#LaBuonaScuola: #Renzi fa il furbo ma l’Europa ci condanna

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di Giuseppe Candido (*)
(Pubblicato su Cronache del Garantista del 27/11/2014)

Neanche due settimane dopo il termine per le ‘consultazioni’ vulute dal governo Renzi e dal Ministro dell’Istruzione e della Ricerca sulla riforma della scuola, proposta solo online (quasi a ricerca del consenso delle masse) con l’ormai famoso documento titolato “La buona Scuola”, come un macigno, arriva la sentenza della Corte di Giustizia europea che, con pronuncia di ieri, 26 novembre, ha condannto l’Ialia, ormai letteralmente pluri pregiudicata, anche per la violazione della Direttiva 1999/70/CE giudicando illegittima, da parte della Ministero dell’Istruzione, la reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi per i docenti, ritenuto un ‘comparto speciale’.

In pratica, la Corte di Giustizia ha stabilito che:

La clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura nell’allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, quale quella di cui trattasi nei procedimenti principali, che autorizzi, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo qualsiasi possibilità, per tali docenti e detto personale, di ottenere il risarcimento del danno eventualmente subito a causa di un siffatto rinnovo”.

Una sentenza che, di fatto, come sottolinea il coordinatore nazionale Rino Di Meglio nel comunicato odierno, rappresenta una vittoria della Gilda Insegnanti e della Federazione Gilda-Unams che dal 2007 ha intrapreso la via dei ricorsi giudiziari contro la precarizzazione del rapporto di migliaia di docenti che, ogni anno, vengono licenziati ad agosto e riassunti a settembre.
Ciò che succederà è che oltre 200mila precari, non solo i 150mila che voleva assumere il Governo, potranno chiedere l’immediata stabilizzazione del rapporto di lavoro, risarcimenti per oltre un miliardo di euro, e gli scatti di anzianità che avrebbero maturato, se fossero stati assunti, tra il 2002 e il 2012, dopo il primo biennio di servizio.
Spiegato quindi il motivo per il quale il Presidente del Consiglio Renzi, nella sua proposta di riforma della scuola, ‘spacciandola’ come “un investimento di tutto il Paese su se stesso”, come una sua idea, ma in realtà temendo proprio questa sentenza richiesta dai ricorrenti, anche attraverso l’intervento della Federazione Gilda-Unams e la Federazione dei Lavoratori della Cultura della CGIL, ha deciso di assumere i 150mila precari. Per evitare la sentenza. E il paradosso è che, per evitare le migliaia di ricorsi, Renzi spera ancora che il conto lo paghino gli stessi docenti, sia quelli di ruolo sia quelli che dovrà assumere per rispettare – finalmente – la normativa comunitaria, cui prevede di bloccare gli scatti stipendiali fino al 2018.
In tutto ciò – per quanto si legge nelle motivazioni della sentenza che condanna lo Stato italiano per illegittima proroga dei contratti a termine – dal computo sono fuori dal piano del governo altri 100mila prof abilitati ma non attualmente inclusi nelle graduatorie e circa 20mila unità del personale ATA chiamate, con supplenza, annualmente e che potranno ricorrere – pure loro – al giudice del lavoro. Ma anche chi è stato assunto potrà portare lo Stato italiano in tribunale per aver violato sistematicamente le riforme comunitarie. Ecco perché la proposta del governo per la Buona Scuola è, in realtà, una pessima trovata buona a far pagare la bolletta delle multe agli stessi prof che hanno prodotto il ricorso!

(*) docente di scienze matematiche e dirigente provinciale della Gilda Insegnanti – Fed. Gilda-Unams di Catanzaro

Precari della #scuola: giustizia europea condanna Italia per abuso dei contratti a tempo determinato

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di Edda Squillaci (*)

Finalmente giustizia per i precari storici del mondo della scuola. La Corte Europea ha letto la sentenza sull’abuso dei contratti a termine senza una previsione certa per l’assunzione in ruolo.
La conseguenza più immediata della sentenza appena emanata dalla Corte Europea a Lussemburgo è che adesso 250mila precari possono chiedere la stabilizzazione e risarcimenti per due miliardi di euro, oltre agli scatti di anzianità maturati tra il 2002 e il 2012 dopo il primo biennio di servizio e le mensilità estive su posto vacante.
Una battaglia durata più di tre anni, che ha incontrato gli ostacoli e le reticenze di molti giudici nazionali, anche a causa di una normativa controversa e penalizzante.

Tuttavia, con la perseveranza e la costanza che caratterizza il nostro Studio, abbiamo portato la questione sin dinnanzi alle magistrature superiori, eccependo innanzi ai Giudici del Lavoro territorialmente competenti la doppia pregiudiziale –nazionale e comunitaria- per la violazione della direttiva comunitaria 1999/70/Ce attuativa dell’accordo quadro sul tempo determinato del 28/06/1999, recepito attraverso il decreto legislativo 368/2001. In particolare, è stato dedotto circa l’abusiva successione nel tempo dei contratti stipulati in totale spregio delle disposizioni di cui all’art 5 del D.Lgs 368/2001, con particolare riferimento all’intervenuto superamento dei 36 mesi, individuati dal comma 4 bis dell’art cit. quale termine oltre il quale il rapporto deve, a tutti gli effetti, considerarsi a tempo indeterminato.
Su un centinaio di contenziosi individuali, promossi sia da docenti che da personale Ata iscritti alla Gilda di Catanzaro (segretario prof. Nino Tindiglia) ed incardinati su tutto il territorio calabrese, la questione è stata ritenuta non manifestamente infondata dal G.L. di Lamezia Terme dott. Antonio Tizzano, il quale, con due ordinanze, ha rimesso le q.l.c. sollevate da C.D. e Z. G. innanzi alla Corte Costituzionale.
Anche la Consulta ha ritenuto fondate le questioni sollevate ed, a tal fine, ha rimesso gli atti dinnanzi la Corte di Giustizia dell’ Unione Europea, competente per materia.
I giudici comunitari hanno spiegato che la direttiva comunitaria osta a una normativa nazionale che autorizza, in attesa dell’assunzione del personale di ruolo, il rinnovo dei posti vacanti e disponibili, senza indicare tempi certi ed escludendo possibilità di ottenere il risarcimento del danno. Pertanto, ha spiegato la Corte, non esistono criteri oggettivi e trasparenti per la mancata assunzione del personale con oltre 36 mesi di servizio, né si prevede altra misura diretta a impedire il ricorso abusivo al rinnovo dei contratti.
Già il Procuratore Generale della Corte, con parere del 18.07.14, notificato all’avv. Edda Squillaci in data 01.08.14, aveva manifestato la condivisione delle questioni sollevate a favore del personale precario della scuola.
A questo punto occorrerà dare esecuzione alla decisione della Corte di Giustizia dell’UE, chiedendo al giudice nazionale la disapplicazione della normativa interna contrastante con la direttiva n. 1999/70/CE.

Avv. Edda Squillaci del Foro di Reggio Calabria, difensore dei lavoratori C.D. e Z.G., iscritti al sindacato Gilda di Catanzaro, con l’ausilio degli avv.ti domiciliatari Alfredo Villella (Lamezia Terme) e Rossella Barillari (Catanzaro).

(*) Edda Squillaci è avvocato Patrocinante in Cassazione

Lotte @Radicali: XX anniversario di “Non c’è Pace Senza Giustizia: sfide e opportunità per la Corte Penale Internazionale

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Risultati della Conferenza “XX anniversario di Non c’è Pace Senza Giustizia: sfide e opportunità per la Corte Penale Internazionale”
Sabrina Gasparrini

@Sabrins

Pubblichiamo dalla Newsletter n45 di Radicalparty.org

Due punti di ordine generale e tre specifiche raccomandazioni sono emerse dalla Conferenza dello scorso 13 novembre al Senato, cui hanno partecipato rappresentanti degli Stati, della Corte Penale Internazionale, magistrati, avvocati, esperti, parlamentari.

