Storia della mancata prevenzione e il terremoto delle Calabrie del 1905

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di Giuseppe Candido

Rovine di Piscopio
Rovine di Piscopio

Tremila e quattrocento circa sono le vittime del solo dissesto idrogeologico in Italia negli ultimi sessant’anni e perlopiù dovuti ai soli fenomeni repentini come esondazioni torrentizie, colate di fango e di detrito. Basti ricordare gli esempi di Sarno e Quindici nel salernitano; Soverato e l’alluvione del torrente Beltramme, Crotone e l’alluvione dell’Esaro, Maierato in Calabria. Solo alcuni degli ultimi nomi che a memoria ricordiamo.

Purtroppo non esiste – a livello nazionale (né tantomeno a livello regionale) – un ente che, per compito istituzionale, raccolga ed archivi sistematicamente le informazioni relative agli eventi calamitosi e che rendiconti annualmente l’ammontare economico dei danni (oltreché delle vittime) conseguenti a ciascuna calamità naturale. Secondo l’annuario dei dati ambientali elaborato dall’ISPRA, il costo complessivo dei danni dei soli eventi franosi ed alluvionali dal 1951 al 2009 è, rivalutato secondo moneta corrente, superiore ai 52 miliardi di euro. Circa un miliardo di euro all’anno.

Per delineare il fenomeno del dissesto idrogeologico in Italia è necessario fare riferimento al progetto IFFI, l’inventario dei fenomeni franosi in Italia curato dall’Agenzia per la Protezione Ambientale. Le statistiche e le elaborazioni effettuate sulla banca dati del Progetto IFFI offrono infatti un quadro della distribuzione dei fenomeni franosi sul territorio italiano. L’inventario ha censito, alla data del 31 dicembre 2006, 469.298 fenomeni franosi che interessano un’area di quasi 20.000 km2, pari al 6,6% del territorio nazionale. Più dell’ottanta percento dei comuni italiani ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. In Calabria praticamente non c’è un Comune che non sia a rischio idrogeologico eppure, anche di questo come del rischio sismico, ci interessiamo solo dopo la tragedia ma non ce ne preoccupiamo, cioè non ce ne occupiamo prima.

Come il censimento della vulnerabilità sismica degli edifici pubblici di nove regioni realizzato da Franco Barberi per la Protezione Civile e lasciato nel cassetto per anni dal 1999, anche la mappatura effettuata dal Cresmel nel 2009 per le aree franose del nostro Paese ci fornisce un dato preoccupante: dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico regionali, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali, si evidenzia chiaramente come siano ben 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico nel nostro paese; 89 gli ospedali. Ma anche per questo non si può fare nulla perché il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonta a circa 40 miliardi di euro. Anzi, di recente, il Quadro Territoriale Regionale (QTR) ha dimenticato proprio di inserire le mappature dei rischi sismico ed idrogeologico nella bozza presentata: una questione di cultura, quella della mancata prevenzione.

E poiché al peggio non c’è mai fine, dalla padella del dissesto dobbiamo necessariamente ricordare la brace del rischio sismico. Quasi 4 miliardi di euro all’anno se ne vanno solo per il rischio sismico. Emergenze, quelle sismiche ed idrogeologiche del nostro paese, non più rinviabili dalla partitocrazia che le ha causate dimenticando la parola prevenzione.

La Calabria è notoriamente una delle aree della penisola con un altissimo livello di sismicità, uno dei più alti d’Italia. Ricorrenti e disastrosi i terremoti nei secoli l’hanno sconvolta. Nel 1783 un grave sciame sismico che durò tre anni, poi il disastroso terremoto del 1905 e, soltanto tre anni dopo, l’apocalisse che devastò Reggio Calabria e Messina nel 1908. U terremuoto, lo chiamavano.

Oggi è lo sciame sismico emiliano, prima il sisma in Abruzzo dell’aprile del 2009 l’aveva ricordato a tutti: il problema della sismicità è un problema generale per tutta la penisola; in Calabria, non dovremmo però dimenticare quanti terremoti e con quale gravità essi scossero la nostra Regione che, sula carta della sismicità italiana, è quasi tutta una macchia rossa e dove, ancora oggi, molti edifici pubblici, tra cui scuole e ospedali, sono rimasti con un’alta o medio alta vulnerabilità sismica, senza che nessuno facesse niente. Bisognerebbe forse far rileggere le cronache di allora ai nostri eletti in Calabria per svegliare una classe politica inconcludente nel governo del territorio e che dal 2009 ha dimenticato di approvare una legge antisismica che potrebbe salvare qualche vita ma che, evidentemente, non piace alle lobbies dei costruttori.

Senza andare troppo indietro nel tempo ai terremoti del 1639 nel catanzarese e del 1793 nel vibonese, sia sufficiente ricordare ciò che accadde nel solo secolo passato.

La notte tra il 7 e l’8 settembre del 1905 una poderosa scossa di terremoto funestò la Calabria. I giornali dell’epoca diedero grande attenzione e mandarono inviati e fotografi per raccontare i disastri. “Il gravissimo terremoto in Calabria e in Sicilia” titolava Il Giornale d’Italia: “Scene angosciose, una notte di terrore, morti e feriti, paesi distrutti” era l’occhiello. L’Ora, corriere politico quotidiano della Sicilia, nel numero del 10 settembre del 1905 raccontava ai suoi lettori “dei soccorsi” e degli “Spaventevoli disastri”.

Nella provincia di Catanzaro la desolante serie dei paesi distrutti o fortemente danneggiati: Girifalco, Olivadi, Borgia, Palermiti, S. Floro, S. Caterina sullo Ionio, Isca sullo Ionio, Tiriolo, Dinami, Ionadi, Monteleone, Parghelia, Piscopio, Pizzo, Maida, Polia, San Mango. A Catanzaro, anche l’ospedale riportò gravi lesioni.

