#Scuola: sentenza #precari. Intervista prof Tindiglia della @GildaInsegnanti

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La sentenza della Corte di Giustizia europea che riconosce l’abuso dell’Italia dei contratti precari, è una vittoria della Gilda degli insegnanti.
Intervista al Prof. Tindiglia coordinatore della Gilda-Unams Calabria che ha prodotto i primi ricorsi nel 2008

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Pubblicata su Cronache del Garantista di mercoledì 3 dicembre 2014
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Lo scorso 26 novembre, la Corte di Giustizia europea ha condannto l’Italia per l’abuso di contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi consentiti dalla normativa europea, oltre i quali è d’obbligo stabilizzare il rapporto di lavoro. Come ha spiegato dalle pagine del Garantista, l’avvocato Edda Squillaci, legale del Foro di Reggio Calabria che, per conto degli iscritti alla Gilda degli insegnanti di Catanzaro, ha seguito sino alla Corte di Giustizia europea tutta la vicenda, si tratta di una sentenza storica, “rivoluzionaria”.
I giudici europei – in pratica – hanno stabilito che, per le direttive comunitarie, non può essere consentita una norma nazionale che consenta il rinnovo di contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi. Per capire ora cosa possono fare i docenti interessati (che sono oltre 200 mila in tutta Italia) ne abbiamo parlato con il Prof. Antonino Tindiglia, coordinatore della Gilda Catanzaro e della Federazione Gilda-UnamsCalabria, sindacato che, per primo, ha posto la questione davanti al giudice del Lavoro di Lamezia Terme, che ha rinviato alla Corte costituzionale e che, a sua volta, ha rimesso la questione ai giudici di Lussemburgo.

Prof. Tindiglia, ci racconta come è iniziata questa vicenda che ha portato a questa pronuncia e qual’è stato il ruolo del sindacato dal lei rappresentato in Calabria?
La vicenda è iniziata nel 2008 con la disposizione di questi contratti, dove circa 40 docenti hanno aderito, e sono stati presentati ricorsi ai vari tribunali per la stabilizzazione e la cosa era fondata sul fatto che avevano dei contratti che superavano i tre anni già reiterati nel tempo e, cosa che è prevista anche nella sentenza, il pagamento dei mesi non retribuiti e il riconoscimento degli scatti d’anzianità per la carriera. Qua a Lamezia Terme, (il Giudice del Lavoro, ndr) non si è pronunciato su questi scatti e ha pensato che fosse necessario mandare questi atti alla Corte Costituzionale.
E poi?
A sua volta, la Corte Costituzionale ha mandato gli atti alla Corte (di Giustizia, ndr) europea che si è pronunciata per la condanna di questa reiterazione indiscriminata dei contratti. E che è giusto che ci sia la stabilizzazione del rapporto di lavoro.
Cosa potranno fare i docenti attualmente precari, dopo questa pronuncia?
Per tutti quelli che hanno in corso (già avviato) il ricorso, adesso si dovrà pronunciare il Giudice del Lavoro in virtù di questa sentenza della Corte europea, e sicuramente avranno un esito positivo. Quelli che non hanno ancora presentato il ricorso, o lo presentano o comunque dovranno attendere che lo stato italiano si metta “in riga” e faccia in modo tale che vengano stabilizzati.
E per quanto riguarda le assunzioni già previste prima della sentenza dal governo?
Qualcosa, come assunzioni, è previsto nella legge di stabilità; però, chi ha diritto a questa assunzione in ruolo? Tutti quelli che hanno lavorato nello Stato italiano. Qui la Corte stabilisce un principio: chi ha tre anni di lavoro entro i cinque anni deve essere stabilizzato. E questo vale sia per lo Stato italiano sia per qualunque datore di lavoro e la sentenza apre le porte a tutti i settori sia statali sia di lavoratori privati che vengono trattati in questo modo.

Chiarissimo. La proposta di riforma del governo Renzi, presentata e discussa online col documento “La buona scuola”, prevede l’assunzione di 148.100 precari. Il sindacato sarà contento?
Noi siamo contenti non perché immette in ruolo 140mila docenti. Siamo contenti perché chi ha un diritto, è giusto che lo abbia esercitato, insomma. È assurdo pensare che lo Stato utilizzi questa gente come se fossero, diciamo, delle “pezze vecchie” da buttare. Ti utilizzo, e poi finisce lì. Questa è diventata, purtroppo, l’Italia: se è evero che mi hanno chiamato a ricoprire un ruolo, perché a questo punto non devo essere stabilizzato? 148Mila assunzioni dicono, ma non si sa esattamente quanti sono in realtà. Il diritto ce l’ha chi ha lavorato per lo Stato per tre anni, negli ultimi cinque anni e non è stato assunto a tempo indeterminato. Questi hanno il diritto. Gli altri nella graduatoria a esaurimento, ci sono dei colleghi che vengono dalle scuole private. E loro devono chiedere la stabilizzazione nelle scuole private.

Anche altri sindacati provano a prendersi il merito della vittoria. Cosa farà la Gilda per i docenti ancora precari che possono chiedere la stabilizzazione?
Noi abbiamo le sedi disponibilissime in tutta italia (sul sito gildains.it ci sono tutti gli indirizzi), ma noi ci auguriamo che lo Stato si mette “in riga” facendo la legge che li assuma tutti quanti. Perché, ripeto, questo discorso non vale soltanto per gli insegnanti. Vale anche per il personale ATA della scuola. La Gilda mette a disposizione le proprie sedi, anche se il cappello ce l’hanno messo tutti. Anche i sindacati che sono nati l’altro ieri, adesso si vantano di produrre ricorsi a tutti e contro tutti, insomma, uno contro l’altri armati.
E la sembra ad andare avanti senza esitazioni.
La Gilda è un’associazione seria che tutela, assolutamente, gli insegnanti e il personale della scuola ed è sempre a disposizione dei colleghi con tutte le sedi che abbiamo in Italia, a Catanzaro, a Soverato e a Lamezia ci sono le sedi. Ci sono le sedi a Reggio, a Vibo a Crotone e Cosenza, per parlare un po’ del Sud. I colleghi li invito a rivolgersi alle sedi della Gilda per chiedere, se vogliono, di avere anche loro la possibilità di fare questo ricorso e, per quanto riguarda i costi, sono assolutamente minimi perché noi tuteliamo i nostri insegnanti senza l’interesse di guadagnarci perché non siamo un ricorsificio.

#LaBuonaScuola: #Renzi fa il furbo ma l’Europa ci condanna

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di Giuseppe Candido (*)
(Pubblicato su Cronache del Garantista del 27/11/2014)

Neanche due settimane dopo il termine per le ‘consultazioni’ vulute dal governo Renzi e dal Ministro dell’Istruzione e della Ricerca sulla riforma della scuola, proposta solo online (quasi a ricerca del consenso delle masse) con l’ormai famoso documento titolato “La buona Scuola”, come un macigno, arriva la sentenza della Corte di Giustizia europea che, con pronuncia di ieri, 26 novembre, ha condannto l’Ialia, ormai letteralmente pluri pregiudicata, anche per la violazione della Direttiva 1999/70/CE giudicando illegittima, da parte della Ministero dell’Istruzione, la reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi per i docenti, ritenuto un ‘comparto speciale’.

In pratica, la Corte di Giustizia ha stabilito che:

La clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura nell’allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, quale quella di cui trattasi nei procedimenti principali, che autorizzi, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo qualsiasi possibilità, per tali docenti e detto personale, di ottenere il risarcimento del danno eventualmente subito a causa di un siffatto rinnovo”.

