L’unica opera faraonica che serve alla Calabria

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di Giuseppe Candido

pubblicato su “Il Domani della Calabria” di sabato 11 settembre 2010

Rapporto sullo stato dell'ambiente Regione Calabria

Frane in Calabria per provincia

Agli occhi del mondo questo territorio sembra consumarsi dentro il fango che di notte è ancora più spettrale. Bastano pochi minuti di pioggia e la Calabria va in ginocchio. Oggi è toccato a Reggio ma i problemi del dissesto idrogeologico e del rischio sismico in Calabria sono ovunque. E c’è poco da parlare di calamità naturali.

Su questi problemi s’intrecciano le responsabilità della partitocrazia per una dissennata gestione del territorio, per la mancata prevenzione, con la cultura dell’illegalità, dell’abusivismo edilizio e del semi abusivismo, parzialmente sanato dai numerosi condoni o concesso da amministrazioni in spregio di vincoli naturali ed urbanistici di livello sovra-comunale. S’intrecciano, in Calabria, con la mancata tutela dell’ambiente, con l’avvelenamento dei suoli e delle acque ad opera di ecomafie e lobbies affaristiche senza scrupoli.

Oggi è il presidente dei geologi calabresi, Francesco Violo a lanciare l’allarme. Ma, quella dei geologi è una voce destinata a rimanere inascoltata. Tremila e quattrocento circa sono le vittime del solo dissesto idrogeologico in Italia negli ultimi sessant’anni e perlopiù dovuti ai soli fenomeni repentini come esondazioni torrentizie, colate rapide di fango e di detrito. Basti ricordare gli esempi di Sarno e Quindici nel salernitano; Soverato e il torrente Beltramme, Crotone e l’alluvione dell’Esaro in Calabria. Poi le frane: Cavallerizzo, la frana sull’A3, Maierato sono solo le ultime. Le statistiche e le elaborazioni effettuate sulla banca dati del Progetto IFFI (inventario dei fenomeni franosi) offrono un quadro sulla distribuzione dei fenomeni franosi sul territorio italiano e sui più importanti parametri ad essi associati. L’inventario aveva censito, alla data del 31 dicembre 2006, ben 469.298 fenomeni franosi che interessano un’area di quasi 20.000 km2, pari al 6,6% del territorio nazionale. Un indice di franosità che sale a 8,9% del territorio nazionale se si escludono le aree in pianura. Oltre l’ottanta percento dei comuni italiani ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. La mappatura effettuata dal Cresmel del 2009 fornisce però un’altro dato interessante (e preoccupante) dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali. Sono 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico; 89 gli ospedali. Il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonta a circa 40 miliardi di euro. Secondo l’annuario dei dati ambientali elaborato dall’ISPRA, il costo complessivo dei danni dei soli eventi franosi ed alluvionali dal 1951 al 2009 sarebbe, rivalutato secondo la moneta corrente, superiore a 52 miliardi di euro. Circa un miliardo di euro all’anno.

Una cifra astronomica che ci fa subito rendere conto di un’ovvietà: prevenire sarebbe meglio e più economico che curare danni. Invece la protezione civile di prevenzione e previsione ne fa poca in Italia perché qui ci sono da gestire i “grandi eventi” oltre che le calamità naturali. In seguito agli eventi sismici del 1905 in Calabria, del 1976 in Belice e del 1980 in Irpinia dove proprio la gestione dell’emergenza si era dimostrata fallimentare, ora siamo diventati i primi della classe a prestare soccorsi (e gestire i grandi eventi) ma, in termini di prevenzione, siamo ancora lontani dall’aver passato il guado. Una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe dovuto procedere subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare le vittime, e si è continuato ad urbanizzare e a costruire in maniera dissennata, senza un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche del territorio.

La fragilità geologica del territorio calabrese è storicamente nota. Basti ricordare la definizione del Giustino Fortunato che già nel secolo scorso definì la Calabria uno “sfasciume pendulo sul mare”. È quanto si legge nel sito della protezione civile calabrese. “Il continuo verificarsi di questi episodi ha aumentato la sensibilità verso il problema e sta producendo un cambio di rotta culturale: non ci si deve limitare più solamente sulla riparazione dei danni ed all’erogazione di sostegni economici alle popolazioni colpite, ma occorre creare cultura di previsione e prevenzione, diffusa a vari livelli, imperniata sull’individuazione delle condizioni di rischio ed all’adozione di interventi finalizzati alla minimizzazione dell’impatto degli eventi”.

Ma il cambiamento di rotta culturale ancora si attende. Oltre sessantasei chilometri quadrati in frana. Per la precisione 66.562.722 metri quadrati di dissesto idrogeologico e ben 481 chilometri quadrati di aree “di attenzione” per rischio inondazione. 278 chilometri di costa in erosione, di cui circa la metà in ripascimento, su 725 chilometri in totale. 2.304 frane solo nella provincia di Cosenza; 1147 in quella di Catanzaro; 1330 a Reggio Calabria; 488 a Vibo e 279 a Crotone.

