Quando il libero mercato incrementa la miseria

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 9.11.2010

Siamo in un Paese bloccato in cui – ai fini del successo – conta di più la ricchezza dei propri genitori che non il livello d’istruzione o il merito. Sono queste, in sostanza, le conclusioni che si possono trarre dall’intervento, o forse sarebbe meglio chiamarla “lezione”, del Presidente della Banca d’Italia Mario Draghi tenuto il 5 novembre scorso ad Ancona alla facoltà di economia intitolata al grande economista Giorgio Fuà.

L’Italia – ha affermato Draghi – è a un bivio fra la stagnazione e la crescita e deve saper uscire dalla spirale del calo della produttività che ha colpito tutto il paese, anche il Nord, nell’ultimo decennio non appagandosi della ricchezza conquistata negli scorsi anni.

A darne per prima grande risalto sulla stampa nazionale è Chiara Paolin, giornalista de il Fatto quotidiano, che riporta nel suo articolo titolato “Italia povera come nel ‘600” alcuni passaggi di quell’intervento sul tema “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica” in cui Draghi, interrogandosi sulle cause del deludente andamento della produttività dell’Italia afferma, senza peli sulla lingua, che “La stagnazione di questo valore nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio”. Dal Mezzogiorno al Nord d’Italia Draghi parla di un Paese per il quale “Dobbiamo ancora valutare gli effetti della recessione sulla nostra struttura produttiva” aggiungendo che “E’ possibile che lo choc della crisi abbia accelerato la ristrutturazione almeno di parti del sistema, accrescendone efficienza e competitività” ma anche che “è possibile un semplice, lento ritorno al passo ridotto degli anni pre-crisi” o peggio ancora “un percorso più negativo”.

Già quarant’anni prima che esplodessero gli scandali di Tangentopoli un grande intellettuale denunciava, con pagine roventi e documentate, gli illeciti di imprese e partiti che oggi rivediamo emergere in “cricche” degli appalti che “lavorano” in assenza di concorrenza o in condizioni di concorrenza “controllata”. Nel volume Capitalismo inquinato Ernesto Rossi (1897-1967), quarant’anni prima degli scandali del ’92, documentava come, in questo Paese, “I grandi industriali hanno la coscienza troppo sporca” perché “Capiscono anche loro che non possono continuare ad accumulare miliardi, senza dare alcun servizio utile alla collettività, riscuotendo dei balzelli ai passaggi obbligati e non pagando le imposte che servono a mantenere l’ordine di cui profittano”.

Secondo Mario Draghi, oggi, si potrebbe precipitare in “situazioni vissute in epoche lontane, nel ‘600 o agli inizi del ‘900, quando una pur consolidata ricchezza di base non riuscì ad arrestare la recessione ad una civiltà squilibrata verso le forme più rurali ed arretrate”. E in questo scenario “a rischiare di più sono i giovani”. Oggi come allora sono proprio i giovani di questo Paese a rischiare di più. La disoccupazione a livelli che non si registravano da anni, quasi 4 milioni di lavoratori precari pari al 16% del totale della forza lavoro e il lavoro irregolare che secondo i dati istat raggiunge il 12% su media nazionale ma che, in regioni come la Calabria, sfiora il 20% del totale della forza lavoro. E, spiega Draghi, “Senza la speranza di una sia pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si hanno effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”. Ma non è un inno retorico ai giovani. Da economista qual’è, Draghi sottolinea proprio come il precariato finirà per scardinare il sistema capitalistico italiano, cioè la nostra vita economica.

Draghi descrive insomma un paese non solo economicamente ma anche socialmente “bloccato” dalle troppe rendite di posizione: “Nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuano a pesare molto di più delle caratteristiche personali, come il livello d’istruzione”. Si hanno cioè più chance se si è figli di un’industriale o un parlamentare e si nasce in Lombardia o in Veneto piuttosto che in regioni come la Calabria o la Campania. È questa la fotografia dell’Italia scattata a 150 anni dalla sua storia unitaria. “E questo accade in Italia” – continua impietosamente Draghi nel suo discorso – “con incidenza che non ha pari in Europa”. Il lavoro e la fine della precariato come emergenze e come possibilità di riscatto sociale, morale e politico del nostro Paese. Forse sarebbe possibile se si guardassero quegli studi e quelle proposte troppo spesso in passato considerate “marginali” se non “utopiche”, ma che oggi sarebbero utili davvero per abolire la miseria. Mentre si premiano imprenditori come Marchionne, dovremmo ricordare che, ancora oggi, come scriveva Rossi nel ’46, “Le dimostrazioni che molti economisti hanno creduto di dare che il regime individualistico, consentendo la maggiore approssimazione possibile allo schema teorico della libera concorrenza, tende automaticamente ad attuare in ogni momento un massimo di utilità collettiva, non reggono alla critica, rivelandosi, nel migliore dei casi, delle semplici tautologie; la libera concorrenza può dare degli effetti socialmente benefici o malefici, a seconda degli argini dell’ordinamento giuridico entro i quali viene contenuta”. Se le regole del libero mercato non esistono o vengono sistematicamente violate, derogate, se gli imprenditori sono lasciati liberi di agire nel loro esclusivo interesse individualistico anche quando essi non contribuiscono alla collettività in cui operano con il giusto pagamento delle tasse, se si lascia che non si paghino i contributi ai lavoratori perché li si lascia lavorare in nero, se anzi si premiano i comportamenti evasivi con i condoni fiscali, allora il libero mercato è destinato ad incrementare la miseria e quel divario tra la tracotanza di coloro che vivono di rendite e la gente comune, sempre più miserabili, destinati a non riuscir a sopravvivere neanche del loro lavoro.

IL QUADRO DELLA MADONNA DELLA LETTERA NELLA CHIESA MICHELIZIA di TROPEA

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di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

LA CHIESA MICHELIZIA TRA STORIA E LEGGENDA

Madonna della lettera nella chiesa michelizia di Tropea
Madonna della lettera nella chiesa michelizia di Tropea

Nel tratto finale che nei secoli scorsi, dal rione Carmine portava al santuario di San Francesco di Paola, emerge da un verde agrumeto, un tempo più ampio e più fitto, una chiesa che, di assoluta purezza architettonica, presenta anche motivi di imponenza e solennità.

Attualmente dissacrata, era dedicata a Santa Maria della Neve; la voce popolare però l’aveva fatta conoscere con il nome di “Chiesa di S. Maria Michelizia” o più semplicemente “Chiesa di Michelizia”: un nome ricavato dalla fusione di Michele Milizia.

Isolata tra la profonda quiete ed i solenni silenzi della campagna, con le sue pagine murarie svela due momenti della sua storia, che ci sono stati rispettivamente tramandati con un racconto popolare e con la testimonianza dello storico tropeano Francesco Sergio, vissuto dal 1642 al 1720.

Tutto comincia, secondo la voce del popolo, durante una tempestosa sera del 5 agosto dell’ultimo scorcio del cinquecento.

Un violento temporale stava scaricando la sua violenta collera, rendendo alquanto mosso il mare e quindi molto critica la vita di quel veliero che non riusciva a scorgere, a causa della fitta nebbia, quella sinuosa rupe nella cui rada avrebbe trovato salvezza.

In preda alla disperazione, Michele Milizia, commerciante siciliano e padrone di quella barca, si mise ad invocare l’aiuto divino, come generalmente fa l’uomo quando incappa nel vortice di un grande pericolo.

Improvvisamente, su quella che doveva essere la sommità della rupe, penetrò le tenebre, la luce di una lanterna che un contadino portava, forse per andare a controllare la situazione del bestiame nella stalla.

Diventa punto di riferimento, tanto che valse al bastimento di mettersi al riparo nella rada, quella fiammella fu interpretata come intervento divino da Michele Milizia che, come segno di fede e di gratitudine, decise di fare sorgere, dov’era apparsa quella luce un tempio dedicato alla Madonna.

Quantunque di dimensioni ridotte, la chiesetta disponeva di tre altari, come ci tramanda lo storico Francesco Sergio. In quello centrale c’era l’immagine di Santa Maria Maggiore, poi chiamata S.Maria della Lettera.

Intanto, poiché la chiesetta, senza porte e con una diradata copertura, era caduta in uno stato di totale abbandono da diventare rifugio degli asini dei vicini ortolani, un vecchietto chiamato mastro Pietro, sarto e panettiere decise di porre fine a quello sconcio con un segno che conferisse al tempio la sacralità che meritava.

Ed infatti, con l’olio raccolto periodicamente tra i devoti, si premurava, ogni giorno, di accendere una lampada votiva davanti al quadro della madonna raccogliendosi in preghiera.

Un giorno, forse perché logorato dalla sopportazione delle sue sventure, postosi in un angolo della chiesetta, si mise a contemplare con occhi lacrimosi quella Madonna cui era tanto devoto, lamentandosi, come mai gli era accaduto,della propria esistenza di solitudine, di miseria e di altre sofferenze, causate anche da una grave forma di balbuzie che gli rendeva molto difficile la parola.

Erano struggente sfogo da cui traspariva la stanchezza del vivere.

Ad un tratto gli apparve una giovinetta di grazioso aspetto che amorevolmente gli disse: “Perché piangi, piuttosto vai in città e di alla gente di frequentare questa chiesa dove si vedranno delle cose così mirabili che si racconteranno”. Detto questo sparì.

Quando, ripresosi dallo sbigottimento, si rese conto dell’importanza di quel profetico messaggio che doveva portare alla gente, senza alcun indugio si incamminò verso il centro di Tropea dove, senza balbettare, e questo per il vecchio dovette essere già cosa mirabile, espose a quanti riuscì di incontrare ciò che aveva visto ed udito.

La notizia, che si diffuse rapidamente anche fuori Tropea,fu creduta e spiegata come vero segnale celeste, tanto che sempre più numerosi erano i pellegrini che, spinti dalla fede,forse anche dalla curiosità,volevano vedere e venerare quella immagine. Chi entrava in quella chiesa come leone,ne usciva come mansueto agnello, commentava il Sergio.

