La frana in località Foresta del Comune di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, dove sabato 31 gennaio è crollata un’intera palazzina e altre tre sono state evacuate, è l’ennesimo esempio di eventi – talora anche più disastrosi – che, ogni qualvolta piove un po’ di più, si generano diffusamente per tutto il territorio calabrese.
Un territorio che, come ha ricordato l’attuale presidente dei geologi calabresi e come da tempo ci dice la scienza ufficiale, ha il 100% dei comuni con aree a rischio frana e/o alluvione.
Una storia, quella di Petilia, che si ripete sistematicamente e che, per commentarla, basterebbe ricordare ciò che il presidente dell’ordine dei geologi scriveva, oltre quarant’anni fa, a seguito degli eventi alluvionali del dicembre del 1972 e gennaio ’73 in Calabria : già allora, i custodi della terra,ravvisavano “nell’erroneo, distorto e speculativo uso del suolo, la causa prima Dello sfasciume idrogeologico“.
E a queste parole aggiungevano che “l’aver sempre trascurato la natura del suolo, la consistenza e la distribuzione delle risorse naturali, ha portato a scelte urbanistiche che sono entrate in contraddizione con il territorio stesso”.
Cos’altro si può dire di più? In Calabria ci sono 66 chilometri quadrati in dissesto idrogeologico e, al 2007, nella sola provincia di Cosenza, erano censite 2.304 frane; 1.147 in quella di Catanzaro, 1.330 a Reggio, 488 a Vibo e 279 in quella di Crotone. Una “peste” idrogeologica potremmo definirla, parafrasando il titolo del mio libro “La peste ecologica e il caso Calabria” (Non mollare ed., 2014). Una peste che continua a diffondersi perché alla strage di leggi che l’ha causata non si pone ancora freno. La regione che avrebbe dovuto costituire già dal 1989 l’Autorità di Bacino Regionale l’ha fatto con enorme ritardo solo nel 2001 quando fu obbligata dal decreto Sarno e Quindici del ’98.
La peste ecologica e il caso Calabria
Solo nel 2001 la Calabria ebbe – per la prima volta- un piano per l’assetto idrogeologico (PAI) e un’autorità di bacino che ponesse vincoli alle aree in frana e a quelle alluvionali che son della natura. Prima di allora, la prevenzione è stata in mano agli amministratori locali; a ciò si aggiunga all’abusivismo dilagante e l’uso “legale” ma distorto del territorio. Un utilizzo che non ha tenuto conto dei limiti imposti dalla naturale conformazione geomorfologica.
E anche adesso ha ragioni da vendere il dottor Fragale, presidente dell’ordine dei geologi calabresi cui pure chi scrive fa parte, e che – proprio dalle colonne del Garantista sentito da Roberto Saporito – sosteneva essere “necessario il potenziamento dei geologi negli Enti pubblici”, notando che è paradossale che “in una regione così a rischio molti geologi siano sotto occupati“.
Più che paradossale, in realtà, è una vergogna come una vergogna è che, per anni, si sia pensato alla grande opera faraonica che doveva essere il ponte sullo Stretto, trascurando la vera priorità non solo della Regione Calabria, ma per l’intera Penisola.
Marco Pannella – già da quando era consigliere comunale a Napoli- vedendo il dissesto idrogeologico provocato dal disastro ideologico -partitocratico, proponeva che vi fosse un geologo in ogni comune. Una riforma che, anche oggi, sarebbe utile alla famigerata ma mai attuata prevenzione e farebbe risparmiare un sacco di soldi che annualmente spendiamo in emergenza. Senza contare l’apporto professionale nella fase di programmazione e progettazione preliminare delle opere pubbliche comunali, nella progettazione delle bonifiche dei tanti siti inquinati, oltreché in termini di consulenza nella fase di concessione dei permessi di costruire.
Il territorio evolve, le frane aumentano e il potenziamento delle presenze dei geologi negli enti pubblici consentirebbe di fare prevenzione e avrebbe anche il merito di far crescere la sensibilità culturale verso queste problematiche.
Per anni, non solo in Calabria, abbiamo sprecato tempo (e fondi europei spesi in sagre del vino) senza capire che abbiamo un’opera di priorità nazionale: il risanamento e la messa in sicurezza del territorio. E che, con questa grande opera si può creare occupazione: ecologia, pane e lavoro, appunto.
Mentre il Cardinale Angelo Bagnasco, in rappresentanza della Chiesa italiana, parla di “lama del disagio sociale” che, in Italia, “continua a tormentare moltissime famiglie che non arrivano da tempo alla fine del mese”, con la vittoria in Grecia di Syriza guidata da Alexis Tsipras scopriamo che in Europa è necessario creare più crescita e lavoro e che la soluzione a tali problemi deve essere una soluzione di tipo europeo se non si vuole che trionfino i populismi anti-europei più beceri. In tal senso c’è da essere d’accordo con l’analisi storica oltreché politica di Fausto Bertinotti pubblicata sulle Cronache del Garantista martedì 27 gennaio, nella quale si notava il fatto – inequivocabile – che quella di Tsipras è una vittoria di una sinistra nuova fondata non su alleanze basate sulla geografia politica, ma su di un programma chiaro, che nasce da un movimento dal basso provocato dal disagio e dai conflitti sociali subiti dal popolo greco in questi anni. Non un soggetto politico per essere più a sinistra di qualcos’altro. Nel nostro Paese, come nel resto d’Europa, non c’è certo necessità – fa bene Bertinotti a metter le mani avanti, lui che di rifondazioni se ne intende – di una “nuova sinistra” variamente e casualmente legata a quella di Tsipras, un ennesimo tentativo di rifondare non si sa bene cosa, né su quali basi. E sono d’accordo con Bertinotti quando sostiene che, in Italia, bisogna creare “un fronte di lotta concreto (e aggiungerei, unitario delle forze laiche) contro l’impoverimento e la devastazione sociale”.
Non c’è dubbio, come giustamente nota Piero Sansonetti, che quella di Syriza sia una vittoria non di un partito, ma una vittoria popolare, fondata su un voto altrettanto popolare, che ha premiato – e questo è il secondo aspetto, forse anche più interessante – “una campagna elettorale basata su un programma politico molto chiaro, netto, comprensibile”. Pragmaticamente e non ideologicamente, per governare, si “mescola” con la destra anti austerità sulla base di un programma. E se da un lato è vero che Tsipras ha riportato al centro “la questione politica” con modalità assai diverse da quelle tentate dalla sinistra nostrana, è altrettanto vero che questa “svolta” nella politica europea, questo vento di cambiamento che riscalda l’inverno greco, soffia col vento del Mezzogiorno. Viene da Sud, dal Sud dell’Europa dove più forte è stata, in questi anni, “la lama del disagio sociale”.
Ma se tutto ciò è vero, allora serve costruire un chiaro progetto politico, alternativo a quello esistente, che consenta se non di abolire del tutto come sarebbe auspicabile, quantomeno di ridurre la miseria sempre più dilagante in larghe fasce della popolazione. Nella sua bella analisi sul voto greco, Fausto Bertinotti ha ricordato “le forme di mutualismo sociale con le mense popolari, gli asili nido e le diverse forme di sanità solidale” con le quali Sinistra greca, negli ultimi anni, ha saputo insediarsi “nel popolo e nei territori costruendo una sorta di Stato sociale autogestito”. Cosa che in Italia è paragonabile, e solo lontanamente, a ciò che a fine dell’Ottocento fece il nascente movimento operaio inventando le società di mutuo soccorso, le leghe e le associazioni.
