#Satyagraha di #Natale: con @MarcoPannella e @RitaBernardini dalla #Calabria oltre 90 le adesioni

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“Celle per una persona dove vivono due esseri umani”, “nessuno dei detenuti può usufruire di quei famigerati tre metri quadri” sotto i quali Strasburgo ha stabilito che si subiscono trattamenti inumani e degradanti” in violazione dell’articolo tre della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. E poi: “Gabinetto privo di finestra e di areazione dove è allestita anche la cucina, con l’acqua gelata e di un colore e un odore che è meglio non descrivere”.

Ergastolani che scontano la pena assieme a giovani detenuti prossimi alla liberazione; il lavoro in carcere un miraggio. E il 90 per cento degli ospiti si trova a centinaia di chilometri dai propri familiari. È questo, in estrema sintesi, il report della visita nel carcere di San Gimignano effettuata da Marco Pannella e Rita Bernardini che l’ha indirizzato al Ministro della Giustizia Andrea Orlando con una lettera aperta pubblicata dalle Cronache del Garantista mercoledì 24 dicembre col titolo: “Caro Orlando le nostre prigioni sono luoghi illegali”. “La sanità all’interno dell’Istituto è a dir poco carente, se consideriamo” – scrive la segretaria di Radicali Italiani – “che ci sono persone con gravi patologie che non ricevono le cure minime necessarie”. È un po’ come se, durante la detenzione, oltre alla libertà, fosse sospeso anche il più elementare diritto alla salute. E in riferimento alla legge sui risarcimenti ai detenuti con cui il Ministro, durante una conferenza stampa, ha spiegato farebbe risparmiare 245 milioni di euro, Rita Bernardini ha gentilmente fatto notare a Orlando che: “Il tuo Ministero sta risparmiando sulla tortura che ha inflitto e continua ad infliggere alle persone private della libertà e consegnate nelle mani dello dalla Calabria Stato”.

“Noi abitanti il territorio italiano” – si legge nell’incipit dell’appello che abbiamo sottoscritto per aderire al Saryagraha – “ci uniamo alla lotta nonviolenta del leader radicale Marco Pannella affinché nel nostro Paese si affermi la legalità nell’amministrazione della Giustizia (da anni straziata insieme alla vita di milioni di persone a causa dell’irragionevole durata dei processi penali e civili) e si rimuovano le cause strutturali che fanno delle nostre carceri luoghi di trattamenti inumani e degradanti”.

E per farlo, come ha ricordato bene Rita Bernardini nella sua lettera al Ministro Orlando, ci facciamo forza del messaggio ufficialmente inviato, nell’ottobre del 2013, dal Presidente Napolitano alle Camere il quale aveva parlato di “precisi obblighi di natura costituzionale” e “dell’imperativo, morale e giuridico, di riconsiderare le perplessità relative all’adozione di atti di clemenza generale”, quali amnistia e indulto.

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Marco Pannella e Rita Bernardini

Gli obiettivi del satyagraha – che non è mai protesta ma proposta di dialogo con le Istituzioni – sono chiari, specifici: Sanità in carcere: garantire le cure ai detenuti; Immediata revoca del 41bis a Bernardo Provenzano; Introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura; Abolizione dell’ergastolo a sostegno della campagna di Nessuno Tocchi Caino; No alle deportazioni in corso dei detenuti dell’alta sicurezza; Diritto alla conoscenza: 1) conoscibilità e costante aggiornamento dei dati riguardanti le carceri 2) conoscibilità dei dati riguardanti i procedimenti penali pendenti; Rendere effettivi i risarcimenti ai detenuti che hanno subito trattamenti inumani e degradanti; Abolire la detenzione arbitraria e illegale del 41-bis; Nomina immediata del Garante Nazionale dei Detenuti; Per gli Stati Generali delle Carceri, preannunciati dal Ministro della Giustizia, prevedere la presenza anche dei detenuti.

C’è bisogno di ricordare ancora cosa ha detto Papa Francesco sulla tortura, e sul fatto che questa possa essere presente nelle nostre carceri solo negando gli elementari diritti della persona? E c’è bisogno di ricordare che anche l’ergastolo – ha detto il Pontefice che l’ha già abolito per il Vaticano – è una chiara forma di tortura? Credo che ce ne sia bisogno: perché evidentemente noi radicali quelle parole del Pontefice e del Presidente le abbiamo lette e intese diversamente.

Mentre scrivo, anche io in digiuno e auto riduzione dell’insulina per un giono alla settimana, dal tre dicembre, leggo sul sito radicalparty.org dove è possibile aderire all’iniziativa che sono 406 i cittadini che hanno aderito via web (altri hanno aderito mandnando lettere a Radio Carcere) al Satyagraha di Natale di Marco Pannella, di Rita Bernardini e dei Radicali firmando l’appello e sostenendolo con uno o più giorni di sciopero della fame. Satagraha, è bene ricordalo, significa forza e amore per la verità. Per chiedere verità sullo stato della giustizia italiana e della sua appendice immonda che sono le nostre patrie galere. Perciò è inutile nascondersi dietro finti rimedi risarcitori che, come ha speigato la stessa magistratura di sorveglianza, è difficile che siano efficaci.

In Calabria, dove abbiamo iniziato in pochi, le adesioni al satyagraha di Natale dei Radicali con uno o più giorni di sciopero della fame sono cresciute: novanta cittadini calabresi, ai quali speriamo se ne aggiungano ancora altri grazie all’aiuto che le Cronache del Garantista sta dando a questa battaglia di civiltà, sostengono con uno o più giorni di digiuno, la lotta nonviolenta dei Radicali, di Marco Pannella e di Rita Bernardini: Sebastiano Stranges, Pasquale Zagari, Rocco Zagari, Vincenzo Fontana, Natascia Viola, Rocco Viola, Katia Fontana, Felice Canfora, Antonella Canfora, Donatella Canfora, Maria Moscato, Teresa Moscato, Stefania Sposato, Rosa Zagari, Carmelo Zagari, Maria Zagari, Maria Concetta Zagari, Italia Zagari, Rosario Dato, Francesco Leva, Rocco Leva (da Taurianova, RC); Rosa D’Atri, Antonio Musacco, Giuseppe Belmonte, Giuseppe Grandinetti, Morena Caruso, Francesco Bracone, Roberto Piccolo, Giulia Dedato, Annalisa Rovella, Luigi Antonio Sacco, Monica Pasqualina Caputo, Marta Cicero, Paola Sacco, Alina Marilena Monolache, Francesco La Valle; Alessandro La Valle, Assunta Massaro, Fausto Cerzosimo, Carla Presta, Matilde Rita Funaro, Domenico Grastolla, Annalisa Drago, Giuseppe Funaro, Matilde Cinnante, Andrea Molinari, Mariano Merardi, Barbara Falcone, Angelo Meringolo, Andrea Barile, Francesca Augeri, Marilena Cairo, Cinzia Cairo, Vincenzo Caputo, Alessio Villotta, Maria Rosaria Sita, Antonello Cairo, Umile Bomba, Luicia Raga, Umile Falcone, Fabio Falcone, Gianfranco Raffa, Adele Nappo, Domenico Bilotti (da Cosenza); Angela Giampaolo (da Bianco, RC); Attilio Ghionna (da Mendicino, CS); Ramona Caruso (da Lago, CS); Valentina Riga (da Castrolibero, CS); Elisabetta Feroleto, Danilo Donato, Rocco Ruffa (da Vibo Valentia); Rosamaria Irsuto (Varapodio, RC); Giuseppe Vezzana, Giuseppe Mangione, Teodoro Pasqualone, Samanta Musso, Giovanni Battista Musso, Franca Sibilia, Francesco Perrello, Giuseppina Sofo, Santina Pasqualone, Sharon Pasqualone (da Gioia Tauro, RC); Gianfranco Notaris, Sabatino Sabaglio (da Lamezia Terme), Giuseppe Claudio Scaldaferri (da Praia a Mare), Giampaolo Catanzariti (da Reggio Calabria), Giuseppina Morabito (da Melito P.S., RC); Ernesto Biondi (da San Nicola Arcella, CS), Salvatore Colace (Pannaconi di Cessaniti, VV).

Cittadini calabresi che – come chi scrive – sostengono e si sono uniti in questo Natale alla lotta di Rita Bernardini, di Marco Pannella e dei Radicali; e con loro ci facciamo forza per chiedere al nuovo governatore di dare lui un segnale al Governo centrale di Matteo Renzi istituendo la figura del Garante regionale delle persone private della libertà personale. Perché a queste non siano negati anche i loro diritti umani e il diritto a scontare una pena che sia una pena legale.

