Con la trasparenza e la democrazia ci candidiamo a mandare a casa le clientele della partitocrazia

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Comunicato di Giuseppe Candido, candidato al Consiglio Regionale con la lista Bonino Pannella

Piervirgilio Dastoli e Giuseppe Candido
Piervirgilio Dastoli e Giuseppe Candido

Dalla sanità alle inchieste più recenti sui parchi eolici, passando per tutto quello che ha rappresentato e rappresenta il commissariato dell’emergenza rifiuti, per non parlare poi della sanità spartita tra le cosche, è evidente ai più che le clientele e il malaffare sono ormai di moda nella politica calabrese e di casa nel consiglio regionale. Clientele della partitocrazia nella sanità, clientele della partitocrazia nella gestione delle assunzioni, clientele nella formazione professionale. Le mani della partitocrazia sono ormai dappertutto”. E’ quanto afferma Giuseppe Candido capolista a Catanzaro per la Lista Bonino Pannella. “Fa specie che, proprio chi di clientele è vissuto e sopravvissuto, oggi si candidi come fosse “il nuovo che avanza” e credendo, forse sperando, che i calabresi non sappiano vedere ciò che il centrodestra ha combinato quando, con le giunte Nisticò e Chiaravaloti, ha governato, anzi malgovernato, per un decennio la Calabria.”

Noi Radicali della lista Bonino Pannella – continua Giuseppe Candido – che in Calabria avremmo voluto un maggior rinnovamento del centrosinistra, abbiamo una proposta chiara di rivolta affinché, anche in Calabria, nella terra che amiamo, la sovranità possa appartenere davvero al popolo: la trasparenza. Tutti i dati, con la massima trasparenza, devono essere pubblici e facilmente accessibili ai cittadini”.

Per noi Radicali della Lista Bonino Pannella – prosegue Candido – che di rivolta nonviolenta siamo fautori, non esiste rivoluzione, che sia puramente politica. Ogni rivoluzione deve essere anche rivolta sociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo sulle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società. Nello Stato che sognavano centocinquanta anni fa i padri della Patria, i migliori per ingegno e virtù avrebbero dovuto avere “dovere e diritto” al raggiungimento dei pubblici negozi, ed eletti da tutti, sarebbero però dovuti “rimanere sindacabili, amovibili, responsabili” attraverso il controllo e il rapporto diretto elletti-elettori. Che cosa sono capaci di fare quattro gatti radicali, ora, tutta l’Italia lo sta constatando. Per dare moralità alla politica e per aumentare le responsabilità di chi governerà nei prossimi cinque anni la Calabria, a chiunque vinca la corsa alle prossime elezioni regionali, proponiamo di promuovere la partecipazione informata dei cittadini calabresi e di creare nuove opportunità economiche attraverso la pubblicazione su internet, da parte della Regione, di tutti quei dati finora inaccessibili ai cittadini quali i rimborsi-spese dei consiglieri regionali, i beneficiari di contratti pubblici, i dati sull’inquinamento ambientale, le liste di attesa negli ospedali e nelle aziende sanitarie, lo stipendio e il curriculum di ciascun funzionario pubblico della regione, dei dirigenti sanitari, i contratti privati per la fornitura dei servizi.”

L’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati. Un brutto nome, forse, ma anche una proposta chiara, non una protesta, che indica un’operazione di trasparenza – conclude Candido – che certo, restituendo democrazia nell’ottica del conoscere per deliberare, allontanerebbe clientele e infiltrazioni poco chiare nella gestione della cosa pubblica.”

Giuseppe Candido

Lista Bonino Pannella

www.giuseppecandido.it

Giuseppe Berto, Renato Castellani, il brigante

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di Franco Vallone

Pubblicato su Calabria Ora il 18.03.2010

Castellani
Castellani

Giovedì 18 marzo 2010, alle ore 20,00, presso la Casa del Cinema di via Fiorentini a Catanzaro, per “Opera a sud” ancora un interessante incontro, curato dalla Cineteca della Calabria, con “La Calabria gli scrittori, il cinema” della stagione cinematografica 2009-2010 denominata “Mezzogiorno tra documentario etnografico e cinema antropologico”. Oggi è la volta di Giuseppe Berto e “Il brigante” di Renato Castellani. Molti, ancora oggi, a Tropea ricordano Castellani il regista che “camminava con Berto” perchè Castellani nella città “Perla del Tirreno” ha abitato per diversi anni. Lui, come Berto, era nato lontano dalla Calabria, in provincia di Savona a Finale Ligure, il 4 settembre 1913 e, fino a dodici anni, aveva vissuto in Argentina dove i genitori erano emigrati da tempo. Tornato a Milano, nel 1936 Castellani si laurea in architettura ed entra subito nel mondo del cinema. Il film “il brigante” è uno dei lavori più noti di Castellani ed è tratto dall’omonimo romanzo (del 1951) di Giuseppe Berto, scrittore nato a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, e vissuto prevalentemente in Calabria a Capo Vaticano, a due passi da Tropea. Il libro e il film, prodotti a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, raccontano delle vicende di un contadino calabrese, un certo Michele Rende, noto agitatore politico per l’occupazione delle terre. Siamo nel periodo post bellico, occupazione dei latifondi, contadini in rivolta e accuse ingiuste al Rende, per omicidio. Al contadino agitatore, sotto la pressione delle forze dell’ordine, non rimane altro che darsi alla macchia. Come nelle più classiche storie di brigantaggio quando al personaggio gli uccidono la fidanzata il Rende scende in paese. Tratto, come dicevamo, da un romanzo di Berto, il film è realizzato sullo sfondo di un paesaggio tutto calabrese, solare e suggestivo. Il regista, un “grande dimenticato” come si definiva lo stesso Castellani, girò il film a Scandale, in provincia di Catanzaro (oggi provincia di Crotone), tra il mese di giugno del 1960 e l’aprile del 1961. A lavorazione ultimata il film originale era lunghissimo e durava ben tre ore e mezza. Successivamente il film fu tagliato più volte per varie esigenze. Il primo taglio, di circa 30 minuti, fu effettuato per poter presentare il film al Festival di Venezia, nell’agosto del 1961, poi il film fu tagliato ancora di un’ora prima che arrivasse nelle sale cinematografiche. Ancora oggi a Scandale qualcuno ricorda con amarezza l’uscita del film, “molti scandalesi avevano partecipato alla lavorazione come comparse, andarono a vederlo sia a Crotone che a Catanzaro, ma rimasero alquanto delusi nel constatare che erano state tagliate proprio le parti dove c’erano loro”. “Il brigante”, scriverà lo stesso Castellani, “l’ho girato in assoluta libertà, perché il produttore (Angelo Rizzoli) non mi ha posto limiti: sono stato undici mesi in Calabria e ho amministrato personalmente il film. Il Brigante è stato fatto nel 1960 ed è costato 98 milioni. Nelle scene dell’occupazione delle terre ci sono 600 comparse. Non farò più un’impresa del genere perché sono diventato matto. Ho girato 200 mila metri di pellicola, però avevo una troupe piccolissima, questa volta con il sonoro, con tutta gente presa sul posto. Quando è stato finito, il film ha fatto impressione, la gente stava li tre ore e mezzo per vederlo. Poi i distributori hanno cominciato con le loro richieste di tagli e anche Chiarini (direttore del Festival del Cinema) che lo voleva per Venezia mi ha chiesto di tagliarlo un po’. È andata via quasi un’ora e il film si è un po’ squilibrato”. Renato Castellani morì a Roma il 28 dicembre 1985.