Tralasciando la “stagione di movimenti e conflitti sociali” senza la quale l’Europa sarebbe destinata a non cambiare, non v’è dubbio che tutto ciò ci spinge a una riflessione su quello che potremmo-dovremmo fare per creare, anche nel nostro Paese, non certo un altra Syriza, non un’alchimia politica “più a sinistra di”, ma un’alternativa all’alleanza partitocratica del Nazareno, e alle politiche di austerità e rigore, credibile e comprensibile.
È necessaria una proposta politica chiara, alternativa, che consenta di abolire, o quantomeno ridurre la miseria. D’altronde è questo che Syriza pone al centro. Anche in vista di un confronto elettorale, tenendo ferma la volontà di mettere al centro dell’iniziativa politica il Messaggio dell’ex Presidente delle Repubblica Napolitano inviato alle Camere l’8 ottobre 2013, come Radicali occorre avere un programma comprensibile utile ad aggregare forze laiche, socialiste e liberali, e che veda al primo punto il lavoro, il benessere umano e l’abolizione della miseria dilagante. Una proposta che vada al di là delle iniezioni di liquidità fatte dalla BCE, importantissime, ma che da sole non creano crescita né lavoro. Se si vuole davvero essere alternativi alle politiche di austerità con le idee di “una sinistra nuova”, è necessario dare risposte a quella “lama di disagio sociale” di cui parla la chiesa di Papa Francesco e che tormenta “anziani con pensioni da fame, giovani che hanno paura per il loro futuro incerto, adulti che il lavoro l’hanno perso e che hanno famiglie da mantenere”.
Leggi l’articolo di Giuseppe Candido
Sul tema del lavoro, del porre freno alla miseria, come facciamo per i diritti umani, per i diritti degli ultimi, dei migranti e dei carcerati, noi Radicali, noi Socialisti, noi laici, libertari e liberali, dovremmo impegnarci a mescolare le nostre culture ed elaborare una proposta politica che metta al centro l’Uomo, le sue libertà (anche economiche) e suoi fondamentali diritti umani. Non si tratta di fare assistenza sociale, né assistenzialismo. Come nel piano Beveridge del ’42 e come nelle idee di Ernesto Rossi pubblicate nel volume “Abolire la miseria” scritto in Svizzera dopo la prigionia e il confino, l’idea di base – per abolire la miseria – è quella di essere d’accordo quando si propongono “servizi gratuiti alla persona atti a garantire quel minimo di vita civile” come diritto di ognuno, mentre bisognerà evitare trasferimenti in danaro, come nel caso dei sussidi di disoccupazione. “Trasformare i trasferimenti in danaro, spesso causa di sprechi e parassitismi, in servizi reali”. Partendo dall’analisi di cosa sia la miseria e la conseguente crisi finanziaria che, anche allora, come oggi, attanagliava il Paese, Ernesto Rossi parte dalla riforma della scuola e dai rapporti di questa con il mondo del lavoro. Una proposta che andrebbe riletta, perché assai diversa da “La buona scuola”, che oggi esce fuori. E per i disoccupati mai stati occupati, per evitare che possano essere ingaggiati dal sistema del lavoro nero (se la miseria esiste, – sostiene Rossi – il capitalismo la sfrutta, ma ciò non autorizza a dire che la miseria sia indispensabile al capitalismo), si prevede di poterli ingaggiare in quello che Rossi chiama “esercito del lavoro”. Un esercito fatto di giovani (anche di donne) che si occupi della produzione di beni e servizi occorrenti per soddisfare i bisogni essenziali.
Ernesto Rossi
Per Rossi l’abolizione della miseria diventa una condizione necessaria per la sopravvivenza stessa della società capitalistica. E la collettivizzazione di settori dell’economia diventa conveniente almeno in due casi: quando regimi monopolistici di settori strategici (come le comunicazioni) determinerebbero l’eccessivo sfruttamento dei consumatori; e quando “il libero gioco delle forze economiche lascerebbe insoddisfatti i bisogni di alcune categorie di consumatori fornite di una minore capacità d’acquisto – bisogni che si vuole tutti, almeno in una certa misura, per conservare un dato livello di vita civile”. In questi casi la collettivizzazione di alcuni settori non sarebbe “un freno per la libera iniziativa”, ma, anzi, la stimolerebbe. Rossi coniuga così esigenze ed esperienze liberali con quelle socialiste-ugualitarie. La collettivizzazione necessaria a soddisfare i bisogni essenziali dovrebbe riguardare il sistema scuola-università, quello della sanità, degli alloggi essenziali, e persino del vitto e del vestiario essenziali. Rientrerebbero per cui parzialmente settori della produzione agraria, dell’industria alimentare, del vestiario e dell’edilizia popolare. A questi settori “essenziali”, oggi, potremmo aggiungere anche quelli della sicurezza del territorio, della manutenzione del territorio, della previsione dei rischi geologico-ambientali e del censimento e le bonifica dei siti inquinati. Alla produzione dei beni e dei servizi occorrenti a soddisfare bisogni essenziali, individuali e collettivi, potrebbe anche oggi provvedere quello che, come già accennato, Rossi chiamava “esercito del lavoro”, una sorta di volontariato civile cui corrispondere una indennità di cittadinanza in cambio di produzione di beni e servizi che lo stato riterrà utili per abolire la miseria. Oltre le politiche di austerità c’è una proposta ancora valida, quella di Rossi, perché capace di creare lavoro, in grado di coinvolgere dal basso le persone con i loro problemi, le loro libertà negate e i loro diritti umani violati.
Sabato 24 i Radicali saranno alla Corte d’Appello di Catanzaro per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2015
Per corrispondere in una sede istituzionale a quel messaggio del Presidente Napolitano inviato alle Camere l’8 ottobre 2013 e rimasto praticamente inascoltato, anche in Calabria, a Catanzaro, una delegazione del Partito della nonviolenza ha chiesto di prendere parola durante la cerimonia d’inaugurazione dell’Anno Giudiziario che si terrà presso la Corte d’Appello di Catanzaro sabato 24 gennaio alle ore 9.00. Con la mozione della segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, approvata lo scorso 18 gennaio 2015 dal Comitato nazionale, è stato, infatti, deciso di porre quel messaggio di Napolitano al centro dell’iniziativa politica del movimento, in ogni modo e in ogni occasione istituzionale”.
A comunicarlo, con una nota stampa, sono Giuseppe Candido, segretario dell’associazione Non Mollare, membro del Comitato nazionale di Radicali italiani e l’ing. Rocco Ruffa, militante di Radicali italiani appositamente delegato dalla segretaria Rita Bernardini ad intervenire e prender parola a nome del partito di Pannella e Bonino.
Delegazione di Radicali dopo la visita di Capodanno al carcere U. Caridi di Catanzaro. Da sx: Savaglio, Candido, Giglio, Russo, Scaldaferri e Ruffa
“Anche quest’anno, comeRadicali del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e come Radicali Italiani” – si legge nella nota stampa – “abbiamo deciso di essere presenti, chiedendo di poter intervenire, anche a Catanzaro, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, per leggere lo stesso testo, in ogni corte d’Appello, con spirito di dialogo e di confronto verso le istituzioni che hanno la responsabilità di occuparsi della giustizia.
“La giustizia è divenuta per cittadini e imprese” – queste sono le parole del Ministro Orlando pronunciate alla Camera dei Deputati lo scorso 19 gennaio 2015 – “non la sfera a cui rivolgersi per vedere garantiti diritti o dare tutela ai propri legittimi interessi, non la dimensione dove anche il più debole tra i cittadini possa trovare riparo dai soprusi del più forte, ma il simbolo di un calvario da tenere il più lontano possibile dalla propria vita”.
