#Satyagraha di #Natale: con @MarcoPannella e @RitaBernardini dalla #Calabria oltre 90 le adesioni

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“Celle per una persona dove vivono due esseri umani”, “nessuno dei detenuti può usufruire di quei famigerati tre metri quadri” sotto i quali Strasburgo ha stabilito che si subiscono trattamenti inumani e degradanti” in violazione dell’articolo tre della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. E poi: “Gabinetto privo di finestra e di areazione dove è allestita anche la cucina, con l’acqua gelata e di un colore e un odore che è meglio non descrivere”.

Ergastolani che scontano la pena assieme a giovani detenuti prossimi alla liberazione; il lavoro in carcere un miraggio. E il 90 per cento degli ospiti si trova a centinaia di chilometri dai propri familiari. È questo, in estrema sintesi, il report della visita nel carcere di San Gimignano effettuata da Marco Pannella e Rita Bernardini che l’ha indirizzato al Ministro della Giustizia Andrea Orlando con una lettera aperta pubblicata dalle Cronache del Garantista mercoledì 24 dicembre col titolo: “Caro Orlando le nostre prigioni sono luoghi illegali”. “La sanità all’interno dell’Istituto è a dir poco carente, se consideriamo” – scrive la segretaria di Radicali Italiani – “che ci sono persone con gravi patologie che non ricevono le cure minime necessarie”. È un po’ come se, durante la detenzione, oltre alla libertà, fosse sospeso anche il più elementare diritto alla salute. E in riferimento alla legge sui risarcimenti ai detenuti con cui il Ministro, durante una conferenza stampa, ha spiegato farebbe risparmiare 245 milioni di euro, Rita Bernardini ha gentilmente fatto notare a Orlando che: “Il tuo Ministero sta risparmiando sulla tortura che ha inflitto e continua ad infliggere alle persone private della libertà e consegnate nelle mani dello dalla Calabria Stato”.

“Noi abitanti il territorio italiano” – si legge nell’incipit dell’appello che abbiamo sottoscritto per aderire al Saryagraha – “ci uniamo alla lotta nonviolenta del leader radicale Marco Pannella affinché nel nostro Paese si affermi la legalità nell’amministrazione della Giustizia (da anni straziata insieme alla vita di milioni di persone a causa dell’irragionevole durata dei processi penali e civili) e si rimuovano le cause strutturali che fanno delle nostre carceri luoghi di trattamenti inumani e degradanti”.

E per farlo, come ha ricordato bene Rita Bernardini nella sua lettera al Ministro Orlando, ci facciamo forza del messaggio ufficialmente inviato, nell’ottobre del 2013, dal Presidente Napolitano alle Camere il quale aveva parlato di “precisi obblighi di natura costituzionale” e “dell’imperativo, morale e giuridico, di riconsiderare le perplessità relative all’adozione di atti di clemenza generale”, quali amnistia e indulto.

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Marco Pannella e Rita Bernardini

Gli obiettivi del satyagraha – che non è mai protesta ma proposta di dialogo con le Istituzioni – sono chiari, specifici: Sanità in carcere: garantire le cure ai detenuti; Immediata revoca del 41bis a Bernardo Provenzano; Introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura; Abolizione dell’ergastolo a sostegno della campagna di Nessuno Tocchi Caino; No alle deportazioni in corso dei detenuti dell’alta sicurezza; Diritto alla conoscenza: 1) conoscibilità e costante aggiornamento dei dati riguardanti le carceri 2) conoscibilità dei dati riguardanti i procedimenti penali pendenti; Rendere effettivi i risarcimenti ai detenuti che hanno subito trattamenti inumani e degradanti; Abolire la detenzione arbitraria e illegale del 41-bis; Nomina immediata del Garante Nazionale dei Detenuti; Per gli Stati Generali delle Carceri, preannunciati dal Ministro della Giustizia, prevedere la presenza anche dei detenuti.

C’è bisogno di ricordare ancora cosa ha detto Papa Francesco sulla tortura, e sul fatto che questa possa essere presente nelle nostre carceri solo negando gli elementari diritti della persona? E c’è bisogno di ricordare che anche l’ergastolo – ha detto il Pontefice che l’ha già abolito per il Vaticano – è una chiara forma di tortura? Credo che ce ne sia bisogno: perché evidentemente noi radicali quelle parole del Pontefice e del Presidente le abbiamo lette e intese diversamente.

Mentre scrivo, anche io in digiuno e auto riduzione dell’insulina per un giono alla settimana, dal tre dicembre, leggo sul sito radicalparty.org dove è possibile aderire all’iniziativa che sono 406 i cittadini che hanno aderito via web (altri hanno aderito mandnando lettere a Radio Carcere) al Satyagraha di Natale di Marco Pannella, di Rita Bernardini e dei Radicali firmando l’appello e sostenendolo con uno o più giorni di sciopero della fame. Satagraha, è bene ricordalo, significa forza e amore per la verità. Per chiedere verità sullo stato della giustizia italiana e della sua appendice immonda che sono le nostre patrie galere. Perciò è inutile nascondersi dietro finti rimedi risarcitori che, come ha speigato la stessa magistratura di sorveglianza, è difficile che siano efficaci.

In Calabria, dove abbiamo iniziato in pochi, le adesioni al satyagraha di Natale dei Radicali con uno o più giorni di sciopero della fame sono cresciute: novanta cittadini calabresi, ai quali speriamo se ne aggiungano ancora altri grazie all’aiuto che le Cronache del Garantista sta dando a questa battaglia di civiltà, sostengono con uno o più giorni di digiuno, la lotta nonviolenta dei Radicali, di Marco Pannella e di Rita Bernardini: Sebastiano Stranges, Pasquale Zagari, Rocco Zagari, Vincenzo Fontana, Natascia Viola, Rocco Viola, Katia Fontana, Felice Canfora, Antonella Canfora, Donatella Canfora, Maria Moscato, Teresa Moscato, Stefania Sposato, Rosa Zagari, Carmelo Zagari, Maria Zagari, Maria Concetta Zagari, Italia Zagari, Rosario Dato, Francesco Leva, Rocco Leva (da Taurianova, RC); Rosa D’Atri, Antonio Musacco, Giuseppe Belmonte, Giuseppe Grandinetti, Morena Caruso, Francesco Bracone, Roberto Piccolo, Giulia Dedato, Annalisa Rovella, Luigi Antonio Sacco, Monica Pasqualina Caputo, Marta Cicero, Paola Sacco, Alina Marilena Monolache, Francesco La Valle; Alessandro La Valle, Assunta Massaro, Fausto Cerzosimo, Carla Presta, Matilde Rita Funaro, Domenico Grastolla, Annalisa Drago, Giuseppe Funaro, Matilde Cinnante, Andrea Molinari, Mariano Merardi, Barbara Falcone, Angelo Meringolo, Andrea Barile, Francesca Augeri, Marilena Cairo, Cinzia Cairo, Vincenzo Caputo, Alessio Villotta, Maria Rosaria Sita, Antonello Cairo, Umile Bomba, Luicia Raga, Umile Falcone, Fabio Falcone, Gianfranco Raffa, Adele Nappo, Domenico Bilotti (da Cosenza); Angela Giampaolo (da Bianco, RC); Attilio Ghionna (da Mendicino, CS); Ramona Caruso (da Lago, CS); Valentina Riga (da Castrolibero, CS); Elisabetta Feroleto, Danilo Donato, Rocco Ruffa (da Vibo Valentia); Rosamaria Irsuto (Varapodio, RC); Giuseppe Vezzana, Giuseppe Mangione, Teodoro Pasqualone, Samanta Musso, Giovanni Battista Musso, Franca Sibilia, Francesco Perrello, Giuseppina Sofo, Santina Pasqualone, Sharon Pasqualone (da Gioia Tauro, RC); Gianfranco Notaris, Sabatino Sabaglio (da Lamezia Terme), Giuseppe Claudio Scaldaferri (da Praia a Mare), Giampaolo Catanzariti (da Reggio Calabria), Giuseppina Morabito (da Melito P.S., RC); Ernesto Biondi (da San Nicola Arcella, CS), Salvatore Colace (Pannaconi di Cessaniti, VV).