Una sentenza che, di fatto, come sottolinea il coordinatore nazionale Rino Di Meglio nel comunicato odierno, rappresenta una vittoria della Gilda Insegnanti e della Federazione Gilda-Unams che dal 2007 ha intrapreso la via dei ricorsi giudiziari contro la precarizzazione del rapporto di migliaia di docenti che, ogni anno, vengono licenziati ad agosto e riassunti a settembre.
Ciò che succederà è che oltre 200mila precari, non solo i 150mila che voleva assumere il Governo, potranno chiedere l’immediata stabilizzazione del rapporto di lavoro, risarcimenti per oltre un miliardo di euro, e gli scatti di anzianità che avrebbero maturato, se fossero stati assunti, tra il 2002 e il 2012, dopo il primo biennio di servizio.
Spiegato quindi il motivo per il quale il Presidente del Consiglio Renzi, nella sua proposta di riforma della scuola, ‘spacciandola’ come “un investimento di tutto il Paese su se stesso”, come una sua idea, ma in realtà temendo proprio questa sentenza richiesta dai ricorrenti, anche attraverso l’intervento della Federazione Gilda-Unams e la Federazione dei Lavoratori della Cultura della CGIL, ha deciso di assumere i 150mila precari. Per evitare la sentenza. E il paradosso è che, per evitare le migliaia di ricorsi, Renzi spera ancora che il conto lo paghino gli stessi docenti, sia quelli di ruolo sia quelli che dovrà assumere per rispettare – finalmente – la normativa comunitaria, cui prevede di bloccare gli scatti stipendiali fino al 2018.
In tutto ciò – per quanto si legge nelle motivazioni della sentenza che condanna lo Stato italiano per illegittima proroga dei contratti a termine – dal computo sono fuori dal piano del governo altri 100mila prof abilitati ma non attualmente inclusi nelle graduatorie e circa 20mila unità del personale ATA chiamate, con supplenza, annualmente e che potranno ricorrere – pure loro – al giudice del lavoro. Ma anche chi è stato assunto potrà portare lo Stato italiano in tribunale per aver violato sistematicamente le riforme comunitarie. Ecco perché la proposta del governo per la Buona Scuola è, in realtà, una pessima trovata buona a far pagare la bolletta delle multe agli stessi prof che hanno prodotto il ricorso!

(*) docente di scienze matematiche e dirigente provinciale della Gilda Insegnanti – Fed. Gilda-Unams di Catanzaro

Precari della #scuola: giustizia europea condanna Italia per abuso dei contratti a tempo determinato

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di Edda Squillaci (*)

Finalmente giustizia per i precari storici del mondo della scuola. La Corte Europea ha letto la sentenza sull’abuso dei contratti a termine senza una previsione certa per l’assunzione in ruolo.
La conseguenza più immediata della sentenza appena emanata dalla Corte Europea a Lussemburgo è che adesso 250mila precari possono chiedere la stabilizzazione e risarcimenti per due miliardi di euro, oltre agli scatti di anzianità maturati tra il 2002 e il 2012 dopo il primo biennio di servizio e le mensilità estive su posto vacante.
Una battaglia durata più di tre anni, che ha incontrato gli ostacoli e le reticenze di molti giudici nazionali, anche a causa di una normativa controversa e penalizzante.

Tuttavia, con la perseveranza e la costanza che caratterizza il nostro Studio, abbiamo portato la questione sin dinnanzi alle magistrature superiori, eccependo innanzi ai Giudici del Lavoro territorialmente competenti la doppia pregiudiziale –nazionale e comunitaria- per la violazione della direttiva comunitaria 1999/70/Ce attuativa dell’accordo quadro sul tempo determinato del 28/06/1999, recepito attraverso il decreto legislativo 368/2001. In particolare, è stato dedotto circa l’abusiva successione nel tempo dei contratti stipulati in totale spregio delle disposizioni di cui all’art 5 del D.Lgs 368/2001, con particolare riferimento all’intervenuto superamento dei 36 mesi, individuati dal comma 4 bis dell’art cit. quale termine oltre il quale il rapporto deve, a tutti gli effetti, considerarsi a tempo indeterminato.
Su un centinaio di contenziosi individuali, promossi sia da docenti che da personale Ata iscritti alla Gilda di Catanzaro (segretario prof. Nino Tindiglia) ed incardinati su tutto il territorio calabrese, la questione è stata ritenuta non manifestamente infondata dal G.L. di Lamezia Terme dott. Antonio Tizzano, il quale, con due ordinanze, ha rimesso le q.l.c. sollevate da C.D. e Z. G. innanzi alla Corte Costituzionale.
Anche la Consulta ha ritenuto fondate le questioni sollevate ed, a tal fine, ha rimesso gli atti dinnanzi la Corte di Giustizia dell’ Unione Europea, competente per materia.
I giudici comunitari hanno spiegato che la direttiva comunitaria osta a una normativa nazionale che autorizza, in attesa dell’assunzione del personale di ruolo, il rinnovo dei posti vacanti e disponibili, senza indicare tempi certi ed escludendo possibilità di ottenere il risarcimento del danno. Pertanto, ha spiegato la Corte, non esistono criteri oggettivi e trasparenti per la mancata assunzione del personale con oltre 36 mesi di servizio, né si prevede altra misura diretta a impedire il ricorso abusivo al rinnovo dei contratti.
Già il Procuratore Generale della Corte, con parere del 18.07.14, notificato all’avv. Edda Squillaci in data 01.08.14, aveva manifestato la condivisione delle questioni sollevate a favore del personale precario della scuola.
A questo punto occorrerà dare esecuzione alla decisione della Corte di Giustizia dell’UE, chiedendo al giudice nazionale la disapplicazione della normativa interna contrastante con la direttiva n. 1999/70/CE.

Avv. Edda Squillaci del Foro di Reggio Calabria, difensore dei lavoratori C.D. e Z.G., iscritti al sindacato Gilda di Catanzaro, con l’ausilio degli avv.ti domiciliatari Alfredo Villella (Lamezia Terme) e Rossella Barillari (Catanzaro).

(*) Edda Squillaci è avvocato Patrocinante in Cassazione

Le cacofonie de #labuonascuola e il merito che non c’è!