La mozione approvata il 18 gennaio dal Comitato nazionale di Radicali italiani – proseguono Candido e Ruffa nella nota – non soltanto ha rilevato il permanere dell’illegalità in cui versa il sistema della giustizia con la sua immonda appendice carceraria, le violazioni dei diritti umani dei detenuti e quelle concernenti la durata non ragionevole dei processi condannate in forma di messaggio solenne nel messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica l’8 ottobre del 2013; ma come Radicali abbiamo con forza denunciato – come si legge nella mozione – il comportamento degli interlocutori istituzionali del Presidente (Parlamento, in primis) che hanno sistematicamente negato dignità al testo formale proveniente dalla più alta carica dello Stato nell’esercizio della sua massima autorità magistrale e volto a richiamare gli improcrastinabili obblighi di riforma strutturale della Giustizia a partire da un provvedimento di amnistia e indulto. All’uscita del Palazzo della Corte d’Appello – conclude la nota – terremo, con i compagni che ci potranno raggiungere, una breve conferenza stampa”.
Il Governo di Matteo Renzi sta promuovendo l’ennesima riforma dell’struzione con l’ormai noto documento ‘La buona scuola’, diffondendola come un grande ‘investimento’ sull’istruzione dopo anni di tagli.
Ma è davvero così?
Sul ‘come’, l’assunzione a tempo indeterminato di 148.100 precari che l’Europa chiede di effettuare per violazione delle direttive (e a breve è prevista anche una sentenza della CEDU), pena sanzioni e ricorsi, il ‘buon Governo’ di Matteo Renzi la voglia far pagare direttamente ai docenti (di ruolo e precari che immetterà in ruolo) abbiamo già detto: bloccando gli scatti stipendiali fino al 2018, ridandoli solo alla parte meritevole predeterminata al 66% e tagliando sul cospicuo capitolo delle supplenze (circa un mialiardo di euro all’anno, secondo il MIUR) grazie all’effetto della creazione di un organico funzionale stabile derivante dall’assunzione a tempo indeterminato del personale attualemte precario, da un lato e, dall’altro, attraverso la ‘creazione’ di una ‘banca ore’ che i docenti dovranno recuperare nel caso di sospensione dell’attività didattica deliberata dal collegio docenti in base alle esigenze locali, rispetto al calendario scolastico regionale. Ma la riforma della ‘buona scuola’ non appare convincente neanche per quanto previsto per la valorizzazione del tanto ventilato ‘merito’.
In pratica, quello che ci siamo chiesti è se, almeno per il docente ‘meritevole’, quello cioè che si sarà sforzato per tenersi aggiornato, per collaborare con l’istituzione e insegnare bene, se aleno per quello lo stipendio con la buona scula migliorerà.
Macché, anche per il più meritevole dei meritevoli, a conti fatti, la riforma della buona scuola è una sòla, nel senso di una fregatura.
Per capire quanto, durante l’intera carriera, ci perde anche il docente più meritevole è stato necessario fare un ‘doppio’ calcolo in base ai due sistemi, quello degli scatti attualmente vigente e quello ‘nuovo’ previsto, a regime, dalla riforma Renzi.
Il professor Mabulli, docente di ruolo intervistato da Florinda Parise per la Gilda TV, la web tv del sindacato Gilda degli insegnanti, ha fatto un minuzioso calcolo cumulando le somme degli stipendi annui di un docente ‘tipo’, ipotizzando cioè un’età media di 44 anni e un’anzianità di ruolo di 9 anni, ed estendendo il cumulo fino all’età di 70 anni. Bene, anzi malissimo. Col sistema attuale degli scatti, il cumulo degli stipendi raggiunge i 727.087 euro mentre, col sistema degli scatti della ‘buona scuola’, anche al docente che in base al proprio merito avrà maturato interamente gli scatti, il cumulo degli stipendi a 70 anni si ferma tragicamente a 638.751 euro. Una differenza di 88.336 euro, che è assai penalizzante per una categoria che, già oggi, non naviga certo nell’oro.
Nel caso in cui, invece, il docente fosse tra quel 33% dei ‘non meritevoli’, come può anche succedere, ad esempio, a una docente neo mamma che non ha la possibilità di formarsi e/o di svolgere qualche incarico aggiuntivo, la penalizzazione economica, rispetto al sistema attuale, sarà devastante. Sempre per lo stesso docente ‘tipo’, lasciando lo stipendio bloccato fino alla fine della carriera, il cumulo degli stipendi a 70 anni si ferma, infatti, a 566.271 euro, con una perdita di 160.816 euro. Una tragedia economica che, nel caso di una famiglia composta da due docenti, deve essere raddoppiata! E se consideriamo che anche le pensioni dei docenti maturano su base contributiva, si capisce come il danno economico oltreché stipendiale riguarderà anche la pensione percepita dopo la meritevole carriera.
Insomma, quella che viene propagandandata come la ‘buona scuola’, come l’investimento maggiore sull’istruzione degli ultimi trent’anni, in realtà è una sòla. Ed anche per quanto riguarda la ‘valutazione’, cui chi scrive è – in linea teorica – assolutamente favorevole, come viene proposta dalla riforma non appare per niente seria. Intervistato da Lella D’Angelo per Gilda TV, il professor Maurizio Berni, docente di musica, in riferimento alla ‘buona scuola’ parla addirittura di “pericolo” dovuto “all’alto grado d’improvvisazione” che emerge dal documento e, facendo un paragone con la musica e l’improvvisazione musicale, ricorda che questa richiede, come nel Jazz, grande conoscenza della tecnica, delle scale e degli accordi oltreché un affiatamento tra musicisti, altrimenti – sottolinea – ne viene fuori una cacofonia. Ecco: cacofonia, è forse il termine che descrive meglio la buona scuola.
Sulla valutazione del ‘merito’, infatti, nel documento del governo, c’è un errore concettuale di fondo, che è quello di dare percentuali predeterminate dei docenti meritevoli (66%) e dei non meritevoli (33%) in ciascuna scuola, e che, tra l’altro, sono penalizzanti rispetto a tutto il resto del personale delle pubbliche amministrazioni dove i ‘non meritevoli’, mediamente, arrivano al 25%. Una vera e propria discriminazione, deprimente per un’intera categoria, specialmente se si tiene conto degli ultimi dati OCSE PISA che mostrano un miglioramento dei saperi di base negli apprendimenti non certo dovuto ai premi dati alle scuole nel passato recente. Ma quel che è peggio è che, così predeterminando il merito, il sistema – di fatto – copre, nel bene e nel male, il merito (o il demerito) dei dirigenti scolastici.
Col sistema di valutazione frettolosamente pensato durante la calura estiva quando, addirittura, qualcuno aveva pure avuto l’idea di portare l’orario dei docenti dalle attuali 18 ore (o 22) a 36 ore di lezione, è che, né i dirigenti scolastici le cui scuole non ottengono i risultati formativi programmati, né i docenti per davvero fannulloni, saranno individuati.
In ultimo c’è da interrogarsi pure sul metodo scelto: la consultazione on line. Al confronto democratico con le parti sociali, con gli operatori della scuola e con esperti di docimologia, si è sostitutito una consultazione dove, a fronte di 136 pagine di pura propagandanda, si chiede ad imprecisati interlocutori di riassumere i propri pensieri in poche righe. E, cosa ancor più grave a parer di chi scrive, non c’è nessun confronto di idee, nessun dialogo. C’è un sogetto unico che ‘raccoglie’ e ‘filtra’ queste ‘brevi’ opinioni per poi assumere le decisioni. A questo punto, la domanda è un’altra: quale è il modello di democrazia che si insegnerà con la buona scuola?
