Il lodo bocciato, toghe rosse e la strage di legalità

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Tutti i cittadini sono eguali difronte la legge. Il lodo Alfano che evitava i processi al Presidente del consiglio, è stato bollato di incostituzionalità dalla Corte Costituzionale. Ed ora, Berlusconi è costretto ad affrontare i processi penali che lo vedono coinvolto: la vicenda dell’avvocato Mills e la vicenda Mediaset relativa alla frode nell’acquisizione di diritti televisivi. Dopo la sentenza civile di condanna nella vicenda lodo Mondadori nella quale, non da poco, si riafferma l’avvenuta corruzione in atti giudiziari, ora è la volta della Corte Costituzionale. Toghe rosse si dirà. Tuttavia, pur non essendo esperti costituzionalisti, si capisce che secondo la Consulta il lodo Alfano viola due articoli specifici della nostra Carta fondamentale: gli articoli 3 e 138. Una bocciatura nel merito, perché l’articolo 3 stabilisce il principio di eguaglianza dei cittadini difronte la legge e che sarebbe palesemente modificato dal lodo, e nel metodo perché, l’art. 138 fissa un iter ben specifico per apportare modifiche di tale portata: una legge approvata con doppio passaggio alle Camere e una votazione con maggioranza qualificata dei due terzi di entrambe le assemblee e che, qualora mancasse, richiederebbe anche un referendum confermativo. Ma se tutto ciò, col senno del poi, sembra così scontato, perché il lodo Alfano è rimasto legge dello stato – bloccando i procedimenti in corso – per ben 15 mesi? Ma la velocità e superficialità mediatica della politica non consente riflessioni così profonde. Per molti esponenti del centro destra, se dovesse cadere il governo attuale ci sarebbe soltanto il voto e nessun governo istituzionale sarebbe possibile. “Il Governo va avanti” ha dichiarato a caldo Berlusconi: i giudici della Consulta sono politicizzati, “comunisti in maggioranza”. Ancora toghe rosse insomma. Tutto qui. E pure lo scontro politico s’infiamma e i toni si accendono. “Mi sento preso in giro da Napolitano” ha rilanciato il premier nei confronti del Presidente della Repubblica che aveva risposto alla battuta di Berlusconi: “tutti sapete da che parte sta il Presidente” con un secco: “Io sto dalla parte della Costituzione”. “Verso Napolitano – ha dichiarato il vice presidente del CSM, Nicola Mancino – la rozzezza questa volta non ha avuto limite”. E Fini ha rincarato la dose: “Berlusconi cambi registro. Insindacabile il suo diritto a governare ma rispetti il Quirinale e la Consulta”. Uno scontro forte causato dalle dichiarazioni a caldo del Premier ma che non stupisce più di tanto, almeno chi scrive, perché sembra soltanto l’acuirsi di una escalation, una storia di distruzione dello stato di diritto e della democrazia. Decenni di un processo logorante e degenerativo dei partiti e che ha investito tutti gli organi istituzionali. Da un lato i partiti sono riusciti a sostituire la sovranità popolare con quella partitocratica di nomina degli eletti, dall’altro anche la figura del Presidente della Repubblica si è trasformato, da organo di garanzia della Costituzione, in un organo di mediazione tra i partiti e tra partiti ed istituzioni (si pensi solo al fatto che qualcuno avrebbe preteso che Napolitano facesse la “moral suasion” sulla Consulta) con potere nuovo, extra costituzionale, di esternazione. Sono diventati, per dirla alla Giuliano Amato, “erogatori di risorse disponibili attraverso l’esercizio del potere pubblico”. E la stessa Corte costituzionale, nei decenni, è risulta sempre più condizionata dai partiti che, col controllo dei posti nelle istituzioni, indirettamente ne effettuavano la nomina. La peste italiana, il documento redatto dai Radicali italiani per denunciare il “sessantennio partitocratico di metamorfosi del Male”, si legge chiaramente di una Corte costituzionale “Condizionata dai partiti nella composizione e nella giurisprudenza come dimostralo le decisioni contraddittorie prese in materia di ammissibilità dei referendum, nelle quali essa ampiamente travalica i compiti ad essa attribuiti dall’articolo 75 della Costituzione”. Senza parlare dell’illegittimità del suo operato in assenza di plenum per cui Pannella ha, reiteratamente, digiunato, fatto scioperi della sete fino all’estrema manifestazione di bere le proprie urine pur di veder ripristinata la legittimità della Corte “incostituzionale” per l’assenza del plenum appunto. “La suprema cupola della mafiosità partitocratica” la definisce spesso Pannella per indicarne l’elevata e incostituzionale dipendenza dai partiti. Pertanto non riesco a stupirmi se Berlusconi, a caldo, abbia potuto permettersi in quest’Italia di oggi, quelle affermazioni palesando lo scontro tra cariche istituzionali. Noi italiani andiamo pure avanti, lavoriamo, cerchiamo di conoscere, di farci una opinione di questa strage di legalità, per poter deliberare e scegliere meglio i nostri eletti, se un giorno ne riconquisteremo il diritto. Ricordiamo però che, come avviene per le alluvioni, per le frane e per i terremoti, il mancato rispetto delle regole, la strage di legalità, diviene sempre, se non si interviene, strage di popoli.