Cittadini calabresi che – come chi scrive – sostengono e si sono uniti in questo Natale alla lotta di Rita Bernardini, di Marco Pannella e dei Radicali; e con loro ci facciamo forza per chiedere al nuovo governatore di dare lui un segnale al Governo centrale di Matteo Renzi istituendo la figura del Garante regionale delle persone private della libertà personale. Perché a queste non siano negati anche i loro diritti umani e il diritto a scontare una pena che sia una pena legale.

Bene Oliverio su legge elettorale (e stop clientele), ma @Radicali anche per le #carceri chiedono di cambiare verso

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di Giuseppe Candido

Finalmente, a quasi tre settimane dal voto delle regionali dello scorso 23 novembre, l’11 dicembre è avvenuto il cambio ufficiale di consegna tra la Presidente facente funzioni, Antonella Stasi e il neo eletto Presidente Mario Oliverio. Dopo aver esposto le priorità del suo governo (zero clientele, lotta alla povertà e alla disoccupazione, migliore uso dei fondi europei, emergenza rifiuti e sanità), rivolgendosi ai giornalisti, il Presidente Oliverio (al quale pure noi facciamo i nostri auguri) ha poi commentato come “grave vulnus” della democrazia il fatto che, dal nuovo Consiglio Regionale, sarà esclusa Wanda Ferro che ha guidato la coalizione arrivata seconda. “Il fatto che il migliore perdente non svolga il ruolo che deve svolgere all’interno dell’assemblea come accade in tutte le regioni d’Italia” – ha affermato il neo presidente – “costituisce un grave vulnus”. Aggiungendo che intende modificare, su questo aspetto, la legge elettorale e che intende farlo sin dal primo anno e non già a fine legislatura, a ridosso delle elezioni.

Bene, questa del voler modificare la legge elettorale ben prima di un anno dal voto, è cosa non da poco conto dal punto di vista del diritto e che, da Radicali, ci fa assai piacere. Ci fa pensare a un radicale e auspicabile cambiamento di rotta. Lo scorso 23 novembre, infatti, personalmente mi sono astenuto dal votare facendo registrare al presidente del seggio le motivazioni della mia astensione dal partecipare a un procedimento elettorale che, stando al diritto internazionale e nazionale, non poteva considerarsi democratico.

Ho fatto notare che, il codice di buona condotta in materia elettorale approvato dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa (Commissione Europea per la democrazia attraverso il diritto) dal 2002, prevede esplicitamente che, per esser considerate democratiche, durante le elzioni: 1) “Deve essere assicurata l’eguaglianza delle opportunità tra i partiti e i candidati”, che “implica neutralità delle autorità pubbliche”, durante la campagna elettorale”. Mentre tutti noi abbiamo visto sia Alfano, sia Renzi, sia vari ministri, scorrazzare per la Calabria e chiudere persino la campagna elettorale, come fossero semplici leader dei loro partiti, ma palesando – secondo il codice citato – un “conflitto di interessi”. Ho ricordato inoltre che, nel rispetto della libertà di espressione, la legge elettorale stessa avrebbe dovuto prevedere che “i mezzi di comunicazione audiovisivi privati assicurino ai differenti partecipanti la parità di accesso alle elezioni”, in materia di competizione elettorale e di pubblicità. Ma anche tralasciando questi aspetti che certo non sono dei “dettagli”, e nel motivare la mia astensione dal voto ho ricordato pure che, proprio in riferimento alla “stabilità del diritto elettorale”, nel codice di buona condotta elettorale, viene esplicitamente previsto che “Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione”. Cosa che invece è palesemente avvenuta in Calabria proprio a pochi mesi dal voto. Quindi – per chi ha rispetto del diritto e dello stato di diritto – è una gran notizia, un vero cambiamento di rotta, leggere che si intende modificare l’attuale legge elettorale regionale, ma che si intende farlo sin da subito.

Speriamo che questo diverso modus operandi, questo nuovo modo di intendere la legalità, il diritto e la democrazia stessa, il nuovo Presidente sia capace di estenderlo anche ad altri settori: quello dei rifiuti e della depurazione (che richiedono diritto alla conoscenza), quello dell’uso e dell’abuso del suolo (finora utilizzato per fare clientele, piuttosto che per salvaguardarne l’integrità e tutelare le persone dai rischi geologici e ambientali), ma anche sui diritti umani in genere. Anche su quei diritti umani che, troppo spesso, pure nelle carceri della nostra regione vengono violati.

Convinti che amnistia e indulto siano propedeutici ad una vera riforma della giustizia, e facendosi forza di quel messaggio di Napolitano alle Camere dell’ottobre del 2013 e di quanto detto da Papa Francesco sulla tortura e sulle pene all’accademia del diritto penale internazionale, dallo scorso 3 dicembre è ri-iniziato il Satyagraha di Rita Bernardini, Marco Pannella e centinaia di cittadini italiani per chiedere allo Stato italiano, ancora una volta con l'”incrollabile coerenza” che pure il Presidente della Repubblica ha riconosciuto a Pannella, di garantire nelle carceri il diritto alla salute, di fermare la mattanza dei suicidi che nelle nostre patrie galere avviene troppo spesso, ripetiamolo fino alla noia, proprio per la mancanza di adeguate cure psichiatriche, di introdurre il reato di tortura e di fermare quella sorta di “tortura democratica” del regime 41bis perpetrata anche per detenuti come Bernardo Provenzano, che da più di un tribunale è stato dichiarato incapace di intendere e volere tanto da non poter neanche essere ammesso come teste. Lo si mantiene in 41 bis, torturando così i familiari che possono vederlo, in quelle condizioni, solo attraverso un vetro e senza che neanche li riconosca più.