I due punti cruciali con riferimento alla complementarietà e alla cooperazione sono: A) questi due principi cardine devono essere considerati congiuntamente, poiché spesso sono le due facce di una stessa medaglia. Questo è importante specie quando si tratta di traslare lo Statuto di Roma nell’ordinamento interno e di eseguire il lavoro attinente alla giustizia penale internazionale e alla CPI. B) La sensibilizzazione da parte della CPI dei vari attori rilevanti è fondamentale per far funzionare la complementarietà e la cooperazione. Il coinvolgimento delle persone su tali tematiche è importante per promuoverne la comprensione e quindi rafforzarne l’impegno.

In particolare, la Conferenza ha formulato le seguenti raccomandazioni: 1) incoraggiare maggior sostegno per la CPI da parte del Consiglio di Sicurezza delle NU, soprattutto rispetto ai casi ad essa deferiti (attuali o futuri che siano); 2) incoraggiare meccanismi nei rapporti tra Stati, e tra Stati Assemblea degli Stati Parte, per supportare i Paesi nell’adempiere all’obbligo di cooperare con la CPI, che sia in quanto Stati Parte o con riferimento ai casi deferiti dal Consiglio di Sicurezza delle NU; 3) incoraggiare il supporto da parte di vari attori – inclusa la CPI, i governi, la società civile – agli Stati per adempiere all’obbligo di investigare e perseguire i crimini a livello nazionale.

Il debito pubblico, le proposte @Radicali e l’informazione che non c’é

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Che il debito pubblico abbia costi elevatissimi, anche in termini sociali, l’han capito anche i più piccoli. Aggiungo che la lotta alla povertà e alla miseria che ne discendono dai tagli alla spesa sono, almeno per chi scrive, il problema centrale di un Paese, sempre più paese ‘canaglia’ non solo perché incapace di assolvere ai suoi compiti essenziali e di rispettare le sue stesse leggi.

Sul Corriere della Sera dello scorso 5 settembre, Sergio Bocconi* ha ripercorso la ‘storia’ del debito pubblico italiano, dall’Unità ad oggi, e lo ha fatto con un articolo (ri)titolato dal Foglio di Giuliano Ferrara del Lunedì: “Dal 1861 il debito pubblico cresce con noi”. L’occhiello che poi incatena alla lettura è altrettanto esplicito: “Con Sella il bilancio era in pareggio. Adesso siamo saliti al 134% del Pil. Ecco come”.

Dopo aver ricordato le parole del ministro delle Finanze Pietro Bastogi rivolte alla Camera nell’aprile del 1861: “Perché l’Italia meriti il credito di tutta l’Europa deve cominciare a rispettare i debiti contratti …”, il giornalista, nel suo minuzioso commento, nota come Quintino Sella, già nel 1875, era riuscito a ripianare il debito dello neo Stato italiano riportando un sostenziale pareggio tra entrate e uscite. E il Bocconi nota pure come, fino al 1975, pur avendo compiuto un balzo in avanti raggiungendo un debito pari al 56% del proprio Pil, l’Italia rimane sostanzialmente “virtuosa”: “Nel 1970 la situazione di finanza pubblica – scrive Bocconi – è normale: la spesa è pari al 33% del Pil e il debito è al 37%”.

Dieci anni di governi (Rumor, Colombo, Andreotti, Moro, Cossiga e Forlani) democristiani e di quello che, a ragione, il giornalista definisce un “welfare elettorale ad alta inflazione”, “conducono, nel 1980, a una spesa del 40,8% del Pil”, ma siccome le entrate da gettito fiscale crescono della metà, il risultato è che “il debito arriva al 56% rispetto al Pil” e “il peso degli interessi passa dall’1,3% al 4,4%, i prezzi aumentano del 21,2% l’anno e i tassi reali sono negativi del 5,8%”.

Il debito pubblico italiano. Fonte: soldionline.it

Poi il giornalista ricorda che, dal 1980, iniziano anche quello che definisce “gli anni del craxismo” che spingono la spesa pubblica “ad impennarsi ulteriormente” sino “al 50% del Pil”.

Nell’articolo, a questo punto, si fa notare che questi ‘anni del craxismo’:

Sono però anche anni caratterizzati da un’inversione di tendenza nelle politiche monetarie internazionali che si inaspriscono a partire dall’America reganiana. Nell’85 in Italia, (nonostante il buon andamento dell’economia) il debito sul Pil «vola» all’80,5% ed è importante osservare – sottolinea Sergio Bocconi – che se il totale della spesa pubblica cresce di cinque punti di interesse raddoppiando all’8,4% del Pil con tassi reali che adesso favoriscono i sottoscrittori dei titoli di Stato perché sono positivi e pari al 4,5%. Il macigno pesa. Il trend prosegue negli anni successivi – si spiega nell’articolo – e il debito che nel ’90 è al 94% nel 1992 supera la soglia del 100%: siamo al 105%. Cambiano i governi, da Andreotti ad Amato e Ciampi, scatta l’adesione al trattato di Maastricht (che enetra in vigore nel novembre del 1993) e cadono anche i tassi e il loro peso relativo sulla spesa e Pil. Nel ’92-’93 – prosegue ancora il giornalista – cominciano anche le privatizzazioni che vedono Romano Prodi prima alla guida dell’Iri e poi nel ’96 all’esecutivo. Le cessioni di banche e aziende di Stato con lo smantellamento delle partecipazioni statali «fruttano» complessivamente 127-130 miliardi. Grazie dunque al combinato disposto di aumento delle entrate, riduzione delle spese,ritorno all’avanzo primario e un forte calo del peso degli interessi (che passano dal 10,1% nel ’95 al 3,2% nel Duemila) il rapporto fra debito e Prodotto interno lordo scende al 121% del ’94 al 108 del 2001. Per toccare il minimo nel 2007 al 103,3% quando al governo c’é di nuovo Prodi.

Ebbene: come e perché in meno di dieci anni si toorna al 134%? L’avanzo primario – conclude Bocconi – è pari in media al 2%, la spesa, al netto delle cessioni pubbliche, resta intorno al 50% del Pil e anche le entrate non registrano rilevanti variazioni. Ma mentre il Pil cresce zero in termini nominali e ha segno meno in termini reali, gli interessi rappresentano in media sempre il 5% circa del Pil. Il debito, nonostante i tassi bassi e lo spread relativamente contenuto, costa. Tanto”.

Un’ottima ricostruzione della storia del debito pubblico che, però, appare un po’ omissiva. E perciò inidonea ad essere considerata pagina di ‘storia’.

Nella ricostruzione sembrerebbe che, mentre tutti i partiti facevano volare la spesa per un “welfare elettorale ad alta inflazione”, in Parlamento non ci fosse nessuno che, già negli anni ’80, chiedesse esplicitamente di risanare questa anomalia tutta italiana.

Non si capisce se il giornalista lo faccia colpevolmente: nel ricostruire la storia omette completamente di ricordare ai suoi lettori che, contro quel sistema di ‘”welfare elettorale” che portava al disastroso indebitamento dello Stato, c’era una partito che – ragionevolmente – proponeva altro.

Dal 1980 in poi, contro l’aumento del debito pubblico, Marco Pannella e i radicali presenti in Parlamento, condussero una specifica battaglia politica: relazioni di minoranza su bilancio alla Legge Finanziaria, emendamenti, proposte di legge, interventi in Aula e commissioni, analisi e proposte per il governo del debito, della sua dinamica e sui rischi politici (oltre che finanziari ed economici) per le istituzioni e il paese.

