Carceri illegali e referendum senza informazione

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 7 maggio 2011

Sono oltre quindici giorni che Marco Pannella è in sciopero della fame. Per l’ennesima volta il leader massimo dei Radicali italiani ha deciso d’utilizzare l’arma della nonviolenza gandhiana. In digiuno per tentare, come lo stesso Pannella afferma, “di riportare l’Italia nell’alveo della legalità costituzionale”. Il primo maggio, durante l’ultima conversazione domenicale, il mister Hood della politica italiana ha scoperchiato il suo “canestro pieno di parole” è ha spiegato le motivazioni del suo sciopero della fame cui si sono aggiunti, a sostegno per qualche giorno, anche alcuni detenuti del carcere di San Vittore a Milano.

Gli obiettivi dello sciopero sono chiarissimi e sarebbero comprensibilissimi se fosse data a Pannella la possibilità di spiegarlo agli italiani; da un lato, proporre di risolvere immediatamente, con un’amnistia, la situazione d’illegalità costituzionale in cui si trovano oggi le carceri italiane; dall’altro canto, Pannella col suo sciopero della fame vorrebbe riportare nella legalità la situazione dell’informazione televisiva italiana “rea” di aver cancellato la campagna referendaria.

Sulle carceri le parole di Pannella per radio sono chiarissime: “è una realtà che è assolutamente fuori dal diritto internazionale e dalla legalità internazionale”. “L’ho ripetuto anche al Presidente: cosa si può fare qui se si è Presidente della Repubblica? C’è da dare una sola risposta”. Pannella parla dell’incontro avuto col Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano specificando che “Non era un obiettivo (dello sciopero della fame), era un auspicio, ed è stato esaudito”. “Ho esordito”, spiega Pannella, “parlando un attimo dei referendum e poi ricordando l’indulto e il Natale che avevamo passato insieme – con lui, Cossiga e altri – e il Presidente subito ha fatto un’osservazione: “E l’amnistia…”. “Ma un cittadino che è ministro della Giustizia, e un cittadino che è Presidente della Repubblica, che può fare quando in modo strutturale, crescente, c’è quello che ribadisco e senza obiezioni da parte di molti, ovvero una consistente realtà strutturale di Shoah nelle carceri nel nostro Paese?”.

“Noi, in nome del popolo italiano – perché si giudica in nome del popolo italiano – abbiamo qualcosa che invece ha indotto – ma in condizioni assolutamente diverse – una delle massime autorità tedesche a dire che quando non ci sono posti in carcere, il detenuto comincia a espiare la pena soltanto quando, dopo aver fatto una lista d’attesa e mano a mano che escono i detenuti per fine pena, a quel punto entra in carcere”. “All’estero si fa questo, qui no”.

Nel giorno della beatificazione, parlando di carceri e di amnistia Pannella non può non ricordare gli incontri con Papa Giovanni Paolo II. “È stato ricordato che quando questo pontefice era in agonia (nel 2005, ndr), io ero in sciopero della sete perché si dicesse al Papa di un suo grande dolore”. “Era venuto al Parlamento italiano invitato dalla partitocrazia e ha chiesto clemenza. E dietro quello c’era una tradizione che è passata addirittura in un detto popolare: a ogni morte di Papa c’era un’amnistia; c’erano anche ragioni di governo terreno, altrimenti si ingolfava il meccanismo della giustizia e delle carceri. Comunque, chiedevo che gli si dicesse: ‘Guarda, ti si dà ragione. Il Parlamento ti ha ascoltato e voterà una misura’. Ho veramente supplicato affinché gli fosse data questa consolazione e questo premio, per poter esalare l’ultimo respiro da parte di lui che – pur non essendo Welby – disse: ‘Lasciatemi andare alla casa del Padre’. Non ce l’ho fatta, perché” – spiega Pannella – “la ragione per cui compievamo questo obiettivo era troppo comprensibile da tutti quanti, e dunque tutta l’Italia ha dovuto ignorare questo ragionamento”.

C’è poi la seconda motivazione dello sciopero della fame: l’informazione mancata e il boicottaggio della democrazia e del motto “conoscere per deliberare” operato sistematicamente dalla Rai sui referendum. “Dopo 40 anni non c’è più il sospetto, ma la certezza che” – sostiene Pannella – “sempre più ci si è resi conto che fa bene al potere che i Radicali non vadano in televisione, che la gente non possa conoscere quello che proponiamo”.