L’articolo di Bandinelli pubblicato su Cronache del Garantista, l’11 gennaio
Ho letto con grande attenzione l’articolo di Angiolo Bandinelli pubblicato domenica 11 gennaio sulle Cronache del Garantista, nel quale – da componente della direzione di Radicali italiani – Angiolo ha affermato che, al Comitato nazionale eletto al congresso di novembre che si riunirà per la prima volta da venerdì 16 a domenica 18 gennaio, proporrà di scogliere il movimento Radicali italiani come “primo passo verso la ugualmente necessaria,” – a suo dire – “responsabile chiusura degli altri soggetti costituenti la galassia radicale”.
di Giuseppe Candido (*)
Con altrettanta attenzione ho letto la mail indirizzata ai membri del comitato e con cui Rita ha inviato le sue “osservazioni”, in attesa di “dire la sua” nella direzione nazionale; e, devo dire, ho letto anche qualcuna delle e-mail circolate in risposta a quella di Rita.
Nel suo articolo, Angiolo afferma che “la galassia Radicale non vive”. Anzi, aggiunge il termine: “sopravvive”. E scrive che non possiamo accettare come “destino inevitabile” il fatto di essere ridotti alla “sopravvivenza”; che non possiamo accettare di essere divenuti “un alibi”.
Poi, per argomentare le motivazioni, Bandinelli ricorda le campagne iscrizioni del ’72 e del 1987, titolata O li scegli o li scogli, e con le quali, il partito, – ha ricordato – “provocò uno slancio di entusiasmi” e diecimila iscrizioni tra cui premi Nobel, ex terroristi, carcerati e personalità del mondo dello spettacolo e della cultura.
Angiolo Bandinelli
“Nei tempi in cui il messaggio alle Camere del Presidente e quello di Papa Francesco a Pannella che gli dice di avere coraggio e lo invita a non mollare, vengono ignorati spudoratamente”, Angiolo si domanda se, oggi, come nel 1987, ci sia qualcuno in grado di “immaginare una risposta ugualmente planetaria alle attuali difficoltà di Radicali italiani e dell’intera galassia”.
Chiedendo questo Bandinelli sa bene, però, che tra noi c’è Pannella che, in realtà, non solo immagina ma pre-vede che, qualora potessimo esser conosciuti nelle nostre battaglie e ri-conosciuti nelle nostre proposte, se potessimo andare in televisione per fare un appello, per spiegare – davvero – “il perché”, oggi, come nel 1987, è importante, è fondamentale questione di vita o di morte, iscriversi al Partito Radicale e agli altri soggetti della galassia, le iscrizioni arriverebbero eccome. E lo sa bene pure Angiolo che ascolta le fluviali conversazioni con Vecellio e con Bordin, per Pannella le iscrizioni arriverebbero addirittura a migliaia, se non a centinaia di migliaia, proprio dalle suore e dai preti.
Ma c’è un altro aspetto che, secondo me, rende “discutibile” e perciò assai utile l’artico di Bandinelli: è quello in cui Angiolo sottolinea come, nel 1987, e nel 1972, quelle reazioni all’appello “O li scegli oppure li scogli” furono possibili “grazie all’impegno concorde e mirato del gruppo dirigente radicale”. Impegno, ripeto, che Angiolo ricorda fu concorde e mirato a quell’obiettivo. Il raggiungimento di 10mila iscritti, nel 1987, che era l’obiettivo di allora.
Giuseppe Candido
Non credo che quello di Angiolo sia solo il frutto di disperazione, né di assenza di speranza. Anzi. È la presa d’atto che, se non ci muoviamo concordi e mirati, non potremo più neanche essere speranza di alternativa democratica per questo Paese che non si accorge dei messaggi di Napolitano e censura persino Papa Francesco.
Tralasciando gli aspetti tecnici del non arrivare al “dopodomani” che, magari, Maurizio Turco potrà meglio spiegarci, credo che quello di Angiolo sia piuttosto un utile contributo al dibattito. Ad aprire un dibattito. O ci poniamo – come gruppo dirigente e anche come semplici militanti – l’obiettivo concreto di raggiungere una quota X di iscritti che ci consenta di pagare i debiti e arrivare al prossimo congresso, oppure non siamo in grado di arrivare neanche al dopo-domani. Credo che il passaggio fondamentale da leggere di quell’articolo sia proprio quello del richiamo all’impegno “concorde e mirato” del gruppo dirigente, che oggi non c’è. Almeno per quanto riguarda il rendersi conto che, se non facciamo qualcosa, se non ci poniamo l’obiettivo di raggiungere X iscritti nei prossimi mesi, non esistiamo più. Non credo che Angiolo abbia voluto dire che possiamo fare a meno del Partito Radicale o degli altri soggetti. Né che possiamo – noi né il Paese – fare a meno di Soggetti radicali come l’Associazione Luca Coscioni, o come Nessuno Tocchi Caino e NPWJ che, con le loro lotte, – in parte vinte in parte ancora in corso – hanno cambiato non solo il nostro Paese ma anche il resto mondo. Credo che quello di Angiolo sia uno stimolo – una sfida – per tutti noi, compagne e compagni radicali, che spesso non ci rendiamo conto; impegnati in altri obbiettivi, non concordi nello sforzo che si dovrebbe oggi compiere, crediamo – magari – di poter lavorare per elaborare questa o quella proposta politica, senza capire che stiamo cessando di esistere senza che nessuno ci sciolga.
Sentendo qualche compagna e leggendo qualche mail, mi son reso conto che, in realtà, siamo in pochi ad aver capito che la baracca sta chiudendo. Nonostante le conversazioni di Pannella e gli appelli ad iscriversi di Maurizio Turco (che continua a ripetere che “il partito radicale ha ad oggi debiti per 450mila euro … cifra pari all’intero autofinanziamento del 2014 tra iscrizioni al PR e iscrizioni a pacchetto che … ha delle sue oggettive conseguenze”) e di Rita.
Credo che dovremmo imparare da Emma che ci da’ esempio di classe dirigente: annuncia il suo tumore, dice: “io non sono il mio cancro,” e chiede ai malati come lei di sostenerla iscrivendosi al Partito. Emma chiede di iscriversi a chi le vuol bene, a chi – come lei – ha una patologia, anche grave, ma lotta e non molla di lottare.
Credo che dovremmo impegnarci tutti, se non vogliamo farci scogliere, a passare da i mille che siamo a 10.000 almeno. Come? Facendo “iscrizioni porta a porta”, chiedendo all’amico di iscriversi; anche elemosinando un’iscrizione come “questione di vita o di morte “del soggetto politico che – in sede Onu – continua a coordinare lotte come quelle per la moratoria delle esecuzioni capitali e delle mutilazioni genitali femminili, o come quelle del tribunale penale internazionale.
La risposta all’articolo di Angiolo più bella che ho letto tra le mail (tante) che ho ricevuto e letto in questi giorni dai compagni non è arrivata dalla mailing del comitato, ma sia stata quella di Rocco, compagno calabrese, un “semplice” militante, che cito testualmente:
“Io mi sono iscritto a Radicali italiani questa mattina. Spero tra qualche settimana di poter rinnovare la tessera anche a quella del PRNTT. Ora non c’è una lira 😛”
Poi candidamente aggiunge:
“Il bello è che poco dopo ho letto le parole di Emma con le quali invitava tutti ad iscriversi! Che dispiacere sapere del suo tumore. Ma è una donna forte, … pensa che splendida Presidente della Repubblica sarebbe! Noi italiani ne abbiamo passate tante, ce la meriteremmo una come lei 😀”.