Come ricorda il Prof. Marcello Crivellini, docente di Analisi dell’Organizzazione di sistemi sanitari presso il Politecnico di Milano, e Deputato, in quegli anni, del Partito Radicale, “L’analisi radicale non si fermava alla denuncia politica ma coerentemente portava a proposte, quantitative e scandite nel tempo, per la soluzione del problema”.

Proposte che, come emerge anche dalla ‘ricostruzione’ del Bocconi, ancora oggi vengono completamente dimenticate, del tutto ignorate.

Gli atti depositati e sottoposti alla discussione parlamentare” – ricorda il professor Crivellini nel documento presentato allo scorso congresso dei Radicali – “sin dai primissimi anni 80 mostravano, … , che nel confronto con i maggiori paesi industrializzati comparabili: il valore del debito pubblico italiano in percentuale sul PIL era quasi il doppio degli altri; l’andamento era crescente e palesemente senza controllo; la denuncia (10 anni prima che a Maastricht fosse adottato questo valore come limite) che stava per essere superato il valore del 60% sul PIL e la pericolosità di tale soglia; la denuncia che l’indifferenza dei partiti di governo e di opposizione (PCI da una parte e MSI dall’altra) avevano portato a considerare il ricorso all’indebitamento una normale forma di copertura; la previsione che tali dinamica e cultura avrebbero portato a totale dipendenza finanziaria dai mercati e a un vero e proprio commissariamento politico ed economico del paese”.

E’ chiaro: se si dice che i partiti sono tutti uguali, se si racconta una storia in cui tutti sono ugualmente responsabili del latrocinio del finanziamento pubblico dei partiti, se si racconta che il debito pubblico, da cui in larga parte dipende la miseria dilagante oggi in Italia, è stato generato ed alimentato da tutti i partiti egualitariamente, per un “welfare elettorale”, come se nessuno già allora vi si opponesse, è logico che la gente, il popolo, i giovani, non conoscendo e non potendo ricordare la verità, si rivolge a chi, politicamente, offre soluzioni impropbabili come quella di uscire dalla moneta unica europea.

La gente si convince che non c’è altra strada, che non ci sono altre proposte in campo. E il gioco democratico stesso ne risulta falsato.

La storia, si sa, molto spesso, gli storici la fanno leggendo le pagine delle cronache dell’epoca. Da qualche anno, però, nelle loro fonti consultabili è annoverato anche il mezzo televisivo. Ma se tutti questi media nulla raccontano di queste proposte, per dirla alla Sciascia, non è detto che la memoria di questo Paese avrà futuro.

Oggi, a 35 anni da quelle battaglie condotte in Parlamento, “dopo che tutti i problemi del paese si sono aggravati” il Prof. Marcello Crivellini ha presentato un documento al congresso dei Radicali con cui dimostra che, ancora adesso, si volesse ascoltarli, i Radicali, con le loro analisi, sono in grado di offrire una “nuova proposta radicale per il debito pubblico” che, quanto meno, andrebbe discussa in quelle, sedicenti, trasmissioni di approfondimento che, invece, si limitano ad approfondire e spettacolarizzare le rissosità del Paese.

Ma entriamo nel merito della proposta:

“La corsa dell’Avanzo primario (attualmente circa 40 miliardi di euro) al raggiungimento della somma necessaria a pagare gli interessi sul debito (circa 80 miliardi di euro l’anno) – scrive il Professore Crivellini – somiglia molto al paradosso di Zenone su Achille e la tartaruga: più si cerca di aumentare l’Avanzo primario, maggiore risulta la distanza con l’obiettivo numerico necessario” perché “il problema non è più solo finanziario e numerico ma trae origine dall’ultradecennale ritardo di riforme e di modernità in tutti i principali settori del paese”.

Un cane che si morde la coda. Come uscirne allora?

Coerentemente con l’analisi politica sul debito pubblico i radicali” – scrive ancora Crivellini – propongono una soluzione che preveda due fasi parallele e contestuali. La prima rivolta al deficit di tempo, la seconda ad azzerare il deficit di modernità civile, politico, economico”.

Crivellini scende nel dettagli e spiega come,

“Per realizzare le riforme che il paese ha rinviato da decenni e di cui ha urgente bisogno servono almeno 3 o 4 anni. Dunque” – aggiunge – “questo è il tempo che è necessario guadagnare senza che il debito rischi, con il suo enorme peso, di schiacciare definitivamente il paese. Impedire che il debito cresca ulteriormente per 3/4 anni in valore assoluto significa trovare (non dall’economia corrente e tanto meno dall’aggravamento dell’imposizione fiscale) risorse finanziarie per 120-160 miliardi di euro, cioè 3/4 volte la differenza tra Avanzo primario attuale e azzeramento effettivo del deficit complessivo. Se disponessimo di tale cifra potremmo contare, per 3/4 anni, di un debito stabile in valore assoluto (forse per la prima volta nella storia della Repubblica) e di un deficit uguale a zero, cioè di fattori di grandissima portata e riflessi positivi sui mercati internazionali da cui siamo fortemente dipendenti. Significherebbe anche stroncare la crescita del debito in rapporto al PIL, anzi ottenerne quasi certamente una diminuzione consistente. Ma soprattutto significherebbe guadagnare i 3/4 anni necessari ad attuare (non annunciare) tutte le riforme necessarie, nelle migliori condizioni finanziarie e politiche, interne ed internazionali. Per questo” – spiega scientificamente il professor Crivellini – “le due fasi devono procedere parallelamente e contestualmente: il reperimento di 120-160 miliardi di euro, non dalle risorse correnti, deve essere attuato entro lo stesso tempo necessario ad attuare compiutamente le riforme”.

In questo piano di riforme, spiega ancora Crivellini, la contestualità diventa “essenziale”:

“iIl tempo si paga. Se il tempo per le riforme si allunga, il costo si dilata e gli effetti delle riforme non sarebbero più sufficienti a riempire il gap di modernità, competitività, di risorse economiche e di debito verso gli altri paesi”.

Poi nel documento si analizzano nel dettaglio le singole proposte di riforma. Si individuano le risorse necessarie e le modalità per reperirile senza aumentare le tasse. Non sta certo a noi spiegarle, né valutarne la fattibilità concreta. Andrebbero discusse. Il dibattito, nel Paese, è invece fermo all’articolo 18, una proposta per cui i Radicali fecero già un referendum per abbrogarlo ed estendere, con un welfare universale sul modello scandinavo del ‘welfare to work’, le garanzie a tutti i lavoratori. Allora, la domanda che ci viene da porre è un’altra: queste proposte Radicali non andrebbero quanto meno discusse e condivise con la gente? Non dovrebbero essere conosciute? Non sarebbe anche questa democrazia?

Oppure è meglio continuare a lasciarle all’oblio così come si sta facendo per tutte le proposte che provengono dal partito di Marco Pannella di cui, oggettivamente, si sta compiendo un genocidio politico-culturale non consentendo il diritto dei cittadini a conoscere le loro proposte?

 

@RitaBernardini e @MarcoPannella a #Catanzaro sabato 22 novembre per presentare ‘la peste ecologica e il caso Calabria’, il #libro di Giuseppe Candido

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Care amiche e cari amici lettori di Abolire la miseria,

PrimaPESTE
La copertina

  l’Associazione di volontariato culturale Non Mollare, ha il piacere di annunciare la prima presentazione del libro La peste ecologica e il caso Calabria di Giuseppe Candido che si terrà sabato 22 novembre 2014, alle ore 18:00 presso la Sala della Giunta Provinciale di Catanzaro (Piazza Luigi Rossi, 1 – Catanzaro).
A seguire si aprirà un dibattito sul ‘Rischio idrogeologico, sismico e ambientale’ in Calabria (e non solo) al fine di promuovere, da subito, una diversa politica per il territorio.

