di Giuseppe Candido
Su Cronache del Garantista il 20/ottobre/2014

Tra le pagine calabresi delle Cronache del Garantista qualche giorno addietro leggevo di un’interessante inchiesta curata da Simona Musco sulla marijuana legale e sugli effetti negativi del proibizionismo. Il titolo dell’articolo era molto chiaro: “L’oro verde calabrese. Il proibizionismo ingrassa i clan: perché non cambiare?”. Su analogo argomento, qualche giorno dopo, insisteva pure Davide Varì, chiedendosi se ci fosse, in Calabria, un politico disposto a sposare la battaglia della legalizzazione della marijuana.
Il Garantista ha lanciato la sua proposta alla politica calabrese: perché non legalizzare la coltivazione di cannabis? Ma in realtà, la proposta di legalizzazione dei consumi di cannabis, è una proposta ultra trentennale dei Radicali e di Marco Pannella. I Radicali, già dagli anni ’70, parlavano di legalizzazione e mai di liberalizzazione, come invece qualche incauto giornalista spesso scrive soprattutto nei titoli, e che è cosa assai diversa. Non è una questione semantica. La droga è già libera di essere acquistata per strada e nelle piazze di tutta Italia oltreché in Calabria. E la ‘ndrangheta festeggia perché ne detiene il monopolio. I ‘duri colpi’ inflitti alle criminalità, non scalfiscono di una virgola i loro introiti. Il fallimento delle politiche proibizioniste è ormai un’evidenza che ha acquistato, negli anni, sempre più numerosi e autorevoli sostenitori, fino ad arrivare, nel 2011, al rapporto della Commissione mondiale per le politiche sulle droghe dell’ONU in cui si parla chiaramente di ‘fallimento’ sia nel ridurre i consumi sia nel ridurre i milionari traffici illegali da cui le criminalità organizzate di tutto il mondo traggono ingenti profitti. Insomma, c’è da prendere atto che “La guerra globale alla droga è fallita,” – scrivono a chiare lettere i commissari – “con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”. E aggiungono che, “Cinquanta anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, e a 40 anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alle droghe del governo americano, sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali”.
Anche il New York Times, più recentemente, partendo proprio dall’evidenza del fallimento delle politiche proibizioniste, a seguito di una decisione della direzione e del board editoriale, ha lanciato una campagna a favore della legalizzazione dei derivati della cannabis.
Oggi, la cannabis ha molteplici usi legali, come ricorda la giornalista del Garantista, sono assai molteplici. Ma voglio soffermarmi su quello terapeutico sul quale, come Radicali, qualche mese fa, abbiamo partecipato con Rita Bernardini ad un convegno organizzato, in Calabria, a Catanzaro. Nonostante in Italia il ricorso alla marijuana per fini terapeutici sia legale dal 2007, e anche se alcune recenti leggi regionali (Toscana, Abruzzo e Puglia) ne hanno l’uso, sono ancora troppe le difficoltà che i pazienti hanno a reperire farmaci a base di cannabis. I dati del Ministero della salute parlano chiaro: nel 2013 sono state rilasciate solo duecento autorizzazioni all’importazione del ‘medicinale’. Ma poiché ogni paziente è tenuto ad importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, il dato di 213 pazienti autorizzati va diviso per quattro e si capisce che solo una sessantina persone sono riuscite a ottenere il farmaco legalmente.
E’ evidente che molti di loro ricorrono al mercato illegale. Ma la cosa davvero esilarante è che, dall’Italia, la cannabis la importiamo dall’Olanda al costo di 15 euro al grammo. E anche se, finalmente, la Camera ha dato il via, approvando un ordine del giorno presentato dai Radicali nel 2008, alla produzione legale presso uno stabilimento militare in Toscana, nella Calabria dove sterminate sono le piantagioni sequestrate alla ‘ndrangheta, nella Calabria baciata dal sole dove, se ti fai una canna e per sbaglio ti cade un seme, l’erba cresce su da sola, in questi tempi di crisi, noi non troviamo un posticino, un cantuccio, per coltivarla legalmente, sotto controllo militare, e venderla ai malati delle Regioni d’Italia?