Territorio fragile, abusivismo e responsabilità politiche

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Morti, sepolti dal fango, dispersi tra i detriti di un territorio fragile: frane, alluvioni, terremoti cui si somma l’incuria umana e di una classe dirigente che, ai vari livelli, non è stata in grado di governare l’utilizzo del territorio. A Giampilieri piove e morti e dispersi si contano nella cronaca. La Sicilia, Messina, paga oggi il prezzo dell’intervento umano – dissennato e distorto – sull’ambiente e sul territorio. Come è accaduto in passato in Calabria, a Sarno e Quindici nel salernitano e, in generale, nel mezzogiorno d’Italia dove alluvioni e frane assieme ai terremoti hanno provocato danni e morti. L’allarmante situazione idrogeologica, dalla Sicilia alla Campania passando per la Calabria e Basilicata, è sotto gli occhi di tutti per la tragedia che ha colpito Messina. Meno di un anno fa sulle cronache era la frana sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. Prima ancora un susseguirsi di eventi: l’alluvione e il disastro del Camping Le Giare sul torrente Beltrame a Soverato, le frane di Cavallerizzo e Cerzeto, l’alluvione dell’Esaro di Crotone e chi più ne ha più ne metta. Il Presidente Giorgio Napolitano ha parlato di “Situazione di diffuso dissesto idrogeologico, in gran parte causato dall’abusivismo edilizio, nel messinese e in tante altre parti d’Italia”. E ancora più chiaramente ha detto: “O c’è un piano serio che investe, piuttosto che in opere faraoniche, per garantire la sicurezza in queste zone del Paese, o si potranno avere altre sciagure”.

Quando, a ridosso della disastrosa colata di fango che travolse, nel 1998, i paesi di Sarno e Quindici nel salernitano, fu emanato il decreto leg.vo n°180, poi trasformato in legge, che imponeva di pianificare il rischio ed obbligava tutte le Regioni che ancora non avevano redatto i Piani di Bacino a redigere, pena il commissariamento, almeno i piani stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI), fui veramente contento. Perché pensai che, con tale strumento conoscitivo, le Regioni e quindi anche la Calabria avrebbero potuto concorrere al risanamento del dissesto idrogeologico di cui oggi parla Napolitano, ma che ai geologi è noto da tempo. Sfasciume pendulo sul mare lo chiamava Giustino Fortunato. Pensavo che, una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe proceduto subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare vittime, e si è continuato a costruire in maniera dissennata, sia per la scarsa adeguatezza degli edifici al reale rischio sismico, sia in base ad un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche di un territorio fragile. In Calabria più di settemila frane rilevate su montagne e colline, rischio alluvione su centinaia di ettari di pianure e fasce litoranee assieme ai chilometri di costa a rischio erosione la dicono tutta sulla necessità ed urgenza di un cambiamento radicale sulle modalità di gestione del territorio. Non c’è periodo dell’anno che la Calabria non sia costretta da un’emergenza: alluvioni, frane ma anche rifiuti, navi di veleni, abusivismo. Un flusso di emergenze, idrogeologiche e ambientali, il cui intreccio costituisce la questione vera dell’arretratezza e del mancato sviluppo del mezzogiorno e della Calabria. Soltanto per casualità quell’evento meteorico che si è abbattuto a Messina non ha colpito anche la Calabria. Qualche giorno prima si era sfiorata la tragedia con l’esondazione dei fiumi Crocchio in Provincia di Catanzaro e dell’Esaro a Crotone. La politica di questo è responsabile: avrebbe dovuto, ai vari livelli, governare il territorio evitando di consentire la costruzione (e quindi anche le sanatorie di costruzioni abusive) in zone a rischio idrogeologico. E invece si è continuato a costruire case in luoghi dove primo o poi sarebbe tornato il fiume o il terreno sarebbe continuato a scendere. Di interventi di monitoraggio e di riduzione dei rischi attraverso stabilizzazione dei versanti e costruzioni di arginature per la messa in sicurezza neanche a parlarne. Ci vogliono troppi soldi dicono, ma intanto paghiamo miliardi di euro in risanamento dei disastri. Per anni si è gestito il territorio, soprattutto in Calabria e nel mezzogiorno, per fini clientelari. Un dissesto idrogeologico che, a dirla alla Pannella, deve ritenersi causato – o quantomeno compartecipato – dal “disastro ideologico” di una classe politica, quella calabrese, volta a fare il favore a questo e a quello, piuttosto che fare un favore alla collettività. Chi amministrerà, in futuro,  la gestione del territorio nella nostra Regione non potrà più permettersi di non tenere in dovuta considerazione i rischi geologici (sismico, idrogeologico e ambientali) nella programmazione dello sviluppo. In queste condizioni in cui si trovano Sicilia e Calabria come si fa a pensare di voler fare opere come il ponte sullo stretto, faraoniche appunto, quando invece mancano i soldi per la messa in sicurezza e il risanamento del territorio, per non parlare della vulnerabilità sismica degli edifici anche pubblici?

Imprese e politica. Intervista di Radio Radicale a Pippo Callipo

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Licenza Creative Commons29 settembre 2009 – 16:07 – Di Stefano Imbruglia

Radio Radicale: Intervista di Stefano Imbruglia a Pippo Callipo

Questo contenuto è stato rilasciato su gentile concessione di Radio Radicale

Licenza: Creative Commons Attribution 2.5 Italy

Radio Radicale. Impresa e politica

Intervista a Filippo Callipo, amministratore della Callipo Group, sulla sua candidatura alla presidenza della regione Calabria; 


 

Per la difesa della scuola nazionale

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Un avvio d’anno scolastico altrettanto “scoppiettante”. In sit in davanti al provveditorato di Cosenza erano oltre 450 i precari che quest’anno, nella sola provincia cosentina, non hanno visto rinnovato il loro incarico a tempo determinato. Ma a rischio c’è anche l’esistenza stessa di molte scuole di piccoli comuni che sono state accorpate. E mentre le scuole si preparano a riaprire i battenti, l’assessore regionale all’istruzione, Domenico Cersosimo, ha lanciato l’allarme per le scuole e i precari della scuola calabrese che i tagli conseguenti la riforma Gelmini mettono a rischio.

