Cannabis legale, un colpo alle ‘ndrine

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di Giuseppe Candido

Su Cronache del Garantista il 20/ottobre/2014

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Pubblicato su Cronache del Garantista il 20 ottobre 2014

Tra le pagine calabresi delle Cronache del Garantista qualche giorno addietro leggevo di un’interessante inchiesta curata da Simona Musco sulla marijuana legale e sugli effetti negativi del proibizionismo. Il titolo dell’articolo era molto chiaro: “L’oro verde calabrese. Il proibizionismo ingrassa i clan: perché non cambiare?”. Su analogo argomento, qualche giorno dopo, insisteva pure Davide Varì, chiedendosi se ci fosse, in Calabria, un politico disposto a sposare la battaglia della legalizzazione della marijuana. 

Il Garantista ha lanciato la sua proposta alla politica calabrese: perché non legalizzare la coltivazione di cannabis? Ma in realtà, la proposta di legalizzazione dei consumi di cannabis, è una proposta ultra trentennale dei Radicali e di Marco Pannella. I Radicali, già dagli anni ’70, parlavano di legalizzazione e mai di liberalizzazione, come invece qualche incauto giornalista spesso scrive soprattutto nei titoli, e che è cosa assai diversa. Non è una questione semantica. La droga è già libera di essere acquistata per strada e nelle piazze di tutta Italia oltreché in Calabria. E la ‘ndrangheta festeggia perché ne detiene il monopolio. I ‘duri colpi’ inflitti alle criminalità, non scalfiscono di una virgola i loro introiti. Il fallimento delle politiche proibizioniste è ormai un’evidenza che ha acquistato, negli anni, sempre più numerosi e autorevoli sostenitori, fino ad arrivare, nel 2011, al rapporto della Commissione mondiale per le politiche sulle droghe dell’ONU in cui si parla chiaramente di ‘fallimento’ sia nel ridurre i consumi sia nel ridurre i milionari traffici illegali da cui le criminalità organizzate di tutto il mondo traggono ingenti profitti. Insomma, c’è da prendere atto che “La guerra globale alla droga è fallita,” – scrivono a chiare lettere i commissari – “con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”. E aggiungono che, “Cinquanta anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, e a 40 anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alle droghe del governo americano, sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali”.

Anche il New York Times, più recentemente, partendo proprio dall’evidenza del fallimento delle politiche proibizioniste, a seguito di una decisione della direzione e del board editoriale, ha lanciato una campagna a favore della legalizzazione dei derivati della cannabis.

Oggi, la cannabis ha molteplici usi legali, come ricorda la giornalista del Garantista, sono assai molteplici. Ma voglio soffermarmi su quello terapeutico sul quale, come Radicali, qualche mese fa, abbiamo partecipato con Rita Bernardini ad un convegno organizzato, in Calabria, a Catanzaro. Nonostante in Italia il ricorso alla marijuana per fini terapeutici sia legale dal 2007, e anche se alcune recenti leggi regionali (Toscana, Abruzzo e Puglia) ne hanno l’uso, sono ancora troppe le difficoltà che i pazienti hanno a reperire farmaci a base di cannabis. I dati del Ministero della salute parlano chiaro: nel 2013 sono state rilasciate solo duecento autorizzazioni all’importazione del ‘medicinale’. Ma poiché ogni paziente è tenuto ad importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, il dato di 213 pazienti autorizzati va diviso per quattro e si capisce che solo una sessantina persone sono riuscite a ottenere il farmaco legalmente.

E’ evidente che molti di loro ricorrono al mercato illegale. Ma la cosa davvero esilarante è che, dall’Italia, la cannabis la importiamo dall’Olanda al costo di 15 euro al grammo. E anche se, finalmente, la Camera ha dato il via, approvando un ordine del giorno presentato dai Radicali nel 2008, alla produzione legale presso uno stabilimento militare in Toscana, nella Calabria dove sterminate sono le piantagioni sequestrate alla ‘ndrangheta, nella Calabria baciata dal sole dove, se ti fai una canna e per sbaglio ti cade un seme, l’erba cresce su da sola, in questi tempi di crisi, noi non troviamo un posticino, un cantuccio, per coltivarla legalmente, sotto controllo militare, e venderla ai malati delle Regioni d’Italia?

Lo scorso 17 ottobre a Cernobbio, in occasione della XIV edizione del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione organizzato dalla Coldiretti, persino Roberto Moncalvo, presidente dell’associazione di agricoltori italiani, ha lanciato la sua proposta sulla base dei risultati di un’analisi commissionata all’istituto Ixé per la quale quasi 2 italiani su 3 sono favorevoli alla coltivazione legale per motivi di salute, ma anche “economici e occupazionali”. E’ con queste idee che si sblocca l’Italia, non certo sbloccando le trivelle per nuove ricerche petrolifere in Abruzzo, in Lucania e sullo Ionio calabrese, coi rischi ambientali che inducono.

In Italia, ha ricordato Monclavo, “ci sono 1000 ettari di serre abbandonate per colpa della crisi dell’ortofloricoltura dove sperimentare la coltivazione a scopo terapeutico della cannabis”. Per la Coldiretti – stando a quanto riportato su La Stampa da Maurizio Tropeano, corrispondente da Cernobbio per il quotidiano torinese – questa “potrebbe essere un’opportunità per il Sud” da “valutare attentamente per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera al 100% italiana che unisca l’agricoltura all’industria farmaceutica”. Nelle serre dismesse la coltivazione legale potrebbe essere autorizzata subito facilitando i necessari controlli per prevenire gli abusi. Ma la cosa più importante è che, legalizzando la coltivazione per fini terapeutici, si renderebbe al mercato legale, secondo lo studio presentato da Coldiretti, un giro di affari di circa 1,4 miliardi di euro ogni anno.