E sempre dopo l’appello di Emma, il 13 gennaio, mi chiama Antonio Giglio, il consigliere comunale di Catanzaro che, lo scorso anno, aveva preso la sola tessera del PRNTT. Non posso rispondergli subito perché – quando mi chiama – sono a scuola. Allora mi manda un sms che, anche questo, consentitemi, cito testualmente:
“Rinnovata iscrizione al transnazionale, e iscritto a Nessuno tocchi Caino. Il mese prossimo a Radicali italiani”.
Ecco: credo che questi due messaggi riassumano bene quello che dobbiamo fare; non mollare ed esser noi il cambiamento che vogliamo vedere. Anch’io ho rinnovato la mia iscrizione al Partito e a RI, e mi appresto a completare il pacchetto. Questo paese non può fare a meno dei radicali e di quella scossa di legalità di cui ci facciamo portatori.
Qualcuno, appena qualche giorno fa, proponendomi di collaborare all’elaborazione di una proposta politica, mi diceva che “non possiamo continuare ad occuparci solo di carceri e amnistia”. Che dovremmo “ampliare l’offerta politica”. Insomma, il ritornello che saremmo “monotematici”. Personalmente non credo sia così. Ci occupiamo solo di carceri?, ho risposto. Ricordando che, Pannella, tornato dal Niger dove era stato per conquistare un ulteriore voto contro la pena di morte, prima di rientrare a Roma, è riuscito persino ad essere presente – in Calabria – per presentare il mio libro sul dissesto idrogeologico, rischio sismico e rifiuti. Giustizia, carceri, soltanto? Moratorie ONU, legalizzazione e contro la droga delle criminalità organizzate. Abbiamo una offerta politica che fa paura, come è possibile dire a noi stessi che siamo monotematici. Le proposte ci sono. Eccome. Il problema è l’informazione. Se non ti conoscono, politicamente non esisti. Allora, come se ne esce?
Innanzitutto ponendo al comitato il mio voto contrario alla proposta di chiusura e, prioritariamente, impegnandomi come dirigente, ma anche come “semplice” militante, a far sì che, nel 2015, la mia iscrizione diventi portatrice di speranza e ne produca almeno altre 10; anche mendicando questo come “contributo alla vita” del partito radicale. Siate voi il cambiamento che volete nel Mondo, diceva Gandhi. E se i mille iscritti che siamo facessimo la stessa cosa, cominciando noi dal comitato a dare l’esempio “concorde e mirato”, oltreché dalla direzione, credo che, anche oggi, potremmo immaginare di raggiungere l’obiettivo di scegliere di continuare a far vivere il partito Radicale.
Da oltre 7 anni la Corte costituzionale, con una sentenza, ha chiesto al “legislatore” di istituire il reato di disastro ambientale. Da allora stiamo aspettando, e i processi vanno in prescrizione con buona pace delle vittime e dei territori stuprati.
di Giuseppe Candido [twitter_follow username=”ilCandido” count=”false” language=”it”]
Martedì 23 dicembre dell’anno ormai passato, nel recensire il mio “lungo articolo e molto interessante” sulla vicenda Marlane pubblicato dal Garantista,agli ascoltatori di Stampa e Regime, la rassegna stampa di Radio Radicale, Massimo Bordin raccomandava agli ascoltatori di leggere – da il Fatto Quotidiano – “per aiutare a capire”, anche “un articolo firmato da un giudice costituzionalista che è stato”, – ha ricordato Bordin – “prima, Ministro della Giustizia e, prima ancora, un grande avvocato come il professore Flick che proprio di questo parla. Non del processo calabrese, no. Però della questione in generale del reato di disastro ambientale”.
Avendo scritto io l’articolo sulla Marlane ed essendomi occupato di vari disastri ambientali della Calabria col mio volume La peste ecologica e il caso Calabria (Non Mollare ed.), non potevo esimermi dall’andare quanto meno a leggere, giusto “per capire meglio”.
In quell’articolo – scritto sotto forma di lettera al direttore e pubblicato a pagina dieci dal quotidiano diretto da Antonio Padellaro, – l’ex ministro della Giustizia, già componente della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flickspiegava il perché – a suo parere – sia urgente introdurre il reato specifico di disastro ambientale che, invece, viene oggi punito dall’articolo 434 del C.P., attraverso la generica previsione di “altro disastro”.
Giovanni M. Flick, giudice Costituzionale, ex ministro della Giustizia e avvocato di chiara fama
Secondo Giovanni Maria Flick il disastro ambientale dove essere previsto da una norma penale specifica. Questo non solo perché “la Costituzione prevede che i comportamenti e i fatti di rilevo penale siano espressamente previsti dalla legge”, ma soprattuto per evitare che i processi finiscano come quello dell’Eternit, o come quei tanti processi per disastro ambientale che – anche in Calabria – si sono conclusi con un niente di fatto per intervenuta prescrizione.
“La norma attuale (il generico “altro disastro” punito dall’art.434 del C.P., ndr), è comunque un arma spuntata perché, la misura (bassa) della pena minima, e la difficoltà di prolungare nel tempo il momento in cui il reato si ‘consuma’, fanno sì che la prescrizione – scriveva nell’articolo il professore Flick – “scatti in tempi abbastanza brevi, perfino anteriori al verificarsi degli effetti dannosi, ed eventualmente delittuosi, sulla popolazione e l’ambiente”.
Poi, dopo aver rammentato gli epiloghi recenti del processo Eternit (in Cassazione) e quello (in primo grado) per la discarica di Valpescara, il professore Flick, per far meglio comprendere la questione, cita la sentenza n°327 del 2008 della Corte costituzionale di cui egli stesso, quando era componente della Corte, fu redattore. In particolare, con quella sentenza, – ha ricordato l’ex guardasigilli – “pur non ritenendo fondata la questione di legittimità costituzionale” (ritenendo costituzionale punire il “disastro ambientale” con il reato “altro disastro” previsto dall’articolo 434 del C.P.), la suprema Corte, definì “auspicabile che (…) il disastro ambientale (formi) oggetto di autonoma considerazione da parte del legislatore penale”.
“Ferma restando la conclusione raggiunta,” – scriveva la Corte nel 2008 – “è tuttavia auspicabile che talune delle fattispecie attualmente ricondotte, con soluzioni interpretative non sempre scevre da profili problematici, al paradigma punitivo del disastro innominato – e tra esse, segnatamente, l’ipotesi del cosiddetto disastro ambientale, … – formino oggetto di autonoma considerazione da parte del legislatore penale, anche nell’ottica dell’accresciuta attenzione alla tutela ambientale ed a quella dell’integrità fisica e della salute, nella cornice di più specifiche figure criminose”.
Macché. Nel 2015, a quasi 7 anni da quella pronuncia, come notava nell’articolo lo stesso Flick, per il reato di disastro ambientale, “siamo ancora in attesa del legislatore”.
Partendo dall’inchiesta sull’inquinamento del Fiume Oliva (e il relativo disastro ambientale) per la quale indaga la procura di Paola, passando per le indagini e i processi sul Sito di Interesse Nazionale di Cassano allo Ionio, su quello di Cerchiara di Calabria, sino ad arrivare alle inchieste sui siti inquinati non inclusi nei SIN, fino alle inchieste sulle discariche disseminate sul territorio calabrese, nel volume La peste ecologica e il caso Calabria che ho recentemente pubblicato per i tipi dell’associazione Non Mollare, le parole “disastro ambientale” compaiono una marea di volte. Purtroppo, troppo spesso, tali parole sono seguite da un’altra: “prescrizione”.
