La Costituzione di Florestano I del 1848

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di Antonino G.E. Vecchio

Florestano I

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Florestano I - Wiki

Il Principato di Monaco territorialmente era costituito oltre che dalla capitale Monaco anche dalla città minore di Roccabruna e da quella maggiore di Mentone.

Sin dal 10 febbraio 1848 si ebbe notizia della costituzione data a Torino da Sua Maestà Carlo Alberto Re di Sardegna, suscitandosi entusiasmo ed esibendosi la bandiera reale.

Una delegazione “mentonese” raggiunse la residenza di “Carnolese” dove soggiornava la famiglia principesca per reclamare analoga concessione.

Sua Altezza Serenissima il Principe Sovrano Florestano I ne fece la promessa e fece leggere due giorni più tardi da un console al popolo riunito davanti al Palazzo del Municipio, il progetto di costituzione da Lui stimato, poiché nel Principato, considerato da Principe non come uno Stato ma e come una grande famiglia, non era possibile applicare le leggi reggenti un ampio Stato quale la Sardegna.

L’ordinanza del Principe sanciva la garanzia delle libertà individuali,il riconoscimento del diritto di proprietà, la regolamentazione della forma di governo.

Il Sovrano rimaneva capo supremo, dotato del potere esecutivo e dell’iniziativa legislativa, ma tutte le Sue ordinanze amministrative generali dovevano essere deliberate da Consiglio di Stato composto di dodici membri, dei quali la metà doveva essere nominata dal Principe e l’altra metà- due per Monaco, tre per Mentone, uno per Roccabruna- doveva essere nominata da elettori scelti preventivamente da tutti i cittadini maggiorenni del Principato che fossero impiegati civili e militari o marinai e/o dai possessori d’una imbarcazione di cinque tonnellate almeno oppure industriali.

Al ristretto diritto di voto, si univa la preponderanza lasciata ai designati principeschi all’interno del Consiglio, la cui presidenza era assegnata a Sua Altezza Serenissima il Principe Ereditario maggiorenne, altrimenti al governatore generale scelto da Sua Altezza Serenissima il Principe Sovrano.

Il Console preposto dal Principe per la lettura dell’ordinanza, non poté portare a termine la lettura della stessa, per il clamore della folla, questo progetto costituzionale del 12 febbraio non piaque al popolo.

Florestano I, si trovò nella necessità di rivedere ulteriormente l’ordinanza e lungo la via delle concessioni: espresse in un successivo proclama il proprio dolore per avere visto le sue paterne intenzioni poco conosciute oppure poco apprezzate; desideroso di dissipare ogni ombra di dubbio sui Suoi sentimenti dichiarò di accettare per il Principato di Monaco la costituzione del Regno di Sardegna in tutta la sua integrità.

Tale accettazione e promulgazione da parte del Principe, non portò gioia e riconoscenza; essa fu al contrario accolta da silenzio; la suscettibilità popolare era stata urtata dalle asserzioni principesche sulla tendenza dei suddetti a cedere alle insinuazioni malevole e a sottovalutare le buone intenzioni.

La nuova costituzione, datata 25 febbraio al Principato, differiva da quella enunciata il giorno 12 dello stesso mese per via dell’istituzione d’una assemblea elettiva destinata a esercitare il potere legislativo congiuntamente con il Sovrano e con il Consiglio di Stato.

Quest’ultimo, eletto su base “censitaria”, doveva essere investito per primo dell’esame di ogni legge relativa alle imposizioni.

La libertà di stampa era garantita ma soggetta a repressione. Il Sovrano si riservava di formare una milizia comunale scelta fra i “censitari”.

La promulgazione dello statuto fondamentale del Principato di Monaco avvenne subito dopo l’emanazione di quello del Regno di Sardegna.

Lo Statuto Monegasco non ha mai seguito lo Statuto Albertino ed è conservato all’Archivio del Palazzo Principesco di Monaco. Vi è un testo, firmato dal Principe Florenzano I senza apposizione di data perciò non promulgato né entrato in vigore, che amplia la costituzione del 25 febbraio mediante nuovi articoli che, oltre a regolare la reggenza, indicano come illimitato il numero dei consiglieri di Stato e in ventuno quello del consiglio elettivo (diviso fra i paesi).

Le molte incertezze e i molti rinvii non permisero alla Carta Costituzionale monegasca del 25 febbraio 1848 di incidere sul corso degli avvenimenti.

Accolta favorevolmente dai partigiani del Principe e combattuta dagli avversari, essa restò lettera morta tanto più che il giorno precedente la rivoluzione di Parigi aveva provocato la caduta del governo di Sua Maestà Luigi Filippo re dei Francesi, sollecitato a intervenire da Sua Altezza Serenissima il Principe Ereditario Carlo.

Dopo l’imminente proclamazione popolare di Mentone e Roccabruna città libere e la loro occupazione da parte delle truppe sarde destinata a protrarsi, il 2 febbraio 1861 Sua Altezza Serenissima Carlo III Principe Sovrano di Monaco, metteva termine al protettorato sardo cedendo i Suoi diritti a Sua Maestà Napoleone III Imperatore dei Francesi che procedeva all’annessione di entrambe.

Il successore, Sua Altezza Serenissima il Principe Alberto I, avrebbe dotato, mediante l’Atto del 1911, il Principato di una organizzazione costituzionale successivamente sostituita dalla Costituzione Monegasca del 1962 promulgata da Sua Altezza Serenissima il Principe Ranieri III ora deceduto.

Bibliografia:

*“Note e proposte di studio sulla Storia del Principato di Monaco in –Storia di Nobiltà-“-1969 del Prof.Leonardo Saviano, docente di Storia delle Dottrine Politiche presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi “Federico II” di Napoli e della L.U.I.S.S. di Roma;

*Freu-Novella-Robert, Histoire de Monaco, Monaco 1987.

L'oro nero sulla nostra testa

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di Giuseppe Candido

Fra pochi giorni i grandi della terra si riuniranno a Copenaghen per discutere dei cambiamenti climatici in corso, di ambiente e di politiche energetiche mondiali. Produrre energia senza inquinare è diventata un’esigenza mondiale non più rinviabile.

Ciò nonostante lo scorso 16 novembre le agenzie hanno battuto la notizia secondo cui la quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico che sarebbe dovuta servire a stabilire nuovi vincoli per le emissioni di gas inquinanti, superando il precedente Protocollo di Kyoto, i cui obiettivi di riduzione delle emissioni arrivano al 2012, non prevederà invece nulla di tutto ciò a causa del “Patto di ferro fra Usa e Cina” in base al quale nessun accordo sui tagli alle emissioni di CO2 potrà essere raggiunto al prossimo vertice di Copenaghen.

Insomma, abbiamo così tanto bisogno di energia che non possiamo rinunciare a bruciare petrolio e carbone. Ma forse le cose sono destinate a cambiare in breve tempo. Ci si è accorti infatti che, sopra la nostra testa, vi è un vero e proprio “giacimento energetico” costituito dai venti, veri e propri fiumi d’aria, ad alta quota. Il potenziale energetico di queste correnti è dieci volte superiore rispetto a quello dei normali venti a bassa quota. L’idea di utilizzare speciali turbine eoliche montate su “aquiloni” per produrre energia elettrica sfruttando i venti presenti in alta quota non è nuova. Già in passato, alcune università e centri di ricerca hanno proposto alcune ipotesi di soluzione tecnologica. Ma le cose stanno evolvendo velocemente. A Berzano S. Pietro, fra le colline a est di Torino, a settembre è stato testato il primo prototipo per lo sviluppo di una centrale eolica d’alta quota. Si chiama Kite Wind Generator, e invece delle lente e ingombranti torri a turbina, basa la produzione di energia su enormi aquiloni collegati a una turbina ad asse verticale. Col termine Kite (aquilone) Gen si indicano un’intero gruppo di sistemi, di nuova concezione, volti ad estrarre energia dal vento a costi competitivi con il carbone. La Kite Gen Research, azienda titolata di specifici brevetti, punta a stravolgere il campo della produzione di energia eolica grazie a un sistema tutto italiano che trae ispirazione direttamente dalle spettacolari evoluzioni dei Kite surfer .

Una torre eolica tradizionale, come quelle che vediamo installare anche in Calabria, è un rotore orizzontale in grado di sfruttare il vento a poche decine di metri dal suolo richiedendo l’installazione su crinali o parti elevate del territorio con forte ricaduta paesaggistica. Il Kite Gen è invece un’aquilone o una “giostra” di aquiloni pilotati da un sistema automatico, che sfrutta i venti presenti a quote tra i 500 e i 10.000 metri e che può essere installato, con buona resa in termini di ore effettive a potenza nominale, anche in pianura.

Il vento di alta quota ha, infatti, la caratteristica di essere quasi sempre presente ed è molto forte (15 m/s ovvero 2 kW/m2), mentre quello a livello del terreno è forte in pochi siti e per circa 1700-1800 ore all’anno. Il vento che si pensa di utilizzare è quello intorno agli 800 metri di altezza con velocità medie di 7 m/s e potenza specifica di 200 W/m2 .