Alla presentazione del libro interverranno l’On. Rita BERNARDINI Segretaria di Radicali Italiani e l’On. Marco PANNELLA, presidente Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, autori dell’introduzione al volume, l’Avv. Filippo CURTOSI, presidente dell’Associazione di volontariato culturale Non Mollare e direttore responsabile di Abolire la miseria della Calabria, il Prof. Carlo TANSI, geologo ricercatore presso il CNR-IRPI, autore della prefazione, il Dott. Francesco FRAGALE presidente dell’Ordine dei Geologi della Calabria che, lo scorso mese di agosto, ha inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi proprio su questi temi, e lo scrivente, autore del volume.

Il dibattito sarà condotto e moderato da Antonio GIGLIO, consigliere comunale di Catanzaro. La partecipazione è aperta a tutti.


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#RischioIdrogeologico: ‘La peste ecologica e il caso Calabria’, un libro da far leggere nelle scuole

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Perché l’educazione dei nostri bimbi comprenda la drammatica consapevolezza di cosa è successo nel nostro povero Paese

di Antonio Biamonte*

Oggi è il 14/11/2014 e da almeno 20 giorni le cronache riportano gli ennesimi disastri e terribili lutti: Maremma, Genova, Chiavari, Crema.

La peste ecologica e il caso Calabria, il nuovo libro di Giuseppe Candido, con la prefazione di Carlo Tansi, l'introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella e una nota di Valerio Federico

Li cito in ordine sparso dimenticando sicuramente qualche evento, oggi penosamente e sistematicamente troppo spesso “giustificato” dalle piogge eccezionali, dovute al cambiamento climatico ormai in atto.

L’unica verità è che da qualche anno sono più frequenti, ma il libro di Giuseppe è un impietoso, straordinariamente documentato, j’accuse, una spaventosa e poderosa opera di verità. È un libro drammatico nella sua intensa e copiosa rassegna di alluvioni, frane, terremoti, scempi ambientali dovuti a mala o criminale gestione di rifiuti.

Un libro da far leggere nelle scuole perché l’educazione dei nostri bimbi comprenda la drammatica consapevolezza di cosa è successo nel nostro povero Paese. Ma non è finita qui ovviamente, il territorio è devastato da decenni di scempi urbanistici e edilizi, dai quali in ben pochi possono “tirarsi fuori”.

Politici, tecnici, imprenditori, semplici cittadini, quasi nessuno è immune da colpe. Un territorio fragile, troppo fragile, per essere “trattato” così male. A nulla nei decenni sono serviti i peana dei geologi, visti sempre come dei menagrami e inguaribili pessimisti.
Al caro “vecchio” amico Giuseppe, appassionato e preparato collega, va il mio e nostro ringraziamento per questa opera di verità e impegno civile, autentico esempio di come la competenza tecnica si possa e debba coniugare con le proposte concrete, il rispetto della dignità umana e la proposta politica.
Chiudo con un bellissimo pensiero di M. Pannella che non conoscevo e che devo, anche questo, a Giuseppe:


“Dove c’è strage di legalità (e delle leggi naturali) che c’è sempre, come corollario, strage di popoli”

 

* Antonio Biamonte è geologo, dipendente presso Uff. Geol. regionale Regione Toscana

Le cacofonie de #labuonascuola e il merito che non c’è!

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Il Governo di Matteo Renzi sta promuovendo l’ennesima riforma dell’struzione con l’ormai noto documento ‘La buona scuola’, diffondendola come un grande ‘investimento’ sull’istruzione dopo anni di tagli.
Ma è davvero così?
Sul ‘come’, l’assunzione a tempo indeterminato di 148.100 precari che l’Europa chiede di effettuare per violazione delle direttive (e a breve è prevista anche una sentenza della CEDU), pena sanzioni e ricorsi, il ‘buon Governo’ di Matteo Renzi la voglia far pagare direttamente ai docenti (di ruolo e precari che immetterà in ruolo) abbiamo già detto: bloccando gli scatti stipendiali fino al 2018, ridandoli solo alla parte meritevole predeterminata al 66% e tagliando sul cospicuo capitolo delle supplenze (circa un mialiardo di euro all’anno, secondo il MIUR) grazie all’effetto della creazione di un organico funzionale stabile derivante dall’assunzione a tempo indeterminato del personale attualemte precario, da un lato e, dall’altro, attraverso la ‘creazione’ di una ‘banca ore’ che i docenti dovranno recuperare nel caso di sospensione dell’attività didattica deliberata dal collegio docenti in base alle esigenze locali, rispetto al calendario scolastico regionale.
Ma la riforma della ‘buona scuola’ non appare convincente neanche per quanto previsto per la valorizzazione del tanto ventilato ‘merito’.
In pratica, quello che ci siamo chiesti è se, almeno per il docente ‘meritevole’, quello cioè che si sarà sforzato per tenersi aggiornato, per collaborare con l’istituzione e insegnare bene, se aleno per quello lo stipendio con la buona scula migliorerà.
Macché, anche per il più meritevole dei meritevoli, a conti fatti, la riforma della buona scuola è una sòla, nel senso di una fregatura.
Per capire quanto, durante l’intera carriera, ci perde anche il docente più meritevole è stato necessario fare un ‘doppio’ calcolo in base ai due sistemi, quello degli scatti attualmente vigente e quello ‘nuovo’ previsto, a regime, dalla riforma Renzi.
Il professor Mabulli, docente di ruolo intervistato da Florinda Parise per la Gilda TV, la web tv del sindacato Gilda degli insegnanti, ha fatto un minuzioso calcolo cumulando le somme degli stipendi annui di un docente ‘tipo’, ipotizzando cioè un’età media di 44 anni e un’anzianità di ruolo di 9 anni, ed estendendo il cumulo fino all’età di 70 anni. Bene, anzi malissimo. Col sistema attuale degli scatti, il cumulo degli stipendi raggiunge i 727.087 euro mentre, col sistema degli scatti della ‘buona scuola’, anche al docente che in base al proprio merito avrà maturato interamente gli scatti, il cumulo degli stipendi a 70 anni si ferma tragicamente a 638.751 euro. Una differenza di 88.336 euro, che è assai penalizzante per una categoria che, già oggi, non naviga certo nell’oro.
Nel caso in cui, invece, il docente fosse tra quel 33% dei ‘non meritevoli’, come può anche succedere, ad esempio, a una docente neo mamma che non ha la possibilità di formarsi e/o di svolgere qualche incarico aggiuntivo, la penalizzazione economica, rispetto al sistema attuale, sarà devastante. Sempre per lo stesso docente ‘tipo’, lasciando lo stipendio bloccato fino alla fine della carriera, il cumulo degli stipendi a 70 anni si ferma, infatti, a 566.271 euro, con una perdita di 160.816 euro. Una tragedia economica che, nel caso di una famiglia composta da due docenti, deve essere raddoppiata! E se consideriamo che anche le pensioni dei docenti maturano su base contributiva, si capisce come il danno economico oltreché stipendiale riguarderà anche la pensione percepita dopo la meritevole carriera.
Insomma, quella che viene propagandandata come la ‘buona scuola’, come l’investimento maggiore sull’istruzione degli ultimi trent’anni, in realtà è una sòla. Ed anche per quanto riguarda la ‘valutazione’, cui chi scrive è – in linea teorica – assolutamente favorevole, come viene proposta dalla riforma non appare per niente seria. Intervistato da Lella D’Angelo per Gilda TV, il professor Maurizio Berni, docente di musica, in riferimento alla ‘buona scuola’ parla addirittura di “pericolo” dovuto “all’alto grado d’improvvisazione” che emerge dal documento e, facendo un paragone con la musica e l’improvvisazione musicale, ricorda che questa richiede, come nel Jazz, grande conoscenza della tecnica, delle scale e degli accordi oltreché un affiatamento tra musicisti, altrimenti – sottolinea – ne viene fuori una cacofonia.
Ecco: cacofonia, è forse il termine che descrive meglio la buona scuola.
Sulla valutazione del ‘merito’, infatti, nel documento del governo, c’è un errore concettuale di fondo, cacofonico, che è quello di dare percentuali predeterminate dei docenti meritevoli (66%) e dei non meritevoli (33%) in ciascuna scuola che, tra l’altro, sono assai penalizzanti rispetto a tutto il resto del personale delle pubbliche amministrazioni dove i ‘non meritevoli’, mediamente, arrivano al 25%.
Una vera e propria discriminazione, deprimente per un’intera categoria, specialmente se si tiene conto degli ultimi dati OCSE PISA che hanno evidenziato un miglioramento dei saperi di base negli apprendimenti, non certo dovuto agli investimenti sulla scuola.
Ma quel che è peggio è che, così predeterminando il merito, il sistema – di fatto – copre, nel bene e nel male, il merito (o il demerito) dei dirigenti scolastici.
Col sistema di valutazione frettolosamente pensato durante la calura estiva quando, addirittura, qualcuno aveva pure avuto l’idea di portare l’orario dei docenti dalle attuali 18 ore (o 22) a 36 ore di lezione, è che, né i dirigenti scolastici le cui scuole non ottengono i risultati formativi programmati, né i docenti per davvero fannulloni, saranno individuati.
In ultimo c’è da interrogarsi pure sul metodo scelto: la consultazione on line. Al confronto democratico con le parti sociali, con gli operatori della scuola e con esperti di docimologia, si è sostitutito una consultazione dove, a fronte di 136 pagine di pura propagandanda, si chiede ad imprecisati interlocutori di riassumere i propri pensieri in poche righe. E, cosa ancor più grave a parer di chi scrive, non c’è nessun confronto di idee, nessun dialogo. C’è un sogetto unico che ‘raccoglie’ e ‘filtra’ queste ‘brevi’ opinioni per poi assumere le decisioni. A questo punto, la domanda è un’altra: quale è il modello di democrazia che si insegnerà con la buona scuola?


