CHIESA, MAFIA E VERITÀ

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Dall’agone pastorale una riflessione che ne raccoglie tante

di Filippo Ramondino

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Che cos’è la verità? Dov’è la verità? La domanda del potere istituzionale, rappresentato da Pilato, ora si rovescia. È Cristo che la rivolge al potere di turno nella storia, a tutti noi! Si! È veramente un problema di verità, di essere veri, prima ancora di essere giudicatori e giustizieri, maestri di diritto, pastori d’anime e cronisti delle umane vicende. Che cos’è allora la Verità?
Davanti a Cristo è insopprimibile questa urgenza di chiarezza, di trasparenza, di verità. Il desiderio di verità emerge in modo imperioso. La coscienza stessa di Pilato si ribella, sa in cuor suo di non essere nel vero, lui che detiene il potere. Ma la verità è una persona, è nella persona davanti a lui. Quando non riconosciamo questa verità, dobbiamo amaramente constatare che la mafia, la bestia, la piovra satanica, è iscritta nella menzogna del potere, nell’abuso dell’autorità, nella perversione del diritto, negli apparati senza anima e senza fede della religiosità.
La lotta alla mafia non si fa con gli artifici della retorica e della semantica, ma con atti concreti e visibili, con la verità della propria esistenza, magari pagando di persona. Non facendo i vinti ma i convinti, fondamentalmente, che questi figli della Chiesa (anche questi!), degenerati e degeneranti perché mafiosi, violenti, immorali, sono gente imbevuta di mediocritas e imbecillitas, giganti di bronzo, a volte, ma con i piedi d’argilla. Meno pervasività all’inquietante fenomeno si darebbe se la smettessimo con la mitizzazione ed enfatizzazione dei mafiosi (spesso manovalanza delinquenziale), di certi nomi, di certe famiglie, di certe immagini antieducative, col vedere mafia dappertutto, fra poco pure dentro i tabernacoli delle nostre chiese!
Noi quindi, ad intra, coscientemente, vogliamo ritenerci, come “vasi di creta”, sempre fragili, dice san Paolo (2 Cor 4,7), ma portatori di questa Verità che ci supera e ci avvince meravigliosamente. Così ci poniamo davanti alle ultime vicende che hanno interessato cronaca giornalistica, autorità dello Stato, gerarchia ecclesiastica, fedeli, alla vigilia della Pasqua. La verità è fatta anche di parole, esse sono come semi o come pillole velenose, possono germogliare in grano e alimentare, o in zizzania e avvelenare, possono ferire e persino uccidere lasciando rancori e inveterati dolori. Se non si costruisce sulla parole di Cristo, si trasforma in babele. Certo, sconforta, anche irrita, l’enfasi, la risonanza manipolata e manovrata, che assumono le notizie mass-mediali. La nostra Diocesi non è questo! La Calabria non è questo! Le comunità parrocchiali non sono questo! Le confraternite non sono questo! I comitati festa non sono questo! È anche vero: ci sarà pure la “pecora nera”; ma non tutto il gregge è formato da pecore nere! Prete da quasi trenta anni, a contatto con la vita pastorale ordinaria, non riesco a credere, non ho certezze evidenti negli spazi e nei tempi in cui lavoro, di tanta pervasiva, delittuosa, criminale presenza nelle manifestazioni religiose del nostro popolo. E se così fosse, a meno che non si tratti di casi lampanti e perciò denunciabili, non tocca ai ministri della Chiesa fare gli sceriffi o gli investigatori. Sfide indubbiamente per noi, istanze per una rinnovata pastorale, che ci impone di dire decisamente no ad una certa sciatteria e improvvisazione, ad ingenuità e superficialità, richiamati dalla saggezza permanente dei nostri padri che «’na pecora rugnusa mpesta ‘na mandra». Svolte provvidenziali per liberarci risolutamente da certi comportamenti “religiosi” che vanno da un infantilismo spirituale, delizia dell’antropologia culturale, che ci fa “giocare” con bambole e bambolotti, statuette e manichini vestiti, ad un adultismo fideista, degenerazione dell’apostolato sociale, che ci fa “giocare” a guardie e ladri. E, nello stesso tempo, liberi da un puritanesimo pastorale, come se non fossimo inviati in un campo dove col grano cresce pure la zizzania (cf Mt 13,24), dove dobbiamo accettare che il giudizio definitivo non appartiene alla nostra storia, ma alla pazienza di Dio, di cui dobbiamo restare umili servitori e imitatori. Non dobbiamo solo essere credenti, bisogna essere credibili, diceva un santo giovane magistrato. Dobbiamo volere la santità, cioè l’amore e la verità, in ognuno di noi. Scrivono i nostri vescovi: «Dobbiamo, in Calabria, essere non euforici ma concreti, non festaioli ma festivi nel cuore, non episodici ma costanti».
Per il fatto che ci guardiamo veramente dentro possiamo avanzare legittimamente delle domande ad extra. E sono tante, anche sconcertanti, provocanti. Intorno a noi sembra aleggiare un male oscuro indecifrabile. Certo, per noi, teologicamente, questo male oscuro è il Principe di questo mondo che, sociologicamente, è un buon burattinaio! Capire chi o che cosa si trovi dietro a questo paravento, se lo chiedono in tanti! Dentro certi episodi sembra muoversi quasi una metodologia elitaria, assolutista, antipopolare, che strumentalizza persino l’informazione. Emergono intrecci fra esercizio del potere e questioni ideologiche e ideali. C’è come una difesa ostinata di teoremi, costruiti su una teoretica aprioristica. Abili cuciture semantiche per giustificare trame dialettiche.
C’è la necessità, per chiarezza, di mettere metodologie a confronto. Qualche magistrato in Calabria si sforza, sicuramente con buone intenzioni nel suo cuore, di capire «il rapporto che c’è tra la mafia e la Chiesa», perché «alcuni preti» si sono fatti avviluppare dalla ‘ndrangheta. Pertanto la Chiesa deve prendere le distanze dai mafiosi! La Chiesa! Dalla mafia la Chiesa è distante, per natura, quanto è l’eternità del Paradiso, ma dal mafioso, neanche Gesù fu distante sulla croce, l’ultimo dialogo lo ebbe con uno di loro …e gli promise il Paradiso! Come Gesù i preti sono chiamati ad essere pastori e non pecorai. Non possiamo scivolare nelle reti del fariseismo e del settarismo, in una sorta di “religione civile”, che deforma la sua costitutiva natura missionaria… «euntes ergo docete omnes gentes». La Chiesa non può perdere il volto di Chiesa “domestica, popolare”, con tutti i rischi che queste dimensioni “dal basso” comportano. La “pecorella smarrita” andiamo a ritrovarla, la mettiamo sulle spalle, desideriamo anzitutto guarirla, recuperarla e non immediatamente condannarla. Salvare le anime, curare le anime, educare le coscienze non è cosa sempre facile e documentabile. «Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca» (Gino Bartali). Prima della formazione alla legalità, c’è l’educazione alla moralità, la cura esigente di una coscienza retta. Se non c’è onestà non c’è legalità. Il più delle volte, in certi ambienti, non si tratta di lottare con la mafia (criminalità organizzata) ma, forse, peggio, più pazientemente, con comportamenti corrotti (mentalità mafiosa), contrastando ogni forma di omertà.
Ovviamente, vogliamo rigore morale, per tutti, in tutti, perché non possiamo minimizzare la gravità della questione morale, anche tra i cattolici, che postula ancor di più, nell’emergenze educativa, il giusto rapporto tra una politica repressiva e una politica dell’impegno. Convinti che «la punizione è giustizia per l’ingiusto» (Sant’Agostino). Con più legge e meno leggi.