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Il Governo di Matteo Renzi sta promuovendo l’ennesima riforma dell’struzione con l’ormai noto documento ‘La buona scuola’, diffondendola come un grande ‘investimento’ sull’istruzione dopo anni di tagli.
Ma è davvero così?
Sul ‘come’, l’assunzione a tempo indeterminato di 148.100 precari che l’Europa chiede di effettuare per violazione delle direttive (e a breve è prevista anche una sentenza della CEDU), pena sanzioni e ricorsi, il ‘buon Governo’ di Matteo Renzi la voglia far pagare direttamente ai docenti (di ruolo e precari che immetterà in ruolo) abbiamo già detto: bloccando gli scatti stipendiali fino al 2018, ridandoli solo alla parte meritevole predeterminata al 66% e tagliando sul cospicuo capitolo delle supplenze (circa un mialiardo di euro all’anno, secondo il MIUR) grazie all’effetto della creazione di un organico funzionale stabile derivante dall’assunzione a tempo indeterminato del personale attualemte precario, da un lato e, dall’altro, attraverso la ‘creazione’ di una ‘banca ore’ che i docenti dovranno recuperare nel caso di sospensione dell’attività didattica deliberata dal collegio docenti in base alle esigenze locali, rispetto al calendario scolastico regionale.
Ma la riforma della ‘buona scuola’ non appare convincente neanche per quanto previsto per la valorizzazione del tanto ventilato ‘merito’.
In pratica, quello che ci siamo chiesti è se, almeno per il docente ‘meritevole’, quello cioè che si sarà sforzato per tenersi aggiornato, per collaborare con l’istituzione e insegnare bene, se aleno per quello lo stipendio con la buona scula migliorerà.
Macché, anche per il più meritevole dei meritevoli, a conti fatti, la riforma della buona scuola è una sòla, nel senso di una fregatura.
Per capire quanto, durante l’intera carriera, ci perde anche il docente più meritevole è stato necessario fare un ‘doppio’ calcolo in base ai due sistemi, quello degli scatti attualmente vigente e quello ‘nuovo’ previsto, a regime, dalla riforma Renzi.
Il professor Mabulli, docente di ruolo intervistato da Florinda Parise per la Gilda TV, la web tv del sindacato Gilda degli insegnanti, ha fatto un minuzioso calcolo cumulando le somme degli stipendi annui di un docente ‘tipo’, ipotizzando cioè un’età media di 44 anni e un’anzianità di ruolo di 9 anni, ed estendendo il cumulo fino all’età di 70 anni. Bene, anzi malissimo. Col sistema attuale degli scatti, il cumulo degli stipendi raggiunge i 727.087 euro mentre, col sistema degli scatti della ‘buona scuola’, anche al docente che in base al proprio merito avrà maturato interamente gli scatti, il cumulo degli stipendi a 70 anni si ferma tragicamente a 638.751 euro. Una differenza di 88.336 euro, che è assai penalizzante per una categoria che, già oggi, non naviga certo nell’oro.
Nel caso in cui, invece, il docente fosse tra quel 33% dei ‘non meritevoli’, come può anche succedere, ad esempio, a una docente neo mamma che non ha la possibilità di formarsi e/o di svolgere qualche incarico aggiuntivo, la penalizzazione economica, rispetto al sistema attuale, sarà devastante. Sempre per lo stesso docente ‘tipo’, lasciando lo stipendio bloccato fino alla fine della carriera, il cumulo degli stipendi a 70 anni si ferma, infatti, a 566.271 euro, con una perdita di 160.816 euro. Una tragedia economica che, nel caso di una famiglia composta da due docenti, deve essere raddoppiata! E se consideriamo che anche le pensioni dei docenti maturano su base contributiva, si capisce come il danno economico oltreché stipendiale riguarderà anche la pensione percepita dopo la meritevole carriera.
Insomma, quella che viene propagandandata come la ‘buona scuola’, come l’investimento maggiore sull’istruzione degli ultimi trent’anni, in realtà è una sòla. Ed anche per quanto riguarda la ‘valutazione’, cui chi scrive è – in linea teorica – assolutamente favorevole, come viene proposta dalla riforma non appare per niente seria. Intervistato da Lella D’Angelo per Gilda TV, il professor Maurizio Berni, docente di musica, in riferimento alla ‘buona scuola’ parla addirittura di “pericolo” dovuto “all’alto grado d’improvvisazione” che emerge dal documento e, facendo un paragone con la musica e l’improvvisazione musicale, ricorda che questa richiede, come nel Jazz, grande conoscenza della tecnica, delle scale e degli accordi oltreché un affiatamento tra musicisti, altrimenti – sottolinea – ne viene fuori una cacofonia.
Ecco: cacofonia, è forse il termine che descrive meglio la buona scuola.
Sulla valutazione del ‘merito’, infatti, nel documento del governo, c’è un errore concettuale di fondo, cacofonico, che è quello di dare percentuali predeterminate dei docenti meritevoli (66%) e dei non meritevoli (33%) in ciascuna scuola che, tra l’altro, sono assai penalizzanti rispetto a tutto il resto del personale delle pubbliche amministrazioni dove i ‘non meritevoli’, mediamente, arrivano al 25%.
Una vera e propria discriminazione, deprimente per un’intera categoria, specialmente se si tiene conto degli ultimi dati OCSE PISA che hanno evidenziato un miglioramento dei saperi di base negli apprendimenti, non certo dovuto agli investimenti sulla scuola.
Ma quel che è peggio è che, così predeterminando il merito, il sistema – di fatto – copre, nel bene e nel male, il merito (o il demerito) dei dirigenti scolastici.
Col sistema di valutazione frettolosamente pensato durante la calura estiva quando, addirittura, qualcuno aveva pure avuto l’idea di portare l’orario dei docenti dalle attuali 18 ore (o 22) a 36 ore di lezione, è che, né i dirigenti scolastici le cui scuole non ottengono i risultati formativi programmati, né i docenti per davvero fannulloni, saranno individuati.
In ultimo c’è da interrogarsi pure sul metodo scelto: la consultazione on line. Al confronto democratico con le parti sociali, con gli operatori della scuola e con esperti di docimologia, si è sostitutito una consultazione dove, a fronte di 136 pagine di pura propagandanda, si chiede ad imprecisati interlocutori di riassumere i propri pensieri in poche righe. E, cosa ancor più grave a parer di chi scrive, non c’è nessun confronto di idee, nessun dialogo. C’è un sogetto unico che ‘raccoglie’ e ‘filtra’ queste ‘brevi’ opinioni per poi assumere le decisioni. A questo punto, la domanda è un’altra: quale è il modello di democrazia che si insegnerà con la buona scuola?


Guarda l’intervista al prof. Maurizio Berni

Piove, #Governo ladro?