Il PAI Calabria, il piano per l’assetto idrogeologico redatto come piano stralcio dei piani di bacino ai sensi della legge 183 del 1989, è stato approvato in Calabria soltanto nell’ottobre del 2001 e successivamente all’emanazione del c.d. decreto “Sarno e Quindici” (Legge 267/98 ex D.L. 180/98) che obbligò ad adeguarsi le regioni inadempienti tra cui, ovviamente, vi era anche la Calabria. Da allora sono passati quasi dieci anni. Purtroppo a ciò non sono seguiti interventi di messa in sicurezza, mediante consolidamenti e monitoraggi continui delle aree a rischio individuate.

Dopo dieci anni il risanamento del dissesto idrogeologico, la vera opera faraonica necessaria alla Calabria, rimane ancora eterna incompiuta. L’unica opera che, se realizzata, non resterebbe una cattedrale nel deserto.

Strage di legalità è strage di popoli

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di Giuseppe Candido

pubblicato su “Il domani della Calabria” del 01.03.2010 pag.6

Frana a Maierato - Foto di Franco Vallone

Maierato a Vibo Valentia, Ianò a Catanzaro sono soltanto gli ultimi nomi, in ordine strettamente temporale, di un un lungo elenco di disastri idrogeologici cui sicuramente sono destinati ad aggiungersene altri e che hanno, come vera causa, non già l’eccezionalità dell’evento meteorico quanto, piuttosto, l’incapacità di fare previsione e prevenzione.

E dove c’è strage di legalità, strage del diritto, c’è anche, come inevitabile corollario, la strage di uomini, di popoli. La Protezione Civile, che oggi si sarebbe voluto privatizzare in protezione spa, ha soltanto imparato a gestire l’emergenza (assieme alle urgenze dei grandi eventi) ma si è rivelata incapace di fare un’adeguata opera di prevenzione e previsione dei rischi. A Catanzaro, dove sulla provinciale è franato giù un intero piazzale con relativo distributore di carburanti, lo si sapeva da tempo che vi era una frana e, stante le continue avvisaglie, si è dovuto attendere che scendesse tutto a valle di un bel po’ di metri per accorgersene e gridare all’emergenza. Oggi Bertolaso e la sua “capacità del fare”, di gestire l’emergenza, vengono messi in discussione per le indagini sui lavori alla Maddalena e sugli appalti della ricostruzione de l’Aquila. Corruzione, sistemi d’appalto in deroga alle leggi sull’antimafia e sulla trasparenza che hanno favorito questo o quell’imprenditore. Sicuramente la realizzazione di lavori urgenti durante l’emergenza e nell’immediato futuro sono cose importantissime ma, la Protezione Civile avrebbe compiti ancora più importanti: fare previsione e prevenzione dalle catastrofi naturali. E invece, in un territorio fragile come il nostro, uno sfasciume pendulo sul mare cui si è sommata l’incuria decennale di amministratori disattenti e/o collusi che hanno concesso di costruire dove sarebbe stato meglio evitare, che hanno permesso lo scempio del territorio, le parole “previsione e prevenzione” non sarebbero dovute rimanere lettera morta. Una volta individuate le aree a forte rischio di frana e alluvione come fu fatto già dal 2001 con il PAI, il piano per l’assetto idrogeologico della Calabria, si sarebbe dovuto intervenire con interventi di consolidamento dei centri abitati a rischio o, addirittura, investire nel loro trasferimento. Si è continuato invece a permettere di costruire dove non si sarebbe dovuto aggirando i vincoli e compiendo quella strage di legalità che, inevitabilmente, diventa poi strage di popoli. E’ stato così per il Camping Le Giare dove si è consentito di costruire nell’alveo del torrente Beltramme, è stato così sull’Esaro ed è stata sempre l’assenza di prevenzione a permettere che avvenissero i disastri come quelli di Cavallerizzo e Maierato. Ed è sempre la strage di legalità e delle regole che ha consentito di nascondere rifiuti tossici e nocivi negli inerti con cui si sono poi costruite scuole nel cortonese. Si fanno piani che non si attuano, programmi, annunci ma, alle prime piogge di ogni anno, la normalità di un evento un po’ più intenso si trasforma in emergenza alluvioni ed emergenza frane. Un territorio fragile sicuramente cui si è però sommata l’incuria degli amministratori che, al di furori dell’emergenza, avrebbero avuto il compito di fare previsione e prevenzione. Per non parlare del rischio sismico di una terra ballerina come la Calabria la cui sismicità è nota dalla storia oltre che dalla geofisica e dove la parola prevenzione avrebbe dovuto avere il significato di adeguare a resistere alle scosse sismiche quella parte, abbondante, del patrimonio edilizio pubblico come scuole, ospedali, che le stesse indagini della protezione civile ci dicono essere estremamente vulnerabili alle scosse di un terremoto. Una regione con un elevatissima percentuale di edifici pubblici sismicamente vulnerabili. Edifici pubblici su cui si sarebbe potuto e si dovrebbe intervenire per adeguare o per rottamare e che invece, se arrivasse oggi un terremoto, verrebbero giù come dei grissini e ci costringerebbero a vivere l’emergenza più grave della nostra storia e la cui causa, ancora una volta, risiederebbe nella strage di regole e di legalità cui sempre di più siamo abituati.

