La legge elettorale calabrese e il codice di buona condotta in materia elettorale

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In Calabria si è dovuto modificare la legge elettorale regionale perché i 50 consiglieri erano troppi (in base alla popolazione attuale devono essere al massimo 30), ma nei giorni scorsi il Consiglio regionale nella sua ultima seduta è andato ben oltre e ha approvato una legge elettorale per il rinnovo del prossimo Consiglio che non solo prevede uno stratosferico sbarramento al 15% fatto a posta per quei partiti che, vero similmente, correranno da soli fuori dalle coalizioni come potrebbe avvenire per il Movimento 5 Stelle, non soltanto istituisce l’anomala figura del consigliere regionale supplente, ma quel che è peggio che il tutto avviene diminuendo i collegi da 5 a soli tre coincidenti con le tre provincie di Cosenza, Catanzaro e Reggio. Il tutto condito da primarie obbligatorie per i partiti e per le coalizioni, ma che saranno fatte a spese delle casse regionali, o per meglio dire, dei cittadini calabresi. Una legge elettorale giustamente definita una “truffa” da più parti non solo dal M5S e che, quasi certamente, sarà impugnata dal Consiglio dei ministri proprio per l’eccessiva soglia di sbarramento e per l’anomala figura del consigliere supplente.
Dopo gli arresti di alcuni consiglieri regionali per voto di scambio, dopo l’inchiesta calabrese sui rimborsi erogati ai gruppi in Consiglio regionale che vede ben 44 dei 50 consiglieri sotto indagine per le spese folli (dai gratta e vinci alle tasse personali), con un presidente decaduto a causa di una condanna, certo in primo grado e non definitiva, ma a sei anni e con la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la maggioranza di centro destra che ha (s)governato la regione in questi anni, oggi vara una legge truffa che aumenta sensibilmente lo sbarramento contro il nuovo che avanza.
Senza contare che il “codice di buona condotta in materia elettorale” della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, adottato nella 52esima sessione plenaria della Commissione, a Venezia il 18-19 ottobre 2002 e recepito dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nella sessione del 2003, parla chiaramente che per essere elezioni democratiche il diritto elettorale non deve cambiare a meno di un anno dal voto.
Nel rapporto esplicativo del Codice si legge testualmente che “

La stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso; a tal punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare, che il diritto elettorale sia uno strumento che coloro che esercitano il potere manovrano a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio”.

E per essere chiara la Commissione aggiunge che:

“La necessità di garantire la stabilità, in effetti, non riguarda, tanto i principi fondamentali, la cui messa in causa formale è difficilmente immaginabile, quanto, alcune norme più precise del diritto elettorale, in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni. Questi tre elementi appaiono di sovente – a torto o a ragione – come determinanti per il risultato dello scrutinio, ed è opportuno evitare, non solamente le manipolazioni in favore del partito al potere, ma anche le stesse apparenze di manipolazioni.”