#MARLANE: “Il fatto non sussiste” ma Praia muore

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di Giuseppe Candido

pubblicato il 23 dicembre su Cronache del Garantista

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23 dicembre 2014
Venerdì 19 dicembre, il Tribunale di Paola (Cosenza), ha pronunciato la sentenza del processo di primo grado della Marlane, la fabbrica tessile della Marzotto-Lane, nel quale 12 ex-manager erano accusati, tra le varie ipotesi di reato, di omicidio colposo e disastro ambientale. Per i giudici di primo grado che hanno assolto tutti gli imputati, “il fatto non sussiste”. Ovviamente per gli avvocati della difesa la sentenza di cui si attendono le motivazioni entro 90 giorni, rappresenta una vittoria poiché – come ha sostenuto il Senatore Gianni Pittella avvocato di difesa di uno degli imputati – “la principale caratteristica di questo processo è che le prove non c’erano nemmeno nella fase preliminare e si è trasformato il procedimento in aula nella sede della ricerca delle stesse e non del contraddittorio”.

Mentre per l’accusa 107 operai sarebbero morti per causa delle “ammine aromatiche” e gli altri veleni respirati dagli operai durante le lavorazioni dei tessuti, per i giudicidi primo grado, invece, – anche a causa di perizie scalcinate e al fatto che circa 200 parti civili pare abbiano accettato un indennizzo tombale – “il fatto non sussiste”.

Ma i veleni esistono eccome. Nella fabbrica costruita a Praia a Mare con i soldi della Cassa per il Mezzoggiorno, numerosi dipendenti si sono ammalati di tumore e molti di questi sono morti. Maneggiavano a mani nude e senza mascherine coloranti zeppi di ammine aromatiche e altri veleni. Uno degli ultimi lavoratori deceduti aveva solo 39 anni, una vita davanti a se, ed è deceduto pochi giorni prima della sentenza. E anche i rifiuti della fabbrica erano e sono ancora tossici: amianto, zinco, piombo, mercurio. Tutti veleni che, per l’accusa, sarebbero finiti interrati nelle vicinanze delle spiaggia di Praia e che, invece, sono destinati a rimanere lì, tombati per sempre, visto che – a quanto pare – “il fatto non sussiste”. Nell’attesa di leggere le motivazioni, qualche considerazione “ecologista” è d’obbligo.
La Marlane rappresenta l’ultimo bubbone di quella che, senza esagerare, potremmo definire una peste ecologica. Non solo di rischi idrogeologico e sismico mal governati. Nel volume “La peste ecologica e il caso Calabria” che ho di recente pubblicato per i tipi di Non mollarre edizioni, anche di questo si parla: dell’avvenelamento della nostra terra causato da una continua strage di leggi che determina, alla lunga, strage di popoli.

La peste ecologica e il caso Calabria
La pagina del libro

Dalla vicenda della Pertusola Sud con la sua montagna di scorie nere, sino a quella dei rifiuti interrati nella valle del fiume Oliva, in Calabria è un vero e proprio disastro ambientale. Discariche abusive mai bonificate, discariche “a norma” che sono ormai al collasso, amianto in polvere e cemento amianto anche nelle fiumare, depuratori che funzionano male o che, peggio, non funzionano per niente, fatti solo per “fare progetti”, sono il contorno ai siti inquinati, gravemente stuprati, da veleni chimici e da polveri d’amianto che hanno provocato e continueranno a provocare danni alla salute e alla morte di persone.
“Quei misteriosi tumori di Paola
dove i giovani si ammalano di più” era il titolo di un articolo di Carlo Ciavoni e Anna Maria De Luca pubblicato, nel 2009, sul quotidiano La Repubblica .
I fatti di cui si parlava – che rappresentano la punta di un iceberg – si riferivano alle giovani morti per tumore che, come evidenziato da alcune ricerche, erano 4 volte superiori alla media nazionale. A Paola, “su 12.590 pazienti, la percentuale di giovani ammalati di tumore è quattro volte superiore alla media nazionale”. Il picco di malattie neoplastiche si registò negli ultimi dieci anni “ma questi” – spiegò ai giornalisti il dottor Cosimo De Matteis, che aveva coordinato l’indagine nella qualità di responsabile nazionale del sindacato medici italiani – “sono i primi dati che abbiamo”.
La statistica di De Matteis che l’articolo portava alle cronache nazionali, evidenziava come, a Paola in provincia di Cosenza, nella fascia di età tra i 30 ed i 34 anni, i giovani si ammalavano di tumore con una media del 2.90% contro una media nazionale dello 0,74% per gli uomini e dello 0,86% per le donne. Oggi sappiamo che, per la giustizia, mancano le prove del nesso causalità – effetto e, quindi, “il fatto non sussiste”.
Ma il fatto che la Calabria sia terra avvelenata è una tragica realtà che va oltre le perizie e le verità giudiziarie.
SIN CROTONENella sola provincia di Crotone, antica culla pitagorica, fucina e incontro di culture del passato, oggi, si incontrano i SIN, acronimo triste di siti inquinati d’interesse nazionale, identificati e perimetrati per la bonifica, ma rimasti lì nel disinteresse di tutti. E a questi siti, si devono aggiungere altri 17 luoghi parimenti inquinati, non rientranti nei SIN, ma tutti egualmente infestati dai veleni industriali e oggetto, per tale ragione, di sequestro dell’autorità giudiziaria; la loro bonifica spetterebbe al comune di Crotone. In realtà, nel febbraio 2010, la regione Calabria, allora presieduta dal governatore Agazio Loiero, aveva previsto uno specifico impegno economico, pur mantenendo il Comune di Crotone “soggetto attuatore dell’intervento di bonifica”. Da allora tutto è rimasto fermo, nessuna bonifica è stata fatta.
sin3Presso la Procura della Repubblica di Crotone sono oltre duemila le richieste di risarcimento danni avanzate dai lavoratori dell’ex Montedison o dai loro parenti: lì l’amianto in polvere, si utilizzava tranquillamente nelle lavorazioni fino al 1992 ed è andato a finire un po’ da per tutto. Il fosforo elementare è stato stoccato sulle spiagge e, da solo, per auto combustione, prendeva fuoco; e ci sono quelle strane scorie industriali cubilot che sono state utilizzate per costruirci di tutto: dalla banchina del porto, al piazzale della Questura e persino scuole. Ma anche in questo caso, del caso Calabria, per le vittime e per i parenti delle vittime, che spesso non possono permettersi indagini e perizie costose, è difficile, se non impossibile, dimostrare il nesso di causalità tra le morti e i veleni utilizzati nelle lavorazioni. E al disastro ambientale si somma il disastro della giustizia italiana che, coi suoi tempi biblici, arriva solo poche volte alla verità e spesso quando i reati ambientali sono ormai andati prescritti.
La storia della mancata bonifica dei siti inquinati di Crotone si potrebbe riassumere, banalmente, con uno slogan: riunioni, conferenze, caratterizzazione dei siti, ma niente bonifiche. E ciò è avvenuto nonostante le principali aree fossero state inserite all’interno del SIN, proprio con lo scopo di consentire l’intervento diretto del Ministero dell’ambiente; a maggio 2011, niente: “non erano ancora state intraprese le iniziative concrete per i necessari e urgenti interventi di bonifica”, notava la commissione d’inchiesta nella sua relazione.
Ad oggi, le opere di bonifica, più volte programmate, non sono ancora iniziate. Riunioni, conferenze di servizi, caratterizzazione dei siti, eccetra. Ma dopo oltre dieci anni dalla delimitazione, e dopo oltre venti dal termine delle lavorazioni industriali, non hanno ancora bonificato proprio nulla. I veleni sono tutti lì.

Sono le inchieste giudiziarie, con i sequestri delle aree inquinate, ad ostacolare le bonifiche?

Macché, in questo caso, le vicende giudiziarie sono assai successive. La mancata bonifica dei siti inquinati ricompresi nel SIN Crotone, come per quelli di Cerchiara di Calabria e Cassano allo Ionio, ha ben altre cause; rappresenta “uno spaccato dell’inefficienza” – scrive letteralmente la commissione parlamentare d’inchiesta – “di tutte le pubbliche amministrazioni, locali e nazionali, deputate ad affrontare la situazione di disastro ambientale che coinvolge l’intero territorio crotonese”.
È l’incapacità di una classe dirigente (non solo politica) di porsi alla guida di un progetto di bonifica, di ripristino ambientale, che diventi motore di uno sviluppo locale creando occupazione ecologicamente sostenibile.
Poi ci sono le discariche. La situazione delle discariche abusive o non in regola con le vigenti norme, in Calabria, è ulteriormente complicata dalla cronica “mancanza di regolari discariche autorizzate”, che – come sottolinea la stessa commissione d’inchiesta sulle attività illecite connsesse al ciclo dei rifiuti nella Regione Calabria (XVI Leg.) – “favorisce fenomeni estesi e diffusi di comportamenti illegali non solo da parte dei cittadini, ma anche da parte degli stessi amministratori comunali, mediante il ricorso a discariche che, sebbene autorizzate dagli stessi comuni, non sono, comunque, «a norma», vale a dire non sono adeguatamente impermeabilizzate, allo scopo di evitare che il «percolato», derivante dai rifiuti, finisca nel terreno sottostante e, in definitiva, nella falda”.
E leggendo la relazione si scopre che, “il mancato collettamento delle acque reflue”, “il mancato adeguamento delle fognature per il conferimento al trattamento” e “lo smaltimento delle acque o di altri rifiuti, senza adeguate garanzie di protezione dell’ambiente e della salute”, hanno rappresentato e tutt’ora rappresentano le principali “cause di carenza dell’azione amministrativa”.
E nel ricordare i maggiori bubboni della peste ecologica calabrese, non possiamo dimenticare quanto emerso dagli accertamenti dell’Arpacal che ha depositato, alla Procura di Paola, gli esiti dei carotaggi dimostranti che, nel torrente Oliva, sono interrati rifiuti speciali e pericolosi come fanghi industriali, arsenico e persino scarti di raffinerie.