Frane e responsabilità politiche

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di Giuseppe Candido

L’incuria umana e di una classe dirigente che, ai vari livelli, non è stata in grado di governare l’utilizzo del territorio. A Maierato gli sfollati li conta la cronaca. La Calabria frana e paga oggi il prezzo dell’intervento umano – dissennato e distorto – sul territorio. E’ accaduto già in passato in Calabria, a Sarno e Quindici nel salernitano a Messina e, in generale, nel mezzogiorno d’Italia dove alluvioni e frane assieme ai terremoti hanno provocato danni e morti. L’allarmante situazione idrogeologica, dalla Sicilia alla Campania passando per la Calabria e Basilicata, è sotto gli occhi di tutti. Meno di un anno fa sulle cronache era la frana sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. Prima ancora un susseguirsi di eventi: l’alluvione e il disastro del Camping Le Giare sul torrente Beltrame a Soverato, le frane di Cavallerizzo e Cerzeto, l’alluvione dell’Esaro di Crotone e chi più ne ha più ne metta. Il Presidente Giorgio Napolitano ha parlato di “Situazione di diffuso dissesto idrogeologico, in gran parte causato dall’abusivismo edilizio, nel messinese e in tante altre parti d’Italia”. E ancora più chiaramente ha detto: “O c’è un piano serio che investe, piuttosto che in opere faraoniche, per garantire la sicurezza in queste zone del Paese, o si potranno avere altre sciagure”.

Quando, a ridosso della disastrosa colata di fango che travolse, nel 1998, i paesi di Sarno e Quindici nel salernitano, fu emanato il decreto leg.vo n°180, poi trasformato in legge, che imponeva di pianificare il rischio ed obbligava tutte le Regioni che ancora non avevano redatto i Piani di Bacino a redigere, pena il commissariamento, almeno i piani stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI), fui veramente contento. Perché pensai che, con tale strumento conoscitivo, le Regioni e quindi anche la Calabria avrebbero potuto concorrere al risanamento del dissesto idrogeologico di cui oggi parla Napolitano, ma che ai geologi è noto da tempo. Sfasciume pendulo sul mare lo chiamava Giustino Fortunato. Pensavo che, una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe proceduto subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare vittime, e si è continuato a costruire in maniera dissennata, sia per la scarsa adeguatezza degli edifici al reale rischio sismico, sia in base ad un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche di un territorio fragile. In Calabria più di settemila frane rilevate su montagne e colline, rischio alluvione su centinaia di ettari di pianure e fasce litoranee assieme ai chilometri di costa a rischio erosione la dicono tutta sulla necessità ed urgenza di un cambiamento radicale sulle modalità di gestione del territorio. Non c’è periodo dell’anno che la Calabria non sia costretta da un’emergenza: alluvioni, frane ma anche rifiuti, navi di veleni, abusivismo. Un flusso di emergenze, idrogeologiche e ambientali, il cui intreccio costituisce la questione vera dell’arretratezza e del mancato sviluppo del mezzogiorno e della Calabria. Soltanto per casualità quell’evento meteorico che si è abbattuto a Messina non ha colpito anche la Calabria. Qualche giorno prima si era sfiorata la tragedia con l’esondazione dei fiumi Crocchio in Provincia di Catanzaro e dell’Esaro a Crotone. La politica di questo è responsabile: avrebbe dovuto, ai vari livelli, governare il territorio evitando di consentire la costruzione (e quindi anche le sanatorie di costruzioni abusive) in zone a rischio idrogeologico. E invece si è continuato a costruire case in luoghi dove primo o poi sarebbe tornato il fiume o il terreno sarebbe continuato a scendere. Di interventi di monitoraggio e di riduzione dei rischi attraverso stabilizzazione dei versanti e costruzioni di arginature per la messa in sicurezza neanche a parlarne. Ci vogliono troppi soldi dicono, ma intanto paghiamo miliardi di euro in risanamento dei disastri. Per anni si è gestito il territorio, soprattutto in Calabria e nel mezzogiorno, per fini clientelari. Un dissesto idrogeologico che, a dirla alla Pannella, deve ritenersi causato – o quantomeno compartecipato – dal “disastro ideologico” di una classe politica, quella calabrese, volta a fare il favore a questo e a quello, piuttosto che fare un favore alla collettività. Chi amministrerà, in futuro, la gestione del territorio nella nostra Regione non potrà più permettersi di non tenere in dovuta considerazione i rischi geologici (sismico, idrogeologico e ambientale) nella programmazione dello sviluppo. In queste condizioni in cui si trova la Calabria come si fa a pensare di voler fare opere come il ponte sullo stretto, faraoniche appunto, quando invece mancano i soldi per la messa in sicurezza e il risanamento del territorio, per non parlare della vulnerabilità sismica degli edifici anche pubblici? Concordiamo co l’editoriale di Loiero: altro che ponte. Peccato però che, fino all’altro ieri, la giunta sia stata tra le compartecipanti della società “ponte sullo stretto”. E, in tutti questi anni di malgoverno del territorio cui pure la sua giunta, come quella di Giuseppe Chiaravalloti, è corresponsabile, dove erano nascoste le parole prevenzione e monitoraggio che oggi rispuntano in campagna elettorale?