Un’orrenda catastrofe” titolava a due giorni dal disastro La Rivista Vibonese: “Appena riavuti dal grande panico prodotto dalla forte scossa ed usciti in mezzo alla via, abbiamo constatato – scriveva in prima pagina la redazione – che i danni superavano ogni nostra previsione. La luce elettrica completamente spenta, l’aria annebbiata da densi nuvoli di polvere uscente dalle finestre e dalle larghe fenditure prodottesi nei muri, una folla di gente gridante in cerca dei propri cari dispersi nel buio della notte, qualche lume qua e là di luce fiochissima, gridi di pianto e di dolore, una disperazione delle più terribili”.

I circondari di Monteleone e di Nicastro furono le aree più colpite dal sisma il cui effetto distruttivo si estese anche a due fasce delle provincie di Cosenza e di Reggio Calabria. Stando alle cronache del tempo furono distrutti o gravemente danneggiati 326 comuni, 135 in provincia di Catanzaro, 107 in quella di Cosenza e 84 in quella di Reggio Calabria. Più di ottomila le case crollate e oltre 700 i centri abitati danneggiati. Quasi completamente distrutti furono Zammarò (70 morti), Parghelia (62), Piscopio (60), Stefanaconi (65), San Leo di Briatico (24), Aiello (23), Martirano (16). Sei morti anche a Monteleone di Calabria (oggi Vibo Valentia).

Dovunque sono stato, – scriveva Olindo Malagodi su La Stampa – per tutti i luoghi della devastazione, uno stesso spettacolo si offriva: la sproporzione fra l’entità del disastro e la meschinità dei soccorsi … e vedevamo, con l’animo gonfio di angoscia, fronti sempre più rabbuiate e sguardi sempre più sconfortati, una disperazione sempre più cupa e sconsolata, una delusione che pareva un rimprovero. Ci son voluti nove giorni per assicurare una ragionevole distribuzione di pane …”.

Luigi Barzini, autorevole inviato per il Corriere della Sera, fu uno dei primi a giungere in Calabria e la notte dell’11 settembre invia la sua testimonianza: “In Calabria si muore”. “È troppo vasto il quadro di orrore e ho qualche cosa di più urgente da dirvi. Nella emozione, nella concitazione di quest’ora, non posso – scriveva – che gettarvi un grido d’aiuto; più tardi saprete in dettaglio quanto avvenne di spaventoso, saprete le stragi che la terra a commesso, le infamie di questa terra che tutti gli uomini chiamano madre. Adesso sappiate ciò che avviene mentre telegrafo. Qui intorno si muore di fame e di sete: i soccorsi, per quanto alacremente portati, non bastano; manca il pane ai sani, la carne ai feriti, manca l’acqua, manca il ricovero ai morenti. Intorno ai paesi una lugubre folla dolente si accascia; vi sono silenziose ventimila persone che perdono tutto, che non hanno neppure recipienti per andare alle fonti per attingervi; sono silenziose moltitudini che non possono staccarsi dalle rovine delle loro case, dovei i cari morirono e che, stordite, aspettano senza forza quegli aiuti che non arrivano mai. In alcuni luoghi, come Monteleone, poche case crollano; ma negli abitanti v’è ora il terrore della casa. Essa è il nemico. …”.

La casa, l’edificio, la struttura che fino al giorno prima rappresentava la sicurezza, il giaciglio confortevole, si era trasformata nel peggior nemico. Già, perché, anche allora come adesso, non è mai il terremoto che ti uccide ma la casa che rovinosamente crolla sulla testa. Ed è proprio per questo che, conoscendo la storia sismica del nostro paese che ci lascia ben prevedere dove avverranno e con quali intensità altri terremoti, non dovremmo più permettere che si continui a costruire con metodi “poco rigorosi” da un punto di vista antisismico e dovremmo sbrigarci ad adeguare quelle strutture pubbliche censite come vulnerabili già dal 1999 cominciando dalle scuole dove mandiamo i nostri figli a studiare.


Non è il terremoto ad uccidere

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Mappa dell'intensità massima risentita in Italia - CNR GNDT

Fanno tragicamente notizia in questi giorni lo sciame sismico e i terremoti dell’Appennino modenese assieme alle vittime malcapitate che, ogni qual volta una struttura edificata non regge alle scosse, sono conseguenti alle rovine. Ma dobbiamo dirlo chiaramente non è la natura matrigna ad uccidere; non è il cataclisma naturale ad uccidere. Ancora una volta, a causare questa strage continua di popoli è la strage di regole, norme antisismiche e, più semplicemente, dello stesso buon senso. Se gli stessi terremoti che hanno scosso e continuano a scuotere l’Emilia Romagna si fossero verificati in Giappone non sarebbe morto nessuno. Gli operai morti nei capannoni in questi giorni hanno lasciato questa terra non per una causa naturale ma perché, come per gli abitanti dell’Aquila, la prevenzione in questo Paese si è fermata all’anno zero. Se la protezione civile nazionale è diventa leader nel mondo nella gestione delle emergenze tanto da straripare persino nella gestione dei grandi eventi, e se con la previsione siamo pure ad un livello avanzato della mappatura dei rischi, dal punto di vista della prevenzione ce ne infischiamo come se il costo della stessa fosse una spesa e non già un investimento. Ogni anno in Italia, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, attraverso le registrazioni effettuate attraverso la Rete Sismica Nazionale, localizza dai 1.700 ai 2.500 eventi di magnitudo pari o superiore a 2,5. Nel rapporto pubblico on line si legge che “in media in Italia ogni 100 anni si verificano più di 100 terremoti di magnitudo compresa tra 5,0 e 6,0 e dai 5 ai 10 terremoti di magnitudo superiore a 6,0”. Tra i terremoti italiani più rovinosi del ’900, nello studio presentato dai geologi, si ricordano esplicitamente quello del 1905 in Calabria (M=6,8 – I=X – 557 vittime), quello del 1908 Calabro Messinese (M=7,1 – I=XI – 80.000 vittime), nel 1915 ad Avezzano (M=6,9 – I=XI – 33.000 vittime), nel 1930 Irpinia (M=6,7 – I=X – 1.404 vittime), nel 1976 Friuli (M=6,6 – I=X – 965 vittime), e nel 1980 Irpinia-Basilicata (M=6,8 – I=X – 3.000 vittime).