Sembrerebbe quasi fantascienza se non fosse che dallo scorso mese di settembre è stata avviata, a Berzano S. Pietro, in provincia di Asti, la prima produzione di energia mediante una versione prototipo in configurazione singola a “sten”, cioè con uno stelo alto 25 metri. Lo stelo comanda un grande aquilone a forma allungata, analogo a un Kite surf, ma di alcune decine di metri quadrati.

La trazione, durante la salita, fa girare alternatori anche da tre megawatt. Raggiunti gli 800 metri, è sufficiente tirare una sola fune (che nel Kitesurf viene detta fune di depower) per mettere l’aquilone in posizione d’ala a “bandiera”, riavvolgendo velocemente le funi con minimo dispendio energetico; attorno ai 400 metri, l’aquilone è rimesso in posizione di portanza e il ciclo si ripete: la risalita avviene con produzione di energia elettrica. Uno yo-yo che, per oltre 5000 ore annue di saliscendi, produce molto di più di una normale torre. Nel caso di un sito permanente è necessaria l’istituzione di una zona di non sorvolo per i piccoli aereomobili poiché i corridoi delle linee aeree sono situati ad altezze decisamente superiori, intorno agli 8-10mila metri. Senza contare che sulle centrali nucleari dismesse presenti in Italia esiste già un divieto di sorvolo. E ciò è da considerare pure in relazione al fatto che un’impianto di Kite Gen multiplo a “giostra”, un carosello di 1500 m di diametro, in grado di produrre fino a potenze dell’ordine di un GigaWatt, paragonabili a quelle di una centrale, ad un sesto del costo attuale del kilowattore nucleare. Il tutto senza nessuna emissione di anidride carbonica e senza produrre le famose scorie nucleari che poi non si sa dove buttare.

Guarda la simulazione su you tube

Se questa è sicurezza

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Intervista a Felice Romano, segretario generale SIULP

di Giuseppe Candido

Poliziotto in rivolta: “Investire sulla sicurezza vuol dire risparmiare sugli effetti nefasti del crimine”

14 nov. 2009, Chianciano Terme. Felice Romano, segretario del SIULP è intervenuto al congresso dei Radicali Italiani a Chianciano. Dopo la manifestazione di tutte le forze di polizia del 28 ottobre scorso in Piazza Navona a Roma alla quale avevano partecipato quarantamila poliziotti per lanciare un “segnale netto, inequivocabile preciso, che non lascia scampo alcuno a chi di mestiere fa l’anguilla”, Felice Romano è intervenuto al congresso dei Radicali per portare la sua testimonianza e far conoscere gli obiettivi di quella manifestazione che, intrisa di una straordinaria umana unitarietà, è stata ignorata largamente da quasi tutti gli organi di stampa e informazione e che, come al solito, soltanto Radio Radicale ha ripreso e trasmesso integralmente. Il tutto, ovviamente, rivedibile e riascoltabile sul sito radioradicale.it per consentire ai cittadini di conoscere e deliberare. “Investire sulla sicurezza vuol dire, ha spiegato Romano, risparmiare sugli effetti nefasti del crimine giacché, è ora di ricordarlo, il danno arrecato annualmente dalla criminalità, organizzata e non, al Paese è quantificabile in una percentuale superiore di oltre due volte alle spese per la sicurezza: il 23% del PIL contro l’11,2% che viene investito annualmente. Se in un qualsiasi supermercato aumentano i furti, il responsabile aumenta gli addetti alla sicurezza e, a fine mese, riduce il danno”. E ancora: “In Italia si fa esattamente il contrario: aumenta l’insidia del crimine ed il Governo riduce gli uomini delle forze di polizia, ne taglia i mezzi, ne aumenta l’esasperazione insultandoli. Se non è follia questa.” Nel suo editoriale pubblicato da “The new Radikalna strana”, la Gazzetta aperiodica del congresso di Radicali Italiani, Felice Romano spiega come, invece, la tendenza di questo Governo sia quella di “smantellare le strutture che sono servite a raggiungere determinati obiettivi …” così come “E’ stato fatto con le strutture antiterrorismo, antimafia, ma anche anti microcriminalità”. Parole che, per il Governo, dovrebbero pesare come macigni se solo si fosse dato maggiore risalto a quella manifestazione del 28 ottobre alla quale Felice Romano rappresentava tutte le forze di polizia straordinariamente unite in una manifestazione-denuncia contro i tagli che, dopo il parlar tanto di sicurezza, questo governo ha fatto e continua a fare. Noi di Abolire la miseria della Calabria lo abbiamo intervistato a termine del suo intervento a Chianciano focalizzando il problema sicurezza per quanto attiene al mezzogiorno dove mafie, camorre e ‘ndranghete stanno già facendo salti di gioia per lo scudo fiscale che consente loro il facile rientro di capitali illegali dall’estero. Per questi motivi abbiamo deciso di proporre sia l’intero intervento di Felice Romano al congresso, sia la breve video intervista rilasciata in esclusiva per noi di “Abolire la miseria della Calabria” nella quale Romano parla degli effetti dei tagli alla sicurezza sulle regioni come La Calabria in cui maggiore è la presenza della criminalità organizzata nel tessuto economico e sociale.

Guarda l’intervento di Felice Romano al VIII Congresso di Radicali Italiani a Chianciano Terme

Migrazione, una sfida per la democrazia

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di Mario Patrono (*)

Vorrei sviluppare il mio intervento su tre livelli in modo da passare dal primo, più generale, fino al terzo, particolarmente dedicato alla proposta che l’UE pervenga, da un lato, alla redazione di uno Statuto europeo dei diritti del non cittadino, e, dall’altro, a stabilire essa stessa i criteri per l’acquisto della cittadinanza europea da parte dei migranti.

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Fino a tempi non troppo remoti, la maggior parte dei movimenti transnazionali avveniva dai Paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati. Nel corso dell’ultima parte del secolo scorso, invece, è iniziato un movimento contrario. Il primo movimento ha corrisposto al processo di colonizzazione, il secondo si riferisce invece a un contro-movimento che vede gli ex colonizzati muoversi verso i centri dai quali le passate colonizzazioni erano partite. Mi riferisco al fenomeno epocale delle migrazioni dai Paesi poveri verso le società ricche e democratiche.

Per la verità, si è anche avuta, nel ‘700, nel ‘800 e nei primi decenni del ‘900, una migrazione di massa di gente povera dai Paesi europei. Però, con una differenza. La migrazione dai Paesi europei si dirigeva verso territori sterminati e a bassissima densità abitativa: l’America del Nord, l’Australia, la Nuova Zelanda, l’Argentina e altri Paesi del Sud America. La migrazione dei giorni nostri ha invece determinato una inondazione sociale di enormi proporzioni su un’area geografica ristretta e densamente popolata. Questa inondazione, un vero cataclisma, rischia di determinare uno scontro durissimo tra popolazioni e tra interessi, uno scontro che mette sul banco di prova i valori etici che sono un patrimonio irrinunciabile della civiltà europea: il rispetto per la dignità di ogni essere umano, l’eguaglianza, la libertà, la solidarietà verso i poveri e verso i bisognosi: non importa se uomini o donne, se bianchi o neri, se cristiani ebrei o islamici, non importa se nazionali o stranieri.

Non intendo proporre ricette né definire i principi che dovrebbero indicarci quando è giusto regolare più o meno severamente il flusso alle frontiere. Quello che mi sentirei di escludere, al riguardo, è che la soluzione di questo difficile problema possa consistere nella proposta- avanzata da alcuni esponenti del fondamentalismo liberale ( parlo di R. E. Goodwin, parlo di J.H. Carens) – secondo la quale se vogliamo davvero che gli abitanti dei Paesi più poveri abbiano una qualche possibilità di vita anche remotamente simile a quella degli abitanti dei Paesi più ricchi, allora la via più diretta consisterebbe nel concedere ai primi di trasferirsi liberamente nei Paesi dei secondi. Questa mi pare francamente una sciocchezza! La soluzione giusta a me pare un’altra e cioè che l’immigrazione andrebbe eliminata come problema grave per la semplice ragione che le cause dell’emigrazione dovrebbero scomparire. Dovrebbe cioè scomparire in una società globale “ragionevolmente giusta” l’ineguaglianza eccessiva della ricchezza nella sua distribuzione territoriale. Questa soluzione va perseguita “di concerto” dai popoli europei senza risparmio di energia e di denaro. Si tratta di un obiettivo vitale per il futuro dell’Occidente, un obiettivo che coincide del resto con l’interesse dei popoli poveri della Terra.

Certo, si tratta di un impegno di lunga durata. E nel frattempo?

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Nel frattempo occorrono politiche regolative del fenomeno migratorio. Gli obiettivi sono due: non travalicare la capienza del sistema economico dell’Unione europea; sviluppare un’azione di contrasto alla delinquenza straniera non meno che a quella nazionale.

Quando un governo europeo ( tedesco, francese, spagnolo e così via ) mette in cantiere una legislazione restrittiva del fenomeno migratorio, preferisce di solito mettere l’accento sul secondo obiettivo, lotta alla delinquenza, piuttosto che sul primo: impedimento all’ingresso di migranti che non hanno ma che cercano lavoro. La ragione è semplice: la delinquenza non solleva, nell’animo degli europei, problemi di coerenza rispetto ai principi etici della civiltà europea. La povera gente che vuole un lavoro onesto, si.