Ha più ragioni, quindi, il Garantista che, dalle sue colonne, sostiene che la legalizzazione sarebbe un modo per creare posti di lavoro legale e sottrarre – soprattutto in Calabria – manovalanza a basso costo alla ‘ndrangheta. Purtroppo, una cultura proibizionista ormai radicata vuole che le criminalità organizzate continuino a lucrare e che, anche per i fini terapeutici, la dobbiamo importare dall’Olanda. Su questo tema bisognerebbe che, anche la politica calabrese, aprisse, senza tabù, una seria discussione. Un confronto tra ragioni diverse, diametralmente opposte. Tra chi, come noi Radicali, da anni, siamo favorevoli alla regolamentazione e alla legalizzazione e di chi, invece, sostiene posizioni proibizioniste intransigenti che continuano però ad alimentare le casse della ‘ndrangheta.

Quando qualcuno sostiene che, anche se si legalizzasse la coltivazione, le ‘ndrine venderebbero la cannabis comunque a prezzi più bassi, sarebbe facile rispondere che, non perché ci sono le sigarette di contrabbando (fenomeno assai limitato in alcune città italiane) qualcuno pensa di proibire la vendita legale dei tabacchi e che, nonostante sia più dannoso alla salute l’alcol, nessuno pensa – neanche i proibizionisti più agguerriti – di ritornare agli anni ’30 del proibizionismo americano quando, con la vendita degli alcolici illegali, Hal Capone e le sue bande di gangster si erano ingrassate di dollari.

Non è un caso che pure Roberto Saviano, su l’Espresso di un anno fa, parlava, anche lui, di “evidente fallimento delle politiche proibizioniste” che hanno “alimentato per anni e continuano ad alimentare le casse della camorra”, come della ‘ndrangheta. Diceva di voler poter votare un partito antiproibizionista. Dimenticava, però, o faceva finta di dimenticare, che, in Italia, un partito antiproibizionista, che da anni lotta per legalizzare c’è, eccome: si chiama Partito Radicale, si chiamano Radicali Italiani, che in Calabria son pochi, ma ci sono.

Allora partiamo da qui. Per fugare tentazioni grilline, se Mario Oliverio, il candidato del ‘nuovo’ PD e del centro sinistra alle prossime elezioni regionali, vorrà il sostegno anche dei Radicali e delle loro idee, provi a chiederlo facendo proposte chiare. Partendo da questa della legalizzazione della coltivazione di cannabis per fini terapeutici che, come Radicali, facciamo nostra anche per fini ludici, assieme a quelle già in campo dell’istituzione del garante dei diritti delle persone private della libertà in carceri inumane come quella di Rossano, quella dell’anagrafe pubblica dei siti inquinati e del registro tumori di cui, pure in questa Regione, c’è urgente bisogno.

Pietro Gennaro ed Ettore Majorana erano la stessa persona?

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La misteriosa storia di don Petru – comparso a Briatico dal nulla, profondo conoscitore di matematica e fisica. Morì nel sonno, asfissiato per le esalazioni ed i fumi dell’incendio della sua stanza, provocato forse dalla pipa o da un lume dimenticato acceso accanto al letto

