Calabria, è caos rifiuti ma la partitocrazia ancora intontita dallo tsunami non da’ risposte

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di Giuseppe Candido

La Regione è nel caos rifiuti, ma come si fa a pensare o a sperare che proprio la stessa classe dirigente che ha, negli anni, causato il disastro rifiuti in Calabria, un’emergenza drammatica che ormai dura da quasi 20 anni e che si acuisce giorno dopo giorno sotto gli occhi di tutti i cittadini calabresi, sia adesso capace di risolvere il problema con un “nuovo” piano per l’emergenza rifiuti: 27 pagine in cui neanche compaiono le parole “trattamento meccanico-biologico” e nel quale, ancora, si continua a parlare di altre discariche, ampliamento degli inceneritori esistenti e obiettivi di raccolta differenziata minimali. E ha ragione da vendere il vice presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, a bocciare senz’appello le nuove linee guida del Piano rifiuti della Calabria approvate dal Dipartimento Ambiente della Regione Calabria lo scorso 28 gennaio 2013, in piena propaganda elettorale. Ed è pur vero, anche secondo chi scrive, che se pure la politica calabrese continuerà a comportarsi da partitocrazia impermeabile al cambiamento, lo tsunami a 5 stelle rischia di travolgerla. E a nulla serviranno operazioni di puro maquillage. Per anni si è pensato che attraverso il commissariamento, la relativa proclamazione a termine e proroga continua dello stato di emergenza si riuscisse, superando le regole e i vincoli burocratici, di accelerare le procedure e consentire così l’uscita dall’emergenza in tempi brevi. Così non è stato, anzi: la proroga continua e infinita dell’emergenza rifiuti ha fatto sì che la legge derogata, la regola aggirata per l’emergenza, venisse di fatto strutturalmente dimenticata in favore di procedure tese a favorire clientele: appalti e incarichi professionali, per anni, sono stati dati senza alcun controllo preventivo; i bilanci dell’Ufficio del Commissario, giusto per ricordare ancora l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere che citava la relazione dello stesso commissario dell’emergenza uscente Ruggiero, venivano fatti sui foglietti. La Calabria in quell’occasione guadagnò le prime pagine dei quotidiani nazionali: ricordate? E mentre la politica nostrana aveva facile modo di spendere male i soldi che arrivavano negli anni dalla comunità europea per far fronte all’emergenza il problema ha continuato a esistere e persistere diffuso, la raccolta differenziata si è attestata tristemente, secondo il rapporto dell’Ispra, al 12,43% stante l’obiettivo posto al 31 dicembre del 2012 fosse stato programmato nel precedente piano rifiuti della Regione approvato nel 2007, al 65%. Una prova evidente, palese ma forse anche per questo ignorata nelle veline, di un fallimento; una prova che, però, non pare ancora sufficiente, evidentemente, a far cambiare drasticamente rotta. L’obiettivo del 32,6% di raccolta differenziata che la Calabria si pone nelle nuove linee guida senza neanche fissare una data precisa per il raggiungimento, è fuori dalla realtà europea e nazionale, e anche gli stessi, in realtà assai pochi, comuni calabresi che hanno oggi raggiunto obiettivi di raccolta differenziata maggiori per proprio impegno e virtuosismo, si chiederanno ora se devono ritornare indietro. Paradossale, roba da “morti che parlano”, ma tant’è. Addirittura, nel nuovo piano rifiuti si vola talmente in ribasso senza porsi neanche la domanda del “come” avviare la Regione alla fine di un’emergenza che dura ormai da quindici anni. Come uscire dall’emergenza? Costruendo altre discariche e ampliando quelle esistenti? Costruendo nuovi inceneritori e potenziando quelli esistenti? Su questo, volessimo davvero volare un po’ alto, dovremmo quantomeno osservare come fanno in altri Paesi assai più virtuosi del nostro dove, abbandonato l’incantesimo degli inceneritori da qualche anno, si è spinto assai sul riciclo, il riuso, la raccolta differenziata e, per la parte non riciclabile che comunque residua, si è optato per il nuovo sistema di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti come alternativa agli assai più pericolosi, e soprattutto assai più contestati, inceneritori che qualcuno, ostinandosi, continua ancora a chiamare impropriamente “termo-valorizzatori”.

La raccolta differenziata porta a porta anche della frazione organica è sicuramente il punto cardine del ciclo integrato ma, la differenziata da sola non basta: è necessario innescare a valle del sistema rifiuti una filiera del riciclaggio delle materie prime e del riuso, dalla quale è senz’altro possibile creare posti di lavori “ecologici” che potrebbero rappresentare, tra l’altro e cosa non da poco, davvero un volano positivo anche contro la crisi in atto nella nostra Regione. Il rifiuto “organico”, anch’esso raccolto porta a porta, dovrebbe andare agli impianti di compostaggio diffusi sul territorio ed utile per produrre bio-fertilizzante o energia da biomassa.

