano. Foto: Wiki

L’interesse della sussistenza dello stato – scriveva quasi cento cinquant’anni fa Giuseppe Mazzini – è comune: “Ivi i migliori per ingegno e virtù hanno dovere e diritto al raggiungimento dei pubblici negozi, e vengono eletti da tutti, rimanendo sindacabili, amovibili, responsabili”. Ma oggi di responsabilità la politica non ne vuole sentir parlare più e spesso cambia le proprie leggi a convenienza per rimanere inamovibili, per restare irresponsabili dell’operato svolto durante il mandato. La degenerazione della democrazia, la sua involuzione dei costituenti, oggi accelera in Italia. E’ dal 2006, da tre anni, che tutte le elezioni si tengono, in Italia, in condizioni di completa illegalità. Una regola semplice del diritto pubblico, che è anche una regola del Consiglio d’Europa, vorrebbe che non si cambino le leggi elettorali a meno di un anno prima del voto. La ragione è molto semplice, chiara anche ai più sprovveduti: così facendo, il diritto elettorale “del popolo sovrano” viene manipolato dal potere, dal governo e dai partiti, per fare in modo che, gli elettori, non abbiano, in realtà, la piena sovranità popolare esercitata col voto. Cosa avviene invece nell’Italia dei 150 anni? Già nel 2006, per le elezioni politiche, pochi mesi prima del voto, a campagna elettorale di fatto già in corso, venne cambiata la legge elettorale introducendo il proporzionale. Il così detto porcellum: vi ricordate? E ciò poiché a Silvio Berlusconi faceva comodo avere il sistema proporzionale che avrebbe consentito di limitare la sconfitta. Il resto è cronaca. La sconfitta fu limitata e il Governo Prodi andò a casa dopo appena due anni. Nel 2008 di nuovo elezioni col porcellum e la promessa, bipartisan anche questa, di cambiare subito dopo il voto, la legge elettorale che toglieva le preferenze ai cittadini e ci regalava un Parlamento di nominati dalle segreterie dei partiti. Promessa non mantenuta ma, anzi, con l’aggravio ulteriore per le europee. Nel 2009, a Berlusconi e Veltroni, faceva ugualmente comodo innalzare l’asticella dell’accesso al Parlamento, introducendo lo sbarramento al 4 %, con la scusa della semplificazione politica, per tagliare fuori alcuni partiti dalla rappresentanza parlamentare. Anche in questo caso, le modifiche della legge elettorale vennero fatte a pochi giorni dal voto. In Calabria si fanno e si disfanno leggi elettorali, si inventano primarie, poi si cancellano con un continum di modifiche al testo e ai regolamenti della legge elettorale regionale. Durante queste elezioni regionali sta capitando la stessa cosa. A denunciarlo è Mario Staderini, giovane avvocato e segretario di Radicali Italiani: “Si voterà fra poco più di un mese e mezzo e ancora stanno cambiando, in molti consigli regionali, le leggi elettorali. Capita in Toscana, capita in Umbria, capita in Calabria, capita in Basilicata. Sta capitando un po’ ovunque. Da una parte si fanno l’esenzione, lor signori, per la raccolta firme ma, soprattutto, cambiano di nuovo le regole a pochi mesi dal voto quando già c’è gente che sta raccogliendo le firme”. Ma perché, si chiede Staderini, fanno questo? “Sicuramente per ridurre la rappresentanza nelle aule parlamentari italiane, europee e dei consigli regionali. Ma, soprattutto, per prendersi tutti quanti, in pochi, le cifre del finanziamento pubblico dei partiti”. Per capirlo è sufficiente andare a vedere quello che avviene coi rimborsi elettorali che, dopo il referendum del ’93, hanno sostituito il finanziamento pubblico dei partiti. Staderini sviscera dati precisi: “Prima del 2006, cinque partiti, quelli che poi hanno votato la legge elettorale con la modifica dello sbarramento, e cioè il Partito Democratico, il Popolo della Libertà, Lega, Italia dei Valori e l’UDC, hanno cambiato la legge elettorale”. Prima del 2006, questi stessi partiti percepivano circa il 70% del finanziamento pubblico. Dopo il 2009, dopo cioè aver fatto fuori i partiti minori, dopo queste leggi “blitz partitocratici”, quegli stessi cinque partiti arraffano il 95% del finanziamento pubblico dei partiti. Tutta la torta insomma. Dopo esserselo aumentato, ovviamente sempre con voto bipartisan. Con la legislatura del 2008, spiega ancora Staderini, “Sono diventati 503 i milioni di euro che si prenderanno i partiti. Di questi 503 milioni di euro, 470 milioni di euro andranno solo a quei cinque partiti”. E pensare che nel 1993, quando fu abolito il finanziamento col referendum, erano soltanto 47 i milioni di euro di finanziamento pubblico. Oggi 503. Una democrazia senza democrazia, un regime partitocratico chiuso, “bloccato”, ma sostenuto però coi soldi pubblici dei cittadini. E, la stessa cosa è accaduta con la televisione pubblica dove, le tribune politiche sono state abolite e, al loro posto, sono subentrate le “trasmissioni di approfondimento” più volte sanzionate dall’Autorità Garante delle Comunicazioni per la violazione dei diritti civili e politici dei cittadini. “Prima del 2006 quei cinque partiti gestivano “solo” il 65% circa degli spazi televisivi della tv di stato. Oggi, continua Staderini, gli stessi cinque partiti, si accaparrano il 95% degli spazi televisivi del servizio pubblico. Il risultato è che c’è un tentativo, in Italia, difronte all’assenza totale di democrazia e di stato di diritto, di cercare di fare la caccia, a raschiare il barile”.