La presenza dei Radicali – spiega ancora Pannella – potrebbe invece far si che “sentimenti e risentimenti popolari si convertissero in convinzioni. Altrimenti non c’è democrazia, ma solo scoramento e nausee che si creano”. E in relazione all’operato di questo governo Berlusconi sui referendum insiste sul fatto che, piuttosto che di una “cosa inaudita” mai vista prima, si potrebbe parlare invece di “una consuetudine per cui le istituzioni non consentono i referendum”. Un vero e proprio “tradimento della Costituzione italiana e dell’istituto referendario”: 5 casi di scioglimento delle Camere per evitare le consultazioni popolari. Senza contare che, “Da quando è stata approvata la Costituzione, già dall’inizio del 1949, si era stabilito che della Costituzione del Paese facessero parte quattro diritti democratici di voto per i cittadini: Camera, Senato, Regioni e referendum abrogativo. Per una intera generazione, dai 22 ai 24 anni, gli Italiani non hanno avuto nemmeno un referendum. Lo hanno avuto soltanto quando, approvata la legge Fortuna-Baslini (nel 1970, ndr), a questo punto il problema era: come facevano dei Presidenti del Consiglio e della Repubblica, allora tutti democristiani, a controfirmare questa legge? Allora venne fuori un’idea: si firma, quella legge venne regolarmente promulgata e poi si dette in cambio al Vaticano il diritto di esercitare il referendum”. “Si arriva nel 1972 e dev’esserci il referendum. Ma la legge che hanno approvato nel frattempo sul referendum prevede una possibilità: se in quell’anno c’erano elezioni politiche generali, non poteva esserci anche il referendum. E a questo punto cosa fanno? Cominciano con una storia che è diventata una tradizione molto solida in Italia: fanno una crisi di governo così questo referendum non si fa, perché cominciavano ad avere qualche dubbio che la vox populi-vox dei fosse automaticamente anche vox vaticani. E quindi si trova questo sistema: da quel momento è accaduto 5 volte per 5 legislature”. A partire da “quella del 1972, con il referendum sul divorzio che si è fatto nel 1974”. Insomma, per Pannella le priorità di una amnistia, anche per Berlusconi potrebbe salvarci da una crisi di governo altrimenti utile proprio per evitare quei referendum. E, ricorda Pannella, “se oggi si andasse alle elezioni anticipate, queste sarebbero assolutamente antidemocratiche, visto il contesto italiano dell’informazione”.

 

Stefano Cucchi, a distanza di un anno ancora poche verità

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di Giuseppe Candido

Stefano Cucchi stato ucciso un anno fa. Un manifesto lo ricorda su internet con un scritta agghiacciante: assassinato dallo Stato. Un anno ci separa dalla notte del 15 ottobre 2009 quando Stefano venne fermato, arrestato e picchiato. Strappato all’affetto di quelli che lo amano da una giustizia troppo ingiusta che lo restituire senza vita dopo 7 giorni, il 22 ottobre 2009. Giovanni Cucchi, il papà di Stefano, durante la conferenza stampa in cui venivano date alla stampa le foto e la notizia, chiedeva “Vogliamo sapere perché alla richiesta precisa di Stefano non stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come stato possibile che abbia subito le lesioni, vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando, vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici, vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”.

Ma, a distanza di un anno, le risposte a queste domande ancora non ci sono. La giustizia ha tempi lunghi. La storia di Stefano e le immagini del corpo rese pubbliche in quella conferenza stampa colpirono l’Italia tutta suscitando sconcerto, indignazione e rabbia. Rabbia per la morte di un giovane, ma non solo. Le dichiarazioni di parte della politica giustificarono quello che era accaduto ricercando nella vita privata di Stefano e della sua famiglia i pretesti morali per giustificare la barbarie. Quello che accaduto a Stefano rappresenta lo spaccato di un paese dove troppo spesso la dignità degli esseri umani viene sacrificata in nome del giudizio morale, della punizione esemplare, della sicurezza. Ma Stefano no il solo. Qualcuno propone addirittura un’associazione Nazionale per chiedere verite giustizia per le vittime delle forze dell’ordine. Per chiedere giustizia e verità della morte di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri, Carlo Giuliani e molti, troppi altri ancora. Il 5 ottobre ripartito il processo sulla vicenda di Stefano che vede alla sbarra un intero sistema costruito su abusi di poteri, negligenze, violenza, menzogne. Oggi invece c’è bisogno di verità. E c’è bisogno di verità su quello che nelle carceri continua ad avvenire. La pena alla morte e i suicidi di liberazione da un trattamento anticostituzionale e disumano. Dopo il bluff del ddl svuota carceri, le carceri illegali, anticostituzionali, continuano a causare maltrattamenti, torture e morte. Lultimo suicidio avvenuto nel carcere di Reggio Calabria dove, lo scorso 23 settembre, Bruno si tolto la vita impiccandosi nel bagno della cella. Aveva 23 anni ed il 49mo detenuto suicida in carcere dall’inizio dell’anno. Forse, come ci ricorda Voltaire, anche su questo si misura la civiltà di un paese e non sufficiente ricordarsene solo a ferragosto.

«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

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Marco Pannella
Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.