Parliamo allora di contrasto alla delinquenza. La mia tesi è: tra integrazione e delinquenza la relazione è strettissima. Una integrazione che funziona bene riduce la delinquenza; una integrazione che funziona male genera delinquenza. Il miglioramento delle strategie integrative costituisce lo strumento principale per combattere la criminalità straniera. Le norme repressive, sebbene anch’esse necessarie, sono uno strumento ausiliario.

Da questo punto di vista mi pare importante stabilire un criterio di metodo. Le strategie di integrazione non possono ripetere all’infinito lo stesso errore di cecità sociologica che è stato fatto sino a oggi. L’errore consiste nel non considerare le diversità che pure sussistono all’interno della massa degli immigrati, e spesso si tratta di diversità notevolissime. L’errore consiste, appunto, nel trattare gli immigrati come una massa indifferenziata senza studiare le diversità che tra di essi si registrano.

In altre parole, l’errore (che a mio giudizio è un errore madornale), l’errore che si commette è quello di applicare la stessa strategia di integrazione a gruppi sociali ben differenziati. A me sembra che la strada da battere possa e debba essere un’altra: una eguale integrazione, come risultato finale, richiede politiche di integrazione diverse per gruppi disomogenei. Gli sciiti, ad esempio, hanno comunque una cultura più aggressiva rispetto ai sunniti; gli immigrati provenienti dalle Filippine, la maggior parte dei quali è di fede cattolica, presentano una disponibilità all’integrazione molto alta, come molto alta è anche quella degli immigrati provenienti dallo Sri Lanka. Tra gli immigrati dell’India vi sono musulmani e vi sono indù, e le due comunità hanno caratteristiche molto diverse che non si possono trascurare. E potrei continuare. Voglio dire che l’atteggiamento verso il problema dell’integrazione visto come problema la cui soluzione debba essere eguale per tutti, è un atteggiamento sbagliato. Voglio dire, molto semplicemente, che il processo di integrazione deve seguire percorsi differenziati. Voglio dire anche che l’integrazione è un problema nazionale e una funzione pubblica della massima delicatezza, il cui esercizio non può essere dato in appalto alla Caritas, né ad altri soggetti privati, ma deve essere esercitato dallo Stato in prima persona. L’integrazione non ammette supplenze!

Vorrei a questo punto segnalare un secondo argomento di metodo che riguarda questa volta la criminalità straniera operante in Italia. Il nostro Paese sembra essere, tra gli Stati membri dell’UE, un polo di attrazione della delinquenza straniera: la quale va così a sommarsi alla strabocchevole delinquenza indigena, organizzata o disorganizzata che sia. Questo fatto, almeno in larga misura, dipende dalla circostanza che in Italia il diritto penale è “dolce”, per cosi dire: le condanne arrivano dopo anni, la certezza della pena è un bene prezioso che in Italia però non conosciamo, nel carcere si entra e esce, prescrizioni e decadenze si succedono ininterrotte. Adesso, sotto la pressione dell’ennesima emergenza ( l’Italia, lo sapete meglio di me, è il Paese dell’emergenze: personalmente, ho ricordo della emergenza casa, dell’emergenza terrorismo, della ciclica emergenza incendi boschivi, dell’emergenza corruzione della classe politica, dell’emergenza mafia a cui sono aggiunte la camorra, la ‘ndrangheta e altre consimili, dell’ emergenza spazzatura in Campania; ora siamo all’emergenza immigrazione) – ; sotto la spinta dell’ennesima emergenza, dicevo, il governo in carica si è deciso a varare una legislazione più restrittiva nei confronti della delinquenza straniera. Osservo. L’Italia è membro dell’UE. L’UE è un soggetto unitario. Questo significa che vale all’interno dell’UE il principio dei vasi comunicanti, quel principio cioè relativo al comportamento dei liquidi in un sistema di recipienti che comunicano tra di loro: se la pressione è uguale, il liquido si porta alla stessa altezza nei diversi recipienti; se la pressione è diversa, il livello del liquido si abbassa in un recipiente e si alza negli altri. Mi spiego. La legislazione dell’Italia diventa più severa. La delinquenza straniera emigra dall’Italia e va in altri Paesi europei. Il problema nel suo complesso non si risolve. Quando un altro Paese europeo farà la stessa cosa, la delinquenza emigrerà di nuovo e magari rientrerà in Italia. Si avrà una spirale al rialzo della repressione penale nei confronti degli stranieri che non può essere sostenuta a lungo da Paesi democratici. La strada giusta è un’altra. Occorre una legislazione unica per l’intero territorio dell’UE. Questa è la soluzione giusta, la sola possibile soluzione. Naturalmente, quando parlo di una legislazione unica in Europa, parlo anche di un unico criterio di applicazione di quella legislazione, parlo di analoga durata dei processi, parlo di una magistratura organizzata e che operi in modo analogo nei diversi Stati europei. Questo intendo per legislazione unica in Europa.

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Quando parlo di legislazione unica in tema di immigrazione per l’intero territorio dell’UE, mi riferisco alla necessità di pervenire alla redazione di un grande Patto di civiltà che contenga lo Statuto europeo dei diritti del non cittadino.

Il Patto va mirato all’obiettivo di scrivere regole europee per le condizioni di entrata e circolazione dei cittadini dei Paesi terzi nel territorio degli Stati membri, nonché per le condizioni del loro soggiorno. Del resto, già gli articoli 1 e 2 del Trattato di Amsterdam avevano sottratto la materia dell’immigrazione e dei visti d’ingresso alla mera cooperazione intergovernativa, elevandola a oggetto di politica e di formazione comuni. Il carattere europeo delle regole destinate a disciplinare il fenomeno migratorio impone di accettare l’idea che l’UE possa stabilire essa stessa i criteri per l’acquisto della cittadinanza europea. Questo significa che, mentre oggi la cittadinanza europea si limita a completare la cittadinanza nazionale, dalla quale dipende, un domani sarà la cittadinanza dello Stato membro a completare la cittadinanza europea, eventualmente aggiungendovi altre e più ricche garanzie.

Il Patto dovrà inoltre rispondere alle finalità dell’Unione europea, le quali consistono (dalla Dichiarazione di Copenaghen del 14 dicembre 1973, fino al Preambolo della Carta dei diritti fondamentali facente parte del Trattato di Lisbona e agli articoli 2 e 3 dello stesso Trattato) nell’osservare i <<principi della democrazia rappresentativa, il regno della legge, la giustizia sociale – finalizzata al progresso economico – e il rispetto dei diritti dell’Uomo che costituiscono gli elementi fondamentali dell’identità europea>>. Il mancato rispetto di un livello accettabile di garanzia dei diritti umani per i non cittadini è destinato inevitabilmente a provocare, nel corso degli anni, una serie di azioni e reazioni tali da offuscare l’immagine dell’Europa e da ferire la coscienza europea.

Il Patto di civiltà dovrà essere discusso e approvato non solo dall’insieme degli Stati membri dell’UE, ma anche dalle maggiori rappresentanze in Europa dei non cittadini. In tal modo, il Patto non avrà i caratteri di un diktat fatto piovere dall’alto sui migranti poveri, ma avrà il carattere di un atto voluto da coloro stessi che ne saranno i destinatari.

(*) Ordinario di Diritto pubblico all’Università “La Sapienza” di Roma, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura

Stefano Cucchi, un caso su cui riflettere

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di Mario Patrono (*)

Chianciano 13 nov. 2009. Il testo dell’intervento del Professor Mario Patrono a Chianciano sul caso del giovane Stefano Cucchi, in cui si ritrovano anche alcune rilevanti osservazioni sul mercato del lavoro nel Sud.

Cari compagni radicali, Cari compagni socialisti,

abbiamo oggi molte ragioni per riflettere sul caso di Stefano Cucchi, il giovane di 31 anni morto di morte violenta dopo essere “transitato” nelle celle di sicurezza di Piazzale Clodio.

Osservo di sfuggita, per chi non lo sapesse, che qui parliamo delle celle di sicurezza del Tribunale penale di Roma, parliamo cioè del luogo dove lo Stato garantisce per antonomasia il rispetto della legalità; e lo garantisce nei confronti di chiunque, privati cittadini e pubblici funzionari.

Abbiamo quindi molte ragioni per riflettere sul caso di Stefano Cucchi.

Una è di immediata evidenza. Persiste in Italia una concezione autoritaria dello Stato, che usa il distacco e la prepotenza – e a buon bisogno usa anche la violenza – come strumento per esercitare il controllo sociale. Una concezione autoritaria dello Stato che non accenna a venir meno, malgrado siano trascorsi ben più di 60 anni dalla caduta del fascismo. Una concezione autoritaria dello Stato che sembra anzi essersi rafforzata in questi ultimi anni e mesi.