Abolire la miseria della Calabria è in stampa

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chiuso lo scorso 20 febbraio, tra qualche giorno sarà in distribuzione presso le edicole calabresi al costo di un euro. In piccolo contributo alla cultura, alla storia e alla politica laica e liberale calabrese.

La prima pagina

ALM Calabria Anno IV N°1 e 2 (Gennaio e Febbraio 2010)

Primarie meridionali

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di Giuseppe Candido

Primarie si, primarie no, primarie per legge e poi legge abrogata. Niente primarie: c’é l’accordo con l’UDC poi non c’é più e riecco spuntare le primarie. La vicenda del PD calabrese fa venire il mal di testa dell’elettore e sta sfuggendo di mano anche al povero Bersani. Prima le primarie si dovevano tenere per legge e sarebbero dovute essere primarie di coalizione: Il decreto di indizione l’ho firmato” – dichiarava Agazio Loiero – “ed è stato pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione. Le primarie si svolgeranno regolarmente il 10 gennaio. La macchina organizzativa è già in moto secondo le previsioni della legge che porta la mia firma e quella del presidente del Consiglio Bova”.

Dopo di ché l’assemblea del consiglio regionale, nell’ultima seduta del 2009, rinviò alla prossima legislatura l’entrata in vigore del regolamento che prevedeva le primarie pagate dai cittadini ed indette per legge per cui si sarebbero dovute svolgere il 17 gennaio le primarie del Pd calabrese. Queste, però, pagate dal partito. Lo aveva deciso l’assemblea regionale del PD su proposta del segretario Carlo Guccione. Proprio a seguito della decisione del Consiglio regionale. Poi niente più primarie neanche il 17 perché, forse, c’è ancora la possibilità dell’accordo con l’UDC ma siccome l’accordo non si fa più si pensa bene di indire nuove primarie il 14 febbraio, festa degli innamorati, con la speranza di far innamorare di nuovo i militanti del PD nella “esaltante” ed “esilarante” corsa tra Agazio Loiero, Brunello Censore e Giuseppe Bova così da renderle, di fatto, una corsa interna tra le tessere di un partito sempre meno democratico e sempre più meridionale. Una corsa a tre per conservare le proprie poltrone anche a costo di sottoporre ad una sonora sconfitta la coalizione di centrosinistra. Una corsa a tre per non cambiare nulla e per non raggiungere un’accordo, sicuramente vincente, con Pippo Callipo, l’Italia dei Valori e la lista Bonino. Servirebbe unità delle sinistre subito, candidati veri e vicini alla società civile e non primarie farsa che di democratico hanno ben poco. Loiero però, che da politico esperto ne ha viste tante passando dalla Democrazia Cristiana al PPI per confluire poi nel CCD, essere eletto deputato e passare tra le fila dell’Udeur, non molla e tenta di mantenere la sua poltrona di Governatore. Quello stesso Loiero che fondò il suo partito democratico meridionale ci tiene alla poltrona e non molla. Pur sapendo di essere sicuramente perdente, e non perché lo dicano i sondaggi ma perché responsabile di cinque anni fallimentari di governo della regione per la sanità, per la prevenzione sul dissesto idrogeologico, per la gestione dell’ambiente, pur cosciente non molla. Un governo regionale scacco dell’emergenza perenne di piogge eccezionali.

Raccontano che le ossa di S. Agazio, centurione e martire, chiuse dentro una cassa di piombo, vennero miracolosamente ad approdare nel golfo di Squillace, in prossimità dell’attuale stazione ferroviaria, al luogo detto la Coscia, e precisamente in quel punto che si chiama anche oggi la grotta di S. Agazio. Dicono inoltre, che insieme alla cassa contenente le ossa del loro protettore, erano giunte altre due casse di piombo, contenenti pure le ossa di altri due santi, dei quali uno era S. Gregorio Taumaturgo, protettore di Stalettì, un paesello vicino a Squillace; L’altro non lo ricordano bene e taluni lo confondono con S. Vitaliano, protettore di Catanzaro. Oggi la storia si ripete solo che al posto delle casse i santi viaggiano in auto blu.

E allora, ai democratici veri, quelli che non credono alle primarie farsa, non resta che sperare nel miracolo: d’altronde Sant’Agazio è ancora il santo protettore di Guardavalle e Squillace dove, per far piovere, si recitava, sino a poco tempo fa, una filastrocca quasi ad intimare al santo di far piovere: “S’Antagaziu meu, si non mi vagni tu ti vagnu eu”. Forse bisognerebbe dirlo a Bersani prima che si scatenino le “danze della pioggia” delle primarie meridionali e si debba scegliere a quale santo votarsi.