Ma come sempre accade per i fatti del genere, anche quella volta si levò la voce derisoria degli increduli, tra cui c’era anche un sacerdote di nome Arcangelo Andricciola, il quale andava affermando che quello che si diceva, per niente degno di fede, poteva essere pasto solo dei creduloni.

Ma non passò molto tempo ed anche il sacerdote crollò dall’alto del suo scetticismo.

Infatti un giorno, roso dalla curiosità, decise di recarsi in quel tempietto per vedere il quadro di quella Madonna che, come se sprigionasse un flusso misterioso, avvinceva e trasformava gli uomini.

Mai disse cosa sia accaduto dentro di se dopo aver guardato quella sacra effigie; certo che, in seguito, radicalmente diverso fu il suo comportamento, da denigratore ne divenne ardente sostenitore ed anche curato dello stesso tempietto. Ovviamente si parlò di evento straordinario. Intanto sempre più grande era l’affluenza della gente. Si trattava di credenti e di non credenti. Innumerevoli erano gli ossessi che ivi si recavano affinché, con un certo rituale, venissero sottratti, talvolta con urla raccapriccianti al potere del demonio.

Tutti questi fatti, diffusi dalla voce popolare anche in contrade lontane, colpivano profondamente la gente che esprimeva la propria devozione anche con elemosine e donazioni da destinarsi alla costruzione,in quello stesso sito,di un tempio più grande. La necessità si rivelò quando il 5 agosto del 1649, giorno dedicato dal messale romano a S. Maria ad Nives, si dovevano rendere festose onoranze alla Madonna di quella chiesetta. Immensa fu la folla di fedeli giunti da ogni dove. La cattedra vescovile era affidata a Giovanni Lozano, uno dei sei vescovi spagnoli che in periodi diversi: dal 1564 al 1726 ressero la diocesi di Tropea. Il vescovo fu colpito da quella oceanica partecipazione di fedeli e quindi decise di costruirne una più grande,esortando i fedeli: “Vamos, hijos mios a traèr piedras por nuestra Senora”.

Fu così che sorse un nuovo tempio con le pietre dei torrenti “Burmeria” e “La Grazia”.

Più in là, inquadrato in una cornice barocca, un dipinto su tela raffigura la Madonna della Lettera, tanto venerata dai Messinesi cui, secondo una antichissima tradizione, gli ambasciatori nel 42 d.C. si recarono a Gerusalemme per renderle omaggio e chiederle la sua benedizione per la città di Messina. La Madonna consegnò la Lettera con la quale benediceva la loro città ed i suoi abitanti. Imperfetto e lacunoso è il testo, in latino, trascritto nella “lettera” dall’autore del quadro e poco leggibili sono quei vocaboli in greco, tratti dall’antica immagine della Madonna del Grafèo.

Il quadro è importante dal punto di vista storico, oltre che da quello artistico, perché indica una continuità del culto verso la Sacra Lettera sin dall’epoca dell’originario tempietto dove, come ci tramanda lo storico Francesco Sergio, nella sua opera Cronologica Collectanea De Civitate Tropea, Liber Tertius, “Apparitio Sancte Marie Michealis militia”.

L’Abate Francesco Sergio in questa importante opera conferma una tradizione popolare che risale alla metà del ‘500 e cioè che l’immagine della Madonna era stata portata da un messinese di nome Michele Milizia dopo che lo stesso aveva provveduto a far erigere un tempietto dedicato appunto alla Madonna. La tradizione vuole che il nome della chiesa Michelizia è ricavato dalla fusione di Michele Milizia;ciò è anche testimoniato dallo storico tropeano Francesco Sergio vissuto tra il 1642 e 1720.

Altri quadri si possono ammirare nella Michelizia: la Crocifissione di Gesù, firmato Grimaldi Tropien, 1710. Si tratta di Giuseppe Grimaldi, pittore tropeano vissuto tra il ‘600 e il ‘700, ai più sconosciuto ma che lasciò importanti lavori nelle chiese tropeane.

Importante è un quadro del Cuore di Gesù.

Ma l’opera più notevole è l’altare settecentesco in legno così le statue di sant’Anna e Gioacchino poste ai lati con in mezzo la Madonna. Gli esperti del restauro di Cosenza ad un attento esame hanno rinvenuto sotto quella effigie la figura di una Madonna senza volto del Duecento.

Queste notizie, appaiono in uno scritto a firma illeggibile che il parroco della chiesa del Carmine, don Muscia ci ha gentilmente fornito con la preghiera di fare qualcosa per far ritornare la chiesa della Michelizia al culto ed agli antichi splendori di un tempo.

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La Chiesa Michelizia di Tropea

Attualmente la Michelizia è sconsacrata e viene utilizzata per concerti e manifestazioni musicali. Versa in uno stato di totale abbandono. Forse le Istituzioni potrebbero fare qualcosa, più che di soldi ha bisogno di cura perché è un importante sito non tanto culturale, parola abusata, ma artistico. In fondo non c’è epoca in cui il genio ( e l’arte) non abbia trovato il modo di manifestarsi. Oggi la chiesa e le sue opere sono cadute in uno stato di prostrazione e di abulia prodotto dall’incuria e dalla indifferenza degli uomini. Il sindaco, spirito tenace tropeano non può e non deve desistere e ci deve regalare in qualche maniera un intervento capace di aprire uno scorcio sulla vita culturale e artistica di una buona parte dei secoli scorsi.

Calabria Positiva, un volume per capire la nostra regione

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di Franco Vallone

Calabria positiva di Saverio Ciccarelli
Calabria positiva di Saverio Ciccarelli

Sono 176 pagine piene piene di una Calabria tutta positiva quelle scritte da Saverio Ciccarelli, avvocato tropeano, tra l’altro socio fondatore dell’Accademia degli Affaticati di Tropea, giornalista e ricercatore attento. Il volume, dal titolo “Calabria Positiva”, edito da Meligrana Giuseppe Editore di Tropea, con la presentazione del giornalista Pantaleone Sergi e una nota critica di Annarita Castellani, è dedicato ai tanti calabresi sparsi per il mondo perché, ovunque si trovino, siano sempre orgogliosi delle loro origini e facciano qualcosa di buono per la nostra terra. Malgrado questa dedica il libro nelle sue pagine non contiene un briciolo di retorica. E’ un volume interessante e da leggere prima di rispondere alla domanda: Riuscirà la Calabria a vincere le sfide che i processi di modernizzazione e di globalizzazione stanno imponendo a tutte le regioni della Terra? Oppure è destinata a rimanere la stessa regione con tutti i problemi e contraddizioni che la distinguono? Sono 176 pagine che rispondono a questo quesito e raccontano di una regione difficile ma sempre fonte di grandi potenzialità. Nel raccontare, l’autore si sofferma sulle differenze dei Calabresi di dentro e i calabresi di fuori, cercando sempre e ovunque l’essenza delle cose che compongono la Calabria, un prepotente bisogno di sapere da dove viene questa terra e, prima di tutto, che futuro avrà. Per fare questo Ciccarelli parte da molto lontano, dalla natura, dal fuoco, inteso come calore e terra liquefatta, dall’acqua del mare, dei laghi, dei fiumi e delle fiumare calabresi, traccia la terra con le sue miniere, l’aria della Calabria, poi passa alle bellezze della natura, la flora e la fauna di questa regione del Sud Italia. Il terzo capitolo del volume è dedicato alla ricchissima storia calabrese, ai tanti ritrovamenti archeologici ed al patrimonio storico con musei di ogni tipo ricchi anche di tante curiosità, seguono le tematiche relative alle minoranze etniche, la religione, la massoneria, la criminalità, i personaggi illustri calabresi, i viaggiatori stranieri, visitatori di ieri e di oggi che sono arrivati da tutto il mondo per conoscere, capire e descrivere agli altri la nostra terra. La produzione agroalimentare con l’agricoltura occupa il capitolo seguente con tematiche che riguardano i tanti prodotti tipici e il rito della mattanza dei tonni. Nel quinto capitolo Saverio Ciccarelli tratta le imprese con uno sguardo da vero economista con la produzione industriale, quella artigianale, e poi ancora i trasporti in Calabria con gli aeroporti di Lamezia Terme, Reggio Calabria e Crotone, le strade, la fin troppo famosa autostrada A3, le ferrovie e i porti. Il sistema di descrizione e analisi regionale si completa con le banche, il turismo, la sanità, il lavoro, l’emigrazione e l’immigrazione. Nel nono capitolo, infine, viene affrontato il tema del territorio con le varie differenziate aree rurali, quelle metropolitane e le varie eccellenze.