In Calabria, invece e a dispetto del Codice di buona condotta, a meno di 6 mesi dalle elezioni, si è cambiata la legge elettorale, si sono ridefiniti i collegi portandoli da 5 a 3, e pure la soglia di sbarramento è stata completamente stravolta e portata al 15% per le coalizioni.
Nel 1993, con un referendum gli italiani si erano espressi chiaramente a favore del sistema elettorale maggioritario. Allora si votò per l’abrogazione della legge elettorale per il Senato e introdurre il sistema maggioritario di tipo anglosassone. Su quasi 48 milioni di italiani andò a votare il 77% degli elettori e la percentuale dei favorevoli al sistema maggioritario fu bulgara: 82,7%!
Ma poi anche quel voto referendario – come spesso è accaduto in questo Paese – fu tradito dalla partitocrazia che approvò invece il Mattarellum che non solo prevedeva ancora che un quarto del parlamento venisse eletto con sistema proporzionale, ma che, mantenendo di fatto la supremazia dei partiti nelle liste proporzionali, consentiva di fatto di scegliere e quindi “nominare”, in ciascun collegio, il “rappresentante” dei partiti.
Noi Radicali siamo per l’uninominale maggioritario perché, come spesso ricorda Marco Pannella, “Uno che deve governare il proprio tempo e il proprio luogo, oggi, è uno che deve rispondere in correlazione importante non solo col mondo animale e quello vegetale, ma anche con quello minerale del sottosuolo, che è uno dei primi problemi”. Aggiungendo che: “Il sistema maggioritario uninominale è il migliore perché può rappresentare non solo l’eletto, ma il complesso, il contesto nel quale l’animale umano si pone, ma deve essercene coscienza e consapevolezza di questo”.
Se si vuole garantire questo tipo di rapporto tra eletto ed elettore, tra eletto e il territorio che esso rappresenta, il sistema elettorale più adatto è senz’altro il sistema uninominale maggioritario in collegi di piccole dimensioni, in maniera che dei candidati si conosca tutto, o come si dice, vita, morte e miracoli. Con un sistema del genere, tra l’altro, gli impresentabili sarebbero subito riconosciuti come tali e i candidati sostenuti da poteri strani che oggi, invece, fanno pesare le tante preferenze che riescono a controllare nei grandi collegi, certamente avrebbero minor spazio.
Per le elezioni del Consiglio Regionale della Calabria si è invece fatta l’ennesima schifezza. La legge rimane decisamente di tipo proporzionale con le preferenze da raccattare in grandi collegi, perché, appunto, i collegi sono stati diminuiti da 5 a 3, corrispondenti alle province, e quindi ingigantiti nel numero di elettori in modo che ad essere favoriti saranno proprio quei candidati sostenuti dalle consorterie locali.
Forse, per il bene della Calabria, si sarebbe potuto pensare a qualcosa di diverso, a una riforma elettorale differente che consentisse ai cittadini di conoscere e di scegliere i propri eletti sul territorio ma, al contempo, che evitasse quel mercimonio delle preferenze che, in Calabria, si trasforma troppo spesso in voto di scambio.
Il sistema elettorale che certo consentirebbe tutto questo, ne siamo convinti, è quello uninominale maggioritario. Anche per le elezioni regionali. I trenta consiglieri sarebbero candidati, con sistema maggioritario a turno unico (chi prende più voti sale) in altrettanti trenta piccoli collegi uninominali in cui dovrebbe essere suddiviso il territorio. Non tre collegi con un’enorme popolazione, ma trenta piccoli collegi.
Il risultato sarebbe duplice: da un lato, quello di limitare le consorterie criminali a contare di meno e solo in alcuni territori e, dall’altro, quello di avvicinare straordinariamente l’eletto all’elettore.
Nei singoli collegi dove ci si conosce e dove si conosce la vita e la storia personale di ciascuna persona, il piazzamento di candidati vicini ai poteri criminali organizzati, come oggi invece avviene, sarebbe assai limitato o, praticamente, impossibile.

Anche per la Calabria serve una legge elettorale uninominale

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di Giuseppe Candido

Articolo pubblicato su “il Domani della Calabria” del …/febbraio/2001

Di modificare la legge elettorale se ne parla da agosto ma ancora non si giunge a farlo e le elezioni sembrano sempre più vicine. Leggendo i giornali, la possibilità che i Radicali entrino nella maggioranza viene ventilata da più parti. Non sempre però le notizie prospettano ai lettori il senso di ciò che Pannella sostiene realmente. Se Silvio Berlusconi si dimettesse oggi come da più parti gli richiedono per il suo rinvio a giudizio il risultato che si otterrebbe, spiega il leader dei Radicali, “sarebbe quello di andare a votare con l’attuale legge elettorale”, il così detto porcellum, “voluto nel 2005 dalla Lega”, ma “sostenuto da Veltroni e dal PD nel 2008” e che ci regalerà un’altro “parlamento di nominati” “fedele” non già agli elettori ma al segretario del partito di turno che, di volta il volta, prometterà al deputato la certa rielezione.