Poi nel 2009 il terremoto in Abruzzo e mentre trema l’Emilia, anche la Calabria ci ricorda la sua pericolosità.

Ma la vera notizia è che “L’Italia,” – come si legge testualmente nel dossier dell’Istituto – “se paragonata al resto del mondo, non è tra i siti dove si concentrano né i terremoti più forti né quelli più distruttivi. La pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto mediterraneo e addirittura modesta rispetto ad altre zone del pianeta”. Insomma, il nostro problema è il patrimonio edilizio assai vulnerabile.

Il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT), assieme alla Protezione Civile, già nel1999 aveva effettuato uno studio per la rilevazione della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio pubblico: un censimento degli edifici pubblici, strategici e speciali di oltre 1500 comuni di sette regioni, tra cui Abruzzo e Calabria. Premesso che quelli censiti come vulnerabili, in Abruzzo, sono venuti giù, abbiamo cercato di capire come stesse la nostra regione, la Calabria che è assai più sismica dell’Emilia Romagna.

La risposta che abbiamo trovato è sconcertante: dei 3.975 edifici pubblici destinati all’istruzione della nostra regione, ben 2.397 (pari al 60,3 %) sono classificati ad alta (1.049) o medio-alta (1.348) vulnerabilità sismica. Di 785 edifici pubblici destinati alla sanità calabrese, censiti nel lavoro del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, ben 492 (il 62,7 %) risultavano classificati ad alta (208 edifici) o medio alta (284) vulnerabilità. E non era migliore la situazione degli edifici pubblici civili (sedi comunali, province, regione e prefetture): dei 1.773 edifici censiti dallo studio, 517 venivano classificati con grado di vulnerabilità sismica “medio alta” e 325 quelli ad “alta vulnerabilità”. In Calabria, se venisse oggi un terremoto, vi sarebbero numerosi edifici pubblici, troppi, attualmente non in grado di resistere alle scosse. Stiamo parlando di scuole, dove mandiamo i nostri figli e di ospedali che invece dovrebbero garantirci le cure anche dopo l’emergenza.

Nel 1999, il professor Vincenzo Petrini del CNR-GNDT nella sua presentazione del volume Rischio sismico di edifici pubblici scrive testualmente: “La risposta più ovvia alla constatazione della presenza di situazioni notevolmente a rischio è l’avvio di specifici programmi di adeguamento del patrimonio edilizio ai livelli di sismicità delle varie zone del paese: ma non è certo l’unica possibile”. “L’abbassamento dei livelli di rischio può essere uno degli obiettivi della programmazione di investimenti della pubblica amministrazione e può, in alcuni casi, contribuire a qualificare la spesa pubblica”. Senza contare che programmi pluriennali di interventi di riduzione del rischio, opportunamente distribuiti nello spazio e nel tempo secondo priorità definibili in anticipo, potrebbero avere, proprio nella situazione attuale di crisi, effetti collaterali positivi in termini di sviluppo “non drogato” dell’occupazione.

 

A loro insaputa

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di Giuseppe Candido

Non ne sapeva nulla Scajola mentre gli compravano l’appartamento; non ne sapeva nulla Penati e, con estrema disinvoltura, anche Francesco Rutelli non ne sapeva niente mentre il suo amico Lusi si fregava i soldi dalle casse del partito della Margherita. Davvero una vergogna d’abolire. Se alla Fiat o alla General Motors avessero fatto sparire 13 milioni di euro se ne sarebbero accorti la mattina dopo: alla Margherita no. Rutelli ha candidamente affermato che non ne sapeva niente fino a quando i magistrati non glie lo hanno riferito. Premesso che delle due una può essere vera: o Rutelli sapeva tutto e mente oppure, se è vero che non si è accorto di nulla allora non può essere capace di amministrare i soldi pubblici e dovrebbe, secondo un principio di responsabilità, andare a casa. Ma il problema vero non è Rutelli: quello che sarebbe immediatamente d’abolire è l’intera partitocrazia che, ladra di soldi dei cittadini e ladra di verità sulla loro volontà chiaramente espressa con un referendum, nel ’93, di abolire il finanziamento dello Stato ai partiti lo ha reintrodotto copiosamente con la legge – truffaldina – dei rimborsi elettorali. Truffaldina perché non solo tradisce la volontà degli elettori ma anche perché non lega i rimborsi erogati a spese realmente documentate dai partiti. No, la legge in vigore dal 97, rimborsa i partiti in base ai voti espressi nei loro confronti dagli elettori. Ogni voto si prendono 4 euro e li spendono poi senza rispettare neanche l’obbligo, costituzionalmente previsto, di rendere pubblici i loro bilanci. Quando venne abolita nel ’93 col referendum il meccanismo in essere distribuiva 59 milioni di euro di finanziamento e poco più di 656 mila euro di rimborsi elettorali. Ma da quando la quota del finanziamento è stata abolita la quota rimborsi è salita vertiginosamente di legislatura in legislatura in maniera esponenziale fino ad arrivare, con le elezioni del 2006, ad un rimborso di oltre 200 milioni di euro all’anno per ogni anno di legislatura per cinque anni anche se la legislatura ne dura soltanto due. L’ennesima vergogna per cui la Margherita, ancora oggi dopo essersi fusa coi DS nel PD, continua a prendere i suoi soldi dei rimborsi relativi alle elezioni del 2006 mettendoli nella cassa del tesoriere di turno. Una pioggia di soldi che ogni anno si riversa sulla partitocrazia e che, dal 2008, è arrivata alla straordinaria cifra di oltre 600 milioni per ogni anno di legislatura. Perciò, quando si parla di abolire i soldi alla casta si lasci perdere la decurtazione del loro numero che, oltretutto, diminuirebbe ancor di più, a discapito della trasparenza e del controllo, il rapporto eletto-elettore. Si pensi piuttosto ad abolire, immediatamente, il sistema dei rimborsi legandolo, magari, a spese realmente sostenute ed adeguatamente documentate.