Non è il mal tempo a fare paura, ma il malgoverno del territorio

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Non è il mal maltempo in Calabria a fare paura, ma il mal governo del territorio.

di Giuseppe Candido (lista Bonino Pannella):

“Catanzaro e altre città calabresi sono in ginocchio, devono essere sgomberate intere famiglie a causa del dissesto idrogeologico. Ma i cittadini devono sapere che non è l’eccezionalità di un evento meteorico, che di eccezionale non ha nulla, a causare frane, alluvioni, cedimenti e vittime. Ma il mal governo del territorio sul quale non si è saputo prevenire, monitorare, mitigare il rischio. Monitoraggio, interventi di consolidamento dei versanti in frana. Né Peppe Scopelliti, durante la giunta Chiaravalloti, né Agazio Loiero in cinque anni, hanno saputo gestire queste priorità limitando l’intervento all’emergenza”. “Non sono, quindi, le inchieste che vedono entrambi i pretendenti alla presidenza regionale indagati, oramai rinviati a giudizio, per gravi reati come l’abuso d’ufficio, a dover allontanare i calabresi da entrambi gli schieramenti di Loiero e Scopelliti ma, piuttosto, continua Giuseppe Candido, la loro incapacità, dimostrata, nel non esser stati capaci ad intervenire in tempo amministrando processi e governando il territorio. Una priorità che è stata fraintesa con quella di “governo” delle tessere del territorio. Lo stesso è avvenuto per il rischio sismico: per anni si è costruito col sistema dei controlli a campione. Scuole, ospedali ed edifici pubblici importanti a rischio crollo in caso di terremoto. Confidiamo nei calabresi per bene che, al momento del voto, capiranno che l’unico modo di uscire da questa situazione, per sperare di poter restare in Calabria e sperare che vi rimangano anche i nostri figli, è quella rivoluzione culturale, politica e morale che ci propone Callipo”.

Poggiare la prima pietra: la bretella per il ponte che verrà

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 24 novembre 2009

Associazione No Ponte
Associazione No Ponte

Secondo molti sostenitori del ponte sullo stretto, le principali motivazioni addotte per spiegarne la necessità è che il Sud, Calabria e Sicilia in testa, sarebbe miracolato da un “rilancio delle condizioni economiche e sociali dell’area interessata oltreché da una riduzione infrastrutturale che colpisce il Mezzogiorno sin da prima dell’Unità. Il Ponte dovrebbe favorire l’integrazione tra le diverse modalità di trasporto così da “soddisfare la domanda di un crescente bisogno di un più efficiente collegamento tra il continente e la Sicilia”. Ciò nonostante le recenti statistiche definiscano il traffico in diminuzione. E poi se fosse solo questo il vero problema, il traffico, verrebbe facile pensare che col sistema degli aerei cargo e delle “vie del mare” incentivati dall’unione europea, anche dal punto di vista economico la costruzione del ponte sembrerebbe poco consigliabile. Giulia Maria Mozzoni Crespi presidente del FAI, il fondo per l’ambiente italiano, è intervenuta alla trasmissione del 21 novembre scorso di “ambiente Italia” su Rai tre definendo il ponte sullo stretto un’opera non solo inopportuna ma anche contraria al buon senso. Oggi molti calabresi sono impegnati a tentare di bloccare i lavori della “bretella” che, nel progetto in variante, è opera necessaria alla costruzione del ponte. Stiamo parlando quindi della prima pietra o, quantomeno, della prima opera funzionale a quello che sarà il ponte sullo stretto. Poi arriveranno anche i piloni. La bretella è necessaria per la costruzione del ponte ma, ci chiediamo: il ponte è necessario alla Calabria e alla Sicilia? E’ questa forse la vera domanda cui dovremmo, noi calabresi, siciliani, darvi risposta perché è di Scilla e Cariddi che si discute. Dovremmo, noi, decidere se vogliamo vederle collegate, per i prossimi 150 anni fino a quando, cioè, non cadrà per usura, da un enorme, gigantesco, ponte di acciaio e cemento o se, invece, lasciarle così agli occhi dei nostri figli, nipoti. Vorrei fare un paragone: Immaginate due immobili dirimpettai intrisi di storia e cultura ma fatiscenti, vecchi, talmente vecchi che in alcuni punti sono pronti al crollo, coi vetri rotti, con gli scarichi otturati, i tubi dell’acqua con la ruggine e che perdono come cola brodi, pensate se, i due amministratori di quei condomini, per idea geniale di entrambi, pensassero di spendere i pochi soldi che avranno in cassa nei prossimi anni ed investirli tutti in un ponte per collegare i due tetti, o due balconate, ed evitare così di scendere le scale, attraversare la strada e trovarsi nell’altro condominio. Ci verrebbe subito di dire che si tratta di follia. Tutti, anche i bambini, capirebbero che sarebbe certo meglio occupare quei soldi per investire sul risanamento del territorio, sull’adeguamento e/o la rottamazione del patrimonio edilizio non adeguato a resistere agli eventi sismici la cui frequenza, in Calabria, è storicamente oltre che geologicamente, provata.

