Aiutiamo lo Stato a rispettare la sua legge

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Il Presidente Giorgio Napolitano
Leggi il messaggio inviato alle Camere dal Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano

Dalla mezzanotte del 10 febbraio Marco Pannella è di nuovo in sciopero della fame (per ora, solo della fame, ma è pronto ad aggravare anche con lo sciopero totale di fame e sete) affinché lo Stato italiano, uno Stato in cui – per Pannella – “il crimine è diventato parte fisiologica e non più solo patologica del regime che vige nel nostro Paese”, rispetti gli obblighi enunciati dal Presidente emerito Giorgio Napolitano nel suo messaggio inviato, secondo l’articolo 87 della Costituzione, alle Camere l’8 ottobre 2013 e perché anche il Presidente Mattarella possa operare nella stessa direzione e, come dice Pannella, con lo stesso “animo sturziano”. Quando annuncia l’inizio del suo ennesimo sciopero della fame dalla rubrica radio carcere di Radio Radicale, Pannella è indiavolato. Quelli cui assistiamo in televisione sulla corruzione e sulla giustizia, per lui, sono dibattiti tra soci. Soci nello spartirsi il bottino. Nel 2007, spiega agli ascoltatori, Rita Bernardini aveva già previsto tutto quello che oggi emerge dall’inchiesta “mafia Capitale”. D’altronde la criminalità organizzata deve reinvestire i profitti illeciti e lo fa dove c’è più convenienza: a Milano, a Roma. 

Carlo Nordio, ricorda Rita Bernardini, il Procuratore della Repubblica di Venezia che si è occupato delle indagini sul Mose, ha spiegato chiarissimamente che per combattere la corruzione non servono nuove leggi, non serve aumentare le pene e allungare i termini di prescrizione, ma che è sufficiente applicare le leggi che già esistono e rendere la giustizia più celere in modo che i processi si celebrino in pochi mesi anziché in molti anni. 

Come ha spiegato altrettanto chiarissimamente il primo Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario lo scorso 14 febbraio, se anche per ipotesi non si aggiungessero ulteriori nuove cause, per evadere l’arretrato giudiziario penale ci vorrebbero tre anni e mezzo per la sola Cassazione, altri due anni per i giudizi pendenti in appello e oltre una anno per quelli in primo grado. Dopo 40-50 anni di partitocrazia, per Marco Pannella, c’è una caratteristica da tenere presente: la corruzione che oggi dilaga è corruzione della carne di uno Stato in cui non è possibile parlare della realtà della giustizia italiana e in cui, come si muove una procura della Repubblica sono a decine i politici ad esser scoperti, fermati, arrestati.

Il paradosso di uno Stato che condanna i suoi cittadini perché disobbedienti alle leggi e, lui stesso, si rende criminale nel non rispettare le sue stesse leggi emerge evidente dal confronto delle parole del Ministro della Giustizia Orlando con quelle del Primo Presidente della Corte di Cassazione pronunciate durante i rispettivi discorsi tenuti in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Se per il Ministro Orlando, gli effetti dei provvedimenti legislativi adottati (dal Governo, ndr) sono desumibili, in primo luogo, dalla rilevante diminuzione del numero dei detenuti presenti in carcere, contemporaneamente sono aumentate le misure alternative alla detenzione sino ad arrivare, al 31 dicembre 2014, a 31.962. Dico questo – aggiunge Orlando – per rispondere con i numeri a chi ha più volte parlato di un indulto mascherato. Questi numeri ci dicono altro: non abbiamo rinunciato alla sanzione penale. Abbiamo semplicemente applicato una diversa sanzione”, per il Primo Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, le cose stanno assai diversamente.

Nello stesso giorno e nello stesso contesto in cui Orlando da’ i numeri e dice quello che dice, il Presidente Santacroce gli ricorda che “le carceri sono la carta d’identità dello Stato costituzionale e dello Stato di diritto”. E che, “se è legittimo e costituzionale togliere a un uomo la libertà, non è legittimo ed è incostituzionale togliergli la dignità”.

Bisogna ringraziare Riccardo Arena che, da Radio Radicale, fa ascoltare le parole del Presidente Santacroce pronunciate subito dopo quelle del Ministro Orlando. Su queste contraddizioni si dovrebbe, quantomeno, aprire un dibattito. Invece niente. Zero assoluto. Perché il primo Presidente della Cassazione, senza mezzi termini, ha spiegato al Governo che, se da un lato “le misure finora prese vanno senz’altro nella direzione giusta” queste, ha aggiunto, “non sono risolutive”. Perché “anche se il numero dei detenuti tende a diminuire, l’emergenza determinata dal sovraffollamento, suicidi e tensioni nelle strutture carcerarie non è ancora rientrata e non può protrarsi ulteriormente, come ha ammonito la Corte Costituzionale. Bisogna ripensare – ha aggiunto Santacroce – il tema del carcere e dell’intero sistema sanzonatorio penale, assicurando il rispetto della dignità della persona nella fase di esecuzione della pena”. Perché, ha concluso, “siamo ancora lontani dall’aver realizzato un sistema nel quale la sanzione penale costituisca la estrema ratio di protezione giuridica e, all’interno del sistema penale, il carcere costituisca l’estrema ratio di sanzione da impiegare soltanto quando non siano utilizzabili misure diverse e meno afflittive”.

A sentire queste discrepanze tra un ministro della Giustizia che dice che l’emergenza è superata e un presidente della Cassazione che invece spiega chiarissimamente che l’emergenza perdura, in un Paese che fosse un minimo civile si dovrebbe aprire un dibattito serio in quelle sedicenti trasmissioni di approfondimento, invece niente. Per poter cogliere tali discrepanze e tali contraddizioni, c’è bisogno di accendere Radio Radicale e ascoltare il lavoro meticoloso fatto da Riccardo Arena nel selezionare i relativi passaggi dei due discorsi. 

Tralasciando l’aspetto dell’informazione che tragicamente è assente in questo Paese, c’è da notare che in base a quanto detto anche dal Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, quel messaggio costituzionale dell’ormai emerito Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inviato alle Camere l’8 ottobre del 2013, che è stato trattato dal Parlamento in modo non costituzionalmente adeguato perché non è stato neanche discusso, rimane ancora straordinariamente e drammaticamente attuale tant’è che i Radicali, guidati da Rita Bernardini, lo hanno posto al centro della loro azione politica durante l’ultimo comitato nazionale.