Come i referendum, come i diritti civili, l’ecologia” – scriveva già così nel 1978 Marco Pannella – “è da sempre considerata un lusso, un problema marginale rispetto a quello del ‘pane e lavoro’. Il risultato – aggiungeva – è sotto gli occhi di tutti: viviamo in un paese disastrato da calamità (definite ufficialmente “naturali” senza che la definizione ne nasconda l’origine politica), e insieme con sempre meno lavoro e meno benessere. Anche per le sinistre una bella raffineria è più gratificante della lotta alle alluvioni e alle frane, della limitazione dei livelli di inquinamento, anche della prevenzione di un Vajont o di una Seveso, o di un incidente nucleare. 20-30 mila miliardi di investimenti in trent’anni per il rispetto idrogeologico del territorio significherebbero centinaia di migliaia di posti di lavoro”.

Ecco, appunto: pane, lavoro ed ecologia.

A dicembre del 2012, a Praia a Mare, con una manifestazione i cittadini, in attesa del processo durato oltre dieci anni e conclusosi venerdì scorso, chiedevano la bonifica dei terreni e dei fiumi inquinati, una commissione regionale d’inchiesta che identificasse e censisse i siti inquinati dell’intera Regione, assieme a un’indagine epidemiologica di tutti gli abitanti che vivono in prossimità di siti inquinati, l’istituzione del registro dei tumori provincia per provincia e un registro dei tumori speciali per i bambini.
Per Jürgen Renn, direttore dell’Istituto Marx Plank per la Storia della Scienza di Berlino, viviamo nell’Antropocene, un’era “geologica” nella quale “più del 75% della superficie terreste non ricoperta da ghiaccio è stata trasformata dall’uomo”. Un’era in cui l’impronta ecologica umana – in tutte le parti del globo – si sta facendo devastante.
La convenzione di Aarhus dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) garantire ai cittadini il diritto alla conoscenza dei processi decisionali di governo locale, nazionale e transfrontaliero concernenti l’ambiente.
Secondo chi scrive, non solo i dati sull’inquinamento ambientale dovrebbero essere censiti, resi pubblici e divulgati. Ogni cittadino dovrebbe poter conoscere dove sono le aree a rischio idrogeologico e dove quelle caratterizzate da una maggiore “amplificazione sismica locale”; e al momento dell’acquisto di un immobile, dell’edificio acquistato si dovrebbe poter conoscere anche la sua “vulnerabilità sismica”.
Dall’ecologia può nascere il lavoro di cui c’è tanto bisogno anche oggi e il lavoro provvede al pane. Se ambiente e territorio rappresentano priorità per il nuovo governatore della Calabria, Mario Oliverio, nelle more che il Governo cambi rotta sul decreto sblocca Italia che “sblocca le trivelle” e l’ulteriore ricerca di petrolio, non sarebbe il caso di dare ascolto ai cittadini che manifestavano a Praia a Mare, facendo conoscere alla gente la realtà dei territori in cui vivono censendo e, soprattuto, facendo le bonifiche dei siti inquinati? Dopo tutto di ecologia, pane e lavoro stiamo parlando.

#Satyagraha di #Natale dei @Radicali con la forza delle parole di Papa Francesco

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tortura Dal tre dicembre, è nuovamente in corso il satyagraha dei Radicali; un satyagraha che vede Marco Pannella e Rita Bernardini impegnati in prima linea con uno sciopero della fame (e, Pannella, anche della sete) per chiedere allo Stato di garantire la salute nelle carceri, di fermare la mattanza dei suicidi che troppo spesso avvengono proprio per mancanza di cure psichiatriche adeguate, e di interrompere il regime del 41bis per Bernardo Provenzano, caso simbolico, che vede l’accanimento dello Stato contro “il mafiooso”; una “tortura democratica” inflitta anche nei confronti di parenti che possono vederlo, ridotto a vegetale, solo attraverso un vetro. Insieme a lui centiania di cittadini, un comitato di detenuti eccetera. Che palle!, si dirà. Ancora uno sciopero della fame di Pannella e di quei matti dei Radicali? E, già. Sono ancora qua. Sono 362 i cittadini “matti” che hanno aderito al satyagraha, oltre a un comitato “amnistia giustizia libertà” dal carcere di Firenze.

Anch’io ho aderito, come ho già detto, a questo satyagraha con un giorno di digiuno alla settimana e, assieme ad altri compagni calabresi che si sono uniti a Marco Pannella, digiuniamo “a staffetta” anche per tentare di aprire, in Calabria, un dialogo per quanto riguarda l’istituzione del garante regionale delle persone private della libertà personali. Quella dei radicali non è mai una protesta, ma una proposta; una proposta di dialogo con le istituzioni affinché rispettino le proprie stesse leggi.
E nel proporre questo dialogo ci facciamo forza della verità e, – dopo il messaggio inviato nell’ottobre del 2013 alle Camere dal Presidente Napolitano – facciamo nostre le parole utilizzate da Papa Francesco nel rivolgersi all’associazione internazionale del diritto penale lo scorso 23 ottobre; parole che solo da Radio Radicale e da Radio Vaticano si sono potute sentire e che, – ad eccezione dei lettori del Garantista che l’ha pubblicato integralmente – a tutti gli altri italiani (o come dice Pannella, “italianofoni” includendo i cittadini non italiani ma che ivi risiedono e ne comprendono la lingua) è letteralmente proibito conoscere. Ne riporto di seguito alcune parti, meritoriamente selezionate dallo storico archivio pontificio di Radio Vaticana, da Riccardo Arena di Radio Radicale e ri-mandate in onda proprio durante le trasmissione Radio Carcere del 16 dicembre, con un Marco Pannella che – dopo averle (ri)ascoltate – gioiosamente gridava: Bravo Papa Francesco! Bravo! Bravo!

“Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione” – ha spiegato il Santo padre in quella che potremmo definire una lectio magistralis – “che attraverso la «pena pubblica» ai possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”. (…) “Non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà o con la loro vita per tutti quei mali sociali, com’era tipico nelle società primitive? Ma oltre a ciò, talvolta c’è la tendenza a costruire deliberatamente delle minacce. Figure stereotipate che concentrano in se stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste”. (…) “Stando così le cose, il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili. Cè il rischio – ha spiegato ancora Papa Francesco – di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala dei valori tutelari dello Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come estrema ratio, come ultimo ricorso alla sanzione limitata ai fatti più gravi (…). Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre pene alternative”.

Un dibattito affievolito e dimenticato, in favore del più bieco giustizialismo. E, in un passaggio successivo, proprio sulla tortura, dopo aver ricordato che il Vaticano l’ha introdotta come specifico reato (cosa che non è riuscita ancora all’Italia), Papa Francesco ha poi spiegato come:

tortura2“Una forma di tortura è, a volte, quella che si applica mediante la reclusione in carceri di massima sicurezza, come dimostrano gli studi realizzati da diversi organismi in difesa dei diritti umani, la mancanza di stimoli sensoriali, la completa impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri esseri umani, provocano sofferenze psichiche e fisiche come la paranoia, l’ansietà, la depressione e la perdita di peso, e incrementano sensibilmente la tendenza al suicidio. Questo fenomeno delle carceri di massima sicurezza, si verifica anche in altre generi di penitenziari insieme ad altre forme di tortura fisica e psichica, la cui pratica si è diffusa”. Aggiungendo che: “Le torture, ormai, non sono utilizzate come mezzo per ottenere un dato fine, come la confessione o la delazione, pratiche caratteristiche della dottrina della sicurezza nazionale. Ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali spichiatrici, commissariati o altri centri e istituzioni di detenzione e pena”.