Che l’Italia non abbia bisogno di “opere faraoniche” e che bisogna invece intervenire per ridurre il rischio idrogeologico lo ha detto anche la più alta carica dello Stato dopo che per anni geologi e associazioni ambientaliste non parlano d’altro. Cerzeto, Beltramme, Crotone, la frana sull’A3 e più di recente i fatti di Messina non si possono dimenticare. La Calabria è la regione dove il 100% dei comuni presenta aree a rischio idrogeologico per frana o per alluvione. Una regione, la nostra, dove i cantieri per l’ammodernamento della Salerno Reggio Calabria, sono spesso interrotti per le frane oltre che per le infiltrazioni mafiose. La questione del rischio idrogeologico e il degrado dei corsi d’acqua sono un problema prioritario per tutto il Paese ma per il mezzogiorno in particolare. Un problema che, se affrontato, consentirebbe anch’esso di promuovere sviluppo e occupazione. Il ricorrere di fenomeni di dissesto idrogeologico negli ultimi anni non può essere più attribuito ad eventi naturali o alle intemperanze di un clima eccezionale ma a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio: un dissesto idrogeologico causato dal disastro ideologico e l’incapacità di governare il territorio dei politici che ci hanno amministrato ai vari livelli. Oggi è a questo che dobbiamo dare rimedio, è questa l’opera faraonica da compiere: risanamento idrogeologico del territorio senza dimenticare che la nostra è un anche una regione geologicamente “ballerina” ad alto rischio sismico per la presenza di un’edilizia, anche pubblica, ormai vetusta che andrebbe risanata o “rottamata” per avere edifici, almeno quelli pubblici, che resistano agli eventi sismici. Insomma, una grande opera di risanamento ambientale e una grande opera di rottamazione dell’edilizia vulnerabile al posto di un solo ponte le cui basi poggeranno sulla faglia numero 50 del modello neotettonico d’Italia. E poi, ci chiediamo se, per avvicinare Sicilia e Calabria al resto del mondo, non sarebbe meglio trovare in agenzia qualche volo “lowcost” in più.


Un ponte e una banca per battere la crisi?

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il ponte e la banca?
il ponte e la banca?

di Giuseppe Candido – pubblicato su “Il Domani della Calabria” il 26 ottobre 2009 p.9

Il Sud e la Calabria tornano oggi al centro del dibattito della politica economica del governo sia per il progetto di legge, presentato lo scorso 15 ottobre in Consiglio dei Ministri che prevede l’istituzione della Banca del Sud, sia con l’annuncio della riapertura dei cantieri per i lavori del ponte sullo stretto.