INCONTRO CON VITTORIO DE SETA

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locandina

il Sistema Bibliotecario Vibonese e l’Associazione di volontariato culturale “Non mollare”   vi aspettano, venerdì 5 febbraio 2010 ore 17.30 presso l’Auditorium del Sistema Bibliotecario Vibonese, per un “INCONTRO CON VITTORIO DE SETA* e la Presentazione del volume “La Calabria: antologia della rivista di letteratura popolare La Calabria” diretta da Luigi Bruzzano.

Intervengono: Vittorio De Seta, autore della prefazione del volume, i due curatori dell’antologia Filippo Curtosi, Giuseppe Candido, e Giuseppe Braghò.

Seguirà la proiezione del cortometraggio “I Dimenticati” Di Vittorio De Seta

*Vittorio De Seta Nato il 15 ottobre del 1923 a Palermo, ha esordito come autore di documentari di ispirazione neorealista incentrati sulle condizioni dei lavoratori in Sicilia e Sardegna ( Isole di Fuoco, Primo Premio per il documentario al Festival di Cannes 1955; Sulfarara, Targa d’argento al Premio David di Donatello 1956/ 57 e numerosi altri). Banditi a Orgosolo del 1961, di cui cura anche produzione, montaggio, fotografia e sceneggiatura, è il suo primo film non documentario: un’opera scarna, essenziale e di forte contenuto sociale interpretata da attori non protagonisti che si aggiudica il Premio Opera Prima alla Mostra di Venezia, il Nastro d’Argento per la miglior fotografia in bianco e nero ed altri prestigiosi riconoscimenti. Gli altri suoi film non documentari sono Un uomo a metà, di carattere più intimista ed introspettivo (1966), L’invitata, unico film prodotto da De Seta nell’ambito di una produzione “regolare” (1969), Diario di un maestro che è una protesta del regista contro lo “spreco” (l’espressione è di Danilo Dolci) che l’Italia fa degli Italiani (1972, per la Rai Radiotelevisione Italiana).Negli ultimi anni il cinema di De Seta è stato anche centro di una serie di omaggi negli Stati Uniti. Nel 2005 Martin Scorsese ha introdotto i suoi film al Full Frame Festival e al Tribeca di Robert De Niro. Il MOMA (Museum of Modern Art di New York) lo ha inoltre celebrato quest’anno come maestro del cinema del reale con una retrospettiva dal 24 al 30 giugno. Per la prima volta è stato presentato negli Stati Uniti anche Diario di un maestro. Gli altri titoli di punta della rassegna sono stati Banditi a Orgosolo e Un uomo a metà e dieci documentari tra cui quelli girati in Sicilia e Sardegna prima del boom economico.

Campanella vero riformatore anche per la Chiesa. Intervista a Germana Ernst

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La razionalità ha valore universale.

Il carcere è una metafora fortissima in Campanella … che consente di apprezzare e far capire veramente che cos’è la libertà


di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

Germana Ernst, ordinaria di Storia della filosofia presso l’Università Roma Tre, lo scorso 3 dicembre 2009 è intervenuta al convegno “Calabria, Italia, Europa – Immagini della Cultura del Rinascimento” organizzato dalla Provincia di Vibo Valentia in collaborazione col Sistema Bibliotecario Vibonese e dal Comune di Francica. La professoressa Ernst, che è intervenuta sull’autobiografia di Tommaso Campanella e su “Natura, profezia e politica nelle poesie di Campanella”, oltre ad essere un’insigne filosofa il cui parere rappresenta “giurisprudenza”, è una persona semplice che da sempre “ama” Tommaso Campanella e la Calabria. Filippo Curtosi, il nostro direttore responsabile, l’ha intervistata a margine del convegno proprio sull’eretico penitente e ostinato Tommaso Campanella che pagò col carcere la libertà del suo pensiero, sulla poesia e sull’attualità della politica di Campanella.

Al Carcere

Poesia filosofica di Tommaso Campanella

Come va al centro ogni cosa pensante

dalla circonferenza, e come ancora

in bocca al mostro che poi la devora,

donnola incorre timente e scherzante;

così di gran scienza ognuno amante,

che audace passa alla morta gora

al mar del vero, di cui s’innamora,

nel nostro ospizio alfin ferma le piante.

Ch’altri l’appella antro di Polifemo,

palazzo altri d’Atlante, e chi di Creta

il laberinto, e chi l’Inferno estremo

(che qui non val favor, saper, né pietà),

io ti so dir; del resto, tutto tremo,

ch’è rocca sacra a tirannia segreta.

E’ Chiaro

***********

“Germana Ernst, insigne letterata e filosofa che ama Tommaso Campanella da sempre e quindi ama anche la Calabria”

D: Senta Professoressa, Tommaso Campanella eretico impenitente e ostinato che col carcere pagò la libertà di pensiero? Una sorta di ….bile della libertà o che cosa?

R: Non penso che Campanella condividesse questo giudizio di essere un “eretico”. Era un riformatore e riteneva totalmente legittimo, lecito, proporre delle soluzioni di riforma anche proprio all’interno della chiesa stessa, proponendo dei nuovi orizzonti totalmente compatibili con l’ortodossia. Lui non avvertiva se stesso come eretico o in contrasto, o in conflitto, con un cristianesimo inteso in un senso corretto.

D: Qualcuno dice, però, che Tommaso Campanella e Giordano Bruno sono stati perseguitati dall’inquisizione “Romana”. Lei che ne pensa?

R: Si si. Entrambi hanno subito le persecuzioni, però i loro nomi sono stati spesso abbinati però sono due figure molto diverse e, se per Bruno posso condividere l’opinione effettivamente di un conflitto di fondo (con la Chiesa ndr), non è questo il caso di Campanella che è stato perseguitato per varie ragioni e, soprattutto, per il suo forte accento su una prospettiva naturale, razionale, una dimensione naturale e razionale del tutto compatibile, non in conflitto, col cristianesimo.

D: Essere, conoscere e volere. Dipende tutto da queste forze, come dire, primordiali?

R: Campanella prospetta una visione, appunto, di pracsimalità, come lui li chiama. La realtà è essenziata da queste precsimalità che sono il potere, il sapere e l’amore, in varie proporzioni secondo, appunto, le varie prospettive. E lui rilegge l’intera realtà alla luce di questa dimensione metafisica primalitaria.

D: “La Città del Sole” … Un manifesto comunista o una proiezione di una città ideale?