Questa concezione autoritaria dello Stato si manifesta in forma individuale e in forma sistemica. La morte violenta di Stefano Cucchi, quella altrettanto violenta di Federico Aldrovandi, che la rubrica “Un giorno in Pretura” ha fatto rivivere in questi giorni, e poi la registrazione avvenuta nel carcere di Castrogno a Teramo su pestaggi a detenuti come pratica di contenzione: <<…abbiamo rischiato la rivolta…non si può massacrare un detenuto…si massacra sotto…>>, sono esempi di uso illegale della forza in relazione a casi singoli. Un uso illegale della forza da parte di agenti e funzionari della Polizia, penitenziaria e non, selezionati male, addestrati male, educati male, controllati male, pagati peggio che male e comunque all’interno di una mentalità autoritaria dello Stato. La stessa mentalità autoritaria dello Stato che accetta e consente l’interminabile durata delle procedure giudiziarie che significa disprezzo per i diritti dei cittadini. La stessa mentalità autoritaria dello Stato che sopporta senza batter ciglio il fatto che dentro una cella di 3 metri per 2, cesso compreso, possano ammassarsi per mesi e per anni 7 detenuti i quali hanno a disposizione 2 sole ore di “aria” al giorno; e tutto ciò avviene, malgrado che l’articolo 27, III comma, della Costituzione proibisca perentoriamente quei trattamenti di pena che appaiono contrari al senso di umanità.

A livello sistemico cioè delle istituzioni pubbliche, la presenza nello Stato di un forte residuo autoritario si manifesta in modo particolare nella giustizia, nella burocrazia, nella dirigenza politica sotto il profilo del loro rapporto con i cittadini.

La prima evidenza di una concezione autoritaria dello Stato si manifesta nel campo della giustizia e segnatamente nel processo penale. La giustizia penale è diseguale. La diseguaglianza è di vario tipo. Per cominciare, l’accusa ha nel processo penale facoltà sconfinate rispetto a quelle di cui dispone la difesa. E questo ha un peso negativo in particolare per il cittadino economicamente debole, nei confronti del quale questa situazione di disparità è semplicemente insostenibile. Si pensi al processo accusatorio che si fonda spesso su perizie costosissime. L’accusa non paga le perizie, mentre il costo delle perizie finisce sempre e comunque sulle spalle della difesa, non importa se la sentenza dichiarerà alla fine l’imputato colpevole o innocente. Vi sono persone che per sostenere le spese relative alle perizie, si sono rovinate economicamente. In altre parole, l’accusa esercita poteri investigativi e processuali larghissimi, e nel contempo può disporre di risorse finanziarie illimitate e del cui uso in relazione ai singoli processi nessuno è chiamato a rispondere.

C’è poi il potere della pubblica accusa di “selezionare” l’esercizio dell’azione penale, che è un potere vastissimo ed esorbitante. Ancora. L’esercizio dell’azione penale non è contenuto entro tempi definiti, là dove la civiltà giuridica moderna – viceversa – impone che l’azione penale debba esercitarsi entro limiti di decadenza molto brevi. Non è possibile che il cittadino abbia sospesa sul collo la mannaia dell’accusa penale a tempo indeterminato.

Né vi è in Italia una regolazione precisa della facoltà dell’imputato di ricusare il giudice. Nei Paesi anglosassoni la possibilità di ricusare i membri della giuria popolare, dalla quale dipende il verdetto, è larghissima. Il giudice popolare può essere ricusato anche solo se ha notizie relative al processo. In Italia il giudice non è ricusabile a causa di un capovolgimento, operato dalla Corte costituzionale, dei valori da bilanciare in questa materia: si è posto l’articolo 21 della Costituzione, libertà di manifestazione del pensiero, al di sopra del diritto alla vita e alla libertà personale. All’evidenza, è vero il contrario: la libertà di non finire in galera e magari di non morirvi va considerata senz’altro prevalente, e di gran lunga, rispetto alla libertà del giudice come privato cittadino di manifestare pubblicamente apprezzamenti e giudizi nei confronti dell’imputato. Questo è ovvio.

Infine, non è garantita nel nostro Paese l’imparzialità del giudice e la sua alterità strutturale, e non solamente funzionale, di fronte all’accusa. Giudice e pubblico ministero sono entrambi magistrati dell’ordine giudiziario, svolgono la stessa carriera, sono tra loro “colleghi”. Questo non va bene. Al riguardo, nessun effetto sembra aver avuto finora la norma sul giusto processo, entrata a far parte della Costituzione nel 2001. La quale norma si è dovuta scontrare in questi anni con l’atteggiamento ultraconservatore della Corte costituzionale e che comunque ha avuto vita applicativa assai modesta.

Un altro aspetto dove si manifesta in Italia una concezione autoritaria dello Stato è nel rapporto burocrazia/cittadini. Vi è stata negli ultimi venti anni una crescita dimensionale della burocrazia, e vi è stata di pari passo una crescita nel numero degli alti burocrati i quali sono venuti di fatto assumendo un ruolo di decisori politici. Si è verificata cioè negli anni scorsi una crescita di potere politico della burocrazia nei confronti dell’autorità politica e partitica. A ciò si aggiunge la circostanza dello spoil system all’italiana, per cui ogni governo che approda a Palazzo Chigi si affretta a nominare con contratti “a termine” i dirigenti generali che retribuisce secondo criteri di larga discrezionalità.

Tutto ciò determina una forte disparità tra cittadino e burocrazia nella misura in cui il cittadino è posto di fronte ad un ceto che di fatto è irresponsabile. Non si può cioè nei loro confronti esercitare quel giudizio di responsabilità politica “diffusa”, teorizzato a suo tempo da Giuseppe Ugo Rescigno, per cui il cittadino al momento e per mezzo del voto riesce “a sfiduciare” il “cattivo” politico. Da questo punto di vista la burocrazia gode anzi della più totale inamovibilità, accompagnata da un crescente peso politico. E anche questo non va bene. Negli Stati Uniti, che qui assumo come termine di paragone, tutti i poteri pubblici sono elettivi e tutti rispondono quindi ad una logica democratica. Perfino la Corte suprema (un misto tra la nostra Corte di Cassazione e la nostra Corte costituzionale) è eletta su base democratica: dal Presidente in contraddittorio con il Senato. In Italia, vi sono poteri pubblici eletti accanto a poteri pubblici non eletti: e questi ultimi rispondono ad una logica loro tutta “interna”. È questa una delle grandi debolezze della democrazia italiana.

A completare il quadro vi sono poi gli scarsi poteri del cittadino rispetto all’esercizio delle funzioni amministrative: perché le norme sulla trasparenza si bloccano di fronte alla discrezionalità del decidere cosa “ammettere” alla trasparenza, e cosa no. Ancora. Non c’è un regolamento sulle priorità e sui tempi delle varie procedure, e qui ha origine l’arbitrio della burocrazia che si alimenta della oscurità e della complessità della legislazione italiana, tessuta di rimandi e contro rimandi a commi e sottocommi di leggi e leggine di varia epoca.

Una terza evidenza della concezione autoritaria dello Stato chiama in causa la dirigenza politica. Questa tende in Italia a nascondersi in aree segrete disseminate da cartelli <<vietato l’ingresso>>. Raramente i frammenti della catena accessibili alla vista formano un sistema coeso con punti d’ingresso chiaramente contrassegnati.

Al contrario gli ostacoli a un efficace controllo a vasto raggio dei cittadini sono numerosi e molti di essi sono invalicabili.

In Paesi meglio civilizzati del nostro una funzione di vigilanza continua, penetrante e a vasto raggio sul potere pubblico e chi lo detiene è esercitata dai mezzi di informazione. In Italia, però, i grandi giornali, quelli che “fanno opinione”, sono nelle mani di potenti gruppi industriali variamente intrecciati alla dirigenza politica, o sono collegati direttamente a partiti politici. La televisione pubblica, la sola di cui merita di parlare, è lottizzata “a tappeto” dai partiti politici: i quali, rotti finalmente gli indugi, la usano ormai anche come strumento al fine di difendere, per interposta persona, gli interessi personali del loro leader: l’editoriale “in video” di Augusto Minzolini, direttore del Tg1, di lunedì scorso, non saprei definirlo in altro modo che come uno spot a favore di Berlusconi. Una cosa mai vista in un Paese di democrazia accettabile.

D’altra parte, il referendum abrogativo delle leggi, voluto dal Costituente quale tipico mezzo di controllo popolare sulle scelte legislative operate in Parlamento dalle dirigenze politiche, è stato ben presto soffocato e reso ormai quasi inservibile, a seguito dell’affermarsi dell’idea di sottrarre a <<plebisciti>> e a <<voti popolari>> quelle che sono state definite <<le complesse, inscindibili scelte politiche dei partiti>> (Corte cost., sent. n. 16 del 1978). Si aggiunga, dulcis in fundo, che la legge elettorale in vigore consente alle dirigenze politiche di designare uomini e donne che andranno a sedere in Parlamento accanto e allo stesso titolo dei rappresentanti eletti dai cittadini.

Tutto ciò significa che si è spezzato in Italia il rapporto, che sussiste in qualunque democrazia consolidata, tra alcuni elementi fisiologicamente correlati: rappresentanza, controllo, responsabilità e giudizio politico al momento del voto.

