La frana in località Foresta del Comune di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, dove sabato 31 gennaio è crollata un’intera palazzina e altre tre sono state evacuate, è l’ennesimo esempio di eventi – talora anche più disastrosi – che, ogni qualvolta piove un po’ di più, si generano diffusamente per tutto il territorio calabrese.
Un territorio che, come ha ricordato l’attuale presidente dei geologi calabresi e come da tempo ci dice la scienza ufficiale, ha il 100% dei comuni con aree a rischio frana e/o alluvione.
Una storia, quella di Petilia, che si ripete sistematicamente e che, per commentarla, basterebbe ricordare ciò che il presidente dell’ordine dei geologi scriveva, oltre quarant’anni fa, a seguito degli eventi alluvionali del dicembre del 1972 e gennaio ’73 in Calabria : già allora, i custodi della terra,ravvisavano “nell’erroneo, distorto e speculativo uso del suolo, la causa prima Dello sfasciume idrogeologico“.
E a queste parole aggiungevano che “l’aver sempre trascurato la natura del suolo, la consistenza e la distribuzione delle risorse naturali, ha portato a scelte urbanistiche che sono entrate in contraddizione con il territorio stesso”.
Cos’altro si può dire di più? In Calabria ci sono 66 chilometri quadrati in dissesto idrogeologico e, al 2007, nella sola provincia di Cosenza, erano censite 2.304 frane; 1.147 in quella di Catanzaro, 1.330 a Reggio, 488 a Vibo e 279 in quella di Crotone. Una “peste” idrogeologica potremmo definirla, parafrasando il titolo del mio libro “La peste ecologica e il caso Calabria” (Non mollare ed., 2014). Una peste che continua a diffondersi perché alla strage di leggi che l’ha causata non si pone ancora freno. La regione che avrebbe dovuto costituire già dal 1989 l’Autorità di Bacino Regionale l’ha fatto con enorme ritardo solo nel 2001 quando fu obbligata dal decreto Sarno e Quindici del ’98.
La peste ecologica e il caso Calabria
Solo nel 2001 la Calabria ebbe – per la prima volta- un piano per l’assetto idrogeologico (PAI) e un’autorità di bacino che ponesse vincoli alle aree in frana e a quelle alluvionali che son della natura. Prima di allora, la prevenzione è stata in mano agli amministratori locali; a ciò si aggiunga all’abusivismo dilagante e l’uso “legale” ma distorto del territorio. Un utilizzo che non ha tenuto conto dei limiti imposti dalla naturale conformazione geomorfologica.
E anche adesso ha ragioni da vendere il dottor Fragale, presidente dell’ordine dei geologi calabresi cui pure chi scrive fa parte, e che – proprio dalle colonne del Garantista sentito da Roberto Saporito – sosteneva essere “necessario il potenziamento dei geologi negli Enti pubblici”, notando che è paradossale che “in una regione così a rischio molti geologi siano sotto occupati“.
Più che paradossale, in realtà, è una vergogna come una vergogna è che, per anni, si sia pensato alla grande opera faraonica che doveva essere il ponte sullo Stretto, trascurando la vera priorità non solo della Regione Calabria, ma per l’intera Penisola.
Marco Pannella – già da quando era consigliere comunale a Napoli- vedendo il dissesto idrogeologico provocato dal disastro ideologico -partitocratico, proponeva che vi fosse un geologo in ogni comune. Una riforma che, anche oggi, sarebbe utile alla famigerata ma mai attuata prevenzione e farebbe risparmiare un sacco di soldi che annualmente spendiamo in emergenza. Senza contare l’apporto professionale nella fase di programmazione e progettazione preliminare delle opere pubbliche comunali, nella progettazione delle bonifiche dei tanti siti inquinati, oltreché in termini di consulenza nella fase di concessione dei permessi di costruire.
Il territorio evolve, le frane aumentano e il potenziamento delle presenze dei geologi negli enti pubblici consentirebbe di fare prevenzione e avrebbe anche il merito di far crescere la sensibilità culturale verso queste problematiche.
Per anni, non solo in Calabria, abbiamo sprecato tempo (e fondi europei spesi in sagre del vino) senza capire che abbiamo un’opera di priorità nazionale: il risanamento e la messa in sicurezza del territorio. E che, con questa grande opera si può creare occupazione: ecologia, pane e lavoro, appunto.
Da oltre 7 anni la Corte costituzionale, con una sentenza, ha chiesto al “legislatore” di istituire il reato di disastro ambientale. Da allora stiamo aspettando, e i processi vanno in prescrizione con buona pace delle vittime e dei territori stuprati.
di Giuseppe Candido [twitter_follow username=”ilCandido” count=”false” language=”it”]
Martedì 23 dicembre dell’anno ormai passato, nel recensire il mio “lungo articolo e molto interessante” sulla vicenda Marlane pubblicato dal Garantista,agli ascoltatori di Stampa e Regime, la rassegna stampa di Radio Radicale, Massimo Bordin raccomandava agli ascoltatori di leggere – da il Fatto Quotidiano – “per aiutare a capire”, anche “un articolo firmato da un giudice costituzionalista che è stato”, – ha ricordato Bordin – “prima, Ministro della Giustizia e, prima ancora, un grande avvocato come il professore Flick che proprio di questo parla. Non del processo calabrese, no. Però della questione in generale del reato di disastro ambientale”.
Avendo scritto io l’articolo sulla Marlane ed essendomi occupato di vari disastri ambientali della Calabria col mio volume La peste ecologica e il caso Calabria (Non Mollare ed.), non potevo esimermi dall’andare quanto meno a leggere, giusto “per capire meglio”.
In quell’articolo – scritto sotto forma di lettera al direttore e pubblicato a pagina dieci dal quotidiano diretto da Antonio Padellaro, – l’ex ministro della Giustizia, già componente della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flickspiegava il perché – a suo parere – sia urgente introdurre il reato specifico di disastro ambientale che, invece, viene oggi punito dall’articolo 434 del C.P., attraverso la generica previsione di “altro disastro”.
Giovanni M. Flick, giudice Costituzionale, ex ministro della Giustizia e avvocato di chiara fama
Secondo Giovanni Maria Flick il disastro ambientale dove essere previsto da una norma penale specifica. Questo non solo perché “la Costituzione prevede che i comportamenti e i fatti di rilevo penale siano espressamente previsti dalla legge”, ma soprattuto per evitare che i processi finiscano come quello dell’Eternit, o come quei tanti processi per disastro ambientale che – anche in Calabria – si sono conclusi con un niente di fatto per intervenuta prescrizione.
“La norma attuale (il generico “altro disastro” punito dall’art.434 del C.P., ndr), è comunque un arma spuntata perché, la misura (bassa) della pena minima, e la difficoltà di prolungare nel tempo il momento in cui il reato si ‘consuma’, fanno sì che la prescrizione – scriveva nell’articolo il professore Flick – “scatti in tempi abbastanza brevi, perfino anteriori al verificarsi degli effetti dannosi, ed eventualmente delittuosi, sulla popolazione e l’ambiente”.
Poi, dopo aver rammentato gli epiloghi recenti del processo Eternit (in Cassazione) e quello (in primo grado) per la discarica di Valpescara, il professore Flick, per far meglio comprendere la questione, cita la sentenza n°327 del 2008 della Corte costituzionale di cui egli stesso, quando era componente della Corte, fu redattore. In particolare, con quella sentenza, – ha ricordato l’ex guardasigilli – “pur non ritenendo fondata la questione di legittimità costituzionale” (ritenendo costituzionale punire il “disastro ambientale” con il reato “altro disastro” previsto dall’articolo 434 del C.P.), la suprema Corte, definì “auspicabile che (…) il disastro ambientale (formi) oggetto di autonoma considerazione da parte del legislatore penale”.
“Ferma restando la conclusione raggiunta,” – scriveva la Corte nel 2008 – “è tuttavia auspicabile che talune delle fattispecie attualmente ricondotte, con soluzioni interpretative non sempre scevre da profili problematici, al paradigma punitivo del disastro innominato – e tra esse, segnatamente, l’ipotesi del cosiddetto disastro ambientale, … – formino oggetto di autonoma considerazione da parte del legislatore penale, anche nell’ottica dell’accresciuta attenzione alla tutela ambientale ed a quella dell’integrità fisica e della salute, nella cornice di più specifiche figure criminose”.
Macché. Nel 2015, a quasi 7 anni da quella pronuncia, come notava nell’articolo lo stesso Flick, per il reato di disastro ambientale, “siamo ancora in attesa del legislatore”.
Partendo dall’inchiesta sull’inquinamento del Fiume Oliva (e il relativo disastro ambientale) per la quale indaga la procura di Paola, passando per le indagini e i processi sul Sito di Interesse Nazionale di Cassano allo Ionio, su quello di Cerchiara di Calabria, sino ad arrivare alle inchieste sui siti inquinati non inclusi nei SIN, fino alle inchieste sulle discariche disseminate sul territorio calabrese, nel volume La peste ecologica e il caso Calabria che ho recentemente pubblicato per i tipi dell’associazione Non Mollare, le parole “disastro ambientale” compaiono una marea di volte. Purtroppo, troppo spesso, tali parole sono seguite da un’altra: “prescrizione”.
Come a Crotone: una vicenda lunga, complessa, che s’intreccia inevitabilmente, dal punto di vista giudiziario, con un processo che vede, ex dirigenti del gruppo, imputati di “omicidio plurimo colposo aggravato da colpa cosciente e disastro ambientale” proprio a causa di veleni industriali utilizzati, senza adeguate precauzioni, e “dimenticati” poi, un po’ ovunque nella città di Pitagora. Prescrizione è la parola che conclude tutto. Invece che “bonifica”, come dovrebbe essere.