Personalmente, l’ho scritto qualche giorno addietro, ho aderito con convinzione al satyagraha di Marco e Rita, con un giorno alla settimana di digiuno (e contemporanea auto riduzione dell’insulina) ma ripetendolo ad oltranza, fino a quando la questione non sarà portata a conoscenza dei cittadini dai grandi media televisivi; con questa lotta non violenta, assieme ad altri compagni radicali calabresi (tra cui ricordo Ernesto Biondi, Cesare Russo, Rocco Ruffa, Sabatino Savaglio, Giampaolo Catanzariti, Claudio Scaldaferri) che hanno anche loro aderito al satyagraha di Marco e Rita copriamo col digiuno a staffetta, l’intera settimana e, con amore nel dialogo, chiediamo nuovamente al Presidente Oliverio appena insediatosi di cambiare verso anche sulle carceri della nostra Regione e di istituire da subito il garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale. La civiltà di un Paese, diceva qualcuno, la si misura proprio dalle sue carceri e da come, anche per le persone meritevoli di espiare una colpa, lo Stato è garante della Costituzione e dei diritti umani inalienabili.

Il debito pubblico, le proposte @Radicali e l’informazione che non c’é

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Che il debito pubblico abbia costi elevatissimi, anche in termini sociali, l’han capito anche i più piccoli. Aggiungo che la lotta alla povertà e alla miseria che ne discendono dai tagli alla spesa sono, almeno per chi scrive, il problema centrale di un Paese, sempre più paese ‘canaglia’ non solo perché incapace di assolvere ai suoi compiti essenziali e di rispettare le sue stesse leggi.

Sul Corriere della Sera dello scorso 5 settembre, Sergio Bocconi* ha ripercorso la ‘storia’ del debito pubblico italiano, dall’Unità ad oggi, e lo ha fatto con un articolo (ri)titolato dal Foglio di Giuliano Ferrara del Lunedì: “Dal 1861 il debito pubblico cresce con noi”. L’occhiello che poi incatena alla lettura è altrettanto esplicito: “Con Sella il bilancio era in pareggio. Adesso siamo saliti al 134% del Pil. Ecco come”.

Dopo aver ricordato le parole del ministro delle Finanze Pietro Bastogi rivolte alla Camera nell’aprile del 1861: “Perché l’Italia meriti il credito di tutta l’Europa deve cominciare a rispettare i debiti contratti …”, il giornalista, nel suo minuzioso commento, nota come Quintino Sella, già nel 1875, era riuscito a ripianare il debito dello neo Stato italiano riportando un sostenziale pareggio tra entrate e uscite. E il Bocconi nota pure come, fino al 1975, pur avendo compiuto un balzo in avanti raggiungendo un debito pari al 56% del proprio Pil, l’Italia rimane sostanzialmente “virtuosa”: “Nel 1970 la situazione di finanza pubblica – scrive Bocconi – è normale: la spesa è pari al 33% del Pil e il debito è al 37%”.

Dieci anni di governi (Rumor, Colombo, Andreotti, Moro, Cossiga e Forlani) democristiani e di quello che, a ragione, il giornalista definisce un “welfare elettorale ad alta inflazione”, “conducono, nel 1980, a una spesa del 40,8% del Pil”, ma siccome le entrate da gettito fiscale crescono della metà, il risultato è che “il debito arriva al 56% rispetto al Pil” e “il peso degli interessi passa dall’1,3% al 4,4%, i prezzi aumentano del 21,2% l’anno e i tassi reali sono negativi del 5,8%”.

Il debito pubblico italiano. Fonte: soldionline.it

Poi il giornalista ricorda che, dal 1980, iniziano anche quello che definisce “gli anni del craxismo” che spingono la spesa pubblica “ad impennarsi ulteriormente” sino “al 50% del Pil”.

Nell’articolo, a questo punto, si fa notare che questi ‘anni del craxismo’:

Sono però anche anni caratterizzati da un’inversione di tendenza nelle politiche monetarie internazionali che si inaspriscono a partire dall’America reganiana. Nell’85 in Italia, (nonostante il buon andamento dell’economia) il debito sul Pil «vola» all’80,5% ed è importante osservare – sottolinea Sergio Bocconi – che se il totale della spesa pubblica cresce di cinque punti di interesse raddoppiando all’8,4% del Pil con tassi reali che adesso favoriscono i sottoscrittori dei titoli di Stato perché sono positivi e pari al 4,5%. Il macigno pesa. Il trend prosegue negli anni successivi – si spiega nell’articolo – e il debito che nel ’90 è al 94% nel 1992 supera la soglia del 100%: siamo al 105%. Cambiano i governi, da Andreotti ad Amato e Ciampi, scatta l’adesione al trattato di Maastricht (che enetra in vigore nel novembre del 1993) e cadono anche i tassi e il loro peso relativo sulla spesa e Pil. Nel ’92-’93 – prosegue ancora il giornalista – cominciano anche le privatizzazioni che vedono Romano Prodi prima alla guida dell’Iri e poi nel ’96 all’esecutivo. Le cessioni di banche e aziende di Stato con lo smantellamento delle partecipazioni statali «fruttano» complessivamente 127-130 miliardi. Grazie dunque al combinato disposto di aumento delle entrate, riduzione delle spese,ritorno all’avanzo primario e un forte calo del peso degli interessi (che passano dal 10,1% nel ’95 al 3,2% nel Duemila) il rapporto fra debito e Prodotto interno lordo scende al 121% del ’94 al 108 del 2001. Per toccare il minimo nel 2007 al 103,3% quando al governo c’é di nuovo Prodi.

Ebbene: come e perché in meno di dieci anni si toorna al 134%? L’avanzo primario – conclude Bocconi – è pari in media al 2%, la spesa, al netto delle cessioni pubbliche, resta intorno al 50% del Pil e anche le entrate non registrano rilevanti variazioni. Ma mentre il Pil cresce zero in termini nominali e ha segno meno in termini reali, gli interessi rappresentano in media sempre il 5% circa del Pil. Il debito, nonostante i tassi bassi e lo spread relativamente contenuto, costa. Tanto”.

Un’ottima ricostruzione della storia del debito pubblico che, però, appare un po’ omissiva. E perciò inidonea ad essere considerata pagina di ‘storia’.

Nella ricostruzione sembrerebbe che, mentre tutti i partiti facevano volare la spesa per un “welfare elettorale ad alta inflazione”, in Parlamento non ci fosse nessuno che, già negli anni ’80, chiedesse esplicitamente di risanare questa anomalia tutta italiana.

