La #Scienza è conoscenza s’è pubblica e disponibile

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a cura di Giuseppe Candido

Conoscere per deliberare è il motto di Luigi Einaudi che però, anche in materia di dati sull’inquinamento ambientale, viene troppo spesso dimenticato.

Secondo Jürgen Renn1, direttore dell’Istituto Marx Plank per la Storia della Scienza di Berlino, viviamo oggi nell’Antropocene, una nuova era geologica nella quale “più del 75% della superficie terreste non ricoperta da ghiaccio è stata trasformata dall’uomo. L’era in cui la natura incontaminata non esiste più”. Nell’ampia prolusione2 tenuta oggi, 3 marzo del 2014, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Bergamo, l’illustre cattedratico ha posto seri interrogativi “ai responsabili del pianeta”.

“Abbiamo creato cambiamenti irreversibili, consumando le risorse naturali, liberando materiale radioattivo, alterando sia la biosfera sia l’atmosfera. Questo significa che il futuro del nostro pianeta sarà in larga parte forgiato dall’azione umana. Come possiamo essere – si chiede Jürgen – all’altezza delle responsabilità che ci siamo presi? Che tipo di conoscenza serve? Come possiamo essere certi che la conoscenza guiderà la nostra risposta alle grandi sfide che ci attendono?”. E ancora: “chi può garantire che la scienza fornirà le risposte ai problemi creati da questi interessi politici ed economici? E anche se otteniamo le risposte, quali strutture saranno richieste per implementarle?”.

Interrogativi «enormi» di cui, lo stesso Jürgen ammette che «nessuno conosce le soluzioni».

«Nelle società moderne, la scienza interagisce con gli sviluppi economici, politici e culturali».

Per Jürgen, «La scienza è stata spesso vista come un’attività che si svolge in una torre d’avorio, dove si esplorano idee astratte che possono anche non riferirsi al mondo reale».

Eppure, sostiene Renn nella sua lezione,

« Isolando la scienza dai suoi contesti sociali, non si comprendono le sue relazioni effettive. La scienza » – aggiunge Jürgen – « è soltanto una forma particolare di conoscenza. La conoscenza è un aspetto fondamentale della cultura umana, ben più ampio della scienza. La conoscenza deriva dalla riflessione sulle nostre azioni precedenti, consentendoci di progettare quelle future. Se vogliamo comprendere il progresso della scienza, dobbiamo studiare l’evoluzione della conoscenza ». Ai responsabili del pianeta e, in generale, della cosa pubblica, Jürgen Renn fa notare che « la conoscenza non ha soltanto una dimensione cognitiva, ma anche sociale e materiale. Può essere comunicata, condivisa e immagazzinata tramite rappresentazioni esterne come congegni, manufatti e testi».

Con la rivoluzione scientifica di Einstein, per Jürgen Renn, «vi è stata una trasformazione che ha riguardato non solo la scienza, ma più in generale le strutture della conoscenza. L’evoluzione della conoscenza è prodotta dalle strutture sociali ».

Emersa dalle prime società complesse assiro-babilonesi, la Scienza,

« per un lungo periodo rimase comunque un’attività marginale. Agli inizi dell’età moderna, tuttavia, l’esplorazione del potenziale intellettuale si indirizzo verso lacune tecnologie della società, come le infrastrutture urbane, l’architettura, la costruzioni di navi e di armi da guerra. Così, la conoscenza scientifica si rivelò ancor più utile nel miglioramento di queste tecnologie. Inoltre, la combinazione della conoscenza pratica con quella scientifica si trasformò in una matrice ampiamente diffusa, favorita dalla tecnologia delle stampa e da nuove istituzioni. (…) Le società implicano un’economia della conoscenza che produce e distribuisce non solo la conoscenza di cui hanno bisogno, ma anche un eccesso di conoscenza che può innescare sviluppi imprevisti. Alcuni di questi effetti diventano poi le condizioni per nuovi sviluppi. Così, la scienza emersa originariamente soltanto come un effetto collaterale, si è trasformata in una condizione essenziale per l’esistenza delle società moderne. Ma questo non deve farci dimenticare l’importanza delle sue connessioni con le economie della conoscenza delle nostre società e con l’evoluzione della conoscenza». Per Jürgen Renn, «è dunque necessario superare la tradizionale frammentazione della conoscenza scientifica, sfruttando il potenziale del Web per renderla pubblicamente disponibile e connetterla in nuove forme. E sarà cruciale esplorare le modalità in cui essa può essere integrata, con altre, che sono forse forme vitali di conoscenza soltanto a livello locale, per esempio, in merito a come impiegare le risorse in modo sostenibile, a come far fronte alle malattie e alla morte, a come mantenere la pace o, semplicemente, a come condurre una “vita felice” »

La conoscenza dei dati ambientali, la conoscenza dei luoghi a rischio dissesto e della vulnerabilità del patrimonio edilizio, sarebbero fondamentali.