di Franco Vallone

La storia che vi stiamo per raccontare è di quelle misteriose e affascinanti. Un uomo che abitava a Briatico, arrivato in paese da non si sa dove, potrebbe oggi essere identificato con il grande Ettore Majorana, lo scienziato scomparso misteriosamente da Napoli nel 1938. Ma partiamo da alcuni dati. Si chiamava Pietro Gennaro e a Briatico, sin da subito, diventa don Petru, ‘u zu Petru come lo chiamavano tutti. Un uomo, per come lo descrivono coloro che lo hanno conosciuto, con una grande cultura generale ed una sapienza, in campo matematico, fisico ed astronomico, davvero enorme. Molti ragazzini del paese, in quegli anni, frequentano il misterioso personaggio e notano la sua impressionante capacità di risolvere difficili operazioni matematiche e calcoli complessi. Don Petru viene descritto da tanti come “un personaggio buono, discreto e invisibile”, “un vero scienziato, esperto di tutto”. Don Petru morirà nella sua umile stanza a seguito dell’incendio del suo letto di cruju sviluppatesi forse a causa della pipa che lui amava fumare o per un lume a petrolio lasciato incautamente acceso. Siamo riusciti a recuperare una sua foto, una rarissima, forse unica, fotografia ingiallita dal tempo. Nell’immagine d’epoca che lo ritrae, Pietro Gennaro è seduto di traverso su una sedia impagliata con la sua immancabile pipa in terracotta e cannuccia in bocca. Si nota, nella fotografia, la sua mano destra, il dito mignolo distanziato dal resto delle dita, forse “la cicatrice di una ferita procuratesi cadendo da un carro merci carico di libri sequestrati” – ci raccontano. Ettore Majorana prima di sparire, nel 1938, aveva avuto un incidente con l’auto di suo padre ed era rimasto ferito in modo grave proprio alla mano destra, conservando, per come riportano le cronache dell’epoca, una grossa cicatrice sul dorso della mano. Nelle stessa scheda del Ministero degli Interni, diramata assieme alla foto nel giugno del 1938, si menziona una ricompensa offerta dalla famiglia per il ritrovamento dello scomparso, assieme alla segnalazione di una lunga cicatrice presente sul dorso della mano del ricercato. Ma ritorniamo a Briatico. Oggi la casa dove abitava Pietro Gennaro è stata venduta e successivamente ristrutturata. La traversa dove viveva don Petru è stata a lui intitolata, vi è una targa toponomastica: “Via Pietro Gennaro”. Chiediamo informazioni ai bambini, ragazzi e giovani dell’epoca, oggi adulti e anziani, che incontriamo sul socialnetwork Facebook. Qui ritroviamo, tra gli altri, Pino Prostamo, Giuseppe Conocchiella, Mimmo Prostamo, Antonio Belluscio, Francesca Sergi, Michele Potertì, Tommaso Prostamo, Frate Rokko, Franco Morello, e poi ci sono i figli, i nipoti dei testimoni diretti, memori di racconti orali tramandati dai loro padri e dai loro nonni: Simone Tedesco, Maria Concetta Melluso, Cristiano Santacroce e tanti altri … Lanciamo la provocazione, il confronto ed un dibattito di ricerca sul web: “Don Petru… vi dice nulla? Raccontateci tutto quello che sapete, anche i particolari che a voi sembrano insignificanti.”.
Le risposte non tardano ad arrivare e costruiscono, tutte assieme, un prezioso filo rosso. “Io da bambino andavo a trovarlo spesso ed era felice quando mi vedeva, abitava in una casa nella vineja di fronte a quella di mia zia…, lo ricordo sempre coricato, come coperta aveva un pesante cappottone di colore nero…”. Era arrivato a Briatico dal nulla Pietro Gennaro, comparso improvvisamente, “lo ricordo molto anziano, sempre solo, io ero piccolo, non andavo ancora a scuola, forse erano i primi anni ’60, era molto debilitato, viveva in questa piccola stanza con una finestrella sul lato sinistro dell’uscio. Mi raccontava tante cose, ma oggi non ricordo cosa, ero troppo piccolo per ricordare ciò che mi raccontava…”. “Quando andavo a trovarlo io mi sedevo accanto al suo letto e lui, con voce stanca raccontava, diceva delle cose, ogni volta mi chiedeva quando sarei tornato a trovarlo. La porta di casa sua era solo appoggiata e poteva entrare chiunque”. “Io ricordo che c’era qualcuno che tutti i giorni gli portava da mangiare”. “Noi ragazzi, all’uscita di scuola, a volte ci fermavamo davanti alla sua porta per salutarlo, lui era immobile sul letto, mi sembra fumasse una pipa, a don Petru faceva piacere scambiare due chiacchiere con noi, però non ricordo cosa diceva, è passato moltissimo tempo!!”. ”Una persona di Briatico, oggi scomparsa, mi raccontava delle sue conoscenze di matematica, fisica ed anche astronomia. Dava lezioni a studenti universitari e si confrontava con docenti di matematica e fisica che al suo cospetto rimanevano sbalorditi. Raccontava di aver imparato tutto in un monastero”. “Io non l’ho mai conosciuto, ma mio padre e i miei zii dicevano di lui che era un sapiente”. “Uomo di cultura semplice ma vasta. Nei suoi racconti riusciva a farci scoprire e sognare posti impensabili. Non ho mai capito se quei posti li avesse visitati realmente o con l’immaginazione. Ci ha lasciati a causa della pessima abitudine di fumare prima di addormentarsi”. “Pietro Gennaro io non l’ho conosciuto ma in molti mi hanno raccontato delle sfide matematiche che ingaggiava con mio papà”.
”Don Pietro io ho avuto la fortuna di conoscerlo, viveva in solitudine, non aveva nessuno, non so di dov’era. Fumava la pipa ed il toscano, sembra sia proprio questo il motivo per cui la casa è andata in fumo”.. “Qualche anno fa, interessandomi di misteri vari, mi è venuto in testa proprio lui ed ho fatto un’associazione di personaggi. Un’ipotesi un po fantastica ma ci sta perfettamente col mistero e con gli anni che don Pietro aveva”.
”Don Pietro, Pietro Gennaro, era molto colto, una volta Santacroce e Caruso, i due amici maestri delle elementari, per metterlo alla prova prepararono un problema matematico molto complesso, lo presentarono a lui e non appena lo lesse, in pochi secondi, diede loro il risultato. Era solito portarsi tutti i pomeriggi dietro Solaro, c’era una stradina di campagna che portava in alto, una località dove c’era una grande pietra che lui utilizzava come poltrona. Don Petru rimaneva li a meditare per qualche ora con la sua inseparabile pipa”. “A me, che ero incuriosito dal lume che teneva in un bicchiere sopra una sedia e accanto al suo letto, diede spiegazione di come funzionasse. Avrò avuto 5 o 6 anni, ma lo ricordo ancora adesso”.
”Purtroppo è stato quel lume, non la pipa, a provocare l’incendio in cui è morto”. “Infatti, la pipa era quasi sempre spenta”, “sembra di ricordare che fumasse anche il sigaro”. Pietro Gennaro era Ettore Majorana? Non si sa, ci sono delle incongruenze riguardo l’età, don Petru è morto nel gennaio del 1968. Majorana era nato in Sicilia nel 1906. Nella foto don Petru dimostra di essere più anziano. Il mistero è destinato a imperversare ancora per molto, anche a Briatico.