Non si capisce se il giornalista lo faccia colpevolmente: nel ricostruire la storia omette completamente di ricordare ai suoi lettori che, contro quel sistema di ‘”welfare elettorale” che portava al disastroso indebitamento dello Stato, c’era una partito che – ragionevolmente – proponeva altro.

Dal 1980 in poi, contro l’aumento del debito pubblico, Marco Pannella e i radicali presenti in Parlamento, condussero una specifica battaglia politica: relazioni di minoranza su bilancio alla Legge Finanziaria, emendamenti, proposte di legge, interventi in Aula e commissioni, analisi e proposte per il governo del debito, della sua dinamica e sui rischi politici (oltre che finanziari ed economici) per le istituzioni e il paese.

Come ricorda il Prof. Marcello Crivellini, docente di Analisi dell’Organizzazione di sistemi sanitari presso il Politecnico di Milano, e Deputato, in quegli anni, del Partito Radicale, “L’analisi radicale non si fermava alla denuncia politica ma coerentemente portava a proposte, quantitative e scandite nel tempo, per la soluzione del problema”.

Proposte che, come emerge anche dalla ‘ricostruzione’ del Bocconi, ancora oggi vengono completamente dimenticate, del tutto ignorate.

Gli atti depositati e sottoposti alla discussione parlamentare” – ricorda il professor Crivellini nel documento presentato allo scorso congresso dei Radicali – “sin dai primissimi anni 80 mostravano, … , che nel confronto con i maggiori paesi industrializzati comparabili: il valore del debito pubblico italiano in percentuale sul PIL era quasi il doppio degli altri; l’andamento era crescente e palesemente senza controllo; la denuncia (10 anni prima che a Maastricht fosse adottato questo valore come limite) che stava per essere superato il valore del 60% sul PIL e la pericolosità di tale soglia; la denuncia che l’indifferenza dei partiti di governo e di opposizione (PCI da una parte e MSI dall’altra) avevano portato a considerare il ricorso all’indebitamento una normale forma di copertura; la previsione che tali dinamica e cultura avrebbero portato a totale dipendenza finanziaria dai mercati e a un vero e proprio commissariamento politico ed economico del paese”.

E’ chiaro: se si dice che i partiti sono tutti uguali, se si racconta una storia in cui tutti sono ugualmente responsabili del latrocinio del finanziamento pubblico dei partiti, se si racconta che il debito pubblico, da cui in larga parte dipende la miseria dilagante oggi in Italia, è stato generato ed alimentato da tutti i partiti egualitariamente, per un “welfare elettorale”, come se nessuno già allora vi si opponesse, è logico che la gente, il popolo, i giovani, non conoscendo e non potendo ricordare la verità, si rivolge a chi, politicamente, offre soluzioni impropbabili come quella di uscire dalla moneta unica europea.

La gente si convince che non c’è altra strada, che non ci sono altre proposte in campo. E il gioco democratico stesso ne risulta falsato.

La storia, si sa, molto spesso, gli storici la fanno leggendo le pagine delle cronache dell’epoca. Da qualche anno, però, nelle loro fonti consultabili è annoverato anche il mezzo televisivo. Ma se tutti questi media nulla raccontano di queste proposte, per dirla alla Sciascia, non è detto che la memoria di questo Paese avrà futuro.

Oggi, a 35 anni da quelle battaglie condotte in Parlamento, “dopo che tutti i problemi del paese si sono aggravati” il Prof. Marcello Crivellini ha presentato un documento al congresso dei Radicali con cui dimostra che, ancora adesso, si volesse ascoltarli, i Radicali, con le loro analisi, sono in grado di offrire una “nuova proposta radicale per il debito pubblico” che, quanto meno, andrebbe discussa in quelle, sedicenti, trasmissioni di approfondimento che, invece, si limitano ad approfondire e spettacolarizzare le rissosità del Paese.

Ma entriamo nel merito della proposta:

“La corsa dell’Avanzo primario (attualmente circa 40 miliardi di euro) al raggiungimento della somma necessaria a pagare gli interessi sul debito (circa 80 miliardi di euro l’anno) – scrive il Professore Crivellini – somiglia molto al paradosso di Zenone su Achille e la tartaruga: più si cerca di aumentare l’Avanzo primario, maggiore risulta la distanza con l’obiettivo numerico necessario” perché “il problema non è più solo finanziario e numerico ma trae origine dall’ultradecennale ritardo di riforme e di modernità in tutti i principali settori del paese”.

Un cane che si morde la coda. Come uscirne allora?

Coerentemente con l’analisi politica sul debito pubblico i radicali” – scrive ancora Crivellini – propongono una soluzione che preveda due fasi parallele e contestuali. La prima rivolta al deficit di tempo, la seconda ad azzerare il deficit di modernità civile, politico, economico”.

Crivellini scende nel dettagli e spiega come,

“Per realizzare le riforme che il paese ha rinviato da decenni e di cui ha urgente bisogno servono almeno 3 o 4 anni. Dunque” – aggiunge – “questo è il tempo che è necessario guadagnare senza che il debito rischi, con il suo enorme peso, di schiacciare definitivamente il paese. Impedire che il debito cresca ulteriormente per 3/4 anni in valore assoluto significa trovare (non dall’economia corrente e tanto meno dall’aggravamento dell’imposizione fiscale) risorse finanziarie per 120-160 miliardi di euro, cioè 3/4 volte la differenza tra Avanzo primario attuale e azzeramento effettivo del deficit complessivo. Se disponessimo di tale cifra potremmo contare, per 3/4 anni, di un debito stabile in valore assoluto (forse per la prima volta nella storia della Repubblica) e di un deficit uguale a zero, cioè di fattori di grandissima portata e riflessi positivi sui mercati internazionali da cui siamo fortemente dipendenti. Significherebbe anche stroncare la crescita del debito in rapporto al PIL, anzi ottenerne quasi certamente una diminuzione consistente. Ma soprattutto significherebbe guadagnare i 3/4 anni necessari ad attuare (non annunciare) tutte le riforme necessarie, nelle migliori condizioni finanziarie e politiche, interne ed internazionali. Per questo” – spiega scientificamente il professor Crivellini – “le due fasi devono procedere parallelamente e contestualmente: il reperimento di 120-160 miliardi di euro, non dalle risorse correnti, deve essere attuato entro lo stesso tempo necessario ad attuare compiutamente le riforme”.

In questo piano di riforme, spiega ancora Crivellini, la contestualità diventa “essenziale”:

“iIl tempo si paga. Se il tempo per le riforme si allunga, il costo si dilata e gli effetti delle riforme non sarebbero più sufficienti a riempire il gap di modernità, competitività, di risorse economiche e di debito verso gli altri paesi”.