Gli otto miliardi di euro tagliati al comparto scuola comporteranno, in Italia nel triennio 2010 – 2012, la perdita di 131.000 posti di lavoro dei quali 55.000 docenti e il resto personale tecnico amministrativo. In Calabria dove attualmente sono 94.000 gli studenti delle scuole primarie e 115.000 quelli delle scuole secondarie, fra otto anni ci saranno 20.000 studenti in meno. “Si calcola, ha spiegato Cersosimo ai microfoni di Orazio Cipriano, che circa 3.500 persone abbandoneranno la scuola italiana, i c.d. precari,  molti professori e molto personale ata (tecnico amministrativo), questo è una delle conseguenze più disastrose che poteva succedere per noi (calabresi ndr). Perché non solo si colpiscono lavoratori ma si colpisce un nervo vitale di una società che è la scuola”. E ancora: “Una stagione abbastanza calda. Dobbiamo spingere tutti affinché il governo (centrale ndr) abbia un ripensamento. Chiudere scuole, aumentare moltissimo gli alunni per classe è un modo per legarci come futuro. E noi abbiamo bisogno di futuro vero, sostanziale. E quindi chiederemo tutti insieme al governo un ripensamento su questo. D’altronde noi, continua Cersosimo, non staremo con le mani in mano: abbiamo preparato un grande progetto per le scuole calabresi che si chiama “più scuola” e dove, attraverso progetti di formazione didattica e di miglioramento … tenteremo di poterli utilizzare da questo bacino…”. Poi l’altra domanda del cronista interrompe Cersosimo: Un ruolo estremamente attivo, quello della Regione, in questo campo? E Cersosimo specifica: “Molto attivo. E’ da molti anni che facciamo una politica scolastica molto densa, con molti finanziamenti pubblici. Lo scorso hanno, prosegue Cersosimo, abbiamo investito nella scuola 100 milioni di euro. Quest’anno ne impiegheremo circa 130”.

Tutto qui? Il problema della scuola Calabrese è solo quello relativo ai precari e della mano pubblica regionale tesa a salvarli dal disastro Gelmini con qualche corso di formazione e una politica “molto densa”? Non credo, c’è di più. Ci sono le disfunzioni che vanno corrette, ci vuole una riforma che premi qualità e merito. Non si può pretendere di lasciare tutto così com’è. Ma, se riforma deve essere, è necessario che ci sia un progetto.

Per capire che la scuola pubblica sia un fondamento – baluardo democratico – delle nostre istituzioni repubblicane che oggi merita la nostra difesa è utile forse rileggere le pagine della nostra storia. Nel discorso pronunciato – nel febbraio del ’50 – al III Congresso dell’associazione a difesa della scuola nazionale, Piero Calamandrei chiede agli intervenuti: “siete sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’art. 7?” . “Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà…”

Sebbene vi fossero, allora come oggi, anche i problemi legati alla difesa di una scuola laica nazionale, l’emergenza vera era, ed è ancor oggi, quella di tipo democratico. Altro che dialetto nelle classi e recupero delle tradizioni. I tagli del ministro Gelmini ormai in vigore di legge vanno nella direzione di smantellare la scuola nazionale, pubblica, così come intesa dalla nostra Carta costituzionale.

Il tanto discusso maestro unico tuttologo che trova però eminenti sostenitori ed altrettanto importanti oppositori dovrà pure parlare dialetto?. Spariscono pluralità dell’insegnamento e le compresenze  che sono state le uniche in grado di garantire la reale individualizzazione degli apprendimenti e il recupero dei bambini in ritardo ma non in condizione di handicap grave da richiedere un insegnante di sostegno. Però si risparmiano 450 stipendi in un anno solo nella provincia di Cosenza.

Generalmente, quando si parla di organi costituzionali, viene facile pensare al Parlamento, alla Camera dei deputati, al Senato, al presidente della Repubblica, alla Magistratura. Ma fra questi organi vi è anche la Scuola, che tra l’altro è un organo vitale della democrazia, per come noi concepiamo questo termine. Nel suo discorso Calamandrei afferma che “se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue”.

Il midollo delle istituzioni appunto, al quale oggi si da un duro attacco non riformando con un progetto ma con la forbice dei tagli in finanziaria.

E’ strano però che a fare tutto ciò sia proprio un governo Berlusconi che, quando aveva governato dal 2001 al 2006, con la sua riforma della scuola aveva avuto, come principio ispiratore della riforma Moratti, “la Scuola si misura” di Claparéde eminente pedagogista della scuola svizzera. Ora no, si è deciso che c’è la crisi e c’è il maestro unico per stringere la cinghia.


