Cinghiali, editori e la miseria della stampa calabrese

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#cinghialieditori
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Cinghiali? La Calabria è una regione dove i cinghiali non mancano. Con la vicenda del Senatore Antonio Gentile dimessosi da sottosegretario del governo Renzi a seguito delle polemiche, rimbalzate su tutta la stampa nazionale per le presunte pressioni esercitate sul quotidiano L’Ora della Calabria affinché non uscisse nelle edicole con l’articolo sulle indagini sull’A.S.P. di Cosenza che vede indagato anche il figlio del Senatore, la questione della libertà di stampa calabrese e dell’indipendenza di quest’ultima dai poteri forti, è tornata d’attualità.

Come al solito, però, si guarda il dito per non vedere la luna.

Sicuramente è vergognoso pensare, nel 2014, nell’era di internet e dell’editoria digitale, che i poteri forti calabresi, per mano di uno stampatore, abbiano potuto bloccare la pubblicazione dell’articolo del direttore. “Rotative inceppate”, hanno detto. Ridicolo!

Ma la cosa che più dovrebbe stupire è che, sugli altri quotidiani calabresi, presenti nelle edicole la mattina del 19 febbraio, della vicenda del figlio di Gentile indagato non ce ne fosse traccia.

La miseria dell’editoria calabrese è emersa tutta. Quando si dice che, senza i contributi della politica e dei poteri “forti” calabresi, i giornali non potrebbero uscire nelle edicole, è un fatto verissimo. Enrico Fierro, sul Fatto, parla di editoria e informazione calabrese come di un “sistema infetto”. Mentre il procuratore Pignatone parlò di un “cono d’ombra” informativo. Chiamatelo come volete, ma è semplicemente la miseria della stampa calabrese che, registrando ALM, volevamo segnalare già nel 2006.

I giornali, in Calabria ancor di più che altrove, senza la manna partitocratica non potrebbero stampare perché con le vendite e la sana pubblicità non reggerebbero.

E allora, considerato che di cinghiali che, se feriti, possono colpire ovunque e a testa bassa, eccoti pronti i giornali calabresi formato velina: prodotti editoriali pieni di comunicati di quello e di quell’altro politico, si criticano da soli, ce ne raccontano il raccontabile ma, quando si tratta di fare vere indagini, di svelare segreti ce quando si tratta di dare notizie che possono dar fastidio ai potenti di turno, ecco che l’editoria calabrese si dissolve come neve al sole.

La #Scienza è conoscenza s’è pubblica e disponibile

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a cura di Giuseppe Candido

Conoscere per deliberare è il motto di Luigi Einaudi che però, anche in materia di dati sull’inquinamento ambientale, viene troppo spesso dimenticato.

Secondo Jürgen Renn1, direttore dell’Istituto Marx Plank per la Storia della Scienza di Berlino, viviamo oggi nell’Antropocene, una nuova era geologica nella quale “più del 75% della superficie terreste non ricoperta da ghiaccio è stata trasformata dall’uomo. L’era in cui la natura incontaminata non esiste più”. Nell’ampia prolusione2 tenuta oggi, 3 marzo del 2014, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Bergamo, l’illustre cattedratico ha posto seri interrogativi “ai responsabili del pianeta”.

“Abbiamo creato cambiamenti irreversibili, consumando le risorse naturali, liberando materiale radioattivo, alterando sia la biosfera sia l’atmosfera. Questo significa che il futuro del nostro pianeta sarà in larga parte forgiato dall’azione umana. Come possiamo essere – si chiede Jürgen – all’altezza delle responsabilità che ci siamo presi? Che tipo di conoscenza serve? Come possiamo essere certi che la conoscenza guiderà la nostra risposta alle grandi sfide che ci attendono?”. E ancora: “chi può garantire che la scienza fornirà le risposte ai problemi creati da questi interessi politici ed economici? E anche se otteniamo le risposte, quali strutture saranno richieste per implementarle?”.