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Mezza Italia è sotto una bomba d’acqua. In Calabria piove da ventiquattro ore e le previsioni meteo non lasciano prevedere miglioramenti per le prossime 24 ore. Le scuole sono chiuse in molti Comuni calabresi: i sindaci, infatti, hanno preferito non rischiare. Giovedì sei novembre, l’ArpaCal, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente calabrese, attraverso il centro funzionale multirischi, con un comunicato a firma dell’ing. Roberta Rotundo, ha diramato a tutte le cinque prefetture calabresi e per conoscenza alla protezione civile nazionale, l’avviso di “criticità per possibili precipitazioni intense” con livello di allerta 2 caratterizzato da ‘criticità elevata’. Tradotto: rischio frane e alluvioni a go-go.
Nella descrizione dello scenario di rischio diramato alle 5 prefetture calabresi e, da queste, a tutti i Comuni, si legge che “Nelle aree a rischio di frana e/o a rischio di inondazione e in particolare in quelle classificate dal PAI (aree a rischio di inondazione, aree di attenzione, zone di attenzione, punti di attenzioe, aree a rischio elevato o molto elevato di frana) sono attese precipitazioni che potrebbero determinare fenomeni di dissesto diffusi e di intensità da media ad elevata”.
E si specifica che, “fenomeni di questo tipo possono costituire pericolo per la incolumità delle persone che si trovano nelle aree a rischio”.
A leggere il comunicato dell’ArpaCal viene spontaneo domandarsi se ‘le persone che si trovano nelle aree a rischio’, quelle, per intenderci, delimitate dal PAI dal 2001 e a cui il comunicato dell’ArpaCal fa esplicito riferimento, sono consapevoli di vivere in aree di rischio o di trovarsi vicini a zone o a specifici punti d’attenzione. E viene da chiedersi pure se per tali zone rese note dall’Autorità di Bacino Regionale a tutti i comuni già dal 2001 con l’invio di mappature del rischio, i sindaci dei comuni interessati abbiano predisposto adeguati sistemi di allerta specifici per avvisare le popolazioni coinvolte del rischio o se, invece, ci si limiti a una generalizzata, seppur doverosa, chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, ogni qual volta che viene diramato l’allerta meteo.
Se le zone, le aree e i punti di attenzione per rischio inondazione e quelle a rischio frana sono state delimitate sulle carte del PAI, perché non si realizza uno specifico sistema di informazione e di allerta per le popolazioni residenti in tali aree? Perché non si effettuano prove di evacuazione periodiche? Ogni volta che una perturbazione si scatena sullo sfasciume pendulo, frane e alluvioni non si contano e, sistematicamente, ci tocca assitere a fatti luttuosi. Fatti luttuosi che presi singolarmente sembrano pochi, ma se si tiene il conto delle vittime negli ultimi cinquanta anni ci si accorge che, per sole frane e alluvioni, quasi tremila persone sono morte. Sfollati centinaia di migliaia di persone e miliardi di euro di danni alle cose. Le persone muoino perché escono per strada, perché passano da un punto d’attenzione non segnalato (ad esempio una strada che interseca un corso d’acqua minore che, però, in occasione delle bombe d’acqua divengono tumultuosi ecc.).
Nelle altre parti del mondo, in queste condizioni, periodicamente si effettuano simulazioni, la popolazione è informata dei rischi e dei comportamenti da tenere nelle verie situazioni di rischio.
In Calabria come nel resto del bel Paese, invece, ci si limita a chiudere le scuole. La gente non ha conoscenza di dove siano le aree di rischio nel proprio comune e i punti di attenzione non sono neanche segnalati.
Mentre scrivo piove. La pioggia continua a cadere in maniera copiosa. Incessantemente batte sui vetri della finestra sospinta da un vento teso e burrascoso di Mezzogiorno che, per il Golfo di Squillace, significa mareggiate che tendono ad impedire il naturale deflusso verso mare dei corsi d’acqua. Ma non sarà come nel 1973 quando precipitazioni abbondanti coinvolsero la fascia ionica ove alla fine si registrarono 1500 mm di pioggia, un valore che uguaglia il valore medio di un anno. Allora innumerevoli furono i crolli e gli allagamenti, per non parlare delle frane che isolarono parecchi Comuni della provincia di Reggio Calabria, obbligando i loro abitanti all’evacuazione. Careri e Bovalino vennero evacuati mentre risultarono sinistrate Catanzaro Lido invasa dalle acque del Fiume Corace e Marina di Gioiosa da quelle di una mareggiata. La storia dei luoghi ci dovrebbe mettere in guardia, ma gli eventi non si ripetono mai uguali, mai negli stessi luoghi.
Quello che come allora si ravvisa, difronte al dissesto idrogeologico nazionale e in particolare di quello della Calabria, è l’erroneo, distorto e speculativo uso del suolo la causa prima dello ‘sfasciume idrogeologico, delle alluvioni, delle frane’. Ricordare le parole di un comunicato del Consiglio Nazionale dei Geologi del 1973 aiuta forse a comprendere meglio:
L’aver sempre trascurato la natura del suolo, la consistenza e la distribuzione delle risorse naturali”, – scrivevano oltre 40 anni fa i geologi – “ha portato a scelte economiche, urbanistiche e di assetto che sono presto entrate in contraddizione con il territorio stesso, innescando quel vasto processo di rigetto le cui manifestazioni più vistose sono appunto frane e alluvioni”.

Come ancora attuali e significative appaiono pure le parole di Alberto Ronchey che nel 1991 dalle colonne di Repubblica sosteneva come, “malgrado lo smisurato debito pubblico nazionale, la spesa pubblica trascura da quaranta anni le opere di prioritaria necessità. Eppure, impegnare più risorse materiali e tecniche per evitare disastri costerebbe di gran lunga meno che riparare e risarcire i danni, migliaia di miliardi l’anno. Troppi ministri e legislatori favoriscono spese anche dissennate, che assicurano immediati vantaggi clientelari o elettorali, mentre non si curano delle opere a utilità differita benché fondamentali e vitali. La loro idea di manutenzione – aggiungeva Ronchey – pare simile a quella che in India ispira gli amministratori discendenti dalla casta dei Marwari, o strozzini: si cambia la corda all’ascensore solo quando s’è spezzata”.
Prevenire sarebbe meglio che curare, e anche più economico.
Allora le parole che forse meglio aiutano a capire a che punto sia la prevenzione idrogeologica in questo Paese, sono ancora una volta i versi di Eugenio Montale:
Piove
non sulla favola bella di lontane stagioni,
ma sulla cartella esattoriale,
Piove su gli ossi di seppia e sulla greppia nazionale
”.

Contro #LaBuonaScuola di #Renzi, manifestazione nazionale @GildaInsegnanti

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… E di tutti i lavoratori del comparto scuola di buona volontà.

La federazione Gilda-Unams, organizzazione sindacale del comparto scuola riunita a Roma nei suoi vertici nazionali lo scorso 29 ottobre, ha indetto per il prossimo 23 novembre anziché uno sciopero, una manifestazione nazionale a Firenze. La speranza è riuscire ad organizzare una grande manifestazione dei docenti e dei lavoratori della scuola, proprio dopo il termine delle consultazioni volute dal Governo sul documento la buona scuola.

Il corteo partirà da Piazza Cavalleggeri per arrivare sino a Piazza Ognissanti dove, a conclusione della manifestazione, ci saranno gli interventi degli oratori.

Nel documento ufficiale diramato dal coordinatore nazionale Rino Di Meglio a tutti i coordinatori provinciali si legge che ‘la scelta della data viene a cadere la settimana successiva alla fine della consultazione del Miur e di domenica, per permettere a tutti coloro che vorranno partecipare di esserci‘.

<<L’intenzionesi legge nel documento – è di tenere la manifestazione nella città simbolo della politica renziana, che è anche culla della cultura italiana; là dove è partita la sua corsa alla segreteria del Pd e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In questo modo si vuole sottolineare l’opposizione della Gilda al progetto #LaBuonaScuola>>.

Al seguente link è possibile scaricare il documento di convocazione della manifestazione di Firenze

Sullo stesso argomento.

#LaBuonaScuola: intervista a Rino Di Meglio, coordinatore Gilda

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“Ci faranno recuperare pure il capodanno”, “ok assunzioni, da un lato danno dall’altro tolgono”

di Vincenzo Brancatisano

Anche le badanti godono degli scatti di anzianità e tutti gli insegnanti in quasi tutti i Paesi del mondo li hannoInvece il nostro premier, privando gli insegnanti e solo loro degli scatti di anzianità e sostituendo i medesimi con un sistema di raccolta punti che premia chi invece di insegnare si dedica ad altro, finisce per mortificare il bravo insegnante”.

Altro che merito, insomma. Rino di Meglio, leader nazionale della Gilda, contesta punto per punto il progetto di riforma della scuola ideato dallo staff del presidente del Consiglio Matteo Renzi e carica i suoi per la grande manifestazione indetta dal suo sindacato per il 23 novembre prossimo a Firenze, città simbolo, perché “da qui il nostro premier ha preso le mosse come politico”.