La trappola afgana e la tomba degli imperi

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Dopo le elezioni dello scorso 20 agosto in Afghanistan prosegue il conteggio dei voti con Karzai che viene dato favorito con il 68% dei consensi anche se il dato definitivo lo darà la commissione elettorale nel mese di settembre. Lo scorso 14 luglio un militare italiano era rimasto ucciso e altri tre sono stati feriti in un attentato in Afghanistan. A circa 50 chilometri a nord-est di Farah una pattuglia di paracadutisti della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri era stata attaccata con un ordigno posizionato lungo la strada. Oggi fanno notizia ancora gli attacchi alle truppe italiane in missione “di pace” in Afghanistan: “Doppio attacco ai parà”. Nella notte del 23 agosto un ordigno è esploso sotto un veicolo “Lince” del 187 reggimento della Folgore; più tardi, una pattuglia mista di soldati italiani ed afgani è stata attaccata con lanciarazzi sulla strada 517, un’importante e strategica via di comunicazione. La tecnica sempre la stessa: bombe ai margini delle strade su cui transitano i blindati. Sono circa 2.800 i ragazzi italiani impegnati nella missione afgana che Umberto Bossi, aveva dichiarato da “buon padre di famiglia”, “riporterebbe tutti a casa”. “E’ lecito immaginarsi – aveva dichiarato prima delle elezioni del 20 agosto il generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano – una escalation di tensione anche in vista di questo appuntamento (elettorale ndr) che rappresenta un passo determinante per la stabilità del Paese”. E puntualmente si è verificato. Quello che è avvenuto a Farah è l’ennesima riprova della fase estremamente pericolosa. Ma, elezioni del 20 agosto a parte, che cosa sta avvenendo oggi in Afghanistan – dopo il recente cambio di rotta del neoeletto presidente Obama – che possa giustificare l’aumento di attentati? Nella nuova fase “Obama” in Afghanistan non si parla più di uccidere i taliban ma di “proteggere i civili”. Il noto periodico inglese, The Economist, lo ha spiegato  in uno speciale dal titolo “Nella trappola dell’Afghanistan”. “La Nato ha sferrato due imponenti operazioni militari nella provincia di Helmand. (…) In sette ore più di quattromila marine e 650 soldati afgani hanno raggiunto l’obiettivo”. L’operazione Khanjar (letteralmente: colpo di spada) iniziata lo scorso luglio, scrive l’Economist, “è stata la più imponente azione militare dei marine dopo quella lanciata nel 2004 per riconquistare la città irachena di Falluja. (…) Ma a differenza di quei sanguinosi combattimenti urbani, in Afghanistan i militari statunitensi colpiscono nel vuoto”. E ancora: “L’alto numero delle vittime civili e la debolezza del governo di Kabul fanno si che la popolazione civile appoggi taliban e insorgenti”. Gli “insurgent”, cioè civili stanchi di vedersi bombardare matrimoni o funerali, che insorgono. E mentre il generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, ha dichiarato che “presto i suoi uomini potrebbero attaccare Marja”, roccaforte controllata da taliban e narcotrafficanti, dal canto loro i taliban, scrive ancora l’Economist, hanno annunciato la loro operazione militare: Faladijal (rete di ferro), basata su imboscate con bombe innescate ai bordi delle strade. Come quello che ha coinvolto il blindato italiano. Una direttiva emanata all’inizio dell’operazione “colpo di spada” definisce la conquista del sostegno della popolazione afgana “la priorità assoluta” per l’amministrazione Obama. “Dobbiamo evitare – aveva detto McChrystal – di cadere nel tranello delle vittorie tattiche seguite da sconfitte strategiche, cioè di quelle vittorie che ci fanno perdere l’appoggio della popolazione perché provocano vittime civili”. Lo stesso generale McChrystal  che oggi si dice pronto a chiedere ad Obama 45 mila soldati in più. Ed è forse proprio questa la corretta chiave di lettura per spiegare l’incremento di attacchi contro le truppe Nato tra cui ci sono anche i nostri militari italiani. “I raid americani in Afghanistan uccidono civili perfino tra gli invitati alle feste di nozze” ha scritto Tom Engelhard, giornalista e storico americano, sul suo blog “Tomdispatch”. All’alba di un giorno dell’agosto di un anno fa a Garloch, nella provincia orientale di Laghman, gli elicotteri statunitensi hanno compiuto un raid aereo di sei ore. La notizia venne diffusa poco e solo grazie ad un articolo del giornalista free lands, Anand Gobal che aveva attirato l’attenzione dei media internazionali su questo aspetto della guerra: “Hanno sganciato una bomba sulla casa di Haiji Qadir, un signore che ospitava una festa di nozze uccidendo 16 persone”. Nella guerra in Afghanistan, che dura ormai da quasi otto anni, il bilancio delle vittime dei matrimoni o dei funerali forse è moderato rispetto al totale. Ma in realtà, scrive ancora  Tom Engelhard, “nessuno sa quante nozze – rari momenti di festa in un Paese che da trent’anni ha poco da festeggiare – siano state distrutte dai raid americani”. E ancora: “Dopo che l’amministrazione Obama ha raddoppiato l’impegno in Afghanistan, tra gli esperti è cominciata a circolare l’ipotesi che il Paese sia la tomba degli imperi ”. L’Unione Sovietica fu sconfitta dagli stessi jihadisti che oggi combattono gli americani e le truppe Nato. “Un soldato sovietico – scrisse Christian Caryl nella recensione di un libro sulla guerra sovietica-afgana – ricorda un episodio del 1987, quando la sua unità aprì il fuoco su quella che pensava fosse una carovana di mujahidin. Poi i russi scoprirono di aver massacrato gli invitati a una festa di nozze”. Quell’errore provocò una serie di rappresaglie contro i soldati russi come oggi sta accadendo per gli americani e gli italiani in quella che sta diventando, sempre di più se non si aggiusterà la mira, una vera e propria trappola.