 

Carceri illegali e criminalità di Stato

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di Giuseppe Candido

 

Sono anni che i Radicali trascorrono il Ferragosto ed il Natale nelle patrie galere coi detenuti; le visite ispettive per denunciare le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere detenuti e personale di polizia penitenziaria non si fermano mai. Amnistia per la Repubblica subito non è solo lo slogan che oggi caratterizza la politica del piccolo partito di Pannella ma un’esigenza reale soltanto testimoniata con l’amore per la verità. E il sovraffollamento delle carceri che è sì, come ha sottolineato il Papa, “una doppia pena” non è però l’unico problema: mancano spesso acqua calda, cibo degno di questo nome e condizioni igienico sanitarie minime essenziali oltreché lo spazio stesso per respirare. La detenzione anziché rieducativa diviene afflittiva e la pena inumana non scritta in sentenza ma reale. Una pena che, come ha scritto Patrizio Gonnella sul blog di Micro Mega, “umilia, lede la dignità, trasforma i detenuti in numeri, li rende non persone, li induce alla malattia e alla morte”. Ma il problema carceri, se vogliamo, è ancor più grave perché è lo stesso Stato a non rispettare le proprie leggi e ad essere condannato per questo dalla giurisdizione europea. Dopo aver trascorso anche questo Natale in visita ispettiva al carcere di Regina Coeli, Marco Pannella, nella sua consueta conversazione settimanale da Radio Radicale con Massimo Bordin, ha definito per l’ennesima volta la realtà delle nostre carceri come una realtà di “flagrante opera tecnicamente criminale” da parte dello Stato. “In Italia la democrazia è negata e lo Stato e la Repubblica italiana si trovano dinanzi alla Costituzione, alla legalità e alla giurisdizione europea, dinanzi alla legalità internazionale, in una flagrante opera di carattere tecnicamente criminale”, ha detto testualmente sfidando i giornalisti a scriverlo piombo su carta e dirlo nei telegiornali. Delirio di un ulteriore, anche questo ennesimo, sciopero della fame? Sicuramente parole forti e accuse gravi che non solo intendono sottolineare ancora una volta la “prepotente urgenza” delle carceri, così come lo stesso Napolitano l’aveva definita, ma che contemporaneamente richiamano in causa lo stesso Presidente della Repubblica, quale garante della nostra Costituzione e al quale Pannella ricorda che “potrà – perché Lui lo crede – continuare a predicare che in Italia c’è democrazia e legalità” ma che, sostiene invece il leader radicale, nel nostro Paese c’è “criminalità di Stato e di Repubblica e i diritti umani, quelli semplici, sono letteralmente negati.” Poi, sul tema delle carceri, ai microfoni di Radio Radicale intervengono pure il deputato del Pd, Ezio Giachetti e il parlamentare del Pdl, Alfonso Papa che il carcere l’ha vissuto in prima persona per esservi stato recluso nell’ambito dell’inchiesta napoletana sulla P4 e che vi è ritornato, proprio alla vigilia di Natale, questa volta però anche lui in visita ispettiva da Parlamentare in carica. Giachetti spiega chiaramente che in carcere “si vive in condizioni peggiori d’animali. È difficile rappresentare a parole – aggiunge – quello che qui gli occhi possono vedere e che forse non avrebbero mai immaginato di vedere”. E in effetti la normativa europea consentirebbe di condannare chiunque detenesse animali domestici in tal modo. Ma le parole che più ci fanno riflettere sulla condizione delle carceri italiane sono proprio quelle di Alfonso Papa che, da Deputato della Repubblica non ancora decaduto e al quale, secondo Rita Bernardini, è “stato impedito di svolgere il suo mandato”, si è recato al carcere di Poggio Reale a visitare i detenuti. “Nei desideri di qualcuno – spiega subito l’Onorevole Papa – avrei dovuto passere lì il Natale. Ho avuto la fortuna e l’occasione di trascorrere il Natale con la mia famiglia ma è chiaro che il mio cuore e la mia mente sono rimasti lì. Anche perché, – spiega ancora – in quei cento e uno giorni, ho vissuto un’esperienza incomparabile sia per il dolore sia come esperienza “umana” che rappresentano queste situazioni. E quindi ritengo che sia doveroso, per un rappresentante delle Istituzioni e in particolare per una persona che il caso ha voluto che accadessero le cose che sono accadute (detenzione ndr), testimoniare la vigilia di Natale con questa mia presenza e questa mia vicinanza perché per me comincia, da oggi, un’azione di sensibilizzazione e di battaglia che mi prenderà la vita. Io adesso ho il dovere morale, nei confronti di tutto un mondo che ho conosciuto, di testimoniare la sofferenza e le condizioni nelle quali si vive nelle carceri italiane. È arrivato il momento che tutto l’arco istituzionale, tutti i partiti e tutto il Parlamento abbandonino questo silenzio, che definisco francamente colpevole e falso, per capire il significato di una battaglia che i Radicali, per la verità, da lungo tempo stanno combattendo in assoluta solitudine e che invece, oggi, ha bisogno di vedere coinvolta tutta la parte democratica del Paese”.

Un’amnistia servirebbe quindi non solo per umana pietà nei confronti di tutti quei detenuti lasciati vivere in condizioni inumane, ma un’amnistia sarebbe necessaria per riformare la giustizia e per ridare credibilità repubblicana ad uno Stato che, sotto quest’angolazione, non c’appare civile né di diritto ma contro il diritto stesso, quello scritto sulla nostra Carta fondamentale, e contro i diritti più elementari, quelli umani, dei cittadini. Una amnistia giusta e mirata a quei reati socialmente poco rilevanti consentirebbe di avere una giustizia più giusta, in grado cioè d’impedire quell’altra amnistia nascosta, perché tenuta nel silenzio, e di classe perché ottenibile soltanto da chi ha i soldi per permettersi buoni avvocati e che si chiama prescrizione. Poi, volessimo dare retta a Patrizio Gonnella, bisognerebbe riflettere anche sul perché le carceri si riempiono a dismisura e sull’eventuale modifica della legge sulle droghe targata Gianfranco Fini e Carlo Giovannardi e che tratta il consumatore di marijuana alla stregua del narcotrafficante. Riflettere su tutto, serenamente e pacatamente senza preconcetti e pregiudizi intavolare una discussione, questo sì, sarebbe un bell’inizio per il nuovo anno e un bell’augurio anche per la Repubblica.