Stessa cosa succede leggendo la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta (XVI Leg.) sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Le parole “disastro ambientale” e “prescrizione”, praticamente, vanno assieme. La prescrizione – grazie ad una giustizia lumaca e ad un reato non specificatamente adeguato alla pericolosità – è ormai diventata il sistema per farla franca dall’imputazione di disastro ambientale; lo “stratagemma” per eludere la giustizia e il pagamento sia dei danni alla salute sia quelli arrecati all’ambiente. Le bonifiche diventano così un miraggio. Il principio del “chi inquina deve pagare” se ne va a quel paese. Ringraziano a gran voce i gruppi industriali dismessi e non, assieme a chi dai traffici illeciti di rifiuti e veleni continua a ricavare profitti enormi inquinando falde, suoli, vegetali e cibi e mettendo a rischio la salute.
Alla luce dell’articolo di Flick e leggendo la sentenza della Corte, si capisce il perché.
Cosa aspetta il governo di twitter ad istituirlo? Che un altro disastro ambientale venga clamorosamente prescritto? Anche se può dar fastidio alle grosse realtà industriali, bisogna introdurre subito uno specifico reato di disastro ambientale per attuare il principio “chi inquina paga”, ed evitare che cittadini e territori restino vittime senza colpevoli. Così come del resto la suprema Corte aveva suggerito già dal 2008.
La straordinaria coincidenza del terremoto in Sila di ieri, 28 dicembre 2014 (che per fortuna non è stato di forte intensità) ci riporta alla memoria quello – assai più funesto – del 28 dicembre del 1908 quando persero la vita dalle 90 alle 120mila persone, e ci deve mettere in guardia.
In occasione di quel tragico evento, infatti, ai danni provocati dalle scosse sismiche e agli incendi che ne seguirono, si aggiunsero i morti cagionati da un maremoto di “violenza impressionante”, che colpì le coste dello Stretto con ondate devastanti stimate, nelle varie località, da 6 a 12 m di altezza (fino a 13 metri a Pellaro, frazione di Reggio). Il maremoto provocò molte vittime proprio fra i sopravvissuti alle scosse che si erano ammassati in riva al mare, alla ricerca di un’ingannevole protezione. Anche Gaetano Salvemini, docente di storia contemporanea all’Ateneo di Messina, nel 1908 perse in Calabria moglie, cinque figli e la sorella, rimanendo unico sopravvissuto della sua famiglia.La Calabria è notoriamente un’area della penisola con un elevato livello di sismicità, tra i più alti d’Italia. Disastrosi e ricorrenti sono stati i terremoti che, nei secoli, l’hanno sconvolta.
di Giuseppe Candido
Tre anni prima del 1908 il disastroso terremoto del 1905 l’aveva già sconvolta: la notte tra il 7 e l’8 settembre una scossa poderosa funestò la Calabria. I giornali dell’epoca diedero grande risalto e inviarono cronisti, illustratori e fotografi per raccontare i disastri accaduti: “Il gravissimo terremoto in Calabria e in Sicilia” titolava Il Giornale d’Italia: “Scene angosciose, una notte di terrore, morti e feriti, paesi distrutti” l’occhiello.
Poi, a soli tre anni di distanza, l’apocalisse vera cui faceva riferimento dalle Cronache del Garantista di Cosenza, Alessia Principe, e che – letteralmente – devastò Reggio Calabria e Messina:
«Un attimo della potenza degli elementi» – si legge nella relazione del Senato del Regno – «ha flagellato due nobilissime province (…) abbattendo molti secoli di opere e di civiltà. Non è soltanto una sventura della gente italiana; è una sventura della umanità, (…). Forse non è ancor completo, nei nostri intelletti, il terribile quadro, né preciso il concetto della grande sventura, né ancor siamo in grado di misurare le proporzioni dell’abisso, dal cui fondo spaventoso vogliamo risorgere. Sappiamo che il danno è immenso, e che grandi e immediate provvidenze sono necessarie».
Ma la Calabria, come è arcinoto, è terra assai ballerina. E a partire dall’anno 1.000 si sono avuti numerosissimi terremoti distruttivi: nel 1188 il terremoto (IX-X grado della scala Mercalli, Cfr. D. Postpischl, 1984) nella valle del Crati, provocò danni gravissimi a Cosenza, dove crollò la cattedrale, a Bisignano, San Lucido e Luzzi; nel marzo del 1638, un altro violento terremoto d’intensità stimata del grado XI della scala Mercalli, colpì particolarmente la zona di Nicastro (CZ), dove i morti furono diverse migliaia. E il 9 giugno dello stesso anno, un nuovo terremoto provocò danni pure nel crotonese. Il 5 novembre del 1659, un forte terremoto del IX-X grado della scala Mercalli, interessò nuovamente la Calabria centrale, colpendo l’area compresa fra i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace; le vittime furono oltre 2mila. Nel 1783, tra febbraio e marzo, uno sciame sismico interessò Calabria meridionale e il messinese, provocando la completa distruzione di moltissime località e gravissimi danni in tante altre; e le tantissime repliche che si ebbero nei mesi successivi provocarono oltre 30.000 morti.
L’8 marzo del 1832, un altro terremoto, con intensità stimata del X grado Mercalli, provocò danni gravi ad una cinquantina di località, prevalentemente nel crotonese; più di 200 le vittime. E quattro anni più tardi, il 25 aprile del 1836, un terremoto colpì il versante ionico della Calabria settentrionale, provocando danni a Crosia e Rossano, in provincia di Cosenza e duecento vittime. Nel febbraio del 1.854, ancora un terremoto causò distruzione e morte nell’alta valle del fiume Crati e danni gravi a Cosenza; le vittime, in quell’occasione, furono circa 500.
Sedici anni dopo, a ottobre, si verificò un ulteriore terremoto nell’area cosentina, fra le alte valli dei fiumi Savuto e Crati: altre cento vittime si sommarono alla conta dei morti. E, sempre nel 1870, “u terremuoto”, perché è così lo chiamavano in dialetto, colpì nuovamente la Calabria centrale, ma fu avvertito in tutta l’Italia meridionale e nella Sicilia orientale: pure in quel caso, ci furono danni gravissimi e più di 500 persone persero la vita. L’8 settembre del 1905, il terremoto colpì numerosi paesini nell’area di Vibo Valentia e Nicastro facendo risentire i suoi effetti anche nelle provincia di Cosenza e in quella di Reggio Calabria (intensità molto forte stimata del X-XI grado della scala Mercalli, Cfr. GNDT, D. Postpischl (a cura di), 10 domande sul terremoto, 1994). Nel 1908, il 28 dicembre, il violento terremoto e uno tsunami colpirono Reggio e Messina che risultarono completamente distrutte.
Moltissimi eventi meno importanti si verificano quasi ogni giorno in questa regione. Basta andare sul sito dell’INGV per rendersi conto di quanti terremoti avvertiti solo dagli strumenti vengano mediamente registrati in Calabria ogni mese.
Testimoniano tutti che la Calabria è una regione che, spesso, è stata distrutta da eventi sismici importanti.
In una regione come la nostra, in una terra con una così elevata frequenza di terremoti e conseguente elevata pericolosità sismica, sapendo che l’unico modo di difendersi dal terremoto – come sanno bene in Giappone – è quello di costruire edifici in grado di resistere alle scosse, è evidente quanto importante sarebbe diminiure il rischio (che è costituito sempre dalla casa che ti crolla in testa) investendo in un grande censimento della vulnerabilità sismica delle strutture pubbliche che, come il caso dell’Ospedale aquilano ha dimostrato nel 2009, non sempre sono costruite in maniera adeguata, nonché nell’adeguamento antisismico e/o nella rottamazione della fatiscente edilizia postbellica.
Scuole, ospedali, edifici comunali, prefetture eccetera. Il 65 per cento delle strutture pubbliche calabresi, dal censimento realizzato dalla protezione civile nel 1999, risultava ad elevata vulnerabilità sismica.
Quante di queste sono state adeguate o ricostruite? E c’è il patrimonio edilizio privato, spesso costruito abusivamente negli anni e poi condonato, che non è in grado molto spesso di resistere alle scosse. Servirebbe quantomeno censirne la vulnerablità e prevedere un sistema di incentivazione fiscale affinché anche i privati trovino conveniente investire nel miglioramento e nell’adeguamento antisismico dei propri edifici. Si potrebbe addirittura prevedere che, al momento dell’acquisto di un immobile, assieme al certificato energetico, sia necessario riportare pure quello della “vulnerabilità sismica” dell’edificio. Purtroppo abbiamo dimostrato più volte di essere il Paese che fa le cose, se le fa, ma solo dopo, a disastro avvenuto.
“Per programmare interventi di prevenzione” – scriveva nel 1999 il Prof. Barberi allora a capo della Protezione Civile – “occorre tenere conto del fatto che non ci troviamo di fronte a un territorio vergine nel quale cominciare a costruire con una politica antisismica, ma che si tratta invece di un territorio nel quale si è costruito per secoli con tecniche che non offrono apprezzabile sicurezza nei riguardi dei terremoti. Vi è dunque in Italia, come del resto in moti altri paesi, un debito arretrato di investimenti anti-sismici che si è accumulato nel tempo e che comporta fra l’altro una macroscopia sperequazione fra cittadini che vivono in case nuove e vecchie. Questi problemi, con le stesse parole, furono comunicati al Presidente della Repubblica, al Governo e al Senato, dal Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR, più di dieci anni fa, all’indomani del terremoto dell’Irpinia”.
