SUL COSTO ECONOMICO-SOCIALE DELLA CORRUZIONE, DELL’EVASIONE FISCALE … e SUL DEF DI RENZI PADOAN
Ragazzi, BASTA! …a chi sguazza nei 45-50 miliardi all’anno di sprechi e ruberie di spesa pubblica e dentro i 100 miliardi di evasione. Una congregazione trasversale di due milioni di persone ha pesato molto di più degli altri cinquantaquattro-cinquantasei milioni di cittadini.
Già vice ministro dell’Economia e delle Finanze Mario Baldassarri è intervenuto lo scorso 18 aprile al comitato nazionale di Radicali Italiani e, come Orpheus ha parlato di “mistero della finanza pubblica italiana” e di tante altre cosucce come 25 miliardi di euro l’anno spesi in ruberie di cui 17 distribuiti dalle regioni e in cui c’è dentro di tutto. Persino le sagre del maiale. Mentre la gente continua ad essere tartassata nel letterale senso della parola. Siccome tra i risparmi possibili si potrebbe sicuramente trovarne un paio all’anno per la scuola pubblica che langue pure la carta (e ne basterebbe uno solo e una tantum per assumere tutti i precari), pubblichiamo anche noi questo lodevole oltreché #Radicale intervento.
Il Sud e la Calabria tornano oggi al centro del dibattito della politica economica del governo sia per il progetto di legge, presentato lo scorso 15 ottobre in Consiglio dei Ministri che prevede l’istituzione della Banca del Sud, sia con l’annuncio della riapertura dei cantieri per i lavori del ponte sullo stretto.
Per la prima, la Banca del Sud, c’è qualcuno che già paventa il rischio che diventi, come avvenne per la bona vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un ulteriore sperpero denaro pubblico senza risolvere i problemi. Per il ponte si parla invece di un vero e proprio bluff del governo poiché mancherebbero i soldi per farlo e il progetto esecutivo. Senza parlare del fatto che, come sostengono molti ecologisti, sarebbe meglio spendere i pochi soldi che si hanno per il risanamento idrogeologico ed ambientale del territorio piuttosto che in “opere faraoniche”. Sono temi, entrambi, che non hanno mai abbandonato il dibattito all’interno della maggioranza e che oggi ritornano di attualità. E’ senz’altro evidente a tutti, nell’ambito della crisi economica, il fatto che il mezzogiorno abbia ancora il problema di una mancata crescita economica stante il fatto che sia il posto dove maggiormente si sono spesi soldi pubblici nei vari programmi di aiuti. Il Sud è rimato il luogo di grandi spese e del fallimento della spesa pubblica. Si pensi soltanto ai finanziamenti a pioggia distribuiti con la legge 488 e al F.a.s., il fondo europeo per le aree sottosviluppate, che è servito ad alimentare clientele senza raggiungere gli obiettivi per i quali erano stati destinati: la crescita economica e sociale. Il prodotto interno lordo pro capite della nostra regione è rimasto prossimo alla metà di quello delle regioni più ricche e la disoccupazione rischia di divenire un cancrena destinata a durare ben più a lungo della stessa crisi economica nazionale ed internazionale. Se sul ponte sullo stretto, per il quale è stato previsto lo stanziamento di 3,6 miliardi di euro in sei anni puntando al ripristino dell’appalto già vinto dall’Impregilo, il governo convince poco per le motivazioni ecologiste sopra esposte e per l’assenza del capitale privato e del progetto esecutivo, la questione della banca del Sud sembra riportare invece l’attenzione sulla questione meridionale come questione di rilievo nazionale cercando d’intervenire sul sistema creditizio del mezzogiorno mettendo a fuoco, però, i limiti delle azioni dei finanziamenti a pioggia adottati in passato. In pratica, l’idea della Banca del Sud sembrerebbe quella di porsi come sistema di finanziamento sano e alternativo di quello dei finanziamenti a pioggia che tutti noi sappiamo come, troppo frequentemente, sono stati mal spesi. Un intervento che dovrebbe orientare la pubblica amministrazione ad una più rigorosa valutazione del merito di credito e di finanziamento alle imprese. Oggi, lo dicono i dati e lo dicono i sempre più frequenti appelli degli imprenditori calabresi, il sistema creditizio nel mezzogiorno è quello maggiormente oneroso e, se non vi fossero i finanziamenti a pioggia, molte piccole e medie imprese calabresi sarebbero rimaste nelle mani della sola usura. Tassi di disoccupazione doppi rispetto alla media nazionale, un’elevata incidenza del valore aggiunto della Pubblica Amministrazione sul totale dell’economia, tassi d’interesse del credito alle imprese superiori al 9% in tutte e cinque la provincie a fronte di quelle del centro nord come Milano, Bolzano, Reggio Emilia, dove il costo del denaro è poco superiore al 6%. Meno di un anno fa, nell’ottobre scorso, in un articolo su “il Sole 24 ore”, Cosimo De Tommaso, imprenditore calzaturiero di Rende titolare di una azienda che vanta 50 dipendenti e 3 milioni e mezzo di euro di fatturato annuo di cui il 50% proveniente dall’export, lanciò un grido di allarme sul rapporto tra la piccola impresa nel mezzogiorno e il sistema creditizio bancario purtroppo rimasto inascoltato: “In un momento critico per l’economia come quello attuale – scriveva Cosimo De Tommaso nella sua testimonianza al quotidiano della confindustria – il sistema finanziario sta mettendo in atto una serie di “accorgimenti tecnici” che impediscono, in particolare modo alla piccola azienda, di poter operare agevolmente nel sistema creditizio”. E ancora: “L’accesso al credito è ormai di fatto bloccato e gli sconfini temporanei di brevissima durata (sempre consentiti) sono tassativamente proibiti”. Certamente la Banca del Sud potrebbe colmare un problema che si è andato accentuando a partire dagli anni ’90: la morsa creditizia che sta letteralmente strozzando il sistema imprenditoriale calabrese sano, quello che non ha capitali illeciti da riciclare. Il progetto della Banca del Sud sarebbe da condividere se si muovesse, come si annuncia nel testo presentato, su questi due filoni: valutazione più rigorosa del merito di credito per uscire dalla logica dei finanziamenti a pioggia di cui non si valutano i risultati e lo spostamento dei centri decisionali del credito bancario verso il sud con l’istituzione di una specifica banca a capitale pubblico. Quindi bene l’idea se non si pensa alla costituzione di una nuova CasMez, l’ex cassa per il mezzogiorno, ma ad una banca che consenta una facilitazione di accesso al credito agevolato delle imprese, come è giusto che sia in un’area ancora fortemente economicamente sottosviluppata. Il mercato creditizio calabrese ha bisogno dell’intervento dello Stato. Quello che però ci sembra rappresentare il vero problema è che, se da un lato, l’introduzione di capitale pubblico appare come forza del nuovo istituto, dall’altro c’è il rischio che proprio la permanenza del capitale pubblico oltre il limite, previsto di cinque anni, trasformi la nascitura banca in un’altra operazione “prendi i soldi e scappa” .
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