Per la prima, la Banca del Sud, c’è qualcuno che già paventa il rischio che diventi, come avvenne per la bona vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un ulteriore sperpero denaro pubblico senza risolvere i problemi. Per il ponte si parla invece di un vero e proprio bluff del governo poiché mancherebbero i soldi per farlo e il progetto esecutivo. Senza parlare del fatto che, come sostengono molti ecologisti, sarebbe meglio spendere i pochi soldi che si hanno per il risanamento idrogeologico ed ambientale del territorio piuttosto che in “opere faraoniche”. Sono temi, entrambi, che non hanno mai abbandonato il dibattito all’interno della maggioranza e che oggi ritornano di attualità. E’ senz’altro evidente a tutti, nell’ambito della crisi economica, il fatto che il mezzogiorno abbia ancora il problema di una mancata crescita economica stante il fatto che sia il posto dove maggiormente si sono spesi soldi pubblici nei vari programmi di aiuti. Il Sud è rimato il luogo di grandi spese e del fallimento della spesa pubblica. Si pensi soltanto ai finanziamenti a pioggia distribuiti con la legge 488 e al F.a.s., il fondo europeo per le aree sottosviluppate, che è servito ad alimentare clientele senza raggiungere gli obiettivi per i quali erano stati destinati: la crescita economica e sociale. Il prodotto interno lordo pro capite della nostra regione è rimasto prossimo alla metà di quello delle regioni più ricche e la disoccupazione rischia di divenire un cancrena destinata a durare ben più a lungo della stessa crisi economica nazionale ed internazionale. Se sul ponte sullo stretto, per il quale è stato previsto lo stanziamento di 3,6 miliardi di euro in sei anni puntando al ripristino dell’appalto già vinto dall’Impregilo, il governo convince poco per le motivazioni ecologiste sopra esposte e per l’assenza del capitale privato e del progetto esecutivo, la questione della banca del Sud sembra riportare invece l’attenzione sulla questione meridionale come questione di rilievo nazionale cercando d’intervenire sul sistema creditizio del mezzogiorno mettendo a fuoco, però, i limiti delle azioni dei finanziamenti a pioggia adottati in passato. In pratica, l’idea della Banca del Sud sembrerebbe quella di porsi come sistema di finanziamento sano e alternativo di quello dei finanziamenti a pioggia che tutti noi sappiamo come, troppo frequentemente, sono stati mal spesi. Un intervento che dovrebbe orientare la pubblica amministrazione ad una più rigorosa valutazione del merito di credito e di finanziamento alle imprese. Oggi, lo dicono i dati e lo dicono i sempre più frequenti appelli degli imprenditori calabresi, il sistema creditizio nel mezzogiorno è quello maggiormente oneroso e, se non vi fossero i finanziamenti a pioggia, molte piccole e medie imprese calabresi sarebbero rimaste nelle mani della sola usura. Tassi di disoccupazione doppi rispetto alla media nazionale, un’elevata incidenza del valore aggiunto della Pubblica Amministrazione sul totale dell’economia, tassi d’interesse del credito alle imprese superiori al 9% in tutte e cinque la provincie a fronte di quelle del centro nord come Milano, Bolzano, Reggio Emilia, dove il costo del denaro è poco superiore al 6%. Meno di un anno fa, nell’ottobre scorso, in un articolo su “il Sole 24 ore”, Cosimo De Tommaso, imprenditore calzaturiero di Rende titolare di una azienda che vanta 50 dipendenti e 3 milioni e mezzo di euro di fatturato annuo di cui il 50% proveniente dall’export, lanciò un grido di allarme sul rapporto tra la piccola impresa nel mezzogiorno e il sistema creditizio bancario purtroppo rimasto inascoltato: “In un momento critico per l’economia come quello attuale – scriveva Cosimo De Tommaso nella sua testimonianza al quotidiano della confindustria – il sistema finanziario sta mettendo in atto una serie di “accorgimenti tecnici” che impediscono, in particolare modo alla piccola azienda, di poter operare agevolmente nel sistema creditizio”. E ancora: “L’accesso al credito è ormai di fatto bloccato e gli sconfini temporanei di brevissima durata (sempre consentiti) sono tassativamente proibiti”. Certamente la Banca del Sud potrebbe colmare un problema che si è andato accentuando a partire dagli anni ’90: la morsa creditizia che sta letteralmente strozzando il sistema imprenditoriale calabrese sano, quello che non ha capitali illeciti da riciclare. Il progetto della Banca del Sud sarebbe da condividere se si muovesse, come si annuncia nel testo presentato, su questi due filoni: valutazione più rigorosa del merito di credito per uscire dalla logica dei finanziamenti a pioggia di cui non si valutano i risultati e lo spostamento dei centri decisionali del credito bancario verso il sud con l’istituzione di una specifica banca a capitale pubblico. Quindi bene l’idea se non si pensa alla costituzione di una nuova CasMez, l’ex cassa per il mezzogiorno, ma ad una banca che consenta una facilitazione di accesso al credito agevolato delle imprese, come è giusto che sia in un’area ancora fortemente economicamente sottosviluppata. Il mercato creditizio calabrese ha bisogno dell’intervento dello Stato. Quello che però ci sembra rappresentare il vero problema è che, se da un lato, l’introduzione di capitale pubblico appare come forza del nuovo istituto, dall’altro c’è il rischio che proprio la permanenza del capitale pubblico oltre il limite, previsto di cinque anni, trasformi la nascitura banca in un’altra operazione “prendi i soldi e scappa” .

Territorio fragile, abusivismo e responsabilità politiche

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Morti, sepolti dal fango, dispersi tra i detriti di un territorio fragile: frane, alluvioni, terremoti cui si somma l’incuria umana e di una classe dirigente che, ai vari livelli, non è stata in grado di governare l’utilizzo del territorio. A Giampilieri piove e morti e dispersi si contano nella cronaca. La Sicilia, Messina, paga oggi il prezzo dell’intervento umano – dissennato e distorto – sull’ambiente e sul territorio. Come è accaduto in passato in Calabria, a Sarno e Quindici nel salernitano e, in generale, nel mezzogiorno d’Italia dove alluvioni e frane assieme ai terremoti hanno provocato danni e morti. L’allarmante situazione idrogeologica, dalla Sicilia alla Campania passando per la Calabria e Basilicata, è sotto gli occhi di tutti per la tragedia che ha colpito Messina. Meno di un anno fa sulle cronache era la frana sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. Prima ancora un susseguirsi di eventi: l’alluvione e il disastro del Camping Le Giare sul torrente Beltrame a Soverato, le frane di Cavallerizzo e Cerzeto, l’alluvione dell’Esaro di Crotone e chi più ne ha più ne metta. Il Presidente Giorgio Napolitano ha parlato di “Situazione di diffuso dissesto idrogeologico, in gran parte causato dall’abusivismo edilizio, nel messinese e in tante altre parti d’Italia”. E ancora più chiaramente ha detto: “O c’è un piano serio che investe, piuttosto che in opere faraoniche, per garantire la sicurezza in queste zone del Paese, o si potranno avere altre sciagure”.