 

Abolire la miseria forse non conviene

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di Giuseppe Candido

Articolo pubblicato il 15/12/2011 su “Il Quotidiano della Calabria”

Abolire la miseria, ci dicono, ch’è un sogno, una visione. Già Ernest Bloch sosteneva che, “porre fine alla miseria per un tempo incredibilmente lungo non suonò per nulla normale, al contrario era una favola … ”. La possibilità di creare un mondo più giusto o, quanto meno, uno Stato più equo abolendo la miseria, come sostiene però lo stesso Bloch, può entrare nel nostro campo visivo “solo come sogno a occhi aperti”. E allora, in questo momento di crisi in cui l’Italia rischia assieme all’Europa e all’euro il suo tracollo finanziario, facciamolo questo sogno ad occhi aperti: un sogno di uno Stato più equo e di una Patria europea come quella che sognavano i suoi padri fondatori. È certo che, per uno Stato più equo è necessario, ma non sufficiente, uno Stato che almeno rispetti le sue stesse leggi. E questo non è certo il caso delle nostre carceri che l’Europa condanna ogni due per tre e che lo stesso Capo dello Stato il 28 luglio scorso ha definito una “prepotente urgenza”. Mentre si parla di decreto svuota carceri l’amnistia sarebbe non soltanto atto di clemenza invocato pure da Wojtyla oltreché di ripristino della legalità costituzionale repubblicana, ma anche e soprattutto un atto finalizzato all’ottenimento di una Giustizia più giusta; a differenza che con l’indulto, con l’amnistia si perderebbe il carico pendente di milioni di processi e vedrebbe cessare l’inesorabile flusso di prescrizioni che viaggia al ritmo di 200.000 all’anno e che qualcuno definisce, quella sì, “amnistia strisciante di classe e di regime”. Poi, dopo la “prepotente urgenza” c’é la non meno prepotente necessità di risanare il bilancio dello Stato. In questo senso, strettamente economico-finanziario, considerato che il debito pubblico è stato direttamente generato (e non creato) dai partiti e dalla politica che non solo hanno disseminato per decenni pensionamenti baby e stipendi d’oro assieme ad auto di blu, ma che, dal ’94 al 2008, hanno letteralmente sottratto dalle casse dello stato oltre 2,2 miliardi di euro a titolo di rimborsi elettorali dopo che i cittadini avevano abolito, con referendum, il finanziamento pubblico dei partiti. Si parla di abolire i costi della politica come se questi fossero causati principalmente dagli stipendi di parlamentari ed eletti a tutti i livelli. Ma non è così: il vero maltolto della partitocrazia, il vero e proprio furto dalle casse dei cittadini è costituito proprio dai rimborsi elettorali che salassano le casse patrie con un prelievo di quasi 500 milioni di euro all’anno. Poi c’è la vicenda delle frequenze del passaggio al digitale regalate e non messe all’asta come pure si potrebbe fare recuperando, stimano i tecnici, da un minimo di 2 sino ad un massimo di 10 miliardi di euro. Si potrebbero abolire, come hanno fatto notare durante la trasmissione “piazza-pulita”, quelle ulteriori spese militari per oltre dieci miliardi di euro evitando di acquistare una manciata di aerei da caccia e sommergibili. Tralasciando i regali fiscali fatti con lo scudo al 5% che, pare, sia un contratto immodificabile, c’è però l’ici (o imu) non chiesta e tutte le altre esenzioni (Ires, ecc.) alla Chiesa cattolica che, sommate al miliardo di euro l’anno percepito con il meccanismo dell’otto per mille, potrebbero aiutare a far quadrare i conti se adeguatamente rimodulate. E invece no, questo governo se pur di tecnici è un governo che è sostenuto da una maggioranza politica e a Berlusconi non fa certo comodo né l’assegnazione delle frequenze del digitale terrestre con gara regolare né, tanto meno, una patrimoniale vera sui grossi capitali. Per cui la manovra dovrà essere pagata dai soliti noti, pensionati e lavoratori; gli evasori ed i proprietari di grossi capitali possono stare tranquilli e abolire la miseria resterà ancora un sogno ad occhi aperti.

Doveva essere più equa

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di Giuseppe Candido

È stata subito positiva la reazione dei mercati alla manovra del Governo Monti: nella mattinata di lunedì, mentre il Presidente del Consiglio annunciava i provvedimenti alla stampa estera, lo spread è sceso sotto la quota psicologica di 400 punti base e il Mib Ftse, l’indice che da qualche anno caratterizza la borsa nostrana, è andato su del + 2,9%.

Da gennaio 2012 tutti in pensione col sistema contributivo e, già da subito, le donne andranno in pensione a 62 anni e gli uomini a 66. Volontariamente, per i prodi lavoratori che vorranno aiutare le casse dell’Inps, l’uscita dal lavoro potrà essere posticipata tra i 63 e 65 dalle donne e dai 67 ai 70 anni dagli uomini. Torna pure l’imposta sulla prima casa sotto le velate spoglie dell’Imu, l’imposta municipalizzata unica, e con estimi catastali rivalutati del 60%. Su tutti i prodotti finanziari è stata messa un’imposta di bollo e, sui capitali rientrati con lo scudo fiscale, una tassa aggiuntiva dell’1,5%. E pure sui pagamenti è stato posto inesorabile divieto ad effettuarne in contanti per importi superiori ai mille euro. Anche per l’Iva è previsto, a partire dal secondo semestre del 2012, l’aumento dell’aliquota dal 21 al 23 %. Insomma, ce n’è per tutti tant’è che Monti, per meglio far ingoiare la pillola, assieme al taglio delle giunte provinciali e alla riduzione a 10 del numero dei Consiglieri, ha tagliato il suo stipendio di primo ministro e di ministro ad interim dell’economia. Monti c’ha poi rassicurato che nei provvedimenti si è posta attenzione a non favorire la criminalità (come invece fatto in passato ndr) e che, per porre un equilibrio tra nuove tasse e aiuti, sono state previste agevolazioni alle imprese. I sindacati, ritrovata l’unità, sono sul piede di guerra.

