«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

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Marco Pannella
Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.

Nel carcere di Rossano Calabro, “malnutrito, sporco, un barbone”, Ciro non parla più

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Suicidati da un sovraffollamento incostituzionale

di Giuseppe Candido

Mentre la casta si approssima a farci pagare la crisi con 24 miliardi di euro di manovra fiscale “lacrime e sangue” e mentre la corruzione dei colletti bianchi continua ad emergere con le inchieste di questi giorni, in Italia è ancora tragica l’emergenza nelle carceri e il caldo in arrivo non farà altro che aggravare la situazione. Si è arrivati a quota 67.593 persone detenute nelle nostre patrie galere. Lo scorso 18 maggio il ministro della giustizia Alfano è intervenuto alla festa della polizia penitenziaria: “E occorre anche oggi ricordare che la costituzione ci chiama ad operare tenendo sempre a riferimento il senso di umanità della detenzione, ma il dovere della verità ci impone di dire che la tutela della dignità del detenuto, così come quella dell’agente di polizia penitenziaria che sovra intende all’esecuzione della pena, passa in primo luogo per la soluzione del problema del sovraffollamento carcerario. Sul punto devo sottolineare, ha spiegato Alfano, che nell’anno appena trascorso abbiamo registrato una importante inversione di tendenza del flusso degli ingressi in carcere. Il trend di crescita annuale rispetto a quello del 2008 si è ridotto del 17% nel 2009 e, dato numericamente ancora più significativo, del 62% nel 2010. Per dirla con i numeri, continua ancora Alfano, se nel maggio del 2009 la popolazione detenuta era cresciuta, rispetto al 2008, di 8.797 unità e, se tra il 2007 e il 2008 era cresciuta di 10.670 unità, la crescita complessiva tra il maggio del 2009 ed oggi è stata di 4051 detenuti”. Davvero una buona notizia? Il ministro Alfano ci da una bellissima notizia che però, ha spiegato Riccardo Arena dai microfoni di Radio Carcere, la trasmissione in onda ogni martedì su Radio Radicale, “Il governo non ha di certo contribuito a determinare”. Il Governo infatti, spiega ancora il giornalista, “non ha fatto nulla per diminuire gli ingressi in carcere”. Secondo Riccardo Arena, tra il 2009 e il 2010 nelle carceri italiane sarebbero entrati poco più di quattromila nuovi detenuti “soltanto perché, con l’aumentare mese dopo mese del sovraffollamento delle carceri italiane, sono man mano diminuiti i posti disponibili nelle 206 carceri italiane”. Soltanto per questa ragione. E le nuove carceri in Sardegna: per il momento sono bloccati i lavori. Poi c’è la questione del lavoro in carcere. Soltanto in due delle 206 carceri, a Bollate e nell’Isola della Gorgona, l’attività lavorativa è svolta regolarmente dai detenuti. In queste condizioni i suicidi si susseguono e, a quelli dei detenuti, si devono sommare anche quelli degli agenti di polizia penitenziaria, anche quest’ultimi sempre più frequenti. La situazione è al collasso e non si fa altro che parlare, senza porre in essere nessun atto concreto per riportare nell’alveo della legalità le nostre patrie galere. Il 18 maggio, la commissione Giustizia della Camera, ha licenziato il disegno di legge voluto dal Ministro Alfano per fronteggiare il problema del sovraffollamento delle carceri consentendo di scontare l’ultimo anno di pena residua agli arresti domiciliari. La deputata Radicale Rita Bernardini, che nei giorni scorsi aveva condotto, assieme ad altri militanti del partito, uno sciopero della fame durato un mese e volto a sostenere la proposta dell’originario disegno di legge che prevedeva l’automatismo della misura, ha spiegato il perché, così come licenziato in commissione giustizia, il testo sia in realtà praticamente inutile e fronteggiare l’emergenza: “C’è stato il grande inciucio per approvare un disegno di legge inutile”. Le pene alternative al carcere, assai più utilizzate negli altri paesi europei funzionano e, la loro applicazione dimostra, dati statistici alla mano, che la recidiva delle persone “messe alla prova” è assai inferiore a quelle che scontano la pena in carcere. Il disegno di Legge Alfano che prevede di far scontare ai domiciliari l’ultimo anno di pena, “così come è stato emendato in Commissione Giustizia alla Camera – ha spiegato la deputata Radicale – non avrà una funzione deflattiva nei confronti della popolazione carceraria”. La Bernardini si è infatti opposta, in Commissione, alla cancellazione del meccanismo automatico, previsto dal testo originario approvato in Consiglio dei Ministri, che avrebbe determinato l’arresto ai domiciliari dei detenuti con meno di un anno di pena da scontare. Se invece dovrà essere, come pare, il Magistrato di Sorveglianza a valutare caso per caso è evidente, che coi tempi faraonici della Giustizia italiana e col carico che hanno le procure, saranno davvero pochi a poter usufruire del provvedimento. In Commissione la Bernardini ha anche richiamato l’appello fatto nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica Napolitano ma, ha notato la deputata, “nessuno sta rispondendo al quesito delle carceri affollate. Nessuno si pone il problema della illegalità delle carceri”.