Quando, a ridosso della disastrosa colata di fango che travolse, nel 1998, i paesi di Sarno e Quindici nel salernitano, fu emanato il decreto leg.vo n°180, poi trasformato in legge, che imponeva di pianificare il rischio ed obbligava tutte le Regioni che ancora non avevano redatto i Piani di Bacino a redigere, pena il commissariamento, almeno i piani stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI), fui veramente contento. Perché pensai che, con tale strumento conoscitivo, le Regioni e quindi anche la Calabria avrebbero potuto concorrere al risanamento del dissesto idrogeologico di cui oggi parla Napolitano, ma che ai geologi è noto da tempo. Sfasciume pendulo sul mare lo chiamava Giustino Fortunato. Pensavo che, una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe proceduto subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare vittime, e si è continuato a costruire in maniera dissennata, sia per la scarsa adeguatezza degli edifici al reale rischio sismico, sia in base ad un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche di un territorio fragile. In Calabria più di settemila frane rilevate su montagne e colline, rischio alluvione su centinaia di ettari di pianure e fasce litoranee assieme ai chilometri di costa a rischio erosione la dicono tutta sulla necessità ed urgenza di un cambiamento radicale sulle modalità di gestione del territorio. Non c’è periodo dell’anno che la Calabria non sia costretta da un’emergenza: alluvioni, frane ma anche rifiuti, navi di veleni, abusivismo. Un flusso di emergenze, idrogeologiche e ambientali, il cui intreccio costituisce la questione vera dell’arretratezza e del mancato sviluppo del mezzogiorno e della Calabria. Soltanto per casualità quell’evento meteorico che si è abbattuto a Messina non ha colpito anche la Calabria. Qualche giorno prima si era sfiorata la tragedia con l’esondazione dei fiumi Crocchio in Provincia di Catanzaro e dell’Esaro a Crotone. La politica di questo è responsabile: avrebbe dovuto, ai vari livelli, governare il territorio evitando di consentire la costruzione (e quindi anche le sanatorie di costruzioni abusive) in zone a rischio idrogeologico. E invece si è continuato a costruire case in luoghi dove primo o poi sarebbe tornato il fiume o il terreno sarebbe continuato a scendere. Di interventi di monitoraggio e di riduzione dei rischi attraverso stabilizzazione dei versanti e costruzioni di arginature per la messa in sicurezza neanche a parlarne. Ci vogliono troppi soldi dicono, ma intanto paghiamo miliardi di euro in risanamento dei disastri. Per anni si è gestito il territorio, soprattutto in Calabria e nel mezzogiorno, per fini clientelari. Un dissesto idrogeologico che, a dirla alla Pannella, deve ritenersi causato – o quantomeno compartecipato – dal “disastro ideologico” di una classe politica, quella calabrese, volta a fare il favore a questo e a quello, piuttosto che fare un favore alla collettività. Chi amministrerà, in futuro,  la gestione del territorio nella nostra Regione non potrà più permettersi di non tenere in dovuta considerazione i rischi geologici (sismico, idrogeologico e ambientali) nella programmazione dello sviluppo. In queste condizioni in cui si trovano Sicilia e Calabria come si fa a pensare di voler fare opere come il ponte sullo stretto, faraoniche appunto, quando invece mancano i soldi per la messa in sicurezza e il risanamento del territorio, per non parlare della vulnerabilità sismica degli edifici anche pubblici?

Calabria: frane a gogo' e ci scappano pure i morti

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di Giuseppe Candido (*)

Ma non è Dio ad averli voluti. Il dissesto ideologico la vera causa del disastro idrogeologico.

Calabria imbottigliata”, “Unʼintera provincia in ginocchio”, “Morte e interrogativi”. Sono questi i titoli che hanno campeggiato sui quotidiani calabresi subito dopo lʼevento franoso che la sera del 26 gennaio scorso ha travolto e ucciso due persone sullʼautostrada Salerno Reggio Calabria. Circa 10.000 metri cubi di materiale incoerente hanno travolto e divelto come un grissino un muro di sostegno in cemento armato. Fare però qualche riflessione a mente fredda forse potrà risultare utile.

Anche se oggi mi dedico maggiormente allʼinsegnamento delle scienze nella scuola media, faccio il geologo in Calabria dal 1994 e dire che i geologi lo avevamo sempre detto mi sembra riduttivo. Non da geologo, ma da calabrese soprattutto. A sentire le parole del Presidente della Regione Agazio Loiero, recatosi sul posto, sembrava che lʼevento non fosse prevedibile e che lʼeccezionalità delle precipitazioni fosse la vera causa della tragedia. Ma non è così, la vera causa è lʼincapacità dellʼattuale classe politica e dirigente calabrese nel governare il territorio e nel passare dalla sola gestione dellʼemergenza ad una sana opera di prevenzione e mitigazione dei rischi.

