Al Partito democratico serve una svolta RADICALE

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Io vorrei poter votare per un partito davvero antiproibizionista

Leggo sull’espresso di questa settimana l’articolo di Roberto Saviano titolato “Voterei per un partito antiproibizionista”. Il titolo non può non richiamare l’attenzione di chi, come il sottoscritto, da anni ormai milita e vive il proprio modo di fare politica nella famiglia Radicale.

L’autore di Gomorra se la prende col PD (ucciso da se stesso) di cui tutti abbiamo assistito alla “clamorosa disfatta”. Secondo lo scrittore, si tratta non di un Partito ma di una somma di correnti e “potentati politici”. Un partito natogià svuotato da quelle idee forti che erano state, nel corso degli anni, marginalizzate a vantaggio di politiche improntate a meri tatticismi e repentine alternanze al vertice“. Non cita direttamente Marco Pannella e i Radicali ma, passate di moda le categorie di destra e di sinistra, Roberto Saviano sostiene che vorrebbe poter votare per “un partito che abbia come obiettivo quello di tutelare i diritti di un numero sempre più ampio di persone”. E aggiunge ancora più chiaramente:

Io vorrei poter votare per un partito davvero antiproibizionista. Io vorrei poter votare per un partito che facesse dell’antiproibizionismo un metodo politico e non un fine da rimandare in eterno sotto la spinta di forze che conservano solo lo status quo. Vorrei” – aggiunge ancora – “che a essere legalizzati non fossero solo la vendita di stupefacenti. Vorrei che l’immigrazione potesse trovare una cornice legislativa più dignitosa e che non fosse più consentito il mantenimento di quei luoghi di detenzione, i CIE, che ricordano più la vergogna di Guantanamo che una logica di accoglienza realmente solidaristica. Io vorrei che lo Stato si facesse da parte e consentisse alle persone di decidere in che modo unire la propria vita a quella di un partner. Vorrei che l’amore delle persone potesse vivere nel pieno dei diritti anche al di fuori del matrimonio e che non fosse legittimato solo dal tipo di preferenza sessuale. Io vorrei poter votare un partito libero dalle gravi ipoteche e condizionamenti sindacali, che a fronte di un aumento vertiginoso della disoccupazione concepisce solo i titolari di diritti e privilegi in un’ottica di conservazione insostenibile per le schiere sempre più folte dei non garantiti. Sarebbe bello poter pensare a un partito limpido, e fiero che non stabilisca un rapporto infruttuoso tra le sue parti. Vorrei un partito attento all’informazione non perché impegnato a occupare i vertici della televisione pubblica, ma perché intento a liberarla da ogni indebita intrusione. Vorrei che questo partito che non c’è, tenesse conto dell’ultima flebile memoria di quelle che sono state le grandi tradizioni umanitarie comprendendo che l’attenzione per gli ultimi è un tentativo necessario per consentire una parità di possibilità. Che abbia a cuore la condizione delle carceri italiane e si facci garante del reinserimento di chi sbaglia nel tessuto sociale.”

Poi Saviano conclude dando indicazioni operative:

“È ovvio che ciascuno crede che esistano priorità diverse. È chiaro che per molti, forse per troppi, il proprio problema è il problema e, tutto il resto è inutile “chiacchiera politica”. Ecco, vorrei poter votare per un partito che fosse espressione di tante anime, di tante istanze, e fosse in grado di tenerle tutte insieme perché tutte prioritarie. Inutile non vedere. iInutile ignorare a vantaggio di accordi di facciata. Per mantenere una stabilità effimera che cade rovinosamente all’ennesima prova. Questo c’ha insegnato la storia recentissima: nascondere la testa sotto la sabbia serve solo a morire asfissiati”.