Leo Beneduci, segretario Nazionale dell’OSAPP, l’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, è intervenuto sul caso di Eraldo de Magro, 57 anni originario di Cosenza, caduto in depressione e suicidatosi lo scorso 6 maggio. Il 22° suicidio nelle patrie galere avvenuto nel 2010. L’ennesima vittima del sovraffollamento incostituzionale. “In una condizione normale ci sarebbe stata una segnalazione dell’agente al comandante, dal comandante al direttore e l’intervento di un presidio psicologico … Non mangiava neanche più”. Questo, ovviamente, poteva avvenire se ci si fosse trovati in una situazione “normale”, una situazione cioè non di sovraffollamento e di organico di polizia penitenziaria insufficiente nella quale invece versano tutte le carceri italiane. Anche in Calabria il problema esiste. Parla Concetta, la moglie di Ciro Leo, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Rossano Calabro. Qui è arrivato con una punizione di sei mesi di isolamento e ora è affetto da depressione: “è diventato un vegetale, non parla più”. Al colloquio “malnutrito, sporco, un barbone”, spiega ancora Concetta, “Ciro non ha parlato proprio … soffre molto”. Condizioni, anche in Calabria, disumane in cui la persona smette di essere considerata tale, diventa un numero. Forse sarebbe un bene intervenire subito con uno psicologo e, magari, in attesa di qualche serio provvedimento che affronti davvero il problema del sovraffollamento, istituire, anche per la Calabria, la figura del garante dei detenuti. Magari prima che si arrivi a quota 23.

Se prevale l'indifferenza

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani” il 26 aprile 2010

Ha ragione da vendere Bersani nell’affermare che ci sono molti modi per tradire una costituzione, per tradire, cioè, quei “valori che sono fioriti” durante la resistenza “nel sangue di tante sofferenze” e che hanno portato alla liberazione. Ed ha ragione quando individua nell’indifferenza e nell’ignavia uno dei modi più subdoli per tradire il patto che ci lega. Un modo fu sicuramente quello operato dal regime del partito unico del fascio che proibì i festeggiamenti del 1° maggio istituendo la festa del lavoro. Ma per rinnovare e rinsaldare quel patto bisognerebbe ricordare anche che, a tradire la Costituzione, il rispetto di quel patto che ci lega, è molto spesso l’indifferenza della partitocrazia che oggi, troppo impegnata nei suoi balzelli, è del tutto sorda persino alle urla che provengono dalle nostre patrie galere, da tutte le carceri italiane ormai al collasso per il sovra affollamento, con organici della polizia penitenziaria sotto dimensionati e dove la sanità, la salute, sono diritti umani cui si deve rinunciare. Oggi, mentre il PdL dibatte sul partito di plastica o sul partito in cui sia possibile un dibattito interno e mentre il PD, invece, è impegnato a capire le ragioni di una sconfitta, nelle carceri italiane la gente si suicida per evadere da una situazione divenuta non più tollerabile. Per la nostra Carta fondamentale le pene, è bene ricordarlo ancora proprio a chi intende “rinnovare un patto per costruire una nuova Unità d’Italia, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma, ahi noi, non potrebbero e non dovrebbero eppure la situazione è quella più volte denunciata dai Radicali, dall’associazione Antigone e, di recente, anche dalla Comunità di Sant’Egidio. Rita Bernardini è da oltre dodici giorni in sciopero della fame per proporre che sia data priorità, con la via legislativa, al provvedimento voluto dal Ministro Alfano per consentire ai detenuti con pene inferiori ad un anno di scontare la pena, sempre in condizioni di detenzione, ma ai domiciliari. Si alleggerirebbe il carico di sovraffollamento e si potrebbe utilizzare il momento per una grande riforma della giustizia condivisa. E dispiace che i dubbi sul provvedimento non vengano soltanto dal giustizialismo dell’Italia dei Valori ma anche dal PD. Per rinnovare davvero quel patto, per ricostruire una nuova Unità, c’è bisogno di cominciare a rispettare il patto, a rispettare la parola data, la legge e la costituzione in primis. Non dimentichiamo come andò: dopo la sua approvazione, la Costituzione fu subito tradita dal fascio unico dei partiti che impedirono per oltre vent’anni sia il voto di referendario sia quello per le regionali. Oggi la nostra Costituzione viene sistematicamente violata, il principio di eguaglianza è continuamente vilipeso ogni volta si fa una legge ad personam che rende la legge non uguale per tutti ed il rispetto della parola data è messo sotto le scarpe ogni qualvolta si neghino i più elementari diritti civili, politici e umani dei cittadini come nel caso delle nostre carceri o come quando si attuano le politiche dei respingimenti dei migranti richiedenti asilo politico. Ricostruiamo l’Unità partendo dal rispetto del patto che ci lega, si faccia una grande riforma della giustizia. Solo così si potrà dare continuità ai valori della Resistenza e sperare in una nuova Liberazione.