R: E’ senz’altro una città ideale. La rilettura ch’è stata fatta in seguito con visione comunistica, direi comunitaria piuttosto che comunistica che è una cosa un po’ diversa, ed è una prospettiva di una città ideale fondata sull’amore comune che è, come dice Campanella, in conflitto con l’amore egoistico del singolo individuo che, invece, deve raccordarsi con l’amore comune della collettività.

D: Quali sono, secondo lei, i caratteri “calabresi” di Tommaso Campanella?

R: Forse io non conosco abbastanza bene la Calabria. Tommaso Campanella la conosceva senz’altro molto bene nei suoi difetti, nei suoi pregi e, come ho avuto occasione di dire molte altre volte, lui, pur non avendola fruita, essendo vissuto lontano dopo gli eventi della fallita congiura, tornerà con il suo pensiero molto spesso ai suoi paesi di origine, con molto affetto e con molto dolore nel vedere questo contrasto fra la bellezza naturale, la fertilità della terra, dei ritratti caratteriali generosi degli abitanti, e un pessimo governo che l’aveva ridotta in condizioni miserevoli.

D: Un po’ come oggi?

R: Allora c’era più il pretesto che faceva parte di un vice reame di Napoli governato dagli Spagnoli per cui era sottomessa ad un potere “straniero”. Forse, in questa nostra epoca, vi sono meno motivi e, tutto sommato, però attutisce come Campanella avesse capito, già allora profondamente, i poteri della Calabria e avesse prospettato tutte le risoluzioni che però sembra che non siano state prese.

D: Qual’è la modernità di Tommaso Campanella?

R: Campanella è sorprendentemente moderno in molte posizioni. Anche nel prospettare una visione fortemente unitaria dei problemi. Lui si rende perfettamente conto che, i problemi dell’umanità sono di tutti e che l’umanità è una sola. Tutti gli uomini sono figli di uno stesso Dio e per cui sono assolutamente accomunati da problemi comuni che si devono risolvere in modo comune e cercando di trovare delle soluzioni senza conflitti, scontri e guerre tra di loro ma, in nome di soluzioni in accordo, in nome di principi superiori di razionalità, di principi che si ispirano alla ragione e alla natura, che sono, secondo lui, comuni all’intera umanità.

D: Quali sarebbero, allora, i nuovi demoni per Campanella?

R: Per Campanella i nuovi demoni sono collegati, quelli che si oppongono a questa visione razionale, in quanto la razionalità ha valore universale e invece vi sono tutti i pseudo valori che separano, dividono e mettono in conflitto gli uomini. E cioè quelle passioni rovinose legate al possesso di beni materiali, e tutta una serie di passioni rovinose che, veramente, favoriscono l’amore egoistico anziché l’amore comune.

D: Quanto c’è di anti Macchiavelli in Tommaso Campanella?

R: Campanella, in giovinezza, conosce molto bene Macchiavelli e tanta di applicare i suoi “Principi” molto spesso radicati all’interno di un contesto cattolico. Questa è l’operazione, diciamo “giovanile”, prima della congiura e prima di una profonda crisi del suo pensiero. Ma dopo, è profondamente anti Macchiavellico proprio nella concezione della religione. Campanella si oppone e contrasta molto fortemente l’idea di una religione come abile ritrovato dei principi e dei sacerdoti, per ingannare e governare i popoli, per mantenere il proprio potere. Ed è convinto, invece, del principio di una religione naturale che è implicito di tutto il suo orizzonte culturale.

D: Qualcuno sostiene che Campanella sia convinto che la più grande azione magica dell’Uomo è dare leggi. La religione è il rapporto magico. E’ così anche secondo Germana Ernst?

R: Si. Dare leggi è il più grande atto di magia perché attinge, bisogna conoscere, l’animo umano. E il vincolo degli animi, secondo Campanella, è più forte. Un vincolo da cui dipendono anche il vincolo dei corpi e il vincolo dei beni di fortuna. Conoscere e vincolare gli animi, vincolare le incredenze e le incredenze vere naturalmente, è il più grande atto di magia. Anche le religioni false son degli atti di magia perché attingono agli animi. Naturalmente Campanella auspica che gli animi siano vincolati da una religione vera. E la religione vera è quella, appunto, che si ispira a principi razionai naturali.

D: L’Umanesimo di Tommaso Campanella?

R: L’Umanesimo, come ho detto anche prima, non individualistico ma di un uomo che riconosce questi valori di universalità dell’umanità e che riconosce, anche in tutti gli esseri umani e cerca, fa in modo, di migliorare la condizione dell’Uomo sulla terra adeguandolo appunto a dei principi universali di convivenza.

D: Campanella ha fatto degli studi sulla tarantella e sulla taranta. Lei cosa ci può dire?

R: Probabilmente lui ha avuto un’esperienza diretta vedendo questi contadini pugliesi e studiando il fenomeno. Da qui, appunto, è molto interessato proprio perché assiste a questa specie di metamorfosi. Lui è molto interessato alle morsicature della rabbia, la morsicatura dei cani rabbiosi, e intrappolati. Perché sembra che il loro temperamento fisico sia stato alterato da una specie di vera e propria metamorfosi di un veleno inoculato che li ha come trasformati. Per cui studia anche questi fenomeni e queste danze sfrenate, questo bisogno di danzare, da un punto di vista naturalistico e si chiede perché. Queste danze sono spiegate perché (gli avvelenati ndr) hanno bisogno di sudare, di far certi movimenti, anche per espellere tutto questo veleno che li ha inquinati e recuperare la loro fisionomia originaria.

D: Cosa che del resto fanno altri studiosi come Ernesto De Martino e Luigi Maria Lombardi Satriani. E quindi aveva visto prima …

R: Si si, lui aveva visto prima e poi questo è stato un argomento che ha interessato molto gli uomini del Rinascimento. Un fenomeno che è poi stato studiato anche da altri studiosi.

D: Lei, quale massima studiosa di Tommaso Campanella a livello europeo quale viene considerata, cosa ama di più di Tommaso Campanella? La cosa che “la fa morire”?