Poi nel documento si analizzano nel dettaglio le singole proposte di riforma. Si individuano le risorse necessarie e le modalità per reperirile senza aumentare le tasse. Non sta certo a noi spiegarle, né valutarne la fattibilità concreta. Andrebbero discusse. Il dibattito, nel Paese, è invece fermo all’articolo 18, una proposta per cui i Radicali fecero già un referendum per abbrogarlo ed estendere, con un welfare universale sul modello scandinavo del ‘welfare to work’, le garanzie a tutti i lavoratori. Allora, la domanda che ci viene da porre è un’altra: queste proposte Radicali non andrebbero quanto meno discusse e condivise con la gente? Non dovrebbero essere conosciute? Non sarebbe anche questa democrazia?

Oppure è meglio continuare a lasciarle all’oblio così come si sta facendo per tutte le proposte che provengono dal partito di Marco Pannella di cui, oggettivamente, si sta compiendo un genocidio politico-culturale non consentendo il diritto dei cittadini a conoscere le loro proposte?

 

Cannabis legale, un colpo alle ‘ndrine

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di Giuseppe Candido

Su Cronache del Garantista il 20/ottobre/2014

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Pubblicato su Cronache del Garantista il 20 ottobre 2014

Tra le pagine calabresi delle Cronache del Garantista qualche giorno addietro leggevo di un’interessante inchiesta curata da Simona Musco sulla marijuana legale e sugli effetti negativi del proibizionismo. Il titolo dell’articolo era molto chiaro: “L’oro verde calabrese. Il proibizionismo ingrassa i clan: perché non cambiare?”. Su analogo argomento, qualche giorno dopo, insisteva pure Davide Varì, chiedendosi se ci fosse, in Calabria, un politico disposto a sposare la battaglia della legalizzazione della marijuana. 

Il Garantista ha lanciato la sua proposta alla politica calabrese: perché non legalizzare la coltivazione di cannabis? Ma in realtà, la proposta di legalizzazione dei consumi di cannabis, è una proposta ultra trentennale dei Radicali e di Marco Pannella. I Radicali, già dagli anni ’70, parlavano di legalizzazione e mai di liberalizzazione, come invece qualche incauto giornalista spesso scrive soprattutto nei titoli, e che è cosa assai diversa. Non è una questione semantica. La droga è già libera di essere acquistata per strada e nelle piazze di tutta Italia oltreché in Calabria. E la ‘ndrangheta festeggia perché ne detiene il monopolio. I ‘duri colpi’ inflitti alle criminalità, non scalfiscono di una virgola i loro introiti. Il fallimento delle politiche proibizioniste è ormai un’evidenza che ha acquistato, negli anni, sempre più numerosi e autorevoli sostenitori, fino ad arrivare, nel 2011, al rapporto della Commissione mondiale per le politiche sulle droghe dell’ONU in cui si parla chiaramente di ‘fallimento’ sia nel ridurre i consumi sia nel ridurre i milionari traffici illegali da cui le criminalità organizzate di tutto il mondo traggono ingenti profitti. Insomma, c’è da prendere atto che “La guerra globale alla droga è fallita,” – scrivono a chiare lettere i commissari – “con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”. E aggiungono che, “Cinquanta anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, e a 40 anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alle droghe del governo americano, sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali”.

Anche il New York Times, più recentemente, partendo proprio dall’evidenza del fallimento delle politiche proibizioniste, a seguito di una decisione della direzione e del board editoriale, ha lanciato una campagna a favore della legalizzazione dei derivati della cannabis.

Oggi, la cannabis ha molteplici usi legali, come ricorda la giornalista del Garantista, sono assai molteplici. Ma voglio soffermarmi su quello terapeutico sul quale, come Radicali, qualche mese fa, abbiamo partecipato con Rita Bernardini ad un convegno organizzato, in Calabria, a Catanzaro. Nonostante in Italia il ricorso alla marijuana per fini terapeutici sia legale dal 2007, e anche se alcune recenti leggi regionali (Toscana, Abruzzo e Puglia) ne hanno l’uso, sono ancora troppe le difficoltà che i pazienti hanno a reperire farmaci a base di cannabis. I dati del Ministero della salute parlano chiaro: nel 2013 sono state rilasciate solo duecento autorizzazioni all’importazione del ‘medicinale’. Ma poiché ogni paziente è tenuto ad importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, il dato di 213 pazienti autorizzati va diviso per quattro e si capisce che solo una sessantina persone sono riuscite a ottenere il farmaco legalmente.

E’ evidente che molti di loro ricorrono al mercato illegale. Ma la cosa davvero esilarante è che, dall’Italia, la cannabis la importiamo dall’Olanda al costo di 15 euro al grammo. E anche se, finalmente, la Camera ha dato il via, approvando un ordine del giorno presentato dai Radicali nel 2008, alla produzione legale presso uno stabilimento militare in Toscana, nella Calabria dove sterminate sono le piantagioni sequestrate alla ‘ndrangheta, nella Calabria baciata dal sole dove, se ti fai una canna e per sbaglio ti cade un seme, l’erba cresce su da sola, in questi tempi di crisi, noi non troviamo un posticino, un cantuccio, per coltivarla legalmente, sotto controllo militare, e venderla ai malati delle Regioni d’Italia?

Lo scorso 17 ottobre a Cernobbio, in occasione della XIV edizione del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione organizzato dalla Coldiretti, persino Roberto Moncalvo, presidente dell’associazione di agricoltori italiani, ha lanciato la sua proposta sulla base dei risultati di un’analisi commissionata all’istituto Ixé per la quale quasi 2 italiani su 3 sono favorevoli alla coltivazione legale per motivi di salute, ma anche “economici e occupazionali”. E’ con queste idee che si sblocca l’Italia, non certo sbloccando le trivelle per nuove ricerche petrolifere in Abruzzo, in Lucania e sullo Ionio calabrese, coi rischi ambientali che inducono.

In Italia, ha ricordato Monclavo, “ci sono 1000 ettari di serre abbandonate per colpa della crisi dell’ortofloricoltura dove sperimentare la coltivazione a scopo terapeutico della cannabis”. Per la Coldiretti – stando a quanto riportato su La Stampa da Maurizio Tropeano, corrispondente da Cernobbio per il quotidiano torinese – questa “potrebbe essere un’opportunità per il Sud” da “valutare attentamente per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera al 100% italiana che unisca l’agricoltura all’industria farmaceutica”. Nelle serre dismesse la coltivazione legale potrebbe essere autorizzata subito facilitando i necessari controlli per prevenire gli abusi. Ma la cosa più importante è che, legalizzando la coltivazione per fini terapeutici, si renderebbe al mercato legale, secondo lo studio presentato da Coldiretti, un giro di affari di circa 1,4 miliardi di euro ogni anno.