Una dirigenza politica che può contare sull’indifferenza o sulla non/interferenza dei cittadini è fuori di un sistema democratico.

Naturalmente la causa di questa debolezza della democrazia italiana deriva in ultima analisi dal fatto che in Italia non c’è il primato della società civile sullo Stato, non c’è il primato del cittadino sullo Stato, a cui si accompagna una insufficiente coscienza sociale dei propri diritti.

Sta di fatto che il degrado del costume democratico nel nostro Paese è ormai intollerabile. Suscita indignazione in ciascuno di noi.

La domanda di oggi è: cosa dobbiamo fare per rimettere in moto la democrazia italiana? Io penso che abbiamo tutti del lavoro da fare, del gran lavoro: nelle Università, nelle scuole, dovunque possiamo esercitare la nostra influenza. Ma sono fiducioso che riusciremo, attraverso una pedagogia “mirata”, a creare una svolta attitudinale verso la politica; che riusciremo a suscitare nei cittadini un’attenzione permanente nei confronti del potere pubblico e le sue modalità di esercizio. Bisogna che si formi a livello di coscienza collettiva l’idea dell’obbligo per le istituzioni pubbliche di dare conto nei dettagli ai cittadini del loro operato. A partire da un punto. Ciascuno di noi ha diritto di sapere l’uso che si fa del denaro pubblico. Di sapere se il denaro pubblico è stato speso bene; se è stato sperperato; se è stato illegalmente sottratto. L’uso del denaro pubblico deve diventare un uso trasparente. Io come contribuente ho il dovere di partecipare alle spese pubbliche. Ma io come contribuente ho il diritto di sapere come il mio denaro è stato speso dagli amministratori pubblici. Per qualunque istituzione pubblica, dalla Presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale, dalla Camera dei Deputati al Senato, dalla Corte di Conti agli uffici giudiziari grandi e piccoli fino ai minimi enti pubblici, il contribuente ha il diritto di sapere la quantità di denaro che serve per pagare gli stipendi del personale interno e per procurarsi e gestire i mezzi con cui erogare i servizi. Perciò il contribuente ha il diritto di sapere, ad esempio, chi sono i fornitori di qualunque istituzione pubblica, dalle maggiori alle minori; a quale prezzo – in relazione al prezzo corrente di mercato – la singola istituzione pubblica paga le forniture che acquista o prende in uso; e chi gestisce per la singola istituzione pubblica l’acquisto e la dismissione dei beni di proprietà o in uso all’ente. Si dovrà arrivare a tanto, facendo cadere uno ad uno i tanti “segreti di Stato” che oggi coprono – legalmente o illegalmente – questa materia.

A quel punto, diventerà allora chiaro anche il diritto dei cittadini di saperne di più circa la vita privata degli amministratori pubblici. Se il presidente della Regione X ha le emorroidi, o è gay, o fa uso di sostanze stupefacenti, a me contribuente non interessa né deve interessare. Ma se quel presidente (dico cose a caso) subisce ricatti a causa delle sue peculiari abitudini, o se ha sul groppone debiti ingenti e riesce malgrado ciò a sostenerli; se possiede ville a Capri, yacht, terreni a Cortina d’Ampezzo o discoteche a San Babila, io contribuente ho il diritto sacrosanto di sapere quale è la fonte di quelle ricchezze: se i risparmi di una vita certosina, se lo zio d’America che lo ha lasciato unico erede dei suoi beni, se l’appropriazione indebita di denaro pubblico (e quindi anche del mio denaro), se la corruzione nell’esercizio delle sue funzioni. Questo i cittadini hanno il diritto di saperlo. L’appello alla privacy, che oggi si fa da parte di amministratori pubblici e che riempie i giornali e le trasmissioni televisive, altro non è che l’ultima trincea del tentativo di sottrarsi al controllo dei cittadini. Questa trincea dovrà finalmente essere abbattuta. Una concezione davvero liberale e democratica dello Stato e della politica non può consentirne la sopravvivenza.

Sono utili le riforme istituzionali per cambiare dal profondo questo stato di cose? Certo, lo sono senz’altro: a patto, naturalmente, che si tratti di riforme giuste cioè di riforme necessarie ed appropriate. A patto che si tratti di riforme che mettano il cittadino al centro della politica e costruiscano l’ordinamento dello Stato, e dell’Unione europea, e delle autonomie locali a misura del cittadino e dei suoi diritti, allo stesso modo di come il sarto confeziona l’abito sulla misura del cliente.

Tuttavia, prim’ancora di qualunque riforma del quadro istituzionale, la possibilità stessa di aprire un varco nella fortezza chiusa della politica è legata, secondo me, ad una riforma in senso democratico dei partiti politici. Aprire i partiti politici a libere discussioni e votazioni sull’intero territorio nazionale; rendere elettiva la scelta delle rappresentanze politiche a tutti i livelli di governo e in ogni sede istituzionale; trasformare i partiti politici in ciò che essi sono per loro stessa natura e cioè articolazioni del sociale. A me sembra che questa debba essere la prima delle riforme da fare. Questa riforma, è chiaro, non basta. Ma almeno sarebbe (per usare la memorabile frase di Winston Churchill) <<la fine dell’inizio>>.

Vi è poi almeno un’altra ragione per occuparsi del caso di Stefano Cucchi.

Hanno scritto i giornali che Stefano Cucchi era uno spacciatore, e come tale fu arrestato. Non ho elementi per sapere se ciò fosse vero, o no. Quello che so per certo è che la vita di Stefano Cucchi sarebbe stata diversa se egli avesse trovato sulla sua strada una chance di lavoro dignitoso. Questo vale per lui come vale per i tanti giovani che conducono una vita grama, come lo era per lui. Questo però pone il problema dei giovani e del loro accesso ad un mercato chiuso del lavoro, dove ormai il solo lasciapassare che conta è la “raccomandazione”. Questa è una piaga italiana. Lo è soprattutto al Sud, dove l’economia privata è variamente intrecciata con l’economia pubblica. Qui la raccomandazione è la risorsa indispensabile per inserirsi nel mondo del lavoro. Risulta così contraddetto uno dei principi base della civiltà moderna, vale a dire il diritto al lavoro. Il diritto al lavoro significa che chiunque può competere sul mercato del lavoro in condizioni di parità con gli altri. Questa condizione di parità nel Sud non esiste. C’è una specie di forca caudina che molti giovani devono passare per accedere ad un posto di lavoro. Si ha quindi una stortura rispetto alle regole della libera ed eguale competizione nel mondo del lavoro. Un principio di giustizia proclamato dalla Rivoluzione francese è quello che lo status di cittadino, che l’ingresso verso una carriera professionale non deve dipendere né dalla condizione sociale né da quella economica, ma solamente dalle capacità personali. Del resto, il sistema della “raccomandazione” non è soltanto ingiusto. Esso crea condizionamento, dipendenza; crea umiliazione. Negli esclusi, uccide la speranza di una vita migliore.

Questa situazione chiama in causa il ruolo dei sindacati. Negli ultimi anni i sindacati si limitano a tutelare i lavoratori e i pensionati. Cioè si limitano a tutelare il diritto di lavorare e di godersi la pensione dopo aver lavorato. Quello che i sindacati, per difetto di cultura e a causa della loro stessa struttura oligarchica, invece non fanno è la difesa del diritto dei giovani al lavoro cioè il loro diritto di accedere al lavoro. Anche qui, un grande passo avanti sarebbe quello di dare finalmente attuazione all’articolo 39 della Costituzione, il quale stabilisce che i sindacati debbano avere <<un ordinamento interno a base democratica>>. Questo determinerebbe una svolta attitudinale dei sindacati nei confronti del lavoro. Il percorso su questa strada è però ancora lungo.

(*) Ordinario di Diritto pubblico all’Università “La Sapienza” di Roma, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura

Un ponte e una banca per battere la crisi?

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il ponte e la banca?
il ponte e la banca?

di Giuseppe Candido – pubblicato su “Il Domani della Calabria” il 26 ottobre 2009 p.9

Il Sud e la Calabria tornano oggi al centro del dibattito della politica economica del governo sia per il progetto di legge, presentato lo scorso 15 ottobre in Consiglio dei Ministri che prevede l’istituzione della Banca del Sud, sia con l’annuncio della riapertura dei cantieri per i lavori del ponte sullo stretto.