R: Le poesie. Perché sono veramente, straordinariamente, intense, originali, esaltanti, che esprimono in maniera efficace dei contenuti filosofici in poesia. Un aspetto totalmente insolito per la tradizione letteraria e poetica italiana che è invece basata di più sul lirismo, sull’individualismo, sull’espressione di sentimenti personali. Mentre nessuno ha osato cimentarsi con la poesia filosofica in tempi moderni, se non Campanella che, non a caso, vede come suo grande precursore e compagno di questa impresa il solo Dante che è il vero poeta italiano proprio per i suoi contenuti filosofici di verità, non di velleità.

D: Lei sarebbe andata su di un’isola deserta con un uomo come Tommaso Campanella?

R: Questa è una domanda molto personale, molto imbarazzante. No comment (… Sorride).

D: Ai calabresi e alla Calabria, di cui lei ormai è concittadina per il conferimento onorario di cui la Città di Stilo le ha fatto omaggio, cosa direbbe per portare avanti quel messaggio di Tommaso Campanella?

R: Si calabrese d’adozione. Una cittadinanza onoraria di cui sono molto orgogliosa. Ai calabresi direi di avere più fiducia in se stessi e di imparare, veramente, la pazienza della costruzione. Io sono di origini milanesi e quindi quanto di più lontano, a prima vista, dalla calabresità. Ma amo molto il meridione e amo molto alcuni calabresi. Però, della Calabria in particolare, mi dispiace una certa resistenza ad una fiducia di una costruzione giorno per giorno. Cioè, bisogna capire che per fare qualche cosa per la società e per se stessi, bisogna imparare veramente ad avere fiducia e a costruire, ma con molta pazienza, quotidianamente giorno per giorno.

D: Davvero l’ultima domanda. Ad una studentessa che vorrebbe fare una tesi su Tommaso Campanella, cosa consiglierebbe?

R: Di tesi su Tommaso Campanella se ne fanno tantissime, fin troppe forse. Più che ripetere ciò che è stato detto, direi di impegnarsi seriamente a leggere, a capire, tutti i testi di Campanella, lasciando perdere magari le tante letture inutili o puramente estrinseche, che potrebbero mettere sotto una buona guisa, che potrebbero guidare a fare qualcosa di utile, per far conoscere di più e meglio questo pensiero smisurato che non è solo “La Città del Sole” ma che si dirama in moltissimi aspetti, in moltissimi rivoli.

D: Fra qualche attimo relazionerà sulle poesie di Tommaso Campanella. Qualche anticipazione?

R: Visto la giornata molto fitta non voglio rubare molto spazio agli altri relatori, mi limiterò a leggere qualche poesia, a commentarle, a leggerle, a gustarle e capirle insieme al pubblico.

D: Quale Poesia le piace di Campanella, in particolare?

R: Una che s’intitola “Al Carcere”. Perché, secondo me, il carcere è una metafora fortissima in Campanella. Cioè la poesia ha anche questa capacità simbolica, per cui il carcere, che è un’essenza di vita per Campanella che ha vissuto così a lungo in carcere, in verità è una metafora potente della vita umana. Ed è la metafora che consente di apprezzare e far capire veramente che cos’è la libertà.

D: Marco Pannella, l’altra sera, ha citato questa poesia ed ha parlato pure di lei. Lei cosa pensa di Marco Pannella?

R: Davvero (Ride ed è imbarazzata)? Marco Pannella è una persona che ha fatto molte battaglie che, a volte, si possono condividere, nobili ed assolutamente degne di rispetto.

D: Ringraziamo la Professoressa Ernst. Arrivederci

La forza della verità e l'apostolo della nonviolenza

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di Giuseppe Candido

Gandhi

Gandhi – Wiki

Pubblicato il 27 dicembre su “Il Domani della Calabria” Avremmo voluto ricordare la figura storica di Gandhi in occasione della sessantaduesima ricorrenza della sua scomparsa il prossimo 30 gennaio ma, con il termine violenza ritornato straordinariamente di attualità politica per i fatti che hanno visto Berlusconi ferito da una statuetta e in un momento in cui tutti fanno gara di dichiarazioni ispirate alla condanna di ogni tipo di violenza, ci sembra corretto anticipare il tema e porre la figura di Gandhi al centro della discussione per chiederci se, il suo esempio, serva anche a chiarire la differenza che esiste tra la semplice condanna della violenza e l’uso, continuo perpetuato e costante, della pratica della nonviolenza come mezzo di lotta politica coerente con i fini. Violenza fisica e violenza verbale.

La parola satyagraha significa “forza della verità” e deriva dai termini in sanscrito satya (verità), la cui radice sat significa “Essere”, e Agraha (fermezza, forza). Il satyagrahi è il “rivoluzionario” non violento che fa proprio il compito di “combattere la himsa – la violenza, il male, l’ingiustizia – nella vita sociale e politica, per realizzare la Verità”. Egli dà prova di essere dalla parte della giustizia mostrando come la sua superiorità morale gli permetta di soffrire e ad affrontare la morte in nome della Verità: «La dottrina della violenza riguarda solo l’offesa arrecata da una persona ai danni di un’altra. Soffrire l’offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell’essenza della nonviolenza e costituisce l’alternativa alla violenza contro il prossimo.»

Il 30 gennaio di sessantadue anni fa, Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma, grande anima, politico ma anche guida spirituale del popolo indiano, veniva ucciso a Nuova Delhi. Mentre si recava nel giardino per la consueta preghiera pomeridiana, un fanatico indù con legami con il gruppo estremistra Mahasabha lo fredda con tre colpi di pistola.

Dopo l’omicidio, nel discorso alla nazione via radio, Jawaharlal Nehru, si rivolge all’india:“Amici e compagni, la luce è partita dalle nostre vite e c’è oscurità dappertutto, e non so bene cosa dirvi o come dirvelo. Il nostro bene amato leader Bapu, il padre della nazione, non è più. Forse mi sbaglio a dirlo, nondimeno non lo vedremo più come l’abbiamo visto durante questi anni, non correremo più da lui per un consiglio o per cercare consolazione e questo è un terribile colpo, non solo per me ma per milioni e milioni in questa nazione”.