Abbiamo una priorità non solo in Calabria? Alberto Ronchey, scrittore, due volte Ministro dei beni e attività culturali, in un articolo pubblicato su La Repubblica nel 1991, scriveva che
“Malgrado lo smisurato debito pubblico nazionale, la spesa pubblica trascura da quaranta anni le opere di prioritaria necessità. Eppure, impegnare più risorse materiali e tecniche per evitare disastri costerebbe di gran lunga meno che riparare e risarcire i danni, migliaia di miliardi l’anno. Troppi ministri e legislatori favoriscono spese anche dissennate, che assicurano immediati vantaggi clientelari o elettorali, mentre non si curano delle opere a utilità differita benché fondamentali e vitali. La loro idea di manutenzione pare simile a quella che in India ispira gli amministratori discendenti dalla casta dei Marwari, o strozzini: si cambia la corda all’ascensore solo quando s’è spezzata”.
Tra il ’44 e il 1990 in ben 156 eventi calamitosi censiti, tra terremoti, fenomeni idrogeologici, bradisismo flegreo, inquinamento acquifero ed eruzioni vulcaniche, sono stati spesi circa 127 miliardi di euro. Ovviamente, la principale voce di spesa riguarda proprio i terremoti: oltre 95 miliardi di euro – rivalutati ad oggi secondo i parametri ISTAT – di risorse stanziate tra il 1944 e il 1990.
Cosa fare per uscirne? Personalmente, a chi ha responsabilità di governo del territorio, consiglio vivamente di leggere ciò che suggeriva, già nel 1993, il professor Vincenzo Petrini, nel presentare il volume Rischio sismico di edifici pubblici:
“La risposta più ovvia alla constatazione della presenza di situazioni notevolmente a rischio è l’avvio di specifici programmi di adeguamento del patrimonio edilizio ai livelli di sismicità delle varie zone del paese (…). L’abbassamento dei livelli di rischio può essere uno degli obiettivi della programmazione di investimenti della pubblica amministrazione e può, in alcuni casi, contribuire a qualificare la spesa pubblica, (…) programmi pluriennali di interventi di riduzione del rischio, … distribuiti nello spazio e nel tempo secondo priorità definibili in anticipo, possono avere, nella situazione attuale, positivi effetti collaterali in termini di sviluppi non drogati dell’occupazione”.
Ma ad oggi aspettiamo ancora.
Ricordiamolo fino alla noia, non è mai il terremoto ma la casa che ti crolla in testa ad uccidere, a provocare stragi di popoli. Bisogna abolire la vulnerabilità sismica dei nostri edifici, partendo da quelli pubblici, per adeguarli a resistere alle scosse o rottamandoli, quando invece si tratta di vera e propria “spazzatura edilizia”. Una proposta che i Radicali sostengono da anni col prof. Aldo Loris Rossi, su questo, impegnato in prima linea. E per quelli privati si protrebbe incentivarne il censimento della vulnerabilità e il miglioramento delle strutture in modo da metterle in condizioni di resistere alle scosse o, in alternativa, rottamandole del tutto. Serve un piando di messa in sicurezza sismica, idrogeologica e ambientale, nazionale e regionale, integrato con i fondi europei: sarebbe un volano per la ripresa dell’economia e, alla lunga, farebbe risparmiare un sacco di soldi in termini di emergenze e ricostruzioni, oltreché in termini di vite umane.
Venerdì 19 dicembre, il Tribunale di Paola (Cosenza), ha pronunciato la sentenza del processo di primo grado della Marlane, la fabbrica tessile della Marzotto-Lane, nel quale 12 ex-manager erano accusati, tra le varie ipotesi di reato, di omicidio colposo e disastro ambientale. Per i giudici di primo grado che hanno assolto tutti gli imputati, “il fatto non sussiste”. Ovviamente per gli avvocati della difesa la sentenza di cui si attendono le motivazioni entro 90 giorni, rappresenta una vittoria poiché – come ha sostenuto il Senatore Gianni Pittella avvocato di difesa di uno degli imputati – “la principale caratteristica di questo processo è che le prove non c’erano nemmeno nella fase preliminare e si è trasformato il procedimento in aula nella sede della ricerca delle stesse e non del contraddittorio”.
Mentre per l’accusa 107 operai sarebbero morti per causa delle “ammine aromatiche” e gli altri veleni respirati dagli operai durante le lavorazioni dei tessuti, per i giudicidi primo grado, invece, – anche a causa di perizie scalcinate e al fatto che circa 200 parti civili pare abbiano accettato un indennizzo tombale – “il fatto non sussiste”.
Ma i veleni esistono eccome. Nella fabbrica costruita a Praia a Mare con i soldi della Cassa per il Mezzoggiorno, numerosi dipendenti si sono ammalati di tumore e molti di questi sono morti. Maneggiavano a mani nude e senza mascherine coloranti zeppi di ammine aromatiche e altri veleni. Uno degli ultimi lavoratori deceduti aveva solo 39 anni, una vita davanti a se, ed è deceduto pochi giorni prima della sentenza. E anche i rifiuti della fabbrica erano e sono ancora tossici: amianto, zinco, piombo, mercurio. Tutti veleni che, per l’accusa, sarebbero finiti interrati nelle vicinanze delle spiaggia di Praia e che, invece, sono destinati a rimanere lì, tombati per sempre, visto che – a quanto pare – “il fatto non sussiste”. Nell’attesa di leggere le motivazioni, qualche considerazione “ecologista” è d’obbligo.
La Marlane rappresenta l’ultimo bubbone di quella che, senza esagerare, potremmo definire una peste ecologica. Non solo di rischi idrogeologico e sismico mal governati. Nel volume “La peste ecologica e il caso Calabria” che ho di recente pubblicato per i tipi di Non mollarre edizioni, anche di questo si parla: dell’avvenelamento della nostra terra causato da una continua strage di leggi che determina, alla lunga, strage di popoli.
La pagina del libro
Dalla vicenda della Pertusola Sudcon la sua montagna di scorie nere, sino a quella dei rifiuti interrati nella valle del fiume Oliva, in Calabria è un vero e proprio disastro ambientale. Discariche abusive mai bonificate, discariche “a norma” che sono ormai al collasso, amianto in polvere e cemento amianto anche nelle fiumare, depuratori che funzionano male o che, peggio, non funzionano per niente, fatti solo per “fare progetti”, sono il contorno ai siti inquinati, gravemente stuprati, da veleni chimici e da polveri d’amianto che hanno provocato e continueranno a provocare danni alla salute e alla morte di persone.
“Quei misteriosi tumori di Paola dove i giovani si ammalano di più” era il titolo di un articolo di Carlo Ciavoni e Anna Maria De Luca pubblicato, nel 2009, sul quotidiano La Repubblica .
I fatti di cui si parlava – che rappresentano la punta di un iceberg – si riferivano alle giovani morti per tumore che, come evidenziato da alcune ricerche, erano 4 volte superiori alla media nazionale. A Paola, “su 12.590 pazienti, la percentuale di giovani ammalati di tumore è quattro volte superiore alla media nazionale”. Il picco di malattie neoplastiche si registò negli ultimi dieci anni “ma questi” – spiegò ai giornalisti il dottor Cosimo De Matteis, che aveva coordinato l’indagine nella qualità di responsabile nazionale del sindacato medici italiani – “sono i primi dati che abbiamo”.
La statistica di De Matteis che l’articolo portava alle cronache nazionali, evidenziava come, a Paola in provincia di Cosenza, nella fascia di età tra i 30 ed i 34 anni, i giovani si ammalavano di tumore con una media del 2.90% contro una media nazionale dello 0,74% per gli uomini e dello 0,86% per le donne. Oggi sappiamo che, per la giustizia, mancano le prove del nesso causalità – effetto e, quindi, “il fatto non sussiste”. Ma il fatto che la Calabria sia terra avvelenata è una tragica realtà che va oltre le perizie e le verità giudiziarie. Nella sola provincia di Crotone, antica culla pitagorica, fucina e incontro di culture del passato, oggi, si incontrano i SIN, acronimo triste di siti inquinati d’interesse nazionale, identificati e perimetrati per la bonifica, ma rimasti lì nel disinteresse di tutti. E a questi siti, si devono aggiungere altri 17 luoghi parimenti inquinati, non rientranti nei SIN, ma tutti egualmente infestati dai veleni industriali e oggetto, per tale ragione, di sequestro dell’autorità giudiziaria; la loro bonifica spetterebbe al comune di Crotone. In realtà, nel febbraio 2010, la regione Calabria, allora presieduta dal governatore Agazio Loiero, aveva previsto uno specifico impegno economico, pur mantenendo il Comune di Crotone “soggetto attuatore dell’intervento di bonifica”. Da allora tutto è rimasto fermo, nessuna bonifica è stata fatta. Presso la Procura della Repubblica di Crotone sono oltre duemila le richieste di risarcimento danni avanzate dai lavoratori dell’ex Montedison o dai loro parenti: lì l’amianto in polvere, si utilizzava tranquillamente nelle lavorazioni fino al 1992 ed è andato a finire un po’ da per tutto. Il fosforo elementare è stato stoccato sulle spiagge e, da solo, per auto combustione, prendeva fuoco; e ci sono quelle strane scorie industriali cubilot che sono state utilizzate per costruirci di tutto: dalla banchina del porto, al piazzale della Questura e persino scuole. Ma anche in questo caso, del caso Calabria, per le vittime e per i parenti delle vittime, che spesso non possono permettersi indagini e perizie costose, è difficile, se non impossibile, dimostrare il nesso di causalità tra le morti e i veleni utilizzati nelle lavorazioni. E al disastro ambientale si somma il disastro della giustizia italiana che, coi suoi tempi biblici, arriva solo poche volte alla verità e spesso quando i reati ambientali sono ormai andati prescritti.