Radicali: Pasqua con sorpresa … nelle carceri

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E’ ancora emegenza

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 7.4.2010

Lo ha detto chiaramente il Presidente Napolitano nel suo discorso di fine anno: non sono più tollerabili carceri in cui non ci si rieduca e dove troppo spesso si muore. Lo ha fatto notare “Ristretti Orizzonti”, il giornale dalla Casa di Reclusione di Padova e dell’Istituto di Pena Femminile della Giudecca: “Con la morte del detenuto Emanuele Carbone salgono a 50 i detenuti morti nelle carceri italiane, di cui 15 per suicidio”. Lo scorso anno – ricorda sempre il mensile – i decessi furono 175 di cui 72 per suicidio. Spesso parliamo di abolire la pena di morte nel mondo ma è la pena, così disumana, così afflittiva e insopportabile, che trasforma l’intollerabile detenzione operata in condizioni di ristrettezza disumana, nel suicidio, suicidio di liberazione. La notizia di qualche tempo addietro di due morti nel carcere di Castrovillari non fece grande scalpore sulla stampa. Fu confermata alla parlamentare Rita Bernardini dal Direttore, dottor Fedele Rizzo: “negli ultimi venti giorni, nel carcere di Castrovillari, sono morti due giovani” disse. “Si sono tolti la vita entrambi impiccandosi. Il primo era un un ragazzo cileno di 19 anni, il secondo un calabrese di Morano Calabro di 39 anni”. Oggi l’attualità dei giornali ci riporta di nuovo il caso di un tentativo (per fortuna rimasto tale) di suicidio di un detenuto del carcere di Reggio Calabria: “Lo salva un agente penitenziario”. E’ ancora drammaticamente emergenza carceri: gli agenti di polizia penitenziaria sono in organico sottodimensionato e con un sovra affollamento di detenuti senza precedenti. Oltre 64mila detenuti nelle nostre carceri a fronte di una capienza di 43 mila. Senza contare che il 50% dei detenuti è in attesa di giudizio e si sa, statisticamente, che un terzo di questi risulterà innocente. Un sovraffollamento perlopiù causato dai detenuti per reati connessi ai piccoli traffici legati al consumo di sostanze illegali ed aumentato dopo l’introduzione, come ce ne fosse stato bisogno, del reato d’immigrazione clandestina. Un sovraffollamento per cui l’Italia viene sistematicamente condannata dalla giustizia europea: nel mese di Giugno 2009, nel processo Sulejmanovic contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha infatti condannato l’Italia sanzionandola a risarcire, col pagamento di mille euro, il detenuto bosniaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia in condizioni incivili per un periodo di tre mesi. Se gli oltre sessantaquattro mila detenuti nelle carceri italiane facessero lo stesso sarebbero da sborsare, per le casse dello Stato, oltre 60 milioni di euro per ogni tre mesi di detenzione in condizioni di ristrettezza di spazi. Se vuoi conoscere il grado di civiltà di un Paese – scriveva Voltaire – visitane le sue carceri. Marco Pannella e i Radicali tutti lo sanno bene questo, lo praticano da sempre e, dopo la grande mobilitazione dello scorso ferragosto con visite ispettive non preannunciate in quasi tutte le carceri d’Italia e che ebbe grande eco sulla stampa nazionale provocando amplia discussione, a Pasqua, i Radicali, ci rifanno. Una delegazione composta da Marco Pannella e dai parlamentari radicali eletti nel PD, Rita Bernardini e Matteo Mecacci, si è recata in visita ispettiva, nel giorno di Pasqua, nel carcere napoletano di Poggio Reale. A darne notizia sono gli stessi deputati Radicali intervenuti, con Marco Pannella pure lui in collegamento telefonico da Napoli, alla consueta conversazione settimanale con Massimo Bordin su radio radicale: “Ogni volta che ritorniamo li – spiega Rita Bernardini – troviamo la situazione peggiorata. Mi auguro, anzi dobbiamo fare in modo perché qui gli auguri bisogna darseli facendo le cose, che il Ministro della Giustizia e il Governo si rendano conto, ormai, che non è più possibile aspettare”. Poi la Bernardini ricorda la situazione generale: “Siamo arrivati, in tutta Italia quasi a 70.000 detenuti e oggi abbiamo trovato una situazione impossibile”.

Dai 9 ai 12 detenuti per cella che, normalmente, ne potrebbero contenere 4: “Generalmente quando andiamo a visitare aprono le celle. Oggi (nel giorno della Santa Pasqua ndr) c’era pochissimo personale per cui abbiamo dovuto salutare i detenuti attraverso le sbarre. Dai 9 ai 12 detenuti in celle che ne potrebbero contenere 4” … “Detenuti molto frustrati, consapevoli che, purtroppo, non c’è, almeno al momento, qualcosa che li possa far tornare a sperare”. Poi la Bernardini snocciola i dati: a Poggio Reale che è un carcere con capienza di 1200 detenuti ce ne erano, nel giorno di Pasqua, 2.737. Oltre 1500 la capienza massima e con una situazione di organico carente degli agenti: “Centinaia in meno rispetto alla pianta organica”. Per non parlare della sanità che “non esiste”: “Ho trovato – spiega ancora l’Onorevole Rita Bernardini – finalmente ricoverato in centro clinico un detenuto che, durante la visita fatta in campagna elettorale, avevamo incontrato in cella col catetere”. “Se Alfano vedesse con i suoi occhi si renderebbe conto che deve varare in fretta quel provvedimento” riferendosi esplicitamente al decreto che, se varato, consentirebbe, ai detenuti con pene inferiori ad un anno, di scontare ai domiciliari il resto della pena. Matteo Mecacci racconta di una situazione tremenda e il particolare dell’applauso strappato ai detenuti da Marco Pannella a sostegno degli agenti che, con sacrificio, avevano consentito l’incontro coi detenuti in condizioni così difficili. E, per la Pasquetta ovviamente sempre a sorpresa, si preannuncia la visita nel carcere siciliano dell’Ucciardone a Palermo o, forse, in quello di Reggio Calabria nel quale, comunque, sarebbe il caso di farla una visita per capire perché si tenta di liberarsi con la morte.