Lo stesso Sant’Agostino ripeteva che «la speranza ha due figli bellissimi, lo sdegno per le cose come sono e il coraggio per cambiarle». E questo, ci dice la fede, non avviene per l’applicazione di una legge, ma per la forza della misericordia. D’altra parte, lo Stato non ha una legge che mi dice: perdona, riconcilia, salva, vivifica, anzi ci sono leggi che dicono: uccidi anche nel ventre della madre, separa e dividi anche nella famiglia, scombina la natura, sopprimi la vita. La legge, ce lo dice San Paolo, non può salvare quando «si oppone all’ordine stabilito da Dio» (Rm 13,2). È il paradosso evangelico. Non siamo tecnocrati. Il ministro dei trasporti del Terzo Reich, ragionando da tecnocrate, – sosteneva un pensatore – avrebbe potuto cavarsela dicendo che il suo compito era quello di fare arrivare in orario i treni a destinazione, indipendentemente dal fatto che fossero diretti a Vienna o ad Auschwitz. «Ma questa risposta non è ragionevole, umana», ovviamente, per nulla cristiana.

Papa Francesco e la riflessione appannata sulla Calabria

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di Giuseppe Candido

Con l’editoriale pubblicato in forma di lettera a pagina tre dell’edizione calabra del Garantista di oggi, sabato 21 giugno, in occasione della visita di Papa in Calabria il direttore Piero Sansonetti chiede a Francesco di non credere a ciò che “Le diranno”.

Le diranno – scrive Sansonetti – che qui c’è un solo problema: la ‘ndrangheta, la malavita. Le faranno capire che il popolo calabrese, in fondo in fondo, è incline al delitto. Le spiegheranno – dice ancora Sansonetti rivolgendosi al Papa degli ultimi, – che la questione calabrese è una questione criminale” e che “Per risolverla servono poliziotti, giudici, carcere, manette, forse anche l’esercito”.

L’immaginazione di Sansonetti su ciò che avrebbero potuto raccontare al Papa e, conseguentemente, consigliargli di dire non sembrano discostarsi da ciò che deve essere poi stata la realtà.

La ‘ndrangheta – dice il Papa – è adorazione del male, i mafiosi non sono in comunione con Dio sono scomunicati”. Senza appello, senza possibilità di perdono né di redenzione.

A Cassano allo Jonio, una terra martoriata dalla guerra tra ‘ndrine”, è l’incipit di TMNews e rimarca che qui si è “aperto l’anno con la barbara uccisione di un bambino di 3 anni, Cocò Campolongo, ucciso insieme al nonno e alla sua compagna”.

Il Papa in Calabria scomunica i mafiosi” diventa, addirittura, il ritornello delle principali testate giornalistiche. E su questo ricamano di tutto e di più.

La Chiesa deve dire di no alla ‘ndrangheta. I mafiosi sono scomunicati”, sottolinea il Fatto Quotidiano.

Papa Francesco
Papa Francesco, foto Avvenire.it

Papa Francesco, infatti, dopo poche parole sul “perdono” che Gesù chiedeva e sul fatto di “accompagnare” il reinserimento sociale rivolte ai detenuti del carcere di Castrovillari, ha parlato poi di “’ndrangheta” e della piaga che attanaglia questa terra, come “adorazione del male e disprezzo del bene comune”.

E non ha parlato invece delle cose con le quali Sua Santità ha di fatto cambiato lo Stato Vaticano: cioè l’abolizione dell’ergastolo e l’introduzione, nel codice canonico, del reato di tortura; quelle torture che in Italia ci sono proprio nelle carceri e per le quali l’Europa ha condannato l’Italia nel gennaio 2013 proprio a causa dei trattamenti inumani e degradanti. Il Papa vicino agli ultimi che nella sua Argentina da Vescovo chiedeva perdono e invocava amnistia per i carcerati, per la Calabria criminale solo timide parole su Gesù e il perdono al carcere di Castrovillari, ma affondo e scomunica irrevocabile alla ‘ndrangheta.

Il pregiudizio creato dai media è forte e della visita di Francesco in Calabria resta in evidenza la “scomunica” di chi segue la ‘ndrangheta, senza alcun perdono possibile, e la politica così è salva, le responsabilità sono solo della ‘ndrangheta.

Ma la Calabria non è solo ‘ndrangheta, anzi. Tutto questo sia per Sansonetti sia per il sottoscritto è un grave pregiudizio: “i grandi mezzi di comunicazione e l’intellettualità del Nord hanno deciso così”.