Troppo facile lodare il “modo dignitoso” con cui la famiglia di Danilo Orlando ha affrontato il dramma: “Lo ha voluto Dio”. Ma la politica deve assumersi le sue responsabilità. La Calabria e i calabresi pagano oggi il prezzo di un pluriennale uso – dissennato e distorto – del territorio da parte di Sindaci, e presidenti di Province e Regione. Premesso che esiste un Piano per lʼAssetto Idrogeologico (PAI) che, dal 2001, ha bene identificato e riportato su apposite mappe le aree in frana e le relative aree a rischio e che lʼautostrada risulta più volte intersecata da dette aree in frana come facilmente verificabile da chiunque collegandosi al sito dellʼautorità di Bacino della Calabria, ci chiediamo perché non si siano eseguiti gli opportuni interventi di monitoraggio e controllo. Ci chiediamo pure come mai non si facciano interventi di consolidamento per ridurre i rischi e addirittura si arrivi ad aggravarli convogliando, come ammesso candidamente dal Sindaco di Altilia, le acque bianche proprio in corrispondenza dellʼarea in frana che, come si sa, non tanto vanno dʼaccordo con lʼacqua? Ma il male che ha ucciso in questʼoccasione due persone è un male diffuso su tutto il territorio. Più di settemila le frane rilevate dallʼautorità di bacino e segnalate a tutti gli enti interessati con apposite cartografie, rischio di alluvione esteso su molte centinaia di ettari di pianure assieme alle aree a rischio di erosione della costa forniscono lʼidea delle dimensioni e della gravità del dissesto idrogeologico della Calabria. Lo scrittore Giustino Fortunato definì la Calabria “sfasciume pendulo sul mare”. Cerzeto, Filadelfia, Favazzina, Pannaconi sono soltanto alcuni nomi dei centri abitati coinvolti con fenomeni franosi che hanno messo a rischio opere e vite umane.

Una Carta del Piano per lassetto idorgeologico della Calabria
Una Carta del Piano per l'assetto idorgeologico della Calabria

La frana sullʼA3 è quindi da considerarsi lʼepilogo di un disastro annunciato che vede nellʼincapacità della classe politica e dirigente il principale responsabile. Negli anni poco o nulla è stato fatto per una più attenta programmazione strutturale del territorio e per interventi di monitoraggio e controllo dei movimenti franosi. Si pensi a tutti i dissesti sulle provinciali e sulle statali calabresi sistematicamente invase da fango e che si verificano ogni qual volta cʼè un evento meteorico eccezionale, ma non più così tanto straordinario. E mentre per risanare il dissesto idrogeologico si spendono 300 milioni di euro lʼanno per gli stipendi dei diecimila forestali calabresi, le conseguenze del dissesto idrogeologico calabrese sono sotto gli occhi di tutti. Anche sotto quelli, piangenti, delle madri, dei padri, delle famiglie, degli amici delle vittime. Emergenza maltempo? Non cʼè periodo dellʼanno che la Calabria non sia costretta a fronteggiare una emergenza: emergenza frane, emergenza alluvioni, emergenza incendi boschivi e, paradossalmente, emergenza siccità. Per non parlare poi di emergenza rifiuti e di emergenza inquinamento che si prorogano di legislatura in legislatura, di commissariamento in commissariamento.

Un flusso di emergenze il cui intreccio costituisce la questione ambientale calabrese. Una questione ambientale che oltre ai problemi in termini di sicurezza coinvolge ogni attività economica, sociale. Una questione ambientale la cui risoluzione costituirebbe, oltretutto, un volano di sviluppo economico al quale la Calabria e i calabresi devono poter ambire. La politica calabrese per anni ha gestito il territorio e la edificabilità dello stesso con soli fini clientelari senza preoccuparsi dei problemi, neanche quando gli li hanno messi sotto gli occhi con le cartografie del PAI nel caso del rischio idrogeologico. Un dissesto idrogeologico generato, o quanto meno compartecipato, dal disastro ideologico di una classe politica calabrese volta piuttosto a preoccuparsi di fare il favore a questo o a quello che non a fare un favore alla collettività, magari mitigando i rischi con opportune opere di consolidamento o, quantomeno, predisponendo una adeguato sistema di monitoraggio delle frane non consolidate. Fiumi di denaro dei fondi europei non sono serviti a risolvere le emergenze ambientali come i milioni di euro spesi per i forestali non ha risolto né diminuito il rischio idrogeologico. La politica, invece di occuparsi di come spartirsi e spendere i soldi in clientele, con i venti di federalismo fiscale che vanno soffiando, farebbe meglio ad occuparsi di governare il territorio in maniera sostenibile mitigando i rischi idrogeologici conseguenti a quegli eventi che tanto straordinari più non sono.

(*) geologo dal 1994