Ha più ragioni, quindi, il Garantista che, dalle sue colonne, sostiene che la legalizzazione sarebbe un modo per creare posti di lavoro legale e sottrarre – soprattutto in Calabria – manovalanza a basso costo alla ‘ndrangheta. Purtroppo, una cultura proibizionista ormai radicata vuole che le criminalità organizzate continuino a lucrare e che, anche per i fini terapeutici, la dobbiamo importare dall’Olanda. Su questo tema bisognerebbe che, anche la politica calabrese, aprisse, senza tabù, una seria discussione. Un confronto tra ragioni diverse, diametralmente opposte. Tra chi, come noi Radicali, da anni, siamo favorevoli alla regolamentazione e alla legalizzazione e di chi, invece, sostiene posizioni proibizioniste intransigenti che continuano però ad alimentare le casse della ‘ndrangheta.

Quando qualcuno sostiene che, anche se si legalizzasse la coltivazione, le ‘ndrine venderebbero la cannabis comunque a prezzi più bassi, sarebbe facile rispondere che, non perché ci sono le sigarette di contrabbando (fenomeno assai limitato in alcune città italiane) qualcuno pensa di proibire la vendita legale dei tabacchi e che, nonostante sia più dannoso alla salute l’alcol, nessuno pensa – neanche i proibizionisti più agguerriti – di ritornare agli anni ’30 del proibizionismo americano quando, con la vendita degli alcolici illegali, Hal Capone e le sue bande di gangster si erano ingrassate di dollari.

Non è un caso che pure Roberto Saviano, su l’Espresso di un anno fa, parlava, anche lui, di “evidente fallimento delle politiche proibizioniste” che hanno “alimentato per anni e continuano ad alimentare le casse della camorra”, come della ‘ndrangheta. Diceva di voler poter votare un partito antiproibizionista. Dimenticava, però, o faceva finta di dimenticare, che, in Italia, un partito antiproibizionista, che da anni lotta per legalizzare c’è, eccome: si chiama Partito Radicale, si chiamano Radicali Italiani, che in Calabria son pochi, ma ci sono.

Allora partiamo da qui. Per fugare tentazioni grilline, se Mario Oliverio, il candidato del ‘nuovo’ PD e del centro sinistra alle prossime elezioni regionali, vorrà il sostegno anche dei Radicali e delle loro idee, provi a chiederlo facendo proposte chiare. Partendo da questa della legalizzazione della coltivazione di cannabis per fini terapeutici che, come Radicali, facciamo nostra anche per fini ludici, assieme a quelle già in campo dell’istituzione del garante dei diritti delle persone private della libertà in carceri inumane come quella di Rossano, quella dell’anagrafe pubblica dei siti inquinati e del registro tumori di cui, pure in questa Regione, c’è urgente bisogno.

Marco Pannella e Rita Bernardini, in Calabria, giovedì 4 settembre in visita al carcere di Arghillà

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Dopo il ferragosto continuano le visite dei Radicali nelle carceri e il prossimo 4 settembre Marco Pannella, assieme a Rita Bernardini e una delegazione di radicali andranno in visita, alle ore 11.30, al nuovo Carcere di Arghillà di Reggio Calabria; con loro anche l’On. Bruno Censore (PD) e Antonino Castorina (Responsabile Nazionale “LEgalità’” Giovani del PD).
Alle ore 14, all’uscita, conferenza stampa su visita carcere. Nel pomeriggio, poi, alle ore 17.00, Pannella, Rita Bernardini saranno a Serra San Bruno (VV) per la presentazione del libro “Viaggio nelle carceri” di Davide La Cara e Antonino Castorina e, infine, concluderanno la giornata alle ore 20.00, a Cariati (CS) per la Festa Provinciale dell’Unità.

Federico e Candido (Radicali): “Chi consuma l’ambiente paghi. Meno tasse a lavoro e imprese!”. Sabato 19 luglio conferenza stampa

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Anche in Calabria, sabato 19 luglio 2014 sarà presentata la campagna #MenoInquinoMenoPago di Radicali Italiani e Legambiente presso la Sala Concerti del Comune di Catanzaro e, in anteprima nazionale, sarà illustrata la relativa petizione parlamentare contenente una proposta di legge.

“Meno inquino, meno pago” – come abbiamo già detto in altri articoli – è il nome della campagna di Radicali Italiani e Legambiente che sarà presentata sabato 19 luglio alle ore 11.00, con una conferenza stampa presso la Sala Concerti del Comune di Catanzaro in via Iannoni. Alla conferenza stampa saranno presenti Valerio Federico, tesoriere nazionale di Radicali Italiani, Andrea Dominijanni, vice presidente Legambiente Calabria, Michele Governatori e Alessandro Massari, membri della direzione nazionale di Radicali Italiani, Giuseppe Candido, segretario associazione di volontariato culturale Non Mollare, militante del Partito Radicale e Antonio Giglio, consigliere comunale di Catanzaro del Partito Socialista Europeo e iscritto, con doppia tessera, al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transparito.

Il principio secondo il quale “chi inquina paga” è stato introdotto quarant’anni fa dall’OCSE, fatto proprio dal trattato costitutivo della Comunità Europea e presente nel protocollo di Kyoto, ma in Italia non viene rispettato. I Radicali e Legambiente propongono una riforma fiscale ecologica al fine non solo di tutelare l’ambiente ma anche per ridurre le tasse su redditi da lavoro e d’impresa.

Renzi e il PD al 40,8% alle europee per Pannella non sono una sorpresa

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Tutti sanno che la televisione è in grado di influenzare i consensi elettorali. Ma pochi sanno che c’è una corrispondenza biunivoca diretta tra “quanto” vai in televisione e quanti voti prendi poi alle elezioni. Se a una forza politica viene impedito di andare in televisione, di fatto la si uccide. La si cancella completamente dalla scena politica

PannellaTurcoBettoBeltrandi
Un momento durante la conferenza stampa del 6 luglio 2014

Durante la conferenza Stampa tenuta da Marco Pannella e Gianni Betto, (erano presenti anche Maurizio Turco e Marco Beltrandi) tenuta dalla sede del Partito Radicale in via di Torre Argentina a Roma, sono stati resi pubblici i dati sul sistema radiotelevisivo in Italia elaborati da Centro d’Ascolto e relativi alle trasmissioni Rai.

Ecco il dossier dei Radicali curato da Gianni Betto, direttore del Centro d’Ascolto dell’informazione radio televisiva.

I Radicali in TV e la prova dell’anti democrazia italiota

Nella classifica per ascolti degli ultimi 12 mesi nelle trasmissioni RAI Pannella è al 349 posto (su 529 presenze).

Pannella mai presente negli ultimi 12 mesi nelle seguenti trasmissioni RAI:

Porta a porta; Domenica In l’Arena; Unomattina estate; Unomattina; Virus ilcontagio delle idee; La vita in diretta; 2next Economia; Agorà; Ballarò; Report; In 1/2 ora; Tg; Linea notte; Telecamere; Che tempo che fa.