La ‘ndrangheta qui è forte perché la povertà sociale è dilagata, è diventata miseria, miseria culturale e sottomissione del popolo ai “padroni”, ai detentori di potere dello Stato e delle Istituzioni rappresentative. Ma, in realtà, sono più d’una le ragioni condivisibili che si ritrovano nell’editoriale-lettera a Papa Francesco di Piero Sansonetti: mi riferisco a quando dice che la Calabria è povera perché le sue ricchezze le sono state portate via dal Nord, e mi riferisco pure a quando Sansonetti sostiene che in Calabria manca una classe dirigente e che, al suo posto, ci sono “padroni”, capi popolo, “che hanno accettato il predomino del Nord post unitario”.

Come ci ha ricordato il Prof. Antonio Carvello, docente di diritto di “organizzazione pubblica economica e società” presso l’Università degli Studi La Magna Grecia di Catanzaro, di una “Questione meridionale” propriamente detta se ne parla “dall’integrazione delle province meridionali nello stato unitario nel 1860-61”.

Già “all’inizio delle annessioni, nel momento in cui da Torino ci si sforzava di liquidare mediante l’intervento regio l’ipoteca politica della dittatura di Garibaldi”, – ricorda Carvello – “Cavour ebbe a rettificare i propri orientamenti ottimistici ed a prendere drammatica coscienza dell’esistenza di una profonda frattura fra le “due Italie”, di un distacco misurabile non solo quantitativamente, ma anche in termini sociali e morali”.

Aggiungendo che,

Negli anni seguenti al 1861, in assenza di una politica governativa diversa da quella storicamente intrapresa – mentre si saldava l’alleanza tra borghesia industriale del nord e grande proprietà terriera del sud, che escludeva la risoluzione in termini socialmente nuovi della questione contadina – l’iniziativa dell’opera di propaganda e di denuncia non spettò alla democrazia radicale, alla quale in pratica rimase estranea la sostanza politica del problema, ma a pochi intellettuali conservatori, ma illuministicamente riluttanti a chiudere gli occhi sui problemi che la bruciante realtà meridionale (brigantaggio, fame di terra da coltivare, arretratezza economica complessiva, agricoltura arcaica clientelismo diffuso, ecc .) proponeva.

Nel secondo dopoguerra si pone un nuovo meridionalismo, meno polemico e più propositivo rispetto ai “mali” antichi e nuovi del Mezzogiorno, che ha i suoi maggiori esponenti in Emilio Serni, Rosario Villari, Giuseppe Galasso, Francesco Compagna, Manlio Rossi Doria, Pasquale Saraceno, Mario Alicata, Augusto Graziani, ecc; intellettuali e politici di diverso orientamento, che hanno posto all’attenzione generale del paese il problema del Mezzogiorno come “questione nazionale”, nel senso cioè che sarebbe utopia parlare di uno sviluppo endogeno del Mezzogiorno, impensabile senza una politica d’orientamento e indirizzo da parte dello Stato di fronte a quelli che ancora oggi sono i problemi irrisolti del Sud: la mancanza d’industrie, un’agricoltura non competitiva, la cementificazione delle coste, la debolezza organica delle istituzioni, esplodere della criminalità organizzata, la crescente disoccupazione giovanile, l’assistenzialismo sempre più diffuso, ecc.

In questi ultimi tempi si va sempre più “appannando” la riflessione sui problemi del Mezzogiorno: una riflessione, quindi, per nulla comparabile, quanto ad intensità ed eco, ai dibattiti svoltisi negli anni ’50-60, quando ci si spinse ad affermare l’esistenza di un “pensiero” e di una “cultura” non solo meridionali, ma “meridionalisti”. Sembra ora, per diversi aspetti che i problemi della parte meridionale ed insulare del Paese non siano più sentiti come una “questione nazionale”, salvo che in poche dichiarazioni ufficiali, tanto inevitabili quanto spesso formali ed inutili”.1

garibaldi webL’alleanza tra borghesia industriale del Nord e proprietà terriera del Sud si è oggi trasformata in convivenza tra partitocrazia leghista del Nord e partitocrazia pseudo democratica o pseudo liberale al Sud.

Cristo si è fermato a Eboli anche perché, noi del Sud non abbiamo ancora capito che “la Questione meridionale” – come scrisse il filosofo Norberto Bobbio – “è una questione dei meridionali”.

Per capire come sta, oggi, la Calabria non basta quindi sentire qualche Prefetto e scomunicare la ‘ndrangheta, non basta neanche estirparla con l’esercito. Farlo, ridurre a ciò tutti i problemi di questa magnifica terra, significa mantenere una riflessione “appannata”, debole, che non porta alla soluzione dei problemi che, in Calabria, vanno invece ben oltre la ‘ndrangheta.

Dovremmo ricordarci che, come giustamente nota pure Carvello, “Il Mezzogiorno in questi ultimi 40 anni ha subìto processi di profonda trasformazione”, ma nel senso che

Sono cresciuti i consumi e sono diminuite l’occupazione e la produttività; si vive o si tende a vivere con uno stile di consumo – e anche con una relativa possibilità – simile a quello delle altre parti del Paese, ma non attraverso un’autonoma produzione di ricchezza: i trasferimenti di risorse hanno accresciuto i consumi ed i redditi, ma non la produzione l’occupazione ed il risultato che si constata oggi é questo: un Sud no povero, ma più “dipendente” o, come l’ha definita qualche studioso, “modernizzazione passiva” del Mezzogiorno”.

il brigante Vizzarro uccide il suo bambinoE in questo scenario l’illegalità è diventata regola, le Istituzioni si sono colluse a vicenda e si è smarrito lo Stato perché è venuto a mancare, appunto, lo Stato di diritto.

La Questione meridionale è è stata lasciata irrisolta dalla partitocrazia che dal bisogno, dalla miseria, dalla mancanza di libertà economica ha creato consenso, potere, e ha potuto alimentare clientele. I miliardi di vecchie lire della vecchia Cassa del Mezzogiorno e le centinaia di milioni di euro della Comunità europea sono andati sprecati.

Se non si tiene conto di questo, se si dimentica che le istituzioni rappresentative sono state occupate e piegate dai Partiti ai loro interessi, non se ne uscirà.