Ma le valutazioni sui singoli provvedimenti della manovra, come ha ricordato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, spettano alle Camere: “Non ho mai commentato le scelte dei governi”, ha detto. Che però la manovra “doveva essere più equa” l’ha fatto sapere, a stretto giro di posta, la CEI. E, se vogliamo dirla tutta, non ci sembra proprio esser stata efficace sul piano della lotta all’evasione né su quello della tassazione delle rendite di capitali. L’introduzione di un bollo per l’acquisto di prodotti finanziari non ci sembra colmare una grande disparità patente di questo Paese. Vogliamo insistere su quest’ultimo punto perché riteniamo che proprio la tassazione delle rendite da capitale potrebbe rappresentare un forte fattore di equità e assieme di sviluppo. Tanto per fare un esempio, se hai un capitale di 10 milioni di euro e lo investi in un’attività che ti rende, in un anno, diciamo 300.000 euro netti, questo guadagno che per esser fatto ha già dato del lavoro ed ha già fatto girare l’economia, sarà tassato con una aliquota del 43% o del 45%. Se invece lo stesso capitale di 10 milioni il signor X lo tiene immobilizzato percependone la sola rendita, al 3%, guadagnerebbe gli stessi 300.000 euro che però vedrà tassati al 12% salvo pagare qualche spicciolo in più se, nel cambiare fondi o azioni, acquisterà qualche nuovo prodotto finanziario. Ciò è semplicemente assurdo. Chi investe il proprio capitale per fare un’impresa sa che verà tassato rispetto a quello che si vedrebbe tassato stando tranquillamente al sole a godersi le rendite del capitale in banca. Mantenere questa stortura mentre si tagliano i diritti a chi stava per andare in pensione e mentre si reintroduce la tassa per la prima casa, è intollerabile. E poi, sui costi della politica, se davvero si voleva dare un taglio e non soltanto un segno, si potevano tagliare drasticamente i rimborsi elettorali, reintrodotti in modo truffaldino dai partiti contro la volontà referendaria che ne aveva abolito il finanziamento pubblico. Un rimborso che annualmente ci costa 468 milioni e 853.675 euro e che, in dieci anni, è stato in grado di sottrarre dalle casse dello Stato oltre due miliardi di euro.

 

Abbiamo i politici più vecchi d’Europa

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di Giuseppe Candido

pubblicato domenica 4 dicembre 2011 nella rubrica “lettere al quotidiano” de Il Quotidiano della Calabria

Teniamoci stretti i nostri vecchietti. Mentre la pesante manovra prende corpo è forse questo, in sostanza, il concetto chiave che sembra suggerire la composizione del Governo Monti che, con il suoi 64 anni d’età media, la più alta in Europa e la più alta anche in Italia dal 1948, indica che l’autorevolezza perduta della politica italiana necessaria per affrontare la crisi possa essere recuperata nell’esperienza e nella saggezza dei 17 ministri stessi. Il mini rapporto “I Tecno-Professori” curato dall’Associazione Openpolis non soltanto evidenzia come il Governo presieduto dal neo Senatore sia quello con l’età media più alta in Europa ma che “ordinando tutti i ministri europei per età, nelle prime 10 posizioni troviamo 3 italiani e il ministro Giarda con 75 anni risulta essere il più anziano dell’Unione”. Dall’altro capo della classifica, manco a dirlo, è invece occupato per lo più da politici baltici e scandinavi. E mentre in Italia si decide di affidare la riforma delle pensioni a chi la pensione ce l’ha già o l’avrà a breve, il rapporto nota come, negli altri Paesi europei in diversi casi invece “a ministri giovani siano state affidate competenze importanti”. Mentre in Italia la gerontocrazia impera scopriamo che ben 11 Paesi dell’Unione Europea sono attualmente guidati da premier quarantenni e “in diversi casi”, come si legge testualmente nel rapporto, “a ministri giovani sono state affidate competenze importanti”. Per esempio, nelle materie economico-finanziarie, “ci sono ministri trentenni in 5 Paesi (Germania, Portogallo, Finlandia, Lituania, Lettonia) mentre i quarantenni sono 8 (in Regno Unito, Francia, Bulgaria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Estonia, Svezia, Malta)”. In Danimarca, il premier ha 44 anni, il titolare dell’economia 26 e quello della salute 28. Certo non è con il solo svecchiamento anagrafico di una classe dirigente che si svecchia un Paese. Per farlo servono riforme e politiche per i giovani, servono investimenti e non tagli nei settori strategici come istruzione, ricerca e sicurezza. La sanità e la spesa sanitaria andrebbero svecchiate e riformate seguendo il motto “più salute e meno sanità”; criterio secondo cui più sanità quasi mai corrisponde a una maggiore tutela della salute dei cittadini come dimostrano regioni come la Calabria dove, pur in presenza di professionalità e menti eccellenti, a fronte di una spesa sanitaria pro capite tra le più alte in Italia, si registrano i peggiori casi di mala sanità. L’ambiente e la salvaguardia del territorio, del patrimonio artistico culturale e storico del nostro Paese dovrebbero essere messe al centro delle iniziative di questo Governo perché da esse possono nascere occasioni di sviluppo e di rilancio della nostra economia oltreché di necessaria tutela delle vite umane che troppo spesso periscono in torrenti di fango e alluvioni.