La questione politica, cioè a dire l’organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, è tale che rende possibile l’antagonismo della causa del progresso: torniamo indietro, cari amici di Abolire, ci involviamo democraticamente, la politica viene pervasa da poteri criminali e, sempre di più, i cittadini si allontanano da una casta intenta solo a conservare la poltrona.

A questo link puoi vedere il video di Mario Staderini sul canale youtube di Radio Radicale

Sono radicale nell'animo

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Dopo che pubblicamente avevamo preso chiara posizione nel sostegno a Pippo Callipo come Presidente contro la partitocrazia dei veleni calabresi, sia personalmente sia come associazione di volontariato culturale “Non Mollare”, siamo oggi felici nell’apprendere che anche la lista Bonino Pannella e i Radicali sosterranno Pippo Callipo come presidente per la Calabria.

Giuseppe Candido

“Un crescendo della società civile” sostiene Pippo Callipo.

Nel programma: “Ambiente, no ponte sullo stretto, no nucleare, si ad infrastrutture. Lavoro, sanità ambiente, sicurezza … contro la malapolitica collegata alla ‘ndrangheta”.

“Una vera rivoluzione, pacifica, nonviolenta, ovviamente, per portare la Calabria nella normalità. La gente vuole aggiustata la sanità, vuole il mare pulito … bisogna avere il coraggio di fare le scelte. Qui da noi è mancato il coraggio, … si è guardato alla poltrona. Oggi sono sguinzagliati a fare preferenze”. E ancora: “Sanità nell’interesse del malato e non nell’interesse del primario, nell’interesse dell’amico o dell’amico dell’amico. In Calabria dobbiamo abolire il “compare”. Dobbiamo dare spazio alla meritocrazia, alla cultura.

Rendicontazione ai cittadini, come avviene nel privato, almeno semestrale dell’operato svolto rispetto al programma. Trasparenza dell’operato per spiegare ai cittadini come vengono amministrati i suoi soldi. Trasparenza, onestà, meritocrazia.

L’intervista a Pippo Callipo, imprenditore, candidato alla presidenza della regione Calabria sul programma elettorale e sull’accordo con i Radicali Italiani e la lista Bonino Pannella.

di Stefano Imbruglia (Radio Radicale)

questo contenuto è rilasciato da Radio Radicale con licenza Creative Commons: Attribuzione 2.5 2010 Creative Commons www.RadioRadicale.it

In prima linea

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di Giuseppe Candido

Giorgio Napolitano - Wiki

Bisogna che sia chiaro che la Calabria è in prima linea nella lotta contro la criminalità, è in prima linea per la sicurezza e per la libertà del nostro Paese, e tutti, lo Stato nazionale, le sue istituzioni le sue forze, dobbiamo tutti essere in prima linea con la Calabria”.