Guarda l’intervista al prof. Maurizio Berni

Piove, #Governo ladro?

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Mezza Italia è sotto una bomba d’acqua. In Calabria piove da ventiquattro ore e le previsioni meteo non lasciano prevedere miglioramenti per le prossime 24 ore. Le scuole sono chiuse in molti Comuni calabresi: i sindaci, infatti, hanno preferito non rischiare. Giovedì sei novembre, l’ArpaCal, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente calabrese, attraverso il centro funzionale multirischi, con un comunicato a firma dell’ing. Roberta Rotundo, ha diramato a tutte le cinque prefetture calabresi e per conoscenza alla protezione civile nazionale, l’avviso di “criticità per possibili precipitazioni intense” con livello di allerta 2 caratterizzato da ‘criticità elevata’. Tradotto: rischio frane e alluvioni a go-go.
Nella descrizione dello scenario di rischio diramato alle 5 prefetture calabresi e, da queste, a tutti i Comuni, si legge che “Nelle aree a rischio di frana e/o a rischio di inondazione e in particolare in quelle classificate dal PAI (aree a rischio di inondazione, aree di attenzione, zone di attenzione, punti di attenzioe, aree a rischio elevato o molto elevato di frana) sono attese precipitazioni che potrebbero determinare fenomeni di dissesto diffusi e di intensità da media ad elevata”.
E si specifica che, “fenomeni di questo tipo possono costituire pericolo per la incolumità delle persone che si trovano nelle aree a rischio”.
A leggere il comunicato dell’ArpaCal viene spontaneo domandarsi se ‘le persone che si trovano nelle aree a rischio’, quelle, per intenderci, delimitate dal PAI dal 2001 e a cui il comunicato dell’ArpaCal fa esplicito riferimento, sono consapevoli di vivere in aree di rischio o di trovarsi vicini a zone o a specifici punti d’attenzione. E viene da chiedersi pure se per tali zone rese note dall’Autorità di Bacino Regionale a tutti i comuni già dal 2001 con l’invio di mappature del rischio, i sindaci dei comuni interessati abbiano predisposto adeguati sistemi di allerta specifici per avvisare le popolazioni coinvolte del rischio o se, invece, ci si limiti a una generalizzata, seppur doverosa, chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, ogni qual volta che viene diramato l’allerta meteo.
Se le zone, le aree e i punti di attenzione per rischio inondazione e quelle a rischio frana sono state delimitate sulle carte del PAI, perché non si realizza uno specifico sistema di informazione e di allerta per le popolazioni residenti in tali aree? Perché non si effettuano prove di evacuazione periodiche? Ogni volta che una perturbazione si scatena sullo sfasciume pendulo, frane e alluvioni non si contano e, sistematicamente, ci tocca assitere a fatti luttuosi. Fatti luttuosi che presi singolarmente sembrano pochi, ma se si tiene il conto delle vittime negli ultimi cinquanta anni ci si accorge che, per sole frane e alluvioni, quasi tremila persone sono morte. Sfollati centinaia di migliaia di persone e miliardi di euro di danni alle cose. Le persone muoino perché escono per strada, perché passano da un punto d’attenzione non segnalato (ad esempio una strada che interseca un corso d’acqua minore che, però, in occasione delle bombe d’acqua divengono tumultuosi ecc.).
Nelle altre parti del mondo, in queste condizioni, periodicamente si effettuano simulazioni, la popolazione è informata dei rischi e dei comportamenti da tenere nelle verie situazioni di rischio.
In Calabria come nel resto del bel Paese, invece, ci si limita a chiudere le scuole. La gente non ha conoscenza di dove siano le aree di rischio nel proprio comune e i punti di attenzione non sono neanche segnalati.
Mentre scrivo piove. La pioggia continua a cadere in maniera copiosa. Incessantemente batte sui vetri della finestra sospinta da un vento teso e burrascoso di Mezzogiorno che, per il Golfo di Squillace, significa mareggiate che tendono ad impedire il naturale deflusso verso mare dei corsi d’acqua. Ma non sarà come nel 1973 quando precipitazioni abbondanti coinvolsero la fascia ionica ove alla fine si registrarono 1500 mm di pioggia, un valore che uguaglia il valore medio di un anno. Allora innumerevoli furono i crolli e gli allagamenti, per non parlare delle frane che isolarono parecchi Comuni della provincia di Reggio Calabria, obbligando i loro abitanti all’evacuazione. Careri e Bovalino vennero evacuati mentre risultarono sinistrate Catanzaro Lido invasa dalle acque del Fiume Corace e Marina di Gioiosa da quelle di una mareggiata. La storia dei luoghi ci dovrebbe mettere in guardia, ma gli eventi non si ripetono mai uguali, mai negli stessi luoghi.
Quello che come allora si ravvisa, difronte al dissesto idrogeologico nazionale e in particolare di quello della Calabria, è l’erroneo, distorto e speculativo uso del suolo la causa prima dello ‘sfasciume idrogeologico, delle alluvioni, delle frane’. Ricordare le parole di un comunicato del Consiglio Nazionale dei Geologi del 1973 aiuta forse a comprendere meglio:
L’aver sempre trascurato la natura del suolo, la consistenza e la distribuzione delle risorse naturali”, – scrivevano oltre 40 anni fa i geologi – “ha portato a scelte economiche, urbanistiche e di assetto che sono presto entrate in contraddizione con il territorio stesso, innescando quel vasto processo di rigetto le cui manifestazioni più vistose sono appunto frane e alluvioni”.