1 Carvello A., La “Questione meridionale”: dalle origini al dibattito contemporaneo, Abolire la miseria della Calabria, Anno V, Aprile-Dicembre 2011

 

‘Ndrangheta e Politica alle ultime elezioni regionali. Arrestato Zappalà (Pdl) ed altri candidati che sostenevano Scopelliti

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di Giuseppe Candido

“La mia missione è di essere sempre e solo al servizio del cittadino”. È quanto si legge entrando nel blog dell’ex sindaco di Bagnara Calabra nonché Consigliere regionale eletto nelle fila del Pdl calabrese ed oggi arrestato per documentate collusioni con la cosca dei Pelle. Candidato a sostegno del Presidente Scopelliti, come Zappalà stesso scrive nel suo blog: “affinché la mia amata Calabria possa divenire la regione della libertà, della solidarietà, del progresso e… della POLITICA DEL FARE”.

E pensare che, nel mese di giugno, il sindaco Zappalà si era recato perfino in Prefettura per consegnare simbolicamente la fascia tricolore al prefetto di Reggio Calabria D’Onofrio. Come si legge nel suo blog: “Un gesto clamoroso e al tempo stesso altamente simbolico, che il primo cittadino ha voluto compiere per segnalare una situazione che a Bagnara si è fatta davvero drammatica: quella della mancanza di un controllo efficace del territorio da parte delle forze dell’ordine”.

Oggi la notizia è che Zappalà viene arrestato assieme ad altre 11 persone, tra cui altri quattro candidati alle ultime regionali, nell’ambito di un’indagine sui rapporti politica e ‘ndrangheta in Calabria. Intercettazioni ambientali e telefoniche che inchiodano.

Di seguito le agenzie della notizia (copia e incolla) che mostrano come lo strapotere delle cosche gravi sulle scelte e sulle decisioni del Consiglio Regionale calabrese.

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ROMA, 21 DICEMBRE:

(ANSA) – Un consigliere regionale, del Pdl, ed altre 11 persone sono state arrestate dai carabinieri in Calabria; l’ipotesi di accusa e’ il condizionamento da parte della ‘ndrangheta sulle elezioni regionali del 29 e 30 marzo scorsi. Con il consigliere Santi Zappalà sono stati arrestati altri quattro candidati in liste del centro destra: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. Sono tutti sospettati di avere ottenuto il sostegno della cosca Pelle in cambio della promessa di favori.

(APCOM) – Il consigliere regionale Pdl Santi Zappalà, arrestato dai carabinieri nel corso dell’operazione “Reale 3”, è stato incastrato dalle intercettazioni ambientali a casa del boss Giuseppe Pelle, capo indiscusso dell’omonima famiglia egemone nel territorio di San Luca in provincia di Reggio Calabria. Zappalà, sulla base di quanto si evince dalle intercettazioni, andò a trovare il boss il 27 febbraio scorso e si sarebbe messo a disposizione per eventuali favori da far ottenere ai detenuti rinchiusi nei vari penitenziari italiani. Zappalà è tra le 12 persone arrestate in Calabria nell’inchiesta che ha scoperto un giro d’affari tra politica e cosche legate alla ‘ndrangheta. Al centro dell’indagine gli incontri tra il boss Pelle e alcuni candidati che in cambio di voti assicurati alla ‘ndrangheta avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l’aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici e altri favori. Santi Zappalà è attuale sindaco di Bagnara Calabra. Oltre a lui i carabinieri hanno notificato anche altre quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti politici calabresi, tutti del centrodestra, candidati al consiglio regionale nell’ultima tornata dello scorso marzo. Si tratta di: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. L’accusa per tutti e di avere ottenuto il sostegno elettorale della cosca Pelle. L’appoggio, secondo gli accordi presi, avrebbe dovuto essere ricambiato facendo ottenere alla cosca favori di vario genere tra cui appalti, finanziamenti e trasferimenti di detenuti. L’indagine ha accertato il condizionamento esercitato dalla cosca Pelle di San Luca in occasione delle elezioni del 29 e 30 marzo scorsi per il rinnovo del Consiglio regionale.

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Chi vince in Calabria lo fa col sostegno delle ‘ndrine. Forse è questa la semplice chiave di lettura che si deve dare per commento dell’operazione “Reale”. Si, “Reale”! Perché reale è che, in Calabria, i Consigli regionali che si susseguono debbano essere sistematicamente “infiltrati” dalle cosche che, grazie anche al sistema elettorale vigente, riescono quasi sempre a far prevalere, all’interno delle liste, i “loro” candidati.

Quando l’On.le Angela Napoli, dalla commissione parlamentare antimafia, denunciava in solitudine che in queste ultime elezioni regionale le liste erano piene di candidati “sconvenienti” che non rispettavano neanche lontanamente il “codice etico” che la politica si era data e quando pure l’ex ministro degli interni Pisanu certifica le infiltrazioni con le sue dichiarazioni relative ad un personale politico “non degno di rappresentare nessuno”, c’è da domandarsi se forse non avessero ragione. Non serve neanche – come abbiamo fatto – che lo denuncino i Radicali a gran voce durante tutta la campagna regionale. E non bisogna credere che siano mosche bianche.

Col sistema elettorale attuale è così semplice far convergere i voti che le ‘ndrine hanno i loro eletti in maggioranza e nell’opposizione. È certo però che, nella scelta, le “famiglie” calabresi più attente sanno ben scegliere e contribuiscono a determinare chi governerà nel lustro successivo la Calabria.

Come difendersi? Il Presidente Scopelliti, se davvero volesse combattere queste infiltrazioni, avrebbe da fare immediatamente due provvedimenti: il primo relativo alla trasparenza e che preveda la tempestiva pubblicazione anche su internet di tutto ciò che già da anni doveva essere pubblico (gli interessi finanziari dei Consiglieri, degli Assessori e dei presidenti dei vari enti regionali la cui nomina è di competenza del Consiglio Regionale); una vera anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati. Il secondo provvedimento dovrebbe essere quello di cambiare l’attuale sistema di elezione del Consiglio Regionale e procedere all’elezione di ciascun consigliere in altrettanti piccoli collegi elettorali uguali in numero a quelli dai consiglieri eletti. Tale modifica avrebbe due vantaggi: avvicinare l’eletto all’elettore ed evitare che le preferenze delle ‘ndrine si coalizzino in un intera provincia così da garantire al “prescelto” l’elezione sicura.