I fatti di Rosarno dove “non si è saputo prevenire”, l’integrazione e la ‘ndrangheta che dà dimostrazione di forza. Dopo quanto accaduto dall’inizio dell’anno Giorgio Napolitano è a Reggio Calabria ed ha incontrato tutte le istituzioni, un vertice coi Magistrati, l’incontro con il Presidente della Regione Agazio Loiero e con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. “La mafia in Calabria blocca lo sviluppo”.

Parole cariche del peso della verità quelle del Presidente che poi viene accolto presso il Liceo artistico statale “Mattia Preti” con la manifestazione “Legalità e Sviluppo” organizzata dalla consulta delle associazioni degli studenti calabresi con la presenza del ministro
dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Tutti impegnati a contrastare la criminalità organizzata e a diffondere la consapevolezza della necessità, quanto mai urgente, di combattere questa lotta.
Il Presidente ha ricordato l’alto magistrato Antonino Scopelliti, ucciso dalla mafia nel 1991, e si è rivolto alla Calabria e all’Italia tutta con queste parole: “Guai a pensare che ciò significhi che gli immigrati sono portatori di violenza e che i cittadini di Rosarno sono portatori di razzismo”. E ancora: “Stiamo molto attenti, respingiamo questi luoghi comuni, respingiamo tutti i pregiudizi che rischiano di accumularsi sulla Calabria, che è una regione difficile, una regione per tanti aspetti sfortunata, è anche una regione che deve dare di più, che deve mobilitarsi di più, una società che deve esprimere le sue energie e le sue capacità di reazione e di svolta di più di quanto abbia fatto finora”.

Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso ha
sottolineato che tutte le istituzioni debbono collaborare e che “la Calabria deve far sentire la sua voglia di riscatto per gli omicidi del Giudice Scopelliti e del vicepresidente del Consiglio regionale, Fortugno”. Nello stesso giorno, però, una santabarbara di munizioni ed esplosivi viene ritrovata parcheggiata vicino l’aeroporto di Reggio Calabria a riprova che la ‘ndrangheta non cade affatto a pezzi. Nella convinzione della necessità di un cambiamento che la Gelmini afferma che “E’ necessario far crescere, proprio dalla scuola, la cultura della legalità, combattendo anche un modo di pensare” . E forse è proprio questa la miseria d’abolire. Ma è anche vero che le istituzioni, scuola a parte, in Calabria sono, per dirla alla Mario Draghi, “pervase” dalle mafie, dalle ‘ndranghete. Le nuove ‘ndrine traggono i loro capitali principalmente dai traffici di droga che poi reinvestono nell’economia legale, nei “café del Paris” o nelle “Milano da bere”. Quei “durissimi colpi inferti alle ‘ndrine” che possono apparire operazioni come il sequestro di beni per 5 milioni di euro sono, in realtà, solo una goccia del mare dei capitali che la ‘ndrnagheta manovra, gestisce, rinveste. E’ vero che di una rivolta c’è bisogno, di una rivolta nonviolenta, ma di una rivolta culturale, sociale, politica e, soprattutto, morale. Ma, come dimostrano i dati forniti dalla stessa direzione distrettuale antimafia, la lotta che ci chiedono di combattere è una lotta impari perché, se anche si considerano i 6 miliardi di euro sequestrati alle mafie nell’ultimo anno, pure quest’importo astronomico rappresenta solamente un misero 10% degli oltre 60 miliardi di euro che la ‘ndrangheta porta a casa ogni anno come proprio “fatturato”. Il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone ha detto di recente la sua: “La ‘ndrangheta – afferma Pignatone – è riuscita a diventare una vera holding del mercato della droga grazie alle sue ramificazioni in ogni parte del mondo. (…) Il fenomeno si è sviluppato da una ventina d’anni (…) anche se ora risulta con tutta evidenza”. Aggredire i capitali mafiosi non può quindi significare limitarsi all’esazione di una tassa, oltretutto assai vantaggiosa. Ma allora, cosa si può fare? Cosa possono fare le istituzioni, la politica, la società civile per sconfiggere le ‘ndranghete?