Come ancora attuali e significative appaiono pure le parole di Alberto Ronchey che nel 1991 dalle colonne di Repubblica sosteneva come, “malgrado lo smisurato debito pubblico nazionale, la spesa pubblica trascura da quaranta anni le opere di prioritaria necessità. Eppure, impegnare più risorse materiali e tecniche per evitare disastri costerebbe di gran lunga meno che riparare e risarcire i danni, migliaia di miliardi l’anno. Troppi ministri e legislatori favoriscono spese anche dissennate, che assicurano immediati vantaggi clientelari o elettorali, mentre non si curano delle opere a utilità differita benché fondamentali e vitali. La loro idea di manutenzione – aggiungeva Ronchey – pare simile a quella che in India ispira gli amministratori discendenti dalla casta dei Marwari, o strozzini: si cambia la corda all’ascensore solo quando s’è spezzata”.
Prevenire sarebbe meglio che curare, e anche più economico.
Allora le parole che forse meglio aiutano a capire a che punto sia la prevenzione idrogeologica in questo Paese, sono ancora una volta i versi di Eugenio Montale:
Piove
non sulla favola bella di lontane stagioni,
ma sulla cartella esattoriale,
Piove su gli ossi di seppia e sulla greppia nazionale
”.

Contro #LaBuonaScuola di #Renzi, manifestazione nazionale @GildaInsegnanti

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… E di tutti i lavoratori del comparto scuola di buona volontà.

La federazione Gilda-Unams, organizzazione sindacale del comparto scuola riunita a Roma nei suoi vertici nazionali lo scorso 29 ottobre, ha indetto per il prossimo 23 novembre anziché uno sciopero, una manifestazione nazionale a Firenze. La speranza è riuscire ad organizzare una grande manifestazione dei docenti e dei lavoratori della scuola, proprio dopo il termine delle consultazioni volute dal Governo sul documento la buona scuola.

Il corteo partirà da Piazza Cavalleggeri per arrivare sino a Piazza Ognissanti dove, a conclusione della manifestazione, ci saranno gli interventi degli oratori.

Nel documento ufficiale diramato dal coordinatore nazionale Rino Di Meglio a tutti i coordinatori provinciali si legge che ‘la scelta della data viene a cadere la settimana successiva alla fine della consultazione del Miur e di domenica, per permettere a tutti coloro che vorranno partecipare di esserci‘.

<<L’intenzionesi legge nel documento – è di tenere la manifestazione nella città simbolo della politica renziana, che è anche culla della cultura italiana; là dove è partita la sua corsa alla segreteria del Pd e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In questo modo si vuole sottolineare l’opposizione della Gilda al progetto #LaBuonaScuola>>.

Al seguente link è possibile scaricare il documento di convocazione della manifestazione di Firenze

Sullo stesso argomento.

#LaBuonaScuola: intervista a Rino Di Meglio, coordinatore Gilda

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“Ci faranno recuperare pure il capodanno”, “ok assunzioni, da un lato danno dall’altro tolgono”

di Vincenzo Brancatisano

Anche le badanti godono degli scatti di anzianità e tutti gli insegnanti in quasi tutti i Paesi del mondo li hannoInvece il nostro premier, privando gli insegnanti e solo loro degli scatti di anzianità e sostituendo i medesimi con un sistema di raccolta punti che premia chi invece di insegnare si dedica ad altro, finisce per mortificare il bravo insegnante”.

Altro che merito, insomma. Rino di Meglio, leader nazionale della Gilda, contesta punto per punto il progetto di riforma della scuola ideato dallo staff del presidente del Consiglio Matteo Renzi e carica i suoi per la grande manifestazione indetta dal suo sindacato per il 23 novembre prossimo a Firenze, città simbolo, perché “da qui il nostro premier ha preso le mosse come politico”.