Interrogativi «enormi» di cui, lo stesso Jürgen ammette che «nessuno conosce le soluzioni».

«Nelle società moderne, la scienza interagisce con gli sviluppi economici, politici e culturali».

Per Jürgen, «La scienza è stata spesso vista come un’attività che si svolge in una torre d’avorio, dove si esplorano idee astratte che possono anche non riferirsi al mondo reale».

Eppure, sostiene Renn nella sua lezione,

« Isolando la scienza dai suoi contesti sociali, non si comprendono le sue relazioni effettive. La scienza » – aggiunge Jürgen – « è soltanto una forma particolare di conoscenza. La conoscenza è un aspetto fondamentale della cultura umana, ben più ampio della scienza. La conoscenza deriva dalla riflessione sulle nostre azioni precedenti, consentendoci di progettare quelle future. Se vogliamo comprendere il progresso della scienza, dobbiamo studiare l’evoluzione della conoscenza ». Ai responsabili del pianeta e, in generale, della cosa pubblica, Jürgen Renn fa notare che « la conoscenza non ha soltanto una dimensione cognitiva, ma anche sociale e materiale. Può essere comunicata, condivisa e immagazzinata tramite rappresentazioni esterne come congegni, manufatti e testi».

Con la rivoluzione scientifica di Einstein, per Jürgen Renn, «vi è stata una trasformazione che ha riguardato non solo la scienza, ma più in generale le strutture della conoscenza. L’evoluzione della conoscenza è prodotta dalle strutture sociali ».

Emersa dalle prime società complesse assiro-babilonesi, la Scienza,

« per un lungo periodo rimase comunque un’attività marginale. Agli inizi dell’età moderna, tuttavia, l’esplorazione del potenziale intellettuale si indirizzo verso lacune tecnologie della società, come le infrastrutture urbane, l’architettura, la costruzioni di navi e di armi da guerra. Così, la conoscenza scientifica si rivelò ancor più utile nel miglioramento di queste tecnologie. Inoltre, la combinazione della conoscenza pratica con quella scientifica si trasformò in una matrice ampiamente diffusa, favorita dalla tecnologia delle stampa e da nuove istituzioni. (…) Le società implicano un’economia della conoscenza che produce e distribuisce non solo la conoscenza di cui hanno bisogno, ma anche un eccesso di conoscenza che può innescare sviluppi imprevisti. Alcuni di questi effetti diventano poi le condizioni per nuovi sviluppi. Così, la scienza emersa originariamente soltanto come un effetto collaterale, si è trasformata in una condizione essenziale per l’esistenza delle società moderne. Ma questo non deve farci dimenticare l’importanza delle sue connessioni con le economie della conoscenza delle nostre società e con l’evoluzione della conoscenza». Per Jürgen Renn, «è dunque necessario superare la tradizionale frammentazione della conoscenza scientifica, sfruttando il potenziale del Web per renderla pubblicamente disponibile e connetterla in nuove forme. E sarà cruciale esplorare le modalità in cui essa può essere integrata, con altre, che sono forse forme vitali di conoscenza soltanto a livello locale, per esempio, in merito a come impiegare le risorse in modo sostenibile, a come far fronte alle malattie e alla morte, a come mantenere la pace o, semplicemente, a come condurre una “vita felice” »

La conoscenza dei dati ambientali, la conoscenza dei luoghi a rischio dissesto e della vulnerabilità del patrimonio edilizio, sarebbero fondamentali.

Per capire, invece, quanto poca importanza sia data, oggi, da parte di una regione inquinata come Calabria, devastata dall’emergenza ambientale e dalle mancate bonifiche, alla conoscenza dei dati ambientali e dell’uso delle risorse naturali che pure dovrebbero essere pubblici, è stato sufficiente andare a cercare sul sito ufficiale del Consiglio regionale (www.consiglioregionale.calabria.it) nella sezione dedicata all’amministrazione trasparente. Ci siamo resi tristemente conto che, a fine febbraio 2014, non si trova nulla. Neanche quelle informazioni ambientali la cui trasparenza oltreché dalla convenzione di Aarhus, dovrebbe essere garantita dalla semplice applicazione dell’articolo 40 del D.Lgs. n. 33 del 2013.