Mike Gray, lo scorso aprile su “The Washington post”, analizzava il problema del traffico di sostanze stupefacenti: “Negli anni venti – scrive Gray – gli Stati Uniti hanno vietato il consumo di alcol. Il contrabbando è fiorito e la violenza è esplosa. Come oggi sulla droga”.

Che quel business di All Capone fosse il frutto di una sciagurata politica proibizionista oggi non sfugge più a nessuno. Quello che resta ancora da assimilare è però la seconda parte del messaggio: la stessa cosa accade con le droghe illegali che alimentano le mafie in tutto il mondo, dai cartelli colombiani e messicani alla ‘ndrangheta nostrana che aumenta, giorno dopo giorno, il suo potere economico pervadendo, col denaro riciclato, l’economia legale della Calabria, dell’Italia e d’Europa. Forse dovremmo guardare come sta cambiando la lotta al narcotraffico nei paesi che spesso invochiamo ad esempio. “Dopo 40 anni dall’offensiva di Nixon, Obama tira il freno e pensa alla marijuana libera.” Marco Bardazzi lo ha spiegato bene nel suo articolo “La fine della Guerra alla coca” comparso qualche giorno fa su “La Stampa”: “Il presidente fa studiare seriamente al proprio staff la fattibilità di un passo che avrebbe ripercussioni mondiali: legalizzare la marijuana”. “L’America di Barack Obama – spiega Bardazzi – è pronta a dichiarare impossibile da vincere il conflitto, a chiuderlo e a trasformare radicalmente la gestione della lotta agli stupefacenti. Dopo aver speso negli anni oltre mille miliardi di dollari di soldi pubblici in un conflitto che sembra sempre in stallo, gli Usa senza enfasi stanno ritirando gli agenti della Dea (Drug Enforcement Administration) dai fronti in Colombia e in Afghanistan. I fondi per la lotta al narcotraffico vengono deviati verso campagne di prevenzione. In Congresso sono partiti i lavori di una commissione che deve riscrivere completamente la strategia antidroga”. Oggi le carceri sono stracolme di migranti “clandestini” e di ragazzi trovati in possesso di poche decine di grammi di droga la cui detenzione non ha alcun fine di recupero e reinserimento sociale ma, anzi, è criminogena. Senza contare le risorse e gli uomini impiegati in tanti “micro” sequestri, tante “micro” operazioni, che non sconfiggono il problema: i consumi dilagano e la ‘ndrangheta ringrazia anche dovendo pagare una “tassa”.

Un gruppo di esperti britannici della fondazione Beckley ha valutato scientificamente gli effetti della cannabis. Ed ha concluso – come spiegava qualche mese fa la rivista inglese “New Scientist” – che, per limitare i danni ed eliminare i traffici illegali, la soluzione è legalizzarla. Anche se i rischi associati al consumo di marjuana sono accertati, gli esperti della Beckley sono convinti che sia molto meno pericolosa di sostanze legali come alcol e tabacco di cui, stante le giuste e ferree regole come il non mettersi alla guida ubriachi e non fumare nei locali pubblici, non ci sogneremmo certo di proibirne il consumo considerando come andò a finire con Al Capone. Legalizzare il mercato può invece contribuire a ridurre fortemente quel “fatturato” del malaffare che, come dice giustamente Napolitano, “blocca lo sviluppo della Calabria”.

4 riflessioni sui fatti di Rosarno: il documento sottoscritto da docenti universitari e politici

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La vignetta di Staino del 10 gennaio 2010
La vignetta di Staino del 10 gennaio 2010 - Su gentile concessione dell'autore COPYRIGHT © SERGIO STAINO PRODUZIONE SNC

La ricostruzione cronachistica dei fatti di Rosarno è oggi nota a tutti. Da questo episodio scaturiscono almeno quattro riflessioni:

1)Esistono in Calabria condizioni di sfruttamento della mano d’opera bracciantile extracomunitaria incompatibili con la permanenza dentro i confini dello stato di diritto. Ad essere fuori da questa cornice non sono però, come crede qualcuno, soltanto i protagonisti della vicenda in atto, cioè le vittime dello sfruttamento e i loro carnefici, ma l’intera porzione di territorio nazionale che trasforma in denaro per gli occidentali lo sfruttamento degli immigrati extracomunitari. Mai come in questo momento diviene chiaro il legame tra la rottura del “diritto” e la crisi dei “diritti”.