Stefano Cucchi, un caso su cui riflettere

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di Mario Patrono (*)

Chianciano 13 nov. 2009. Il testo dell’intervento del Professor Mario Patrono a Chianciano sul caso del giovane Stefano Cucchi, in cui si ritrovano anche alcune rilevanti osservazioni sul mercato del lavoro nel Sud.

Cari compagni radicali, Cari compagni socialisti,

abbiamo oggi molte ragioni per riflettere sul caso di Stefano Cucchi, il giovane di 31 anni morto di morte violenta dopo essere “transitato” nelle celle di sicurezza di Piazzale Clodio.

Osservo di sfuggita, per chi non lo sapesse, che qui parliamo delle celle di sicurezza del Tribunale penale di Roma, parliamo cioè del luogo dove lo Stato garantisce per antonomasia il rispetto della legalità; e lo garantisce nei confronti di chiunque, privati cittadini e pubblici funzionari.

Abbiamo quindi molte ragioni per riflettere sul caso di Stefano Cucchi.

Una è di immediata evidenza. Persiste in Italia una concezione autoritaria dello Stato, che usa il distacco e la prepotenza – e a buon bisogno usa anche la violenza – come strumento per esercitare il controllo sociale. Una concezione autoritaria dello Stato che non accenna a venir meno, malgrado siano trascorsi ben più di 60 anni dalla caduta del fascismo. Una concezione autoritaria dello Stato che sembra anzi essersi rafforzata in questi ultimi anni e mesi.

Questa concezione autoritaria dello Stato si manifesta in forma individuale e in forma sistemica. La morte violenta di Stefano Cucchi, quella altrettanto violenta di Federico Aldrovandi, che la rubrica “Un giorno in Pretura” ha fatto rivivere in questi giorni, e poi la registrazione avvenuta nel carcere di Castrogno a Teramo su pestaggi a detenuti come pratica di contenzione: <<…abbiamo rischiato la rivolta…non si può massacrare un detenuto…si massacra sotto…>>, sono esempi di uso illegale della forza in relazione a casi singoli. Un uso illegale della forza da parte di agenti e funzionari della Polizia, penitenziaria e non, selezionati male, addestrati male, educati male, controllati male, pagati peggio che male e comunque all’interno di una mentalità autoritaria dello Stato. La stessa mentalità autoritaria dello Stato che accetta e consente l’interminabile durata delle procedure giudiziarie che significa disprezzo per i diritti dei cittadini. La stessa mentalità autoritaria dello Stato che sopporta senza batter ciglio il fatto che dentro una cella di 3 metri per 2, cesso compreso, possano ammassarsi per mesi e per anni 7 detenuti i quali hanno a disposizione 2 sole ore di “aria” al giorno; e tutto ciò avviene, malgrado che l’articolo 27, III comma, della Costituzione proibisca perentoriamente quei trattamenti di pena che appaiono contrari al senso di umanità.

A livello sistemico cioè delle istituzioni pubbliche, la presenza nello Stato di un forte residuo autoritario si manifesta in modo particolare nella giustizia, nella burocrazia, nella dirigenza politica sotto il profilo del loro rapporto con i cittadini.

La prima evidenza di una concezione autoritaria dello Stato si manifesta nel campo della giustizia e segnatamente nel processo penale. La giustizia penale è diseguale. La diseguaglianza è di vario tipo. Per cominciare, l’accusa ha nel processo penale facoltà sconfinate rispetto a quelle di cui dispone la difesa. E questo ha un peso negativo in particolare per il cittadino economicamente debole, nei confronti del quale questa situazione di disparità è semplicemente insostenibile. Si pensi al processo accusatorio che si fonda spesso su perizie costosissime. L’accusa non paga le perizie, mentre il costo delle perizie finisce sempre e comunque sulle spalle della difesa, non importa se la sentenza dichiarerà alla fine l’imputato colpevole o innocente. Vi sono persone che per sostenere le spese relative alle perizie, si sono rovinate economicamente. In altre parole, l’accusa esercita poteri investigativi e processuali larghissimi, e nel contempo può disporre di risorse finanziarie illimitate e del cui uso in relazione ai singoli processi nessuno è chiamato a rispondere.