Ricordarlo non significa fare storia o nuovi appelli a non dimenticare ma significa, piuttosto, ragionare se, oggi, serva ancora o no il suo esempio. Significa chiedersi se ha senso assurgerlo a modello di lotta per proporre, oggi e nel nostro paese, una rivolta politica, sociale e morale. Le ragioni per una rivolta ci sono, ci sono tutte e, per questo siamo convinti che il modello di lotta debba essere quello del Mahatma. Pioniere del satyagraha, la resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile di massa, Gandhi ha portato l’India all’indipendenza. “Le future generazioni – diceva di lui Einstein – a stento potranno credere che un uomo di siffatta statura morale sia passato in carne e ossa sulla terra”.

In Italia è stato Aldo Capitini a proporre di scrivere la parola senza il trattino separatore, per sottolineare come la nonviolenza non sia semplice negazione della violenza bensì un valore autonomo e positivo. Il Mahatma sottolineava proprio questo elemento negativo. Oggi, il Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito di Marco Pannella è l’unico soggetto politico che non solo scrive senza il trattino la parola ma applica quotidianamente il metodo di lotta gandhiana sino ad assurgerlo a vero e proprio strumento di rivolta politica sociale e morale. Una rivolta per la giustizia che non funziona e, con le carceri stracolme, uccide Cucchie e i più deboli mentre si mostra eccessivamente tollerante per i colletti bianchi come quelli della Parmalat o della Tiessen che, col processo breve, non pagheranno più il loro debito causa prescrizione. E’ per questo Rita Bernadini, deputata radicale in rivolta, poco tempo fa è scesa in sciopero della fame per la giustizia e per la grave situazione delle carceri italiane. Per questo motivo Sergio D’Elia, ex terrorista di prima linea, sostiene il governo italiano a presentare la richiesta di una moratoria universali delle esecuzioni capitali con uno sciopero della fame. Ed è per questo che i malati di SLA e Maria Antonietta Farina Coscioni scioperano per proporre l’adozione del nuovo nomenclatore tariffario che, ancora oggi, non prevede la sovvenzione di importanti sussidi per i malti. La nonvolenza non è tattica né strategia ma soltanto un mezzo di lotta coerente con il fine, perché non è vero che il fine giustifica i mezzi ma anzi, la storia ci insegna, è vero il contrario e cioè che i mezzi utilizzati sempre condizionano e prefigurano il fine.

L’ingiusto, secondo Gandhi, afferma i suoi interessi egoistici con la violenza, cioè procurando sofferenza ai suoi avversari e, nello stesso tempo, provvedendosi dei mezzi (le armi) per difendersi dalle sofferenze che i suoi avversari possono causargli. La sua debolezza morale lo costringe ad adottare mezzi violenti per affermarsi. Il giusto, invece, dimostra, con la sua sfida basata sulla nonviolenza (ahimsa) che la verità è qualcosa che sta molto al di sopra del suo interesse individuale, qualcosa di talmente grande e importante da spingerlo a mettere da parte l’istintiva paura della sofferenza e della morte. E’ la ricerca della verità di cui parla Benedetto XVI, ma anche la verità che chiedono i parenti di Aldo Banzino e Stefano Cucchi morti tra le mani delle Istituzioni. Nel Vangelo si direbbe che, di fronte l’ingiustizia perpetrata, il “combattente” nonviolento “porge l’altra guancia”, affermando la richiesta di verità e, in questo modo, la bontà della sua causa. La nonviolenza non è tattica né strategia, ma è soltanto il mezzo coerente con il fine. Se si vuole migliorare la società in cui si vive, se si vuole la rivolta, questa non può che essere una rivolta gandhiana, perché altrimenti, il mezzo violento che ha caratterizzato le rivolte passate, sarà in grado di comprometterne il fine. E’ per questo crediamo che, alla domanda che qualche tempo fa anche Sofri su La Repubblica si poneva, se serva o meno il suo esempio, la risposta sia candidamente si. In un tempo in cui il Natale è sempre più un fatto “consumistico” c’è da credere che, l’esempio dell’apostolo della nonviolenza che con la marcia del sale guidò un paese alla rivolta e alla disobbedienza civile serva ancora al mondo intero, e serve al nostro paese che ha bisogno sempre di più di una rivolta gandhiana, ecologista, democratica, politica, civile.

S.P.Q.V. Senatus Populusque Vibonensis

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Federalismo: niente di nuovo.
Vibo Valentia godeva dell’autonomia municipale e batteva moneta anche quando “queste contrade erano sotto il dominio dei Romani”

di Giuseppe Candido

Stemma araldico del comune di Vibo Valentia - Calabria - Italy
Stemma araldico            Vibo Valentia – Calabria – Italy

