C’era rimasto il mare

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Sono cresciuto a contatto col mare calabrese, ed è da vent’anni che col windsur vado avanti e in dietro planando sulle onde rese luccicanti dal sole. In luglio, agosto e settembre, ma anche in ottobre, novembre e poi a marzo, aprile e maggio e giugno. Basta infilarsi una muta e il gioco è fatto anche a gennaio e febbraio. Onde e vento che mi rendono imparagonabile la vita in qualsiasi altra regione italiana. Mi sento la prova vivente di quanto il nostro mare sia una stupenda, meravigliosa, risorsa che la natura ha regalato alla Calabria. Una risorsa che non abbiamo saputo valorizzare adeguatamente, anzi l’abbiamo inquinato non depurando bene i liquami fognari, usandolo come recapito per rifiuti d’ogni genere. Oggi scopriamo, ormai non sembrano esserci più dubbi, che col sistema delle “navi a perdere” il mare calabrese è stato utilizzato come discarica di rifiuti radioattivi. Quella rinvenuta a largo di Cetraro, in provincia di Cosenza, è una delle navi (oltre venticinque) segnalate dalle associazioni ambientaliste sin dal 1994 con uno specifico dossier presentato dal WWF e da Legambiente. L’apoteosi dei disastri ambientali di una Regione – la Calabria – già di suo disastrata dal punto di vista idrogeologico e ambientale. Ma al peggio no v’è limite e, come se non bastassero il mare inquinato per la cattiva depurazione, l’emergenza rifiuti e i veleni, i metalli pesanti dell’ex Pertusola smaltiti come inerti per costruzioni e con i quali si sono costruite scuole per i nostri figli, adesso abbiamo un’altra triste conferma: lo Ionio e il Tirreno sono stati utilizzati come enormi discariche per rifiuti pericolosi di ogni genere e con le quali si sono arricchiti ‘ndrangheta e affaristi. Forse anche la mano della massoneria deviata. Il mare, quella risorsa che avrebbe dovuto rappresentare il volano dello sviluppo turistico eco sostenibile della Calabria, è stato invece adulterato, vilipeso, persino con scorie tossiche e radioattive. Radioattività che non svanirà per millenni. Speriamo quindi, si faccia presto col recupero dei fusti che s’intravedono, nelle immagini sottomarine, spuntare dalla prua squarciata della nave a largo di Cetraro.
Il giornalista Carlo Lucarelli, nella scorsa puntata di “Blu notte, misteri italiani”, ha ripercorso le tracce di questa storia e quella del Capitano di marina Natale De Grazia morto in condizioni quantomeno misteriose mentre svolgeva una consulenza per le indagini che la procura di Reggio Calabria stava conducendo sulle cosiddette “navi a perdere”. Navi usate – mediante l’affondamento programmato – per smaltire rifiuti pericolosi, tossici e radioattivi, in modo illegale e con un giro d’affari da capogiro. Per affaristi come Giorgio Comerio e l’armatore della motonave “Rosso” Ignazio Messina, anche questa “dispersa” nei nostri mari. Una storia di traffici di rifiuti che risale agli anni ’80 e ’90 e che ha visto le prime denunce delle associazioni ambientaliste già nel 1995. Nel 2004 WWF e Legambiente presentarono alle istituzioni ed ai media uno specifico dossier corredato di mappe di probabili siti di affondamento che restò però lettera quasi morta, nel senso che soltanto le indagini giudiziarie proseguivano ma nulla fu fatto per ricercare le navi che i pentiti dichiaravano di aver affondato. Quel dossier evidenziava la necessità di uno “sforzo congiunto di tutti gli organismi istituzionali con competenze in materia”. Lo stato, il ministero dell’ambiente e, ovviamente, le Regioni coinvolte tra cui la Calabria. Organismi che, stante le numerose indagini delle procure, non si sono minimamente preoccupati di ciò che vi era scritto in quel dossier e di far partire ricerche o iniziative di mobilitazione. Se è vero com’è vero che le indagini aprivano scenari inquietanti sovra nazionali, è pur vero che nessuno avrebbe vietato – dopo la presentazione del rapporto denuncia di Legambiente – l’autonoma ricerca mediante sistemi di telerilevamento e/o di ricerca oceanografica. Neanche una parola. Ora che si ha la prova Cetraro, gli ambientalisti fioriscono. C’era rimasto il mare e invece oggi sappiamo che assieme all’emergenza ambientale della depurazione, a quella dei rifiuti nostrani, esiste quella legata ai traffici internazionali di rifiuti radioattivi.