Di Meglio, in sostanza secondo il governo la scuola attuale è una scuola cattiva…
“Il problema è proprio questo. Se il nostro governo presenta le Linee guida sulla scuola come Buona scuola si fa intendere che la scuola attuale non sia buona. Io ritengo invece che la nostra scuola sia certo rinnovabile ma che con le risorse limitate che ha sia addirittura più che buona e sia condotta da buoni insegnanti. Tanto che la nostra scuola sforna ogni anno buoni laureati, moltissimi dei quali vanno all’estero e trovano immediatamente lavoro. Poi ci sono cose che non funzionano. Ad esempio, un sistema disorganizzato e la piaga del precariato”.
La Buona scuola infatti punta molto sulla stabilizzazione di circa 150.000 precari.
“Siamo d’accordo che la piaga del precariato sia eliminata. Peraltro è un atto dovuto visto che il 26 novembre prossimo molto probabilmente ci sarà la condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia di Lussemburgo proprio per lo sfruttamento eccessivo dei contratti a termine”.
Loro lo ammettono. Nelle Linee Guida si premette infatti che c’è stato un abuso colpevole che sarà colmato da una pesante condanna della Corte.
“Sì, è vero. Anche se molti sono preoccupati e dicono che potrebbe essere una polpetta avvelenata per i sindacati”
In che senso?
“Nel senso che ci si dà una cosa e ci si toglie altro”.
Perché dice cosi?
“Non dimentichiamo che il progetto prevede dei contenuti devastanti per la concezione che dimostra di avere del lavoro degli insegnanti. Sono previsti gli scatti di competenza, l’assunzione diretta e quello del governo delle scuole. Si intravede la scuola come un centro di erogazioni di servizi a domanda e non come un’istituzione della Repubblica. E questo non va bene. Pensi che le parole cultura e conoscenza non sono usate nei loro documenti. Invece si usano le parole azienda, cliente, genitore. D’altra parte, al di là del documento, alcuni tecnici ideatori delle Linee Guida hanno già detto con chiarezza che studenti e genitori devono partecipare alla valutazione degli insegnanti”.
“Io sono d’accordo che gli insegnanti siano valutati, ma a una condizione”.
Quale?
“La condizione è che la valutazione venga applicata a tutti i settori della società. Facciamo allora valutare i giudici dai condannati e i medici dai pazienti. Io penso che dobbiamo prima metterci d’accordo su cosa sia la figura del docente e poi parliamo di valutazione”.
Chi è un buon docente?
“Il buon insegnante è colui che conosce bene quel che deve insegnare e lo trasmette efficacemente ai propri alunni. E per valutare se un docente è più o meno bravo può esserci soltanto uno che è competente sul tema e che lo valuta rispetto a questi elementi”.
E invece?
“E invece si intende valutare gli insegnanti sulla base di attività extra, che non hanno nulla a che fare con la funzione docente, come è previsto con gli scatti di competenza: qui si stabilisce che ad avere i punti sulla tessera a premi siano docenti che svolgono attività che non hanno nulla a che fare con l’insegnamento e che seguono corsi di formazione costosi e con contenuti culturali discutibili”.
Di Meglio, mi spiega perché si è arrivati a tanto?
“Perché gli insegnanti da anni sono vittime di una campagna di delegittimazione. Si è voluto diffondere il pregiudizio che lavorano poco”.
La banca delle ore basata sul principio che i giorni di sospensione delle lezioni costituiscano un monte ore da recuperare come supplenze parte da qui?
“Che cos’è la banca delle ore, se non un principio devastante secondo cui il professore diventa un professionista a chiamata, come un vigile del fuoco? Da questo a che si possa arrivare a far recuperare il giorno di Capodanno il passo è breve. Insomma, ti chiamo quando mi servi. Il docente peraltro sarebbe l’unico lavoratore che non avrebbe l’orario definito. Ma avere l’orario definito significa sapere quando si lavora e quando c’è il tempo libero. Già oggi, con i buchi, l’orario si moltiplica a dismisura”.
Anche lei se la prende con i buchi? E’ vero però che durante i buchi il prof si riposa proprio perché insegnare bene stanca.
“Sarebbe così se i buchi fossero ore retribuite. Ma non è così. Se succede per un’ora alla settimana va bene, altrimenti si resta in ostaggio della scuola se si aggungono l’orario delle riunioni, quelle di ricevimento dei genitori, i compiti da correggere, le preoccuopazioni che ci si porta dietro. E’ una caratteristica della sola scuola italiana quella di avere numero infinito di riunioni. Negli altri Paesi del mondo non esistono queste riunioni che tolgono peraltro energia ai professori. C’è un’idea aziendialistica dell’autonomia scolastica”.
Lei denuncia che la Buona scuola produce il disconoscimento della carriera.
“Oggi abbiamo gli scatti di anzianità e si fa credere che a scuola si guadagna di piu perché si diventa vecchi. Voglio ribadire che questo messaggio renziano non è vero. Gli scatti semmai premiano l’esperienza, che ha un valore”.
Certo, più si lavora, più aumenta l’esperienza, si diventa migliori. Non è così in tutte le altre professioni?
“Ma certo! Anche le badanti hanno gli scatti di anzianità e tutti gli insegnanti in quasi tutti i Paesi del mondo hanno gli scatti di anzianità. Qui invece si vuole fare questo. La verità è che non c’è un euro di investimento e allora si levano i soldi da una parte e si mettono dall’altra. Si vuole risparmiare e dunque si scrive che a ottenere gli aumenti triennali di stipendio sarà solo il 66 per cento dei docenti”.
In sostanza si consacra l’idea che l’altro 33 per cento è fatto di insegnanti cattivi
“Non solo. Per far ottenere gli scatti si lavora sulla mobilità e si spingono le persone a andare in scuole in cui i professori sono considerati scarsi, con la prospettiva di prendere il loro posto, migliorando in questo modo, secondo loro, la qualità di quelle scuole. Questo è scritto ma è una mistificazione. Così come sono mistificatorie le tabelle stipendiali dove si arriva a scrivere che i docenti arrivano attualmente a guadagnare fino a 50.000 euro. In realtà hanno aggiunto un 25 per cento”.
E come hanno fatto?
“Hanno indicato il lordo Stato e non il lordo dipendente”.
Speghiamo. Il lordo dipendente è la somma su cui si calcolano le ritenute a carico del dipendente ed i contributi a carico dell’amministrazione. Il lordo stato si ha sommando al lordo dipendente i contributi a carico dell’amministrazione. Hanno fatto questo?
“E’ così. E si arriva a dire che il docente bravo guadagnerebbe di più. Invece se anche riuscisse a ottenere tutti gli scatti di competenza, e non è detto visto che deve darsi da fare accumulando punti, non avrebbe comunque lo stipendio attuale. E possiamo immaginare il grave danno per chi entra da poco in ruolo. Questi insegnanti perderanno tutto il preruolo. E noi non possiamo che dare un giudizio negativo poiché si crea una discriminazione tra lavoratori. La storia dei gradoni peraltro risale all’epoca berlingueriana. C’è un filone di pensiero della sinistra che porta a questa concezione”.
Veniamo all’assunzione dei docenti. Perché parlate di pericolo di assunzione diretta e non più per concorso?
“Si parla di un mega albo dei docenti dove tutti possono accedere per concorso. Fin qui siamo tutti d’accordo. Poi però si dice che le scuole possono assumere quelli che maggiormente servono a quella determinata scuola in base alle qualità dell’insegnante inserito nell’albo. Peraltro, la storia del Registro nazionale è una cosa immaginifica, se si pensa che il nostro Ministero non riesce a gestire con l’informatica neppure la mobilità, nonostante la trentina di milioni spesi ogni anno. E quando vai a fare una domanda di supplenza il sistema si blocca, perché è arretrato. Ogni volta devi inserire i dati daccapo. I sistemi funzionano dappertutto tranne che nella pubblica istruzione. Però si fa immaginare una super efficiente cervellone che gestisce il portfolio del docente, trasparente e accessibile a tutti, aperto alle famiglie. Attraverso questo le scuole si scelgono i professori piu adatti. e questa è l’assunzione diretta”.
Che era prevista già dal Disegno di Legge Aprea..
“L’Aprea prevedeva già questa cosa, più o meno siamo lì. Ma forse era meglio quel progetto, se non altro non prevedeva l’eliminazione degli scatti, ma indicava tre livelli: docente iniziale, ordinario ed esperto. L’assunzione diretta è incostituzionale. Col concorso si otterrebbe solo un requisito per l’idoneità. E si può immaginare a cosa andremmo incontro”.
A cosa andremmo incontro?
“Al potere dei presidi che con i soldi dello Stato gestirebbero privatisticamente le assunzioni”.
Come si poteva migliorare la scuola in un altro modo?
“Intanto si poteva iniziare dalle strutture, migliorandole. Io giro l’Italia e posso dire che se al Nord le cosa vanno quasi sempre bene, al Sud invece è un disastro. Io penso che sia più facile individuare il demerito che il merito. E’ un’azione di carattere propagandistico. Gli insegnanti che riteniamo mediamente bravi sono buoni e pagati malissimo. Se si fosse voluto riconoscere il merito di questi insegnanti si sarebbe dovuto riconoscere un più decoroso trattamento economico. Parliamo di persone tutte laureate, con concori superati e pagati al primo anno con 1200-1300 euro al mese. Rispetto al mondo civile siamo sotto il livelo della decenza”.