La storia della mancata bonifica dei siti inquinati di Crotone si potrebbe riassumere, banalmente, con uno slogan: riunioni, conferenze, caratterizzazione dei siti, ma niente bonifiche. E ciò è avvenuto nonostante le principali aree fossero state inserite all’interno del SIN, proprio con lo scopo di consentire l’intervento diretto del Ministero dell’ambiente; a maggio 2011, niente: “non erano ancora state intraprese le iniziative concrete per i necessari e urgenti interventi di bonifica”, notava la commissione d’inchiesta nella sua relazione. Ad oggi, le opere di bonifica, più volte programmate, non sono ancora iniziate. Riunioni, conferenze di servizi, caratterizzazione dei siti, eccetra. Ma dopo oltre dieci anni dalla delimitazione, e dopo oltre venti dal termine delle lavorazioni industriali, non hanno ancora bonificato proprio nulla. I veleni sono tutti lì.
Sono le inchieste giudiziarie, con i sequestri delle aree inquinate, ad ostacolare le bonifiche?
Macché, in questo caso, le vicende giudiziarie sono assai successive. La mancata bonifica dei siti inquinati ricompresi nel SIN Crotone, come per quelli di Cerchiara di Calabria e Cassano allo Ionio, ha ben altre cause; rappresenta “uno spaccato dell’inefficienza” – scrive letteralmente la commissione parlamentare d’inchiesta – “di tutte le pubbliche amministrazioni, locali e nazionali, deputate ad affrontare la situazione di disastro ambientale che coinvolge l’intero territorio crotonese”.
È l’incapacità di una classe dirigente (non solo politica) di porsi alla guida di un progetto di bonifica, di ripristino ambientale, che diventi motore di uno sviluppo locale creando occupazione ecologicamente sostenibile. Poi ci sono le discariche. La situazione delle discariche abusive o non in regola con le vigenti norme, in Calabria, è ulteriormente complicata dalla cronica “mancanza di regolari discariche autorizzate”, che – come sottolinea la stessa commissione d’inchiesta sulle attività illecite connsesse al ciclo dei rifiuti nella Regione Calabria (XVI Leg.) – “favorisce fenomeni estesi e diffusi di comportamenti illegali non solo da parte dei cittadini, ma anche da parte degli stessi amministratori comunali, mediante il ricorso a discariche che, sebbene autorizzate dagli stessi comuni, non sono, comunque, «a norma», vale a dire non sono adeguatamente impermeabilizzate, allo scopo di evitare che il «percolato», derivante dai rifiuti, finisca nel terreno sottostante e, in definitiva, nella falda”.
E leggendo la relazione si scopre che, “il mancato collettamento delle acque reflue”, “il mancato adeguamento delle fognature per il conferimento al trattamento” e “lo smaltimento delle acque o di altri rifiuti, senza adeguate garanzie di protezione dell’ambiente e della salute”, hanno rappresentato e tutt’ora rappresentano le principali “cause di carenza dell’azione amministrativa”. E nel ricordare i maggiori bubboni della peste ecologica calabrese, non possiamo dimenticare quanto emerso dagli accertamenti dell’Arpacal che ha depositato, alla Procura di Paola, gli esiti dei carotaggi dimostranti che, nel torrente Oliva, sono interrati rifiuti speciali e pericolosi come fanghi industriali, arsenico e persino scarti di raffinerie.
“Come i referendum, come i diritti civili, l’ecologia” – scriveva già così nel 1978 Marco Pannella – “è da sempre considerata un lusso, un problema marginale rispetto a quello del ‘pane e lavoro’. Il risultato – aggiungeva – è sotto gli occhi di tutti: viviamo in un paese disastrato da calamità (definite ufficialmente “naturali” senza che la definizione ne nasconda l’origine politica), e insieme con sempre meno lavoro e meno benessere. Anche per le sinistre una bella raffineria è più gratificante della lotta alle alluvioni e alle frane, della limitazione dei livelli di inquinamento, anche della prevenzione di un Vajont o di una Seveso, o di un incidente nucleare. 20-30 mila miliardi di investimenti in trent’anni per il rispetto idrogeologico del territorio significherebbero centinaia di migliaia di posti di lavoro”.
Ecco, appunto: pane, lavoro ed ecologia.
A dicembre del 2012, a Praia a Mare, con una manifestazione i cittadini, in attesa del processo durato oltre dieci anni e conclusosi venerdì scorso, chiedevano la bonifica dei terreni e dei fiumi inquinati, una commissione regionale d’inchiesta che identificasse e censisse i siti inquinati dell’intera Regione, assieme a un’indagine epidemiologica di tutti gli abitanti che vivono in prossimità di siti inquinati, l’istituzione del registro dei tumori provincia per provincia e un registro dei tumori speciali per i bambini.
Per Jürgen Renn, direttore dell’Istituto Marx Plank per la Storia della Scienza di Berlino, viviamo nell’Antropocene, un’era “geologica” nella quale “più del 75% della superficie terreste non ricoperta da ghiaccio è stata trasformata dall’uomo”. Un’era in cui l’impronta ecologica umana – in tutte le parti del globo – si sta facendo devastante. La convenzione di Aarhus dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) garantire ai cittadini il diritto alla conoscenza dei processi decisionali di governo locale, nazionale e transfrontaliero concernenti l’ambiente.
Secondo chi scrive, non solo i dati sull’inquinamento ambientale dovrebbero essere censiti, resi pubblici e divulgati. Ogni cittadino dovrebbe poter conoscere dove sono le aree a rischio idrogeologico e dove quelle caratterizzate da una maggiore “amplificazione sismica locale”; e al momento dell’acquisto di un immobile, dell’edificio acquistato si dovrebbe poter conoscere anche la sua “vulnerabilità sismica”. Dall’ecologia può nascere il lavoro di cui c’è tanto bisogno anche oggi e il lavoro provvede al pane. Se ambiente e territorio rappresentano priorità per il nuovo governatore della Calabria, Mario Oliverio, nelle more che il Governo cambi rotta sul decreto sblocca Italia che “sblocca le trivelle” e l’ulteriore ricerca di petrolio, non sarebbe il caso di dare ascolto ai cittadini che manifestavano a Praia a Mare, facendo conoscere alla gente la realtà dei territori in cui vivono censendo e, soprattuto, facendo le bonifiche dei siti inquinati? Dopo tutto di ecologia, pane e lavoro stiamo parlando.
Care amiche e cari amici lettori di Abolire la miseria,
La copertina
l’Associazione di volontariato culturale Non Mollare, ha il piacere di annunciare la prima presentazione del libro La peste ecologica e il caso Calabria di Giuseppe Candido che si terrà sabato 22 novembre 2014, alle ore 18:00 presso la Sala della Giunta Provinciale di Catanzaro (Piazza Luigi Rossi, 1 – Catanzaro).
A seguire si aprirà un dibattito sul ‘Rischio idrogeologico, sismico e ambientale’ in Calabria (e non solo) al fine di promuovere, da subito, una diversa politica per il territorio.
Alla presentazione del libro interverrannol’On. Rita BERNARDINI Segretaria di Radicali Italiani e l’On. Marco PANNELLA, presidente Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, autori dell’introduzione al volume, l’Avv. Filippo CURTOSI, presidente dell’Associazione di volontariato culturale Non Mollare e direttore responsabile di Abolire la miseria della Calabria, il Prof. Carlo TANSI, geologo ricercatore presso il CNR-IRPI, autore della prefazione, il Dott. FrancescoFRAGALE presidente dell’Ordine dei Geologi della Calabria che, lo scorso mese di agosto, ha inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi proprio su questi temi, e lo scrivente, autore del volume.
Il dibattito sarà condotto e moderato da Antonio GIGLIO, consigliere comunale di Catanzaro. La partecipazione è aperta a tutti.
Perché l’educazione dei nostri bimbi comprenda la drammatica consapevolezza di cosa è successo nel nostro povero Paese
di Antonio Biamonte*
Oggi è il 14/11/2014 e da almeno 20 giorni le cronache riportano gli ennesimi disastri e terribili lutti: Maremma, Genova, Chiavari, Crema.
Li cito in ordine sparso dimenticando sicuramente qualche evento, oggi penosamente e sistematicamente troppo spesso “giustificato” dalle piogge eccezionali, dovute al cambiamento climatico ormai in atto.
L’unica verità è che da qualche anno sono più frequenti, ma il libro di Giuseppe è un impietoso, straordinariamente documentato, j’accuse, una spaventosa e poderosa opera di verità. È un libro drammatico nella sua intensa e copiosa rassegna di alluvioni, frane, terremoti, scempi ambientali dovuti a mala o criminale gestione di rifiuti.
Un libro da far leggere nelle scuole perché l’educazione dei nostri bimbi comprenda la drammatica consapevolezza di cosa è successo nel nostro povero Paese. Ma non è finita qui ovviamente, il territorio è devastato da decenni di scempi urbanistici e edilizi, dai quali in ben pochi possono “tirarsi fuori”.