Per favore, qualcuno dica a Roberto che, a Roma, in via di Torre Argentina 76, da oltre cinquant’anni, c’è un partito come lo vuole lui: democratico davvero. E’ il Partito Radicale nonviolento, trasnazionale e transpartito al quale ci si può iscrivere e, sin da subito, votare i quadri dirigenti o, perché no, candidarsi addirittura a segretario portando le proprie istanza “prioritarie”. Un Partito, quello di Pannella, che tiene insieme una galassia di istanze prioritarie e che dell’antiproibizionismo su tutto, proprio come intende Saviano, fa un metodo politico. E ha strumenti di lotta nonviolenta gandhiana con cui propone da qualche anno una Rivolta. E’ vero, il Partito Democratico di oggi non è ciò che Saviano vorrebbe poter  votare. Ma c’è un partito in Italia, quello di Pannella e di Bonino, che senz’altro potrebbe essere da esempio proprio al partito che democratico non lo è mai diventato.

In prima linea

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di Giuseppe Candido

Giorgio Napolitano - Wiki

Bisogna che sia chiaro che la Calabria è in prima linea nella lotta contro la criminalità, è in prima linea per la sicurezza e per la libertà del nostro Paese, e tutti, lo Stato nazionale, le sue istituzioni le sue forze, dobbiamo tutti essere in prima linea con la Calabria”.

I fatti di Rosarno dove “non si è saputo prevenire”, l’integrazione e la ‘ndrangheta che dà dimostrazione di forza. Dopo quanto accaduto dall’inizio dell’anno Giorgio Napolitano è a Reggio Calabria ed ha incontrato tutte le istituzioni, un vertice coi Magistrati, l’incontro con il Presidente della Regione Agazio Loiero e con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. “La mafia in Calabria blocca lo sviluppo”.

Parole cariche del peso della verità quelle del Presidente che poi viene accolto presso il Liceo artistico statale “Mattia Preti” con la manifestazione “Legalità e Sviluppo” organizzata dalla consulta delle associazioni degli studenti calabresi con la presenza del ministro
dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Tutti impegnati a contrastare la criminalità organizzata e a diffondere la consapevolezza della necessità, quanto mai urgente, di combattere questa lotta.
Il Presidente ha ricordato l’alto magistrato Antonino Scopelliti, ucciso dalla mafia nel 1991, e si è rivolto alla Calabria e all’Italia tutta con queste parole: “Guai a pensare che ciò significhi che gli immigrati sono portatori di violenza e che i cittadini di Rosarno sono portatori di razzismo”. E ancora: “Stiamo molto attenti, respingiamo questi luoghi comuni, respingiamo tutti i pregiudizi che rischiano di accumularsi sulla Calabria, che è una regione difficile, una regione per tanti aspetti sfortunata, è anche una regione che deve dare di più, che deve mobilitarsi di più, una società che deve esprimere le sue energie e le sue capacità di reazione e di svolta di più di quanto abbia fatto finora”.

Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso ha
sottolineato che tutte le istituzioni debbono collaborare e che “la Calabria deve far sentire la sua voglia di riscatto per gli omicidi del Giudice Scopelliti e del vicepresidente del Consiglio regionale, Fortugno”. Nello stesso giorno, però, una santabarbara di munizioni ed esplosivi viene ritrovata parcheggiata vicino l’aeroporto di Reggio Calabria a riprova che la ‘ndrangheta non cade affatto a pezzi. Nella convinzione della necessità di un cambiamento che la Gelmini afferma che “E’ necessario far crescere, proprio dalla scuola, la cultura della legalità, combattendo anche un modo di pensare” . E forse è proprio questa la miseria d’abolire. Ma è anche vero che le istituzioni, scuola a parte, in Calabria sono, per dirla alla Mario Draghi, “pervase” dalle mafie, dalle ‘ndranghete. Le nuove ‘ndrine traggono i loro capitali principalmente dai traffici di droga che poi reinvestono nell’economia legale, nei “café del Paris” o nelle “Milano da bere”. Quei “durissimi colpi inferti alle ‘ndrine” che possono apparire operazioni come il sequestro di beni per 5 milioni di euro sono, in realtà, solo una goccia del mare dei capitali che la ‘ndrnagheta manovra, gestisce, rinveste. E’ vero che di una rivolta c’è bisogno, di una rivolta nonviolenta, ma di una rivolta culturale, sociale, politica e, soprattutto, morale. Ma, come dimostrano i dati forniti dalla stessa direzione distrettuale antimafia, la lotta che ci chiedono di combattere è una lotta impari perché, se anche si considerano i 6 miliardi di euro sequestrati alle mafie nell’ultimo anno, pure quest’importo astronomico rappresenta solamente un misero 10% degli oltre 60 miliardi di euro che la ‘ndrangheta porta a casa ogni anno come proprio “fatturato”. Il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone ha detto di recente la sua: “La ‘ndrangheta – afferma Pignatone – è riuscita a diventare una vera holding del mercato della droga grazie alle sue ramificazioni in ogni parte del mondo. (…) Il fenomeno si è sviluppato da una ventina d’anni (…) anche se ora risulta con tutta evidenza”. Aggredire i capitali mafiosi non può quindi significare limitarsi all’esazione di una tassa, oltretutto assai vantaggiosa. Ma allora, cosa si può fare? Cosa possono fare le istituzioni, la politica, la società civile per sconfiggere le ‘ndranghete?