Saverio Ciccarelli – Calabria Positiva – Meligrana Giuseppe Editore, Tropea , 2010 – 11,00

Precari in rivolta e il libro verde della scuola calabrese

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di Giuseppe Candido

“I tagli all’istruzione (di scuole, di classi, di posti di lavoro, di finanziamenti per il normale svolgimento delle attività) pur iniziati anche con governi precedenti hanno raggiunto oggi – spiega Rino Di Meglio, segretario nazionale della Gilda – un punto che non esitiamo a definire scandaloso”. Sono saliti sui tetti. Sono andati in piazza, con studenti e genitori. Si sono persino incatenati. Adesso, la nuova frontiera della protesta dei precari nella scuola, alle prese con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, è lo sciopero della fame. I primi a varcarla sono stati tre insegnanti palermitani. Ma la mobilitazione a colpi di digiuno si sta diffondendo in tutta Italia tra i precari della scuola che si preparano a un anno di disoccupazione annunciata. “La scuola pubblica è alla frutta e i precari della scuola alla fame” dice la scritta sullo striscione sotto Montecitorio dove sono accampati alcuni precari che, per quest’anno, rischiano di non vedersi riconfermato l’incarico annuale. Affamati di cultura, senza cibo i precari della scuola, da Palermo a Roma alla Lombardia, protestano per i tagli in tutta Italia. “Il ministro deve venire a spiegarci cosa c’è di positivo in questa riforma”. “Il più grande licenziamento di massa della storia italiana” tuona Bersani dalla Festa del Pd. Non c’è dubbio sul fatto che la scuola italiana abbia bisogno di riforme serie che la rendano più efficiente e più efficace di come è attualmente ma, quello che oggi si contesta sono i tagli effettuati dalla legge 133. Però per il Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini va tutto bene, non ci sono tagli, nella sua conferenza stampa annuncia una “riforma epocale” e spiega perché non ci sarebbero stati tagli. E che non incontrerà nessun precario: “Adesso non li incontro – ha spiegato ai cronisti che le rivolgono questa specifica domanda – per il semplice motivo che stiamo perfezionando degli accordi”. I più di 20.000 precari che quest’anno non troveranno posto sono, per il Ministro, semplicemente il frutto di politiche scellerate dei governi precedenti e non già persone che prima hanno retto la scuola per anni sulle loro spalle ed ora sono sdraiati in tutt’Italia sotto gli uffici scolastici. “Protestano senza essere stati ancora esclusi.
Una protesta che rispetto, legittima, ma non motivata. Non si tratta di persone licenziate. Presumono di non avere il posto di lavoro ma il ministero non ha ancora completato le operazioni. Dobbiamo vedere – ha proseguito il Ministro – quanto precari risponderanno positivamente agli accordi con le Regioni. Se preferiscono l’indennità di disoccupazione…”. Ma dal maestro unico in poi passando per i posti di sostegno “inutili” e l’aumento del numero di alunni per classe, nella scuola di tagli ce ne sono stati eccome. Parecchie persone che conosco personalmente e che prima vi lavoravano ogni anno oggi sono rimaste a casa. Per accorgersene basta farsi un giro nelle scuole e sondare l’aria che tira. “Quest’anno non so come fare – ci dice la preside di una scuola media calabrese che preferisce mantenere l’anonimato – negli uffici amministrativi erano in 5, con i tagli ora sono tre”. E anche sui collaboratori scolastici il problema c’è: “dovremo organizzarci e andare avanti lo stesso”. Ma se lo Stato taglia cerca di girare la spesa alle Regioni e, per la Calabria, è stato approvato, su proposta dell’Assessore alla cultura e alla pubblica istruzione Caligiuri, il “Libro Verde della scuola in Calabria”. Un protocollo d’intesa tra la Giunta regionale e il Ministero della Pubblica Istruzione che prevede “un programma di innovazione per l’azione amministrativa”. In altre parole, ha spiegato Caligiuri, è stato avviato “un dibattito fra tutti i soggetti che operano nel mondo della scuola, per individuare le linee di sviluppo dell’Istruzione nella nostra regione”. Secondo il neo assessore all’Istruzione “partendo da un’attenta analisi dell’esistente, abbiamo individuato obiettivi ambiziosi e sfide strategiche nelle quali poter coinvolgere tutti gli attori interessati alla realizzazione di una scuola con standard europei”. “Uno strumento di programmazione e di rinnovamento della scuola – ha aggiunto il Presidente Scopelliti – sulla base del modello di documento proposto dall’Unione europea, che affronta il tema centrale della società calabrese, la formazione come investimento produttivo e avvia, nello stesso tempo, un dialogo continuo e dinamico con tutte le componenti sociali ed istituzionali: scuole, amministrazioni locali, docenti, famiglie, studenti”. Per il momento però la prima stesura del documento viene illustrata soltanto ai dirigenti scolastici. Secondo Caligiuri la giunta avrebbe “dimostrato con i fatti che il mondo della scuola è tra le priorità” della nuova amministrazione regionale poiché “convinti che l’investimento in cultura e formazione è un investimento ad alta redditività con ricadute positive sulla crescita economica …”. Buona volontà regionale poco valorizzata dai provvedimenti del Governo nazionale. Poco importa, infatti, se intanto si tagliano i precari: docenti, collaboratori e personale amministrativo. Tanto in Calabria c’è il librone verde.

Presentazione del volume "S. MARIA A SACRA LITTERA"

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Care amiche e cari amici,

S. MARIA A SACRA LITTERA
Filippo Curtosi Giuseppe Candido S. MARIA A SACRA LITTERA - Non Mollare Edizioni 2010 ISBN 9788890504006 - Pag. 228, € 9,00

l’Associazione di volontariato culturale “Non Mollare” già editore di “Abolire la miseria della Calabria” esordisce come casa editrice calabrese anche nel settore del libro. Oggi, lunedì 02 agosto 2010 alle ore 18.30 a Pannaconi, Città di Cessaniti (VV), ci sarà la presentazione del libro “S. MARIA A SACRA LITTERA” di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido. Si tratta, come si legge nella prefazione affidata a S.E. Mons. Vincenzo Rimedio, di un “saggio socio religioso” sulle origini e sul culto della Madonna della Lettera, tra storia, arte e letteratura popolare edito per i tipi di Non Mollare Edizioni 2010. “La storicità della Lettera della Madonna alla Città di Messina e la soluzione di varie obiezioni che si muovono alla veridicità della Lettera. (…) Uno spaccato di religiosità popolare è proposto nella trattazione in chiave antropologica delle feste che si svolgono in Calabria, ma l’intendimento di fondo degli Autori è di focalizzare la tradizione della lettera della Madonna alla Città di Messina e della conseguente devozione alla Madonna della Lettera”.

Alla presentazione interverranno: Nicola ALTIERI, Sindaco di Cessaniti (Vv), Francesco Antonio STILLITANI, Assessore regionale al lavoro e alle politiche sociali, Francesco DE NISI Presidente della Provincia di Vibo Valentia, Mons. Vincenzo RIMEDIO Vescovo emerito della Diocesi di Lamezia Terme, il Prof. Francesco SANTOPOLO autore dell’introduzione, Padre Luigi SCORDAMAGLIA Parroco di Pannaconi, il giornalista Franco VALLONE e Gilberto FLORIANI direttore sistema bibliotecario vibonese. Saranno presenti gli autori.

Mons. Luigi RENZO Vescovo della Diocesi di Mileto non potrà essere presente per impegni precedentemente assunti ma parteciperà con un proprio messaggio.

Continuità e attualità del Risorgimento

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di Vittorio Emanuele Esposito

Giuseppe Garibaldi 1870 Nadar

La proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861) segnò la fine di una lunga attesa, la ‘realizzazione di un sogno’, avvenuta in tempi e modi in gran parte fortunosi e largamente imprevisti, ma fortemente voluta da quelli che ne furono i più diretti promotori e ne prepararono le condizioni: il mazziniano Partito d’Azione, la Società Nazionale di Manin, Garibaldi, La Farina, e il conte di Cavour, che ne fu il segreto ispiratore.

La rivoluzione italiana, il processo cui fu dato il nome di ‘Risorgimento’, era, in realtà, iniziata molto prima, alla fine del Settecento, quando i ‘giacobini italiani’, infiammati dalle idee e dai radicali cambiamenti politici e sociali introdotti dalla Rivoluzione Francese, si resero conto dei limiti del riformismo dei principi ‘illuminati’ e compresero che il presupposto necessario della libertà e del progresso, nella penisola, erano l’unità e l’indipendenza del popolo italiano dal dominio straniero: fosse quello dell’Impero austriaco o quello della Repubblica francese.

Il ‘popolo’ italiano, la nazione, l’Italia come idea e sentimento esistevano già da secoli e avevano la loro radice nell’unità di lingua, di cultura e di vita, nella condivisione di un territorio, in una storia comune. Ciò, nonostante la molteplicità e la divisione politica che, per secoli, fu la caratteristica negativa degli italiani e fu avvertita come tale in quanto causa principale di rivalità e di lotte incessanti tra i diversi Stati e della conseguente caduta della penisola sotto il dominio delle potenze nazionali straniere: gli spagnoli, i francesi, gli austriaci.

Fu Machiavelli, nel XVI secolo, a porre il problema della creazione di un unico Stato italiano, che egli voleva modellato sulla Costituzione della repubblica romana e dotato di un esercito di popolo in grado di difenderne i confini, anche se ne affidava la realizzazione ad un “Principe” demiurgo, dotato di eccezionali virtù politiche. Ma si trattava, per il momento, solo di un’ipotesi generosa, nata dalla sua acuta mente di studioso di fatti politici, che si scontrava, tuttavia, con tre forze avverse: le oligarchie politiche, sociali ed economiche dei diversi Stati italiani, le ideologie particolaristiche, la Chiesa, che da quella divisione traeva vantaggio per le sue ambizioni di assoluto dominio sulle coscienze e le sue pretese temporalistiche, fondate sull’inganno della falsa ‘donazione di Costantino’, e, per questo, le alimentava, stabilendo organiche alleanze con il potere politico a danno della libertà.

Fu la Rivoluzione Francese, che, scardinando l’assetto feudale e il regime del privilegio della nobiltà e del clero, all’insegna del trinomio ‘libertà, uguaglianza, fratellanza’ (idee guida di ogni civiltà degna del nome), diede ai giovani ‘giacobini’ italiani l’impulso e la fede in un possibile riscatto e ‘risorgimento’ della nazione. L’unità e l’indipendenza dell’Italia passarono, appunto, dalla sfera del puro desiderio al terreno concreto dei fatti e della lotta politica nel triennio rivoluzionario 1796-99, aiutate in parte e insieme ostacolate dalla presenza delle armi francesi in Italia.
I patrioti di tutti gli Stati italiani, si ritrovarono sotto l’unica bandiera tricolore, che quell’unità spirituale simboleggiava e che fu inaugurata il 7 gennaio 1976 a Reggio Emilia, dove, con l’unione delle quattro città di Reggio, Modena, Bologna e Ferrara, affrancatesi dal dominio ducale e papale, era sorta la Repubblica Cispadana: ‘il primo stato democratico repubblicano della nuova Italia’ (Luigi Salvatorelli).