Se anche il PD dimentica Wojtyla

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” P.1 il 12/04/2010

Anche la comunità di Sant’Egidio si mobiliterà per affrontare l’emergenza delle carceri italiane. E’ un’ulteriore suicidio, il diciottesimo di quest’anno, nelle nostre patrie galere ad obbligarci a riflettere ancora: un giovane di 39 anni a Benevento si è tolto la vita impiccandosi. Poi è montata la protesta delle pentole nei padiglioni Salerno, Napoli e Livorno del carcere di Poggio Reale. La motivazione della protesta non violenta dei detenuti, manco a dirlo, è il sovraffollamento ormai giunto a condizioni di intollerabilità. La struttura conta 2.786 presenze a fronte di una capienza massima di circa 1800 posti. I decessi in cella aumentano giorno per giorno. Il sovraffollamento, già sanzionato dalla Giustizia europea, ha raggiunto ormai valori troppo oltre la capienza massima e oltre la “soglia di tollerabilità”. Il ministro Alfano lo sa bene: il piano di costruzione di nuove carceri varato a gennaio scorso non potrà essere attuato in tempi utili ed ha provato a varare in “via legislativa” il provvedimento proposto in commissione giustizia dalla deputata Radicale Rita Bernardini. La sede legislativa che avrebbe assicurato un esame rapido del provvedimento è stata però negata sia dal PD che dall’IDV. Poi ci si è messa pure la Lega, contro lo stesso Governo, a dire il suo no ad un testo che prevede di far scontare l’ultimo anno di pena residuo ai domiciliari anziché in carcere. I primi a denunciare la situazione delle carceri italiane sono proprio gli agenti del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria. In quel carcere, a Poggio Reale, una situazione davvero “intollerabile” che, Marco Pannella, Rita Bernardini e Matteo Angioli, in visita nel giorno di Pasqua, già avevano denunciato prima che scoppiasse la protesta dei detenuti. Una situazione generale, quella delle carceri italiani, “peggiore che nel ventennio fascista” ha sottolineato più volte l’esponente radicale. Anche in Calabria le cose non vanno meglio: dopo due suicidi nel carcere di Castrovillari nel 2009 è di pochi giorni fa la notizia del tentativo di suicidio per impiccagione nel carcere di Reggio Calabria. Stante la situazione drammatica la partitocrazia, che normalmente per se stessa è garantista, stringe le corde contro quello che viene definita un’amnistia strisciante, un altro indulto.

Ma, afferma la Bernardini, “sono tornati i feroci e menzogneri riflessi demagogici pre e post indulto a favore di inumane e anticostituzionali carceri come discariche sociali” e, mentre sembrava aprirsi uno spiraglio nel governo che, nella persona del ministro della Giustizia, aveva pensato di varare in sede di Commissione il provvedimento che consente ai detenuti che devono scontare pene inferiori ad un anno di farlo ai domiciliari, lo stop al provvedimento arriva dalla Lega che però trova subito il sostegno giustizialista di Di Pietro che spara a zero su quella che lui definisce un’amnistia mascherata. E anche il PD non sembra sapere bene che pesci pigliare. Non si comprende l’atteggiamento autolesionistico del PD che “avrebbe potuto rivendicare a se stesso il merito di aver indotto il governo a mutare atteggiamento rispetto alla politica di carcerizzazione fin qui seguita”. E poi ci si dimentica delle duecentomila prescrizioni, vera amnistia strisciante di questo Paese, che avvengono ogni anno, si dimenticano delle parole di Napolitano nel suo discorso di fine anno e si dimentica pure la nostra stessa Costituzione, la nostra Carta fondamentale, quel “patto che ci lega” come società di persone e che spiega chiaramente che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” (oggi il 48% dei detenuti è in attesa di giudizio) e che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La pena afflittiva e punitiva, in condizioni inumane di sovraffollamento che costringono al suicidio di liberazione, la pena che viene oggi erogata nelle nostre patrie galere, non è prevista dalla nostra costituzione. E forse sarebbe bene ricordare pure, alla “cattolica” Lega ma non solo, che nel 2006, era intervenuto proprio il Papa, Giovanni Paolo II, per chiedere quell’atto di clemenza utile a riportare il nostro paese nell’alveo della legalità costituzionale oltreché nell’ambito della più alta misericordia cristiana.