Ecco. Quali sono gli obiettivi del satyagraha di Natale di Marco Pannella, Rita Bernardini e di noi Radicali? Guarda un po’: sanità in carcere: garantire le cure ai detenuti; immediata revoca del 41bis a Bernardo Provenzano; introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura; abolizione dell’ergastolo; no alle deportazioni in corso dei detenuti dell’alta sicurezza; diritto alla conoscenza: 1) conoscibilità e costante aggiornamento dei dati riguardanti le carceri 2) conoscibilità dei dati riguardanti i procedimenti penali pendenti; Rendere effettivi i risarcimenti ai detenuti che hanno subito trattamenti inumani e degradanti; abolire la detenzione arbitraria e illegale del 41-bis; nomina immediata del Garante Nazionale dei Detenuti; per gli Stati Generali delle Carceri, preannunciati dal ministro della Giustizia, prevedere la presenza anche dei detenuti.
Non mi pare che siano obiettivi folli, né distanti da ciò che ha ribadito il Papa difronte ai massimi esponenti del diritto penale internazionale. Buon satyagraha di Natale.

Bene Oliverio su legge elettorale (e stop clientele), ma @Radicali anche per le #carceri chiedono di cambiare verso

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di Giuseppe Candido

Finalmente, a quasi tre settimane dal voto delle regionali dello scorso 23 novembre, l’11 dicembre è avvenuto il cambio ufficiale di consegna tra la Presidente facente funzioni, Antonella Stasi e il neo eletto Presidente Mario Oliverio. Dopo aver esposto le priorità del suo governo (zero clientele, lotta alla povertà e alla disoccupazione, migliore uso dei fondi europei, emergenza rifiuti e sanità), rivolgendosi ai giornalisti, il Presidente Oliverio (al quale pure noi facciamo i nostri auguri) ha poi commentato come “grave vulnus” della democrazia il fatto che, dal nuovo Consiglio Regionale, sarà esclusa Wanda Ferro che ha guidato la coalizione arrivata seconda. “Il fatto che il migliore perdente non svolga il ruolo che deve svolgere all’interno dell’assemblea come accade in tutte le regioni d’Italia” – ha affermato il neo presidente – “costituisce un grave vulnus”. Aggiungendo che intende modificare, su questo aspetto, la legge elettorale e che intende farlo sin dal primo anno e non già a fine legislatura, a ridosso delle elezioni.

Bene, questa del voler modificare la legge elettorale ben prima di un anno dal voto, è cosa non da poco conto dal punto di vista del diritto e che, da Radicali, ci fa assai piacere. Ci fa pensare a un radicale e auspicabile cambiamento di rotta. Lo scorso 23 novembre, infatti, personalmente mi sono astenuto dal votare facendo registrare al presidente del seggio le motivazioni della mia astensione dal partecipare a un procedimento elettorale che, stando al diritto internazionale e nazionale, non poteva considerarsi democratico.

Ho fatto notare che, il codice di buona condotta in materia elettorale approvato dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa (Commissione Europea per la democrazia attraverso il diritto) dal 2002, prevede esplicitamente che, per esser considerate democratiche, durante le elzioni: 1) “Deve essere assicurata l’eguaglianza delle opportunità tra i partiti e i candidati”, che “implica neutralità delle autorità pubbliche”, durante la campagna elettorale”. Mentre tutti noi abbiamo visto sia Alfano, sia Renzi, sia vari ministri, scorrazzare per la Calabria e chiudere persino la campagna elettorale, come fossero semplici leader dei loro partiti, ma palesando – secondo il codice citato – un “conflitto di interessi”. Ho ricordato inoltre che, nel rispetto della libertà di espressione, la legge elettorale stessa avrebbe dovuto prevedere che “i mezzi di comunicazione audiovisivi privati assicurino ai differenti partecipanti la parità di accesso alle elezioni”, in materia di competizione elettorale e di pubblicità. Ma anche tralasciando questi aspetti che certo non sono dei “dettagli”, e nel motivare la mia astensione dal voto ho ricordato pure che, proprio in riferimento alla “stabilità del diritto elettorale”, nel codice di buona condotta elettorale, viene esplicitamente previsto che “Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione”. Cosa che invece è palesemente avvenuta in Calabria proprio a pochi mesi dal voto. Quindi – per chi ha rispetto del diritto e dello stato di diritto – è una gran notizia, un vero cambiamento di rotta, leggere che si intende modificare l’attuale legge elettorale regionale, ma che si intende farlo sin da subito.

Speriamo che questo diverso modus operandi, questo nuovo modo di intendere la legalità, il diritto e la democrazia stessa, il nuovo Presidente sia capace di estenderlo anche ad altri settori: quello dei rifiuti e della depurazione (che richiedono diritto alla conoscenza), quello dell’uso e dell’abuso del suolo (finora utilizzato per fare clientele, piuttosto che per salvaguardarne l’integrità e tutelare le persone dai rischi geologici e ambientali), ma anche sui diritti umani in genere. Anche su quei diritti umani che, troppo spesso, pure nelle carceri della nostra regione vengono violati.

Convinti che amnistia e indulto siano propedeutici ad una vera riforma della giustizia, e facendosi forza di quel messaggio di Napolitano alle Camere dell’ottobre del 2013 e di quanto detto da Papa Francesco sulla tortura e sulle pene all’accademia del diritto penale internazionale, dallo scorso 3 dicembre è ri-iniziato il Satyagraha di Rita Bernardini, Marco Pannella e centinaia di cittadini italiani per chiedere allo Stato italiano, ancora una volta con l'”incrollabile coerenza” che pure il Presidente della Repubblica ha riconosciuto a Pannella, di garantire nelle carceri il diritto alla salute, di fermare la mattanza dei suicidi che nelle nostre patrie galere avviene troppo spesso, ripetiamolo fino alla noia, proprio per la mancanza di adeguate cure psichiatriche, di introdurre il reato di tortura e di fermare quella sorta di “tortura democratica” del regime 41bis perpetrata anche per detenuti come Bernardo Provenzano, che da più di un tribunale è stato dichiarato incapace di intendere e volere tanto da non poter neanche essere ammesso come teste. Lo si mantiene in 41 bis, torturando così i familiari che possono vederlo, in quelle condizioni, solo attraverso un vetro e senza che neanche li riconosca più.

Personalmente, l’ho scritto qualche giorno addietro, ho aderito con convinzione al satyagraha di Marco e Rita, con un giorno alla settimana di digiuno (e contemporanea auto riduzione dell’insulina) ma ripetendolo ad oltranza, fino a quando la questione non sarà portata a conoscenza dei cittadini dai grandi media televisivi; con questa lotta non violenta, assieme ad altri compagni radicali calabresi (tra cui ricordo Ernesto Biondi, Cesare Russo, Rocco Ruffa, Sabatino Savaglio, Giampaolo Catanzariti, Claudio Scaldaferri) che hanno anche loro aderito al satyagraha di Marco e Rita copriamo col digiuno a staffetta, l’intera settimana e, con amore nel dialogo, chiediamo nuovamente al Presidente Oliverio appena insediatosi di cambiare verso anche sulle carceri della nostra Regione e di istituire da subito il garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale. La civiltà di un Paese, diceva qualcuno, la si misura proprio dalle sue carceri e da come, anche per le persone meritevoli di espiare una colpa, lo Stato è garante della Costituzione e dei diritti umani inalienabili.

Satyagraha dei @Radicali: anche in #Calabria il Garante dei detenuti

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di Giuseppe Candido (pubblicato su Cronache del Garantista del 8/12/14)