Politici, tecnici, imprenditori, semplici cittadini, quasi nessuno è immune da colpe. Un territorio fragile, troppo fragile, per essere “trattato” così male. A nulla nei decenni sono serviti i peana dei geologi, visti sempre come dei menagrami e inguaribili pessimisti. Al caro “vecchio” amico Giuseppe, appassionato e preparato collega, va il mio e nostro ringraziamento per questa opera di verità e impegno civile, autentico esempio di come la competenza tecnica si possa e debba coniugare con le proposte concrete, il rispetto della dignità umana e la proposta politica. Chiudo con un bellissimo pensiero di M. Pannella che non conoscevo e che devo, anche questo, a Giuseppe:
“Dove c’è strage di legalità (e delle leggi naturali) che c’è sempre, come corollario, strage di popoli”
* Antonio Biamonte è geologo, dipendente presso Uff. Geol. regionale Regione Toscana
Prefazione di Carlo Tansi, introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella
E’ andato in stampa il volume di Giuseppe Candido, con una prefazione di Carlo Tansi, la postfazione di Franco Santopolo, una nota di Valerio Federico e Paolo Farina e l’introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella che di seguito pubblichiamo.
Uscirà a breve, nella prossima settimana, per i tipi di Non Mollare edizioni, la casa editrice dell’associazione di volontariato culturale Non mollare che edita on line anche Abolire La Miseria della Calabria, La Peste ecologica e il caso Calabria, l’ultimo libro di Giuseppe Candido.
Nell’Abstract del volume si legge che …
Dove c’è strage di leggi c’è sempre strage di popoli. Rischio sismico, idrogeologico e ambientale, mal governo del territorio, rifiuti tossici interrati, mala depurazione e un’emergenza rifiuti infinita per alimentare clientele e “fare progetti”; storie (vere) di frane, alluvioni, terremoti e disastri ambientali aventi tutti come denominatore comune il disastro politico che li ha causati!La peste ecologica e il caso Calabria, è un libro-dossier in cui si ripercorrono fatti, eventi spesso tragici sul dissesto idrogeologico, sui rischi sismici e su quelli ambientali del nostro Paese con particolare rifermento, per quest’ultimo aspetto, al caso dei veleni e dei rifiuti in Calabria. Cos’hanno in comune rischi, mal governo del territorio, dissesti e veleni? La peste ecologica è la violazione sistematica delle leggi che ha, per conseguenza, una strage di popoli.
La peste ecologica e il caso Calabria, di Giuseppe Candido. Prefazione di Carlo Tansi, introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella, postfazione di Franco Santopolo e una nota di Valerio Federico e Paolo Farina – Non Mollare edizioni, euro 18,00; Pagine 394 – ISBN 9788890504020 – Per prenotarne una copia è sufficiente inviare una mail all’indirizzo associazionenonmollare@gmail.com
L’Introduzione di Rita Bernardinie Marco Pannella
Con il suo bel libro Giuseppe Candido presenta al lettore una seria e documentata proposta che, affondando le sue radici nello specifico calabro, rafforza la complessiva urgenza nazionale (e non solo!) di contrastare i connotati illiberali e ormai anti-democratici dello Stato italiano –renziano– arroccato in accanita difesa proprio di ciò che è oggetto, da decenni, delle massime imputazioni e condanne delle giurisdizioni europee. Imputazioni e condanne seriali richiamate dal “Massimo Magistrato” italiano, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il suo messaggio costituzionale alle Camere, una straordinaria testimonianza, completa di “obblighi” e di proposte indirizzate al nostro Paese e, non a caso, trattata in modo indegno dal Parlamento, suo naturale destinatario.
Gli “obblighi” che l’Italia disattende, e che derivano anche dal Diritto comunitario da anni costituzionalizzato, riguardano altresì – in grandissima parte – l’ambiente sfregiato dei nostri territori. Grazie alla visione transnazionale del Partito Radicale, questi “obblighi” verso l’ambiente non hanno confini e ci costringono a farcene carico, studiandolo per ciò che è: una “funzione” vitale del pianeta, che nessuno può permettersi di sacrificare.
Citando Aldo Loris Rossi, Marco Pannella lo ripete in modo assillante: “Il genere umano ci ha messo due milioni di anni per arrivare – nel 1830 – al primo miliardo; cento anni per arrivare al secondo, 30 per il terzo, 15 per il quarto, 13 per il quinto, 12 per il sesto, e ancora 13 anni per il settimo miliardo.
Mentre scrivo, un sito internet (http://www.worldometers.info) ci conta e censisce, a noi umani, in tempo reale. Girando vorticosamente, ci informa che in questo preciso istante siamo 7 miliardi 243 milioni 471.433 e che fino a questo momento in questa giornata sono nate 328.443 persone e ne sono morte 135.528. Molto probabilmente questo contatore, grazie a un’elaborata formula matematica, ci azzecca. Non dico all’unità, ma quasi. E allora mi chiedo se nell’implacabile calcolo offertoci in diretta ci siano già finiti i morti di cui ho avuto notizia poco fa: due detenuti suicidati; un altro, morto per malattia incompatibile con lo stato di detenzione, mentre – infine – un agente di polizia penitenziaria di 42 anni e un suo amico sono morti per overdose di eroina.
Certamente, nel contatore sono finiti i morti che ci segnala Giuseppe Candido: morti per alluvione, frane, tumori causati dai rifiuti tossici o dai veleni industriali o per micidiali concessioni edilizie rilasciate senza rispetto delle leggi. Ci sono anche i morti censiti dai libri di Maurizio Bolognetti e Massimiliano Iervolino. Via via, il contatore ingloberà anche i morti delle analoghe stragi, che fin da oggi si possono tranquillamente prevedere senza che nulla venga fatto per fermarle nonostante le denunce e le soluzioni prospettate da quella che Pannella definisce “letteratura militante”.
Se puntiamo l’implacabile strumento su questo o quello dei continenti del pianeta, osserveremo che la velocità del fenomeno varia: sarà molto più lento in Europa, più veloce nell’America del sud, velocissimo in Africa o in Asia. Ma quel che è certo è che il dilagante aumento della popolazione mondiale sta facendo crescere il consumo dei suoli, dell’acqua e di energia, per sopperire a esigenze non solo alimentari in crescita esponenziale. Fulco Pratesi ci spiattella un altro ferma-immagine impressionante: visto che siamo oltre 7 miliardi e 200 milioni, ciascuno di noi umani ha a disposizione – contando anche luoghi invivibili come deserti, ghiacciai, montagne – poco più di due ettari a testa, corrispondenti a quattro campi di pallone. Se però prendiamo in considerazione le sole terre arabili, ogni umano ha a disposizione meno della metà (il 40%) di un solo campo di pallone. Ma i Paesi ricchi, in primis la Cina, si stanno muovendo da anni per acquistare e occupare terreni nel sud del mondo, in particolare in Africa: dovendo prevedere necessità energetiche e alimentari che, con il consumo e distruzione dell’ambiente in casa loro, rischiano di non poter più affrontare e governare, si recano altrove per continuare a consumare (e distruggere) suolo e risorse.
Da una parte quel contatore corre veloce, ammonendoci che la crescita vertiginosa della popolazione mondiale è insostenibile; dall’altra ci segnala anche morti – troppo spesso vere e proprie stragi – che potrebbero essere evitate se solo si rispettasse la legalità democratica, dove c’è. Dove non c’è, dovrebbe essere urgenza impellente di tutti i paesi democratici, di ciascun democratico, promuoverla e instaurarla.
Quel che il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito sta cercando di promuovere da più di vent’anni (con solide radici nel passato) è che nessun fenomeno del nostro tempo può essere più governato con una visione localistica e dunque occorrono istituzioni transnazionali democratiche per affrontare il futuro. Futuro che è destinato a divenire un incubo se si considera quanto straordinariamente spiegato nel documento politico, coordinato dal Prof. Aldo Loris Rossi, che il Partito Radicale ha presentato all’ONU in occasione del World Urban Forum 6 svoltosi a Napoli dall’1 al 7 settembre 2012: “dal dopoguerra – così esordisce e successivamente documenta – la terza rivoluzione industriale fondata sull’energia atomica, l’automazione, l’informatica, ha ristrutturato l’intero ciclo produttivo in senso post-fordista e spinto impetuosamente verso la globalizzazione, l’economia consumista e le megalopoli,provocando la più grande espansione demografica e urbana della storia”.
Anche se l’idea dello sfruttamento illimitato delle risorse è il modello di sviluppo oggi considerato normale, occorre tentare di sventare il conseguente ecocidio planetario, come si deve fare con una persona che si sta per suicidare. Impossibile? «Non è perché le cose sono difficili che noi non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili»: questo ci dice Aldo Loris Rossi, citando Seneca. E la sostanza di questa verità ci dice – con tutta la sua vita di dialogo nonviolento -Marco Pannella.
Di fronte alla bomba demografica, che va governata così come va governato il consumo dissennato di terra, acqua, aria, occorre concepire con amore il nuovo possibile. Per questo il Partito Radicale – con i suoi connotati di nonviolenza, transnazionalità e transpartiticità – cerca il dialogo: anche e soprattutto con i “lontani”, come i cinesi tra gli altri. Perché sa come sia un’illusione il chiudersi nelle proprie mura nazionali e pensare di risolvere i problemi nell’egoismo isolazionista. I nazionalismi sono un cancro che uccide, ed è necessario contrapporgli la concezione di istituzioni federaliste, autonome e democratiche, che abbiano come regola etica il rispetto dei Diritti Umani fondamentali consacrati nella Dichiarazione Universale dell’ONU.
Dal transazionale si passerà poi, con una logica conseguente, al locale, ai “casi” Campania, Basilicata, Roma, fatti emergere dalla letteratura e dall’evidenza di compagni radicali che da sempre, in tutti i campi, producono letteratura ed evidenza del dissesto, innanzitutto democratico, che sta avvenendo nei loro paesi, nel nostro Paese.