Quello che comunque non risulta riciclabile (o ancora raccolto indifferenziato) in Germania non lo si manda in discarica, né all’inceneritore. Trattare senza incenerire è la regola: evitando, tra l’altro, di inviare in discarica le ceneri tossiche degli inceneritori o il rifiuto tal quale putrescibile e quindi di per sé pericoloso per i percolati che produce. Il rifiuto non differenziato lo si può, infatti, rendere inerte mediante il c.d. trattamento cd meccanico-biologico a freddo che, già da qualche anno ormai, in Germania risulta in grande evoluzione: 64 gli impianti di TMB contro i 73 inceneritori. I rifiuti che rimangono indifferenziati e non riciclati vengono dapprima selezionati da appositi macchinari cercando di recuperare ancora vetro, metalli ed altro materiale riciclabile. Dopodiché il rimanente viene inviato in appositi “bio-reattori” chiusi e dotati di speciali “bio-filtri” che essiccano, a 40-60°C, ciò che rimane. Il tutto senza bruciare e producendo un biogas utile per produrre energia e far funzionare l’impianto stesso. Il materiale così essiccato viene così ridotto del 40 – 50% rispetto alla massa in ingresso, non è più putrescibile e non è nemmeno una cenere tossica come invece è quella incombusta che residua dagli inceneritori tradizionali. Infatti, essendo stato reso inerte, il materiale prodotto dal tmb lo si può addirittura riciclare in edilizia come sottofondo stradale evitando cave di prestito che deturpano i nostri paesaggi. Gli inceneritori, lo sappiamo bene noi calabresi, non eliminano affatto le discariche ma, anzi, producono delle ceneri altamente tossiche in quantità pari a circa il 25% di ciò che viene bruciato, e che richiede dei particolari accorgimenti per essere smaltite. Vent’anni fa, nel 1993 il Wall Street Journal, riportò un articolo in cui si affermava chiaramente che “quello degli inceneritori è il metodo più costoso di smaltimento dei rifiuti. Un impianto di trattamento meccanico biologico” – proseguiva allora l’articolo – “costa invece il 50-70% in meno di un inceneritore e il materiale che rimane è riutilizzabile come inerte o per produrre combustibile da rifiuti”. Oggi, nell’ambito di un ciclo integrato dei rifiuti, assieme alla raccolta differenziata porta a porta e al compostaggio dell’umido, il trattamento meccanico biologico a freddo sarebbe accettato certamente più facilmente dalle popolazioni perché ha costi ambientali decisamente inferiori consentendo di abbattere gran parte degli inquinanti: 5 kg di polveri prodotte per tonnellata di rifiuti trattate contro i 38 kg degli inceneritori; 78 Kg di ossidi di azoto (nitrati e nitriti) contro i 577 kg per tonnellata di rifiuti trattati con inceneritore; scarti solidi pesanti a tossicità media contro quelli a tossicità alta sempre degli inceneritori; pochi fumi a bassa tossicità contro elevati quantitativi di fumi ad elevata tossicità degli inceneritori; 40 nanogrammi di diossine per tonnellata trattata che, con particolari accorgimenti, possono scendere addirittura a 0,1 nano grammi, contro i 400 nanogrammi rilasciati degli inceneritori per ogni tonnellata di rifiuti trattati. Ma la vera domanda è: sarà in grado la classe dirigente di questa Regione di accorgersene e cambiare rotta prima che, anche qui, l’onda della protesta la travolga?

‘Ndrangheta e Politica alle ultime elezioni regionali. Arrestato Zappalà (Pdl) ed altri candidati che sostenevano Scopelliti

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di Giuseppe Candido

“La mia missione è di essere sempre e solo al servizio del cittadino”. È quanto si legge entrando nel blog dell’ex sindaco di Bagnara Calabra nonché Consigliere regionale eletto nelle fila del Pdl calabrese ed oggi arrestato per documentate collusioni con la cosca dei Pelle. Candidato a sostegno del Presidente Scopelliti, come Zappalà stesso scrive nel suo blog: “affinché la mia amata Calabria possa divenire la regione della libertà, della solidarietà, del progresso e… della POLITICA DEL FARE”.

E pensare che, nel mese di giugno, il sindaco Zappalà si era recato perfino in Prefettura per consegnare simbolicamente la fascia tricolore al prefetto di Reggio Calabria D’Onofrio. Come si legge nel suo blog: “Un gesto clamoroso e al tempo stesso altamente simbolico, che il primo cittadino ha voluto compiere per segnalare una situazione che a Bagnara si è fatta davvero drammatica: quella della mancanza di un controllo efficace del territorio da parte delle forze dell’ordine”.

Oggi la notizia è che Zappalà viene arrestato assieme ad altre 11 persone, tra cui altri quattro candidati alle ultime regionali, nell’ambito di un’indagine sui rapporti politica e ‘ndrangheta in Calabria. Intercettazioni ambientali e telefoniche che inchiodano.