Per la prima, la Banca del Sud, c’è qualcuno che già paventa il rischio che diventi, come avvenne per la bona vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un ulteriore sperpero denaro pubblico senza risolvere i problemi. Per il ponte si parla invece di un vero e proprio bluff del governo poiché mancherebbero i soldi per farlo e il progetto esecutivo. Senza parlare del fatto che, come sostengono molti ecologisti, sarebbe meglio spendere i pochi soldi che si hanno per il risanamento idrogeologico ed ambientale del territorio piuttosto che in “opere faraoniche”. Sono temi, entrambi, che non hanno mai abbandonato il dibattito all’interno della maggioranza e che oggi ritornano di attualità. E’ senz’altro evidente a tutti, nell’ambito della crisi economica, il fatto che il mezzogiorno abbia ancora il problema di una mancata crescita economica stante il fatto che sia il posto dove maggiormente si sono spesi soldi pubblici nei vari programmi di aiuti. Il Sud è rimato il luogo di grandi spese e del fallimento della spesa pubblica. Si pensi soltanto ai finanziamenti a pioggia distribuiti con la legge 488 e al F.a.s., il fondo europeo per le aree sottosviluppate, che è servito ad alimentare clientele senza raggiungere gli obiettivi per i quali erano stati destinati: la crescita economica e sociale. Il prodotto interno lordo pro capite della nostra regione è rimasto prossimo alla metà di quello delle regioni più ricche e la disoccupazione rischia di divenire un cancrena destinata a durare ben più a lungo della stessa crisi economica nazionale ed internazionale. Se sul ponte sullo stretto, per il quale è stato previsto lo stanziamento di 3,6 miliardi di euro in sei anni puntando al ripristino dell’appalto già vinto dall’Impregilo, il governo convince poco per le motivazioni ecologiste sopra esposte e per l’assenza del capitale privato e del progetto esecutivo, la questione della banca del Sud sembra riportare invece l’attenzione sulla questione meridionale come questione di rilievo nazionale cercando d’intervenire sul sistema creditizio del mezzogiorno mettendo a fuoco, però, i limiti delle azioni dei finanziamenti a pioggia adottati in passato. In pratica, l’idea della Banca del Sud sembrerebbe quella di porsi come sistema di finanziamento sano e alternativo di quello dei finanziamenti a pioggia che tutti noi sappiamo come, troppo frequentemente, sono stati mal spesi. Un intervento che dovrebbe orientare la pubblica amministrazione ad una più rigorosa valutazione del merito di credito e di finanziamento alle imprese. Oggi, lo dicono i dati e lo dicono i sempre più frequenti appelli degli imprenditori calabresi, il sistema creditizio nel mezzogiorno è quello maggiormente oneroso e, se non vi fossero i finanziamenti a pioggia, molte piccole e medie imprese calabresi sarebbero rimaste nelle mani della sola usura. Tassi di disoccupazione doppi rispetto alla media nazionale, un’elevata incidenza del valore aggiunto della Pubblica Amministrazione sul totale dell’economia, tassi d’interesse del credito alle imprese superiori al 9% in tutte e cinque la provincie a fronte di quelle del centro nord come Milano, Bolzano, Reggio Emilia, dove il costo del denaro è poco superiore al 6%. Meno di un anno fa, nell’ottobre scorso, in un articolo su “il Sole 24 ore”, Cosimo De Tommaso, imprenditore calzaturiero di Rende titolare di una azienda che vanta 50 dipendenti e 3 milioni e mezzo di euro di fatturato annuo di cui il 50% proveniente dall’export, lanciò un grido di allarme sul rapporto tra la piccola impresa nel mezzogiorno e il sistema creditizio bancario purtroppo rimasto inascoltato: “In un momento critico per l’economia come quello attuale – scriveva Cosimo De Tommaso nella sua testimonianza al quotidiano della confindustria – il sistema finanziario sta mettendo in atto una serie di “accorgimenti tecnici” che impediscono, in particolare modo alla piccola azienda, di poter operare agevolmente nel sistema creditizio”. E ancora: “L’accesso al credito è ormai di fatto bloccato e gli sconfini temporanei di brevissima durata (sempre consentiti) sono tassativamente proibiti”. Certamente la Banca del Sud potrebbe colmare un problema che si è andato accentuando a partire dagli anni ’90: la morsa creditizia che sta letteralmente strozzando il sistema imprenditoriale calabrese sano, quello che non ha capitali illeciti da riciclare. Il progetto della Banca del Sud sarebbe da condividere se si muovesse, come si annuncia nel testo presentato, su questi due filoni: valutazione più rigorosa del merito di credito per uscire dalla logica dei finanziamenti a pioggia di cui non si valutano i risultati e lo spostamento dei centri decisionali del credito bancario verso il sud con l’istituzione di una specifica banca a capitale pubblico. Quindi bene l’idea se non si pensa alla costituzione di una nuova CasMez, l’ex cassa per il mezzogiorno, ma ad una banca che consenta una facilitazione di accesso al credito agevolato delle imprese, come è giusto che sia in un’area ancora fortemente economicamente sottosviluppata. Il mercato creditizio calabrese ha bisogno dell’intervento dello Stato. Quello che però ci sembra rappresentare il vero problema è che, se da un lato, l’introduzione di capitale pubblico appare come forza del nuovo istituto, dall’altro c’è il rischio che proprio la permanenza del capitale pubblico oltre il limite, previsto di cinque anni, trasformi la nascitura banca in un’altra operazione “prendi i soldi e scappa” .

Il Brigantaggio politico e i politici briganti

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di Giuseppe Candido e Filippo Curtosi

Briganti
Briganti

Rileggendo la storia molto spesso ci si trova davanti a fatti, circostanze e situazioni che ricordano in maniera sorprendente quelli che oggi viviamo. Gli avvenimenti del 1799 e del 1806 che trovarono la loro conclusione nel 1815, aprirono un nuovo periodo nella storia della Calabria: il decennio francese e le persecuzioni del brigantaggio politico e sociale.

Presso la biblioteca comunale di Palmi sono conservate le carte della famiglia “Ajossa” tra le quali v’è un manifesto riguardante il periodo dell’occupazione francese nella Calabria Ultra e con il quale venivano pubblicate le taglie fissate sul capo di ben 859 briganti. Nome, Cognome e paese natale. Una lunga lista di ricercati che raffigura la mappa della ribellione nel territorio dove i calabresi si scannavano tra loro per sostenere, a seconda della posizione, i Francesi o i Borboni.

I fatti che caratterizzarono il trapasso dall’ancien regime allo stato moderno, evidenziano l’estrema violenza e virulenza dell’opposizione popolare al nuovo regime, che non effimera ma costante e valida, venne denominata per la prima volta dai francesi “brigantaggio”. Un nuovo regime dove la trilogia “legalite, liberté, fraternité” venne sostituita dagli alberi della libertà dai quali – come testimonia P. L. Cuirier – “s’impiccava facilmente e spesso”. La situazione in Calabria è particolare per le condizioni economico-sociali, per la vicinanza con la Sicilia, per il latifondo feudale e lo strapotere baronale. Questi fattori risultarono tutti decisivi per lo scaturire e il prolificarsi del brigantaggio. È noto anche ai non addetti ai lavori che, per primo il governo dei napoleonidi, abbia tentato di eliminare in Calabria il retaggio di un periodo medievale allora ancora vivo e presente, mettendo la nostra regione a contatto con le esperienze del mondo moderno. Ma per far questo in modo ineccepibile, bisognava se non risolvere, almeno tentare di risolvere i molteplici problemi esistenti, tra i quali il brigantaggio occupava una posizione primaria e considerevole. Gli sforzi furono notevoli, ma servirono a poco, poiché il periodo dell’occupazione fu troppo breve affinché i risultati si consolidassero e divenissero definitivi.

Della dominazione francese in Calabria, al rientro dei Borboni, restò soltanto un ricordo offuscato delle grandi riforme socio-istituzionali, e quello invece vivo e presente, delle violenze e delle prevaricazioni del periodo dell’occupazione e della feroce “repressione Manhes”.

In questo alternarsi di domini e avvicendarsi d’imprese guerresche, molto soffrirono e niente ottennero le masse contadine che furono sfruttate da tutti i protagonisti della lotta.

La Statistica murattiana” certifica lo stato di arretratezza socio economica, di degrado umano e civile, di primitività igienico sanitaria e di squallore ambientale.

I fattori primari del malcontento, la miseria e la fame di terra, perdurarono nonostante le riforme francesi, e propagandosi nel tempo pesarono sui calabresi finanche nel periodo post-unitario.

Intanto due sole remunerazioni per chi, preso dalla sete di giustizia e dall’insofferenza alle reiterate prepotenze, si ribellava: lo stigma di “brigate” e il conseguente annientamento da parte del potere istituzionalizzato.