Contro i luoghi comuni, oggi prevalenti, mentre si prepara una celebrazione dei 150 anni dello Stato italiano, ambigua, epidermica e dai toni populistici – quasi un festeggiamento da mondiali di calcio- il sentimento unitario era, fin da allora diffuso in tutti i ceti e non conosceva limiti regionalistici. La Lombardia, dove si instaurarono prima la Repubblica Cisalpina e poi la Repubblica italiana e il successivo Regno napoleonico d’Italia, fu la regione in cui le aspirazioni nazionali trovarono uno dei principali terreni di cultura. A Milano Melchiorre Gioia vinse il concorso bandito dall’amministrazione lombarda con una dissertazione in cui dimostrava che i tempi erano maturi per la formazione di un solo Stato italiano, indipendente, libero, repubblicano e unitario. E Venezia, dove oggi sembrano prevalere le nostalgie filo- asburgiche, subì un vero e proprio trauma per il tradimento di Napoleone in seguito alla pace di Campoformio, come Ugo Foscolo ci testimonia.

Quanto al Sud, vano e fuorviante è il tentativo di una storiografia giornalistica, tendenziosa e scopertamente strumentale, di accreditare le insorgenze antifrancesi delle popolazioni meridionali come rivolte contro lo straniero. Essere, allora, contro i francesi, significava favorire l’egemonia austriaca. Per uscire dal dilemma l’unica via era quella imboccata dai giacobini, che con i francesi intrattennero un rapporto dialettico, visto che il loro intento principale era quello di rompere il dominio feudale e che, nella breve vita della Repubblica partenopea, impostarono quella eversione del sistema feudale, che non riuscirono a realizzare e che fu poi attuato nel 1806, appunto, dai francesi. Il sanfedismo fu e rimane una reazione oscurantista e retrograda, nonostante l’opinione contraria dei ‘revisionisti’.

Il revisionismo storico, nelle sue espressioni più serie, ha il merito di portare al centro dell’attenzione le ragioni di quanti vengono scavalcati dall’incessante moto di cambiamento della storia. E, nel caso specifico, oggi sappiamo che nella rivolta dei lazzari napoletani e delle popolazioni calabresi, subornate dal cardinale Ruffo, così come nel cosiddetto ‘brigantaggio’ post-unitario, vi erano esigenze di sopravvivenza, di giustizia, di emancipazione, che non possono minimamente essere sottovalutate e conosciamo i limiti intrinseci dei processi innovativi che si svilupparono nel corso dell’Ottocento. Ma le coordinate fondamentali della storia non possono essere oscurate e messe in cantina.
Nessun revisionismo può farci dimenticare che il Risorgimento fu il processo storico attraverso cui, in Italia, venne superato il sistema politico-sociale del feudalesimo con tutto il suo corredo di oppressione morale e materiale delle popolazioni e che il nuovo Stato unitario – che ne fu il maggiore risultato- con tutti i compromessi che furono necessari per realizzarlo, con tutte le insufficienze che hanno condizionato pesantemente, fino ai nostri giorni, la vita della nazione, ha trasformato gli italiani da sudditi in liberi cittadini, uguali di fronte alla legge. Certo l’uguaglianza civile fu solo la prima importante tappa di un cammino che è ancora in gran parte da compiere e che ha ancora, come meta da raggiungere, l’uguaglianza economico-sociale, quella ‘libertà giusta’, cioè, che era nelle aspirazioni di Mazzini e dei democratici realizzare. Ma, intanto, è bene marcare il discrimine tra Risorgimento e l’ Antirisorgimento perenne, che oggi riacquista vigore attraverso il blocco delle forze tradizionali della conservazione mentale e sociale.

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Presagi e moniti di Benedetto Musolino

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E’ ben giusto che chi gode i maggiori privilegi, sia sottomesso ai maggiori sacrifici”

Un calabrese dalla “costante fede italiana” che “amava aguzzare l’occhio nell’avvenire della Patria”

Per una riforma radicale: l’imposta progressiva per combattere la lussuria irrompente del capitale

di Giuseppe Candido e  Filippo Curtosi

Quando la politica, anche quella calabrese, sembra perdere il suo senso d’Unità e pensa a secessioni e a partiti “meridionali” per competere con la La Lega del Nord, forse non è davvero tempo sprecato guardarci indietro, non per commemorare, ma per trarre, dai migliori, l’esempio.

In una piazza di Pizzo di Calabria, la bella epigrafe dettata da Ferdinando Martini fa ammenda dell’aspro giudizio di taluni contemporanei, e dice in sintesi della vita e delle gesta di Benedetto Musolino (Pizzo, 1808-1885), patriota e politico Senatore del Regno d’Italia nella XIII legislatura. A ricordarlo era Alfredo Gigliotti, direttore di una vecchia rivista di “Rassegna Calabrese”. Un mensile di vita, cultura, informazioni che, nel numero unico di novembre e dicembre del 1961, in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, ne ripercorreva la vita e le gesta per consentire ai posteri di “correggere le sentenze ingiuste”. Perché, scriveva il Gigliotti, “E’ ben vero che i posteri sono quasi fatti apposta per correggere le sentenze ingiuste dei predecessori”. La famiglia Musolino occupa uno dei cospicui posti della storia del Risorgimento: lo zio e il Padre di Benedetto erano stati patrioti del novantanove ed avevano dovuto emigrare a causa della persecuzione delle bande del Cardinale Ruffo; lo zio Domenico e il figlio primogenito Saverio, erano stati poi uccisi durante la reazione del ’48; una sorella del giovane Benedetto fu madre di Giovanni Nicotera. Ma tutte le virtù familiari e patriottiche sembrarono riassumersi in Benedetto Musolino, nato l’8 febbraio 1809.

Giovanissimo, visitò l’Impero Ottomano; studente a Napoli fondò con Settembrini una “Giovine Italia”, una setta conosciuta come “Figlioli della Giovine Italia”, men fortunata di quella del Mazzini; cospiratore soffrì il carcere, combattente all’Angitola, nel ’49 promosso Colonnello di Stato Maggiore, ritornò dall’esilio di Francia per raggiungere Garibaldi in Sicilia. Fu quindi capo dell’insurrezione calabrese del 1860 e “deputato garibaldino al parlamento fino alla XIII Legislatura, ove portò alta e generosa l’affermazione della sua costante fede italiana”.

L’8 maggio del 1839 venne arrestato e assieme a lui presero la via del carcere anche il fratello Pasquale, Saverio Bianchi, Raffaele Anastasio e Luigi Settembrini. Liberato tre anni più tardi gli venne imposto di raggiungere il proprio paese dove viveva sotto stretta sorveglianza con l’obbligo di non allontanarsi dall’abitato anche di giorno e il divieto di rimanere fuori casa dopo il tramonto.

Un sorvegliato molto speciale che anche in quelle condizioni ebbe però il coraggio di cospirare ancora, assieme ad Eugenio De Riso e altri, per preparare i moti che poi sfociarono nella rivoluzione del 1848.

Musolino, scriveva il Gigliotti, “aveva il fervore della fede e delle idee, talvolta senza conoscere il freno, onde fu spesso ritenuto piuttosto uno spirito bizzarro che sapeva dire stravaganze brutali e verità”. Un uomo di pensiero e azione, un patriota che “Amava aguzzare l’occhio nell’avvenire della Patria e dimostrò averne il senso e la perspicacia negli anni avanzati, così come, nei tempi della giovinezza, aveva avuto l’ardore dell’azione”.

Per un decennio si batté alla Camera quasi solo per la preparazione nazionale, lanciando proposte, illustrando progetti che ammiriamo ancora oggi.

Radicale nell’animo. In un discorso pronunciato alla Camera il 30 giugno del 1861, Benedetto Musolino domandava se la Francia avesse mai pronunciato una sola parola relativa all’unità italiana. E rispondeva: “No. E dunque come fondate voi la vostra speranza nell’aiuto di questa alleata? Io dico – continuava Musolino – che l’alleanza della Francia non esiste più. Questa è un’altra illusione che ci facciamo: pretendiamo o fingiamo pretendere di penetrare a forza di fantasia là dove ci vogliono cannoni e baionette. (…) L’Italia diverrà grande alla sua volta con saviezza delle sue istituzioni, con la sua industria e con la sua forza: allora essa darà alla Francia la sua libertà”. Considerando, inoltre, l’infido atteggiamento francese nei confronti di Roma dimostrava quanto fossero illusi coloro che avevano sempre predicato Napoleone III il più sincero promotore ed amico dell’Unità italiana ed ammoniva: “Bisogna fare causa comune con la Germania, armarsi poderosamente, prendere da una parte Roma e dall’altra invadere il territorio francese incominciando con l’occupazione di Nizza e Savoia”.

Più oltre, nello stesso discorso, Musolino, pensando di aver dinnanzi i francesi, dichiarava la volontà italiana: “Non temete, l’Italia non aspirerà a conquiste, siamo contenti della nostra terra, del nostro cielo, della nostra eredità: in Italia non abbiamo razze diverse, diversa lingua, istinti diversi: una è la lingua, una è la razza. La base della nazionalità sta nella razza e nella lingua”. Ancora ignaro – su questo – quante sciagure, proprio quei nazionalismi basati su razza e identità linguistiche, avrebbero a breve causato.