Nella melma partitocratica del malaffare che emerge dalle indagini su Mafia Capitale, ultime dopo quelle di Expò e del Mose, c’è un’altra politica. Una politica altra da questa miseria che ci propone la cronaca.
Durante il mese di agosto siamo stati al carcere di Palmi per fare un sit-in a sostegno del Satyagraha di Rita Beranrdini (che era in sciopero della fame dal 30 giugno) e Marco Pannella (in sciopero anche della sete) per chiedere allo stato, di garantire nelle carceri il diritto alla salute, fermare la mattanza dei suicidi che nelle carceri avveniva e ancora avviene anche per la mancanza di cure psichiatriche adeguate, e fermare la tortura del 41 bis inflitta anche a pazienti come Bernardo Provenzano, incapace di intendere e di volere, indipendentemente dalle condizioni di salute.
Mentre la direzione nazionale antimafia da’ il suo parere negativo affinché al mafioso Bernardo Provenzano sia tolto dal regime del 41bis, come ricordava Domenico Letizia, segretario dell’associazione Radicale di Caserta “Legalità e Trasparenza”, dal 3 dicembre è nuovamente in corso (in realtà non è mai smesso) il Satyagraha, proposta nonviolenta mossa dall’amore e dalla forza della verità, della segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, di Marco Pannella e decine di altri radicali, tra cui anche chi scrive, con obiettivi ancora più precisi e che dalle pagine del Garantista ben sintetizzava Valter Vecellio: Sanità in carcere: garantire le cure ai detenuti; Immediata revoca del 41bis a Bernardo Provenzano; Introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura; Abolizione dell’ergastolo a sostegno della campagna di Nessuno Tocchi Caino; No alle deportazioni in corso dei detenuti dell’alta sicurezza; Diritto alla conoscenza: 1) conoscibilità e costante aggiornamento dei dati riguardanti le carceri 2) conoscibilità dei dati riguardanti i procedimenti penali pendenti; Rendere effettivi i risarcimenti ai detenuti che hanno subito trattamenti inumani e degradanti; Abolire la detenzione arbitraria e illegale del 41-bis; Nomina immediata del Garante Nazionale dei Detenuti; Per gli Stati Generali delle Carceri, preannunciati dal ministro della Giustizia, prevedere la presenza anche dei detenuti.
I Radicali, pochissimi che siamo, ci facciamo però forza dalla verità e cerchiamo di dare, come si dice, “anima e corpo” a una lotta per una giustizia giusta e per un carcere che non violi i diritti umani. Ci facciamo forza di ciò che ha scritto il Presidente Napolitano col suo messaggio alle Camere, e di ciò che ha detto Papa Francesco lo scorso 23 Ottobre all’Associazione Internazionale di diritto penale. E per questo non molliamo.
Chi scrive, militante del partito della nonviolenza che c’ha insegnato a praticare Marco, sin da questa estate, aveva aderito alla mobilitazione e, anche in questa fase di “rilancio” dell’iniziativa, ne sostiene ‘simbolicamente’, ma altrettanto convintamente le motivazioni facendo un giorno alla settimana di digiuno totale (il venerdì digiuno e autoriduco l’insulina perché diabetico); e continuerò a farlo, ad oltranza, fino a quando questa battaglia di civiltà non sarà stata portata, dai grandi media televisivi, alla conoscenza dei cittadini italiani come è giusto che avvenga in una democrazia. Questa è una lotta giusta, cui pure Papa Francesco ha dato coraggio riconoscendo a Pannella il suo impegno verso gli ultimi, dopo quel messaggio, quasi un saggio di diritto, inviato alle Camere da Napolitano secondo Costituzione.
Anche la regione Calabria vede la presenza di 12 strutture penitenziarie, spesso fatiscenti, al collasso, con carenze di organico e dove, come hanno dimostrato le numerose visite ispettive fatte in questi anni con Rita Bernardini, le condizioni spesso rasentano la tortura e il disumano senso. Basti ricordare ciò che, questa estate, l’On.le Enza Bruno Bossio ha scoperto al carcere di Rossano, per capire che – anche in questa regione – sarebbe necessario e urgente istituire il Garante regionale per i diritti delle persone private della libertà. “Una situazione incredibile, drammatica, che” – disse in quell’occasione la deputata del Pd Enza Bruno Bossio uscendo dal carcere di Rossano – “non pensavo esistesse in un carcere italiano”. Invece come quelle ne esistono diverse, e spesso le condizioni inumane sono anche per chi nelle carceri ci lavora e cerca di rendere più giusta la pena. Penso al carcere nuovo di Arghillà a Reggio Calabria dove il 4 settembre abbiamo fatto una visita con Marco Pannella: nonostante la buona volontà della direttrice, e nonostante la ‘capienza regolamentare’ non superata sulla carta, in realtà presentava problemi di sovraffollamento in quanto un intero piano non veniva utilizzato per mancanza di organico.
Per questo, in attesa che sia nominato quello Nazionale, anche dalla Calabria, chiediamo l’aiuto del Garantista, così impegnato sui temi del diritto e della legalità (anche della pena) affinché al neo Presidente della Regione Mario Oliverio arrivi un messaggio semplice e diretto: i Radicali, anche in Calabria, chiedono d’istituire subito il Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà. Richiesta che, contemporaneamente, estendiamo a tutti i Sindaci dei comuni calabresi sede di istituti penitenziari: anche loro possono istituire il Garante come del resto ha già fatto Reggio Calabria.

 

PS: Ringraziamo le Cronache del Garantista che ha pubblicato l’appello a pagina 20 lunedì 8 dicembre, per la festa dell’Immacolata.

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Il debito pubblico, le proposte @Radicali e l’informazione che non c’é

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Che il debito pubblico abbia costi elevatissimi, anche in termini sociali, l’han capito anche i più piccoli. Aggiungo che la lotta alla povertà e alla miseria che ne discendono dai tagli alla spesa sono, almeno per chi scrive, il problema centrale di un Paese, sempre più paese ‘canaglia’ non solo perché incapace di assolvere ai suoi compiti essenziali e di rispettare le sue stesse leggi.

Sul Corriere della Sera dello scorso 5 settembre, Sergio Bocconi* ha ripercorso la ‘storia’ del debito pubblico italiano, dall’Unità ad oggi, e lo ha fatto con un articolo (ri)titolato dal Foglio di Giuliano Ferrara del Lunedì: “Dal 1861 il debito pubblico cresce con noi”. L’occhiello che poi incatena alla lettura è altrettanto esplicito: “Con Sella il bilancio era in pareggio. Adesso siamo saliti al 134% del Pil. Ecco come”.

Dopo aver ricordato le parole del ministro delle Finanze Pietro Bastogi rivolte alla Camera nell’aprile del 1861: “Perché l’Italia meriti il credito di tutta l’Europa deve cominciare a rispettare i debiti contratti …”, il giornalista, nel suo minuzioso commento, nota come Quintino Sella, già nel 1875, era riuscito a ripianare il debito dello neo Stato italiano riportando un sostenziale pareggio tra entrate e uscite. E il Bocconi nota pure come, fino al 1975, pur avendo compiuto un balzo in avanti raggiungendo un debito pari al 56% del proprio Pil, l’Italia rimane sostanzialmente “virtuosa”: “Nel 1970 la situazione di finanza pubblica – scrive Bocconi – è normale: la spesa è pari al 33% del Pil e il debito è al 37%”.

Dieci anni di governi (Rumor, Colombo, Andreotti, Moro, Cossiga e Forlani) democristiani e di quello che, a ragione, il giornalista definisce un “welfare elettorale ad alta inflazione”, “conducono, nel 1980, a una spesa del 40,8% del Pil”, ma siccome le entrate da gettito fiscale crescono della metà, il risultato è che “il debito arriva al 56% rispetto al Pil” e “il peso degli interessi passa dall’1,3% al 4,4%, i prezzi aumentano del 21,2% l’anno e i tassi reali sono negativi del 5,8%”.

Il debito pubblico italiano. Fonte: soldionline.it

Poi il giornalista ricorda che, dal 1980, iniziano anche quello che definisce “gli anni del craxismo” che spingono la spesa pubblica “ad impennarsi ulteriormente” sino “al 50% del Pil”.

Nell’articolo, a questo punto, si fa notare che questi ‘anni del craxismo’:

Sono però anche anni caratterizzati da un’inversione di tendenza nelle politiche monetarie internazionali che si inaspriscono a partire dall’America reganiana. Nell’85 in Italia, (nonostante il buon andamento dell’economia) il debito sul Pil «vola» all’80,5% ed è importante osservare – sottolinea Sergio Bocconi – che se il totale della spesa pubblica cresce di cinque punti di interesse raddoppiando all’8,4% del Pil con tassi reali che adesso favoriscono i sottoscrittori dei titoli di Stato perché sono positivi e pari al 4,5%. Il macigno pesa. Il trend prosegue negli anni successivi – si spiega nell’articolo – e il debito che nel ’90 è al 94% nel 1992 supera la soglia del 100%: siamo al 105%. Cambiano i governi, da Andreotti ad Amato e Ciampi, scatta l’adesione al trattato di Maastricht (che enetra in vigore nel novembre del 1993) e cadono anche i tassi e il loro peso relativo sulla spesa e Pil. Nel ’92-’93 – prosegue ancora il giornalista – cominciano anche le privatizzazioni che vedono Romano Prodi prima alla guida dell’Iri e poi nel ’96 all’esecutivo. Le cessioni di banche e aziende di Stato con lo smantellamento delle partecipazioni statali «fruttano» complessivamente 127-130 miliardi. Grazie dunque al combinato disposto di aumento delle entrate, riduzione delle spese,ritorno all’avanzo primario e un forte calo del peso degli interessi (che passano dal 10,1% nel ’95 al 3,2% nel Duemila) il rapporto fra debito e Prodotto interno lordo scende al 121% del ’94 al 108 del 2001. Per toccare il minimo nel 2007 al 103,3% quando al governo c’é di nuovo Prodi.

Ebbene: come e perché in meno di dieci anni si toorna al 134%? L’avanzo primario – conclude Bocconi – è pari in media al 2%, la spesa, al netto delle cessioni pubbliche, resta intorno al 50% del Pil e anche le entrate non registrano rilevanti variazioni. Ma mentre il Pil cresce zero in termini nominali e ha segno meno in termini reali, gli interessi rappresentano in media sempre il 5% circa del Pil. Il debito, nonostante i tassi bassi e lo spread relativamente contenuto, costa. Tanto”.

Un’ottima ricostruzione della storia del debito pubblico che, però, appare un po’ omissiva. E perciò inidonea ad essere considerata pagina di ‘storia’.