L’entrata dei francesi in Calabria apportò grosse novità nel campo istituzionale che alimentarono le ostilità tra i vari partiti: mentre le classi degli aristocratici della borghesia e del piccolo artigianato si divisero tra patrioti e borbonici, le classi più misere, contadini, pastori, montanari etc. manifestarono una certa nostalgia per il regime borbonico; furono schieramenti non prettamente politici, fondati piuttosto sugli interessi, le ambizioni e le vendette personali. C’è chi sostiene che il brigante stesse con gli uni o con gli altri, altri sostengono invece che non stesse con i francesi né con i Borboni. Villari, nelle sue lettere sull’Italia Meridionale ed altri molti discorrendo del brigantaggio, vorrebbero trovarne le cause nella miseria, e nelle cattive condizioni del contadino. Ma sono smentiti dai fatti. Per Nicola Misasi (Cosenza 1850 – Roma 1923) nei suoi “Racconti Calabresi” edito nell’ottobre 2006 da Rubettino, il brigante fu allora “un prodotto spontaneo della vita calabrese”, … “di una natura forte e rigogliosa, la quale, diretta al bene, potrebbe essere capace di grandi delitti… Le donne incitavano i mariti, i fidanzati, i fratelli alla vendetta contro i francesi, gli sdolcinati maschi francesi”. Altro che repubblicani venuti a liberarci dalla schiavitù. Altro che “liberi, uguali e fratelli” dinnanzi alla legge come proclamato da loro. Secondo Misasi, e su questo concordiamo con lui, “Non è dunque la miseria soltanto che fa il brigante”. Se fosse vero il fatto che fu la miseria la causa principale del brigantaggio perché allora, si chiede Misasi, “la più parte dei briganti furono contadini agiati? Perché alcuni paesi ricchissimi, nei quali la proprietà è ben divisa, ove il contadino è retribuito più equamente che in altri siti, danno un buon contingente di briganti, ed altri paesi miserrimi, lungo un secolo, non ne contano neppure uno?”. Per comprendere meglio il fenomeno occorre soffermarci sul brigantaggio politico che “ci fu rimproverato del 1799, come un’onta, cui non bastò a lavare il sangue di mille e mille prodi calabresi, versato in cento battaglie e sui patiboli per la libertà d’Italia. … Ma io ho fede – continua Misasi – che quell’onta diverrà gloria per noi quando, diradate le nebbie, si studierà la storia delle nostre contrade col proposito di non arrestarsi alla superficie, ma di ficcar gli occhi in fondo per rintracciare il vero. Finora noi stessi ci gridammo barbari, lasciate che dica noi stessi ci gridammo popolo d’impotenti, rinnegando le nostre tradizioni, le nostre glorie, fummo paurosi di affermarci per quel che siamo e tendemmo supplicanti le braccia ad altri popoli per implorare da essi un raggio di luce e di civiltà. Colpa nostra se quei popoli ci trattarono da bambini e coi presero a scuola, non risparmiandoci le tiratine d’orecchio e le sculacciate, non leggendo o leggendo male la nostra storia; … Umili e sommessi aspettammo, e forse anche aspettiamo, di là il verbo rigeneratore, di là l’imbeccata del pensiero. Mutammo gli usi, i costumi, il linguaggio, financo il gusto, accettando nella nostra vita, nelle nostre case, nella nostra mensa tutto ciò che ci veniva dal di fuori …Tanta vigliacca condiscendenza ci fé credere, ed a ragione, popolo d’impotenti e di bambini”. Per tali motivi, prosegue Misasi, “il brigantaggio politico torna a gloria delle mie Calabrie”. Furono soprattutto i contadini a pagare le spese sia dell’eversione della feudalità sia l’accentramento delle terre nelle mani dei “galantuomini”. Essi furono ridotti alla condizione di semplici braccianti, “sottoposti alla soggezione di questi padroni che non solo non hanno mai fatto nulla per alleviare la miseria ed eliminare l’ignoranza, ma al contrario hanno fatto di tutto per tenerli schiavi ed asserviti”. Ed ancora oggi forse è così. Sicuramente non possiamo confondere il brigantaggio e il brigantaggio politico con l’attualità dei politici e dei “capimassa” briganti che avvelenano le nostre terre, le nostre acque e i nostri mari. Quello che la storia ci consente di leggere è che il brigantaggio fu un fenomeno spontaneo, naturale, un moto di ribellione alimentato dalla miseria ma diretto contro il “nuovo” come pure spontanea è quell’indignazione e quella voglia di ribellione contro il regime dei partiti che oggi, frequentemente, attraversa la società civile.

Pena capitale: nel carcere di Castrovillari due suicidi in un mese

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di Giuseppe Candido – Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 19 ottobre 2009.

Prima di parlare di morti e di suicidi nelle carceri dovremmo ricordarci le parole dell’illuminista Cesare Beccaria che nel saggio “Dei delitti e delle pene” scriveva: “Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui, continua Beccaria, che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Non è dunque la pena di morte un diritto … ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere”.

L’associazione “Nessuno Tocchi Caino” sin dal 1994 si è battuta per l’abolizione delle esecuzioni capitali e affinché venisse votata, all’ONU, la moratoria universale della pena di morte. Il 18 dicembre del 2007 quella moratoria fu finalmente conquistata. Secondo l’ultimo rapporto di Nessuno Tocchi Caino presentato quest’estate, nel 2009 i paesi abolizionisti sono 96 cui si sommano 8 abolizionisti per crimini ordinari e 42 abolizionisti di fatto mentre 46 sono i paesi dove è ancora in vigore. Durante il 2008, però, sono state almeno 5.727 le esecuzioni di cui almeno 5000 in Cina.

La questione della pena di morte era, per i media e per le associazioni che si occupavano dei diritti umani, soltanto quella degli Stati Uniti. L’incivile pena dello Stato occidentale democratico ma assassino. Mentre oggi sappiamo che non è così, che il problema è diffuso soprattutto negli Stati totalitari. L’associazione Nessuno Tocchi Caino, coi suoi costanti rapporti annuali sulle esecuzioni nel mondo, ha messo in luce l’altra faccia della pena di morte: quella degli stati non democratici intoccabili o innominabili. La Cina e l’Iran in primis e alcuni paesi asiatici dove avvengono il 99% delle esecuzioni.

Ma parlare di pena di morte, in Italia dove è già stata abolita, potrebbe sembrare inutile o, quantomeno, limitato all’interesse internazionale ma di scarsa rilevanza per noi che viviamo nel bel Paese. Eppure in Italia c’è una pena di morte. Ed è la pena, così disumana e insopportabile, che trasforma l’insopportabile detenzione in condizioni disumane nel suicidio di liberazione.

La notizia di due morti nel carcere di Castrovillari non fa notizia. E’ stata confermata alla parlamentare Rita Bernardini dal Direttore, dottor Fedele Rizzo: “negli ultimi venti giorni, nel carcere di Castrovillari, sono morti due giovani. Si sono tolti la vita entrambi impiccandosi. Il primo era un un ragazzo cileno di 19 anni, il secondo un calabrese di Morano Calabro di 39 anni”.

Il primo suicidio non trapelato sulla stampa per ben tre settimane la dice lunga sull’omertà  rispetto alle tragedie che si consumano dietro le sbarre ma anche sulle complicità di quasi tutti mezzi di informazione che evidentemente considerano l’impiccagione di due carcerati, una non notizia.

Ad agosto, in quell’istituto penitenziario, erano presenti 258 detenuti su una capienza regolamentare di 128 posti. Un sovraffollamento destinato ad aumentare con l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina e che, nel mese di Giugno, nel processo Sulejmanovic contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato sanzionando l’Italia a risarcire, col pagamento di mille euro, il detenuto bosniaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia in condizioni incivili.

Se vuoi conoscere davvero un Paese, affermava Voltaire, visitane le prigioni. Lo spazio minimo dovrebbe essere, per legge, non inferiore a 7 metri quadri per detenuto e invece, in Italia, in alcuni penitenziari, si ha invece “il registro dei materassi” per dormire a turno sui pavimenti. I detenuti nelle carceri italiane sono ormai stabilmente ventimila di più dei posti regolamentari. Viceversa, gli agenti sono ottomila in meno rispetto alla pianta organica. Siamo arrivati al punto che in alcune prigioni non bastano più neanche letti a castello che arrivano a un palmo dal soffitto e i direttori sono costretti a tenere un “registro dei materassi” per stabilire a chi tocca dormire sul pavimento. E quindi il suicidio diventa strumento di liberazione da una pena palesemente afflittiva e non rieducativa.

Come si legge nel rapporto dei Radicali Italiani che quest’estate si sono recati in visita sindacale-ispettiva, “nelle carceri italiane dal 1° gennaio al 31 dicembre 2008 sono morti “almeno” 121 detenuti, dei quali “almeno” 48 per suicidio”. Tre i detenuti morti suicidi nelle carceri in Calabria. Altri tre suicidi, sempre in Calabria, nei primi sei mesi del 2009. Ottantacinque gli atti di autolesionismo. Oggi aggiungiamo, alla triste conta, i due morti suicidi, col cappio al collo, nel carcere di Castrovillari.

Dal 1990 ad oggi si sono tolti la vita 957 detenuti e prevedibilmente nel 2009 verrà raggiunta la quota di 1.000 suicidi in carcere, nell’arco di 20 anni.

Nel saggio Dei delitti e delle peneCesare Beccaria affermava che non è «l’intenzione», bensì «l’estensione» della pena, oltre che la certezza della sua esecuzione, ad esercitare un ruolo preventivo dei reati. Per Beccaria “il fine delle pene non deve essere afflittivo o vendicativo ma rieducativo”. Il risultato dei suoi ragionamenti è che, perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi. Quando la pena è eseguita al di fuori delle condizioni di legalità, in maniera afflittiva o vendicativa, essa diventa violenza, non raggiunge il fine costituzionale del reinserimento sociale e della rieducazione, ed è criminogena nel senso che genera insicurezza e criminalità recidiva.