Per capire, invece, quanto poca importanza sia data, oggi, da parte di una regione inquinata come Calabria, devastata dall’emergenza ambientale e dalle mancate bonifiche, alla conoscenza dei dati ambientali e dell’uso delle risorse naturali che pure dovrebbero essere pubblici, è stato sufficiente andare a cercare sul sito ufficiale del Consiglio regionale (www.consiglioregionale.calabria.it) nella sezione dedicata all’amministrazione trasparente. Ci siamo resi tristemente conto che, a fine febbraio 2014, non si trova nulla. Neanche quelle informazioni ambientali la cui trasparenza oltreché dalla convenzione di Aarhus, dovrebbe essere garantita dalla semplice applicazione dell’articolo 40 del D.Lgs. n. 33 del 2013.

Nell’ambito delle informazioni ambientali, sul sito della regione Calabria, sia che si cerchino i dati sullo stato dell’ambiente, sia che si voglia sapere quali siano i fattori di rischio o le misure incidenti sull’ambiente con le relative analisi di impatto, sia che si voglia conoscere le misure adottate a protezione dell’ambiente, sia che si cerchi la relazione sull’attuazione della legislazione o, soprattutto, quella sullo stato di salute e della sicurezza umana, la risposta che, in automatico, costantemente si genera, è sempre la stessa: “Sezione in aggiornamento”. Di dati ambientali, nelle pagine dell’amministrazione trasparente, non ce ne sono.

1  Jürgen Renn è direttore dell’Istituto Marx Plank per la Storia della Scienza di Berlino, docente di Storia della Scienza all’Università Humboldt e Visting, e docente presso la Boston University. Tra i più conosciuti e apprezzati studiosi del pensiero e dell’opera di Albert Einstein, ha scritto e curato numerosi lavori tra cui, in italiano, il libro Sulle spalle di giganti e nani: la rivoluzione incompitua di Albert Einstein, (Bollati Boringhieri, Torino, pp.360)

2  Il testo della prolusione citato è stato anticipato, in sintesi, nella rubrica Scienza e Filosofia, su Il Domenicale, inserto de Il Sole 24 Ore, Domenica 2 Marzo 2014, n°60

Francesco Barbieri, l’anarchico di Briatico

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L’utopia accende una stella nel cielo della dignità umana, ma ci costringe a navigare in un mare senza porti

 

Care amiche e amici di Abolire la miseria della Calabria,

è con immensa soddisfazione che annunciamo l’uscita del volume

Francesco Barbieri, l’anarchico di Briatico

Francesco Barbieri, l'anarchico di Briatico
Link in libreria

(Non Mollare edizioni, Agosto 2011, euro 10,00 (3,50 solo pdf), Pp 117, ISBN 9788890504013).

“Una vita rivoluzionaria. Un combattente per la libertà, la democrazia e la giustizia” sono le parole scelte per caratterizzare la prima pagina rigorosamente nera con scritte rosse per tre quarti e rossa con scritta bianca nella parte alta dove si leggono i nomi dei tre autori: Giuseppe Candido, Filippo Curtosi e Francesco Santopolo. Un lavoro a “sei mani e tre teste” che ha portato, dopo adeguate ricerche, ad un’analitica ricostruzione delle vicende storiche che coinvolsero l’anarchico calabrese antifascista e libertario, Francesco Barbieri.

Se è vero che la memoria collettiva è alla base dell’identità di un popolo, è altrettanto vero che un evento, per essere ricordato, necessita di un percorso di ricostruzione che permetta di segnare le linee di demarcazione tra ciò che vale la pena ricordare e ciò che può essere rimosso e consegnato all’oblio.

La società mediatica limita il tempo della memoria: gli eventi si accavallano con tempestività e tendono ad acquistare un’apparente neutralità che ne banalizza il significato e li priva di contenuto storico. Non è stato così per i subalterni la cui rimozione è stato un esercizio costante che il potere ha esercitato da sempre.

Così è stato per l’antifascista calabrese Francesco Barbieri (Briatico, 14 dicembre 1895- Barcellona 5 maggio 1937) detto “Cicciu u’ professuri”, schedato come “sovversivo anarchico” e, per questo, da rimuovere e cancellare e con lui il grande contributo che “i dannati della terra” (F. Fanon, 1961) hanno dato per la costruzione di una società a misura d’uomo”.