Mike Gray, lo scorso aprile su “The Washington post”, analizzava il problema del traffico di sostanze stupefacenti: “Negli anni venti – scrive Gray – gli Stati Uniti hanno vietato il consumo di alcol. Il contrabbando è fiorito e la violenza è esplosa. Come oggi sulla droga”.

Che quel business di All Capone fosse il frutto di una sciagurata politica proibizionista oggi non sfugge più a nessuno. Quello che resta ancora da assimilare è però la seconda parte del messaggio: la stessa cosa accade con le droghe illegali che alimentano le mafie in tutto il mondo, dai cartelli colombiani e messicani alla ‘ndrangheta nostrana che aumenta, giorno dopo giorno, il suo potere economico pervadendo, col denaro riciclato, l’economia legale della Calabria, dell’Italia e d’Europa. Forse dovremmo guardare come sta cambiando la lotta al narcotraffico nei paesi che spesso invochiamo ad esempio. “Dopo 40 anni dall’offensiva di Nixon, Obama tira il freno e pensa alla marijuana libera.” Marco Bardazzi lo ha spiegato bene nel suo articolo “La fine della Guerra alla coca” comparso qualche giorno fa su “La Stampa”: “Il presidente fa studiare seriamente al proprio staff la fattibilità di un passo che avrebbe ripercussioni mondiali: legalizzare la marijuana”. “L’America di Barack Obama – spiega Bardazzi – è pronta a dichiarare impossibile da vincere il conflitto, a chiuderlo e a trasformare radicalmente la gestione della lotta agli stupefacenti. Dopo aver speso negli anni oltre mille miliardi di dollari di soldi pubblici in un conflitto che sembra sempre in stallo, gli Usa senza enfasi stanno ritirando gli agenti della Dea (Drug Enforcement Administration) dai fronti in Colombia e in Afghanistan. I fondi per la lotta al narcotraffico vengono deviati verso campagne di prevenzione. In Congresso sono partiti i lavori di una commissione che deve riscrivere completamente la strategia antidroga”. Oggi le carceri sono stracolme di migranti “clandestini” e di ragazzi trovati in possesso di poche decine di grammi di droga la cui detenzione non ha alcun fine di recupero e reinserimento sociale ma, anzi, è criminogena. Senza contare le risorse e gli uomini impiegati in tanti “micro” sequestri, tante “micro” operazioni, che non sconfiggono il problema: i consumi dilagano e la ‘ndrangheta ringrazia anche dovendo pagare una “tassa”.

Un gruppo di esperti britannici della fondazione Beckley ha valutato scientificamente gli effetti della cannabis. Ed ha concluso – come spiegava qualche mese fa la rivista inglese “New Scientist” – che, per limitare i danni ed eliminare i traffici illegali, la soluzione è legalizzarla. Anche se i rischi associati al consumo di marjuana sono accertati, gli esperti della Beckley sono convinti che sia molto meno pericolosa di sostanze legali come alcol e tabacco di cui, stante le giuste e ferree regole come il non mettersi alla guida ubriachi e non fumare nei locali pubblici, non ci sogneremmo certo di proibirne il consumo considerando come andò a finire con Al Capone. Legalizzare il mercato può invece contribuire a ridurre fortemente quel “fatturato” del malaffare che, come dice giustamente Napolitano, “blocca lo sviluppo della Calabria”.