Paradossalmente, le liste bloccate piacciono anche alla partitocrazia calabrese che, mentre si discute di come abolirle a livello di Camera e Senato, vorrebbe introdurle per eleggere il parlamentino nostrano.

In una democrazia avanzata, o che tale si ritenga, la legge che regola il rapporto tra eletto ed elettore non è certo una cosa secondaria. Dovrebbe consentire ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti sulla base del merito, della competenza, della loro storia. Come avvenne nel 2006 e poi ancora nel 2008, se Berlusconi si dimettesse e si andasse a votare con questa legge elettorale avremmo di nuovo un Parlamento di nominati, avremmo sempre nuovi “Responsabili” e nuovi “Futuristi” pronti a fondare nuovi partiti, pronti ad essere fedeli a un nuovo leader ma mai coerenti verso il proprio elettorato. L’assenza di vincolo di mandato del Parlamentare, concepita per garantire piena autonomia di giudizio al Deputato, si trasformerebbe nuovamente in libertà opportunistica di allearsi, di volta in volta, non già con chi si condivide un progetto politico ma con chi offre di più o con chi meglio assicura, per la prossima volta, la tua rielezione. Le liste bloccate convengono ai partiti, soprattutto a quelli più grossi come PD e PDL, perché consentono ai loro segretari e ai loro dirigenti di eseguire vere e proprie nomine di parlamentari con il rischio che, tra le pieghe delle liste, si nascondino personaggi che con la buona politica hanno davvero poco da spartire. Ma soprattutto le liste bloccate ci regalano istituzioni bloccate, un sistema politico partitocratico in cui le gerarchie dei soliti noti si sostituiscono alle scelte democratiche e non permettono il rinnovo della classe dirigente. E pensare che, paradossalmente, il sistema elettorale con liste bloccate lo si vorrebbe estendere anche per le regionali in Calabria con lo scopo, dichiarato dal Presidente Scopelliti, di evitare il fenomeno del “voto di scambio” e le infiltrazioni di personaggi vicini alle ‘ndrine. Siamo sicuri che possa essere questa la soluzione? Siamo sicuri che, anche per la Calabria, non ci siano vere alternative che sostituiscano quel mercimonio delle preferenze che scatena visite dai mafiosi per accattivarsene il sostegno? Bisogna ricordarlo ancora: nel ’93 i cittadini avevano scelto. Con un referendum gli italiani si espressero chiaramente a favore del sistema elettorale maggioritario. Ma poi quel voto referendario – è utile ricordarlo ancora – fu tradito dalla partitocrazia che approvò il famigerato “mattarellum”, la legge che prevedeva non solo un quarto del parlamento eletto ancora con sistema proporzionale ma che, mantenendo la supremazia partitocratica nelle liste proporzionali consentiva di fatto di scegliere e quindi “nominare”, in ciascun collegio, il “rappresentante” dei partiti e non già degli elettori. Forse si potrebbe pensare su una riforma elettorale che, anche per le regionali, consenta ai cittadini di scegliere ma, al contempo eviti il mercimonio delle preferenze. Il sistema elettorale che consentirebbe tutto questo si chiama uninominale maggioritario. Pensiamolo applicato alla Calabria per l’elezione del parlamentino regionale. I sessanta consiglieri regionali sarebbero eletti con sistema maggioritario a turno unico (chi prende più voti sale) in altrettanti collegi in cui verrebbe suddiviso il territorio. Per garantire le minoranze, il sistema dovrebbe prevedere l’elezione dei migliori secondi eletti nei vari collegi. Il risultato sarebbe quello di avvicinare l’eletto all’elettore e contenere il potere delle ‘ndrine che non avrebbero, per i singoli collegi, la forza numerica per garantire l’elezione di nessuno a loro vicino. Nei singoli collegi dove ci si conosce tutti e dove si conosce la vita e la storia personale di ciascuna persona, il piazzamento di candidati vicini ai poteri criminali organizzati, come oggi invece avviene, sarebbe praticamente impossibile.