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Proibizionismi #Radicali

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di Giuseppe Candido
Leggo con piacere tra le pagine calabresi delle Cronache del Garantista un’interessante inchiesta di Simona Musco sulla marijuana e sugli effetti del proibizionismo rubricato come ‘canapa, l’oro verde’ e il cui titolo a quattro colonne non lascia dubbi: “Il proibizionismo ingrassa i clan: perché non cambiare?”.
Bella domanda! Anche perché non è certo di oggi, né di ieri l’altro. La proposta di legalizzare i consumi, specialmente quelli riferiti alle droghe leggere, è una proposta ultra trentennale dei Radicali e di Marco Pannella. E parliamo non già di liberalizzazione come qualche incauto giornalista spesso ci attribuisce, ma di legalizzazione che è cosa ben diversa. Non è un fatto di semantica. La droga è già libera di essere acquistata nelle piazze di tutta Italia. E la ‘ndrangheta, con qualche altra criminalità organizzata, festeggiano perché ne sono monopolisti.
La tesi dei Radicali, quella del fallimento del proibizionismo, è una tesi che ha acquistato, negli anni, sempre più numerosi e autorevoli sostenitori, fino ad arrivare, nel 2011, al rapporto della Commissione mondiale per le politiche sulle droghe dell’ONU in cui si parla chiarmente del fallimento del proibizionismo sia nel ridurre i consumi sia nel ridurre i traffici illegali da cui le criminalità organizzate di tutto il mondo traggono ingenti profitti.
“La guerra globale alla droga è fallita,” – scrivono i commissari – “con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”. E si aggiunge: “Cinquanta anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, e a 40 anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alle droghe del governo americano, sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali”.
Tutto ciò è ancor più vero per la cannabis i cui usi legali, come pure ricorda l’inchiesta della Musco, sono assai molteplici. Si pensi alla cannabis terapeutica. Nonostante in Italia il ricorso alla marijuana per fini terapeutici sia legale dal 2007, e anche se alcune recenti leggi regionali ne hanno agevolato quest’uso, sono ancora tante le difficoltà che i pazienti hanno a reperire farmaci a base di cannabis. I dati del Ministero della salute parlano chiaro: nel 2013 sono state rilasciate poco più di duecento autorizzazioni all’importazione di medicinali a base di cannabis. Ma poiché ogni paziente è tenuto ad importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, il dato dei 213 pazienti autorizzati dal Ministero va diviso per quattro. Si capisce che meno di 60 persone sono riuscite a ottenere il farmaco legalmente. Poiché trattasi di migliaia di persone malate, tutti gli altri evidentemente ricorrono al mercato illegale. Ma la cosa davvero esilarante è un’altra: cioè il fatto che, dall’Italia, l’erba la dobbiamo importare a costi stratosferici dall’Olanda. Nella Calabria delle infinite piantagioni sequestrate alla ‘ndrangheta, nella Calabria baciata dal sole dove, se per sbaglio ti fai una canna e ti cade un seme, l’erba cresce su da sola, non troviamo un posticino, un cantuccio, per coltivarla legalmente e venderla ai malati delle Regioni d’Italia? Sarebbe un modo per creare lavoro legale e sottrarre manovalanza alla ‘ndrangheta. No, una cultura proibizionista ormai radicata vuole che la importiamo dall’Olanda anche per fini terapeutici per cui, dal 2007, è legale.
Su questo tema, giustamente sollevato dalla Musco, bisognerebbe che, anche la politica calabrese aprisse, senza tabù, una discussione seria. Un confronto tra ragioni di chi è favorevole alla legalizzazione e di chi, invece, sostiene posizioni proibizioniste intransigenti.
Al fatto che qualcuno sostenga che, anche se si legalizzassero i consumi, le ‘ndrine venderebbero comunque a prezzi più bassi, sarebbe infatti facile rispondere che, non perché ci sono le sigarette di contrabbando si pensa minimamente di proibire la vendita dei tabacchi e che, nonostante faccia certamente più male alla salute l’alcol che la cannabis, nessuno pensa – neanche i proibizionisti più agguerriti alla Giovanardi – di ritornare agli anni ’30 del proibizionismo americano quando, con la vendita degli alcolici diventati illegali, Hal Capone e le sue bande criminali si erano ingrassate di dollari. Proprio come, oggi, il proibizionismo sulle droghe, anche quelle leggere, continua a far ingrossare le casse delle criminalità non solo calabre.
Non è un caso che Saviano, su l’Espresso di un anno fa, parlava chiaramente, anche lui, di fallimento delle politiche proibizioniste sulle droghe che hanno alimentato enormi introiti pure per le camorre campane. Anche lui, però, come la Musco, aveva dimenticato che in Italia un partito antiproibizionista che si batte per la legalizzazione c’è, e si chiama Partito Radicale.
Rita Bernardini, Laura Arconti e Marco Pannella – civilmente disobbedienti a una legge irragionevole che aveva equiparato la cannabis all’eroina e alla coca – hanno portato a termine pubblicamente – annunciandola con video e messaggi dalla radio radicale, una coltivazione di ben 18 piantine di marijuana il cui raccolto sarà gratuitamente ‘ceduto’ a malati che ne hanno diritto come cura. Trattasi – tecnicamente – di associazione per delinquere che, però, non viene arrestata stante la flagranza sia resa pubblica e con l’aggravante dell’associazione. Rita continua a postare su Facebook le foto delle sue piante illegali sperando di trovare ‘un giudice a Berlino’ che intervenga. Se a farlo fossero tre giovani calabresi, si sarebbero mossi persino gli elicotteri. Ma per loro, invece, nessuno fa niente. E i media consapevolmente li ignorano. Perché? Probabilmente perché non se ne vuole parlare pubblicamente, perché si preferisce non affrontare un dibattito cui sarebbero costretti dopo l’arresto di Marco Pannella, Rita e Laura. E forse perché, se mandassero Rita a spiegarlo in televisione romperebbero quel silenzio assordante, creato dai media su tutte le politiche dei Radicali. Mentre l’attualità politica è piena dei temi dell’agenda radicale, di noi non c’è traccia. Ad eccezione del Garantista, che rimane mosca bianca, gli altri giornali e telegiornali nazionali, sia quelli del servizio pubblico radiotelevisivo, sia quelli delle TV private nazionali, hanno una regola sola: vietato far parlare Pannella e i Radicali.

La buona scuola e la pessima politica

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di Giuseppe Candido
Articolo pubblicato il 13/09/2014 su Le Cronache del Garantista a pag. 22 col titolo:
C’è solo un modo per rilanciare la scuola: investire di più