Come a Crotone: una vicenda lunga, complessa, che s’intreccia inevitabilmente, dal punto di vista giudiziario, con un processo che vede, ex dirigenti del gruppo, imputati di “omicidio plurimo colposo aggravato da colpa cosciente e disastro ambientale” proprio a causa di veleni industriali utilizzati, senza adeguate precauzioni, e “dimenticati” poi, un po’ ovunque nella città di Pitagora. Prescrizione è la parola che conclude tutto. Invece che “bonifica”, come dovrebbe essere.
Stessa cosa succede leggendo la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta (XVI Leg.) sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Le parole “disastro ambientale” e “prescrizione”, praticamente, vanno assieme. La prescrizione – grazie ad una giustizia lumaca e ad un reato non specificatamente adeguato alla pericolosità – è ormai diventata il sistema per farla franca dall’imputazione di disastro ambientale; lo “stratagemma” per eludere la giustizia e il pagamento sia dei danni alla salute sia quelli arrecati all’ambiente. Le bonifiche diventano così un miraggio. Il principio del “chi inquina deve pagare” se ne va a quel paese. Ringraziano a gran voce i gruppi industriali dismessi e non, assieme a chi dai traffici illeciti di rifiuti e veleni continua a ricavare profitti enormi inquinando falde, suoli, vegetali e cibi e mettendo a rischio la salute.
Alla luce dell’articolo di Flick e leggendo la sentenza della Corte, si capisce il perché.
Cosa aspetta il governo di twitter ad istituirlo? Che un altro disastro ambientale venga clamorosamente prescritto? Anche se può dar fastidio alle grosse realtà industriali, bisogna introdurre subito uno specifico reato di disastro ambientale per attuare il principio “chi inquina paga”, ed evitare che cittadini e territori restino vittime senza colpevoli. Così come del resto la suprema Corte aveva suggerito già dal 2008.
Mercoledì 7 gennaio e i due giorni di terrore e morte successivi, la Francia non li dimenticherà facilmente. Come non dimenticherà i venti morti in tre giorni che l’hanno leteralmente sconvolta assieme al resto d’Europa. Gli autori della strage del Charlie Hebdo, i fratelli Kouachi, sono stati uccisi durante il blitz della gendarmeria all’interno della tipografia dove si erano barricati dopo una fuga roccambolesca e nella quale hanno lasciato briciole un po’ come Pollicino. E dopo i 4 morti nel supermercato Kosher, anche Coulibely, l’altro attentatore che inizialmente sembrava totalmente scollegato dai primi due, è stato freddato dalla polizia, ma Hayat Boumedienne, l’altra terrorista, in modo altrettanto roccambolesco, è riuscita a fuggire – pare – confondendosi addirittura con gli altri ostaggi.
Il nuovo direttore di Charlie Hebdo, il giornale satirico preso di mira dai due terroristi franco-algerini, dice che la testata non morirà e che, a breve, riprenderanno le pubblicazioni. Qui la religione non centra”, dice ai giornalisti, “siamo difronte a dei matti che sparano”. A Parigi si terrà oggi la marcia repubblicana in memoria delle vittime e in difesa dei valori: libertà d’espressione e libertà di stampa. Valori brutalmente presi d’attacco dai due folli,; valori cui né la Francia e né l’Europa intendono rinunciare perché – come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Napolitano nell’esprimere rammarico e cordoglio per quanto stava accadendo oltr’Alepe – “baluardi della nostra democrazia”.
Alla marcia parigina ci sarà anche Marco Pannella, 85 anni il prossimo 2 di maggio, provato da numerose visite nelle carceri e giorni di sciopero della fame e della sete che hanno rischiesto persino un ricovero “preventivo”, non rinuncia però ad andare a Parigi per portare la rappresentanza del partito radicale in solidarietà alla Francia, a CharlieHebdo e alla libertà d’espressione.
Mentre Marie Le Pen promette un referendum per reintrodurre la pena di morte e Matteo Salvini continua a cavalcare la tigre dicendo che dobbiamo chiudere le Moschee e fermare l’immigrazione, Marco Pannella e molti compagni radicali, dopo esser stati ricevuti dall’Ambasciatrice francese in Italia venerdì, oggi saranno a Parigi per stare a affianco ad Holland e ai francesi: “Demain je serai présent” – annuncia da FaceBook – “à la marche républicaine à Paris pour #CharlieHebdo, #RadicalParty, JeSuisCharlie MarekHalter”.
Come ha ricordato Bertinotti dalle colonne delle Cronache del Garantista, “l’odio non ci salverà”. “È necessario – ha detto invece – “impedire che l’orrore si trasformi in odio”. Ed io concordo con questa visione. Come sono sicuro che non ci salverà neanche l’intolleranza. Possiamo pensare, davvero, che Oriana Fallaci avesse ragione? Che siamo immersi in un processo di accettazione del terrorismo islamico, in nome di una tolleranza del diverso? Violando leggi e direttive europee e speculando sull’assistenza, noi li rinchiudiamo i diversi, rinchiudiamo i rom, nei campi di identificazione. Rinchiudiamo i migranti clandestini in attesa della loro identificazione come avessero commesso i peggiori crimini. E dopo l’attentato in Francia, il populismo anti-Islam, il razzismo anti-migrante, la guerra contro la diversa religione, sono fenomeni destinati a crescere se i media in genere, e le televisioni in particolare, continueranno a prendersi la responsabilità di dar spazio a chi l’intolleranza la cavalca e la usa politicamente. Spesso capita di confondere con la giustizia quello che è egoismo rancoroso e, sentendo le posizioni più razziste, diventa facile non farsi ammaliare da chi, per conquistare voti, va dicendo: via il diverso, via l’immigrato. E il paradossale è che nessuno fa notare un semplice dato oggettivo: da qui al 2050, serviranno in Europa altri 50 milioni di nuovi immigrati. Non ci rendiamo conto che i “discorsi razzisti” anche se fanno audience, come “gramigna”, fan presto le radici ed estirparli, poi, diviene assai faticoso, se non impossibile. Se “Si tollera l’intolleranza” – come ha ricordato Emma Bonino dalle colonne de L’Espresso – “e la si usa a scopi elettorali”, c’è davvero il rischio che si vada dritti dritti verso il precipizio.
Il grande comunicatore ha sparato l’ultima: si ricomincia da #laBuonaScuola. Un grande investimento nella cultura e nell’istruzione – dice – per far ripartire l’Italia. Bene, dico io. La scuola statale italiana – per come è ridotta oggi – ha bisogno di investimenti e di risorse. Senza contare che già Alfred Marshall, nei “Principi di economia”, a fine ‘Ottocento, certificava che nessun altro investimento può tornare utile alla collettività, alla crescita e allo sviluppo dell’economia di un Paese, se non quello fatto nei settori della scuola e della ricerca. Ma quello della buona scuola è davvero un investimento? Innanzitutto bisogna dire che le assunzioni dei precari “per ridare linfa alla scuola” non rappresentano un’iniziativa autonoma del governo, ma la risposta obbligata alla sentenza della Corte di Giustizia europea che lo scorso 26 novembre ha dichiarato illegittimo la reiterazione – oltre i 36 mesi – del contratto di lavoro a tempo determinato.
Il governo per non prendere multe salatissime ed evitare una valanga di ricorsi, deve per forza prevedere l’assunzione dei docente che, da anni, sono precari. Ma se questa assunzione avviene con risorse sfilate dalle tasche dei docenti che si assumeranno e quelli che già son di ruolo bloccando loro gli scatti fino al 2018, è evidente che, con un abile gioco delle tre carte e con altrettanta abilità comunicativa, si fa passare per un investimento quello che, in realtà, è un ulteriore, ennesimo, taglio all’istruzione. Dopo aver tagliato sul numero di ore delle medie, sul maestro unico e sui fondi d’istituto per recuperare gli scatti dei docenti, adesso per poter assumere i precari si impone il blocco degli scatti agli insegnanti che, vale la pena ricordarlo, hanno già gli stipendi più bassi della media europea e lavorano più giorni all’anno dei loro colleghi tedeschi.