2)Il ripristino della “legalità” non consiste nell’allontanamento degli immigrati africani o nella loro espulsione, ma nella critica politica e sociale della pratica del loro sfruttamento e nella conseguente abolizione dello stesso attraverso gli strumenti della legalità repubblicana. La condizione originaria di ogni conflitto e di ogni illegalità è nella riduzione in schiavitù di esseri umani nella Calabria del XXI secolo, non nella loro ribellione.

3)Le responsabilità della situazione determinatasi riposano sugli apparati dello stato preposti alla tutela della legalità, sugli apparati di governo degli enti locali. L’impegno di alcuni sindaci, come quelli di Badolato, Riace e Caulonia, proprio sui temi dell’accoglienza, ha mostrato che le amministrazioni locali possono intervenire su queste pratiche e generare forme di imprenditoria etica e solidale, non imperniate sulla massimizzazione del profitto.

4)Nello svolgimento del conflitto odierno, come anche nella pratica dello sfruttamento della manodopera africana, appare chiaro un ruolo di coordinamento da parte della criminalità organizzata, messa sotto accusa, circa un anno fa, proprio dalla comunità africana di Rosarno. In quella circostanza, tuttavia, la protesta degli immigrati raccolse la solidarietà di gran parte della cittadinanza.

Non è peregrino, ma sicuramente degno di nota, che a molti in questi giorni sia venuto in mente il precedente dell’olocausto e dei lager nazisti (Adriano Sofri sulla Repubblica e Barbara Spinelli sulla Stampa citano entrambi Primo Levi). La condizione di servitù e di annullamento di ogni dignità umana su cui si regge la produzione di ricchezza di gran parte del capitalismo occidentale è la scatola grande che contiene la piccola scatola di Rosarno, dei suoi immigrati e della vergognosa caccia all’uomo di colore. La questione del lavoro e della sua dignità torna ad essere una questione vitale per la tutela della democrazia di tutto il mondo occidentale e del nostro paese.

Raffaele Perrelli (Un. Calabria), Vito Teti (Un. Calabria), Francesco Garritano (Un. Calabria), Fulvio Librandi (Un. Calabria), Mario Alcaro (Un. Calabria), Amelia Paparazzo (Un. Calabria), Giuseppe Pierino (già Dep. P.C.I.), Peppino Lavorato (ex Sindaco di Rosarno), Silvio Gambino (Un. Calabria), Guerino D’Ignazio (Un. Calabria), L.M. Lombardi Satriani (Un. Roma), Domenico Rizzuti (C.G.I.L.), Tonino Perna (Un. Messina), Guido Liguori (Un. Calabria), Franco Altimari (Un. Calabria), Giuseppe Roma (Un. Calabria), Piero Bevilacqua (Un. Roma)

Noi sottoscriviamo pure,

La redazione di Abolire la miseria della Calabria

Illustrissimo Signor Presidente Napolitano: “LA CALABRIA RISCHIA DI DIVENTARE LA SOMALIA DELL’OCCIDENTE”

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LETTERA APERTA DELL’INDUSTRIALE PIPPO CALLIPO, CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE, AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO: “LA CALABRIA RISCHIA DI DIVENTARE LA SOMALIA DELL’OCCIDENTE”

Illustrissimo Signor Presidente Napolitano,

il movimento politico dell'imprenditore Pippo Callipo

dopo i terribili fatti di Rosarno, che anzitutto chiedono il rispetto per l’umanità delle persone, intervenga Lei per la Calabria abbandonata. La Sua decisione di venire in Calabria in qualche modo è rincuorante. La reazione di alcuni Ministri, l’inesistenza della Regione persino sul fronte dell’assistenza socio-sanitaria, l’impotenza del volontariato e di tutte le benemerite “agenzie” in favore degli immigrati, dopo il fuoco e le fiamme di Rosarno nella Piana di Gioia Tauro, ci dicono che vi è una sottovalutazione drammatica del “caso” Calabria. Rosarno non è che un punto critico di un quadro regionale che oggi è già fuori dalle regole democratiche. Chi Le scrive non è una “Cassandra” ma un imprenditore che vive ed opera in Calabria. Non soltanto Rosarno è un problema grave, ma la Calabria intera è una polveriera sociale. Se le Istituzioni nazionali, compresi i vertici dei partiti, non interverranno per tempo, la Calabria ha il destino segnato: sarà un’area senza sviluppo, senza regole, con un’infima qualità della vita, con ampie sacche del territorio inquinate e con una delle mafie più pericolose; e la Calabria è Italia, Europa.