È con queste parole che si presenta ai lettori il saggio storico su Francesco Barbieri, l’anarchico di Briatico. Nell’ambito del progetto di valorizzazione del patrimonio storico e culturale calabrese, l’associazione di volontariato culturale Non Mollare, con la pubblicazione del volume su Francesco Barbieri, intende continuare a promuovere la conoscenza dei calabresi meno noti o, qualche volta, perlopiù ignoti ma che alla Storia hanno dato un loro personale contributo.

Nato in Calabria a San Costantino di Briatico, la storia di Francesco Barbieri, combattente antifascista, conosciuto col nomignolo di “Cicciu u’ professuri”, ha percorso i primi quarant’anni del ‘900. Partito da S. Costantino di Briatico a 26 anni, vi tornerà casualmente dopo l’estradizione dall’Argentina per riprendere subito il suo viaggio per il mondo, legando le sue vicende a quelle di grandi intellettuali come Camillo Berneri e Carlo Rosselli. Per Francesco Barbieri, l’Internazionalismo Proletario è stata una ragione di vita, fino all’estremo sacrificio consumato davanti alla canna di un mitra imbracciato da quelli che riteneva fossero della stessa parte.

Per sopravvivere, avrebbe dovuto scegliere: tra diventare ‘ndranghetista” o sbirro; Barbieri non sceglie né l’uno né l’altro: diventa libertario, socialista rivoluzionario, radicale e anarchico, con una pronta e decisa avversione al fascismo.

Un rivoluzionario libertario, assassinato da quelli che erano con lui a Barcellona per difendere la giovane repubblica, è l’evento più tragico che si consegna alla storia.

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“Inganno padano. La vera storia della Lega Nord”

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Il Libro di Fabio Bonasera e Davide Romano (La Zisa, 176 pp., 14,90 euro)

Recensione a cura di Chiara Pane

Bonas Romano - Inganno padano (La Zisa)

Dai risultati delle ultime tornate elettorali un dato è evidente: il verde Sole delle Alpi pare non temere eclissi. La vetrina del partito fondato da Bossi è variopinta, tutti ne conoscono i protagonisti quasi mai moderati, gli slogan chiassosi e la simbologia eccessiva. Ma quali sono le sue zone d’ombra? Quali i paradossi torbidi, i retroscena inquietanti di chi da anni è saldamente strutturato alla guida del paese? Da questi interrogativi nasce “Inganno padano. La vera storia della Lega Nord”, di Fabio Bonasera e Davide Romano (La Zisa, 176 pp., 14,90 euro).

Partendo dalla prefazione di Furio Colombo il libro si serve di documenti e interviste per ricostruire la storia del Carroccio. Illuminanti le testimonianze di chi nella Lega ha militato per anni, riconoscendosi negli ideali sbandierati dal primo Bossi, per poi restare deluso dal tradimento sistematico di tutti quei valori di cui all’inizio il partito si fregiava. Gli ex leghisti svelano molti aspetti del grande inganno, alla base del quale c’è lo strano status del partito, e cioè quello di essere al contempo Lega di lotta e Lega di governo, Lega che urla “Roma ladrona” e che siede al Parlamento, percependo lauti stipendi e godendo di tutti i privilegi che derivano dalla diretta gestione del potere.

La fenomenologia leghista riserva lati oscuri taciuti in nome di una discontinua moderazione che si confà a un partito al governo: la pericolosa persecuzione dell’alterità che si declina nella xenofobia, nell’omofobia, nell’antimeridionalismo e nella lotta all’immigrazione, con la conseguente convinzione che la “razza padana” sia la migliore; la vicinanza di soggetti come Borghezio a gruppi d’estrema destra in odor di fascismi; la pochezza politica di certuni, come Calderoli, l’uomo dal guardaroba irrispettoso che definì una “porcata” la legge elettorale da lui stesso firmata; le carnascialesche manifestazioni leghiste, in cui tanti di questi individui appaiono come la caricatura d’un cancro politico. Eppure ci governano e intascano i nostri soldi. Per ciò è importante leggere Inganno padano, i cui autori, dalle pagine del volume, sembrano sussurrare ai loro lettori “Poi non dite che non ve l’avevamo detto”.