Lo scorso 12 novembre si sono chiuse le “consultazioni on line” volute dal governo sulla bozza di riforma totale, appunto, “La buona scuola”. Alla consultazione hanno partecipato poco più di centomila utenti online, tra docenti, genitori e cittadini. Su oltre ottocentomila docenti e più di due milioni di genitori, le risposte al questionario pare siano pochissime. E molte sono critiche rispetto alla proposta.
In questi ultimi tempi, nel periodo estivo, per cercare di far cassa nel pubblico impiego, il sottosegretario all’istruzione aveva proposto, addirittura, di portare a trentasei ore l’orario settimanale degli insegnanti di ogni ordine e grado, senza tenere conto però che – come ricordava già nel 1913, Luigi Einaudi – ciò può sembrare logico soltanto ai burocrati che si occupano di lavoro in ufficio. E che il fiato non è una merce. Tanto acquista in quantità, quanto perde in qualità. E questo lo dovrebbe capire anche un bambino, prima di mettersi a giocare con twitter.
“Mentre il Presidente del Consiglio dichiara di aver risolto il problema della carceri senza fare né amnistia né indulto e che, per questo, nessuno ormai parla più di questi provvedimenti per risolvere il problema del sovraffollamento, i Radicali, anche in Calabria continuano il loro sostegno al satyagraha di Marco Pannella e Rita Bernardini col digiuno a staffetta e, per giovedì primo dell’anno, torneranno in visita alle 10 alla casa circondariale Ugo Caridi di Catanzaro per verificarne le condizioni”.
Lo rende noto Giuseppe Candido, direttore editoriale di ALM e che farà parte della delegazione di Radicali calabresi in visita alla struttura “grazie all’interessamento dell’on. Rita Bernardini che l’ha fatta autorizzare dal Dap, e sarà composta anche dai militanti calabresi Rocco Ruffa, Cesare Russo, Sabatino Savaglio, e Antonio Giglio consigliere comunale di Catanzaro e iscritto, con ‘doppia tessera’, al Partito Radicale”.
“E’ un satyagraha – prosegue Candido – con obiettivi specifici: oltre all’amnistia e all’indulto di cui, secondo il premier, nessuno più parlerebbe e che, invece, costituiscono per i Radicali gli unici provvedimenti in grado, strutturalmente e subito, di portare nell’alveo della legalità costituzionale e sovranazionale il nostro Paese, tra gli obiettivi c’è quello di garantire il diritto alle cure ai detenuti, poi, l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura, la revoca del 41bis a Bernardo Provenzano, l’abolizione della detenzione arbitraria e illegale del 41bis, che anche Papa Francesco ha detto essere una forma di tortura, e che, da anni ormai, i Radicali chiamiamo ‘tortura democratica’; una forma di detenzione tanto illegale pure per l’Onu che, a luglio, ha richiamato il nostro Paese e che, invece, abbiamo deciso di estendere ad altri reati oltre che a quelli di mafia. Poi gli obiettivi proseguono chiedendo di interrompere le deportazioni in corso dei detenuti dell’alta sicurezza, di rendere effettivi i risarcimenti ai detenuti che han subito e in alcuni casi continuano a subire trattamenti inumani e degradanti, e di nominare subito il Garante Nazionale dei Detenuti. Prevedere la presenza dei detenuti negli Stati Generali delle Carceri che il Ministro Orlando ha detto di voler istituire.
E, noi in Calabria, aggiungiamo il dialogo col presidente della Regione, Mario Oliverio, per continuare a chiedergli, anche per la nostra terra che, come per l’accoglienza, in tema di diritti umani ha sempre dato lezioni, di istituire subito il Garante Regionale“.
Lo scorso 5 dicembre, dalle pagine del Garantista, l’ex Presidnete della Camera, On.le Fausto Bertinotti, chiedeva al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di nominare Marco Pannella Senatore a vita.
di Giuseppe Candido
Tra le motivazioni addotte da Bertinotti c’era il fatto che, in un periodo di crisi della democrazia e della politica com’é quello che viviamo non solo in Italia, sarebbe assai utile indicare buoni “esempi”, “esempi di un passato glorioso” che permettano di mostrare che, almeno nel recente passato, la politica “non è stata sempre così misera”.
“Marco Pannella ha attraversato, camminando per i suoi sentieri, – scriveva Bertinotti – l’intero dopoguerra italiano. Ha vissuto il tempo delle grandi culture politiche. (…) E’ stato un protagonista tra i protagonisti dell’Italia politica uscita dalla Costituzione repubblicana e segnata da grandi e dure lotte: lotte di classe, lotte politiche e di civiltà. Di quella storia, Marco Pannella è rimasto uno dei pochi a vivere l’attuale (e così diversa) stagione sempre da protagonista. Come recita il motto riferito a Radio Radicale – ”dentro ma fuori dal palazzo” –, Pannella vive una politica in cui la strada vale almeno quanto le aule del palazzo. Ha privilegiato e privilegia l’essere sull’avere. Non cerca il potere. E alla sua età fa riprendere nel Satyagraha uno sciopero della fame per una nobile quanto difficile battaglia per il diritto e la legalità”.
Cronache del Garantista: la lettera di Fausto Bertinotti e l’articolo di Valter Vecellio
Per ricordare “la storia di Marco” faceva da spalla alla lettera di Bertinotti l’articolo di Valter Vecellio col titolo: Per Sciascia, era l’unico ad avere il senso del diritto. Ma per raccontare la storia di un politico di razza come Giacinto Marco Pannella (classe 1930) non può essere sufficiente ricordare – come meritoriamente faceva Vecellio – ciò che sulla prima pagina del Corriere della Sera scriveva il poetapremio Nobel Eugenio Montale: «Dove il potere nega, in forme palesi, ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrei Sacharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi».
Prosecuzione lettera (sx) e articolo (dx) pubblicati sulle Cronache del Garantista del 5 dicembre 2014
E può non esser sufficiente ricordare quello che Leonardo Sciascia, solo sul giornale spagnolo El Pais, potè pubblicare: «Pannella è il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge, della giustizia. Ce ne saranno altri, ma senza volto e senza voce, immersi e sommersi in partiti la cui sensibilità ai problemi del diritto soltanto si manifesta quando qualche mandato di cattura raggiunge uomini del loro apparato: per il resto se ne stanno in silenzio…».
Per aprire un dibattito su Pannella Senatore a vita, alla cui proposta mi associo, sarebbe necessario raccontare altro ancora e, specialmente se si vuole raggiungere i giovani disaffezionati dalla miseria odierna della politica, bisognerebbe farlo andare in televisione, non dico quanto Matteo Salvini, non sia mai, ma almeno farlo conoscere e riconoscere.I giovani possono oggi sapere di battaglie di tale portata e valore solo attraverso Radio Radicale, la radio che “è dentro ma fuori dal Palazzo” e che Marco ha letteralmente “inventato” nel 1976. Dalla TV, anche da quella di Stato, Pannella è completamente escluso, fatto fuori politicamente; escluso da qualsiasi dibattito, anche quando questi riguardano temi “Radicali”, come la riforma della giustizia, l’articolo 18, eccetera. E si sa che se non vai in televisione, in politica non ottieni neanche il consenso per essere eletto e avere parlamentari.