Il libro di Giuseppe Candido è un altro bel tentativo, che partendo dalla realtà calabrese fornisce elementi di verità e di conoscenza per cambiare rotta in Italia, e non solo.
Rita Bernardini è Segretaria Nazionale di Radicali Italiani, Deputata radicale XVI legislatura (2008-2013), Membro Assemblea dei legislatori del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito
Questo poderoso volume, frutto dell’ammirevole lavoro di Giuseppe Candido, ci lascia spiazzati davanti alla conclamata e quasi scientifica devastazione di un territorio nonché alle cause e ragioni (o S-ragioni) che hanno portato a questa distruzione di un patrimonio naturale, umano e civile.
Quanto accaduto, capace di segnare indelebilmente i territori coinvolti e l’Italia in generale, non può non essere che l’esito dell’azione e della non azione delle maggioranze e delle opposizioni che hanno governato questa parte del Paese. Il prodotto della contemporanea inadempienza dei governanti e dei cosiddetti oppositori. Inadempienti rispetto al patto sociale che le forze politiche stipulano “naturalmente” con i cittadini.
Si tratta davvero, e bene ha fatto Candido a stigmatizzarlo già nel titolo del libro, di una “peste”, che distribuisce i suoi sintomi, i suoi effetti, in modo ramificato e distrugge oltre all’ambiente naturale anche i più diversi aspetti che regolano il diritto alla libertà, alla giustizia e alla conoscenza di una o più comunità umane. Il lavoro serio e scrupoloso, oltreché documentato, di Candido ha il pregio di fornire un contributo tanto scientifico quanto divulgativo. Scritto da un Geologo, ovvero da uno scienziato, e non semplicemente da un pur bravo giornalista d’inchiesta.
Un Geologo, appunto. Nella migliore delle semplificazioni oggi i geologi vengono definiti genericamente “ambientalisti” nel senso più negletto del termine. Spesso, attraverso uno scientifico lavoro di disinformazione e mistificazione, essi vengono privati del loro contributo dal carattere scientifico attribuendogli una fastidiosa etichetta di “ambientalisti” mossi da una sorta di frenesia ideologica. Ascoltando o leggendo i frutti dei loro lavori, si arriva a considerarli come figure di esaltati millenaristi che ci terrorizzano con i loro allarmistici scenari apocalittici di piaghe terribili ed irrimediabili distruzioni.
Questo è il primo effetto della “peste”, che inizia offuscando le coscienze e arriva ai risultati distruttivi quanto imbarazzanti ben descritti nel libro di Candido. Imbarazzanti perché? Non vi è nulla di più evidente e sperimentabile degli eventi naturali quali sono il dissesto idrogeologico di un territorio, inondazioni, terremoti, inquinamento e, non da ultimo, malattie concrete e gravissime che colpiscono la popolazione.
Eppure pervicacemente si prosegue in quest’opera di distruzione, frutto del malaffare, della distribuzione e gestione del potere fine a se stesso, a fini di lucro e in cui sono da sempre coinvolte le maggioranze politiche che amministrano regioni e territori ma anche le stesse minoranze che partecipano al banchetto. Un sistema clientelare partitocratico che non distingue maggioranze e opposizioni e che nutrono la metastasi di questa “peste” a loro esclusivo vantaggio.
La convergenza di interessi di un sistema dove gli insider, nel gioco delle parti di un impotente e apparente confronto, operano da un palcoscenico dove le repliche dello spettacolo si ripetono giorno dopo giorno lasciando inermi gli spettatori, indifferenti i cittadini. Quasi che i rischi di cui scrive Candido non li riguardino. Gli outsider, pochi, si oppongono e propongono, ma lo spazio di tribuna a loro non viene dato, e il palcoscenico, quel palcoscenico non è per loro. Vi sono, appunto, i Geologi come Candido che non si rassegnano allo status quo e si impegnano in lavori preziosi quale il suo libro ne è un esempio.
Dunque, se il conclamato ed evidente prodotto finale di questa “peste” è la devastazione di regioni e territori, nonché gli effetti sull’ambiente, sulla salute dei cittadini, sulla strage di legalità e il depauperamento di quel “contratto sociale” tra politica e cittadinanza, di contratto “naturale” tra politica-legalità-cittadinanza, allora i primi sintomi di questa “peste” si avvertono e si verificano anche per il diritto negato alla conoscenza.
Il “diritto alla conoscenza” è un’estensione delle facoltà di scelta, di controllo e di partecipazione del cittadino nell’amministrazione dello Stato e delle sue articolazioni regionali e locali, è un elemento di democratizzazione della società. Quanti atti pubblici avrebbero dovuto o hanno lasciato traccia di quanto stava avvenendo di quanto esposto da Candido?
E’ urgente attuare in pieno riforme che si ispirino al Freedom of Information Act (FOIA) statunitense per il quale il cittadino può accedere a tutti i documenti della Pubblica Amministrazione senza che debba dimostrare un interesse diretto. La trasparenza e la conseguente possibilità di controllo per il cittadino dell’attività delle pubbliche amministrazioni è il mezzo utile, tra un’elezione e l’altra, per esercitare effettivamente quella sovranità popolare dal basso promossa dalla Costituzione.
La “peste”, dunque, avanza, devasta e distrugge. Eppure potremmo disporre della cura che porterebbe alla guarigione, allo stato di diritto, al ripristino della legalità.
Il libro di Candido ne è, per esempio, una pillola. Utile, preziosa e salutare.
1 Valerio Federico è consigliere di Zona del comune di Milano, tesoriere di Radicali Italiani
Calabria, rifiuti davanti una scuola (febbraio 2014)
Lo scorso 3 giugno la Commissione Europea ha chiesto alla Corte di Giustizia di condannare l’Italia a versare somme stratosferiche per le infrazioni riguardanti le discariche abusive di rifiuti pericolosi. La denuncia riguarda oltre 200 discariche abusive disseminate in tutte le regioni italiane che reiteratamente violano le direttive europee a salvaguardia della vita e della salute dei cittadini e tra cui, ovviamente, c’é la Calabria.
Dopo una legislatura regionale iniziata male con gli arresti per voto di scambio di consiglieri regionali e finita anche peggio tra rimborsopoli e dimissioni anticipate per la condanna in primo grado di Scopelliti, e dopo che lo scorso mese di febbraio le città della Calabria sono state letteralmente sommerse dai rifiuti per la chiusura della discarica di Pianopoli, unica ancora attiva per poco nella regione, la partitocrazia calabrese sembra non curarsene e – dopo aver modificato unilateralmente la legge elettorale a pochi mesi dal voto introducendo tra l’altro uno sbarramento al 15% – si prepara adesso per la corsa alla riconquista delle poltrone in Consiglio regionale, quasi come se il fallimento di tutto il sistema non fosse dipeso da loro.
I SIN di Crotone. Dismesso dalle imprese nel 92, le bonifiche per i siti inquinati di Crotone si attendono dal 2001 (sic!)
Dopo oltre 17 ani di emergenza rifiuti che – come ha sottolineato lo stesso assessore Pugliano – “hanno fatto comodo a tutti” per spendere senza controlli enormi capitali, ma senza risolvere i problemi e dopo quattro anni e mezzo di amministrazione Scopelliti che hanno addirittura aggravato la situazione, la Calabria è oggi una regione martoriata dalle discariche abusive, da quelle non a norma che continuano a rilasciare percolato, da depuratori mal funzionanti spesso “fatti solo per fare progetti” e da siti inquinati d’interesse nazionale (SIN) come quello di Crotone che non interessano più a nessuno e dove la gente continua a morire per i veleni industriali e politici disseminati nei suoli e nelle acque. Le bonifiche sono rimaste un miraggio.
La peste ecologica e il caso Calabria. Rischio sismico, idrogeologico e ambientale. Il volume è in corso di pubblicazione.
Una vera e propria “peste ecologica” alimentata dal virus partitocratico che, come Radicali, stiamo minuziosamente documentando in un libro dossier: continue e decennali violazioni del diritto italiano e comunitario che espongono i cittadini a rischi enormi per la salute, come dimostrano le vicende crotonesi.
Come per le carceri inumane e degradanti per le quali il governo cerca ora di graduare la tortura in corso, e come pure per l’irragionevole durata dei processi per la quale l’Italia è pure condannata da oltre trentanni, la mancanza di legalità e la deroga continua della norma, perpetuata con il mantenimento dell’emergenza, anche per i veleni e per i rifiuti disseminati sui territori si assiste a comportamenti pubblici, non solo dello Stato, irresponsabili che mettono a rischio fondamentali diritti umani.
Anche per la Calabria, come per l’Ilva di Taranto e come per la Lucania avvelenata, il problema – come troppo spesso in solitudine ricorda Marco Pannella – è che in uno Paese come l’Italia, dove le regole democratiche sono ormai diventate carta straccia, queste denunce rischiano di restare nel silenzio “se – attraverso il ricorso alle giurisdizioni italiane e internazionali che Partito Radicale e Radicali italiani stanno organizzando in modo massiccio – “i responsabili dello sfascio continuano a rimanere sconosciuti oltre che impuniti, facendo pagare il conto ai cittadini e abitanti del territorio, sin d’ora ipotecando la vita e la sopravvivenza stessa delle future generazioni degli esseri viventi”. In fondo, anche questa è una questione di diritti umani.
Tra le tante passerelle che si vedono in periodo pre elettorale, finalmente qualcosa di serio. Un seminario informativo organizzato dall’amministrazione comunale di Botricello, fortemente voluto dall’assessore alla cultura e all’ambiente, Salvatore Procopio e dal sindaco Giovanni Camastra.