Nell’ambito delle informazioni ambientali, sul sito della regione Calabria, sia che si cerchino i dati sullo stato dell’ambiente, sia che si voglia sapere quali siano i fattori di rischio o le misure incidenti sull’ambiente con le relative analisi di impatto, sia che si voglia conoscere le misure adottate a protezione dell’ambiente, sia che si cerchi la relazione sull’attuazione della legislazione o, soprattutto, quella sullo stato di salute e della sicurezza umana, la risposta che, in automatico, costantemente si genera, è sempre la stessa: “Sezione in aggiornamento”. Di dati ambientali, nelle pagine dell’amministrazione trasparente, non ce ne sono.

1  Jürgen Renn è direttore dell’Istituto Marx Plank per la Storia della Scienza di Berlino, docente di Storia della Scienza all’Università Humboldt e Visting, e docente presso la Boston University. Tra i più conosciuti e apprezzati studiosi del pensiero e dell’opera di Albert Einstein, ha scritto e curato numerosi lavori tra cui, in italiano, il libro Sulle spalle di giganti e nani: la rivoluzione incompitua di Albert Einstein, (Bollati Boringhieri, Torino, pp.360)

2  Il testo della prolusione citato è stato anticipato, in sintesi, nella rubrica Scienza e Filosofia, su Il Domenicale, inserto de Il Sole 24 Ore, Domenica 2 Marzo 2014, n°60

#Radicali in Calabria per abolire la miseria delle banche

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Chi controlla buona parte dell’accesso al credito, in questo Paese? Com’è noto, anche se forse non lo è abbastanza, la proprietà di molte banche italiane è in mano ai partiti. “Fuori i partiti dalle banche”, quindi, è l’hashtag della nuova campagna “economica”, che il partito di Emma Bonino e Marco Pannella affianca alla lotta, ancora in corso, per la giustizia e l’amnistia. La campagna, che farà tappa anche in Calabria nel mese di marzo, è stata annunciata e promossa online, giovedì 27 febbraio, da Rita Bernardini, Valerio Federico e Alessandro Massari, rispettivamente segretaria, tesoriere e componente della direzione nazionale del partito. Dagli anni ’90, le fondazioni bancarie, anomala invenzione italiana per mettere una pezza alla richiesta europea di privatizzare il sistema creditizio, di fatto scelgono gli amministratori delle banche; gli enti locali e le Regioni, a loro volta, sono i soggetti che nominano la guida delle fondazioni bancarie e il gioco è fatto. In sostanza, nel nostrano sistema bancario, molte banche che quotidianamente decidono come distribuire il credito, sono, in realtà, controllate dalla mano longa, neanche troppo nascosta, dei partiti. La questione è emersa lampante con la vicenda del Monte dei Paschi a Siena ma i partiti, attraverso gli enti locali e le regioni, controllano dappertutto le fondazioni. Ecco perché, la campagna #sbanchiamoli di Radicali italiani parte proprio dalle e nelle Regioni, dagli enti locali e, in generale, dalle periferie. Per Valerio Federico è così per la Banca di Sardegna, per la Banca Carige, per Intesa San Paolo: “I vertici del MPS nominati dalla politica hanno gettato al vento 4 miliardi di euro, con delle operazioni finanziarie scriteriate. Di chi è la responsabilità? Naturalmente” – per il tesoriere di radicali italiani – “la responsabilità è della proprietà, quindi, della fondazione bancaria e, quindi, dei partiti che hanno scelto i vertici della fondazione bancaria e delle banche. Banca Marche – continua Federico – è stata commissariata perché mal gestita dalle fondazioni bancarie e dai vertici scelti dalle fondazioni bancarie e dai partiti. Casi e scandali che sono l’emblema di un sistema che non funziona, che vede la commistione tra la politica e le banche, tra la finanza e i partiti”. È possibile, con un sistema del genere, garantire il credito ai cittadini e alle imprese che lo meritano, oppure è più facile che a trovare facilmente credito, presso i più importanti istituti del nostro Paese, sono sempre i soliti “amici degli amici”? “Le banche – continua Valerio Federico nel video che promuove la campagna – dovrebbero occuparsi di prestare i soldi alle imprese, di prestare i soldi ai cittadini, dovrebbero occuparsi di prestare i soldi per quelle StarUp, per quelle imprese giovani, più promettenti e, magari, di finanziare idee innovative. Invece, le fondazioni bancarie, sostanzialmente, bloccano l’afflusso di capitali verso le banche italiane; e lo bloccano perché – prosegue il tesoriere di Radicali italiani – hanno tutto l’interesse di farlo per garantire, così, ai partiti di continuare a mantenere il controllo delle banche e del credito”. È un sistema distorto, da superare, per rilanciare lo sviluppo perché, nota Federico: “gli effetti di un sistema che non concede credito, che ne concede poco o lo concede male, sono minore competitività del Paese, perdita di occupazione, riduzione della domanda interna. Il credito orienta il consenso, quindi il voto. Alle Banche servono nuovi flussi di capitali per i cittadini e per le imprese, ma alla politica non conviene, altrimenti ne perderebbero il controllo. La conseguenza è che il credito alle imprese concesso è diminuito costantemente dal 2007 ad oggi. In sostanza, con un sistema creditizio-bancario che non funziona, il Paese non riparte. Separiamo, dunque, i partiti dalle banche, la politica dalla finanza. I partiti – conclude Federico – hanno l’obbiettivo di accrescere consenso, non hanno l’obbiettivo di prestare i soldi a chi merita. Il rischio che lo prestino a chi è loro vicino, agli amici e agli amici degli amici, è un rischio evidente”.