 

Nell’ultimo anno, fino alle elezioni europee, i cittadini hanno potuto conoscere iniziative e proposte dei Radicali per lo 0,5% degli ascolti consentiti ai cittadini dai Telegiornali delle reti RAI.

Su oltre 40miliardi di ascolti, quelli consentiti ai Radicali sono stati 217milioni in 37minuti su quasi 80 ore complessive di interviste a esponenti politici e istituzionali.

Ascolti televisivi e risultato elettorale Europee 2014

Nelle analisi degli ascolti consentiti ai cittadini attraverso telegiornali e trasmissioni delle reti del servizio pubblico negli ultimi 2 mesi prima delle elezioni Europee abbiamo sempre riscontrato come i cittadini per il 70% degli ascolti hanno potuto conoscere 5 componenti politico istituzionali.

Precisamente: PD,membri di Governo, M5S, Forza Italia e Premier Renzi.

Abbiamo anche detto che la libertà che il cittadino italiano ha di esprimere il proprio voto è solo teorica dal momento che il voto dei cittadini è direttamente proporzionale alla possibilità di informarsi, conoscere, approfondire, giudicare e quindi esprimere il proprio consenso.

Partito PD % ascolti 41,1 Risultato elettorale 40,8

Partito M5S % ascolti 14,6 Risultato elettorale 21,1

Partito FI % ascolti 13,4 Risultato elettorale 16,8

Partito Lega % ascolti 4 Risultato elettorale 6,2

Partito NCD % ascolti 3,6 Risultato elettorale 4,4

Partito TSIPRAS % ascolti 4 Risultato elettorale 4

Riepilogo classifica ascolti consentiti Renzi, Berlusconi e Grillo

Da Ottobre 2012 a febbraio 2013

Berlusconi 2° posto per ascolti consentiti, Grillo 9°, Renzi 13°

Dalle primarie PD a Renzi premier

Berlusconi 2° posto per ascolti consentiti, Grillo 5°, Renzi 6°

Dal premier Renzi alle Euroee 2014

Renzi 1°, Belusconi 2°, Grillo 3°

Matteo Renzi

I primi interventi in voce e citazioni di Matteo Renzi nei Tg Rai sono dell’ottobre 2012, quando, da sindaco di Firenze ha inizio la campagna “rottamatori”.

Dai primi interventi fino alle elezioni politiche del febbraio 2013, in circa 4 mesi, Renzi diviene il secondo esponente politico del PD per ascolti consentiti preceduto solo dal segretario Pierluigi Bersani e al 13° posto per ascolti consentiti ai cittadini nei Tg Rai con 509milioni di ascolti, pari all’1,7% del totale degli ascolti dei soggetti politici e istituzionali in 167 interventi o citazioni.

Le primarie

Nel periodo che va dalle elezioni 2013 (febbraio 2013) alle primarie (dicembre 2013), Matteo Renzi è al sesto posto nella classifica degli ascolti degli esponenti politici istituzionali e primo tra gli esponenti del PD per ascolti consentiti ai cittadini. 804 interventi o citazioni per un totale di 2,4miliardi di ascolti, pari al 3% degli ascolti totali.

Dalle primarie a Premier

Nei 70 giorni dopo le primarie fino all’incarico di Governo, Matteo Renzi è l’esponente politico istituzionale più presente nei telegiornali delle reti RAI. 1miliardo di ascolti, pari al 5,4% del totale in 337 interventi in voce o citazioni, 12% del tempo totale degli interventi politici e istituzionali.

Le europee 2014

Nei mesi successivi, fino alle elezioni Europee, sale ancora la percentuale di ascolti consentiti ai cittadini per Matteo Renzi, ora Presidente del Consiglio. 6% di ascolti consentiti per 1,4miliardi di ascolti, prima posizione nella classifica in 478 interventi o citazioni. 21% del tempo tra gli esponenti politici e istituzionali nei Tg RAI.

Beppe Grillo

I primi interventi e citazioni di Beppe Grillo nei Tg Rai risalgono alla fine di settembre 2012.

Dalle prime apparizioni televisive fino alle elezioni del febbraio 2013, in 4 mesi, i cittadini italiani hanno potuto conoscere Beppe Grillo in voce attraverso gli stralci (scelti dalle redazioni) dei suoi interventi in comizi e manifestazioni o attraverso citazioni, tanto da risultare, da zero, in quattro mesi, al 9° posto nella classifica per ascolti consentiti ai cittadini degli esponenti politici e istituzionali.

In particolare, in 4 mesi, i cittadini hanno potuto conoscere idee e proposte di Beppe Grillo attraverso 248 interventi in voce o citazioni, con ascolti totali pari a 780milioni corrispondenti al 2,6% del totale.

Seguendo la stessa tempistica dettata dai media rispetto alle primarie PD, nel periodo che va dalle elezioni politiche alle primarie stesse Beppe Grillo risulta al terzo posto nella classifica per ascolti consentiti con 871 interventi in voce o citazioni, per un totale di 2,7miliardi di ascolti pari al 3,5% del totale. Sopra di lui soltanto il premier e Silvio Berlusconi.

Nei 70 giorni che vanno dalle primarie del PD all’incarico di Governo di Matteo Renzi, Beppe Grillo nei telegiornali RAI è al 5° posto per ascolti consentiti ai cittadini con 628milioni di ascolti pari al 3,2% del totale, attraverso 191 interventi in voce o citazioni.

Nel periodo che va dall’inizio del Governo Renzi alle elezioni Europee, gli ascolti consentiti ai cittadini di Beppe Grillo sono saliti a 940milioni pari al 4% del totale in 300 interventi, ponendolo al 3° posto nella classifica per ascolti, dopo Renzi e Berlusconi.

Di seguito il link alla conferenza stampa del 6 luglio.

http://www.radioradicale.it/scheda/415847

 

Siria: immagini scioccanti provano l’utilizzo di armi chimiche come in una linea di produzione

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A cura di Giuseppe Candido

Vi ricordate la crisi in Siria e l’utilizzo delle armi chimiche.

Beh, le evidenze non lasciano dubbi. Pochi sanno che tra le Organizzazioni non governative riconosciute con carattere consuntivo al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York c’è proprio il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e il Senatore Marco Perduca ne è in quella sede il rappresentante ufficiale.

Ieri, 17 giugno 2014, all’ONU si è parlato di Siria

E dell’evidenze emerse sull’uso di armi chimiche anche sui minori. Venivano mostrate ai rappresentanti del pianeta le nefandezze compiute dal governo siriano con le sua armi chimiche. Manco a dirlo, Marco Perduca era lì e con il suo telefonino ha fatto e subito pubblicato alcune foto a dir poco agghiaccianti.