Dura la critica al socialismo che si andava profilando. Si intese di economia e il 18 marzo del 1863, quando alla Camera si prendeva in esame il fabbisogno finanziario della Nazione, Benedetto Musolino, “che ad ogni problema apportava competenza dotta e sicura”, pone all’ordine del giorno dei suoi colleghi deputati “una riforma radicale” del sistema contributivo proponendo “l’imposta progressiva”. Nel corso della sua esposizione sollevava, senza assumere atteggiamenti demagogici, le sue accuse contro l’ingiustizia sociale della distribuzione della ricchezza e precisa i rapporti tra capitale e lavoro criticando aspramente le “malsane deviazioni dell’incipiente nostro socialismo”: “Il lavoro è mal ripartito, afferma Musolino; il capitale assorbe tutto. L’operaio lavora quando il capitalista lo vuol far lavorare e, quando questi non ci trova più la convenienza, lo getta sulla via”. E se ciò non bastasse afferma parole di straordinaria attualità anche oggi: “Signori, la pretesa civiltà moderna tende a sostituire il feudalesimo economico all’antico soppresso feudalesimo civile e politico. Tutt’oggi è capitale, e noi tendiamo ad una radicale trasformazione sociale. Se vogliamo costruire il nuovo Stato, la nuova società, su basi incrollabili, atteniamoci alla giustizia distributiva. Di fronte a questa lussuria sempre irrompente del capitale, io credo che per ora non c’è nessun altro rimedio se non l’imposta progressiva. Dacché il capitale è tanto favorito, è ben giusto che chi gode i maggiori privilegi, sia sottomesso ai maggiori sacrifici”. Personaggio polivalente e poliedrico dedicò “studi diligenti” ai problemi di politica nazionale ed internazionale. Capì che per avere e mantenere la sicurezza in Patria e nell’Europa delle nazioni di allora, era necessaria una forza armata nazionale di professionisti “allenati”. In occasione della discussione sul riordino e sull’armamento della Guardia Nazionale proposti da Garibaldi si espresse affermando che: “Bisogna che il cittadino acquisti le attitudini che all’occorrenza lo facciano essere soldato, e perché diventi soldato bisogna che sia istruito in tutte quelle pratiche che costituiscono l’arte militare. Perché si ottenga un’istruzione solida da avere, al bisogno, tanti soldati quanti sono i cittadini capaci di tenere un fucile, è d’uopo che ogni cittadino sia abituato alle pratiche della milizia”. A tale fine prevedeva periodiche “esercitazioni” che avrebbero conferito “un’idea precisa di come guerreggiare in campo” per cui, “in breve tratto di tempo si potrà vedere il nostro popolo armato ed esercitato, ed in caso di bisogno non avremo più dei corpi di truppa incomposta, ma dei soldati d’ordinanza”.

Attento ai problemi internazionali nel novembre del 1872, Musolino prende la parola alla Camera per esporre il suo pensiero netto e chiaro sui rapporti tra la Russia, la Prussia e l’Austria, i cui imperatori si erano incontrati in un convegno a Berlino nell’ottobre precedente: “La razza slavo moscovita si ritiene come predestinata al compimento di una grande missione, al rinnovamento dell’umanità accasciata sotto il peso della decrepitezza e della corruzione, mediante l’assorbimento delle altre razze, nazioni e credenze allo stesso centro politico e religioso. E’ un’utopia, escalamo taluni. Ed io rispondo che diventerà realtà se l’Europa non vi provvede in tempo. Se l’Europa le permetterà, non dico di fare, ma di sviluppare gli immensi elementi di potenza e di espansione che in sé racchiude, prima di mezzo secolo il vecchio continente di Europa e di Asia sarà invaso e dominato dalla razza slavo-moscovita (…). Per analoghi motivi la Prussia, avendo innalzata la bandiera della nazionalità, deve necessariamente osteggiare ogni ingrandimento della Russia e perché non può lasciarsi assorbire in Europa e perché non può permettere che quella estenda la sua dominazione nell’Asia minore. Il giorno che l’Europa permetterà alla Russia di sboccare e avere possessi nel Mediterraneo, sia avanzando dalla parte del Bosforo sia discendendo dall’Armenia in Siria e in Anatolia, l’Europa avrà segnato il decreto della sua servitù, giacché avrà concesso alla Russia il mezzo di come avere quei marinai che non può avere con le sue gelate contrade: marinai senza cui non potrà mai mettere in piedi delle grandi flotte che le sono indispensabili per girare le nazioni di occidente, onde neutralizzare la loro azione e il loro concorso quando sarà arrivato il momento di operare contro tutta l’Europa, invadendola da lato della Germania con enormi masse che potrà avere al più tardi fra due generazioni a causa dello sviluppo naturale e prodigioso della sua popolazione. E la Germania si trova nella stessa nostra condizione come quella che, essendo confinante con la Russia, sarebbe esposta elle prime invasioni dalle orde settentrionali, che per essere le prime, sarebbero accompagnate dal maggiore accanimento e seguite dalle più desolanti rovine.

I sapienti uomini politici del nuovo Impero Germanico non possono né debbono chiudere gli occhi di fronte all’avvenire che è riservato a tutte le Nazioni del vecchio continente dallo spirito di cosmopolitismo moscovita. E se non pensiamo fin da ora a mettere quest’ultimo nell’impotenza di continuare la sua espansione, essi avranno fabbricato sull’arena. Potranno ben costituire una Germania sapiente, splendida, gloriosa, ma sarà una Germania che non durerà più di cinquant’anni”.

Sorprendono ancora l’attualità e la veridicità dei presagi di quest’eroico garibaldino e dovrebbero destare ammirazione sincera. Crediamo giusto che quello spirito, quei suoi discorsi, quel suo ardore, quelle di idee e quelle azioni di rivoluzionario, patriota e politico di “fede italiana” fossero meditati anche oggi in questo cento cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, alla quale Musolino, assieme a tanti altri di Calabria, sacrificò la vita e ogni bene di fortuna. Sarebbe sicuramente un bell’esempio per vecchie e nuove generazioni.

Festa del lavoro, ma in realtà c’è poco da festeggiare

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“Il Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto.”
Festa del 1° maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. Ma stando alla crisi economica che sta incrementando la disoccupazione e considerando il numero dei morti (oltre mille all’anno) e degli incidenti sul lavoro che capitano nel nostro paese c’è poco da festeggiare. Le origini internazionali della Festa del 1° maggio risalgono al settembre del 1882. Due anni dopo il movimento sindacale dei “Cavalieri del Lavoro” approvò una risoluzione affinché quell’evento, quella manifestazione di rivendicazione venisse ripetuta a cadenza annuale. Le altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialista e anarchico – suggerirono come data il primo maggio. Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni del maggio del 1886 a Chicago e che ebbero il loro culmine il 4 di maggio quando la polizia sparò sui manifestanti. Il primo maggio del 1886 la “Federation trade and labor union” aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere di regolamentare contrattualmente l’orario di lavoro ad un massimo di otto ore. In Europa la prima celebrazione del primo maggio vi fu nel 1890 ad eccezione dell’Italia dove il governo presieduto da Francesco Crispi aveva ordinato ai prefetti di reprimere sul nascere qualsiasi manifestazione di piazza. La celebrazione del primo maggio in Italia si tenne l’anno successivo in un clima tutt’altro che tranquillo: due morti e molti feriti il bilancio. Non una festa, ma una manifestazione di rivendicazione di diritti, una lotta. Ecco cosa era allora la festa dei lavoratori.
Durante il ventennio fascista le celebrazioni del primo maggio furono vietate da Mussolini che, nel ’22 istituì la “festa del lavoro italiano” con cadenza il 21 aprile. Soltanto nel 1945, dopo la liberazione, il primo maggio ritornò festa del lavoro anche in Italia. Una festa che spesso fu però caratterizzata da scontri e morti. La pagina più sanguinosa si scrisse sicuramente il primo maggio del ’47 a Portella della Ginestra, piccolo centro siciliano in provincia di Palermo, dove gli “uomini” del bandito Salvatore Giuliano spararono sulla folla non appena si era cominciato a parlare dal palco. Una strage di lavoratori, di uomini e persone che oggi continua sotto altre forme: il mesotelioma provocato dall’amianto negli abitanti di Casale Monferrato, gli operai carbonizzati nella Tiessenkrup a Torino, o quelli morti cadendo da un’impalcatura.
I fatti di Rosarno, in Calabria, mostrano uno scenario fatto di disoccupazione, di precarietà, di lavoro nero, di mancata sicurezza, quando non di schiavitù. Da un diritto il lavoro si è trasformato in un favore. Il favore che ti fanno i politici, il favore che ti fa la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta. Un mondo, quello del lavoro, in cui è, più che mai, difficile entrare a far parte, in cui la preparazione, le qualifiche, le capacità sembrano valere ben poco avendo più forza la raccomandazione; un sistema che non garantisce diritti, dominato dalla precarietà, che impedisce ai giovani di progettare il proprio futuro. Il lavoro è speranza, ma sarebbe sicurezza, autonomia dalle mafie e dalle criminalità che hanno sempre un gioco facile quando manca il lavoro.
Il lavoro per cui, ancora oggi, si emigra, il lavoro per cui si stenta, il lavoro per cui si muore. Cosa significa festeggiare, commemorare il primo maggio? Speranza?
Nel dicembre del ’48 a Roma, veniva siglata la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Stando a quanto recita l’articolo 23 di quella Dichiarazione universale “ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libertà della scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”. Sono trascorsi più di sessant’anni ma le condizioni dei lavoratori in Italia sono ancora precarie e insicure. Il welfare universalistico in Italia è inesistente. In occasione del sessantesimo anniversario Vittorio De Seta, indiscusso maestro del film-documentario italiano, è stato designato a girare un cortometraggio proprio per quell’articolo 23: quattro minuti e mezzo per raccontare cosa è oggi “il Lavoro”.  Nel titolo: “Pentedàttilo, a Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto”. Una storia che si ripete. Girato appunto a Pentedàttilo in Provincia di Reggio Calabria, il filmato, davvero splendido, è tra realtà, bellezza e racconto: assieme il lavoro, l’emigrazione. L’emigrazione di noi calabresi che, per trovare lavoro, andiamo al nord in parallelo con l’emigrazione di un ragazzo nero (l’attore è il protagonista di Lettere dal Sahara,  Djibril Kebe) che, venuto dalla sua terra in Calabria, sostituirà il giovane calabrese che, per recarsi a lavorare dovrà trascurare l’assistenza della sua famiglia. L’emigrazione di noi calabresi e quella degli africani sono sorelle presentate nella loro drammatica bellezza, legate indissolubilmente dalle immagini che sono luce e sabbia negli occhi al tempo stesso. Le immagini del paese sono surreali e ti colpiscono subito come “sabbia negli occhi” e la realtà drammatica è offerta nella sua straordinaria bellezza. I fotogrammi sono subito pittura pura. Case vecchie, abbandonate e guglie di arenaria si integrano.
Una donna nera con i capelli fittamente intrecciati di una bellezza straordinaria lava i panni, bada al fuoco, scopa un terrazzino. Mentre la madre italiana della famiglia calabrese prepara la valigia del figlio in partenza e prega. Il figlio (Tommaso Critelli l’interprete) che invece tra poco partirà per il nord Italia, tra i campi con il trattore spiega al giovane amico nero, che per De Seta rappresenta soltanto l’altra faccia dell’immigrazione, come fare i lavori: la pota, il trattore, le pecore. Tutto nella realtà più bella di quei posti, che con la loro bellezza trasudano drammaticità. Poi il viaggio in motocarro per andare alla stazione. L’extracomunitario nero sul cassone, madre e figlio nella cabina. Il figlio parte, la madre lo saluta. Regge fino a quando il treno parte, poi sviene e a sorreggerla c’è soltanto lui, l’extracomunitario che la soccorre e la sostiene. Le due speranze sono sorelle.

l Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto.Festa del 1° maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. Ma stando alla crisi economica che sta incrementando la disoccupazione e considerando il numero dei morti (oltre mille all’anno) e degli incidenti sul lavoro che capitano nel nostro paese c’è poco da festeggiare. Le origini internazionali della Festa del 1° maggio risalgono al settembre del 1882. Due anni dopo il movimento sindacale dei “Cavalieri del Lavoro” approvò una risoluzione affinché quell’evento, quella manifestazione di rivendicazione venisse ripetuta a cadenza annuale. Le altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialista e anarchico – suggerirono come data il primo maggio. Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni del maggio del 1886 a Chicago e che ebbero il loro culmine il 4 di maggio quando la polizia sparò sui manifestanti. Il primo maggio del 1886 la “Federation trade and labor union” aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere di regolamentare contrattualmente l’orario di lavoro ad un massimo di otto ore. In Europa la prima celebrazione del primo maggio vi fu nel 1890 ad eccezione dell’Italia dove il governo presieduto da Francesco Crispi aveva ordinato ai prefetti di reprimere sul nascere qualsiasi manifestazione di piazza. La celebrazione del primo maggio in Italia si tenne l’anno successivo in un clima tutt’altro che tranquillo: due morti e molti feriti il bilancio. Non una festa, ma una manifestazione di rivendicazione di diritti, una lotta. Ecco cosa era allora la festa dei lavoratori.Durante il ventennio fascista le celebrazioni del primo maggio furono vietate da Mussolini che, nel ’22 istituì la “festa del lavoro italiano” con cadenza il 21 aprile. Soltanto nel 1945, dopo la liberazione, il primo maggio ritornò festa del lavoro anche in Italia. Una festa che spesso fu però caratterizzata da scontri e morti. La pagina più sanguinosa si scrisse sicuramente il primo maggio del ’47 a Portella della Ginestra, piccolo centro siciliano in provincia di Palermo, dove gli “uomini” del bandito Salvatore Giuliano spararono sulla folla non appena si era cominciato a parlare dal palco. Una strage di lavoratori, di uomini e persone che oggi continua sotto altre forme: il mesotelioma provocato dall’amianto negli abitanti di Casale Monferrato, gli operai carbonizzati nella Tiessenkrup a Torino, o quelli morti cadendo da un’impalcatura. I fatti di Rosarno, in Calabria, mostrano uno scenario fatto di disoccupazione, di precarietà, di lavoro nero, di mancata sicurezza, quando non di schiavitù. Da un diritto il lavoro si è trasformato in un favore. Il favore che ti fanno i politici, il favore che ti fa la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta. Un mondo, quello del lavoro, in cui è, più che mai, difficile entrare a far parte, in cui la preparazione, le qualifiche, le capacità sembrano valere ben poco avendo più forza la raccomandazione; un sistema che non garantisce diritti, dominato dalla precarietà, che impedisce ai giovani di progettare il proprio futuro. Il lavoro è speranza, ma sarebbe sicurezza, autonomia dalle mafie e dalle criminalità che hanno sempre un gioco facile quando manca il lavoro.Il lavoro per cui, ancora oggi, si emigra, il lavoro per cui si stenta, il lavoro per cui si muore. Cosa significa festeggiare, commemorare il primo maggio? Speranza? Nel dicembre del ’48 a Roma, veniva siglata la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Stando a quanto recita l’articolo 23 di quella Dichiarazione universale “ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libertà della scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”. Sono trascorsi più di sessant’anni ma le condizioni dei lavoratori in Italia sono ancora precarie e insicure. Il welfare universalistico in Italia è inesistente. In occasione del sessantesimo anniversario Vittorio De Seta, indiscusso maestro del film-documentario italiano, è stato designato a girare un cortometraggio proprio per quell’articolo 23: quattro minuti e mezzo per raccontare cosa è oggi “il Lavoro”.  Nel titolo: “Pentedàttilo, a Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto”. Una storia che si ripete. Girato appunto a Pentedàttilo in Provincia di Reggio Calabria, il filmato, davvero splendido, è tra realtà, bellezza e racconto: assieme il lavoro, l’emigrazione. L’emigrazione di noi calabresi che, per trovare lavoro, andiamo al nord in parallelo con l’emigrazione di un ragazzo nero (l’attore è il protagonista di Lettere dal Sahara,  Djibril Kebe) che, venuto dalla sua terra in Calabria, sostituirà il giovane calabrese che, per recarsi a lavorare dovrà trascurare l’assistenza della sua famiglia. L’emigrazione di noi calabresi e quella degli africani sono sorelle presentate nella loro drammatica bellezza, legate indissolubilmente dalle immagini che sono luce e sabbia negli occhi al tempo stesso. Le immagini del paese sono surreali e ti colpiscono subito come “sabbia negli occhi” e la realtà drammatica è offerta nella sua straordinaria bellezza. I fotogrammi sono subito pittura pura. Case vecchie, abbandonate e guglie di arenaria si integrano. Una donna nera con i capelli fittamente intrecciati di una bellezza straordinaria lava i panni, bada al fuoco, scopa un terrazzino. Mentre la madre italiana della famiglia calabrese prepara la valigia del figlio in partenza e prega. Il figlio (Tommaso Critelli l’interprete) che invece tra poco partirà per il nord Italia, tra i campi con il trattore spiega al giovane amico nero, che per De Seta rappresenta soltanto l’altra faccia dell’immigrazione, come fare i lavori: la pota, il trattore, le pecore. Tutto nella realtà più bella di quei posti, che con la loro bellezza trasudano drammaticità. Poi il viaggio in motocarro per andare alla stazione. L’extracomunitario nero sul cassone, madre e figlio nella cabina. Il figlio parte, la madre lo saluta. Regge fino a quando il treno parte, poi sviene e a sorreggerla c’è soltanto lui, l’extracomunitario che la soccorre e la sostiene. Le due speranze sono sorelle.

SULLA «SERRA», LA COLLINA DEI FANCIULLI E DELLE NINFE, POTREBBERO SORGERE ORRIBILI PALE

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di SERGIO D’ELIA

Salento, i giganti  possono tomare

Il forte rischio di un mostruoso impianto eolico

Riceviamo da Elisabetta Zamparutti la segnalazione dell’articolo di Sergio D’Elia pubblicato su Gazzetta del Mezzogiorno del 26 aprile 2010 e volentieri pubblichiamo questo intervento-racconto sul rischio che corre uno scorcio del Salento magico. L`intervento è scritto in collaborazione con Oreste Caroppo (di Italia Nostra).

Eracle
Eracle - Wiki commons

La leggenda racconta che Eracle, sbarcando sulle coste salentine, scagliò contro i terribili Giganti, che abitavano il luogo, alcuni macigni strappati alla scogliera. Molte pietre sono ancora lì, sparse tra i Massi della Vecchia sulla Collina dei Fanciulli e delle Ninfe, conosciuta localmente come «Serra», acropoli naturale di un`antica civiltà che sorge tra i paesi di Minervino, Giuggianello e Palmariggi nell`immediato entroterra di Otranto.

L`opera scultorea del tempo ha dato alle pietre sacre le forme più strane e la fantasia popolare ha associato loro nomi bizzarri e antiche leggende che si tramandano di padre in figlio. Come il «Piede d`Ercole», un monolite a forma di zampa di un grosso animale. Oppure «`U Furticiddhu della Vecchia» che richiama la rondella di un fuso (furticiddhu in dialetto locale). Il monumento viene detto anche «Masso oscillante d`Ercole» in riferimento al mito originario. Oppure il «Letto della Vecchia», una grossa pietra calcarea di forma circolare che assomiglia a un enorme giaciglio. Secondo la leggenda, la strega trasforma in pietra chiunque non riesca a rispondere alle sue domande, mentre a chi risponde correttamente dona un gallina con sette pulcini d`oro.

Storie misteriose, miti pagani e riti sacri ammantano la Serra coi suoi massi popolati da ninfe e folletti, diavoli e santi, streghe e madonne, orchi malvagi e fate buone, giganti e pastorelli, viandanti e spiriti del luogo, tesori meravigliosi, forze magiche ed energie cosmiche.