C’è poi il potere della pubblica accusa di “selezionare” l’esercizio dell’azione penale, che è un potere vastissimo ed esorbitante. Ancora. L’esercizio dell’azione penale non è contenuto entro tempi definiti, là dove la civiltà giuridica moderna – viceversa – impone che l’azione penale debba esercitarsi entro limiti di decadenza molto brevi. Non è possibile che il cittadino abbia sospesa sul collo la mannaia dell’accusa penale a tempo indeterminato.

Né vi è in Italia una regolazione precisa della facoltà dell’imputato di ricusare il giudice. Nei Paesi anglosassoni la possibilità di ricusare i membri della giuria popolare, dalla quale dipende il verdetto, è larghissima. Il giudice popolare può essere ricusato anche solo se ha notizie relative al processo. In Italia il giudice non è ricusabile a causa di un capovolgimento, operato dalla Corte costituzionale, dei valori da bilanciare in questa materia: si è posto l’articolo 21 della Costituzione, libertà di manifestazione del pensiero, al di sopra del diritto alla vita e alla libertà personale. All’evidenza, è vero il contrario: la libertà di non finire in galera e magari di non morirvi va considerata senz’altro prevalente, e di gran lunga, rispetto alla libertà del giudice come privato cittadino di manifestare pubblicamente apprezzamenti e giudizi nei confronti dell’imputato. Questo è ovvio.

Infine, non è garantita nel nostro Paese l’imparzialità del giudice e la sua alterità strutturale, e non solamente funzionale, di fronte all’accusa. Giudice e pubblico ministero sono entrambi magistrati dell’ordine giudiziario, svolgono la stessa carriera, sono tra loro “colleghi”. Questo non va bene. Al riguardo, nessun effetto sembra aver avuto finora la norma sul giusto processo, entrata a far parte della Costituzione nel 2001. La quale norma si è dovuta scontrare in questi anni con l’atteggiamento ultraconservatore della Corte costituzionale e che comunque ha avuto vita applicativa assai modesta.

Un altro aspetto dove si manifesta in Italia una concezione autoritaria dello Stato è nel rapporto burocrazia/cittadini. Vi è stata negli ultimi venti anni una crescita dimensionale della burocrazia, e vi è stata di pari passo una crescita nel numero degli alti burocrati i quali sono venuti di fatto assumendo un ruolo di decisori politici. Si è verificata cioè negli anni scorsi una crescita di potere politico della burocrazia nei confronti dell’autorità politica e partitica. A ciò si aggiunge la circostanza dello spoil system all’italiana, per cui ogni governo che approda a Palazzo Chigi si affretta a nominare con contratti “a termine” i dirigenti generali che retribuisce secondo criteri di larga discrezionalità.

Tutto ciò determina una forte disparità tra cittadino e burocrazia nella misura in cui il cittadino è posto di fronte ad un ceto che di fatto è irresponsabile. Non si può cioè nei loro confronti esercitare quel giudizio di responsabilità politica “diffusa”, teorizzato a suo tempo da Giuseppe Ugo Rescigno, per cui il cittadino al momento e per mezzo del voto riesce “a sfiduciare” il “cattivo” politico. Da questo punto di vista la burocrazia gode anzi della più totale inamovibilità, accompagnata da un crescente peso politico. E anche questo non va bene. Negli Stati Uniti, che qui assumo come termine di paragone, tutti i poteri pubblici sono elettivi e tutti rispondono quindi ad una logica democratica. Perfino la Corte suprema (un misto tra la nostra Corte di Cassazione e la nostra Corte costituzionale) è eletta su base democratica: dal Presidente in contraddittorio con il Senato. In Italia, vi sono poteri pubblici eletti accanto a poteri pubblici non eletti: e questi ultimi rispondono ad una logica loro tutta “interna”. È questa una delle grandi debolezze della democrazia italiana.

A completare il quadro vi sono poi gli scarsi poteri del cittadino rispetto all’esercizio delle funzioni amministrative: perché le norme sulla trasparenza si bloccano di fronte alla discrezionalità del decidere cosa “ammettere” alla trasparenza, e cosa no. Ancora. Non c’è un regolamento sulle priorità e sui tempi delle varie procedure, e qui ha origine l’arbitrio della burocrazia che si alimenta della oscurità e della complessità della legislazione italiana, tessuta di rimandi e contro rimandi a commi e sottocommi di leggi e leggine di varia epoca.

Una terza evidenza della concezione autoritaria dello Stato chiama in causa la dirigenza politica. Questa tende in Italia a nascondersi in aree segrete disseminate da cartelli <<vietato l’ingresso>>. Raramente i frammenti della catena accessibili alla vista formano un sistema coeso con punti d’ingresso chiaramente contrassegnati.

Al contrario gli ostacoli a un efficace controllo a vasto raggio dei cittadini sono numerosi e molti di essi sono invalicabili.