Prima, nei i mesi di calura estiva, qualcuno ipotizzava di portare l’orario di lavoro dei prof a 36 ore la settimana. Come gli impiegati. Poi sarà stato ricordato a Renzi cosa aveva scritto più di un secolo fa Einaudi. L’aumento del l’orario “Può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno in ufficio”. Aggiungendo che: “La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità”.
Le 36 ore a settimana per i prof, per fortuna, sono scomparse. Come pure si è capito che i docenti italiani con 200 giornate di scuola all’anno non hanno più ferie e non lavorano meno dei loro omologhi tedeschi (198 giorni) e, in generale, dei colleghi europei. Ma l’idea di riformare la scuola senza metterci neanche un euro, anzi continuando a tagliare, è rimasta tale e quale. Tale e quale a quella dei governi dell’ultimo ventennio.
Addirittura il governo di Matteo Renzi pensa ora di mettere persino la ‘pagella’ per professori e, abolendo gli scatti triennali, di legare la progressione di carriera dei docenti al merito e non più all’anzianità. In pratica trasformando un attuale diritto minimo di tutti in un privilegio misero di alcuni. Nell’ultimo rapporto l’OCSE, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ci dice però che la scuola italiana migliora nonostante i tagli fatti in questi decenni che hanno portato la pubblica istruzione italiana ad essere la cenerentola d’Europa. Il rapporto diffuso lo scorso 9 settembre conferma, ancora una volta, il calo degli investimenti del ‘Bel Paese’ nel settore scolastico.
Il governo Renzi, invece di cambiare verso e invertire questa tendenza, pensa ad ulteriori tagli: abolizione degli scatti stipendiali dei prof (già di per se miseri ristretto a quella dei colleghi europei) legando gli aumenti di stipendio a un non ben specificato merito senza però aver definito con i rappresentanti della categoria alcun sistema scientifico in grado di individuare davvero le eccellenze.
Invece è proprio il merito dei docenti (e tutti) se, come scrive l’OCSE, in Italia “migliora la qualità dell’istruzione di base” nonostante i poderosi tagli.
Tra il 2003 e il 2012 è diminuita la percentuale dei quindicenni che ottengono ai test di matematica un punteggio basso e sono aumentati i più bravi. Mentre, sempre nello stesso rapporto OCSE, si legge che “tra il 2008 e il 2012 le buste paga dei docenti della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado, sono diminuite mediamente del 2%”. E lo abbiamo ricordato più volte: Gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie di I grado raggiungono, in media nei Paesi OCSE, il livello più alto della loro fascia retributiva dopo appena 24 anni di servizio, mentre in Italia sono necessari 35. E mentre nei paesi OCSE, tra il 2000 e il 2009, gli stipendi degli insegnanti sono aumentati del 7%, in termini di potere d’acquisto, in Italia sono invece diminuiti del 2%; e a ciò si aggiunga il successivo blocco degli scatti d’anzianità. Negli ultimi 4 anni gli insegnanti italiani – in media – hanno perso oltre 8mila euro del loro potere d’acquisto. Sono diventati i nuovi poveri.
Come pure abbiamo già ricordato che, sono sempre i dati rilevati nel 2011 dall’OCSE, a dirci che solo nel 2008, l’Italia ha speso il 4,8% del PIL per l’istruzione (posizionandosi così al 29 posto di 34 Paesi), investendo in istruzione quasi un punto e mezzo percentuale di PIL in meno rispetto alla media dei paesi OCSE.
Dati questi che da soli spiegano e danno forza alla battaglia dei docenti e sindacati in difesa degli scatti stipendiali in base all’anzianità e che, di fatto, come ricordano i sindacati all’unisono, rappresentano l’unica boccata d’ossigeno per gli stipendi miseri dei docenti italiani.
Se vuole premiare le eccellenze e migliorare davvero l’istruzione il governo dovrebbe cominciare invece a investire in questo settore.
Come ha ricordato ne I Principi di Economia Alfred Marshall, nessun investimento dello stato ritorna in termini di crescita di un Paese come quello nell’istruzione. Si obietterà che non ci sono i soldi e che con questi chiari di luna non è possibile trovare le risorse. Eppure. Non si parla più di evasione fiscale, e non si parla più delle gare per l’assegnazione delle frequenze della tv digitale che, se espletate adeguatamente, avrebbero potuto dare enormi vantaggi economici. Solo investendo nella scuola e nei docenti – ridando loro dignità e risorse – si può fare la buona scuola. Si trovino le risorse per farlo. Altrimenti sono solo chiacchiere. E poi, con tutti i fallimenti della politica delle larghe intese partitocratiche, siamo davvero sicuri che la pagella la si debba dare ai prof in questo Paese?

Post-scriptum
Dopo che abbiamo inviato l’articolo alla redazione de il Garantista, il giorno della sua pubblicazione su carta, con piacere scopriamo che, proprio per opporsi a questa evidente truffa di sostituire gli scatti con aumenti legati al ‘merito’ dati solo a una parte dei prof, i sindacati rappresentativi del comparto (compresa la Federazione GILDA UNAMS di cui chi scrive è dirigente provinciale) ritrovano unità nella lotta e lanciano una petizione da scaricare, firmare e inviare al governo: #SbloccaContratto.

#Peschici e San Marco in Lamis: dissesto non solo “idrogeologico” ma soprattutto “ideologico

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Il disastro di San Marco in Lamis (FG)
di Carlo Tansi (1)

I morti in Puglia di questi giorni sono le ennesime vittime della “strage di popoli” di cui Pannella parla da anni. Sarò al congresso dell’associazione Luca Coscioni per proporre a Marco di riprendere la sua antica e quanto mai attuale battaglia per proporre un Geologo in ogni comune.
Sono anni che i geologi dicono le stesse cose. Più volte ho scritto, come noi tutti geologi, non solo calabresi, affermiamo ormai da anni, che oltre alle vicissitudini geologiche che ne hanno reso i terreni della nostra penisola particolarmente “fragili” e predisposti al dissesto, assieme alla scarsa manutenzione dei fiumi e dei torrenti, le cause del rischio idrogeologico in Puglia come in Calabria e in altre parti del Paese, sono da attribuire principalmente a un’arrembante e incauta edificazione che, sia per l’abusivismo e sia per il superficiale controllo dei progetti negli uffici tecnici preposti (ex-Genio Civile) consentito da una assurda normativa, ha consentito per decenni di costruire sulle frane e nei fiumi. E le calamità naturali, aggravate dal mal governo del territorio, continuano a pesare come un macigno sullo sviluppo socio-economico dell’intero Paese. Anche quello di San Marco in Lamis, infatti, non è altro che l’ennesima catastrofe annunciata, conseguenza di un dissesto non solo “idrogeologico” ma soprattutto “ideologico” di un sistema partitocratico che, asservito a logiche clientelari, ha consentito di costruire in aree a bollino rosso.
Molti credono di poter aggirare le leggi degli uomini, ottenendo magari una concessione in una zona a rischio R3 o R4; uomini ignari e sciocchi, che scappano alle leggi degli uomini, ma che però non scappano alle inesorabili leggi della natura: la natura, prima o poi, si riprende ciò che le appartiene, senza mezzi termini, senza fare sconti a nessuno.