Ovviamente a tutto ciò andrebbero affiancati, da un lato, l’obbligo di primarie nei 60 collegi e, dall’altro, una più attenta selezione della classe dirigente.

Non è facile dire no alla 'ndrangheta

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di Giuseppe Candido

Angelo Vassallo
Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica (Sa) ucciso per “aver detto un no di troppo”

Tra le minacce a Scopelliti, l’attentato a Di Landro e i recenti fatti di Calabria dove la ‘ndrangheta sta alzando il tiro, è la notizia dell’uccisione di Angelo Vassallo, sindaco Pollica (Sa) dal 1994, ha richiamare l’attenzione. Mentre in Calabria si organizzano manifestazioni di solidarietà al Procuratore Di Landro per dire no alla ‘ndrangheta, la criminalità organizzata ci mostra come reagisce a chi dice no davvero. Chi dice no alle convivenze e si rifiuta di far avvicinare le criminalità organizzate, mafia camorra o ‘ndrangheta che siano, alle decisioni della politica, alle scelte urbanistiche. Insomma la criminalità di quel luogo ha sottolineato che 9 pallottole sono la risposta a chi dice un “no” di troppo. Un “no” alle collusioni con la camorra pagato al prezzo della vita. Angelo Vassallo dovrebbe essere ricordato come un garante delle nostre Istituzioni morto per la vita del diritto e per il diritto alla vita, sana, in una ambiente tutelato e salvaguardato da interessi criminali, dei propri cittadini. Un omicidio in stile camorristico per un “no di troppo”. E in Calabria la mente, il cuore e il ricordo non può non andare a Francesco Fortugno che pure aveva messo il naso negli affari tra politica e ‘ndrangheta dicendo un “no di troppo” sulla sanità. “Non è facile combattere la ‘ndrangheta in Calabria” è il titolo dell’articolo di Philippe Ridet comparso nel mese di dicembre dello scorso anno su Le Monde, uno dei più noti quotidiani d’oltralpe. “Con 492 case costruite senza permessi, Lamezia Terme detiene il record degli abusi edilizi. Ma il sindaco Giovanni Speranza ha intenzione di far rispettare le regole” è l’incipit dell’articolo che ricorda che dal 16 novembre 2009, dopo che le ruspe guidate dai militari sono entrate in azione per la demolizione, Gianni Speranza vive sotto scorta. “Se questa è la legalità, allora viva l’illegalità” gridava un consigliere comunale contrario alle demolizioni. Poi ci sono le convivenze tra la politica che spesso non dice “no” alle pretese della ‘ndrangheta ma ci siamo anche noi che, culturalmente, ci siamo abituati a convivere con l’illegalità della porta a fianco. Non è sufficiente una manifestazione un giorno od anche un forum permanente che pure sono iniziative lodevoli. È difficile combatterla ed è importante che, come ha spiegato anche Di Landro, la ‘ndrangheta venga contrastata con una rivoluzione culturale che parti dal basso, dai giovani e nelle scuole, e non soltanto dalla sia pur giusta e sacrosanta repressione da parte delle forze dell’ordine. Purtroppo oggi si tagliano i fondi sia alla scuola sia alla sicurezza e, con essi, anche la speranza di sconfiggere la criminalità più potente del pianeta.

La ‘ndrangheta che alza il tiro e il transatlantico della rivoluzione

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di Giuseppe Candido

Salvatore Di Landro
Salvatore Di Landro – Foto APCOMO

Dopo le minacce ad esponenti politici in Calabria la ‘ndrangheta ha alzato il tiro. Per questo vogliamo esprimere la nostra solidarietà a Di Landro e a chi come lui, compiendo il proprio dovere, subisce intimidazioni dalla criminalità organizzata più potente del pianeta. Non solo tracotanza economica e spregiudicatezza nel gestire gli appalti. Oggi siamo giunti al livello di un vero e proprio attacco allo Stato, alle Istituzioni di cui già, con una presenza “pervasiva” nelle amministrazioni locali – come ha avuto modo di definirla il Presidente della Banca d’Italia Mario Draghi – ne dispone il controllo. Anche il Presidente della Giunta regionale Scopelliti, che nei giorni scorsi aveva subito intimidazioni, ha “voluto testimoniare” la sua “solidarietà personale e della Regione al Procuratore Di Landro”, affermando che “si tratta dell’ennesima azione che deve trovare obbligatoriamente una risposta”. “Credo” – aveva detto – “Che il lavoro pregevole di Di Landro dia fastidio”. E se è vero che “in Calabria non c’è solo la mafia” il problema non è certo Di Landro ma gli intrecci ‘ndrangheta politica e massoneria che pure esistono. La ‘ndrangheta gli mette la bomba sotto casa perché, ha affermato Di Landro, “non si fanno più sentenze a saldo”. Quella contro il Procuratore generale di Reggio Calabria è, per dirla con le parole utilizzate dal Procuratore nazionale dell’antimafia Piero Grasso, una “nuova sfida allo stato”. Il 5 agosto scorso Grasso aveva parlato di “rischio attentati”, affermando che i rischi di stragi come quelli di Firenze o Via d’Amelio “ci sono sempre, soprattutto in momenti di tensioni politiche. Può esserci qualcuno che vuole approfittare del momento politico per dare uno scossone”.

E lo scossone è arrivato. “Questo ennesimo grave episodio – ha affermato Grasso in esplicito riferimento all’attentato a Di Landro – si inserisce in una lunga scia di intimidazioni e minacce iniziata lo scorso 3 gennaio, nei confronti della Magistratura calabrese tutta”. Vincenzo Macrì, Procuratore nazionale antimafia aggiunto, l’ha definito uno “sciame intimidatorio” che da mesi tocca magistrati, politici, amministratori, giornalisti. È lecito perciò, forse anche doveroso, chiedersi perché avesse solo una scorta “ad orario” che passava a tempi determinati sotto la sua casa. Perché non era meglio protetto? Forse è da collegare coi tagli che ci sono stati sulla sicurezza? Ma questo, adesso, non è il vero problema.