Come si è arrivati a fare dell’insegnante italiano il nuovo povero della nostra società?
“Basta spulciare un po’ di letteratura e ci si accorge che è sempre stato così, si pensi al maestro di Vigevano. Si pensi agli stipendi differenziati a seconda della scuola, rurale o di città, al ruolo A e al ruolo B della scuola secondaria. C’è stata nel tempo una lunga lotta sindacale condotta solo per sanare le ingiustizie. E oggi abbiamo i contratti bloccati ormai dal 2009”.
C’è all’orizzonte il rinnovo?
“Secondo me no. Nel Def si scrive che fino al 2018 non è previsto alcun rinnovo. Dal 2009 al 2018 sono tanti anni senza rinnovo”.
Di Meglio, secondo lei cosa passerà di tutto quello che è previsto dal progetto renziano?
“La parte delle assunzioni è già nella legge di stabilità, per il resto non ci sono provvedimenti in vista né i sindacati sono mai stati interpellati fino ad oggi. Il messaggio chiaro è che si pensa di poter gestire i contratti senza i sindacati. Sarebbe un atto di violenza. La legge può inserire una diversa organizzazione della scuola ma non una norma sulla modifica delle tabelle dello stipendio o l’orario degli insegnanti senza arrivare a delle trattative. Se faranno una cosa del genere significherà cancellare i sindacati. Mi auguro di no. E mi auguro soprattutto che ci sia un sollevamento civile della nostra categoria”.
Ci sarà?
“Secondo me sì. Vedo che quando li informiamo si arrabbiano. Tutto sta nell’informarli e nell’incanalare la protesta in modo che faccia da contraltare alle azioni del governo”.
In molte assemblee sindacali si denuncia un paventato svuoatamento degli organi colegiali.
“La logica porta a pensare lo svuotamento, ma non c’è nulla di preciso. Si pensa di potenziare sempre di più il potere del dirigente e di non considerare il collegio dei docenti come organo che esercita il potere sulla didattica. Ma ripeto: non c’è nulla di preciso, probabilmente interrverrà qualche legge”.
Si prevede un aumento delle ore di musica e scienze motorie nella scuola primaria e di storia dell’arte e inglese nella scuola secondaria.
“Non sono cose negative. Ma voglio sapere con quali risorse. Non ci sono. Anche i mille milioni previsti dalla legge di stabilità sono stati trovati con il taglio al ministero dell’istruzione”.
Troppi annunci?
“Tutto sommato ci saremmo aspettati un po’ di prudenza. Stattene tranquillo e aspetta. Oltre a lasciarci gli stipendi da fame vieni a propinarci l’ennesimo terremoto nella scuola?”
Molti precari sono preoccupati. Il piano di immissioni è visto bene ma molti sono pronti a rinunciarvi purché non passi tutto il resto. Cosa si sente di dire a questi precari?
“Non mi pare che queste siano reazioni giuste. Lo Stato si esprime con le leggi. Per ora c’è solo l’art 3 del disegno di legge di Stabilità e prevede le immissioni. Il resto si può perfezionare. Si deve pensare ad esempio agli abilitati. Ma fare lo sciopero contro le immissioni non è razionale. Io ho sentito nelle code delle assemblee precari litigare tra di loro, tra chi è nelle gae e chi nei pas e nei tfa. E’ tipico dividersi nella nostra categoria. Dobbiamo accettare quello che devono darci per forza. Dopo di che dobbiamo fare in modo che la voce della categoria si levi forte contro gli aspetti peggiorativi”.
Pensa a uno sciopero?
“Penso che lo sciopero sia l’ultimo punto di arrivo. Non penso che le azioni isolate siano produttive. Prima occorre creare un grande consenso e poi lo sciopero. Anche perché se lo sciopero poi fallisce ti dicono: ho ragione io”.
Va bene, si parla di assunzioni. Ma come saranno gestite le assunzioni, visto che domanda e offerta di lavoro non sono sovrapponibili, su vari fronti?
“E’ tutto aleatorio. Se lei guarda le tabelle, loro parlano di 148.000 immissioni. Un numero enorme diviso tra infanzia, primaria e secondaria. Non è un discorso semplicissimo perché devi vedere dove mettere ad esempio 45.000 docenti nella scuola dell’infanzia visto che quella statale è limitata. Inoltre, per la primaria ci sarà un esodo da Sud a Nord. A Vicenza le graduatorie sono esaurite mentre a Palermo o a Reggio Calabria o a Napoli, tanto per fare alcuni esempi, non c’è un posto neppure a morire”.
Pare di capire che nel migliore dei casi occorra preparare la valigia…
“Certo. Facciamo l’ipotesi di attuare le immissioni sull’organico di diritto, cioè di assumere a tempo indeterminato coloro che già stanno facendo le supplenze annuali. Ma gli altri? Magari si possono inserire in soprannumero vicino a casa. Il Piano Renzi prevede l’organico funzionale. Se hai pochi posti ad esempio nella A019 e invece ti servono tantissimi di inglese come si fa? E come si fa per i colleghi della A019 a trovare loro il posto? Io non ho avuto ancora un incontro con i collaboratori di Renzi. Magari questa domanda la gireranno loro a me…”.
E le materie affini di cui si parla nella riforma?
“Può darsi che come al solito tocchino le classi di concorso. Ci hanno spesso tentato, ma alla fine non le hanno mai toccate. Ma poichè se ne parla, è possibile. E sarà un problema per la qualità della scuola”.
Certo, se si pensa allo scandalo dell’insegnamento della lingua inglese alla primaria…
“Guardi, secondo me e secondo molti la prima cosa da sostenere è la lingua nazionale. La società interculturale si basa sulla lingua nazionale, altrimenti come si fa a integrare gli alunni stranieri? Poi sono favorevole alla diffusione alla lingua inglese. Considero che l’insegnamento precoce sia utile ma ovviamente occorrerebbe farlo con persone preparate professionalmente e non con persone addestrate con corsetti improvvisati”.
Ma chi ha voluto tutto questo?
“E’ successo già con la riforma del 1990. Da lì si previde la generalizzazione della lingua inglese nelle elementari poi ti accorgi che non hai insegnanti specializzati e allora si ricorre a corsi da 500 ore, poi da 250, poi da 100. Ma sulla carta non risolvi i problemi. Quando i bambini sono piccoli occorre usare la didattica giusta”.
Eppure si insiste con i Content and Language Integrated Learning, i famigerati Clil. I dirigenti impongono, per legge, anche a chi non conosce la lingua straniera l’insegnamento in lingua inglese di materie diverse dalle lingue straniere. Che senso ha?
“A me sembra una forzatura inutile perché non porta a nessun risultato. Sono forzature che fanno i dirigenti che pensano di essere più realisti del re e poi fanno cose che non sono credibili. E’ come la storia di voler inserire l’informatica dappertutto e poi ci facciamo delle figure barbine. I ragazzini oggi possono dare lezioni di informatica ai professori e noi ci mettiamo gli insegnanti di trattamento testi?”
Infine, i docenti si dicono preoccupati dal carico di lavoro indotto dalle normative sui Bes.
“Come spesso succede, in Italia si scrivono tante cose belle. Ho seguito negli anni la problematica dei disabili, poi chiamati in tanti altri modi. Sono leggi belle che tuttavia si scontrano con la limitatezza delle risorse. Mi viene in mente la legge Basaglia. I manicomi furono chiusi sulla carta ma poi? Ci sono stati interventi integrativi della Corte costituzionale che ha ordinato le assunzioni dei docenti di sostegno a gennaio scorso. Ma ci si dimentica della realtà, come le Grida manzoniane. Si pensi all’istituzione delle equipes sociopscicopedagogiche sul territorio composte da medici, psicologi e insegnanti. Ma dove stanno? Abbiamo solo i gruppi di lavoro a scuola e basta. Anche il personale dell’ente locale: magari c’è a Modena ma più scendi giù, meno ce n’è. Quanto agli alunni Bes, vedo male ogni burocratizzazione perché fa male ogni perdita di tempo”.
Torniamo alla sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, annunciata per il 26 novembre prossimo. Cosa succedera, secondo lei?
“Spero di non peccare di ottimismo ma dovrebbe essere positiva per i precari. Si è visto dal procedimento e dalla requisitoria dell’Avvocato Generale. Ci aspettiamo che dal 27 novembre lo Stato italiano sani il precariato altrimenti dovrà pagare un risarcimento e ci sarà una catena di ricorsi vinti. Tuttavia ho notato che i precari degli altri settori pubblici non sono a conoscenza di questa sentenza. Invece tutti i pubblici dipendenti saranno interessati”.
Cosa devono fare i precari della scuola che non hanno una causa in corso? Consiglia di agire subito in giudizio oppure di aspettare l’esito della sentenza del 26?
“Io aspetterei. Per chi ha una causa in corso è stata ottenuta una sospensione del processo. Ai nuovi conviene attendere perché o c’è una sanatoria o in caso contrario converrà fare ricorso in massa. Sarà comunque una svolta storica che lo Stato si merita”.
Lo Stato si adeguerà?
“Mah, a meno che lo Stato non esca dalla Ue, pur di non pagare…”.