Giovan Battista Marzano (Laureana di Borrello RC, 1842-1902) fu un calabrese studioso di storia e delle tradizioni popolari, linguista. Tra le sue numerose pubblicazioni di cui ricordiamo qui soltanto, a puro titolo esemplificativo, il “Dizionario etimologico sul dialetto calabrese”, “Una pagina della nostra storia Municipale, ossia la Città di Monteleone di Calabria dal 1420 al 1508” e “Delle origini calabre, ossia studi storici intorno agli Osci”, ve ne una pubblicata nel 1904, oltre cent’anni fa, specificatamente dedicata all’emblema araldico della Città di Vibo Valentia dove allora ci si chiedeva, nella discussione in seno al civico consesso, se inserire o meno la sigla S.P.Q.V. denotante l’acronimo di Senatus Populusque Vibonensis.
“A me, che in quel momento capitavo in mezzo a loro – spiega lo studioso – vollero anche porre il quesito e dimandare come la pensassi; ed io fui sollecito a dichiararmi per l’affermativa, e n’assegnai le ragioni, precipua che Vibo Valentia, cui successe l’odierna Monteleone, era stata Municipio Romano, e come tale reggevasi con le sue leggi, nominava i suoi magistrati, aveva il suo Senato, batteva le sue monete”.
E in effetti, l’emblema araldico di Vibo Valentia contiene oggi uno “scudo partito d’oro e di rosso e al terzo superiore, spaccato di azzurro: nel primo a tre monti verdi e sul medio più alto un leone rampante lampassato di rosso, di cui una metà nel campo azzurro; nel secondo ha due corna d’Amaltea d’oro, colme di frutta dello stesso, e un’asta d’argento sostenente sull’estremità una civetta nel campo d’azzurro. Sullo scudo: una corona reale antica; sotto le sigle S.P.Q.V.” di cui Marzano discute nel volumetto “Le sigle S.P.Q.V in rapporto all’arma della Città di Monteleone di Calabria” pubblicato dalle tipografie Passafaro nel 1904 e fortunosamente ritrovata tra la polvere delle antiche riviste e delle antiche pubblicazioni in disponibilità di un facoltoso signore calabrese. Vibo Valentia, come Reggio, fu elevata a Municipio non negli ultimi tempi dell’Impero, ma durante durante la Repubblica in forza alla legge Giulia , promulgata nel 664 di Roma, in seguito alla guerra sociale. “Quei signori, pur plaudendo alla mia risposta – scriveva Marzano nello spiegare le motivazioni del suo studio – mi fecero intendere che avrebbero desiderato da me, sul proposito, una memoria a stampa, nella quale svolgendo ampiamente le idee, sopra appena accennate, le avessi anche corroborate con prove storiche, autentiche, irrefragabili, e ciò non solo per illustrare un punto della nostra storia antica, ma ancora perché rimanesse un ricordo giustificato delle ragioni, per le quali si vorrebbe fare tale aggiunzione allo stemma cittadino.” Marzano, da storico qual’ era, ne accettò di buon grado l’incarico svolgendolo nella pubblicazione citata. Nello studio si esamina quindi l’organismo reggimento intero di Vibo Valentia con lo scopo di capire se questo fosse veramente autonomo da costituire appunto un Municipio. A riprova della sua tesi Marzano adduce non solo dati storici, evidenze di marimi letterati, e monumenti epigrafi ma anche numismatiche che, per lo stesso Marzano, rappresentano quelle decisive. Senza entrare nei dettagli epigrafici citati nel volumetto cui si dovrebbe, a parer di chi scrive, provvedere certo e al più presto ad una ristampa anastatica per conservarne memoria anche tra le giovani generazioni, Marzano dimostra, con prove documentate che Vibo Valentia meritava di apporre le sigle di “Municipio nobile”. Non soltanto perché “lo attesta Cicerone, -non solo perché tale epiteto è consacrato in un marmo letterato, ma ancora per la sua costituzione autonoma, che ci è sufficientemente spiegata dai non pochi monumenti epigrafici, innanzi riportati, e, soprattuto, dalle sue monete”. Monete che recavano, secondo l’autore, il più decisivo argomento d’autonomia municipale poiché era noto, che soltanto le Città autonome avevano il diritto di conio. La leggenda Valentia sulle monete coniate successivamente alla conquista che ne fecero i Romani denota chiaramente che la Città d’Ipponio avesse conservato l’autonomia di Municipio anche durante la dominazione.

Il nuovo numero di Abolire la miseria

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Periodico nonviolento di storia, arte, cultura e politica laica liberale calabrese

Care amiche e cari amici di Abolire

Abbiamo chiuso ieri, 18 dicembre, alle ore 23.00, il nuovo numero che, in queste ore, è in stampa. Piombo su carta dunque e, ancora per questo numero unico del 2009, sarà distribuito ai nostri sostenitori e, in copia omaggio, con tiratura di 10.000 copie, nelle cinque città calabresi capoluoghi di provincia, nella provincia di Catanzaro a Lamezia Terme, a Soverato e nei principali comuni della fascia ionica catanzarese. Registrato presso il Tribunale di Catanzaro col n°1 il 9 gennaio 2007, Abolire la miseria della Calabria giunge dunque al suo terzo anno di esistenza. Sia pur con pubblicazioni sporadiche, in relazione alla scarsità di fondi, e con vicissitudini ingrate, siamo ancora qui. Completamente rinnovato nei contenuti e, parzialmente nella grafica, Abolire la miseria della Calabria si propone, quale organo d’informazione dell’associazione di volontariato culturale “Non Mollare”, il fine di promuovere la diffusione della storia e della cultura della nostra regione per aumentare il livello di consapevolezza e di coscienza critica, attraverso la collaborazione volontaria degli autori, cui va uno specifico ringraziamento. Siamo cambiati assumendo la dizione di “Periodico nonviolento di storia, arte, cultura e politica laica e liberale calabrese” perché crediamo che, nel periodo che viviamo, che il nostro Paese sta vivendo, di cambiamento ci sia una forte necessità, soprattutto in Calabria, ma crediamo pure che, la rivoluzione necessaria e urgente, debba essere nonviolenta e di tipo culturale.

Abolire la miseria, abolire la povertà degli strati più in difficoltà della popolazione, nazionale e mondiale, è sempre di più cosa urgente e di straordinaria attualità. In Calabria, per farlo, abbiamo bisogno di riappropriarci della nostra storia perché conoscere cosa si è stati significa comprendere meglio ciò che si è e ciò che è l’altro.

L’associazione “Non Mollare” per questi motivi intende promuovere il recupero delle tradizioni popolari e della cultura calabrese attraverso azioni formative, informative ed editoriali anche multimediali, volte ad ampliare la conoscenza e la diffusione delle ricchezze della nostra regione in Calabria, in Italia e nel Mondo. Cercheremo di pubblicare una collana di studi di livello scientifico e che attingono all’ordine culturale del nostro territorio calabrese, con l’intento di riproporre editorialmente le zone meno esplorate del patrimonio culturale calabrese e, allo stesso tempo, affrontare argomenti e aspetti inediti della storia non solo locale. Rivolgendoci ai migranti e, nello specifico, al migrante calabrese, in realtà il progetto culturale che abbiamo in mente prevede il recupero e la valorizzazione editoriale delle tradizioni popolari calabresi e non calabresi, dei migranti di oggi e di ieri, come strumento “politico” in grado di promuovere l’integrazione delle identità culturali di un popolo e quindi di tutti i popoli. Nello specifico il progetto di “Integrazione delle diversità col recupero della cultura e delle tradizioni popolari calabresi” prevede studi, ricerche, pubblicazioni anche multimediali e/o web supportate, l’organizzazione di convegni, seminari di studio, manifestazioni volte alla pro- mozione, qualificazione e sviluppo delle seguenti tematiche:

a) Il teatro popolare in Calabria; b) Il brigantaggio nel decennio francese; c) Emigranti ed immigrazione: il caso dei libertari calabresi; d) Un secolo di stampa vibonese: antologia funzionale delle prin- cipali testate calabresi dagli inizi dell’ottocento agli inizi del novecento; e) Saggi su medicina popolare, usanze e credenze. Prevediamo la stampa di specifiche pubblicazioni, la loro diffusione anche medi- ante internet e la prosecuzione della stampa del bollettino dell’associazione “Non Mollare”, Abolire la miseria della Calabria, (con periodicità trimestrale). Pertanto, nel porgere il nostro sincero augurio per un Buon 2010, vi chiediamo di sostenerci. Abbonandovi o versando un piccolo contributo.