Giuseppe Candido


Obama, il Darfur e il genocidio nel deserto

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 18.07.2009

Dopo il G8 dell’Aquila, il passaggio in Africa di Barack Obama è stato salutato come un momento storico. Un discorso, quello tenuto ad Accra nella capitale dello stato del Ghana, di cui gli africani sentivano il bisogno anche se non sono stati affrontati temi cruciali come il genocidio che si sta perpetuando in Darfur o come l’esodo dei profughi somali che in questi giorni allarma l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Come faceva notare Drew Hunshaw su tocqueville.it, il suo unico passaggio alle violenze in Darfur è stato quello di affermare che “quando c’è un genocidio, questo non è semplicemente un problema americano”. Un passaggio troppo scarno che non chiarisce la posizione americana sull’emergenza in Darfur e sull’esistenza o meno di un genocidio in corso. Ci si poteva aspettare di più da un presidente americano le cui origini risalgono proprio dal continente nero. Era lecito sperare in qualche parola in più soprattutto se si considerano gli scarni aiuti economici stanziati dagli otto grandi durante il vertice dell’Aquila che, come faceva notare Gian Antonio Stella, sono veramente una miseria: “cinque euro e 18 centesimi all’anno per ciascun africano; 43 centesimi al mese” che, se annunciati con la cifra di 20 miliardi in tre anni, sembrano invece una grande cosa. Poco per il clima, pochi gli aiuti economici e poche anche le parole sui genocidi e sui massacri africani in corso. Qualche mese fa, il Darfur è tornato al centro dell’attenzione dei media internazionali quando la Corte Penale Internazionale ha emesso il mandato di arresto nei confronti del suo presidente Omar al Bashir. Ma l’emergenza umanitaria non si è risolta e non si risolverà senza andare alle radici del conflitto: la desertificazione e la perdita di terre fertili che spinge etnie diverse alla prevaricazione continua. La regione occidentale del Sudan ha già visto seppellire dalle 200 mila alle 400 mila vittime, 39 villaggi cancellati, distrutti. E’ il genocidio nel deserto del nuovo millennio. Stefano Cera, rappresentante dell’associazione “Italians for Darfur” ha spiegato, in una recente intervista rilasciata al Cecilia Tosi per la rivista Left, che il problema è che “si parla di emergenza umanitaria ma non del conflitto e dei modi per risolverlo.” Ma dei modi per risolvere il conflitto in Darfur non vi è indicazione nel discorso “storico” di Obama. “Questa è una guerra – ha spiegato ancora Cera – che non si può liquidare come scontro di civiltà. (…) Non ci sono, infatti, differenze religiose né di colore della pelle tra i gruppi che si combattono. C’è invece la lotta per la conquista di terre fertili, esacerbata dalle strumentalizzazioni politico ideologiche e da un problema globale come il surriscaldamento del clima, che ha portato desertificazione e siccità”. La crisi in Darfur è iniziata negli anni Ottanta, quando divenne il luogo di transito dei ribelli del Chad che lottavano contro il loro governo con il sostegno della Libia. La loro presenza – spiega ancora la Tosi su Left – congiuntamente alla progressiva diminuzione delle terre fertili coltivabili ha portato nei pastori nomadi di etnia araba “il senso di appartenenza ad una comunità più ampia, distinta da quella degli africani di etnia fur, tradizionalmente coltivatori stanziali. (…) Negli anni successivi l’arabismo si è diffuso e le ondate di siccità hanno inaridito acri di terra fertile. Così, le armi lasciate dai ribelli chadiani sono finite nelle mani di altri ribelli noti come Janjaweed, le milizie del deserto”. Da allora è iniziato uno sterminio dell’etnia fur che ancora continua: un genocidio che ha per causa primaria la desertificazione. Un genocidio per le terre fertili e per il quale non sono certo sufficienti i 5 euro e 18 centesimi all’anno stanziati dai grandi del G8 per ogni africano. “Guerriglieri e massacratori – ha dichiarato Stefano Cera – che combattono una guerra per procura del governo sudanese, anche se Bashir ha sempre negato di aver orchestrato le loro azioni”. E così, un’intera popolazione è costretta da anni a fuggire dalle proprie case e a costruire una “nazione parallela fatta di campi profughi disseminati su tutto il territorio del Darfur e al di là del confine occidentale, in Chad e nella Repubblica Centroafricana”. “Due milioni di persone – ha dichiarato Sulliman Ahmed, rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia – che sopravvive lungo il confine”. E dopo la decisione della Corte Penale Internazionale di spiccare il mandato di arresto nei suoi confronti, il Presidente Bashir se l’è presa con le Organizzazioni Non Governative cacciandone 13 che rappresentavano, da sole, il 40% degli aiuti umanitari presenti in Darfur e la situazione non è certo migliorata. Ecco perché dal presidente americano ci si aspettava qualche parola in più sui dittatori africani e sui massacri in corso in quel continente. Perché quella del Darfur non è l’unica emergenza umanitaria del continente nero: in Somalia, ha dichiarato in una nota dello scorso 26 giugno l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, 26.000 civili in fuga da Mogadiscio in soli 24 giorni. Una “forte preoccupazione” quella espressa dall’UNHCR, “per la spirale di violenza e per l’aggravarsi della crisi in Somalia che sta mettendo in fuga la popolazione. Gli scontri in corso tra le forze governative e i gruppi di opposizione (…) stanno mietendo una lunga scia di vittime, distruzione e nuovi esodi”. Lo scorso 19 aprile i rifugiati del Darfur in Italia si sono ritrovati, in una manifestazione sotto al Colosseo, per chiedere pace e giustizia per la loro terra. Pace e giustizia senza le quali non è possibile arrestare il genocidio in corso e che avrebbero dovuto trovare un posto di maggiore rilievo nello storico discorso di Barck agli africani e ai suoi dittatori.