In Paesi meglio civilizzati del nostro una funzione di vigilanza continua, penetrante e a vasto raggio sul potere pubblico e chi lo detiene è esercitata dai mezzi di informazione. In Italia, però, i grandi giornali, quelli che “fanno opinione”, sono nelle mani di potenti gruppi industriali variamente intrecciati alla dirigenza politica, o sono collegati direttamente a partiti politici. La televisione pubblica, la sola di cui merita di parlare, è lottizzata “a tappeto” dai partiti politici: i quali, rotti finalmente gli indugi, la usano ormai anche come strumento al fine di difendere, per interposta persona, gli interessi personali del loro leader: l’editoriale “in video” di Augusto Minzolini, direttore del Tg1, di lunedì scorso, non saprei definirlo in altro modo che come uno spot a favore di Berlusconi. Una cosa mai vista in un Paese di democrazia accettabile.

D’altra parte, il referendum abrogativo delle leggi, voluto dal Costituente quale tipico mezzo di controllo popolare sulle scelte legislative operate in Parlamento dalle dirigenze politiche, è stato ben presto soffocato e reso ormai quasi inservibile, a seguito dell’affermarsi dell’idea di sottrarre a <<plebisciti>> e a <<voti popolari>> quelle che sono state definite <<le complesse, inscindibili scelte politiche dei partiti>> (Corte cost., sent. n. 16 del 1978). Si aggiunga, dulcis in fundo, che la legge elettorale in vigore consente alle dirigenze politiche di designare uomini e donne che andranno a sedere in Parlamento accanto e allo stesso titolo dei rappresentanti eletti dai cittadini.

Tutto ciò significa che si è spezzato in Italia il rapporto, che sussiste in qualunque democrazia consolidata, tra alcuni elementi fisiologicamente correlati: rappresentanza, controllo, responsabilità e giudizio politico al momento del voto.

Una dirigenza politica che può contare sull’indifferenza o sulla non/interferenza dei cittadini è fuori di un sistema democratico.

Naturalmente la causa di questa debolezza della democrazia italiana deriva in ultima analisi dal fatto che in Italia non c’è il primato della società civile sullo Stato, non c’è il primato del cittadino sullo Stato, a cui si accompagna una insufficiente coscienza sociale dei propri diritti.

Sta di fatto che il degrado del costume democratico nel nostro Paese è ormai intollerabile. Suscita indignazione in ciascuno di noi.

La domanda di oggi è: cosa dobbiamo fare per rimettere in moto la democrazia italiana? Io penso che abbiamo tutti del lavoro da fare, del gran lavoro: nelle Università, nelle scuole, dovunque possiamo esercitare la nostra influenza. Ma sono fiducioso che riusciremo, attraverso una pedagogia “mirata”, a creare una svolta attitudinale verso la politica; che riusciremo a suscitare nei cittadini un’attenzione permanente nei confronti del potere pubblico e le sue modalità di esercizio. Bisogna che si formi a livello di coscienza collettiva l’idea dell’obbligo per le istituzioni pubbliche di dare conto nei dettagli ai cittadini del loro operato. A partire da un punto. Ciascuno di noi ha diritto di sapere l’uso che si fa del denaro pubblico. Di sapere se il denaro pubblico è stato speso bene; se è stato sperperato; se è stato illegalmente sottratto. L’uso del denaro pubblico deve diventare un uso trasparente. Io come contribuente ho il dovere di partecipare alle spese pubbliche. Ma io come contribuente ho il diritto di sapere come il mio denaro è stato speso dagli amministratori pubblici. Per qualunque istituzione pubblica, dalla Presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale, dalla Camera dei Deputati al Senato, dalla Corte di Conti agli uffici giudiziari grandi e piccoli fino ai minimi enti pubblici, il contribuente ha il diritto di sapere la quantità di denaro che serve per pagare gli stipendi del personale interno e per procurarsi e gestire i mezzi con cui erogare i servizi. Perciò il contribuente ha il diritto di sapere, ad esempio, chi sono i fornitori di qualunque istituzione pubblica, dalle maggiori alle minori; a quale prezzo – in relazione al prezzo corrente di mercato – la singola istituzione pubblica paga le forniture che acquista o prende in uso; e chi gestisce per la singola istituzione pubblica l’acquisto e la dismissione dei beni di proprietà o in uso all’ente. Si dovrà arrivare a tanto, facendo cadere uno ad uno i tanti “segreti di Stato” che oggi coprono – legalmente o illegalmente – questa materia.

A quel punto, diventerà allora chiaro anche il diritto dei cittadini di saperne di più circa la vita privata degli amministratori pubblici. Se il presidente della Regione X ha le emorroidi, o è gay, o fa uso di sostanze stupefacenti, a me contribuente non interessa né deve interessare. Ma se quel presidente (dico cose a caso) subisce ricatti a causa delle sue peculiari abitudini, o se ha sul groppone debiti ingenti e riesce malgrado ciò a sostenerli; se possiede ville a Capri, yacht, terreni a Cortina d’Ampezzo o discoteche a San Babila, io contribuente ho il diritto sacrosanto di sapere quale è la fonte di quelle ricchezze: se i risparmi di una vita certosina, se lo zio d’America che lo ha lasciato unico erede dei suoi beni, se l’appropriazione indebita di denaro pubblico (e quindi anche del mio denaro), se la corruzione nell’esercizio delle sue funzioni. Questo i cittadini hanno il diritto di saperlo. L’appello alla privacy, che oggi si fa da parte di amministratori pubblici e che riempie i giornali e le trasmissioni televisive, altro non è che l’ultima trincea del tentativo di sottrarsi al controllo dei cittadini. Questa trincea dovrà finalmente essere abbattuta. Una concezione davvero liberale e democratica dello Stato e della politica non può consentirne la sopravvivenza.