Un arco di tempo plurimillenario ha lasciato miracolosamente intatte le loro tracce, ed è straordinario come in così poco spazio siano rappresentate tutte le epoche della storia dell`uomo. Dal paleolitico al neolitico giungono fino a noi evidenze di villaggi capannicoli e grotte cultuali. Dolmen e menhir richiamano l`età del rame e del bronzo, mentre dell`età del ferro e della civiltà prima greco-messapica e poi romana è testimone una torre militare di avvistamento. Al Medioevo ci riportano chiese paleocristiane, cenobi dei monaci greci dell`ordine di San Basilio, cripte e chiesette rupestri bizantine come quella dedicata a San Giovanni, villaggi quale il casale di Quattro Macine. All`epoca moderna datano numerose masserie, alcune anche fortificate, tru lli e caratteristici abituri in pietra a secco e a tegole o addirittura con coperture megalitiche. Tutto questo sopravvive in un paesaggio rurale e naturale ancora vergine, caratterizzato da ulivi monumentali, vecchi tratturi e muri a secco, boschi e macchia mediterranea, dove vegetano le ultime sugherete salentine come quelle di Bosco Paletta, le più orientali al mondo, con querce rare per il basso Salento, quali il fragno, il tutto intervallato da campi agricoli e preziosi pascoli rocciosi di tutelata steppa mediterranea. Il sito è frequentato dalle rare e protette cicogne bianche, che a detta dei locali hanno nidificato ancora nell`altopiano di Santu Vasili.

Con una stratificazione di culti e mescolanza di sacro e profano, sono sorti santuari cristiani di fortissima devozione, come quello di Montevergine nel feudo di Palmariggi legato alle apparizioni della Madonna, con una chiesa settecentesca costruita, accanto a un menhir, su una grotta-laura basiliana affrescata con l`icona di una Vergine con Bambino. Così, nell`area Belvedere, la Grotta di San Giovanni legata a miracoli di guarigione e apparizioni del santo, per cui nel luogo si celebrano ogni anno frequentatissime feste religiose e concomitanti fiere, con canti e balli popolari. E poi la bella ed enigmatica chiesetta della Madonna della Serra di Giuggianello, pure animata da leggende e feste religiose.

La Collina dei Fanciulli e delle Ninfe,coi suoi massi impregnati di leggende pagane e cristiane e oggetto di antichissime ritualità e venerazione, rischia ora di essere irrimediabilmente profanata.

Su questa importante e praticamente unica collina del Salento, tra pietre mitologiche e contorti ulivi, cripte bizantine ed edicole votive, santuari e chiese legate al locale intenso culto mariano, vogliono realizzare un imponente impianto eolico di venti mega aerogeneratori. Le torri eoliche ubicate su questo dolce rilievo che non supera i 115 metri sul livello del mare sarebbero alte 125 metri, dominerebbero il paesaggio nel raggio di chilometri, alterandone e distruggendone il profilo.

Non solo, diverse torri eoliche e connesse opere di sbancamento e colate di cemento necessarie per realizzarle, con chilometri di cavi elettrici e nuove distruttive reti viarie, sono previste in corrispondenza di accertati giacimenti archeologici neolitici o addirittura in aree come il campo di ulivi millenari e di massi sacri «de la Vecchia» o nella zona Belvedere di Grotta San Giovanni.

All`inquinamento elettromagnetico potenzialmente causa di tumori e all`inquinamento visivo a danno dell`orizzonte quotidiano, si aggiungerebbe anche quello notturno legato alle luci rosse lampeggianti delle necessarie segnalazioni per gli aerei, vero e proprio oltraggio alla mirabilità del firmamento.

Piazzare mega-torri eoliche sulla Collina dei Fanciulli e delle Ninfe sarebbe per i salentini quasi come per i romani vederle spuntare sul Colle del Campidoglio o per gli ateniesi sulla loro sacra e mitologica Acropoli. In barba all`altissimo valore culturale e ambientale del sito e in netta contraddizione con il suo stesso Piano Paesaggistico Territoriale, la Regione Puglia ha prima dato un parere – privo di una seria valutazione di impatto ambientale – favorevole agli impianti sulla Serra e, poi, contro le cautelative sentenze del TAR di Lecce, ha fatto appello al Consiglio di Stato.

«La poesia è nei fatti», ha rivendicato Nichi Vendola nella sua campagna elettorale. Sarebbe ora paradossale se a essere violato fosse proprio un luogo del Salento pregno di poesia, magia e sacralità, quella Collina dei Fanciulli e delle Ninfe che duemila anni fa ha ispirato le narrazioni di opere classiche come le “Metamorfosi” di Ovidio o le “Audizioni meravigliose” attribuite ad Aristotele. Sarebbe non solo un errore, ma un «misfatto», un crimine contro l`umanità. La preziosa Collina andrebbe piuttosto tutelata, come fosse patrimonio dell`Unesco e – come è stato proposto – venga vincolata l`intera Serra, il che potrebbe contribuire anche a fermare, in una regione che già produce il doppio dell`energia elettrica che consuma, la superflua e intollerabi le minaccia dei tre impianti eolici di Giuggianello, Minervino e Palmariggi.

I Giganti della mitologia che Ercole mise in fuga a sassate nella notte dei tempi potrebbero tornare da un momento all`altro sotto forma di mostri dalle potenti ali d`acciaio. E non si vede all`orizzonte un Ercole pronto a scacciarli; ci sono solo piccoli Davide – i pochi attivisti, comitati e amministratori locali -a sfidare i Golia del mega-eolico… e i loro gemelli parimenti mostruosi del mega-fotovoltaico, già pronti coi loro supertecnologici pannelli di silicio a livellare, disboscare, diserbare e cementificare migliaia di ettari di prezioso terreno agricolo e paesaggio naturale salentini, suoli rocciosi carsici e campi paludosi, ricchissimi delle più varie forme di vita.

Tutto ciò sembra venga fatto in nome dell`Ambiente e del Protocollo di Kyoto, di uno sviluppo eco-sostenibile e dell`occupazione. Ordinari scempi industriali e «affari sporchi» da cui traggono vantaggi solo la mafia, la politica e le ditte interessate, si presentano invece come fonti miracolose di «energia pulita». Si annuncia l`avvento di una «nuova civiltà», ma è solo il deserto – ambientale, civile e culturale – che si sta progettando per il Salento.

Articolo pubblicato da La Gazzetta del Mezzogiorno, 26 aprile 2010

La Pasqua nella tradizione popolare calabrese: Canti e suoni della Settimana Santa

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di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

Canti e suoni della Settimana Santa nel teatro della Fede in Calabria tra riti cattolici e Greco-Bizantini.

Maffiusu i Pasca” era inteso (e forse lo è ancora) colui che con eleganza esagerata alla domenica mattina di Pasqua per la messa o alla sera della stessa giornata andava in giro odoroso di lavacri e rifulgenti di “panni novi di Montalauni” coi capelli inchiodati all’indietro sulla testa cosparsa di brillantina “Linetti”.

Chi ricorda le luminarie natalizie o l’allegria burlona del carnevale, preceduta dall’ortodossia della Quaresima?

Raffaele Lombardi Satriani, nel 1929 pubblicò a Catania una “Farsa di Pasqua”

Coraìsima

Sona,catarra,ca vogghiu abballari,

Su’ Coraiesima e fimmana d’onuri,

Nu misi e mienzu vi fici addinuiari,

Nà minestriedda cu pocu sapuri,

La sira cu ‘na sarda ha da passari

Ma vue nun mi chiemate donna ‘ngrata,

Nd’aviti vue satizza e soppressata.

Scorda catarra ca vogghiu cingiri,

Su’ Coraìsima e mi nde debbu andari,

Pè mmia ‘on cc’è rimediu,debbu finiri,

La Pasca si sta ttutta prisintari!

Primavera

Eu sugnu primavera e puortu spanti

De rosi e de li xuri l’alimenti,

Cantanù l’aceduzzi d’oggi avanti,

E bui,signori,stati allegramenti.

Pasca

Eu sugnu Pasca, persona festanti,

Portu rinfreschi e boni festi sempri;

Sugnu stata luntana di ‘sti canti

Mò mi risorvu a videre la genti.

Vi potiti cammàrari d’oggi avanti

Cuomu già è statu, ’ccussì sarà sempri

E’ Pasqua dunque! Festa ricca di simbologie. Dalla Domenica delle Palme, passa attraverso i riti della Passione e della morte e finisce nel gaudio della Resurrezione.

In Calabria la “Pasca” era nel vissuto religioso popolare che non muore mai e la Chiesa ufficiale poco o nulla poteva fare per quei riti che davano e danno luogo a forme di teatralizzazione che risalgono alla notte dei tempi.

A Pizzo, Domenica delle Palme, finita la messa con la benedizione delle palme e dell’ulivo, in processione si raggiungeva la piazza e precisamente presso una colonna nella quale vi erano incise le parole latine “Intacta Iacui- Percussa Steti” sormontate da una croce di ferro per farvi appendere una croce di notevoli dimensioni fatta da rami di ulivo. La gente con gli stessi rami di ulivo più o meno grandi menava o meglio percuoteva e contro la croce e contro il povero cristo. Con il tempo questa usanza andò perduta assieme alla colonna. Quello che non fece il terremoto del 1668 riusci invece alla violenza dell’uomo.

A Vibo Valentia, così come in molti altri centri della Calabria, il clou della settimana santa era ed è l’Affruntata che culminava con la “sbilata” davanti alla chiesa delle Clarisse o “Monacheie”.

A Tropea la cosa più bella era la cantata della Resurrezione di Alessandro Manzoni tradotta in dialetto tropeano dal Francesco Tranfo, “Cantore” della Cattedrale di Tropea, latinista importante, docente di greco e latino nel seminario di Tropea a metà dell’800, autore di molte interessanti pubblicazioni.

Rimbeniu e nci fici a la morti lu Signori:

e ruppiu li porti i pici e vinciu lu Redentori,

li Iudei e lu sacc’io,

e lu juru subba a Dio

ca Gesù risuscitò.

Rimbeniu e lu sciancau

lu linzuolu a morza a morza;

rimbeniu e lu votau,

senza mancu mu si sforza,

lu coverchiu di nu fiancu

comu a nu ‘briacu stancu

lu Signori smarinò. …

….Quantu fici alla morti

si lu vidi: ma chi nd’è

di lu ‘mpelici piccaturi!

non s’abbidi di lu mali e di l’erruri!