Nella ricostruzione sembrerebbe che, mentre tutti i partiti facevano volare la spesa per un “welfare elettorale ad alta inflazione”, in Parlamento non ci fosse nessuno che, già negli anni ’80, chiedesse esplicitamente di risanare questa anomalia tutta italiana.

Non si capisce se il giornalista lo faccia colpevolmente: nel ricostruire la storia omette completamente di ricordare ai suoi lettori che, contro quel sistema di ‘”welfare elettorale” che portava al disastroso indebitamento dello Stato, c’era una partito che – ragionevolmente – proponeva altro.

Dal 1980 in poi, contro l’aumento del debito pubblico, Marco Pannella e i radicali presenti in Parlamento, condussero una specifica battaglia politica: relazioni di minoranza su bilancio alla Legge Finanziaria, emendamenti, proposte di legge, interventi in Aula e commissioni, analisi e proposte per il governo del debito, della sua dinamica e sui rischi politici (oltre che finanziari ed economici) per le istituzioni e il paese.

Come ricorda il Prof. Marcello Crivellini, docente di Analisi dell’Organizzazione di sistemi sanitari presso il Politecnico di Milano, e Deputato, in quegli anni, del Partito Radicale, “L’analisi radicale non si fermava alla denuncia politica ma coerentemente portava a proposte, quantitative e scandite nel tempo, per la soluzione del problema”.

Proposte che, come emerge anche dalla ‘ricostruzione’ del Bocconi, ancora oggi vengono completamente dimenticate, del tutto ignorate.

Gli atti depositati e sottoposti alla discussione parlamentare” – ricorda il professor Crivellini nel documento presentato allo scorso congresso dei Radicali – “sin dai primissimi anni 80 mostravano, … , che nel confronto con i maggiori paesi industrializzati comparabili: il valore del debito pubblico italiano in percentuale sul PIL era quasi il doppio degli altri; l’andamento era crescente e palesemente senza controllo; la denuncia (10 anni prima che a Maastricht fosse adottato questo valore come limite) che stava per essere superato il valore del 60% sul PIL e la pericolosità di tale soglia; la denuncia che l’indifferenza dei partiti di governo e di opposizione (PCI da una parte e MSI dall’altra) avevano portato a considerare il ricorso all’indebitamento una normale forma di copertura; la previsione che tali dinamica e cultura avrebbero portato a totale dipendenza finanziaria dai mercati e a un vero e proprio commissariamento politico ed economico del paese”.

E’ chiaro: se si dice che i partiti sono tutti uguali, se si racconta una storia in cui tutti sono ugualmente responsabili del latrocinio del finanziamento pubblico dei partiti, se si racconta che il debito pubblico, da cui in larga parte dipende la miseria dilagante oggi in Italia, è stato generato ed alimentato da tutti i partiti egualitariamente, per un “welfare elettorale”, come se nessuno già allora vi si opponesse, è logico che la gente, il popolo, i giovani, non conoscendo e non potendo ricordare la verità, si rivolge a chi, politicamente, offre soluzioni impropbabili come quella di uscire dalla moneta unica europea.

La gente si convince che non c’è altra strada, che non ci sono altre proposte in campo. E il gioco democratico stesso ne risulta falsato.

La storia, si sa, molto spesso, gli storici la fanno leggendo le pagine delle cronache dell’epoca. Da qualche anno, però, nelle loro fonti consultabili è annoverato anche il mezzo televisivo. Ma se tutti questi media nulla raccontano di queste proposte, per dirla alla Sciascia, non è detto che la memoria di questo Paese avrà futuro.

Oggi, a 35 anni da quelle battaglie condotte in Parlamento, “dopo che tutti i problemi del paese si sono aggravati” il Prof. Marcello Crivellini ha presentato un documento al congresso dei Radicali con cui dimostra che, ancora adesso, si volesse ascoltarli, i Radicali, con le loro analisi, sono in grado di offrire una “nuova proposta radicale per il debito pubblico” che, quanto meno, andrebbe discussa in quelle, sedicenti, trasmissioni di approfondimento che, invece, si limitano ad approfondire e spettacolarizzare le rissosità del Paese.

Ma entriamo nel merito della proposta:

“La corsa dell’Avanzo primario (attualmente circa 40 miliardi di euro) al raggiungimento della somma necessaria a pagare gli interessi sul debito (circa 80 miliardi di euro l’anno) – scrive il Professore Crivellini – somiglia molto al paradosso di Zenone su Achille e la tartaruga: più si cerca di aumentare l’Avanzo primario, maggiore risulta la distanza con l’obiettivo numerico necessario” perché “il problema non è più solo finanziario e numerico ma trae origine dall’ultradecennale ritardo di riforme e di modernità in tutti i principali settori del paese”.

Un cane che si morde la coda. Come uscirne allora?

Coerentemente con l’analisi politica sul debito pubblico i radicali” – scrive ancora Crivellini – propongono una soluzione che preveda due fasi parallele e contestuali. La prima rivolta al deficit di tempo, la seconda ad azzerare il deficit di modernità civile, politico, economico”.

Crivellini scende nel dettagli e spiega come,

“Per realizzare le riforme che il paese ha rinviato da decenni e di cui ha urgente bisogno servono almeno 3 o 4 anni. Dunque” – aggiunge – “questo è il tempo che è necessario guadagnare senza che il debito rischi, con il suo enorme peso, di schiacciare definitivamente il paese. Impedire che il debito cresca ulteriormente per 3/4 anni in valore assoluto significa trovare (non dall’economia corrente e tanto meno dall’aggravamento dell’imposizione fiscale) risorse finanziarie per 120-160 miliardi di euro, cioè 3/4 volte la differenza tra Avanzo primario attuale e azzeramento effettivo del deficit complessivo. Se disponessimo di tale cifra potremmo contare, per 3/4 anni, di un debito stabile in valore assoluto (forse per la prima volta nella storia della Repubblica) e di un deficit uguale a zero, cioè di fattori di grandissima portata e riflessi positivi sui mercati internazionali da cui siamo fortemente dipendenti. Significherebbe anche stroncare la crescita del debito in rapporto al PIL, anzi ottenerne quasi certamente una diminuzione consistente. Ma soprattutto significherebbe guadagnare i 3/4 anni necessari ad attuare (non annunciare) tutte le riforme necessarie, nelle migliori condizioni finanziarie e politiche, interne ed internazionali. Per questo” – spiega scientificamente il professor Crivellini – “le due fasi devono procedere parallelamente e contestualmente: il reperimento di 120-160 miliardi di euro, non dalle risorse correnti, deve essere attuato entro lo stesso tempo necessario ad attuare compiutamente le riforme”.

In questo piano di riforme, spiega ancora Crivellini, la contestualità diventa “essenziale”:

“iIl tempo si paga. Se il tempo per le riforme si allunga, il costo si dilata e gli effetti delle riforme non sarebbero più sufficienti a riempire il gap di modernità, competitività, di risorse economiche e di debito verso gli altri paesi”.

Poi nel documento si analizzano nel dettaglio le singole proposte di riforma. Si individuano le risorse necessarie e le modalità per reperirile senza aumentare le tasse. Non sta certo a noi spiegarle, né valutarne la fattibilità concreta. Andrebbero discusse. Il dibattito, nel Paese, è invece fermo all’articolo 18, una proposta per cui i Radicali fecero già un referendum per abbrogarlo ed estendere, con un welfare universale sul modello scandinavo del ‘welfare to work’, le garanzie a tutti i lavoratori. Allora, la domanda che ci viene da porre è un’altra: queste proposte Radicali non andrebbero quanto meno discusse e condivise con la gente? Non dovrebbero essere conosciute? Non sarebbe anche questa democrazia?

Oppure è meglio continuare a lasciarle all’oblio così come si sta facendo per tutte le proposte che provengono dal partito di Marco Pannella di cui, oggettivamente, si sta compiendo un genocidio politico-culturale non consentendo il diritto dei cittadini a conoscere le loro proposte?

 

@RitaBernardini e @MarcoPannella a #Catanzaro sabato 22 novembre per presentare ‘la peste ecologica e il caso Calabria’, il #libro di Giuseppe Candido

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Care amiche e cari amici lettori di Abolire la miseria,

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La copertina

  l’Associazione di volontariato culturale Non Mollare, ha il piacere di annunciare la prima presentazione del libro La peste ecologica e il caso Calabria di Giuseppe Candido che si terrà sabato 22 novembre 2014, alle ore 18:00 presso la Sala della Giunta Provinciale di Catanzaro (Piazza Luigi Rossi, 1 – Catanzaro).
A seguire si aprirà un dibattito sul ‘Rischio idrogeologico, sismico e ambientale’ in Calabria (e non solo) al fine di promuovere, da subito, una diversa politica per il territorio.