Sono utili le riforme istituzionali per cambiare dal profondo questo stato di cose? Certo, lo sono senz’altro: a patto, naturalmente, che si tratti di riforme giuste cioè di riforme necessarie ed appropriate. A patto che si tratti di riforme che mettano il cittadino al centro della politica e costruiscano l’ordinamento dello Stato, e dell’Unione europea, e delle autonomie locali a misura del cittadino e dei suoi diritti, allo stesso modo di come il sarto confeziona l’abito sulla misura del cliente.

Tuttavia, prim’ancora di qualunque riforma del quadro istituzionale, la possibilità stessa di aprire un varco nella fortezza chiusa della politica è legata, secondo me, ad una riforma in senso democratico dei partiti politici. Aprire i partiti politici a libere discussioni e votazioni sull’intero territorio nazionale; rendere elettiva la scelta delle rappresentanze politiche a tutti i livelli di governo e in ogni sede istituzionale; trasformare i partiti politici in ciò che essi sono per loro stessa natura e cioè articolazioni del sociale. A me sembra che questa debba essere la prima delle riforme da fare. Questa riforma, è chiaro, non basta. Ma almeno sarebbe (per usare la memorabile frase di Winston Churchill) <<la fine dell’inizio>>.

Vi è poi almeno un’altra ragione per occuparsi del caso di Stefano Cucchi.

Hanno scritto i giornali che Stefano Cucchi era uno spacciatore, e come tale fu arrestato. Non ho elementi per sapere se ciò fosse vero, o no. Quello che so per certo è che la vita di Stefano Cucchi sarebbe stata diversa se egli avesse trovato sulla sua strada una chance di lavoro dignitoso. Questo vale per lui come vale per i tanti giovani che conducono una vita grama, come lo era per lui. Questo però pone il problema dei giovani e del loro accesso ad un mercato chiuso del lavoro, dove ormai il solo lasciapassare che conta è la “raccomandazione”. Questa è una piaga italiana. Lo è soprattutto al Sud, dove l’economia privata è variamente intrecciata con l’economia pubblica. Qui la raccomandazione è la risorsa indispensabile per inserirsi nel mondo del lavoro. Risulta così contraddetto uno dei principi base della civiltà moderna, vale a dire il diritto al lavoro. Il diritto al lavoro significa che chiunque può competere sul mercato del lavoro in condizioni di parità con gli altri. Questa condizione di parità nel Sud non esiste. C’è una specie di forca caudina che molti giovani devono passare per accedere ad un posto di lavoro. Si ha quindi una stortura rispetto alle regole della libera ed eguale competizione nel mondo del lavoro. Un principio di giustizia proclamato dalla Rivoluzione francese è quello che lo status di cittadino, che l’ingresso verso una carriera professionale non deve dipendere né dalla condizione sociale né da quella economica, ma solamente dalle capacità personali. Del resto, il sistema della “raccomandazione” non è soltanto ingiusto. Esso crea condizionamento, dipendenza; crea umiliazione. Negli esclusi, uccide la speranza di una vita migliore.

Questa situazione chiama in causa il ruolo dei sindacati. Negli ultimi anni i sindacati si limitano a tutelare i lavoratori e i pensionati. Cioè si limitano a tutelare il diritto di lavorare e di godersi la pensione dopo aver lavorato. Quello che i sindacati, per difetto di cultura e a causa della loro stessa struttura oligarchica, invece non fanno è la difesa del diritto dei giovani al lavoro cioè il loro diritto di accedere al lavoro. Anche qui, un grande passo avanti sarebbe quello di dare finalmente attuazione all’articolo 39 della Costituzione, il quale stabilisce che i sindacati debbano avere <<un ordinamento interno a base democratica>>. Questo determinerebbe una svolta attitudinale dei sindacati nei confronti del lavoro. Il percorso su questa strada è però ancora lungo.

(*) Ordinario di Diritto pubblico all’Università “La Sapienza” di Roma, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura

Pena capitale: nel carcere di Castrovillari due suicidi in un mese

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di Giuseppe Candido – Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 19 ottobre 2009.

Prima di parlare di morti e di suicidi nelle carceri dovremmo ricordarci le parole dell’illuminista Cesare Beccaria che nel saggio “Dei delitti e delle pene” scriveva: “Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui, continua Beccaria, che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Non è dunque la pena di morte un diritto … ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere”.