Per non dimenticare Srebrenica

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11 luglio 1995. I soldati serbo bosniaci comandati da Ratko Mladic uccidono più di 7000 mussulmani, traditi dalle Nazioni Unite e dall’Europa. Nel luglio di 40 anni fa l’uomo metteva piede sulla luna. Una ricorrenza che tutti si affrettano a ricordare. Ma l’11 luglio dovrebbe poter essere occasione anche per non dimenticare quel genocidio che 14 anni fa, nel 1995, fu compiuto a Srebrenica nella Repubblica Serba della ex Jugoslavia. La città in teoria era stata dichiarata area protetta dall’ONU ma diventò il teatro dell’unico caso legalmente provato di genocidio verificatosi sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1993, un rapporto dei volontari dell’UNHCR, l’alto commissariato per i rifuggiati delle Nazioni Unite, descrisse l’inferno di Srebrenica: “I profughi erano accampati nelle strade bloccate dalla neve. Intere famiglie soffrivano la fame e sopravvivevano masticando radici e mangiando foglie. La scabbia e i pidocchi imperversavano”. Per proteggere la popolazione civile, Srebrenica era stata designata come area protetta dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che aveva anche chiesto la proclamazione del cessate il fuoco e il disarmo delle unità bosniaco-mussulmane. Una promessa di protezione e un piano che convinse molti civili a rimanere e che, invece, avrebbero potuto lasciare Srebrenica. 

Le forze di pace dell’Onu avevano un mandato limitato, ma i bosniaci affamati guardavano a quelle truppe coi loro giubbotti antiproiettili, i caschi blu e i blindati, come ad un protettore. Ma, come avrebbero scoperto, vivere in un’area protetta non comportava alcuna garanzia di protezione.

I bosniaci mussulmani, in termini di razza, sono identici ai serbi e ai croati con i quali condividono il loro paese. Sono tutti slavi del sud di pelle bianca. Parlano la stessa lingua. L’unica differenza è la religione. Eppure, l’11 luglio del 1995 fu realizzato il genocidio di più di settemila uomini e ragazzi mussulmani. Al momento del massacro la protezione doveva essere garantita da un battaglione olandese assegnato alla missione ONU. Ma il battaglione, che era dotato di armamenti inadeguati e privo di un supporto sufficiente, non fu in grado di agire mentre i serbi conquistavano Srebrenica. Quattordici anni fa l’area protetta di Srebrenica cadde nelle mani dei militari serbo-bosniaci dopo che le Nazioni Unite avevano “deciso” che non era più possibile proteggere l’area.

La stampa internazionale raccontò il fallimento dell’ONU: “Quella mattina, migliaia di uomini, donne, bambini ed anziani mussulmani implorarono l’aiuto dei caschi blu di stanza nella vecchia fabbrica di batterie di Potocari, a pochi chilometri da Srebrenica. Il soccorso venne negato: quei caschi blu olandesi furono taciti complici di quel massacro”. “La notte e i cinque giorni successivi l’aria intorno a Srebrenica risuonò delle urla degli uomini e dei ragazzi che venivano mutilati, massacrati, sepolti vivi, oppure uccisi e gettati nelle fosse comuni”.

Si dice che chi è sopravvissuto alla strage di Srebrenica, porta negli occhi il dolore immenso e la paura vissuta in quei giorni. In occasione dei dieci anni dal massacro Lorna Martin, su “the observer” noto quotidiano britannico, ha raccontato la storia di Fatima e Damir e di una foto che sconvolse il mondo. La foto di Ferida Osmanovic è stata pubblicata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: una donna con una abito bianco e un cardigan rosso, impiccata ad un albero con un cappio ricavato dalla cintura e dallo scialle. Fatima e Damir Osmanovic hanno solo quella foto della loro madre, ma non hanno la forza di guardarla. Una foto che ancora oggi resta l’icona di quel genocidio perpetuato su suolo europeo che sollevò numerosi interrogativi nel senato statunitense di allora: qual era il nome di quella donna? Da dove veniva? Quali torture e umiliazioni aveva subito?

In occasione del decimo anniversario del massacro, Fatima e Damir sono tornati per la prima volta in quella che un tempo era la loro casa a Srebrenica ed hanno raccontato la storia di quella foto: “Quando sono qui provo una grande rabbia” ha esclamato Fatima alla giornalista che l’accompagnava. “Non posso davvero credere che tutto questo sia successo a noi e alle altre famiglie”. 

Nei giorni successivi circa 40.000 persone furono deportate, le donne vennero sistematicamente violentate e più di 7.000 uomini e ragazzi furono trucidati. Mentre Ratko Mladic – ancora ricercato dal tribunale penale internazionale per il suo ruolo nel massacro – entrava a Srebrenica, migliaia di persone fuggirono verso Potocari, dove c’era il quartiere generale olandese il cui comandante aveva assicurato che l’Onu avrebbe autorizzato attacchi aerei per proteggerli. Ma di aerei non se ne videro. Mentre il massacro era già in corso i serbi dissero agli olandesi che avrebbero evacuato Potocari, passando al vaglio gli uomini per individuare i “criminali di guerra”. Invece portarono via uomini e ragazzi e li uccisero in massa nei boschi circostanti il villaggio. Oggi noi, proprio mentre in Cina con gli Uguri e in Iran con gli oppositori al regime si registrano stragi e scontri violenti, dovremmo ricordare per non dimenticare cosa è avvenuto di così atroce, a due passi da casa nostra per non permettere più, in futuro, che simili avvenimenti abbiano a ripetersi.