 

“Noli me tangere” il nuovo libro di Francesco Deodato

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a cura di Franco Vallone

Copertina del volume "Noli me tangere" di Francesco Deodato

Dopo il successo editoriale di Maria Maddalena non ha casa in Vaticano, Francesco Deodato presenta ai suoi lettori un altro affascinante viaggio nel profondo della storia dal titolo Noli me tangere, non mi toccare. Un prezioso contenitore, 184 pagine di memorie che viaggiano nel tempo da duemila anni, un voler ripercorrere quello che il tramandare religioso ha, con i testi delle sacre scritture, dei Vangeli canonici e delle altre fonti storiche ufficiali, ma anche per per tradizione orale, inculcato, senza possibilità di replica, per generazioni e generazioni. Per come si fa leggere, Noli me tangere è racconto fluido, pieno di reali elementi di riferimento storico e continui inviti all’approfondimento delle tante tracce carpite all’oblio del tempo e lanciate nel futuro della ricerca documentaria. La scrittura, il testo, il senso del raccontare, evidenzia l’inedito sguardo di Deodato. Uno sguardo colto e appassionato che effettua letture della e nella storia, non dall’alto ma da un punto di osservazione multiplo che si immerge da più dimensioni, direttamente nel contesto storico. Un’azione di critica culturale, d’immersione e approfondimento, attuata non per distruggere, ma per costruire, appuntare e annotare accanto, in rosso, altre possibili identità, altre verità che non debbono ritenersi in assoluto le “uniche verità”. Quello che scaturisce da questa ricerca sono ipotesi, proposte di visione delle cose, tesi, possibilità. Una vera e propria sana democrazia della lettura del dato storico, dell’elemento documentario e religioso che fa, perlomeno, riflettere. Riflessione che mai come in questo caso è elemento necessario per una seria rilettura del passato troppe volte raccontato e tramandato ad uso e consumo di una “realtà-comodità” precostituita e preconfezionata. L’autore, nella fase di ricerca, ha cercato di leggere, in modo interpretativo, alcuni passaggi dei Vangeli canonici e di quelli gnostici. Poi Francesco Deodato ha riportato le affermazioni al pensiero del tempo ed alle cronologie del periodo storico, traslandole in quella storia millenaria della Chiesa e collocandole infine nella realtà attuale. Un lavoro lungo svolto molte volte direttamente sul campo, in loco per poter vedere e toccare, per non lasciare fuori possibili interpretazioni simboliche, metaforiche e di tipo semantico che ancora oggi gli antichi reperti si portano addosso. Francesco Deodato in Noli me tangere parte da molto lontano, dalle origini. Pone, e si pone, domande continue per tracciare una sorta di mappa delle incongruenze, del detto non detto, delle mezze verità e di tutto ciò che altri fonti storiche riportano in modo approssimativo e superficiale. Una storia di civiltà, ma prima di tutto una storia di fede, di religione e religiosità, di credenza interpretata dal popolare, di religioni che si avvicinano e si allontanano continuamente, con scambi, diramazioni, intersecazioni di fatti, persone e personaggi, luoghi e tempi, momenti e accadimenti. Alla fine trapelano anche tanti dubbi e possibilità, e non sempre tutte le domande trovano una risposta. Il dato storico che viene raccolto e raccontato, scritto o trascritto, contiene verità dubbiose, forse non vere o influenzate, visioni di parte o di comodo, invenzioni, cancellature, a volte eliminazioni di elementi politicamente scomodi in un dato momento della storia sociale e dell’uomo. Storie che si ribaltano con il cambiamento dei tempi, delle politiche e dei personaggi che nel tempo si sono succeduti nella Chiesa. Deodato cerca di risolcare queste orme, le tracce e i binari del tempo, ripercorre personalmente gli itinerari spirituali e storici dei cosiddetti luoghi dell’anima, per “sentire”, ancora una volta, i suoni antichi, lo schiocco dei colpi di frusta, le grida, le preghiere, le passioni, i misteri templari e i rintocchi di campane medievali, per percepire una sorta di essenza antica rimasta memorizzata sui luoghi, tra quelle pietre sotto la croce da cui traspaiono, ancora oggi, le ombre che il fatto storico ha lasciato indelebili. Qumran, Mar Morto, Gerusalemme, Nazareth, Rennes le Chateau, Roma, Parigi… dalla Palestina alla Francia, dal Libano a Israele, dall’India all’Italia, tanti i riferimenti di luoghi da ripercorrere per respirare storia, la traccia di vita che è riuscita ad arrivare all’oggi e le mille fascinose storie non ancora completamente svelate. Luoghi e tempi ancora intrisi di sangue, di mistero, di passione e, prima di tutto, della tanta umanità che ci ha preceduto.

 

SCHEDA VOLUME

Francesco Deodato, Noli me tangere, Edizioni Adhoc – Vibo Valentia, 2011, Euro 15.00, pagine 184