 

Vittorio De Seta: si è spento un grande regista

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Antico e aspramente contemporaneo, la forza delle immagini riusciva a far parlare alberi, animali, vento, mare, a tradurre in racconto il rumore, ora lieve ora travolgente della vita


di Giuseppe Candido

articolo pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria” del 1 dicembre 2011

Quandu nescisti tu, spingula d’uoru

Quattru tuorci a lu cielu s’addumaru

Ancora una volta resto colpito, ammirato, dalla bellezza, vastità, importanza della nostra cultura popolare, dallo zelo, dalla tenacia di quei pochi che si preoccuparono di registrarla, salvarla”. Vittorio De Seta amava la Calabria, la sua cultura popolare ed aveva usato proprio queste parole per descrivere la sensazione che aveva avuto nello scorrere e leggere i canti, le novelle e le leggende popolari raccolte da Luigi Bruzzano nella rivista “La Calabria” (Monteleone, 1888-1902).

Magro e col volto scavato dalla fatica di una vita, Vittorio De Seta, il grande maestro del film documentario italiano, si è spento nel silenzio della sua tenuta a Sellia Marina. Martin Scorzese l’aveva definito “antropologo” e “poeta”; Roberto Saviano aveva parlato di “Sabbia negli occhi” per descrivere letteralmente la sensazione che i film e i documentari di Vittorio riescono a trasmettere.

Ricordarne la vita e le opere non è saggistica. Nel 1953 De Seta aveva iniziato collaborando come aiuto regista ne “Le village magique” di Jean Paul Le Chanois e, sempre nello stesso anno, affiancò Mario Chiari in un episodio di “Amori di mezzo secolo”. A partire dal ’54 sino al ’59 scrive e dirige una serie di documentari cortometraggi considerati oggi veri e propri capolavori del cinema mondiale: Lu tempu di li pisci spata (1954 min 10′.04” ); Isole di fuoco (1954 min 09′.02” ); Surfarara (1955 min 09′.39”); Pasqua in Sicilia (1955 min 08′.12” ); Conrtadini del mare (1955 min 09′.24” ); Parabola d’oro (1955 min 09′.39” ); Pescherecci (1958 min 10′.02” ); Pastori di Orgosolo (1958 min 09′.54” ); Un giornoin Barbagia (1958 min 09′.27” ); I dimenticati (1959 min 16′.56”). Straordinari documenti originariamente in Ferraniacolor e Cinemascope oggi digitalizzati e ripubblicati ne “Il mondo perduto” assieme a “La fatica delle Mani”, una raccolta di scritti su Vittorio De Seta a cura di Mario Capello che accompagna il dvd e in cui spiccano “La sabbia negli occhi” di Roberto Saviano, “Su Banditi a Orgosolo” di Martin Scorsese, “Una conversazione con Vittorio De Seta” di Goffredo Fofi, “Il metodo verghiano di De Seta” di Vincenzo Consolo, “De Seta: la Grande del documentario” di Alberto Farassino, “L’arcaico e la trasmissione della conoscenza” di Marco Maria Gazzano, “Un lungo viaggio verso il mondo perduto” di Gian Luca Farinelli.

Nel 1961 Vittorio De Seta esordì col 35 mm nel lungometraggio con “Banditi a Orgosolo” (Italia, 1961 – 98 min., 35 mm b/n). Seguono poi “Un uomo a metà” ( Italia, 1966 – 93 min., 35 mm, b/n) osteggiato dalla critica ma che ottenne riconoscimenti a Venezia e lodi da parte di Pierpaolo Pasolini e Moravia, “L’invitata” ( Italia-Francia, 1969 – 90 min., 35 mm, col.); Diario di un maestro” ( Italia, 1973 – 270 min. 4 episodi , 16 mm, col.) evidenzia la problematica della scuola italiana e il vero scopo della scuola non finalizzata all’ottenimento di una promozione o di un diploma ma piuttosto come preparazione alla vita, la formazione del carattere e della personalità. Tutti temi ripresi in “Quando la scuola cambia” ( Italia, 1978 – 240 min. 4 episodi , 16 mm, col.) con cui De Seta, rispondendo a chi gli sottolineava dopo l’uscita di Diario che quel maestro era finto e che non poteva attuarsi quel tipo di scuola, descrive quattro casi di scuola d’avanguardia, in Lombardia e in Puglia, a dimostrazione della sua tesi.

Successivamente Vittorio De Seta gira “La Sicilia rivisitata” ( Italia, 1980 – 207 min. 4 episodi , 16 mm, col.), “Hong Kong, la città dei profughi” ( Italia, 1980 – 135 min. 3 episodi , 16 mm, col.), “Quando la scuola cambia” ( Italia, 1978 – 240 min. 4 episodi , 16 mm, col.), “Un carnevale per Venezia” ( Italia, 1983 – 56′ min., 16 mm, col.).

Ma è con il film documento “In Calabria” ( Italia, 1993 – 83′ min., 16 mm, col.) che Vittorio De Seta era ritornato alle tradizioni, al “racconto della realtà ancestrale in cui un paese, un villaggio erano una comunità”. Poi, con “Lettera dal Sahara” ( Italia, 2004 – 123′ min., col.) De Seta ci ha raccontato il fenomeno dell’immigrazione nel mondo di oggi attraverso la storia di Assan, un senegalese sbarcato a Lampedusa e che, in meno di sei mesi, risale l’Italia passando per Napoli, Prato, Torino e cambiando ogni volta un lavoro.

E proprio sul tema del lavoro, in occasione del sessantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, Vittorio De Seta aveva girato, a Pentedattilo in provincia di Reggio Calabria, il cortometraggio sull’articolo 23 della dichiarazione: “Articolo 23. Pentedàttilo” che è stato poi presentato il primo dicembre 2008 al Teatro Argentina in Roma.

Il maestro del film documentario era nato a Palermo 88 anni fa da una nobile famiglia di origini calabresi e, dopo essersi iscritto alla facoltà di Architettura nel 1941 era stato allievo ufficiale dell’Accademia Navale di Livorno. Antico e aspramente contemporaneo, la forza delle immagini dei cortometraggi che riescono a far parlare alberi, animali, vento, mare, a tradurre in racconto il rumore, ora lieve ora travolgente della vita.