Http://www.radicali.it/banche

Referendum in Calabria senza agibilità democratica

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Se la gente non è informata e se non vi è agibilità democratica per il servizio di autenticazione delle sottoscrizioni, la raccolta delle 500.000 firme necessarie ad ammettere al voto i quesiti referendari, quello strumento di democrazia diretta che davvero potrebbe riavvicinare i cittadini alla politica risulterà un’arma spuntata. Altro che agibilità politica per Silvio Berlusconi, in questo Paese quello che davvero sembra mancare è l’agibilità politica dei cittadini. Traditi dai partiti che non assolvono al dettato costituzionale di far partecipare la gente, il popolo “sovrano”, alla vita politica nazionale, se i cittadini non vengono informati, dal servizio pubblico radiotelevisivo di cui pagano il canone, su tutti i singoli quesiti e neanche sanno che, negli oltre ottomila comuni italiani, si possono firmare i 12 referendum Radicali la raccolta delle firme per i referendum diviene una missione impossibile. Eppure i Radicali di firme in Cassazione, negli anni, ne hanno depositate a milioni. Oggi però il problema è duplice: da un lato manca totalmente o quasi l’informazione di massa, l’informazione sui dodici quesiti che si potrebbe ottenere solo con adeguati approfondimenti e con i telegiornali nazionali e regionali. Mentre i media sono tutti impegnati a discutere dell’agibilità politica e dell’eventuale decadenza di Silvio Berlusconi dalla poltrona del Senato, tranne qualche rara eccezione, nonostante ve ne sia estrema urgenza, sull’unica vera proposta politica di riforma della giustizia di questo Paese sembra essere calato il silenzio. Negli ultimi giorni sembrerebbe che qualcosa stia cambiando, ma se non ci sarà un’adeguata promozione nei prossimi giorni si rischia di fallire la raccolta delle sottoscrizioni.
Poi c’è il problema dell’autenticazione delle firme. Possono farlo i Consiglieri comunali, provinciali e regionali oltreché, ovviamente, i cancellieri dei tribunali, delle corti d’appello e i dipendenti degli uffici comunali appositamente delegati. Poiché, soprattutto nel mese di agosto, i consiglieri comunali sono poco disponibili ad organizzare e fare tavoli di raccolta firme, poter andare a firmare in comune dovrebbe essere un servizio essenziale garantito presso gli uffici comunali. Tant’è che proprio a tale scopo, lo scorso 26 luglio, il Ministro dell’Interno ha diramato una specifica circolare a tutte le prefetture d’Italia proprio per comunicare ai Prefetti di tutta Italia la necessità di sollecitare con urgenza i sindaci e gli uffici comunali di competenza affinché garantissero quest’importante servizio. “Per garantire il pieno e corretto svolgimento della raccolta delle sottoscrizioni delle richieste referendarie occorrenti ai fini