L’associazione “Nessuno Tocchi Caino” sin dal 1994 si è battuta per l’abolizione delle esecuzioni capitali e affinché venisse votata, all’ONU, la moratoria universale della pena di morte. Il 18 dicembre del 2007 quella moratoria fu finalmente conquistata. Secondo l’ultimo rapporto di Nessuno Tocchi Caino presentato quest’estate, nel 2009 i paesi abolizionisti sono 96 cui si sommano 8 abolizionisti per crimini ordinari e 42 abolizionisti di fatto mentre 46 sono i paesi dove è ancora in vigore. Durante il 2008, però, sono state almeno 5.727 le esecuzioni di cui almeno 5000 in Cina.

La questione della pena di morte era, per i media e per le associazioni che si occupavano dei diritti umani, soltanto quella degli Stati Uniti. L’incivile pena dello Stato occidentale democratico ma assassino. Mentre oggi sappiamo che non è così, che il problema è diffuso soprattutto negli Stati totalitari. L’associazione Nessuno Tocchi Caino, coi suoi costanti rapporti annuali sulle esecuzioni nel mondo, ha messo in luce l’altra faccia della pena di morte: quella degli stati non democratici intoccabili o innominabili. La Cina e l’Iran in primis e alcuni paesi asiatici dove avvengono il 99% delle esecuzioni.

Ma parlare di pena di morte, in Italia dove è già stata abolita, potrebbe sembrare inutile o, quantomeno, limitato all’interesse internazionale ma di scarsa rilevanza per noi che viviamo nel bel Paese. Eppure in Italia c’è una pena di morte. Ed è la pena, così disumana e insopportabile, che trasforma l’insopportabile detenzione in condizioni disumane nel suicidio di liberazione.

La notizia di due morti nel carcere di Castrovillari non fa notizia. E’ stata confermata alla parlamentare Rita Bernardini dal Direttore, dottor Fedele Rizzo: “negli ultimi venti giorni, nel carcere di Castrovillari, sono morti due giovani. Si sono tolti la vita entrambi impiccandosi. Il primo era un un ragazzo cileno di 19 anni, il secondo un calabrese di Morano Calabro di 39 anni”.

Il primo suicidio non trapelato sulla stampa per ben tre settimane la dice lunga sull’omertà  rispetto alle tragedie che si consumano dietro le sbarre ma anche sulle complicità di quasi tutti mezzi di informazione che evidentemente considerano l’impiccagione di due carcerati, una non notizia.

Ad agosto, in quell’istituto penitenziario, erano presenti 258 detenuti su una capienza regolamentare di 128 posti. Un sovraffollamento destinato ad aumentare con l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina e che, nel mese di Giugno, nel processo Sulejmanovic contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato sanzionando l’Italia a risarcire, col pagamento di mille euro, il detenuto bosniaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia in condizioni incivili.

Se vuoi conoscere davvero un Paese, affermava Voltaire, visitane le prigioni. Lo spazio minimo dovrebbe essere, per legge, non inferiore a 7 metri quadri per detenuto e invece, in Italia, in alcuni penitenziari, si ha invece “il registro dei materassi” per dormire a turno sui pavimenti. I detenuti nelle carceri italiane sono ormai stabilmente ventimila di più dei posti regolamentari. Viceversa, gli agenti sono ottomila in meno rispetto alla pianta organica. Siamo arrivati al punto che in alcune prigioni non bastano più neanche letti a castello che arrivano a un palmo dal soffitto e i direttori sono costretti a tenere un “registro dei materassi” per stabilire a chi tocca dormire sul pavimento. E quindi il suicidio diventa strumento di liberazione da una pena palesemente afflittiva e non rieducativa.

Come si legge nel rapporto dei Radicali Italiani che quest’estate si sono recati in visita sindacale-ispettiva, “nelle carceri italiane dal 1° gennaio al 31 dicembre 2008 sono morti “almeno” 121 detenuti, dei quali “almeno” 48 per suicidio”. Tre i detenuti morti suicidi nelle carceri in Calabria. Altri tre suicidi, sempre in Calabria, nei primi sei mesi del 2009. Ottantacinque gli atti di autolesionismo. Oggi aggiungiamo, alla triste conta, i due morti suicidi, col cappio al collo, nel carcere di Castrovillari.

Dal 1990 ad oggi si sono tolti la vita 957 detenuti e prevedibilmente nel 2009 verrà raggiunta la quota di 1.000 suicidi in carcere, nell’arco di 20 anni.

Nel saggio Dei delitti e delle peneCesare Beccaria affermava che non è «l’intenzione», bensì «l’estensione» della pena, oltre che la certezza della sua esecuzione, ad esercitare un ruolo preventivo dei reati. Per Beccaria “il fine delle pene non deve essere afflittivo o vendicativo ma rieducativo”. Il risultato dei suoi ragionamenti è che, perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi. Quando la pena è eseguita al di fuori delle condizioni di legalità, in maniera afflittiva o vendicativa, essa diventa violenza, non raggiunge il fine costituzionale del reinserimento sociale e della rieducazione, ed è criminogena nel senso che genera insicurezza e criminalità recidiva.

Giuseppe Candido