L’Occidente, egregio Presidente, sta lasciando che la Calabria diventi la sua Somalia. Ecco il punto su cui, sommessamente, La invito a riflettere. Non si diventa la Somalia solo per i rifiuti tossici lì scaricati in cambio di armi. Si diventa come la Somalia per l’estrema povertà di larghe fasce della popolazione; per l’erosione di affidabilità di un sistema istituzionale ed economico in cui la politica, chiusa nel Palazzo, è separata dalla società civile; per l’assenza di regole e per l’alto tasso di corruzione, nonché per la presenza di una criminalità invasiva e ostativa a qualsiasi forma di sviluppo. Ecco a cosa l’Italia sta andando incontro. Altro che festeggiamenti per il 150mo anniversario dell’Unità. A Lei, che rappresenta autorevolmente il Paese, rivolgo un appello ad intervenire, per evitare che la solitudine della Calabria si tramuti in rancore sociale e dopo la protesta violenta di Rosarno, le cui condizioni erano a tutti note da anni, possano accadere episodi di ribellione più gravi o che la Calabria si consegni mani e piedi alla ‘Ndrangheta. La bomba al portone della Procura Generale di Reggio Calabria, l’esplosione violenta della guerriglia di Rosarno, la crisi dello scalo di Gioia Tauro il più importante porto del Mediterraneo: queste sono soltanto alcune delle criticità sulle quali l’attenzione del Governo dovrebbe essere straordinaria e non, com’è al momento, effimera e interamente indirizzata a fabbricare slogan come il Ponte sullo Stretto e la Banca del Sud. La democrazia in Calabria è sospesa e di fatto sono sospesi alcuni dei piuimportanti diritti costituzionali dei cittadini: il lavoro, la libertà, la sicurezza, la salute. Dinanzi agli indicatori economici che la pongono agli ultimi posti di ogni classifica, al divario crescente di sviluppo rispetto al Paese e alle stesse regioni del Sud, alla fuga dei cervelli e dei giovani, il silenzio delle Istituzioni è inquietante. Dinanzi a tutto ciò non c’è alcuna mano tesa dello Stato alla Calabria migliore che chiede un aiuto e un sostegno che chiede di poter stringere un “patto” per uscire dal tunnel e guardare con speranza alla vita. Da Roma, anzi, si guarda agli inciuci della politica politicante calabrese con indifferenza o condivisione, si assiste all’esclusione dei giovani, delle donne e dei talenti dalla politica senza operare alcuna correzione nei metodi di selezione prevalenti, che esigono servilismo, dedizione ai voleri dei cacicchi, nessun senso critico ma obbedienza e ossequio. Egregio Presidente, questa è diventata la mia regione! Eppure le risorse dello Stato e dell’Unione europea non sono mancate, anzi sono state e sono massicce ma finiscono nelle tasche di “prenditori” che non il rischio d’impresa hanno in animo, bensì le ruberie e le truffe di ogni colore. A questo punto, c’è da domandarsi: cosa aspetta ancora l’Italia? Cos’altro deve accadere, in Calabria, perché l’Italia intervenga risolutamente per tranciare il connubio fra la malapolitica e il malaffare? La parte migliore del Paese che ha compreso, dovrebbe dare un appoggio alla parte migliore che vive nell’inferno calabrese per aiutarla a venire fuori, ad avere magari più coraggio, più fiducia. Ma se questo non dovesse accadere, sono del parere che ci aspettano giorni peggiori. In queste condizioni difficilmente, in Calabria, il cittadino crederà che l’unica via da percorrere sia quella del rispetto delle leggi.

Pippo Callipo, Imprenditore.

13 gen. 2010