La vera domanda che dovremmo porci come calabresi è: “Che cosa sta succedendo a Reggio e in Calabria?”. A fornire una risposta a questa domanda è l’articolo di Enrico Fierro, pubblicato su “il Fatto quotidiano” del 27 agosto col titolo “Dai bunker ai salotti: Reggio aspetta lo tsunami”. I boss, le “talpe” , le prossime elezioni e il potere in attesa di giudizio gli argomenti esaminati. L’incipit dell’articolo è chiaro sin dalle prime battute: “A Reggio Calabria può succedere di tutto. Un botto ancora più grosso di quello che la scorsa notte (26 agosto ndr) ha devastato la casa del Procuratore generale Salvatore Di Landro. Qualcosa che fa tremare i palazzi cambierà il corso delle cose.” Apocalittico? Pessimista? Secondo l’analisi del giornalista a Reggio Calabria gli “appetiti dei comitati d’affari” sovrasterebbero prioritari nella “melma che rende difficile distinguere la politica buona con quella che si prostituisce con la ‘ndrangheta” ma anche “i magistrati in bilico con quelli che rischiano la vita in silenzio”, “la mafia dall’antimafia, gli onesti dai malacarne”. E forse è proprio qui che sta il punto. “Uomini in giacca e cravatta che attraversano con la stessa naturalezza gli angusti bunker dei boss della ‘ndrangheta, i salotti della massoneria e gli ovattati uffici del potere”. “Una città dove tutti, dai salotti che contano ai frequentatori dei caffè del centro, sanno che presto uno tsunami giudiziario si abbatterà sulla politica calabrese”. Il giornalista si riferisce esplicitamente ai “dossier ed alle intercettazioni che documentano i legami tra Cosimo Alvaro (rampollo della ‘ndrangheta di Sinopoli) e Michele Marcianò, Consigliere comunale di Reggio Calabria e fedelissimo del governatore”, che “si rivolgeva ad Alvaro chiamandolo “compare” e chiedeva aiuto per le tessere del PdL e in cambio prometteva incarichi da centinaia di migliaia di euro”. Poi il giornalista tocca i palazzi della Regione riferendosi ai “legami di Albreto Sarra, oggi potentissimo sottosegretario della giunta regionale, con la famiglia Lampada di Milano, teste di legno di Pasquale Condello, in galera ma ancora a capo di una delle ‘ndrine più forti della città”. “Ed è nell’ufficio di Sarra – continua Enrico Fierro – che è passato uno dei personaggi più inquietanti di questa storia”. Giovanni Zumbo l’uomo che, sempre secondo il giornalista de il Fatto , “avvisa mafiosi del calibro di Giuseppe Pelle e Giovanni Ficara dei blitz che da Reggio a Milano si stanno per abbattere sulla ‘ndrangheta”. Sullo sfondo il dedalo intrecci d’interessi affaristico-politico-mafiosi su sanità e lavori pubblici. Quello che starebbe avvenendo in Calabria è “un riassetto dei poteri violentissimo, come nel precedente passato, come nei mesi che precedettero l’omicidio eccellente di questa regione, quello di Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale”. Insomma, un clima che non fa certo ben sperare e che ci fa rendere conto che, se la strada della legalità è l’unica percorribile, in Calabria questa strada è davvero un percorso in salita perché qui la partitocrazia ha addirittura corrotto gli uomini “d’onore” trasformando le ‘ndrine in una sorta di anti “stato” parallelo a quello ufficiale delle Istituzioni democratiche e rappresentative. In questo senso siamo vicini a Di Landro, a Scopelliti e chiunque, in questa terra, abbia intenzione vera di non mollare. Invitando però, a chi vuole il vero cambiamento, a stare attenti a chi si fa imbarcare sul transatlantico della rivoluzione.

Cambiare la legge elettorale per combattere la ‘ndrangheta

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Infiltrazioni e convivenze con la ‘ndrangheta: la soluzione è la riforma elettorale anglosassone anche per la Calabria

Comunicato di Giuseppe Candido, candidato al Consiglio Regionale con la lista Bonino a sostegno di Pippo Callipo presidente

“Negli Stati Uniti, patria del bipartitismo, dove non ci sono “inciuci”, ma dove chi vince prende tutto e chi perde controlla tutto, è stato possibile avere, dopo l’era Bush, un Obama. Anche qui in Calabria si può fare: riformare la legge elettorale e lo statuto regionale, perché sia possibile un rapporto diretto, chiaro e responsabile tra eletti, elettori e territorio. Basta volerlo perché è una riforma a costo nullo. Col sistema proporzionale dei listini provinciali oggi vigente stiamo assistendo all’imbarbarimento della politica calabrese trasformata in una frenetica caccia alla preferenza mediante manifesti abusivi e dove, le clientele delle della mala politica e le associazioni criminali riusciranno a contare, anche nel prossimo Consiglio Regionale, più di quanto in realtà politicamente pesano.” “Oggi, prosegue Candido, nell’ambito di collegi provinciali è troppo semplice, per le ‘ndrnaghete e la malapolitica, spostare un migliaio di voti su un “certo”, prescelto, candidato. Se però, continua l’esponente Radicale della lista Bonino, si eleggessero i 40 consiglieri regionali in altrettanti micro collegi in cui, dei candidati si conosce vita, morte e miracoli e con un sistema maggioritario uninominale a turno unico, in base al quale chi prende più voti viene eletto al primo turno, per le ‘ndranghete e le clientele la vita sarebbe più dura e magari potremmo davvero sognare di rinnovare, di non vedere i soliti volti, sempre le solite facce. I calabresi riuscirebbero a liberarsi di quella classe dirigente che, per decenni, ci ha amministrato senza produrre risultati.”. “In questo modo gli eletti, conclude Candido, avrebbero inoltre la necessità elettorale di rappresentare gli interessi del territorio dal quale sono stati scelti e non già, come avviene oggi, ad una lobbie clientelare o, peggio ancora, ad un clan”.