Lo scorso 17 ottobre a Cernobbio, in occasione della XIV edizione del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione organizzato dalla Coldiretti, persino Roberto Moncalvo, presidente dell’associazione di agricoltori italiani, ha lanciato la sua proposta sulla base dei risultati di un’analisi commissionata all’istituto Ixé per la quale quasi 2 italiani su 3 sono favorevoli alla coltivazione legale per motivi di salute, ma anche “economici e occupazionali”. E’ con queste idee che si sblocca l’Italia, non certo sbloccando le trivelle per nuove ricerche petrolifere in Abruzzo, in Lucania e sullo Ionio calabrese, coi rischi ambientali che inducono.
In Italia, ha ricordato Monclavo, “ci sono 1000 ettari di serre abbandonate per colpa della crisi dell’ortofloricoltura dove sperimentare la coltivazione a scopo terapeutico della cannabis”. Per la Coldiretti – stando a quanto riportato su La Stampa da Maurizio Tropeano, corrispondente da Cernobbio per il quotidiano torinese – questa “potrebbe essere un’opportunità per il Sud” da “valutare attentamente per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera al 100% italiana che unisca l’agricoltura all’industria farmaceutica”. Nelle serre dismesse la coltivazione legale potrebbe essere autorizzata subito facilitando i necessari controlli per prevenire gli abusi. Ma la cosa più importante è che, legalizzando la coltivazione per fini terapeutici, si renderebbe al mercato legale, secondo lo studio presentato da Coldiretti, un giro di affari di circa 1,4 miliardi di euro ogni anno.
Ha più ragioni, quindi, il Garantista che, dalle sue colonne, sostiene che la legalizzazione sarebbe un modo per creare posti di lavoro legale e sottrarre – soprattutto in Calabria – manovalanza a basso costo alla ‘ndrangheta. Purtroppo, una cultura proibizionista ormai radicata vuole che le criminalità organizzate continuino a lucrare e che, anche per i fini terapeutici, la dobbiamo importare dall’Olanda. Su questo tema bisognerebbe che, anche la politica calabrese, aprisse, senza tabù, una seria discussione. Un confronto tra ragioni diverse, diametralmente opposte. Tra chi, come noi Radicali, da anni, siamo favorevoli alla regolamentazione e alla legalizzazione e di chi, invece, sostiene posizioni proibizioniste intransigenti che continuano però ad alimentare le casse della ‘ndrangheta.
Quando qualcuno sostiene che, anche se si legalizzasse la coltivazione, le ‘ndrine venderebbero la cannabis comunque a prezzi più bassi, sarebbe facile rispondere che, non perché ci sono le sigarette di contrabbando (fenomeno assai limitato in alcune città italiane) qualcuno pensa di proibire la vendita legale dei tabacchi e che, nonostante sia più dannoso alla salute l’alcol, nessuno pensa – neanche i proibizionisti più agguerriti – di ritornare agli anni ’30 del proibizionismo americano quando, con la vendita degli alcolici illegali, Hal Capone e le sue bande di gangster si erano ingrassate di dollari.
Non è un caso che pure Roberto Saviano, su l’Espresso di un anno fa, parlava, anche lui, di “evidente fallimento delle politiche proibizioniste” che hanno “alimentato per anni e continuano ad alimentare le casse della camorra”, come della ‘ndrangheta. Diceva di voler poter votare un partito antiproibizionista. Dimenticava, però, o faceva finta di dimenticare, che, in Italia, un partito antiproibizionista, che da anni lotta per legalizzare c’è, eccome: si chiama Partito Radicale, si chiamano Radicali Italiani, che in Calabria son pochi, ma ci sono.
Allora partiamo da qui. Per fugare tentazioni grilline, se Mario Oliverio, il candidato del ‘nuovo’ PD e del centro sinistra alle prossime elezioni regionali, vorrà il sostegno anche dei Radicali e delle loro idee, provi a chiederlo facendo proposte chiare. Partendo da questa della legalizzazione della coltivazione di cannabis per fini terapeutici che, come Radicali, facciamo nostra anche per fini ludici, assieme a quelle già in campo dell’istituzione del garante dei diritti delle persone private della libertà in carceri inumane come quella di Rossano, quella dell’anagrafe pubblica dei siti inquinati e del registro tumori di cui, pure in questa Regione, c’è urgente bisogno.