La buona scuola e la pessima politica

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di Giuseppe Candido
Articolo pubblicato il 13/09/2014 su Le Cronache del Garantista a pag. 22 col titolo:
C’è solo un modo per rilanciare la scuola: investire di più

Prima, nei i mesi di calura estiva, qualcuno ipotizzava di portare l’orario di lavoro dei prof a 36 ore la settimana. Come gli impiegati. Poi sarà stato ricordato a Renzi cosa aveva scritto più di un secolo fa Einaudi. L’aumento del l’orario “Può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno in ufficio”. Aggiungendo che: “La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità”.
Le 36 ore a settimana per i prof, per fortuna, sono scomparse. Come pure si è capito che i docenti italiani con 200 giornate di scuola all’anno non hanno più ferie e non lavorano meno dei loro omologhi tedeschi (198 giorni) e, in generale, dei colleghi europei. Ma l’idea di riformare la scuola senza metterci neanche un euro, anzi continuando a tagliare, è rimasta tale e quale. Tale e quale a quella dei governi dell’ultimo ventennio.
Addirittura il governo di Matteo Renzi pensa ora di mettere persino la ‘pagella’ per professori e, abolendo gli scatti triennali, di legare la progressione di carriera dei docenti al merito e non più all’anzianità. In pratica trasformando un attuale diritto minimo di tutti in un privilegio misero di alcuni. Nell’ultimo rapporto l’OCSE, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ci dice però che la scuola italiana migliora nonostante i tagli fatti in questi decenni che hanno portato la pubblica istruzione italiana ad essere la cenerentola d’Europa. Il rapporto diffuso lo scorso 9 settembre conferma, ancora una volta, il calo degli investimenti del ‘Bel Paese’ nel settore scolastico.
Il governo Renzi, invece di cambiare verso e invertire questa tendenza, pensa ad ulteriori tagli: abolizione degli scatti stipendiali dei prof (già di per se miseri ristretto a quella dei colleghi europei) legando gli aumenti di stipendio a un non ben specificato merito senza però aver definito con i rappresentanti della categoria alcun sistema scientifico in grado di individuare davvero le eccellenze.
Invece è proprio il merito dei docenti (e tutti) se, come scrive l’OCSE, in Italia “migliora la qualità dell’istruzione di base” nonostante i poderosi tagli.
Tra il 2003 e il 2012 è diminuita la percentuale dei quindicenni che ottengono ai test di matematica un punteggio basso e sono aumentati i più bravi. Mentre, sempre nello stesso rapporto OCSE, si legge che “tra il 2008 e il 2012 le buste paga dei docenti della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado, sono diminuite mediamente del 2%”. E lo abbiamo ricordato più volte: Gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie di I grado raggiungono, in media nei Paesi OCSE, il livello più alto della loro fascia retributiva dopo appena 24 anni di servizio, mentre in Italia sono necessari 35. E mentre nei paesi OCSE, tra il 2000 e il 2009, gli stipendi degli insegnanti sono aumentati del 7%, in termini di potere d’acquisto, in Italia sono invece diminuiti del 2%; e a ciò si aggiunga il successivo blocco degli scatti d’anzianità. Negli ultimi 4 anni gli insegnanti italiani – in media – hanno perso oltre 8mila euro del loro potere d’acquisto. Sono diventati i nuovi poveri.
Come pure abbiamo già ricordato che, sono sempre i dati rilevati nel 2011 dall’OCSE, a dirci che solo nel 2008, l’Italia ha speso il 4,8% del PIL per l’istruzione (posizionandosi così al 29 posto di 34 Paesi), investendo in istruzione quasi un punto e mezzo percentuale di PIL in meno rispetto alla media dei paesi OCSE.
Dati questi che da soli spiegano e danno forza alla battaglia dei docenti e sindacati in difesa degli scatti stipendiali in base all’anzianità e che, di fatto, come ricordano i sindacati all’unisono, rappresentano l’unica boccata d’ossigeno per gli stipendi miseri dei docenti italiani.
Se vuole premiare le eccellenze e migliorare davvero l’istruzione il governo dovrebbe cominciare invece a investire in questo settore.
Come ha ricordato ne I Principi di Economia Alfred Marshall, nessun investimento dello stato ritorna in termini di crescita di un Paese come quello nell’istruzione. Si obietterà che non ci sono i soldi e che con questi chiari di luna non è possibile trovare le risorse. Eppure. Non si parla più di evasione fiscale, e non si parla più delle gare per l’assegnazione delle frequenze della tv digitale che, se espletate adeguatamente, avrebbero potuto dare enormi vantaggi economici. Solo investendo nella scuola e nei docenti – ridando loro dignità e risorse – si può fare la buona scuola. Si trovino le risorse per farlo. Altrimenti sono solo chiacchiere. E poi, con tutti i fallimenti della politica delle larghe intese partitocratiche, siamo davvero sicuri che la pagella la si debba dare ai prof in questo Paese?

Post-scriptum
Dopo che abbiamo inviato l’articolo alla redazione de il Garantista, il giorno della sua pubblicazione su carta, con piacere scopriamo che, proprio per opporsi a questa evidente truffa di sostituire gli scatti con aumenti legati al ‘merito’ dati solo a una parte dei prof, i sindacati rappresentativi del comparto (compresa la Federazione GILDA UNAMS di cui chi scrive è dirigente provinciale) ritrovano unità nella lotta e lanciano una petizione da scaricare, firmare e inviare al governo: #SbloccaContratto.