Di Meglio, in sostanza secondo il governo la scuola attuale è una scuola cattiva…
“Il problema è proprio questo. Se il nostro governo presenta le Linee guida sulla scuola come Buona scuola si fa intendere che la scuola attuale non sia buona. Io ritengo invece che la nostra scuola sia certo rinnovabile ma che con le risorse limitate che ha sia addirittura più che buona e sia condotta da buoni insegnanti. Tanto che la nostra scuola sforna ogni anno buoni laureati, moltissimi dei quali vanno all’estero e trovano immediatamente lavoro. Poi ci sono cose che non funzionano. Ad esempio, un sistema disorganizzato e la piaga del precariato”.
La Buona scuola infatti punta molto sulla stabilizzazione di circa 150.000 precari.
“Siamo d’accordo che la piaga del precariato sia eliminata. Peraltro è un atto dovuto visto che il 26 novembre prossimo molto probabilmente ci sarà la condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia di Lussemburgo proprio per lo sfruttamento eccessivo dei contratti a termine”.
Loro lo ammettono. Nelle Linee Guida si premette infatti che c’è stato un abuso colpevole che sarà colmato da una pesante condanna della Corte.
“Sì, è vero. Anche se molti sono preoccupati e dicono che potrebbe essere una polpetta avvelenata per i sindacati”
In che senso?
“Nel senso che ci si dà una cosa e ci si toglie altro”.
Perché dice cosi?
“Non dimentichiamo che il progetto prevede dei contenuti devastanti per la concezione che dimostra di avere del lavoro degli insegnanti. Sono previsti gli scatti di competenza, l’assunzione diretta e quello del governo delle scuole. Si intravede la scuola come un centro di erogazioni di servizi a domanda e non come un’istituzione della Repubblica. E questo non va bene. Pensi che le parole cultura e conoscenza non sono usate nei loro documenti. Invece si usano le parole azienda, cliente, genitore. D’altra parte, al di là del documento, alcuni tecnici ideatori delle Linee Guida hanno già detto con chiarezza che studenti e genitori devono partecipare alla valutazione degli insegnanti”.
“Io sono d’accordo che gli insegnanti siano valutati, ma a una condizione”.
Quale?
“La condizione è che la valutazione venga applicata a tutti i settori della società. Facciamo allora valutare i giudici dai condannati e i medici dai pazienti. Io penso che dobbiamo prima metterci d’accordo su cosa sia la figura del docente e poi parliamo di valutazione”.
Chi è un buon docente?
“Il buon insegnante è colui che conosce bene quel che deve insegnare e lo trasmette efficacemente ai propri alunni. E per valutare se un docente è più o meno bravo può esserci soltanto uno che è competente sul tema e che lo valuta rispetto a questi elementi”.
E invece?
“E invece si intende valutare gli insegnanti sulla base di attività extra, che non hanno nulla a che fare con la funzione docente, come è previsto con gli scatti di competenza: qui si stabilisce che ad avere i punti sulla tessera a premi siano docenti che svolgono attività che non hanno nulla a che fare con l’insegnamento e che seguono corsi di formazione costosi e con contenuti culturali discutibili”.
Di Meglio, mi spiega perché si è arrivati a tanto?
“Perché gli insegnanti da anni sono vittime di una campagna di delegittimazione. Si è voluto diffondere il pregiudizio che lavorano poco”.
La banca delle ore basata sul principio che i giorni di sospensione delle lezioni costituiscano un monte ore da recuperare come supplenze parte da qui?
“Che cos’è la banca delle ore, se non un principio devastante secondo cui il professore diventa un professionista a chiamata, come un vigile del fuoco? Da questo a che si possa arrivare a far recuperare il giorno di Capodanno il passo è breve. Insomma, ti chiamo quando mi servi. Il docente peraltro sarebbe l’unico lavoratore che non avrebbe l’orario definito. Ma avere l’orario definito significa sapere quando si lavora e quando c’è il tempo libero. Già oggi, con i buchi, l’orario si moltiplica a dismisura”.
Anche lei se la prende con i buchi? E’ vero però che durante i buchi il prof si riposa proprio perché insegnare bene stanca.
“Sarebbe così se i buchi fossero ore retribuite. Ma non è così. Se succede per un’ora alla settimana va bene, altrimenti si resta in ostaggio della scuola se si aggungono l’orario delle riunioni, quelle di ricevimento dei genitori, i compiti da correggere, le preoccuopazioni che ci si porta dietro. E’ una caratteristica della sola scuola italiana quella di avere numero infinito di riunioni. Negli altri Paesi del mondo non esistono queste riunioni che tolgono peraltro energia ai professori. C’è un’idea aziendialistica dell’autonomia scolastica”.
Lei denuncia che la Buona scuola produce il disconoscimento della carriera.
“Oggi abbiamo gli scatti di anzianità e si fa credere che a scuola si guadagna di piu perché si diventa vecchi. Voglio ribadire che questo messaggio renziano non è vero. Gli scatti semmai premiano l’esperienza, che ha un valore”.
Certo, più si lavora, più aumenta l’esperienza, si diventa migliori. Non è così in tutte le altre professioni?
“Ma certo! Anche le badanti hanno gli scatti di anzianità e tutti gli insegnanti in quasi tutti i Paesi del mondo hanno gli scatti di anzianità. Qui invece si vuole fare questo. La verità è che non c’è un euro di investimento e allora si levano i soldi da una parte e si mettono dall’altra. Si vuole risparmiare e dunque si scrive che a ottenere gli aumenti triennali di stipendio sarà solo il 66 per cento dei docenti”.
In sostanza si consacra l’idea che l’altro 33 per cento è fatto di insegnanti cattivi
“Non solo. Per far ottenere gli scatti si lavora sulla mobilità e si spingono le persone a andare in scuole in cui i professori sono considerati scarsi, con la prospettiva di prendere il loro posto, migliorando in questo modo, secondo loro, la qualità di quelle scuole. Questo è scritto ma è una mistificazione. Così come sono mistificatorie le tabelle stipendiali dove si arriva a scrivere che i docenti arrivano attualmente a guadagnare fino a 50.000 euro. In realtà hanno aggiunto un 25 per cento”.
E come hanno fatto?
“Hanno indicato il lordo Stato e non il lordo dipendente”.
Speghiamo. Il lordo dipendente è la somma su cui si calcolano le ritenute a carico del dipendente ed i contributi a carico dell’amministrazione. Il lordo stato si ha sommando al lordo dipendente i contributi a carico dell’amministrazione. Hanno fatto questo?
“E’ così. E si arriva a dire che il docente bravo guadagnerebbe di più. Invece se anche riuscisse a ottenere tutti gli scatti di competenza, e non è detto visto che deve darsi da fare accumulando punti, non avrebbe comunque lo stipendio attuale. E possiamo immaginare il grave danno per chi entra da poco in ruolo. Questi insegnanti perderanno tutto il preruolo. E noi non possiamo che dare un giudizio negativo poiché si crea una discriminazione tra lavoratori. La storia dei gradoni peraltro risale all’epoca berlingueriana. C’è un filone di pensiero della sinistra che porta a questa concezione”.
Veniamo all’assunzione dei docenti. Perché parlate di pericolo di assunzione diretta e non più per concorso?
“Si parla di un mega albo dei docenti dove tutti possono accedere per concorso. Fin qui siamo tutti d’accordo. Poi però si dice che le scuole possono assumere quelli che maggiormente servono a quella determinata scuola in base alle qualità dell’insegnante inserito nell’albo. Peraltro, la storia del Registro nazionale è una cosa immaginifica, se si pensa che il nostro Ministero non riesce a gestire con l’informatica neppure la mobilità, nonostante la trentina di milioni spesi ogni anno. E quando vai a fare una domanda di supplenza il sistema si blocca, perché è arretrato. Ogni volta devi inserire i dati daccapo. I sistemi funzionano dappertutto tranne che nella pubblica istruzione. Però si fa immaginare una super efficiente cervellone che gestisce il portfolio del docente, trasparente e accessibile a tutti, aperto alle famiglie. Attraverso questo le scuole si scelgono i professori piu adatti. e questa è l’assunzione diretta”.
Che era prevista già dal Disegno di Legge Aprea..
“L’Aprea prevedeva già questa cosa, più o meno siamo lì. Ma forse era meglio quel progetto, se non altro non prevedeva l’eliminazione degli scatti, ma indicava tre livelli: docente iniziale, ordinario ed esperto. L’assunzione diretta è incostituzionale. Col concorso si otterrebbe solo un requisito per l’idoneità. E si può immaginare a cosa andremmo incontro”.
A cosa andremmo incontro?
“Al potere dei presidi che con i soldi dello Stato gestirebbero privatisticamente le assunzioni”.
Come si poteva migliorare la scuola in un altro modo?
“Intanto si poteva iniziare dalle strutture, migliorandole. Io giro l’Italia e posso dire che se al Nord le cosa vanno quasi sempre bene, al Sud invece è un disastro. Io penso che sia più facile individuare il demerito che il merito. E’ un’azione di carattere propagandistico. Gli insegnanti che riteniamo mediamente bravi sono buoni e pagati malissimo. Se si fosse voluto riconoscere il merito di questi insegnanti si sarebbe dovuto riconoscere un più decoroso trattamento economico. Parliamo di persone tutte laureate, con concori superati e pagati al primo anno con 1200-1300 euro al mese. Rispetto al mondo civile siamo sotto il livelo della decenza”.