In quest’ottica, anche l’attività editoriale di Abolire la miseria della Calabria si adegua divenendo organo e strumento di informazione e ricerca storico-culturale per la nostra regione. Uno strumento partecipativo cui potranno unirsi altri collaboratori volontari.

Abolire la miseria della Calabria

Anno III Numero Unico



Eutelia “Agile”, l'Alcoa e il “capitalismo inquinato”

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di Giuseppe Candido

Mentre di mattina volano cazzotti tra i lavoratori dell’”Alcoa” e la polizia che cerca di contenerne la disperazione durante la manifestazione contro il ritiro della cassa integrazione all’azienda sarda, nella serata dello scorso 26 ottobre abbiamo visto i lavoratori di Eutelia, oggi svenduti al costo di un euro alla società “Agile” per essere poi licenziati, manifestare sotto al palazzo del governo mentre i sindacati trattavano sulla sorte per i lavoratori di quell’azienda che Tremonti, ad Annozero, ha definito “un caso di cattiva gestione aziendale”. Ma i casi si susseguono: dal lodo mondadori passando per il caso parmalat e, arrivando all’oggi, con i casi Alcoa e Eutelia-Agile si ha la prova che il problema sia diffuso. Il problema è che in Italia, non essendoci delle ferree regole e dei seri sistemi di controllo delle società di capitali, si è perpetuata per decenni una sorta di deviazione del libero mercato che ha ingenerato quello che, Ernesto Rossi già nel 1952, aveva definito “capitalismo inquinato” prevedendo dettagliatamente le corruttele e gli intrecci tra politica affari e banche, quarant’anni prima, ciò che sarebbe poi di fatto avvenuto con tangentopoli e la fine della prima repubblica. Il caso Eutelia venduta per un euro alla Agile e quello dell’Alcoa, azienda sarda cui si toglierebbe oggi la cassa integrazione per evitare di mantenere un’azienda che non sta più, senza interventi statalisti, sul mercato testimoniano che l’inquinamento non solo persiste, ma anzi, dilaga ed è contagioso. Parmalat vendeva bond senza valore, Eutelia vende un’azienda di 1192 dipendenti ad un euro ad una società che, come le scatole cinesi, si suddivide in otto società “regionali” per poi prevedere il licenziamento dei dipendenti ci dimostrano che si tratta non di “un caso” isolato ma di un sistema diffuso e fallimentare di “non controllo” del libero mercato che, come ricordava quasi sessant’anni or sono lo stesso Rossi, se regolato dal solo desiderio individualistico di accumulare profitti può fare danni anche maggiori di quelli che facevano i regimi collettivistici comunisti. Oggi quel volume la cui ristampa è stata curata da Roberto Petrini (Ernesto Rossi, Capitalismo inquinato, Ed. Laterza, Bari, 1993) e che portava la prefazione di Eugenio Scalfari, meriterebbe forse una rilettura attenta. Un libro scritto nel 1952 ma dimostratosi già previgente e veritiero per gli anni novanta, di un sistema capitalistico distorto foriero di corruzione e di conseguenze nefaste verso gli strati più deboli. Scalfari, nella prefazione all’edizione del ’93, ricorda come Rossi fu “la bestia nera di forze e istituzioni potentissime: Il fascismo prima … e il nemico pubblico numero uno della “grande industria i cui capi, se l’avessero potuto avere dalla loro o ridurre al silenzio chissà cosa non avrebbero dato”. Quello che muoveva le critiche con articoli di giornale contro “I padroni del vapore”, “Non era un comunista, un socialista o comunque un fautore di soluzioni stataliste… Bensì un liberista, un liberal – democratico, un avversario leale del PCI, un amico di Luigi Einaudi e di Gaetano Salvemini, sostenitore della grande riforma roosveltiana del new deal.

Secondo Rossi il capitalismo italiano era (ed oggi dobbiamo constatare rimane) inquinato e la sua analisi, già nel ’52, prevedeva che “il libero mercato, la libera concorrenza e la libertà di accesso al mercato sono condizioni permanentemente a rischio, che debbono essere create e mantenute da apposite regole, il cui rispetto deve essere garantito da organi pubblici dotati di poteri penetranti di vigilanza e di sanzione”. In secondo luogo, l’economia mista, quella cioè fatta da aziende a partecipazione statale che ancora oggi è diffusamente presente nel nostro paese, “si risolve di fatto in una privatizzazione dei profitti e in una pubblicizzazione delle perdite”. Il capitalismo italiano, “a causa della ristrettezza del mercato dei capitali e della struttura duale del paese (nord-sud), è stato fin dal suo nascere fortemente intrecciato ai gruppi politici dominanti e al sistema bancario” ingenerando “una reciproca interdipendenza tra gruppi politici, gruppi industriali e gruppi bancari”. Un’interdipendenza che non solo perdura tutt’oggi ma che, anzi, si è andata aggravando con la presenza, nelle pubbliche amministrazioni e nell’economia legale, della criminalità organizzata che, nel mezzogiorno e la Calabria, rappresenta l’azienda privata più grossa in grado di inquinare il mercato anche con capitali illecitamente accumulati.

Ancora oggi, l’analisi di Ernesto Rossi centra il problema: quello delle regole e delle autorità necessarie a farle rispettare. Il problema, anche in Calabria, è quello delle regole e degli imprenditori onesti sostituiti dai soliti “prenditori” di finanziamenti pubblici, di contributi, di casse integrazioni in una sorta di capitalismo tarocco, inquinato appunto.