Purtroppo, nella “strage di leggi” – che il volume “La peste ecologica e il caso Calabria” di Giuseppe Candido ripercorre con dovizia di particolari – nonostante le varie catastrofi di Maierato, Cavallerizzo, Soverato, Vibo, degli scavi di Sibari …, imperterriti, di fronte a scenari anche più drammatici di San Marco in Lamis, in queste ore, da qualche parte in Italia, si continua ancora a costruire sulle frane e nei fiumi, anche mentre scrivo queste ennesime righe dell’ennesimo “deja vu”. In 50 anni di storia dell’Ordine dei Geologi italiani, istituito nel 1963, l’anno della tragedia del Vajont, le catastrofi idrogeologiche e gli eventi sismici nel nostro Paese si sono ripetuti a ritmi incessanti. Ma quanto costa all’Italia intervenire per le emergenze, siano esse legate ad eventi idrogeologici o sismici, anzichè investire in prevenzione? L’annuario dei dati ambientali elaborato dall’ISPRA, stima con la cifra di 52 miliardi di euro, il costo complessivo dei danni per i soli eventi franosi ed alluvionali, nel periodo dal 1951 al 2009, corrispondenti, in moneta corrente, a ottocento milioni di euro all’anno circa. Secondo gli studi redatti dallo stesso Consiglio Nazionale dei Geologi, il quadro dei costi complessivi, tra il 1944 e il 2009, del dissesto idrogeologico e del rischio sismico, sono compresi “tra un valore minimo di 176 miliardi di euro e uno massimo di 213″.

Non tutti sanno – anch’io l’ho scoperto da poco – che il Partito Radicale e Marco Pannella, sin dagli anni ’80, da quando era consigliere comunale a Napoli, proponeva la presenza del Geologo in ogni comune.

Il Geologo in ogni comune, uno stipendio in più, tra i tanti architetti, geometri e ingegneri. Il Geologo che però farebbe risparmiare moltissimo alla collettività, proprio in termini di prevenzione dai rischi geologici, anche quelli di tipo ambientali, valutando bene i progetti e gli interventi che si effettuano sul territorio di propria competenza, specialmente in regioni ad alto rischio e rappresentando un indispensabile punto di riferimento nella gestione delle fasi emergenziali in caso di calamità naturali. Uno stipendio in più in ogni comune che, però, avrebbe fatto risparmiare una buona parte di quei miliardi. Ricordo che, nel 2007, quando fui vice presidente dell’Ordine dei Geologi della Calabria, prima che mi dimettessi proprio per la mancata “considerazione” del Geologo da parte delle istituzioni, avevo fatto questa proposta alla classe politica locale e nazionale: un Geologo assunto in tutti i comuni della Calabria in cui è presente un rischio idrogeologico R3 o R4. “Con questi chiari di luna?” mi dissero in molti, sarcasticamente. Ma questa proposta deve invece essere vista in un’altra prospettiva che la “Peste ecologica” documenta molto chiaramente: quanti soldi avrebbe risparmiato la collettività – in termini di prevenzione – se ci fosse stato un Geologo in ogni comune?

Per parlare di questi argomenti, per “strutturare” assieme questa battaglia e riportare, con Marco Pannella all’attenzione dei media questi temi, trovo assai lodevole l’iniziativa del Partito Radicale di convocare una conferenza-convegno proprio a Foggia al quale, però, non potrò partecipare per impegni presi in precedenza. Preannuncio però che, pur non essendo iscritto al Partito Radicale, proprio per discutere, con un approccio scientifico, di argomenti drammaticamente attuali – avendo come interlocutore una persona più che mai lungimirante come Marco Pannella – sarò onorato di partecipare al prossimo convegno dell’associazione Luca Coscioni.
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1) Carlo Tansi è Ricercatore presso l’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del C.N.R., docente presso il Dipartimento di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università della Calabria è stato vice presidente dell’Ordine Regionale dei Geologi della Calabria

CARCERE e SOCIETA’, dibattito a Castrovillari (CS) il 14 settembre

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Nell’ambito del FORUM CARCERI del PARTITO DEMOCRATICO di Castrovillari, domenica 14 settembre 2014 alle ore 20:00, si terrà un interessante dibattito sul tema CARCERE e SOCIETA’

Ad introdurre il dibattito sarà SANDRO FAVI, Responsabile Nazionale Carceri della Direzione Nazionale PD assieme alla coordinatrice dell’evento TINA ZACCATO, Responsabile Forum Carceri Circolo PD di Castrovillari.
Durante il dibattito interverranno: ANTONELLO POMPILIO, Segretario Circolo PD di Castrovillari; ON. ENZA BRUNO BOSSIO, Commissione Anti Mafia; MARCO MARCHESE, Direttivo Ass. Radicale “Certi Diritti”; GIUSEPPE CANDIDO, Segretario Ass. Volontariato Culturale “ Non Mollare” – Militante Radicale; MELINA CHIARELLI, Circolo PD di Castrovillari – Presidente Ass. “Giampiero Chiarelli”.

Il dibattito sarà intermezzato dalle letture tratte dal Libro di Poesie “OCCASIONI” , libro nato dalle poesie scritte dagli alunni IPSSAR della C.C. di castrovillari.

La raccolta è stata curata dalla Prof. Anna Maria Rubini dell’IPSSAR di Castrovillari e saranno interpretate da alcuni alunni dell’Istituto Alberghiero.
Nel Corso del dibattito verrà presentata la visita presso la C.C. di Castrovillari, che si terrà in data 15 settembre ore 10:00 a cui parteciperanno: Sandro Favi, Responsabile Nazionale Carceri, Direzione PD Nazionale; on. Vincenza Bruno Bossio, Commissione Anti Mafia; on. Danilo Leva , Commissione Giustizia Camera dei Deputati.; Antonello Pompilio, Segretario Circolo PD di Castrovillari; Tina Zaccato, Responsabile Forum Carceri PD di Castrovillari; Antonio Castorina, Responsabile Nazionale Legalità Giovani Democratici; Liliana Strati, Responsabile Dipartimento Giustizia Giovani Democratici.