Per far conoscere un politico “irregolare” ma nobile come Giacinto Marco Pannella ai giovani bisognerebbe spiegare loro che è proprio grazie a Pannella se, il 15 dicembre del 1972, il Parlamento di questo Paese approvò una legge sull’obiezione di coscienza; e bisognerebbe spiegare che ciò avvenne grazie solo a una lotta nonviolenta inziata da Pannella e dai Radicali nel lontano 1966, quando Andrea e Lorenzo Strik Livres, allora due giovani militanti del partito della nonviolenza e della disobbedienza civile, furono arrestati perché distribuvano un volantino antimilitarista. Ai ragazzi di oggi, per spiegare la nobiltà della politica di un irregolare come Pannella, andrebbe spiegato che quella legge arrivò solo dopo “un lungo sciopero della fame a oltranza di Pannella e dell’allora radicale e credente, Alberto Gardin, interrotto nel momento in cui l’allora presidente della Camera, Sandro Pertini, assicura che la questione sarà posta rapidamente all’ordine del giorno”. E bisognerebbe raccontare loro delle “marce antimilitariste” fatte tra gli anni ’60 e ’70 nelle regioni del nord Italia e quelle fatte in Francia e in Spagna, con un’impostazione sempre transnazionale e transpartita del problema. Di ogni problema.
Bisognerebbe spiegare come si ottenne l’incredibile vittoria sul referendum del divorzio voluto dalle forze “clericali” per tentare di abrogare la legge Fortuna Baslini; e per far conoscere Pannella bisognerebbe ricordare le sue battaglie – alcune ancora in corso – per “il diritto alla libera sessualità”, quelle per la “legalizzazione dell’aborto” per sconfiggere quello clandestino e di massa fatto dalle mammane o in una clinica privata all’estero, per chi se lo poteva permettere. Bisognerebbe ricordare le battaglie contro il proibizionismo e quelle per la legalizzazione delle droghe, anche se qualcuno, quando ci si riferisce, ancora parla di “liberalizzazione”. Marco Pannella ci tiene a specificarlo ogni dove sillabando: le-ga-li-zza-re, non liberalizzare. Che vuol dire sottrarre alle criminalità organizzate profitti enormi che poi, abilmente, sono reinvestiti nella economia legale che, perciò, ne diventa “drogata”. Oggi è l’ONU stessa, con la sua commissione per la guerra alle droghe, a scrivere che il proibizionismo ha fallito e che la guerra alla droga deve essere radicalmente ripensata dai Paesi membri.
Oggi Papa Francesco dice le stesse cose sulla tortura che Pannella dice ormai da anni. Può esistere la tortura anche nelle carceri di massima sicurezza o nei regimi speciali di detenzione. Ed è tortura lo stesso ergastolo che Pannella da anni vuole abolire coi referendum in Italia e che il Pontefice ha abolito in un giorno per il Vaticano, introducendo il reato di tortura che Pannella sostiene per l’Italia in questi giorni col Satyagraha. Ma non è la prima volta che l’anticlericale Pannella va d’accordo con le idee dei Pontefici, o viceversa. Ai ragazzi e alle ragazze di oggi (e anche a quegli editorialisti che parlano di conversione di Pannella) bisognerebbe spiegare la nobiltà della politica, ricordando che proprio a Marco Pannella si deve “l’intuizione e l’introduzione della lotta allo sterminio per fame nel mondo, «come grande questione nazionale e internazionale, e per il raggiungimento di concreti risultati»”. E come, dalla “Marcia di Pasqua” del ’79, dopo che il Parlamento italiano si era autoconvocato in seduta straordinaria, si arrivò, nel settembre dello stesso anno, ad avere Papa Giovanni Paolo II che, anche lui esplicitamente, si pronuncia contro quella che definì “l’intollerabilità dell’esistenza di un’area della fame e un’area della sazietà”; e che, nel giugno del ’81, ben 54 premi Nobel (che poi diventeranno oltre un centinaio) lanciano un “Manifesto-appello” che – di fatto – gettò “le basi morali, teoriche e politiche della lotta alla fame”. E ai giovani che oggi vorrebbero ridurre gli armamenti non solo dell’Italia, bisognerebbe raccontare che fu proprio grazie alla “incrollabile tenacia” della lotta nonviolenta di Marco Pannella e a una petizione indirizzata al Presidente delle Repubblica sottoscritta da 1.200 sindaci, che si ebbe la pronuncia ufficiale dell’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini, che affermò il suo famoso: “Svuotare gli arsenali e riempire i granai”.A iniziare dalla primavera del ’79 gli scioperi della fame di Pannella, alternati a scioperi anche della sete, ripetutamente condotti nel corso del 1983, non si contano: e per la prima volta furono fatti i “digiuni collettivi” e fu introdotto – in Occidente – la “pratica del Satyagraha” di Gandhi. Pratica che vediamo ancora in corso per la battaglia sulla giustizia e sulle carceri. E che dire della lotta per introdurre il diritto alla conoscenza come diritto umano assieme al dibattito, sollevato a livello internazionale, sulla guerra in Iraq e sulle “ragion di Stato” che, sempre di più, annientano lo “Stato di diritto” e che allora portarono Bush e Blair a scegliere la guerra contro l’ormai possibile esilio di Saddam?Ai ragazzi di oggi bisognerebbe raccontare tutte le battaglie condotte negli anni da Pannella, con la sua “incrollabile tenacia” che pure il Presidente Napolitano gli riconosce, per una “giustizia senza privilegi, responsabile e uguale per tutti”, e tutta la vicenda di Enzo Tortora. E bisognerebbe dire ai giovani che se oggi c’è un Tribunale Penale Internazionale, quello dell’Ahia, che giudica i crimini di guerra e se l’ONU ha adottato, con maggioranze via via crescenti negli anni, sia la moratoria universale delle esecuzioni capitali sia quella contro le mutilazioni genitali femmini, lo si deve all’impegno Transnasionale del Partito Nonviolento e delle sue organizzazioni Nessuno Tocchi Caino e Non c’è Pace senza Giustizia; un partito, come qualcuno dice, “ fatto a sua immagine e somiglianza” ma che ha prodotto classe dirigente come Emma Bonino e che è stato ed è tuttora capace di smuovere le coscenze non solo nel nostro Paese. Fa battaglie che anche Papa Francesco gli raccomanda di avere coraggio e a non dismettere.
Prima del volume di Valter Vecellio Rubbettino editore
Oggi, però, è escluso sistematicamente agli tialiani di poterlo vedere, ascoltare e giudicare, e l’unico modo che ha un giovane (e un meno giovane) di conoscere questi esempi di un’altra politica, queste vicende di un politico come Giacinto Marco Pannella, resta quella di leggere il bel libro scritto da Valter Vecellio: Biofrafia di un irregolare (Rubettino edizioni, 2010, p.286). Un libro che consiglio a tutti di leggere; ma il problema è che i libri, ormai, li leggiamo in pochi. Ma la responsabilità della mancata conoscenza è tutta dei media televisivi – specie quando pubblici – che impediscono di “conoscere per deliberare” e delle loro trasmissioni d’approfondimento che approfondiscono tutto il peggio, anche della politica. Ecco, credo che se si volesse dare davvero un esempio di una politica buona, di una politica nobile, una politica “altra” da quella che la cronaca continuamente ci propone e che alimenta quel sentimento pericoloso dell’antipolitica, la nomina di un Senatore a vita come Marco Pannella da parte del Presidente Giorgio Napolitano significherebbe dare un “glorioso esempio” di una politica povera perché priva di propri “averi”, ma tutt’altro che misera.
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