Scuola, Rino Di Meglio (Gilda): pretendiamo serietà da chi ci governa e propone riforme

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Non si può toccare un settore così delicato con gli annunci

Stando agli insistenti e ripetuti annunci del presidente del consiglio Matteo Renzi, il 29 agosto doveva essere una giornata storica per la scuola italiana.

Invece, la sera del 28 agosto, dopo l’incontro di Renzi con il presidente Napolitano, le agenzie di stampa hanno battuto la notizia del rinvio della tanto sbandierata presentazione delle linee Guida per la riforma della scuola.

Per Rino Di Meglio, coordinatore nazionale del sindacato Gilda degli insegnanti (Fed. Gilda-Unams), “La vicenda lascia molto perplessi”.
Sentito dalla Gilda tv, la Web tv del sindacato, Di Meglio è stato molto chiaro:

“Non si può toccare un settore delicato come la scuola facendo annunci; annunci del ministro, poi da parte del sottosegretario (all’istruzione, ndr) E poi ci si è messo addirittura il presidente del Consiglio dei Ministri. Annunci che vengono fatti, poi smentiti, ritirati. La scuola – continua il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti – è una cosa seria, e un meccanismo delicato. Si tratta di milioni di persone, perché ci sono dentro un milione di personale della scuola, 700.000 insegnanti, milioni di alunni, e le loro famiglie. Diciamo che andare a mettere in attesa inutilmente tutte queste persone, per poi all’ultimo momento smentire, non è che chi ci governa ci faccia una bella figura.

Saremmo tutti curiosi – continua Di Meglio – di capire, ammesso che ci sia questa grande riforma, qual’è la filosofia cui ci si vuol riferire, e dove si vuole arrivare. Gli insegnanti sono preoccupati perché quando si fanno affermazioni del tipo: “bisogna smetterne con l’anzianità”, come ha fatto il ministro più volte, “e procedere con la meritocrazia”. … Vabbè, si parte per concetti propagandistici, perché ovviamente nessuno è contrario a premiare i buoni e punire i cattivi. Sono concetti scontati, ma va anche detto che c’è chi pensa di fare il gioco delle tre carte, perché non ci sono risorse da investire sulla scuola, e magari levare quella miseria che gli insegnanti maturano negli anni, che dopo tanti anni di servizio arrivano ad avere uno stipendio un po’ più alto di quello miserabile che l’iniziale – che è attorno ai 1200 € per le scuole primarie e 1250-1270 per le scuole superiori, questi sono gli stipendi netti miserevoli che hanno gli insegnanti italiani, – beh se uno dice: ti levo pure l’anzianità e poi faccio il merito per pochi, insomma, è chiaro che gli insegnanti giustamente si preoccupano.
Anche perché – continua il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti – la misurazione del merito chi la deve misurare? Il preside? Gli insegnanti? Gli alunni? E su quali elementi? In base al fatto che si partecipi a una commissione? Che ci si occupi di questioni burocratiche? Oppure, invece, sul fatto che uno è un buon insegnante perché conosce bene la disciplina, magari è anche un po’ severo, e quindi può anche dare fastidio a qualche studente e/o qualche genitore?
Diciamo che la questione è complessa e seria e, se si vuole fare un progetto serio in questo senso, bisogna costruirlo scientificamente e non cose così tipo l’INVALSI che va a a propinare i test nelle scuole e con questo si pensa di misurare il valore del sistema scolastico italiano”.

Poi c’è la vicenda dei docenti beffati dalla così detta ‘quota 96’ per la quale i docenti della Gilda insegnati Roma hanno manifestato lo scorso 29 agosto sotto palazzo del Governo.
Anche per questa vicenda il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti non usa mezzi termini: “È un’altra questione scandalosa”, dice subito alle telecamere di Gilda Tv e, purtroppo, non di rai uno.

Voglio semplicemente ricordare cosa è successo” – continua Rino Di Meglio – “Quando la Fornero ha fatto la riforma delle pensioni allungando i tempi a tutti e mandando in pensione chi, al 31 dicembre di quell’anno, aveva maturato determinati requisiti, ha dimenticato una cosa banale. Che nella scuola si lavora per anno scolastico e non per anno solare. Quindi migliaia di insegnanti e personale della scuola che aveva maturato il sacrosanto diritto ad andare in pensione esattamente come gli altri, solo che l’aveva maturato al 31 agosto e non al 31 dicembre, sono stati privati di questo diritto e la pensione gli è stata ritardata a chi per due, a chi per quattro, chi per sei o addirittura sette anni. Questa è una grossa ingiustizia, alla quale il Parlamento e il partito al governo si erano impegnati di mediare. Era tutto pronto, annunciato il passaggio di questa norma speciale per consentire, dopo due anni, il pensionamento dei colleghi di ‘quota 96‘, il 4 agosto la beffa.
All’improvviso il ministero dell’economia ha detto che non c’era risorse neppure per questa operazione. Questo – conclude il coordinatore Rino Di Meglio – non è un modo di procedere serio. Se noi dobbiamo insegnare in osservò il doveroso rispetto per le istituzioni e le leggi dello Stato, penso che tutti abbiamo il diritto di pretendere – al di là del colore politico – la serietà da parte di chi ci governa. Basta quindi con gli annunci. Quando si fanno le cose, le si fanno seriamente: ci si confronti, si ascolti e poi si facciano gli atti di governo”.

Alla fine dell’intervista il servizio da Catanzaro sulle immissioni in ruolo in Calabria curato dal sottoscritto lo scorso 29 agosto.

#Scuola: la Gilda insegnati pronta a chiamare i prof alla mobilitazione

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Riceviamo dal Prof. Tindiglia coordinatore provinciale della Gilda Catanzaro e membro della direzione nazionale della Gilda Insegnanti – Federazione Gilda Unams, il Comunicato ufficiale della Direzione nazionale della Gilda Insegnanti che volentieri – come dirigenti provinciali della Gilda di Catanzaro – condividiamo e pubblichiamo

La Direzione nazionale della Gilda degli Insegnanti, riunitasi a Roma il 21 agosto 2014, ha discusso della situazione dell’istruzione e della scuola, che è in Italia istituzione tutelata dalla Costituzione.

Il dibattito dei dirigenti nazionali dalla Gilda si è soffermato in particolare sulla condizione nella quale in questi ultimi anni i docenti svolgono la loro attività professionale, mal retribuita ed oppressa dalla burocrazia.

In attesa delle linee guida preannunciate alla stampa dal Presidente del Consiglio, la Gilda degli Insegnanti ricorda che se l’istruzione in Italia mantiene livelli ancora buoni è grazie alla professionalità e alla dedizione della stragrande maggioranza dei docenti.

Fiduciosi che le linee guida possano essere tali da garantire sia il livello dell’istruzione sia, soprattutto, le risorse economiche necessarie per un rilancio del settore dell’istruzione statale, la Gilda ribadisce l’assoluta contrarietà ad una politica scolastica che già da troppi anni taglia anche l’indispensabile e quindi rispetto ai paventati tagli di un anno del percorso scolastico delle secondarie, al prospettato ulteriore blocco della parte economica del CCNL e degli scatti di anzianità, all’aumento dell’orario di lavoro dei docenti, nel contesto di una possibile revisione unilaterale della parte normativa.

La Gilda degli Insegnanti, in tale ipotesi, sarebbe pronta a chiamare i docenti alla mobilitazione nazionale.