Torre Ruggiero (Cz), emergenza cinghiali: il sindaco Pitaro anticipa la caccia

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Riceviamo e pubblichiamo

«La presenza di un numero elevatissimo dei cinghiali nel territorio comunale di Torre Ruggiero è problematica non più rinviabile che si riflette sul piano della sicurezza, dell’incolumità pubblica, dell’economia e del lavoro. È una “ferita quasi mortale” che viene inferta ad un territorio che già registra redditi tra i più bassi d’Europa» questo il grido d’allarme lanciato da Giuseppe Pitaro, sindaco del Comune delle Preserre catanzaresi.
Una vera e propria emergenza che lo ha indotto ad adottare «un provvedimento forte e nuovo» come egli stesso lo ha definito, vale a dire emettere un’ordinanza con la quale anticipare l’apertura della caccia, a decorrere dalla data di pubblicazione dalla stessa, come enunciato nel documento e «fino all’apertura ufficiale della caccia al cinghiale, esclusivamente e limitata al territorio del Comune di Torre Ruggiero e secondo le norme in vigore e il calendario venatorio», autorizzando «alla caccia dei cinghiali le forze di Polizia provinciale, i proprietari dei terreni siti nel Comune di Torre Ruggiero in possesso della autorizzazioni necessarie ex lege e del porto d’armi, e iscritti nelle squadre che praticano la caccia al cinghiale secondo l’area già assegnata dal piano faunistico provinciale e i selecontrollori già formati e autorizzati», e disponendo che ogni caposquadra responsabile della battuta dovrà informare per il iscritto il sindaco del numero di esemplare abbattuti.
Un’ordinanza giunta dopo aver interpellato autorità e organi sovracomunali, senza ricevere «nessun concreto aiuto» come lamentato ancora nel documento, trasmesso via Pec al Prefetto di Catanzaro, al Commissario della Provincia di Catanzaro, al Corpo forestale dello Stato (Sezione di Catanzaro), al Servizio Veterinario dell’Asp di Catanzaro, e tra gli altri ai sindaci dei comuni limitrofi.
Un’ordinanza giunta dopo che l’emergenza si è fatta sempre più stringente, anche per la collettività, data, come riferito in corso di conferenza stampa, la «riproduzione straordinaria» negli ultimi mesi degli esemplari di fauna selvatica, che già da sette anni cagionano danni all’economia agricola, determinando una situazione gravemente critica.
I cinghiali si addentrano per le vie del borgo già dopo le prime ore del tramonto. «Qui c’è gente che ci vuole vivere, lavorare, ci sono bambini», quindi la determinazione, maturata dopo lunga riflessione ha edotto, del provvedimento emanato.

Un pericolo serio, concreto e attuale rischia di subire e sta subendo, tra le varie colture, la raccolta della nocciola, una tipicità del territorio, in fase di approvazione di riconoscimento Igp, per la quale tanto si è fatto con la costituzione del Consorzio per la valorizzazione della Nocciola di Calabria, rappresentato dal suo presidente Giuseppe Rotiroti e dal suo vicepresidente Piero Martelli all’incontro con la stampa e i diversi produttori agricoli locali esasperati poiché giorno dopo giorno vedono vanificare le loro fatiche. La presenza massiccia dei cinghiali paventerebbe ancora un rischio di tipo igienico sanitario anche per gli allevamenti zootecnici, altra fonte primaria di reddito.
L’auspicio ha dichiarato il primo cittadino, Giuseppe Pitaro, è certamente che si avvii un tavolo tecnico di concertazione che veda seduti attorno tutti gli organismi competenti ai vari livelli, tra questi Regione e Provincia ed anche il Parco regionale delle Serre, chiamato ad un ruolo più forte e incisivo nella gestione del territorio, e prossimo al Comune di Torre.

Scuola, Rino Di Meglio (Gilda): pretendiamo serietà da chi ci governa e propone riforme

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Non si può toccare un settore così delicato con gli annunci

Stando agli insistenti e ripetuti annunci del presidente del consiglio Matteo Renzi, il 29 agosto doveva essere una giornata storica per la scuola italiana.

Invece, la sera del 28 agosto, dopo l’incontro di Renzi con il presidente Napolitano, le agenzie di stampa hanno battuto la notizia del rinvio della tanto sbandierata presentazione delle linee Guida per la riforma della scuola.

Per Rino Di Meglio, coordinatore nazionale del sindacato Gilda degli insegnanti (Fed. Gilda-Unams), “La vicenda lascia molto perplessi”.
Sentito dalla Gilda tv, la Web tv del sindacato, Di Meglio è stato molto chiaro:

“Non si può toccare un settore delicato come la scuola facendo annunci; annunci del ministro, poi da parte del sottosegretario (all’istruzione, ndr) E poi ci si è messo addirittura il presidente del Consiglio dei Ministri. Annunci che vengono fatti, poi smentiti, ritirati. La scuola – continua il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti – è una cosa seria, e un meccanismo delicato. Si tratta di milioni di persone, perché ci sono dentro un milione di personale della scuola, 700.000 insegnanti, milioni di alunni, e le loro famiglie. Diciamo che andare a mettere in attesa inutilmente tutte queste persone, per poi all’ultimo momento smentire, non è che chi ci governa ci faccia una bella figura.