Di seguito le agenzie della notizia (copia e incolla) che mostrano come lo strapotere delle cosche gravi sulle scelte e sulle decisioni del Consiglio Regionale calabrese.

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ROMA, 21 DICEMBRE:

(ANSA) – Un consigliere regionale, del Pdl, ed altre 11 persone sono state arrestate dai carabinieri in Calabria; l’ipotesi di accusa e’ il condizionamento da parte della ‘ndrangheta sulle elezioni regionali del 29 e 30 marzo scorsi. Con il consigliere Santi Zappalà sono stati arrestati altri quattro candidati in liste del centro destra: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. Sono tutti sospettati di avere ottenuto il sostegno della cosca Pelle in cambio della promessa di favori.

(APCOM) – Il consigliere regionale Pdl Santi Zappalà, arrestato dai carabinieri nel corso dell’operazione “Reale 3”, è stato incastrato dalle intercettazioni ambientali a casa del boss Giuseppe Pelle, capo indiscusso dell’omonima famiglia egemone nel territorio di San Luca in provincia di Reggio Calabria. Zappalà, sulla base di quanto si evince dalle intercettazioni, andò a trovare il boss il 27 febbraio scorso e si sarebbe messo a disposizione per eventuali favori da far ottenere ai detenuti rinchiusi nei vari penitenziari italiani. Zappalà è tra le 12 persone arrestate in Calabria nell’inchiesta che ha scoperto un giro d’affari tra politica e cosche legate alla ‘ndrangheta. Al centro dell’indagine gli incontri tra il boss Pelle e alcuni candidati che in cambio di voti assicurati alla ‘ndrangheta avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l’aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici e altri favori. Santi Zappalà è attuale sindaco di Bagnara Calabra. Oltre a lui i carabinieri hanno notificato anche altre quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti politici calabresi, tutti del centrodestra, candidati al consiglio regionale nell’ultima tornata dello scorso marzo. Si tratta di: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. L’accusa per tutti e di avere ottenuto il sostegno elettorale della cosca Pelle. L’appoggio, secondo gli accordi presi, avrebbe dovuto essere ricambiato facendo ottenere alla cosca favori di vario genere tra cui appalti, finanziamenti e trasferimenti di detenuti. L’indagine ha accertato il condizionamento esercitato dalla cosca Pelle di San Luca in occasione delle elezioni del 29 e 30 marzo scorsi per il rinnovo del Consiglio regionale.

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Chi vince in Calabria lo fa col sostegno delle ‘ndrine. Forse è questa la semplice chiave di lettura che si deve dare per commento dell’operazione “Reale”. Si, “Reale”! Perché reale è che, in Calabria, i Consigli regionali che si susseguono debbano essere sistematicamente “infiltrati” dalle cosche che, grazie anche al sistema elettorale vigente, riescono quasi sempre a far prevalere, all’interno delle liste, i “loro” candidati.

Quando l’On.le Angela Napoli, dalla commissione parlamentare antimafia, denunciava in solitudine che in queste ultime elezioni regionale le liste erano piene di candidati “sconvenienti” che non rispettavano neanche lontanamente il “codice etico” che la politica si era data e quando pure l’ex ministro degli interni Pisanu certifica le infiltrazioni con le sue dichiarazioni relative ad un personale politico “non degno di rappresentare nessuno”, c’è da domandarsi se forse non avessero ragione. Non serve neanche – come abbiamo fatto – che lo denuncino i Radicali a gran voce durante tutta la campagna regionale. E non bisogna credere che siano mosche bianche.

Col sistema elettorale attuale è così semplice far convergere i voti che le ‘ndrine hanno i loro eletti in maggioranza e nell’opposizione. È certo però che, nella scelta, le “famiglie” calabresi più attente sanno ben scegliere e contribuiscono a determinare chi governerà nel lustro successivo la Calabria.

Come difendersi? Il Presidente Scopelliti, se davvero volesse combattere queste infiltrazioni, avrebbe da fare immediatamente due provvedimenti: il primo relativo alla trasparenza e che preveda la tempestiva pubblicazione anche su internet di tutto ciò che già da anni doveva essere pubblico (gli interessi finanziari dei Consiglieri, degli Assessori e dei presidenti dei vari enti regionali la cui nomina è di competenza del Consiglio Regionale); una vera anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati. Il secondo provvedimento dovrebbe essere quello di cambiare l’attuale sistema di elezione del Consiglio Regionale e procedere all’elezione di ciascun consigliere in altrettanti piccoli collegi elettorali uguali in numero a quelli dai consiglieri eletti. Tale modifica avrebbe due vantaggi: avvicinare l’eletto all’elettore ed evitare che le preferenze delle ‘ndrine si coalizzino in un intera provincia così da garantire al “prescelto” l’elezione sicura.

Ovviamente a tutto ciò andrebbero affiancati, da un lato, l’obbligo di primarie nei 60 collegi e, dall’altro, una più attenta selezione della classe dirigente.