Alla presentazione del libro interverranno l’On. Rita BERNARDINI Segretaria di Radicali Italiani e l’On. Marco PANNELLA, presidente Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, autori dell’introduzione al volume, l’Avv. Filippo CURTOSI, presidente dell’Associazione di volontariato culturale Non Mollare e direttore responsabile di Abolire la miseria della Calabria, il Prof. Carlo TANSI, geologo ricercatore presso il CNR-IRPI, autore della prefazione, il Dott. Francesco FRAGALE presidente dell’Ordine dei Geologi della Calabria che, lo scorso mese di agosto, ha inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi proprio su questi temi, e lo scrivente, autore del volume.

Il dibattito sarà condotto e moderato da Antonio GIGLIO, consigliere comunale di Catanzaro. La partecipazione è aperta a tutti.


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#RischioIdrogeologico: ‘La peste ecologica e il caso Calabria’, un libro da far leggere nelle scuole

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Perché l’educazione dei nostri bimbi comprenda la drammatica consapevolezza di cosa è successo nel nostro povero Paese

di Antonio Biamonte*

Oggi è il 14/11/2014 e da almeno 20 giorni le cronache riportano gli ennesimi disastri e terribili lutti: Maremma, Genova, Chiavari, Crema.

La peste ecologica e il caso Calabria, il nuovo libro di Giuseppe Candido, con la prefazione di Carlo Tansi, l'introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella e una nota di Valerio Federico

Li cito in ordine sparso dimenticando sicuramente qualche evento, oggi penosamente e sistematicamente troppo spesso “giustificato” dalle piogge eccezionali, dovute al cambiamento climatico ormai in atto.

L’unica verità è che da qualche anno sono più frequenti, ma il libro di Giuseppe è un impietoso, straordinariamente documentato, j’accuse, una spaventosa e poderosa opera di verità. È un libro drammatico nella sua intensa e copiosa rassegna di alluvioni, frane, terremoti, scempi ambientali dovuti a mala o criminale gestione di rifiuti.

Un libro da far leggere nelle scuole perché l’educazione dei nostri bimbi comprenda la drammatica consapevolezza di cosa è successo nel nostro povero Paese. Ma non è finita qui ovviamente, il territorio è devastato da decenni di scempi urbanistici e edilizi, dai quali in ben pochi possono “tirarsi fuori”.

Politici, tecnici, imprenditori, semplici cittadini, quasi nessuno è immune da colpe. Un territorio fragile, troppo fragile, per essere “trattato” così male. A nulla nei decenni sono serviti i peana dei geologi, visti sempre come dei menagrami e inguaribili pessimisti.
Al caro “vecchio” amico Giuseppe, appassionato e preparato collega, va il mio e nostro ringraziamento per questa opera di verità e impegno civile, autentico esempio di come la competenza tecnica si possa e debba coniugare con le proposte concrete, il rispetto della dignità umana e la proposta politica.
Chiudo con un bellissimo pensiero di M. Pannella che non conoscevo e che devo, anche questo, a Giuseppe:


“Dove c’è strage di legalità (e delle leggi naturali) che c’è sempre, come corollario, strage di popoli”

 

* Antonio Biamonte è geologo, dipendente presso Uff. Geol. regionale Regione Toscana

Cannabis legale, un colpo alle ‘ndrine

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di Giuseppe Candido

Su Cronache del Garantista il 20/ottobre/2014

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Pubblicato su Cronache del Garantista il 20 ottobre 2014

Tra le pagine calabresi delle Cronache del Garantista qualche giorno addietro leggevo di un’interessante inchiesta curata da Simona Musco sulla marijuana legale e sugli effetti negativi del proibizionismo. Il titolo dell’articolo era molto chiaro: “L’oro verde calabrese. Il proibizionismo ingrassa i clan: perché non cambiare?”. Su analogo argomento, qualche giorno dopo, insisteva pure Davide Varì, chiedendosi se ci fosse, in Calabria, un politico disposto a sposare la battaglia della legalizzazione della marijuana. 

Il Garantista ha lanciato la sua proposta alla politica calabrese: perché non legalizzare la coltivazione di cannabis? Ma in realtà, la proposta di legalizzazione dei consumi di cannabis, è una proposta ultra trentennale dei Radicali e di Marco Pannella. I Radicali, già dagli anni ’70, parlavano di legalizzazione e mai di liberalizzazione, come invece qualche incauto giornalista spesso scrive soprattutto nei titoli, e che è cosa assai diversa. Non è una questione semantica. La droga è già libera di essere acquistata per strada e nelle piazze di tutta Italia oltreché in Calabria. E la ‘ndrangheta festeggia perché ne detiene il monopolio. I ‘duri colpi’ inflitti alle criminalità, non scalfiscono di una virgola i loro introiti. Il fallimento delle politiche proibizioniste è ormai un’evidenza che ha acquistato, negli anni, sempre più numerosi e autorevoli sostenitori, fino ad arrivare, nel 2011, al rapporto della Commissione mondiale per le politiche sulle droghe dell’ONU in cui si parla chiaramente di ‘fallimento’ sia nel ridurre i consumi sia nel ridurre i milionari traffici illegali da cui le criminalità organizzate di tutto il mondo traggono ingenti profitti. Insomma, c’è da prendere atto che “La guerra globale alla droga è fallita,” – scrivono a chiare lettere i commissari – “con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”. E aggiungono che, “Cinquanta anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, e a 40 anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alle droghe del governo americano, sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali”.

Anche il New York Times, più recentemente, partendo proprio dall’evidenza del fallimento delle politiche proibizioniste, a seguito di una decisione della direzione e del board editoriale, ha lanciato una campagna a favore della legalizzazione dei derivati della cannabis.

Oggi, la cannabis ha molteplici usi legali, come ricorda la giornalista del Garantista, sono assai molteplici. Ma voglio soffermarmi su quello terapeutico sul quale, come Radicali, qualche mese fa, abbiamo partecipato con Rita Bernardini ad un convegno organizzato, in Calabria, a Catanzaro. Nonostante in Italia il ricorso alla marijuana per fini terapeutici sia legale dal 2007, e anche se alcune recenti leggi regionali (Toscana, Abruzzo e Puglia) ne hanno l’uso, sono ancora troppe le difficoltà che i pazienti hanno a reperire farmaci a base di cannabis. I dati del Ministero della salute parlano chiaro: nel 2013 sono state rilasciate solo duecento autorizzazioni all’importazione del ‘medicinale’. Ma poiché ogni paziente è tenuto ad importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, il dato di 213 pazienti autorizzati va diviso per quattro e si capisce che solo una sessantina persone sono riuscite a ottenere il farmaco legalmente.

E’ evidente che molti di loro ricorrono al mercato illegale. Ma la cosa davvero esilarante è che, dall’Italia, la cannabis la importiamo dall’Olanda al costo di 15 euro al grammo. E anche se, finalmente, la Camera ha dato il via, approvando un ordine del giorno presentato dai Radicali nel 2008, alla produzione legale presso uno stabilimento militare in Toscana, nella Calabria dove sterminate sono le piantagioni sequestrate alla ‘ndrangheta, nella Calabria baciata dal sole dove, se ti fai una canna e per sbaglio ti cade un seme, l’erba cresce su da sola, in questi tempi di crisi, noi non troviamo un posticino, un cantuccio, per coltivarla legalmente, sotto controllo militare, e venderla ai malati delle Regioni d’Italia?

Lo scorso 17 ottobre a Cernobbio, in occasione della XIV edizione del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione organizzato dalla Coldiretti, persino Roberto Moncalvo, presidente dell’associazione di agricoltori italiani, ha lanciato la sua proposta sulla base dei risultati di un’analisi commissionata all’istituto Ixé per la quale quasi 2 italiani su 3 sono favorevoli alla coltivazione legale per motivi di salute, ma anche “economici e occupazionali”. E’ con queste idee che si sblocca l’Italia, non certo sbloccando le trivelle per nuove ricerche petrolifere in Abruzzo, in Lucania e sullo Ionio calabrese, coi rischi ambientali che inducono.

In Italia, ha ricordato Monclavo, “ci sono 1000 ettari di serre abbandonate per colpa della crisi dell’ortofloricoltura dove sperimentare la coltivazione a scopo terapeutico della cannabis”. Per la Coldiretti – stando a quanto riportato su La Stampa da Maurizio Tropeano, corrispondente da Cernobbio per il quotidiano torinese – questa “potrebbe essere un’opportunità per il Sud” da “valutare attentamente per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera al 100% italiana che unisca l’agricoltura all’industria farmaceutica”. Nelle serre dismesse la coltivazione legale potrebbe essere autorizzata subito facilitando i necessari controlli per prevenire gli abusi. Ma la cosa più importante è che, legalizzando la coltivazione per fini terapeutici, si renderebbe al mercato legale, secondo lo studio presentato da Coldiretti, un giro di affari di circa 1,4 miliardi di euro ogni anno.