Io ho fatto il lavoro manuale, sono stato due anni prigioniero”, ci ha rivelato una sera quando gli chiedemmo cosa fosse diventato oggi il lavoro. “Una volta il lavoro in un certo senso era creativo”, ci spiegò: “Perché il lavoro manuale è creativo. Uno fa un lavoro. Vengono qui gli operai, una siepe, è finita e la vedi. Ma l’alienazione consiste nel fatto che ci sono degli operai in certe fabbriche meccaniche, che fanno dei pezzi che non sanno neanche che cosa sono, dove vanno. Se sono pezzi d’automobile o pezzi di un qualsiasi altro meccanismo. Perché ormai è fatto tutto per appalti. La fiat non è che produce, appalta tutte le parti. la cosa non può funzionare. Non fosse altro che per il fatto che per quattro milioni di anni si sapeva che cosa si faceva. Capito? La vita media poteva essere, che ne so, quarantacinque anni, mortalità infantile, gravidanze, ….figuriamoci, malaria, tubercolosi. Ci siamo liberati da questo, però si è perso un qualche altra cosa che era fondamentale. E che si sarebbe potuto mantenere”.

Esattamente tre anni or sono, nell’ottobre del 2008, Vittorio ci aveva gentilmente concesso un’intervista i cui contenuti sono ancora straordinariamente attuali. Alla domanda in cui gli chiedemmo se il “De Seta” regista scandagliasse il fondo delle cose e dell’animo umano della cultura popolare, la sua risposta era stata candida e chiara: “Si, in sostanza, la cultura contadina che è la cultura popolare, è stata buttata a mare”. E per render più chiaro il concetto ci propone un paragone: “Si parla dell’Uomo da 4 milioni di anni. 42.000 secoli sono come i metri della maratona che sono 42.195 metri. Il progresso prende soltanto gli ultimi due metri. Nessuno parla mai di questo”, ci aveva detto. “Il nostro cervello si era sviluppato lentamente fino al 1827 quando è entrata in campo la locomotiva, tanto per stabilire una cosa. E li c’è stato un movimento. Un’accelerazione esponenziale. Per cui io sento che noi non facciamo più fronte. La vita è proprio cambiata. I documentari ripropongono quell’esperienza di vita che poteva avere un uomo siciliano di cinquant’anni fa. E quindi quella di sempre. Mi segue? E quindi gli odori, i sapori, i suoni. Tutto. Noi siamo stati privati di questo patrimonio in cambio del progresso. Però a questo punto io dico che il frigo e questo telefonino (prendendo in mano il suo cellulare) l’abbiamo pagati troppo caro”.

Che rapporto aveva De Seta con la Fede? Anche questo ci aveva spiegato la sua posizione con parole semplici e chiarissime: “Io non riesco a rinunciare alla ragione. Se la fede è rinuncia alla ragione”, aveva aggiunto, allora non ho fede”. E ancora: “Ho una grande devozione, come dire, un’ammirazione immensa per Gesù. Per l’autentica dottrina di Gesù. Però non credo che Gesù abbia mai espresso i concetti che son riassunti nel credo. Cioè questa revisione, questo abbandono totale. Questa deve essere roba…, Tolstoj l’ha approfondito in questo libro che ho ma è in inglese e non riesco a leggere. Si chiama Critica della teologia dogmatica. I discorsi diventano troppo lunghi. In sostanza, Tolstoj mi ha insegnato che al di la della versione chiesastica, diciamo, esiste la dottrina di Gesù. Che si riassume nel credo, che è stata annunciata a Nicea nel 300 d.C.. Al di la di questo, la dottrina di Gesù è un’altra cosa, contrasta enormemente”.

Gli avevamo domandato se Vittorio De Seta fosse innamorato di San Paolo: “Si, ma soprattutto di Gesù perché lui è stato falsato. E forse non si poteva fare altro. San Paolo lo stesso. Praticamente Gesù è un profeta, infatti Lui dice(va) sempre: “è stato detto occhio per occhio ma, Io vi dico …..”. Quindi Lui era venuto a cambiare. Quella frase che c’è nel vangelo: “Sono venuto soltanto a compiere” non è vera”. Era così che Vittorio De Seta riassumeva il suo rapporto con la fede: “C’è un grosso equivoco di base. La dottrina di Gesù viene sempre espressa come un qualcosa di meraviglioso ma di astruso, inattuabile, metafisico. Mentre invece no: Tolstoj mi ha insegnato che è profondamente razionale. Quando Gesù dice quei paradossi, che sembrano paradossi, “ama il tuo nemico”. In realtà è giusto, è vero. E la gente lo sente tant’è vero che a questa dottrina la gente aderisce. Però poi è invalsa la consuetudine di dire: va bene, però questi sono sogni, la realtà è un altra. E quindi, per esempio, il Male. La chiesa riconosce il male, mentre invece Gesù non lo riconosceva. Oppure lo riconosceva come diminuzione del bene, ecco, non come entità autonoma.”

Sulla questione relativa alla vita e alla morte, quando gli avevamo chiesto di esprimersi sul caso di Eluana Englaro ci aveva freddati dicendoci che “Gesù sarebbe stato per l’eutanasia”.

Detto proprio in soldoni: la chiesa quando dice così tradisce perché Gesù, credo che nel vangelo è riportato tre o quattro volte, dice: “voglio misericordia e non sacrificio”. E’ tutto li. Mantenerla in vita sarebbe un sacrificio. Per lei (Eluana ndr), per la famiglia, per tutto. Io credo che Gesù sarebbe stato per l’eutanasia perché è la cosa logica, è razionale. Non c’è niente di irrazionale, niente di astruso, niente di metafisico nella dottrina di Gesù. Se tutti facessimo così credo che vivremmo in pace meravigliosamente.”

Ma il maestro De Seta, in quell’intervista che fu proprio una bella chiacchierata ci aveva detto di più. Ci aveva spiegato come fare a liberarsi dal senso di colpa: “Capendo”.