Come possiamo difenderci da un terremoto e come si possono prevenire i danni e i morti che possono essere provocati da un sisma?
Calabria che balla, martedì 15 aprile 2014 ore 17,30
E’ a tali domande che si tenterà di fornire risposte e dare informazioni ai cittadini invitati tutti.
Al dibattito convegno che si terrà domani, martedì 15 aprile presso la casa comunale di via Nazionale dalle ore 17.30, parteciperanno Eugenio Gallo, sindaco di Martirano Lombardo, Michele Folino Gallo, dottorato internazionale in sismicità della Calabria, Ottaviano Ferrieri, perito Cineas valutazione del rischio e Rosario Pignanelli, dell’associazione di protezione civile “Amici di Gaia”.
Non potendo personalmente partecipare all’interessante forum informativo poiché impegnato coi colloqui con i genitori degli alunni prima delle vacanze di Pasqua, come docente dell’Istituto Comprensivo di Botricello e come geologo ecologista, mi sono permesso di inviare all’assessore Salvatore Procopio un mio personale contributo che riporto di seguito.
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Abolire la vulnerabilità sismica degli edifici
Contributo al seminario informativo “Calabria terra che balla” organizzato dall’amministrazione comunale di Botricello (CZ)
É da ritenersi assai lodevole e degna di nota l’iniziativa dell’Amministrazione comunale di Botricello che ha voluto proporre ai cittadini un seminario informativo sul rischio sismico dal titolo davvero esplicito: “La Calabria che balla”. Avendone ricevuto l’invito per il tramite dell’Istituto comprensivo di Botricello dove insegno, sono rammaricato di non potervi partecipare personalmente a causa di impegni di lavoro già da tempo programmati.
Sia come docente di scienze della scuola secondaria di I grado dell’Istituto comprensivo di Botricello, impegnato su questi temi con le nuove generazioni, sia come geologo e sia personalmente, ringrazio vivamente il sindaco Givanni Camastra e l’amministrazione tutta perché ha inteso promuovere questa importante iniziativa incentrata sul “come” poter prevenire, non già i terremoti, ma i danni e i morti che un sisma può avere e che, come la scienza e la storia ci dicono, non è da ritenersi improbabile a queste latitudini.
Mi permetto, quindi, di offrire qualche spunto di riflessione con questo mio contributo.
Come abbiamo visto, il 5 aprile, a 5 anni esatti (qualche ora di differenza) di distanza dal terremoto a L’Aquila, una scossa di magnitudo 5.0 con ipocentro a largo delle coste di Crotone, ha ricordato – se ce ne fosse bisogno – che la Calabria è al centro della convergenza tra la micro placca ionica e la micro placca adriatica. In particolare, secondo l’Istituto Naz. di Geofisica e Vulcanologia, una la sismicità profonda di questo tipo è attribuibile, in quest’area, al fenomeno di subduzione della litosfera ionica che comincia a flettersi sotto dell’Arco Calabro2.
Benché queste conoscenze siano disponibili a chiunque sui siti scientifici istituzionali, su come difenderci da questo rischio, sulla necessità cioè di predisporre un piano di adeguamento antisismico delle strutture pubbliche, un vero dibattito non c’è.
Che la Calabria sia un territorio ad elevata sismicità come, e anche di più, dell’Abruzzo, è storicamente noto. Allora perché non adeguare le strutture?
A partire dall’anno 1.000 si sono avuti, in Calabria, diversi terremoti distruttivi3: nel 1.188 il terribile terremoto4 nella valle del Crati, provocò gravissimi danni a Cosenza, dove crollò la cattedrale, a Bisignano, San Lucido e Luzzi; nel 1638, il 27 marzo vi fu un altro violento terremoto5 che colpì particolarmente la zona di Nicastro, dove i morti furono diverse migliaia. Il 9 giugno, dello stesso anno, un nuovo terremoto provocò danni anche nel crotonese. Poi, il 5 novembre del 1659, un altro forte terremoto6 interessò pure la Calabria centrale, nell’area compresa fra i Golfi di Sant’Eufemia e Squillace; le vittime furono più di 2000. Poco più di un secolo dopo, nel 1.783, tra febbraio e marzo, un violento sciame sismico7 interessò la Calabria meridionale e il messinese, provocando la completa distruzione di moltissime località e danni gravissimi in molte altre; moltissime repliche si ebbero poi nei mesi e negli anni successivi.
I morti, in quell’occasione, furono più di 30.000.
L’8 marzo del 1.832, il terremoto8 provocò gravi danni ad una cinquantina di località, prevalentemente nel crotonese; più di 200 le vittime. Quattro anni più tardi, il 25 aprile del 1.836, un altro terremoto9 colpì il versante ionico della Calabria settentrionale, provocando danni gravissimi a Crosia e Rossano, in provincia di Cosenza: le vittime furono oltre 200.
Nel 1.854, il 12 di febbraio, ancora un terremoto10 nel cosentino provocò effetti distruttivi nell’alta valle del fiume Crati e danni gravi si ebbero anche a Cosenza. Le vittime, in totale, furono circa 500.
Nel 1.870, il giorno 4 del mese di ottobre si verificò un terremoto11 nell’area cosentina, fra le alte valli del Savuto e del Crati, con oltre 100 vittime. Sempre nel 1.870, il terremoto colpì la Calabria centrale e fu avvertito in tutta l’Italia meridionale e nella Sicilia orientale: anche in quel caso, i danni furono gravissimi e più di 500 le vittime.
Poi, nel 1905, l’8 di settembre, il grave terremoto che colpì numerosi paesini nell’area di Vibo Valentia e Nicastro facendo risentire i suoi effetti anche nelle provincia di Cosenza e in quella di Reggio Calabria12.
Nel 1908, il 28 dicembre, l’apocalisse: un violento terremoto e uno tsunami colpirono Reggio e Messina. La Calabria, terra ballerina, quell’anno venne completamente distrutta.
In una regione come la nostra, con una così elevata frequenza di terremoti e conseguente pericolosità sismica, sapendo che – come la scienza ufficiale ci dice – l’unico modo di difendersi dal terremoto è quello di costruire edifici in grado di resistere alle scosse, è evidente quanto sarebbe importante fare seria prevenzione basata sulla conoscenza della vulnerabilità sismica delle strutture che, come il caso dell’Ospedale aquilano c’ha dimostrato tragicamente, non sempre sono costruite in maniera adeguata. Il prof. Franco Barberi, allora capo del dipartimento della Protezione Civile, già nel 1999 notava come,
“Per programmare gli interventi di prevenzione occorre tenere conto del fatto che non ci troviamo di fronte a un territorio vergine nel quale cominciare a costruire con una politica antisismica, ma che si tratta invece di un territorio nel quale si è costruito per secoli con tecniche che non offrono apprezzabile sicurezza nei riguardi dei terremoti. Vi è dunque in Italia, come del resto in moti altri paesi, un debito arretrato di investimenti anti-sismici che si è accumulato nel tempo e che comporta fra l’altro una macroscopia sperequazione fra cittadini che vivono in case nuove e vecchie. Questi problemi, con le stesse parole, furono comunicati al Presidente della Repubblica, al Governo e al Senato, dal Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR, più di dieci anni fa, all’indomani del terremoto dell’Irpinia.13”
Dopo le notizie relative all’esistenza di un “Censimento della vulnerabilità degli edifici pubblici strategici in Abruzzo” e altre regioni, realizzato nel 1999, che aveva segnalato, come altamente vulnerabili, – affatto idonei a resistere ad un terremoto – proprio gli edifici abruzzesi che vennero giù il 6 aprile 2009, ci siamo domandati quale fosse la situazione degli edifici in Calabria.
Dopo qualche ricerca (all’invero assai breve perché sapevamo bebe cosa ricercare) ci siamo imbattuti nel sito del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT) titolare del Progetto, assieme alla Protezione Civile, per la rilevazione della vulnerabilità del patrimonio edilizio a rischio sismico e finalizzato al censimento degli edifici pubblici, strategici e speciali di oltre 1500 comuni di sette regioni, tra cui Abruzzo e Calabria.
Uno studio per la valutazione del grado di vulnerabilità degli edifici pubblici di 1.510 comuni delle sette regioni che oggi torna di cocente attualità per il fatto che, in Abruzzo, sembra averci tragicamente azzeccato.
Il 6 aprile del 2009, a L’Aquila, sono venuti giù, proprio quegli edifici pubblici che erano stati segnalati come ad alta vulnerabilità.
La risposta che abbiamo trovato è stata sconcertante: dei 3.975 edifici pubblici destinati all’istruzione, nella regione Calabria, ben 2.397 (pari al 60,3 %) erano stati classificati ad alta (1.049) o medio-alta (1.348) vulnerabilità e, cioè, non in grado di resistere alle scosse. Dei 785 edifici pubblici destinati alla sanità calabrese e censiti nel lavoro del Gruppo Nazionale per la difesa dai terremoti, 492 (il 62,7 %) erano classificati ad alta (208 edifici) o medio alta (284) vulnerabilità. E non andava meglio per gli edifici pubblici civili (sedi di comuni, province, regione, prefetture etc): dei 1.773 censiti dallo studio, 517 sono classificati con grado di vulnerabilità medio alta e 325 sono invece quelli ad alta vulnerabilità. Anche in Calabria, se si verificasse un terremoto di quella severità in superficie, si verificherebbe il crollo di numerosi edifici pubblici, perché non in grado di resistere alle scosse.