Ha più ragioni, quindi, il Garantista che, dalle sue colonne, sostiene che la legalizzazione sarebbe un modo per creare posti di lavoro legale e sottrarre – soprattutto in Calabria – manovalanza a basso costo alla ‘ndrangheta. Purtroppo, una cultura proibizionista ormai radicata vuole che le criminalità organizzate continuino a lucrare e che, anche per i fini terapeutici, la dobbiamo importare dall’Olanda. Su questo tema bisognerebbe che, anche la politica calabrese, aprisse, senza tabù, una seria discussione. Un confronto tra ragioni diverse, diametralmente opposte. Tra chi, come noi Radicali, da anni, siamo favorevoli alla regolamentazione e alla legalizzazione e di chi, invece, sostiene posizioni proibizioniste intransigenti che continuano però ad alimentare le casse della ‘ndrangheta.

Quando qualcuno sostiene che, anche se si legalizzasse la coltivazione, le ‘ndrine venderebbero la cannabis comunque a prezzi più bassi, sarebbe facile rispondere che, non perché ci sono le sigarette di contrabbando (fenomeno assai limitato in alcune città italiane) qualcuno pensa di proibire la vendita legale dei tabacchi e che, nonostante sia più dannoso alla salute l’alcol, nessuno pensa – neanche i proibizionisti più agguerriti – di ritornare agli anni ’30 del proibizionismo americano quando, con la vendita degli alcolici illegali, Hal Capone e le sue bande di gangster si erano ingrassate di dollari.

Non è un caso che pure Roberto Saviano, su l’Espresso di un anno fa, parlava, anche lui, di “evidente fallimento delle politiche proibizioniste” che hanno “alimentato per anni e continuano ad alimentare le casse della camorra”, come della ‘ndrangheta. Diceva di voler poter votare un partito antiproibizionista. Dimenticava, però, o faceva finta di dimenticare, che, in Italia, un partito antiproibizionista, che da anni lotta per legalizzare c’è, eccome: si chiama Partito Radicale, si chiamano Radicali Italiani, che in Calabria son pochi, ma ci sono.

Allora partiamo da qui. Per fugare tentazioni grilline, se Mario Oliverio, il candidato del ‘nuovo’ PD e del centro sinistra alle prossime elezioni regionali, vorrà il sostegno anche dei Radicali e delle loro idee, provi a chiederlo facendo proposte chiare. Partendo da questa della legalizzazione della coltivazione di cannabis per fini terapeutici che, come Radicali, facciamo nostra anche per fini ludici, assieme a quelle già in campo dell’istituzione del garante dei diritti delle persone private della libertà in carceri inumane come quella di Rossano, quella dell’anagrafe pubblica dei siti inquinati e del registro tumori di cui, pure in questa Regione, c’è urgente bisogno.

Proibizionismi #Radicali

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di Giuseppe Candido
Leggo con piacere tra le pagine calabresi delle Cronache del Garantista un’interessante inchiesta di Simona Musco sulla marijuana e sugli effetti del proibizionismo rubricato come ‘canapa, l’oro verde’ e il cui titolo a quattro colonne non lascia dubbi: “Il proibizionismo ingrassa i clan: perché non cambiare?”.
Bella domanda! Anche perché non è certo di oggi, né di ieri l’altro. La proposta di legalizzare i consumi, specialmente quelli riferiti alle droghe leggere, è una proposta ultra trentennale dei Radicali e di Marco Pannella. E parliamo non già di liberalizzazione come qualche incauto giornalista spesso ci attribuisce, ma di legalizzazione che è cosa ben diversa. Non è un fatto di semantica. La droga è già libera di essere acquistata nelle piazze di tutta Italia. E la ‘ndrangheta, con qualche altra criminalità organizzata, festeggiano perché ne sono monopolisti.
La tesi dei Radicali, quella del fallimento del proibizionismo, è una tesi che ha acquistato, negli anni, sempre più numerosi e autorevoli sostenitori, fino ad arrivare, nel 2011, al rapporto della Commissione mondiale per le politiche sulle droghe dell’ONU in cui si parla chiarmente del fallimento del proibizionismo sia nel ridurre i consumi sia nel ridurre i traffici illegali da cui le criminalità organizzate di tutto il mondo traggono ingenti profitti.
“La guerra globale alla droga è fallita,” – scrivono i commissari – “con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”. E si aggiunge: “Cinquanta anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, e a 40 anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alle droghe del governo americano, sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali”.
Tutto ciò è ancor più vero per la cannabis i cui usi legali, come pure ricorda l’inchiesta della Musco, sono assai molteplici. Si pensi alla cannabis terapeutica. Nonostante in Italia il ricorso alla marijuana per fini terapeutici sia legale dal 2007, e anche se alcune recenti leggi regionali ne hanno agevolato quest’uso, sono ancora tante le difficoltà che i pazienti hanno a reperire farmaci a base di cannabis. I dati del Ministero della salute parlano chiaro: nel 2013 sono state rilasciate poco più di duecento autorizzazioni all’importazione di medicinali a base di cannabis. Ma poiché ogni paziente è tenuto ad importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, il dato dei 213 pazienti autorizzati dal Ministero va diviso per quattro. Si capisce che meno di 60 persone sono riuscite a ottenere il farmaco legalmente. Poiché trattasi di migliaia di persone malate, tutti gli altri evidentemente ricorrono al mercato illegale. Ma la cosa davvero esilarante è un’altra: cioè il fatto che, dall’Italia, l’erba la dobbiamo importare a costi stratosferici dall’Olanda. Nella Calabria delle infinite piantagioni sequestrate alla ‘ndrangheta, nella Calabria baciata dal sole dove, se per sbaglio ti fai una canna e ti cade un seme, l’erba cresce su da sola, non troviamo un posticino, un cantuccio, per coltivarla legalmente e venderla ai malati delle Regioni d’Italia? Sarebbe un modo per creare lavoro legale e sottrarre manovalanza alla ‘ndrangheta. No, una cultura proibizionista ormai radicata vuole che la importiamo dall’Olanda anche per fini terapeutici per cui, dal 2007, è legale.
Su questo tema, giustamente sollevato dalla Musco, bisognerebbe che, anche la politica calabrese aprisse, senza tabù, una discussione seria. Un confronto tra ragioni di chi è favorevole alla legalizzazione e di chi, invece, sostiene posizioni proibizioniste intransigenti.
Al fatto che qualcuno sostenga che, anche se si legalizzassero i consumi, le ‘ndrine venderebbero comunque a prezzi più bassi, sarebbe infatti facile rispondere che, non perché ci sono le sigarette di contrabbando si pensa minimamente di proibire la vendita dei tabacchi e che, nonostante faccia certamente più male alla salute l’alcol che la cannabis, nessuno pensa – neanche i proibizionisti più agguerriti alla Giovanardi – di ritornare agli anni ’30 del proibizionismo americano quando, con la vendita degli alcolici diventati illegali, Hal Capone e le sue bande criminali si erano ingrassate di dollari. Proprio come, oggi, il proibizionismo sulle droghe, anche quelle leggere, continua a far ingrossare le casse delle criminalità non solo calabre.
Non è un caso che Saviano, su l’Espresso di un anno fa, parlava chiaramente, anche lui, di fallimento delle politiche proibizioniste sulle droghe che hanno alimentato enormi introiti pure per le camorre campane. Anche lui, però, come la Musco, aveva dimenticato che in Italia un partito antiproibizionista che si batte per la legalizzazione c’è, e si chiama Partito Radicale.
Rita Bernardini, Laura Arconti e Marco Pannella – civilmente disobbedienti a una legge irragionevole che aveva equiparato la cannabis all’eroina e alla coca – hanno portato a termine pubblicamente – annunciandola con video e messaggi dalla radio radicale, una coltivazione di ben 18 piantine di marijuana il cui raccolto sarà gratuitamente ‘ceduto’ a malati che ne hanno diritto come cura. Trattasi – tecnicamente – di associazione per delinquere che, però, non viene arrestata stante la flagranza sia resa pubblica e con l’aggravante dell’associazione. Rita continua a postare su Facebook le foto delle sue piante illegali sperando di trovare ‘un giudice a Berlino’ che intervenga. Se a farlo fossero tre giovani calabresi, si sarebbero mossi persino gli elicotteri. Ma per loro, invece, nessuno fa niente. E i media consapevolmente li ignorano. Perché? Probabilmente perché non se ne vuole parlare pubblicamente, perché si preferisce non affrontare un dibattito cui sarebbero costretti dopo l’arresto di Marco Pannella, Rita e Laura. E forse perché, se mandassero Rita a spiegarlo in televisione romperebbero quel silenzio assordante, creato dai media su tutte le politiche dei Radicali. Mentre l’attualità politica è piena dei temi dell’agenda radicale, di noi non c’è traccia. Ad eccezione del Garantista, che rimane mosca bianca, gli altri giornali e telegiornali nazionali, sia quelli del servizio pubblico radiotelevisivo, sia quelli delle TV private nazionali, hanno una regola sola: vietato far parlare Pannella e i Radicali.