In prima linea

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di Giuseppe Candido

Giorgio Napolitano - Wiki

Bisogna che sia chiaro che la Calabria è in prima linea nella lotta contro la criminalità, è in prima linea per la sicurezza e per la libertà del nostro Paese, e tutti, lo Stato nazionale, le sue istituzioni le sue forze, dobbiamo tutti essere in prima linea con la Calabria”.

I fatti di Rosarno dove “non si è saputo prevenire”, l’integrazione e la ‘ndrangheta che dà dimostrazione di forza. Dopo quanto accaduto dall’inizio dell’anno Giorgio Napolitano è a Reggio Calabria ed ha incontrato tutte le istituzioni, un vertice coi Magistrati, l’incontro con il Presidente della Regione Agazio Loiero e con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. “La mafia in Calabria blocca lo sviluppo”.

Parole cariche del peso della verità quelle del Presidente che poi viene accolto presso il Liceo artistico statale “Mattia Preti” con la manifestazione “Legalità e Sviluppo” organizzata dalla consulta delle associazioni degli studenti calabresi con la presenza del ministro
dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Tutti impegnati a contrastare la criminalità organizzata e a diffondere la consapevolezza della necessità, quanto mai urgente, di combattere questa lotta.
Il Presidente ha ricordato l’alto magistrato Antonino Scopelliti, ucciso dalla mafia nel 1991, e si è rivolto alla Calabria e all’Italia tutta con queste parole: “Guai a pensare che ciò significhi che gli immigrati sono portatori di violenza e che i cittadini di Rosarno sono portatori di razzismo”. E ancora: “Stiamo molto attenti, respingiamo questi luoghi comuni, respingiamo tutti i pregiudizi che rischiano di accumularsi sulla Calabria, che è una regione difficile, una regione per tanti aspetti sfortunata, è anche una regione che deve dare di più, che deve mobilitarsi di più, una società che deve esprimere le sue energie e le sue capacità di reazione e di svolta di più di quanto abbia fatto finora”.

Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso ha
sottolineato che tutte le istituzioni debbono collaborare e che “la Calabria deve far sentire la sua voglia di riscatto per gli omicidi del Giudice Scopelliti e del vicepresidente del Consiglio regionale, Fortugno”. Nello stesso giorno, però, una santabarbara di munizioni ed esplosivi viene ritrovata parcheggiata vicino l’aeroporto di Reggio Calabria a riprova che la ‘ndrangheta non cade affatto a pezzi. Nella convinzione della necessità di un cambiamento che la Gelmini afferma che “E’ necessario far crescere, proprio dalla scuola, la cultura della legalità, combattendo anche un modo di pensare” . E forse è proprio questa la miseria d’abolire. Ma è anche vero che le istituzioni, scuola a parte, in Calabria sono, per dirla alla Mario Draghi, “pervase” dalle mafie, dalle ‘ndranghete. Le nuove ‘ndrine traggono i loro capitali principalmente dai traffici di droga che poi reinvestono nell’economia legale, nei “café del Paris” o nelle “Milano da bere”. Quei “durissimi colpi inferti alle ‘ndrine” che possono apparire operazioni come il sequestro di beni per 5 milioni di euro sono, in realtà, solo una goccia del mare dei capitali che la ‘ndrnagheta manovra, gestisce, rinveste. E’ vero che di una rivolta c’è bisogno, di una rivolta nonviolenta, ma di una rivolta culturale, sociale, politica e, soprattutto, morale. Ma, come dimostrano i dati forniti dalla stessa direzione distrettuale antimafia, la lotta che ci chiedono di combattere è una lotta impari perché, se anche si considerano i 6 miliardi di euro sequestrati alle mafie nell’ultimo anno, pure quest’importo astronomico rappresenta solamente un misero 10% degli oltre 60 miliardi di euro che la ‘ndrangheta porta a casa ogni anno come proprio “fatturato”. Il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone ha detto di recente la sua: “La ‘ndrangheta – afferma Pignatone – è riuscita a diventare una vera holding del mercato della droga grazie alle sue ramificazioni in ogni parte del mondo. (…) Il fenomeno si è sviluppato da una ventina d’anni (…) anche se ora risulta con tutta evidenza”. Aggredire i capitali mafiosi non può quindi significare limitarsi all’esazione di una tassa, oltretutto assai vantaggiosa. Ma allora, cosa si può fare? Cosa possono fare le istituzioni, la politica, la società civile per sconfiggere le ‘ndranghete?

Mike Gray, lo scorso aprile su “The Washington post”, analizzava il problema del traffico di sostanze stupefacenti: “Negli anni venti – scrive Gray – gli Stati Uniti hanno vietato il consumo di alcol. Il contrabbando è fiorito e la violenza è esplosa. Come oggi sulla droga”.

Che quel business di All Capone fosse il frutto di una sciagurata politica proibizionista oggi non sfugge più a nessuno. Quello che resta ancora da assimilare è però la seconda parte del messaggio: la stessa cosa accade con le droghe illegali che alimentano le mafie in tutto il mondo, dai cartelli colombiani e messicani alla ‘ndrangheta nostrana che aumenta, giorno dopo giorno, il suo potere economico pervadendo, col denaro riciclato, l’economia legale della Calabria, dell’Italia e d’Europa. Forse dovremmo guardare come sta cambiando la lotta al narcotraffico nei paesi che spesso invochiamo ad esempio. “Dopo 40 anni dall’offensiva di Nixon, Obama tira il freno e pensa alla marijuana libera.” Marco Bardazzi lo ha spiegato bene nel suo articolo “La fine della Guerra alla coca” comparso qualche giorno fa su “La Stampa”: “Il presidente fa studiare seriamente al proprio staff la fattibilità di un passo che avrebbe ripercussioni mondiali: legalizzare la marijuana”. “L’America di Barack Obama – spiega Bardazzi – è pronta a dichiarare impossibile da vincere il conflitto, a chiuderlo e a trasformare radicalmente la gestione della lotta agli stupefacenti. Dopo aver speso negli anni oltre mille miliardi di dollari di soldi pubblici in un conflitto che sembra sempre in stallo, gli Usa senza enfasi stanno ritirando gli agenti della Dea (Drug Enforcement Administration) dai fronti in Colombia e in Afghanistan. I fondi per la lotta al narcotraffico vengono deviati verso campagne di prevenzione. In Congresso sono partiti i lavori di una commissione che deve riscrivere completamente la strategia antidroga”. Oggi le carceri sono stracolme di migranti “clandestini” e di ragazzi trovati in possesso di poche decine di grammi di droga la cui detenzione non ha alcun fine di recupero e reinserimento sociale ma, anzi, è criminogena. Senza contare le risorse e gli uomini impiegati in tanti “micro” sequestri, tante “micro” operazioni, che non sconfiggono il problema: i consumi dilagano e la ‘ndrangheta ringrazia anche dovendo pagare una “tassa”.