Questo sistema andrebbe benissimo anche per l’elezione della Camera e del Senato. L’adozione di un sistema elettorale fondato sul principio dei collegi uninominali, cioè sulla regola, ritenuta fondamento democratico nei Paesi di antica democrazia, che ogni collegio elettorale avrà un solo rappresentante in Parlamento. Con questo sistema la votazione avverrebbe non già tra liste concorrenti ma tra candidati singoli. L’eletto è colui che, semplicemente, nel collegio ha raccolto il maggior numero di consensi. Ogni comunità ricadente nel collegio ha quindi un rappresentante parlamentare unico la cui selezione avverrebbe con un sistema che valorizza il rapporto tra eletto ed elettore, riducendo il peso di intermediazione dei partiti. Il collegio uninominale nel sancire, infatti, la proclamazione diretta del candidato, sul quale sia confluito il maggior numero dei voti validamente espressi nell’ambito di una circoscrizione, consente a tutti gli iscritti nelle liste delle sezioni della medesima a considerarlo, nel bene e nel male, precipuamente come il loro rappresentante e non solo del contrassegno sotto il quale sia stata espressa la candidatura. L’eletto farebbe gli interessi degli elettori di tutto il collegio in cui è stato eletto e dove dovrà ritornare per chiederne nuovamente il mandato. Le clientele non funzionerebbero per avere il maggior numero di voti e non funzionerebbe neanche chiedere il sostegno a gruppi criminali dai quali, invece, si cercherebbe di stare ben lontani. Insomma coi collegi uninominali avremmo anche una Calabria oltreché un’Italia caratterizzate da una democrazia più avanzata di tipo anglosassone.

Cambiare la legge elettorale per combattere la ‘ndrangheta

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Infiltrazioni e convivenze con la ‘ndrangheta: la soluzione è la riforma elettorale anglosassone anche per la Calabria

Comunicato di Giuseppe Candido, candidato al Consiglio Regionale con la lista Bonino a sostegno di Pippo Callipo presidente

“Negli Stati Uniti, patria del bipartitismo, dove non ci sono “inciuci”, ma dove chi vince prende tutto e chi perde controlla tutto, è stato possibile avere, dopo l’era Bush, un Obama. Anche qui in Calabria si può fare: riformare la legge elettorale e lo statuto regionale, perché sia possibile un rapporto diretto, chiaro e responsabile tra eletti, elettori e territorio. Basta volerlo perché è una riforma a costo nullo. Col sistema proporzionale dei listini provinciali oggi vigente stiamo assistendo all’imbarbarimento della politica calabrese trasformata in una frenetica caccia alla preferenza mediante manifesti abusivi e dove, le clientele delle della mala politica e le associazioni criminali riusciranno a contare, anche nel prossimo Consiglio Regionale, più di quanto in realtà politicamente pesano.” “Oggi, prosegue Candido, nell’ambito di collegi provinciali è troppo semplice, per le ‘ndrnaghete e la malapolitica, spostare un migliaio di voti su un “certo”, prescelto, candidato. Se però, continua l’esponente Radicale della lista Bonino, si eleggessero i 40 consiglieri regionali in altrettanti micro collegi in cui, dei candidati si conosce vita, morte e miracoli e con un sistema maggioritario uninominale a turno unico, in base al quale chi prende più voti viene eletto al primo turno, per le ‘ndranghete e le clientele la vita sarebbe più dura e magari potremmo davvero sognare di rinnovare, di non vedere i soliti volti, sempre le solite facce. I calabresi riuscirebbero a liberarsi di quella classe dirigente che, per decenni, ci ha amministrato senza produrre risultati.”. “In questo modo gli eletti, conclude Candido, avrebbero inoltre la necessità elettorale di rappresentare gli interessi del territorio dal quale sono stati scelti e non già, come avviene oggi, ad una lobbie clientelare o, peggio ancora, ad un clan”.