Già dal 1999, quindi, il Dipartimento della Protezione Civile in collaborazione con il GNDT e con l’ausilio dei lavoratori socialmente utili, aveva pubblicato quel “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali delle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia”.
Gestire l’emergenza, essere in grado di intervenire tempestivamente coi soccorsi è importante, certo. Però, lo abbiamo visto in passato: gestire bene l’emergenza, da sola non serve ad evitare morti, feriti e sfollati se la casa in cui viviamo ci crolla in testa. Visto che la situazione calabrese della vulnerabilità sismica degli edifici non è certo migliore di quella abruzzese, ci chiediamo cosa si sia fatto, dal ’99 ad oggi, ai fini della prevenzione e della mitigazione del rischio, mediante adeguamenti antisismici e/o ricostruzioni. Purtroppo ben poco da allora è cambiato. Troppe le scuole ancora non sismicamente adeguate e la colpa non certo può ricadere sulle locali amministrazioni che spesso non dispongono di finanze adeguate.
Sarebbe necessario, invece, fare prevenzione, programmando interventi che tengano conto che non siamo in presenza di un territorio “vergine” nel quale cominciare a costruire ex novo con una politica antisismica seria. Quello che abbiamo davanti, è un territorio stuprato, vilipeso dall’abusivismo edilizio dove, spesso, non sono a norma neanche gli edifici pubblici, nemmeno quelli strategici come Ospedali e Prefetture.
Cosa fare per uscirne? Come scriveva, già nel 1993, il professor Vincenzo Petrini, del CNR-GNDT, nella presentazione al volume “Rischio sismico di edifici pubblici14”:
“La risposta più ovvia alla constatazione della presenza di situazioni notevolmente a rischio è l’avvio di specifici programmi di adeguamento del patrimonio edilizio ai livelli di sismicità delle varie zone del paese: ma non è certo l’unica possibile. L’abbassamento dei livelli di rischio può essere uno degli obiettivi della programmazione di investimenti della pubblica amministrazione e può, in alcuni casi, contribuire a qualificare la spesa pubblica, (…) programmi pluriennali di interventi di riduzione del rischio, opportunamente distribuiti nello spazio e nel tempo secondo priorità definibili in anticipo, possono avere, nella situazione attuale, positivi effetti collaterali in termini di sviluppi non drogati dell’occupazione.15”
Sagge parole, quelle di Petrini, attuali quantomai anche dopo vent’anni, che mettono in evidenza le priorità per la Calabria, per il mezzogiorno e, forse, per l’intero Paese. Bisogna abolire la vulnerabilità sismica dei nostri edifici, adeguandoli a resistere alle scosse o rottamandoli, quando invece si tratta di vera e propria “spazzatura edilizia”.
Poi, volendo essere davvero esaurienti, un discorso a parte lo meriterebbe la questione della “micro-zonazione sismica locale”; lo stesso terremoto, infatti, in alcune aree può dare fenomeni di amplificazione locale di cui bisognerebbe tener conto in fase di progettazione ma che, spesso, vengono trascurati.
E c’è il problema del patrimonio edilizio abusivo che, in Italia e in regioni del sud come la Calabria, rappresenta una questione ancora irrisolta, intimamente collegata alla tutela del territorio, poiché, come ricordano i geologi italiani, “queste pratiche si diffondono e si radicano laddove c’è un minor controllo dell’uso del suolo”; un fenomeno, quello dell’abusivismo edilizio, che non è sempre legato a “bisogni sociali” – per l’accesso al “bene casa” – ma anche e soprattutto a “strategie di profitto come dimostrano le tante seconde case e interi villaggi turistici abusivamente realizzati e, in alcuni casi, condonati”.
Occorre ricordare – fino alla nausea – che non è mai il terremoto che uccide ma la casa, la scuola, la chiesa o l’edificio in cui ti trovi che crolla in testa. La vera causa di morti e sfollati è proprio la vulnerabilità sismica degli edifici, perlopiù costruiti durante il boom edilizio degli anni sessanta, settanta e ottanta che, frequentemente, non hanno un’adeguata struttura antisismica.
Oltretutto bisogna anche tenere a mente che la voce di spesa maggiore per le catastrofi naturali del nostro Paese è proprio quella dei terremoti: oltre 95 miliardi di euro le risorse stanziate tra il 1944 e il 1990, “pari al 75% delle risorse destinate a tutti gli eventi calamitosi censiti” da uno studio del Consiglio Nazionale dei Geologi.
Nel 2012, il rischio sismico del Paese, con il terremoto nella Pianura Padana emiliana, è tornato alla ribalta dei media che, come al solito, se ne occupano solo “a babbo morto”, quando il disastro c’è stato.
La prima scossa, con una magnitudo locale di 5.9 della scala Richter, avvenne alle ore 4.03 del 20 maggio 2012. Poi, “il 28 maggio, due nuove importanti scosse scuotono ancora i territori della provincia di Modena (…) sommando distruzione a distruzione, lutto a lutto, paura a paura16”.
Anche in quel caso, per i geologi,
“Il terremoto emiliano si è caratterizzato per alcune specificità, tutte geologiche: gli effetti di sito ed i diffusi fenomeni di liquefazione delle sabbie. È stato per certi versi un terremoto inaspettato ma non inatteso considerando la successione di terremoti storici che hanno interessato la zona del ferrarese a partire dal 1500. Gli studi per la ricerca di idrocarburi nella Pianura Padana a partire dagli anni ’60 e ’70 avevano messo in evidenza le strutture sepolte al margine orientale della catena (le cosiddette pieghe ferraresi) piegate e fagliate che risalivano a poche centinaia di metri dalla superficie. L’aggiornamento delle carte di rischio per quest’area sono datate 2003 per cui queste aree vengono (oggi, ndr) classificate sismiche. Affinché la norma trovi pratica attuazione occorre però aspettare gli anni 2008-2009 (quando si è proceduto alla riclassificazione sismica del territorio nazionale in seguito agli eventi di San Giuliano di Puglia, ndr). Nel frattempo le strutture in elevazione (case di civile abitazione, capannoni industriali) sono stati progettati come ricadenti in area non sismica. Gli effetti, soprattutto per i capannoni industriali sono stati disastrosi. Mancando dei vincoli adeguati ai pilastri molte coperture sono letteralmente collassate17”.
Alle semplici osservazioni e indagini geologiche di base si preferiscono modelli numerici. Non per il fine della mera tutela di una categoria, una casta, i geologi italiani denunciano un fatto grave:
“In Emilia-Romagna, come in altre regioni, si sta procedendo in molti comuni … agli studi di microzonazione sismica. Tali studi si prefiggono di evidenziare le aree in cui gli effetti del terremoto si faranno risentire maggiormente (una volta si usavano gli abachi di Medvedev che almeno legavano le amplificazioni direttamente alle caratteristiche idrologiche e litologiche del terreno). Oggi si fa ampio uso dei metodi geofisici che a volte mal si conciliano con la geologia di base. Sembra si sia sviluppata più la tendenza ad avere numeri (non si sa quanto attendibili) a scapito di serie indagini geologiche (geo strutturali, stratigrafiche, geomorfologiche, idrogeologiche) che evidenziano, in prima istanza, almeno dal punto di vista qualitativo le aree che possono dare amplificazione. Non nascondiamoci dietro un dito. Il problema non è quello di determinare con la massima precisione i fattori di amplificazione sismica quanto quello di operare l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio esistente (in primis l’enorme patrimonio storico artistico del nostro Paese).
Non dimentichiamoci che la stragrande maggioranza delle abitazioni costruite post guerra sono state realizzate in assenza di alcuna normativa sismica. Anziché procedere indiscriminatamente con nuove edificazioni e distruzione di nuovo suolo è tempo di invertire la tendenza: ridurre drasticamente le nuove costruzioni e recuperare il costruito (dal punto di vista sismico, strutturale, del libretto del fabbricato, etc.). Il percorso è lungo e costoso ma le politiche territoriali si fanno dai nonni per i nipoti. Altre scorciatoie non esistono.18
Sulla base di questi numeri e di queste semplici riflessioni, per chi scrive appare evidente che l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio, quello pubblico in primo luogo, o la sua totale rottamazione quando completamente fatiscente, rappresentano non una spesa, ma una voce di notevole risparmio e, alla lunga, un vero e proprio investimento. Senza contare le vite umane che, ovviamente, non hanno prezzo.
Vi ringrazio per l’attenzione.
Firmato
Giuseppe Candido
Note al testo _____________________________________________
1Giuseppe Candido è docente di scienze matematiche presso l’Istituto Comprensivo di Botricello, geologo libero professionista, giornalista pubblicista, direttore editoriale di Abolire la Miseria della Calabria e autore, tra l’altro, del volume in pubblicazione La peste ecologica e il caso Calabria dal quale è estrapolato il presente testo.
2 Chiarabba et al., 2005 – “Analizzando il catalogo strumentale degli ultimi 30 anni è possibile rilevare in quest’area un certo numero di eventi a profondità subcrostale. Questa sismicità profonda è attribuibile al fenomeno di subduzione di litosfera ionica che in quest’area inizia a piegarsi al di sotto dell’Arco Calabro. – Terremoto nel Mar Ionio, M 5.0, 5 aprile 2014: approfondimento, Blog INGV Terremoti (url: ingvterremoti.wordpress.com)
3 D. Postpischl (a cura di), 10 domande sul terremoto, GNDT, 1994
4D. Postpischl, a cura di, Sisma con intensità stimata del IX – X grado della scala Mercalli, 10 domande … Op.cit. 125
5 Intensità stimata del XI grado della scala Mercalli, ne: D. Postpischl, a cura di Op.cit. p.125
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