Un gruppo di esperti britannici della fondazione Beckley ha valutato scientificamente gli effetti della cannabis. Ed ha concluso – come spiegava qualche mese fa la rivista inglese “New Scientist” – che, per limitare i danni ed eliminare i traffici illegali, la soluzione è legalizzarla. Anche se i rischi associati al consumo di marjuana sono accertati, gli esperti della Beckley sono convinti che sia molto meno pericolosa di sostanze legali come alcol e tabacco di cui, stante le giuste e ferree regole come il non mettersi alla guida ubriachi e non fumare nei locali pubblici, non ci sogneremmo certo di proibirne il consumo considerando come andò a finire con Al Capone. Legalizzare il mercato può invece contribuire a ridurre fortemente quel “fatturato” del malaffare che, come dice giustamente Napolitano, “blocca lo sviluppo della Calabria”.

Dai "professionisti" ai docenti dell'antimafia

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” il 10.12.2009 con il titolo “La ‘ndrangheta non cade a pezzi

Quando Leonardo Sciascia scrisse “I Professionisti dell’antimafia, il famoso articolo pubblicato il 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera, non avrebbe mai immaginato che le cose, in Italia, potessero evolvere come invece hanno fatto regalandoci un Paese in cui, alla notizia dell’arresto di un paio di boss siciliani latitanti, ministri e politici della maggioranza esultano e cantano vittoria, autoproclamndosi, addirittura, dei veri e propri “docenti dell’antimafia”. Dai magistrati “professionisti dell’antimafia” di cui parlava Sciascia, oggi siamo ai politici “docenti dell’antimafia”. “La Mafia è già in ginocchio” dice Alfano. Ma la mafia e la ‘ndrangheta sono sempre li, anzi la ‘ndrnagheta si espande più forte che mai e rappresenta, nel mezzogiorno e non solo, un problema enorme. Ed anche i sei miliardi di euro sequestrati rappresentano una goccia nel mare se rapportati ai soli traffici della ‘ndrangheta che può vantare un fatturato di oltre 69 miliardi di euro all’anno come dichiarato dal procuratore nazionale antimafia Grasso. Nella seconda delle due “autocitazioni” che il giornalista di Racalmuto fece precedere a quel suo articolo per “… Servire a coloro che hanno corta memoria e/o lunga malafede” ricordava quanto scritto in “A ciascuno il suo” (Einaudi, Torino, 1966), il suo libro in cui scriveva che “L’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto”. Oggi potremmo dire che la mafia parla in inglese e fa gli affari su internet. E anche noi siamo inquieti. La mafia, dichiarò alla stampa calabrese circa un anno fa il magistrato Giuseppe Ayala, “sopravvive grazie ai silenzi della politica”. Un fenomeno la cui fine “sta ritardando per una complicità dovuta anche alla classe dirigente”. Dopo i due arresti eccellenti la maggioranza sembra essersi convinta che la lotta alla criminalità organizzata sia a buon punto. Forse, con la “mafia” siciliana, il taglio di qualche testa di capi clan potrà considerarsi una piccola vittoria, ma cosa ci dicono della ‘ndrangheta che, a detta di tutte le relazioni delle varie procure e direzioni distrettuali, è la forza criminale meglio organizzata, che vanta i traffici più lucrosi, con fatturato da capogiro e che maggiormente inquina il tessuto economico e sciale con i suoi capitali illegali non solo la Calabria? Cosa ci raccontano di una vittoria e di una lotta da “docenti dell’antimafia” se, dopo anni di duri colpi, la ‘ndrangheta oggi è più forte che mai? Insomma, ci si vanta degli arresti che compiono Polizia e Carabinieri ai quali, tra l’altro,– come più volte denunciato dal Siulp – si sono tagliate le risorse mentre si varano leggi che consentono, nel pieno anonimato, di rimpatriare capitali illecitamente accumulati all’estero e di cui non vi è garanzia alcuna di come gli stessi siano stati accumulati. Se condividiamo l’idea di Maroni di costituire un’agenzia nazionale per i beni sequestrati alla mafia, dovrebbero spiegarci, da docenti, come si intende farlo. Con un piano che prevede l’anonimato per il rientro dei capitali? Se è giusto richiamare i magistrati al proprio lavoro appaiono esagerate le parole di Alfano che parla di mafia come di un cadavere. Oggi la questione criminalità organizzata nel mezzogiorno è gravissima ed è tutt’altro che sconfitta. Sempre per citare Sciascia ricordiamo che “Il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. (…) Sicché – continua Sciascia – se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime – o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come “mafioso” ” Oggi le cose, cambiando le parole Sicilia con Mezzogiorno e Fascismo con regime della partitocrazia, stanno ancora come magistralmente le dipingeva Sciascia. L’ultima relazione di Mario Dragi non lascia certo dubbi sul grado di infiltrazione e pervasione della criminalità organizzata nei gangli della pubblica amministrazione del mezzogiorno. Cantare vittoria, a scavalco delle dichiarazioni di Spatuzza, per qualche arresto operato dalle forze dell’ordine ci sembra quantomeno fuorviante. Non vorremmo che, e il rischio esiste ora come allora, si usi “l’antimafia come strumento di potere”, o peggio, come sloga che consenta, oggi, di spingere sul “legittimo impedimento” o su qualche altra norma poco costituzionale.