Ah, cu spera nt’o Signori c’u Signori si ndi va!

In tutta la Calabria, da Capo Spartivento a Laino Borgo si sentiva il clamore assordante delle troccole, delle batole, delle raganelle, matraccasse, batacchi lignei o di ferro che evocavano i colpi di martello sui chiodi inflitti al corpo crocifisso. Le campane erano legate, mute, in lutto fino al momento della Resurrezione. Non si mangiava, non si parlava, non si faceva il bucato, non si lavorava, non ci si pettinava, non si tesseva. Un silenzio senza folclore, un silenzio tombale perché la morte del verbo, dice il presidente dei Direttori delle Confraternite, Umberto Tornabene, evocava l’oscurità, il vero punctum dolens, il Venerdi Santo. Si pregava e si cantava il Miserere, le parole come sonorità, intonate in forme di laudi dai cantori come il Can. Francesco Tanfo da Tropea. Fino a qualche anno fa questi canti e queste musiche venivano tramandate oralmente da generazione in generazione perché saldamente legati alla tradizione popolare del territorio a metà come dire tra teatro popolare e processione itinerante. Nel vibonese, un canto religioso popolare, pubblicato da Luigi Bruzzano direttore della rivista “Calabria” del 1892 dove le rappresentazioni duravano tutta la settimana, si cominciava all’alba e continuava fino alla processione notturna illuminata da lampade ad olio s’intonava” LU RIVOGGIU”, ovvero l’orologio:

Spiritu Santu mio, datimi aiutu,

mu mi risbigghiu stu senzu nsenzatu,

havi gran tempu che su surdu e mutu,

di nuja cosa mi ndi aju approfittatu;

cu l’ajutu di Dio l’ha criatu.

Su rivoggiu quantu nd’ha patutu,

sona vintiquattruri ed è spiratu.

A li vintiquattruri ha dimandatu,

di la sua affitta matri la licenzia;

ora ca vinni lu tempu passatu

avimu di fari l’urtima partenza,

a cu na lancia mi aviti tiratu,

Ieu resto, Matri affitta e di vui senza.

A li vintitri uri s’accummenza

Cristu facia la cena a chija ura,

chija grandi umirtagna non si penza,

si vota Cristu cu n’amuri pura;

giustizia di notti a chija ura

sutta specie di pani, lu nostru Redentori.

Nci suttamisi cu nu veru amuri

pe ijri mucca di li peccatori:

Cu lu si ricivi giustu e cun amuri

e di lu Paradisu professori,

e cu si lu ricivi comu Juda pena

dintru lu mpernu tutti l’uri.

Duna principiu Cristu a li dui uri

nta li monesti l’apostuli fari,

nci predicava cu nu veru amuri,

mentii c’a Iuda lu volia sarvari:

Juda c’avia lu cori traditori, o

ra venia e penzava li dinari,

mo penzamuci tutti, peccatori,

Cristu no dassa modu chi nno paga.

A li tri uri Cristu jia adurari,

la passioni sua nci stava accortu,

principia a chija ura nseparari

fina chi Jesu nd’ha rivatu all’ortu.

Lu Patraternu nci misi a pregari

n’Angialu nci calava pe comportu,

lu calaci e la cruci e cosi amari,

lu Patraternu già lu vozi mortu.

A li quattruri Cristu stando all’ortu,

la sua passioni penzava e bidia,

penzava all’agonia, poi s’era mortu,

sudava sangu, la terra abundia,

E li Judei nci stavanu accortu

avanti li Judei Juda venia,

chiju chi patu pe nturtu,

o peccatori, lu patu pe tia.

A li cinc’uri Cristu s’avvidia;

E Juda avanti la turba ha gridatu:

Juda lu vasu a li judei nci icia:

Pigghiativi a Cristu, vi l’haju mostratu.

E li Giudei cascare nta chija via,

quando lu nomi di Jesu è spalisatu

Iju li guarda e mori d’agolia

pe pagari nci dannu lu peccatu.

A li sei uri Cristu fu ligatu

Cu li mani d’arredu, e la turba s’affanna,

Giacumu e Petru l’hannu abbandonato,

San Giuvanni chi lu seguita e no parra.

Cu boffuli e catini trascinatu

e fu levatu a lu palazzu d’Anna,

Jà è statu di Marcu schiaffiate

Mpacci sputatu, ntortu a la condanna.

A li sett’uri la turba s’affanna,

Cristu no potia cchiù, era stancu e lassù;

Grida la turba e Cristu si condanna

e si condanna a li mani di cafassu,

Cafassu sti palori nci domanda:

Tu non ssi giustu rè, ca si rè farzu,

Ssi’rè der celu e di nujatra vanda,

Ssi rè di morti, nci dissi Cafassu.

A otturi no motti dari nu passu

ca jera la turba mal’attrattatu

fu levatu ntà na staja,

stancu e lassu, di li capiji fi ntravulijatu

caluru li schiavi cu cori di sassu

cu l’unji la sua carni hannu scarnatu;

Iju li guarda cu lagrimi di spasu

pe n’aviri piatà l’hannu abbendatu.

A li nov’uri Cristu fu negatu,

di l’amatu discipulu c’avia;

canta lu gajiu e Petru l’ha negatu,

canta lu gajiu e Petru s’avvidia;

perdunu cerca di lu so peccatu,

ntrà li soi occhi dui cannali avia.

A li deci uri Cristu no mpotia

e fu levatu ncasa di Pilatu,

Pilati sti palori nci dicià:

Di Rodi aviti statu condannatu.

A undici uri a Rodi fu levatu

e Rodi mu nci parra disijava,

ma Rodi restau scumunicatu

avvertimi Cristu, e non ‘nci parrava,

cu na candita vesti lu pigghiaru

e nici la misaru e di pacciu lu trattaru,

pacciu era Rodi chi tantu ha penzatu,

cu na vesti jianca a li genti ha mustratu.

A dudici uri la Matri ha arrivatu,

a Jesu lu tornare a Pilatu;

la cara matri arredu a li porti stava,

vidi a so’ figghiu spostu, assulatu.

Allura forti la turba ha gridatu

ca vonnu a Gesù Cristu condannatu:

Ora Pilatu: sta condanna nci damu,

nci damu na frusta e poi lu liberamu?

Subitu la frusta nci hannu preparatu

tornaru di novu a battari li torni,

condanna, tantu forti malattrattatu,

volia chi finissaru li jorni.

E la Madonna li torni guardava,

stramori di duluri e poi torna,

spini pungenti a na spaja minare.

A li trdici uri fu misi nculanna,

di fora lu guardava la Madonna,

guardava e sentia nu gran doluri,

pregava lu Patraternu pemmu torna,

mu campa ncani e pemmu pati nchiuni.

Nci affannava la turba in chiji jorni,

fari na curuna di chiji spini crudi,

spini pungenti a na dura colonna.

Fu ncurunatu a li quattordici uri.

Ora si parra di li quindici uri;

ora si dici lu quantu e lu comu:

Pilatu s’affacciu di lu barconi

nci lu mustra a lu populu: acciomu!

Nci dissi Pilatu a chiji aggenti crudi:

Nui si lu libaramu fussi bonu.

Tutti gridare: a la cruci signori.

Si leva Pilatu e si chiudi tonu,

ha persu di la facci lu decoru,

ho ch’è venuta la Grà Onnipotenza!

Oh Ternu Patri chistu è to’ figghiolu:

ho ch’è riduttu a tanta penitenza!

E’ scrittu lo so’ nomi a sidici uri:

E’ condannatu a morti la sentenza.

A li dicessetturi ogn’omu penza:

O chi doluri chija Matri avia!

Vidia aso’ figghiu a tanta penitenza,

levava la cruci ncoju e nà potia,

di laminari faci violenza,

tanti voti cadia in chjia via.

Doluri ntisi la Grandi Onnipotenza

quando abusaru e jettaru a Maria.

Quando a Munti Carvariu nci jungia

a Jesu lu nchianaru a strascinuni,

e li soi caji ruvinati avia,

penzava li fragelli cu doluri.

E la sua vesti mbiscata l’avia,

nci la tirare cu herrabii e guruni;

la cara Matri nchiovari sentia.

Fu sposti ncruci a li diciottt’uri.

E poi arzau l’occhi a diciann’ovuri,

cu n’amuri perfetta, amuri veru,

Niu di cori nd’amamu, o peccatori,

vi vogghiu liberari di lu mpernu;

Patri perduna a si crucifissuri,

ca su pacci e no hannu sentimentu.

A li vent’uri fici testamentu,

a Giovanni la Matri sua dassatu avia,

Iju li spiriti soi li jia perdendu

ed Iju ancora patiri volia.

Prestu sizziu dissi a u mumentu,

feli e acitu preparatu avia;

nci lu dezeru a Jesu e Iju mbivendu

e cunzumatu mesti iju dicia.

Penzamu li doluri di Maria

chi restau Matri, scunsulata e sula,

gurdava la cruci e spirari vidia

a so’ figghiu, sonando vintun’ura.

Si vota e bidi natra tirannia:

e lu lancino na lanciata nci duna,

nci moviru li petri di la via,

scuraru li stiji, lu suli, la luna.

Giuseppi d’Arimatia nci dissi a chija ura:

O Nicotemu, chistu è nomu bonu,

nci scipparu li chiova e la curuna

e nci levare a Maria mortu di tuttu,

e la Madonna trovadusi sula di cori lu ciangia

cu chianti ruttu, novu lanzolu e nova siportura.

A li vintiquattruri fi nsapurcu.

Ora ch’è dittu lu rivoggiu tuttu,

mi compatisciti si dissi difettu,

chiju chi dissi lu dissi pe mortu

ca no’ ca lu lejivi ca no fu scrittu.

Cu ama lu Signori veru e giustu

lu paradisu si pigghia di pettu,

cui mpeccatu stavi e non è giustu

e chista cosa si sapi pè certu”.

Buona Pasqua, se potete.