Immagini relative all'uso di armi chimiche in Siria. Foto: Marco Perduca
Immagini relative all’uso di armi chimiche in Siria             Foto: Marco Perduca

Le immagini che Marco Perduca pubblica sul suo blog hanno una sola didascalia: Immagini forti sulla Siria. Ma in realtà sono immagini letteralmente scioccanti che mostrano persone, a volte bambini, uccisi; uccisioni tutte che mostrano gravi mutilazioni operate mediante l’utilizzo di materiali chimici pericolosi e sconosciuti. Alcune foto sono titolate e spiegano ciò che è mostrato ai rappresentanti del Pianeta. Eruzioni cutanee e componenti appiccicose presenti su alcuni corpi, indicano l’uso di materiali strani durante la mutilazione.

La produzione di Morte:

Nelle foto si legge che il modo in cui i corpi sono stati accumulati per le strade, indica che il processo di uccisioni sembrava una linea di produzione. Ci sono bambini di età inferiore ai 18 anni, lasciati morire di fame e i cui corpi appaiono straziati.

Rifiuti e veleni in Calabria, Candido (#Radicali): Europa ci condanna per quella che è diventata vera peste ecologica

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rifiuti a botricello
Calabria, rifiuti davanti una scuola (febbraio 2014)
Lo scorso 3 giugno la Commissione Europea ha chiesto alla Corte di Giustizia di condannare l’Italia a versare somme stratosferiche per le infrazioni riguardanti le discariche abusive di rifiuti pericolosi. La denuncia riguarda oltre 200 discariche abusive disseminate in tutte le regioni italiane che reiteratamente violano le direttive europee a salvaguardia della vita e della salute dei cittadini e tra cui, ovviamente, c’é la Calabria.

Dopo una legislatura regionale iniziata male con gli arresti per voto di scambio di consiglieri regionali e finita anche peggio tra rimborsopoli e dimissioni anticipate per la condanna in primo grado di Scopelliti, e dopo che lo scorso mese di febbraio le città della Calabria sono state letteralmente sommerse dai rifiuti per la chiusura della discarica di Pianopoli, unica ancora attiva per poco nella regione, la partitocrazia calabrese sembra non curarsene e – dopo aver modificato unilateralmente la legge elettorale a pochi mesi dal voto introducendo tra l’altro uno sbarramento al 15% – si prepara adesso per la corsa alla riconquista delle poltrone in Consiglio regionale, quasi come se il fallimento di tutto il sistema non fosse dipeso da loro.

SIN CROTONE
I SIN di Crotone. Dismesso dalle imprese nel 92, le bonifiche per i siti inquinati di Crotone si attendono dal 2001 (sic!)

Dopo oltre 17 ani di emergenza rifiuti che – come ha sottolineato lo stesso assessore Pugliano – “hanno fatto comodo a tutti” per spendere senza controlli enormi capitali, ma senza risolvere i problemi e dopo quattro anni e mezzo di amministrazione Scopelliti che hanno addirittura aggravato la situazione, la Calabria è oggi una regione martoriata dalle discariche abusive, da quelle non a norma che continuano a rilasciare percolato, da depuratori mal funzionanti spesso “fatti solo per fare progetti” e da siti inquinati d’interesse nazionale (SIN) come quello di Crotone che non interessano più a nessuno e dove la gente continua a morire per i veleni industriali e politici disseminati nei suoli e nelle acque. Le bonifiche sono rimaste un miraggio.

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La peste ecologica e il caso Calabria. Rischio sismico, idrogeologico e ambientale. Il volume è in corso di pubblicazione.

Una vera e propria “peste ecologica” alimentata dal virus partitocratico che, come Radicali, stiamo minuziosamente documentando in un libro dossier: continue e decennali violazioni del diritto italiano e comunitario che espongono i cittadini a rischi enormi per la salute, come dimostrano le vicende crotonesi.

Come per le carceri inumane e degradanti per le quali il governo cerca ora di graduare la tortura in corso, e come pure per l’irragionevole durata dei processi per la quale l’Italia è pure condannata da oltre trentanni, la mancanza di legalità e la deroga continua della norma, perpetuata con il mantenimento dell’emergenza, anche per i veleni e per i rifiuti disseminati sui territori si assiste a comportamenti pubblici, non solo dello Stato, irresponsabili che mettono a rischio fondamentali diritti umani.

Anche per la Calabria, come per l’Ilva di Taranto e come per la Lucania avvelenata, il problema – come troppo spesso in solitudine ricorda Marco Pannella – è che in uno Paese come l’Italia, dove le regole democratiche sono ormai diventate carta straccia, queste denunce rischiano di restare nel silenzio “se – attraverso il ricorso alle giurisdizioni italiane e internazionali che Partito Radicale e Radicali italiani stanno organizzando in modo massiccio – “i responsabili dello sfascio continuano a rimanere sconosciuti oltre che impuniti, facendo pagare il conto ai cittadini e abitanti del territorio, sin d’ora ipotecando la vita e la sopravvivenza stessa delle future generazioni degli esseri viventi”. In fondo, anche questa è una questione di diritti umani.

#Carceri, Bernardini (#Radicali): comitato dei Ministri del consiglio d’Europa proroga tortura

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Il Governo sta per quantificarne il prezzo
Fa inorridire il giudizio del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa: “significativi risultati”, quasi si possa stabilire una gradazione della tortura, dei trattamenti inumani e degradanti. Hanno accettato “il gioco dei tre metri” dei “treccartari” italiani, in primis il Presidente del Consiglio Matteo Renzi del quale abbiamo chiesto le dimissioni; tre metri quadri a disposizione di ogni detenuto, calcolati chissà come e ottenuti violando altri diritti umani come la deportazione di migliaia di reclusi in istituti lontani centinaia di chilometri dalla propria famiglia.

Secondo la Corte Costituzionale italiana devono OBBLIGATORIAMENTE cessare gli effetti normativi lesivi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: per questo avrebbero dovuto adoperarsi i poteri dello Stato. Sono cessate queste violazioni? Noi siamo convinti di no, e lo abbiamo documentato con il dossier che abbiamo inviato proprio al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Condizioni igieniche disastrose, mancanza di cure anche per malati con patologie gravissime, attività trattamentali di lavoro e studio praticamente inesistenti, sofferenze indicibili per i tossicodipendenti e per coloro che essendo troppo lontani non possono più vedere figli, coniugi o genitori: gli atti di autolesionismo, le morti e i suicidi sono l’indice di questo sconforto che spesso arriva alla disperazione.

Il Governo sta per varare un decreto legge “in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell’articolo 3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle liberta’ fondamentali”: vedremo quale sarà il “prezzo della tortura” e della vergogna dell’Italia.

Come Radicali, proseguiamo la nostra lotta per l’amnistia e l’indulto subito! forti dell’attualissima sentenza Torreggiani della Corte EDU e del Messaggio del Presidente Napolitano: ci vuol pure qualcuno che, come Marco Pannella, sappia scorgere e denunciare con forza i segni del degrado democratico che porta con sé i crimini che si credevano debellati già nel secolo scorso.