Come si è arrivati a fare dell’insegnante italiano il nuovo povero della nostra società?
“Basta spulciare un po’ di letteratura e ci si accorge che è sempre stato così, si pensi al maestro di Vigevano. Si pensi agli stipendi differenziati a seconda della scuola, rurale o di città, al ruolo A e al ruolo B della scuola secondaria. C’è stata nel tempo una lunga lotta sindacale condotta solo per sanare le ingiustizie. E oggi abbiamo i contratti bloccati ormai dal 2009”.
C’è all’orizzonte il rinnovo?
“Secondo me no. Nel Def si scrive che fino al 2018 non è previsto alcun rinnovo. Dal 2009 al 2018 sono tanti anni senza rinnovo”.
Di Meglio, secondo lei cosa passerà di tutto quello che è previsto dal progetto renziano?
“La parte delle assunzioni è già nella legge di stabilità, per il resto non ci sono provvedimenti in vista né i sindacati sono mai stati interpellati fino ad oggi. Il messaggio chiaro è che si pensa di poter gestire i contratti senza i sindacati. Sarebbe un atto di violenza. La legge può inserire una diversa organizzazione della scuola ma non una norma sulla modifica delle tabelle dello stipendio o l’orario degli insegnanti senza arrivare a delle trattative. Se faranno una cosa del genere significherà cancellare i sindacati. Mi auguro di no. E mi auguro soprattutto che ci sia un sollevamento civile della nostra categoria”.
Ci sarà?
“Secondo me sì. Vedo che quando li informiamo si arrabbiano. Tutto sta nell’informarli e nell’incanalare la protesta in modo che faccia da contraltare alle azioni del governo”.
In molte assemblee sindacali si denuncia un paventato svuoatamento degli organi colegiali.
“La logica porta a pensare lo svuotamento, ma non c’è nulla di preciso. Si pensa di potenziare sempre di più il potere del dirigente e di non considerare il collegio dei docenti come organo che esercita il potere sulla didattica. Ma ripeto: non c’è nulla di preciso, probabilmente interrverrà qualche legge”.
Si prevede un aumento delle ore di musica e scienze motorie nella scuola primaria e di storia dell’arte e inglese nella scuola secondaria.
“Non sono cose negative. Ma voglio sapere con quali risorse. Non ci sono. Anche i mille milioni previsti dalla legge di stabilità sono stati trovati con il taglio al ministero dell’istruzione”.
Troppi annunci?
“Tutto sommato ci saremmo aspettati un po’ di prudenza. Stattene tranquillo e aspetta. Oltre a lasciarci gli stipendi da fame vieni a propinarci l’ennesimo terremoto nella scuola?”
Molti precari sono preoccupati. Il piano di immissioni è visto bene ma molti sono pronti a rinunciarvi purché non passi tutto il resto. Cosa si sente di dire a questi precari?
“Non mi pare che queste siano reazioni giuste. Lo Stato si esprime con le leggi. Per ora c’è solo l’art 3 del disegno di legge di Stabilità e prevede le immissioni. Il resto si può perfezionare. Si deve pensare ad esempio agli abilitati. Ma fare lo sciopero contro le immissioni non è razionale. Io ho sentito nelle code delle assemblee precari litigare tra di loro, tra chi è nelle gae e chi nei pas e nei tfa. E’ tipico dividersi nella nostra categoria. Dobbiamo accettare quello che devono darci per forza. Dopo di che dobbiamo fare in modo che la voce della categoria si levi forte contro gli aspetti peggiorativi”.
Pensa a uno sciopero?
“Penso che lo sciopero sia l’ultimo punto di arrivo. Non penso che le azioni isolate siano produttive. Prima occorre creare un grande consenso e poi lo sciopero. Anche perché se lo sciopero poi fallisce ti dicono: ho ragione io”.
Va bene, si parla di assunzioni. Ma come saranno gestite le assunzioni, visto che domanda e offerta di lavoro non sono sovrapponibili, su vari fronti?
“E’ tutto aleatorio. Se lei guarda le tabelle, loro parlano di 148.000 immissioni. Un numero enorme diviso tra infanzia, primaria e secondaria. Non è un discorso semplicissimo perché devi vedere dove mettere ad esempio 45.000 docenti nella scuola dell’infanzia visto che quella statale è limitata. Inoltre, per la primaria ci sarà un esodo da Sud a Nord. A Vicenza le graduatorie sono esaurite mentre a Palermo o a Reggio Calabria o a Napoli, tanto per fare alcuni esempi, non c’è un posto neppure a morire”.
Pare di capire che nel migliore dei casi occorra preparare la valigia…
“Certo. Facciamo l’ipotesi di attuare le immissioni sull’organico di diritto, cioè di assumere a tempo indeterminato coloro che già stanno facendo le supplenze annuali. Ma gli altri? Magari si possono inserire in soprannumero vicino a casa. Il Piano Renzi prevede l’organico funzionale. Se hai pochi posti ad esempio nella A019 e invece ti servono tantissimi di inglese come si fa? E come si fa per i colleghi della A019 a trovare loro il posto? Io non ho avuto ancora un incontro con i collaboratori di Renzi. Magari questa domanda la gireranno loro a me…”.
E le materie affini di cui si parla nella riforma?
“Può darsi che come al solito tocchino le classi di concorso. Ci hanno spesso tentato, ma alla fine non le hanno mai toccate. Ma poichè se ne parla, è possibile. E sarà un problema per la qualità della scuola”.
Certo, se si pensa allo scandalo dell’insegnamento della lingua inglese alla primaria…
“Guardi, secondo me e secondo molti la prima cosa da sostenere è la lingua nazionale. La società interculturale si basa sulla lingua nazionale, altrimenti come si fa a integrare gli alunni stranieri? Poi sono favorevole alla diffusione alla lingua inglese. Considero che l’insegnamento precoce sia utile ma ovviamente occorrerebbe farlo con persone preparate professionalmente e non con persone addestrate con corsetti improvvisati”.
Ma chi ha voluto tutto questo?
“E’ successo già con la riforma del 1990. Da lì si previde la generalizzazione della lingua inglese nelle elementari poi ti accorgi che non hai insegnanti specializzati e allora si ricorre a corsi da 500 ore, poi da 250, poi da 100. Ma sulla carta non risolvi i problemi. Quando i bambini sono piccoli occorre usare la didattica giusta”.
Eppure si insiste con i Content and Language Integrated Learning, i famigerati Clil. I dirigenti impongono, per legge, anche a chi non conosce la lingua straniera l’insegnamento in lingua inglese di materie diverse dalle lingue straniere. Che senso ha?
“A me sembra una forzatura inutile perché non porta a nessun risultato. Sono forzature che fanno i dirigenti che pensano di essere più realisti del re e poi fanno cose che non sono credibili. E’ come la storia di voler inserire l’informatica dappertutto e poi ci facciamo delle figure barbine. I ragazzini oggi possono dare lezioni di informatica ai professori e noi ci mettiamo gli insegnanti di trattamento testi?”
Infine, i docenti si dicono preoccupati dal carico di lavoro indotto dalle normative sui Bes.
“Come spesso succede, in Italia si scrivono tante cose belle. Ho seguito negli anni la problematica dei disabili, poi chiamati in tanti altri modi. Sono leggi belle che tuttavia si scontrano con la limitatezza delle risorse. Mi viene in mente la legge Basaglia. I manicomi furono chiusi sulla carta ma poi? Ci sono stati interventi integrativi della Corte costituzionale che ha ordinato le assunzioni dei docenti di sostegno a gennaio scorso. Ma ci si dimentica della realtà, come le Grida manzoniane. Si pensi all’istituzione delle equipes sociopscicopedagogiche sul territorio composte da medici, psicologi e insegnanti. Ma dove stanno? Abbiamo solo i gruppi di lavoro a scuola e basta. Anche il personale dell’ente locale: magari c’è a Modena ma più scendi giù, meno ce n’è. Quanto agli alunni Bes, vedo male ogni burocratizzazione perché fa male ogni perdita di tempo”.
Torniamo alla sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, annunciata per il 26 novembre prossimo. Cosa succedera, secondo lei?
“Spero di non peccare di ottimismo ma dovrebbe essere positiva per i precari. Si è visto dal procedimento e dalla requisitoria dell’Avvocato Generale. Ci aspettiamo che dal 27 novembre lo Stato italiano sani il precariato altrimenti dovrà pagare un risarcimento e ci sarà una catena di ricorsi vinti. Tuttavia ho notato che i precari degli altri settori pubblici non sono a conoscenza di questa sentenza. Invece tutti i pubblici dipendenti saranno interessati”.
Cosa devono fare i precari della scuola che non hanno una causa in corso? Consiglia di agire subito in giudizio oppure di aspettare l’esito della sentenza del 26?
“Io aspetterei. Per chi ha una causa in corso è stata ottenuta una sospensione del processo. Ai nuovi conviene attendere perché o c’è una sanatoria o in caso contrario converrà fare ricorso in massa. Sarà comunque una svolta storica che lo Stato si merita”.
Lo Stato si adeguerà?
“Mah, a meno che lo Stato non esca dalla Ue, pur di non pagare…”.