Saremmo tutti curiosi – continua Di Meglio – di capire, ammesso che ci sia questa grande riforma, qual’è la filosofia cui ci si vuol riferire, e dove si vuole arrivare. Gli insegnanti sono preoccupati perché quando si fanno affermazioni del tipo: “bisogna smetterne con l’anzianità”, come ha fatto il ministro più volte, “e procedere con la meritocrazia”. … Vabbè, si parte per concetti propagandistici, perché ovviamente nessuno è contrario a premiare i buoni e punire i cattivi. Sono concetti scontati, ma va anche detto che c’è chi pensa di fare il gioco delle tre carte, perché non ci sono risorse da investire sulla scuola, e magari levare quella miseria che gli insegnanti maturano negli anni, che dopo tanti anni di servizio arrivano ad avere uno stipendio un po’ più alto di quello miserabile che l’iniziale – che è attorno ai 1200 € per le scuole primarie e 1250-1270 per le scuole superiori, questi sono gli stipendi netti miserevoli che hanno gli insegnanti italiani, – beh se uno dice: ti levo pure l’anzianità e poi faccio il merito per pochi, insomma, è chiaro che gli insegnanti giustamente si preoccupano.
Anche perché – continua il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti – la misurazione del merito chi la deve misurare? Il preside? Gli insegnanti? Gli alunni? E su quali elementi? In base al fatto che si partecipi a una commissione? Che ci si occupi di questioni burocratiche? Oppure, invece, sul fatto che uno è un buon insegnante perché conosce bene la disciplina, magari è anche un po’ severo, e quindi può anche dare fastidio a qualche studente e/o qualche genitore?
Diciamo che la questione è complessa e seria e, se si vuole fare un progetto serio in questo senso, bisogna costruirlo scientificamente e non cose così tipo l’INVALSI che va a a propinare i test nelle scuole e con questo si pensa di misurare il valore del sistema scolastico italiano”.

Poi c’è la vicenda dei docenti beffati dalla così detta ‘quota 96’ per la quale i docenti della Gilda insegnati Roma hanno manifestato lo scorso 29 agosto sotto palazzo del Governo.
Anche per questa vicenda il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti non usa mezzi termini: “È un’altra questione scandalosa”, dice subito alle telecamere di Gilda Tv e, purtroppo, non di rai uno.

Voglio semplicemente ricordare cosa è successo” – continua Rino Di Meglio – “Quando la Fornero ha fatto la riforma delle pensioni allungando i tempi a tutti e mandando in pensione chi, al 31 dicembre di quell’anno, aveva maturato determinati requisiti, ha dimenticato una cosa banale. Che nella scuola si lavora per anno scolastico e non per anno solare. Quindi migliaia di insegnanti e personale della scuola che aveva maturato il sacrosanto diritto ad andare in pensione esattamente come gli altri, solo che l’aveva maturato al 31 agosto e non al 31 dicembre, sono stati privati di questo diritto e la pensione gli è stata ritardata a chi per due, a chi per quattro, chi per sei o addirittura sette anni. Questa è una grossa ingiustizia, alla quale il Parlamento e il partito al governo si erano impegnati di mediare. Era tutto pronto, annunciato il passaggio di questa norma speciale per consentire, dopo due anni, il pensionamento dei colleghi di ‘quota 96‘, il 4 agosto la beffa.
All’improvviso il ministero dell’economia ha detto che non c’era risorse neppure per questa operazione. Questo – conclude il coordinatore Rino Di Meglio – non è un modo di procedere serio. Se noi dobbiamo insegnare in osservò il doveroso rispetto per le istituzioni e le leggi dello Stato, penso che tutti abbiamo il diritto di pretendere – al di là del colore politico – la serietà da parte di chi ci governa. Basta quindi con gli annunci. Quando si fanno le cose, le si fanno seriamente: ci si confronti, si ascolti e poi si facciano gli atti di governo”.

Alla fine dell’intervista il servizio da Catanzaro sulle immissioni in ruolo in Calabria curato dal sottoscritto lo scorso 29 agosto.

Marco Pannella e Rita Bernardini, in Calabria, giovedì 4 settembre in visita al carcere di Arghillà

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Dopo il ferragosto continuano le visite dei Radicali nelle carceri e il prossimo 4 settembre Marco Pannella, assieme a Rita Bernardini e una delegazione di radicali andranno in visita, alle ore 11.30, al nuovo Carcere di Arghillà di Reggio Calabria; con loro anche l’On. Bruno Censore (PD) e Antonino Castorina (Responsabile Nazionale “LEgalità’” Giovani del PD).
Alle ore 14, all’uscita, conferenza stampa su visita carcere. Nel pomeriggio, poi, alle ore 17.00, Pannella, Rita Bernardini saranno a Serra San Bruno (VV) per la presentazione del libro “Viaggio nelle carceri” di Davide La Cara e Antonino Castorina e, infine, concluderanno la giornata alle ore 20.00, a Cariati (CS) per la Festa Provinciale dell’Unità.

#Scuola: la Gilda insegnati pronta a chiamare i prof alla mobilitazione

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Riceviamo dal Prof. Tindiglia coordinatore provinciale della Gilda Catanzaro e membro della direzione nazionale della Gilda Insegnanti – Federazione Gilda Unams, il Comunicato ufficiale della Direzione nazionale della Gilda Insegnanti che volentieri – come dirigenti provinciali della Gilda di Catanzaro – condividiamo e pubblichiamo

La Direzione nazionale della Gilda degli Insegnanti, riunitasi a Roma il 21 agosto 2014, ha discusso della situazione dell’istruzione e della scuola, che è in Italia istituzione tutelata dalla Costituzione.

Il dibattito dei dirigenti nazionali dalla Gilda si è soffermato in particolare sulla condizione nella quale in questi ultimi anni i docenti svolgono la loro attività professionale, mal retribuita ed oppressa dalla burocrazia.

In attesa delle linee guida preannunciate alla stampa dal Presidente del Consiglio, la Gilda degli Insegnanti ricorda che se l’istruzione in Italia mantiene livelli ancora buoni è grazie alla professionalità e alla dedizione della stragrande maggioranza dei docenti.

Fiduciosi che le linee guida possano essere tali da garantire sia il livello dell’istruzione sia, soprattutto, le risorse economiche necessarie per un rilancio del settore dell’istruzione statale, la Gilda ribadisce l’assoluta contrarietà ad una politica scolastica che già da troppi anni taglia anche l’indispensabile e quindi rispetto ai paventati tagli di un anno del percorso scolastico delle secondarie, al prospettato ulteriore blocco della parte economica del CCNL e degli scatti di anzianità, all’aumento dell’orario di lavoro dei docenti, nel contesto di una possibile revisione unilaterale della parte normativa.

La Gilda degli Insegnanti, in tale ipotesi, sarebbe pronta a chiamare i docenti alla mobilitazione nazionale.