In Cecenia chi racconta verità continua a morire

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Il 7 ottobre del 2006 veniva assassinata a Mosca Anna Politkovskaya, la giornalista russa famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali. Putin aveva commentato l’omicidio di Anna con un freddo “non la conosceva nessuno”. Oggi che fa notizia in tutto il mondo l’uccisione a Grozny, in Cecenia, di Natalia Estemirova, giornalista impegnata nella lotta alla repressione russa e a criticare la violazione dei diritti umani compiuti dalle forze dell’ordine del regime filorusso di Grozny del Presidente ceceno Kadyrov, le parole del nuovo Presidente Medvedev forse suonano meno fredde ai familiari, agli amici, alla stampa internazionale: si è dichiarato “indignato” Medvedev e ha dichiarato di voler punire i colpevoli “il più duramente possibile, visto che è evidente che l’omicidio è legato all’attività di difesa dei diritti umani della Estemirova”.

Anna  Politkovskaya l’hanno uccisa sparandole prima al cuore e poi alla testa davanti casa sua alla periferia di Mosca, Natalia è stata freddata a Grzny con le stesse modalità: “ferite d’arma da fuoco al torace e alla testa”. Come fosse questo il metodo “predisposto” per la strage di verità; un metodo che ricorda quello mafioso. Anna  Politkovskaya lasciò la sua ultima inchiesta sulle torture in Cecenia dei Russi per il suo giornale, la testata “Novaya Gazeta”. Ma non venne pubblicata perché sequestrata dai servizi segreti e dalla polizia che effettuava le indagini. Dopo quasi tre anni ancora nessun colpevole però. “L’omicidio della Politkovskaya – aveva dichiarato, all’indomani dell’omicidio, Dimitri Muratov, direttore del giornale su cui scriveva Anna –  sembra essere una punizione per i suoi articoli.” Come Anna, anche Natalia “ha pagato la sua lotta contro gli abusi”. Cercare gli “scomparsi” dopo gli arresti della polizia, denunciare omicidi e torture, dare un nome e un volto ai responsabili di pestaggi, sparatorie. Anche nella Russia di Medvedev, chi dice la verità sulla Cecenia continua a morire. Perché, a guardare indietro nel tempo, Anna  Politkovskaya e Natalia Estemirova non sono le uniche giornaliste uccise nella Russia “democratizzata”. Come ha ricordato bene Giuliano Ferrara su Il Foglio del 17 luglio scorso, anche Stanistlav Merkolov e Anastasia Baburova sono stati uccisi nel gennaio scorso. Lui, avvocato, si occupava di seguire le denunce fatte dai cittadini ceceni mentre lei scriveva verità scomode su Novaya Gazeta, lo stesso giornale di Anna. In Russia, fa notare Ferrara, sono morti 125 giornalisti in sedici anni e, per 19 di questi casi sono stati riconosciuti come omicidi. Ma per la morte di nessuno di loro c’è ancora un colpevole. Ferrara dimentica però che tra i giornalisti morti in Cecenia c’è anche un italiano: Antonio Russo, inviato di Radio Radicale di cui la stampa italiana si occupò poco rispetto alla risonanza internazionale che ebbe quell’omicidio del 16 ottobre del 2000. Fu trovato morto vicino ad un passo di montagna caucasico, mentre cercava di documentare quello che stava avvenendo in Cecenia. Un giornalista italiano, morto in Cecenia, nel Caucaso, e per il quale ancora oggi non c’è un colpevole. Sul britannico “The Observer”, Amelia Gentleman e Rory Carrol, rispettivamente corrispondenti da Mosca e Roma del quotidiano, l’11 novembre del 2000, a meno di un mese dall’omicidio, scrissero un articolo: “Il reporter è stato ucciso dai servizi segreti russi?”. “Abbandonato sul ciglio di una strada (…) il contorto, congelato cadavere aveva qualcosa di strano. Antonio Russo – scrivono le giornaliste – era stato ucciso e i suoi assassini si erano assicurati di non lasciare segni sul suo corpo”. E ancora: “Il suo telefono satellitare, la telecamera digitale, il computer portatile e le videocassette erano sparite. (…) Gli amici di Russo (della Radio ndr) credono che lui sia stato assassinato dai servizi segreti russi dopo aver scoperto l’uso di armi non convenzionali contro i bambini”. E in effetti che il cadavere di Antonio Russo avesse qualcosa di strano era evidente: il petto sfondato come se ci fosse passato un autocarro. Uno servizio che sarebbe valso lo scoop che Russo non cercava quando ricercava la verità e tentava di aiutare i bambini che incontrava sulla sua strada. Uno scoop per un reporter che aveva rischiato la vita in Africa, in Bosnia e in Kosvo come inviato di Radio Radicale. Un incidente disse qualcuno giustificando con un forse l’assurdità della dichiarazione. Chi l’avesse ucciso poteva rimanere nel dubbio, ma che si trattava di un assassinio era evidente. Ma anche di quei colpevoli, dopo quasi dieci anni, non si conoscono i nomi né le motivazioni. In Italia la sua morte, il suo omicidio, fu quasi snobbato dalla stampa nazionale mentre grande risalto gli venne riservato da quella internazionale. Al funerale della  Politkovskaya a Mosca era presente, dei Parlamentari europei, soltanto Marco Pannella che rese l’estremo omaggio alla giornalista “che ci ha raccontato – disse rivolgendosi poi ai colleghi parlamentari – che ci ha raccontato quello che non avete voluto sentire né vedere”.

Oggi che Medvedev sembra aprire uno spiraglio sulla possibilità di punire i colpevoli, perché l’Europa non gli chiede di trovare i colpevoli? O è solo la Russia del gas che ci interessa mentre continuiamo a distrarci sulla violazione dei diritti umani che li si compiono?