Giuseppe Candido


C’era rimasto il mare

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Sono cresciuto a contatto col mare calabrese, ed è da vent’anni che col windsur vado avanti e in dietro planando sulle onde rese luccicanti dal sole. In luglio, agosto e settembre, ma anche in ottobre, novembre e poi a marzo, aprile e maggio e giugno. Basta infilarsi una muta e il gioco è fatto anche a gennaio e febbraio. Onde e vento che mi rendono imparagonabile la vita in qualsiasi altra regione italiana. Mi sento la prova vivente di quanto il nostro mare sia una stupenda, meravigliosa, risorsa che la natura ha regalato alla Calabria. Una risorsa che non abbiamo saputo valorizzare adeguatamente, anzi l’abbiamo inquinato non depurando bene i liquami fognari, usandolo come recapito per rifiuti d’ogni genere. Oggi scopriamo, ormai non sembrano esserci più dubbi, che col sistema delle “navi a perdere” il mare calabrese è stato utilizzato come discarica di rifiuti radioattivi. Quella rinvenuta a largo di Cetraro, in provincia di Cosenza, è una delle navi (oltre venticinque) segnalate dalle associazioni ambientaliste sin dal 1994 con uno specifico dossier presentato dal WWF e da Legambiente. L’apoteosi dei disastri ambientali di una Regione – la Calabria – già di suo disastrata dal punto di vista idrogeologico e ambientale. Ma al peggio no v’è limite e, come se non bastassero il mare inquinato per la cattiva depurazione, l’emergenza rifiuti e i veleni, i metalli pesanti dell’ex Pertusola smaltiti come inerti per costruzioni e con i quali si sono costruite scuole per i nostri figli, adesso abbiamo un’altra triste conferma: lo Ionio e il Tirreno sono stati utilizzati come enormi discariche per rifiuti pericolosi di ogni genere e con le quali si sono arricchiti ‘ndrangheta e affaristi. Forse anche la mano della massoneria deviata. Il mare, quella risorsa che avrebbe dovuto rappresentare il volano dello sviluppo turistico eco sostenibile della Calabria, è stato invece adulterato, vilipeso, persino con scorie tossiche e radioattive. Radioattività che non svanirà per millenni. Speriamo quindi, si faccia presto col recupero dei fusti che s’intravedono, nelle immagini sottomarine, spuntare dalla prua squarciata della nave a largo di Cetraro.
Il giornalista Carlo Lucarelli, nella scorsa puntata di “Blu notte, misteri italiani”, ha ripercorso le tracce di questa storia e quella del Capitano di marina Natale De Grazia morto in condizioni quantomeno misteriose mentre svolgeva una consulenza per le indagini che la procura di Reggio Calabria stava conducendo sulle cosiddette “navi a perdere”. Navi usate – mediante l’affondamento programmato – per smaltire rifiuti pericolosi, tossici e radioattivi, in modo illegale e con un giro d’affari da capogiro. Per affaristi come Giorgio Comerio e l’armatore della motonave “Rosso” Ignazio Messina, anche questa “dispersa” nei nostri mari. Una storia di traffici di rifiuti che risale agli anni ’80 e ’90 e che ha visto le prime denunce delle associazioni ambientaliste già nel 1995. Nel 2004 WWF e Legambiente presentarono alle istituzioni ed ai media uno specifico dossier corredato di mappe di probabili siti di affondamento che restò però lettera quasi morta, nel senso che soltanto le indagini giudiziarie proseguivano ma nulla fu fatto per ricercare le navi che i pentiti dichiaravano di aver affondato. Quel dossier evidenziava la necessità di uno “sforzo congiunto di tutti gli organismi istituzionali con competenze in materia”. Lo stato, il ministero dell’ambiente e, ovviamente, le Regioni coinvolte tra cui la Calabria. Organismi che, stante le numerose indagini delle procure, non si sono minimamente preoccupati di ciò che vi era scritto in quel dossier e di far partire ricerche o iniziative di mobilitazione. Se è vero com’è vero che le indagini aprivano scenari inquietanti sovra nazionali, è pur vero che nessuno avrebbe vietato – dopo la presentazione del rapporto denuncia di Legambiente – l’autonoma ricerca mediante sistemi di telerilevamento e/o di ricerca oceanografica. Neanche una parola. Ora che si ha la prova Cetraro, gli ambientalisti fioriscono. C’era rimasto il mare e invece oggi sappiamo che assieme all’emergenza ambientale della depurazione, a quella dei rifiuti nostrani, esiste quella legata ai traffici internazionali di rifiuti radioattivi.

Libertà d’informazione e informazione lottizzata

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Dopo la manifestazione che si era tenuta a Roma sulla libertà di informazione ed organizzata da varie testate di giornali, si è svolto al Parlamento europeo il dibattito, voluto dall’Italia dei Valori, sulla libertà di stampa. Secondo i manifestanti e secondo i promotori del dibattito parlamentare che chiedevano l’emanazione di una specifica direttiva europea, in Italia non ci sarebbe libera informazione e la causa del male sarebbe ovviamente Berlusconi e le concentrazioni editoriali della sua famiglia cui si sommano, ora che governa ed è di maggioranza, i posti derivanti dalla lottizzazioni tra i partiti delle reti pubbliche. Stante le loro storiche battaglie per l’informazione sino a quella più recente sul caso della commissione parlamentare di vigilanza del servizio pubblico televisivo, i Radicali non hanno aderito alla manifestazione polemizzando con gli organizzatori poiché considerati corresponsabili della grave situazione in cui versa l’informazione italiana. E a Strasburgo non si sono potuti fare neanche sentire in quanto, dopo trent’anni, non sono presenti tra gli scranni del Parlamento europeo anche, o forse proprio, a causa della loro esclusione dall’informazione politica durante l’ultima campagna elettorale. Esclusione cui ha dovuto porre rimedio – dopo gli ennesimi digiuni di Pannella – il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Conoscere per deliberare era il motto di Luigi Enaudi che Radio Radicale, sin dagli anni 70, ha adottato in relazione al fatto che, da tempo, il partito di Pannela ritiene l’Italia un Paese in cui non viene garantito tale diritto ai cittadini. Per i manifestanti dell’ultimo momento il problema, il vero male che affligge l’informazione italiana, è Berlusconi e non già la degenerazione del ruolo dei partiti che, in sessant’anni, hanno provveduto a lottizzare l’informazione pubblica televisiva e a controllare, mediante finanziamenti pubblici, i giornali e l’editoria di partito. Un’informazione lottizzata anziché libera e indipendente dalla politica. Un sistema che ha garantito la “sistematica e impunita violazione delle regole dell’informazione politica”. Si pensi solo al caso della commissione di vigilanza Rai e alla illegittima sospensione, alla negazione ancora in corso, del diritto di accesso agli spazi televisivi delle associazioni e dei partiti durante i periodi fuori dalle campagne elettorali. Già nel 1958 il Partito Repubblicano e il Paritito Radicale, presenti alle elezioni politiche con liste comuni, dovettero ricorrere al Presidente della Repubblica per denunciare la loro totale esclusione dall’informazione elettorale. In Italia, da sempre e sistematicamente, si è creduto di poter garantire il diritto all’informazione mediante la spartizione delle poltrone dei direttori dei TG e in generale della Rai. Oggi ci rendiamo conto che in Italia non c’è un’informazione realmente libera ed indipendente dal governo e dai partiti. 

Ne “La peste italiana”, documento elaborato – a futura memoria – dai Radicali italiani, si nota come nel 1976, soltanto “grazie ad uno sciopero della fame e poi della sete di Marco Pannella, viene riconosciuto il principio della “riparazione” per i soggetti politici cui è stato illegittimamente impedito l’accesso agli spazi d’informazione. “Da quel momento, la Rai e la commissione di parlamentare di vigilanza – si legge nel documento – pongono in essere un’opera di smantellamento delle tribune, spostandole in fasce orarie di scarso ascolto, riducendone il tempo complessivo e adottando format che sterilizzano le tribune rendendole prive d’interesse”. Poi la par condicio e gli anni seguenti che “sono segnati dalla costante violazione della legge n°28 del 2000, in primo luogo attraverso regolamenti d’attuazione volti a limitare l’accesso alla televisione dei soggetti politici alternativi alle due coalizioni Polo e Ulivo. Dal 2000 ad oggi non v’è competizione elettorale o referendaria senza che l’autorità garante accerti egualmente gravi violazioni della par condicio da parte dei programmi Rai e Mediaset”. 

Di tale situazione, per anni denunciata da Pannella con scioperi della fame e della sete, se ne sono accorti molto bene Rifondazione, Socialisti e altri partiti minori cancellati dall’informazione politica durante l’ultima campagna delle politiche del 2008 in quanto esterni ai due poli. Ma allora di cosa stiamo parlando? 

Adesso ce ne accorgiamo che in Italia manca una vera informazione pubblica che formi l’opinione dei cittadini nell’ottica di far conoscere per deliberare? Berlusconi ha esagerato nelle esternazione ma, siamo sicuri che sia soltanto lui la causa dei mali dell’informazione pubblica così politicizzata? E soprattutto, dove erano quelli che oggi manifestano così veementemente in piazza per la libertà d’informazione, quando il problema era pure di tutta evidenza e però si stava al governo?