Giuseppe Candido


Per non dimenticare Srebrenica

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 11.07.2009

11 luglio 1995. I soldati serbo bosniaci comandati da Ratko Mladic uccidono più di 7000 mussulmani, traditi dalle Nazioni Unite e dall’Europa. Nel luglio di 40’anni fa l’uomo metteva piede sulla luna. Una ricorrenza che tutti si affrettano a ricordare. Ma l’11 luglio dovrebbe poter essere occasione anche per non dimenticare quel genocidio che, 14 anni fa nel 1995, fu compiuto a Srebrenica nella Repubblica Serba della ex Jugoslavia. La città in teoria era stata dichiarata area protetta dall’ONU ma diventò il teatro dell’unico caso legalmente provato di genocidio verificatosi sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1993, un rapporto dei volontari dell’UNHCR, l’alto commissariato per i rifuggiati delle Nazioni Unite, descrisse l’inferno di Srebrenica: “i profughi erano accampati nelle strade bloccate dalla neve. Intere famiglie soffrivano la fame e sopravvivevano masticando radici e mangiando foglie. La scabbia e i pidocchi imperversavano”. Per proteggere la popolazione civile, Srebrenica era stata designata come area protetta dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che aveva anche chiesto la proclamazione del cessate il fuoco e il disarmo delle unità bosniaco-mussulmane. Un promessa di protezione e un piano che che convinse molti civili, che avrebbero potuto lasciare Srebrenica, a rimanere. Le forze di pace dell’Onu avevano un mandato limitato, ma i bosniaci affamati guardavano a quelle truppe, coi loro giubbotti antiproiettili, i caschi blu e i blindati, come ad un protettore. Ma come avrebbero scoperto, vivere in un’area protetta non comportava alcuna garanzia di protezione.

Srebrenica
Srebrenica - foto www.sfgate.com

I bosniaci mussulmani, in termini di razza, sono identici ai serbi e ai croati con i quali condividono il loro paese. Sono tutti slavi del sud di pelle bianca. Parlano la stessa lingua. L’unica differenza è la religione. Eppure, l’11 luglio del 1995 fu realizzato il genocidio di più di settemila uomini e ragazzi mussulmani. Al momento del massacro la protezione doveva essere garantita da un battaglione olandese assegnato alla missione ONU. Ma il battaglione era dotato di armamenti inadeguati e privo di un supporto sufficiente, non fu in grado di agire mentre i serbi conquistavano Srebrenica. Quattordici anni fa l’area protetta di Srebrenica cadde nelle mani dei militari serbo-bosniaci dopo che le Nazioni Unite avevano “deciso” che non era più possibile proteggere l’area.

La stampa internazionale raccontò il fallimento dell’ONU: “quella mattina, migliaia di uomini, donne, bambini ed anziani mussulmani implorarono l’aiuto dei caschi blu di stanza nella vecchia fabbrica di batterie di Potocari, a pochi chilometri da Srebrenica. Il soccorso venne negato: quei caschi blu olandesi furono taciti complici di quel massacro”. “La notte e i cinque giorni successivi l’aria intorno a Srebrenica risuonò delle urla degli uomini e dei ragazzi che venivano mutilati, massacrati, sepolti vivi, oppure uccisi e gettati nelle fosse comuni”.

Si dice che chi è sopravvissuto alla strage di Srebrenica porta negli occhi il dolore immenso e la paura vissuta in quei giorni. In occasione dei dieci anni dal massacro Lorna Martin, su “the observer” noto quotidiano britannico, ha raccontato la storia di Fatima e Damir e di una foto che sconvolse il mondo. La foto di Ferida Osmanovic è stata pubblicata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: una donna con una abito bianco e un cardigan rosso, impiccata ad un albero con un cappio ricavato dalla cintura e dallo scialle. Fatima e Damir Osmanovic hanno solo quella foto della loro madre, ma non hanno la forza di guardarla. Una foto che ancora oggi resta l’icona di quel genocidio perpetuato su suolo europeo e che sollevò numerosi interrogativi nel senato statunitense di allora: qual era il nome di quella donna? Da dove veniva? Quali torture e umiliazioni aveva subito?

In occasione del decimo anniversario del massacro, Fatima e Damir sono tornati per la prima volta in quella che un tempo era la loro casa a Srebrenica ed hanno raccontato la storia di quella foto: “Quando sono qui provo una grande rabbia” ha esclamato Fatima alla giornalista che l’accompagnava. “Non posso davvero credere che tutto questo sia successo a noi e alle altre famiglie”.

Nei giorni successivi circa 40.000 persone furono deportate, le donne vennero sistematicamente violentate e più di 7.000 uomini e ragazzi furono trucidati. Mentre Ratko Mladic – ancora ricercato dal tribunale penale internazionale per il suo ruolo nel massacro – entrava a Srebrenica, migliaia di persone fuggirono verso Potocari, dove c’era il quartiere generale olandese il cui comandante aveva assicurato che l’Onu avrebbe autorizzato attacchi aerei per proteggerli. Ma di aerei non se ne videro. Mentre il massacro era già in corso i serbi dissero agli olandesi che avrebbero evacuato Potocari, passando al vaglio gli uomini per individuare i “criminali di guerra”. Invece portarono via uomini e ragazzi e li uccisero in massa nei boschi circostanti il villaggio. Noi oggi dobbiamo ricordare per non dimenticare cosa è avvenuto, di così atroce, a due passi da casa nostra e non permettere più, in futuro, che simili avvenimenti abbiano a ripetersi.