dell’esercizio del diritto di voto previsto dall’articolo 75 della Costituzione”, recita la circolare, “si pregano le Signorie Loro di sensibilizzare in tempi estremamente brevi i Sindaci dei rispettivi comuni affinché pongano in essere ogni misura organizzativa idonea a garantire un efficace servizio di autenticazione delle sottoscrizioni. In particolare” – si legge ancora nella circolare n°50/2013 – “si richiama l’attenzione sulla necessità che i sindaci, previa attenta verifica delle disponibilità dei dipendenti comunali a svolgere tale funzione autenticante, incarichino durante tutto il periodo estivo il maggior numero possibile di funzionari all’effettuazione delle autentiche”. Accogliendo infatti alcune delle richieste dei Radicali, il Ministero dell’interno ha chiesto ai Comuni di verificare attentamente la disponibilità dei dipendenti comunali a svolgere funzione di autentica, di incaricare durante tutto il periodo estivo il maggior numero possibile di funzionari, di dare la disponibilità all’autentica anche in luogo pubblico o aperto al pubblico
e di pubblicizzare sul sito internet del Comune i luoghi e gli orari di apertura degli uffici comunali dove si può firmare. Una circolare che in Calabria sembrerebbe essere rimasta lettera morta. Di pubblicizzare i referendum sui siti dei comuni, tranne qualche rara eccezione come il comune di Catanzaro, in Calabria non se ne parla nemmeno. Paradossalmente però, presso il comune di Lamezia Terme non soltanto manca la pubblicità su internet dei referendum come del resto avviene in quasi la totalità dei comuni calabresi ma, quello che è assai più grave, è che nei giorni scorsi abbiamo constato che i cittadini non potevano neanche firmare. Impiegati comunali che non sanno nulla e che, di fronte all’ennesima richiesta di informazioni, ha tirato fuori i moduli per una raccolta firme di un referendum svoltasi nel 2012 e i moduli di sottoscrizioni delle candidature per le elezioni di Camera e Senato del 2013.
Quando vi si è recato un nostro compagno radicale per verificare se al comune di Lamezia Terme si potesse firmare, abbiamo dovuto constatare l’impossibilità di sottoscrivere i referendum sia presso l’ufficio relazioni col pubblico della sede del Comune nuovo in contrada Maddame, sia presso gli uffici anagrafe di Nicastro (Piazza d’Ippolito) e sia presso le Delegazioni municipali di Sambiase e di Sant’Eufemia.
Per tentare di capire come stesse andando la raccolta delle firme in comune sui dodici quesiti referendari nei 409 comuni calabresi, nei giorni scorsi abbiamo fatto qualche telefonata. Sono stati oltre 70 i comuni calabresi contattati (18%).
Premesso che il numero dei firmatari nei comuni calabresi è davvero minimale (a Catanzaro sono solo 8, a Cosenza 5, solo per fare qualche esempio), alla richiesta di avere indicazioni sul numero dei firmatari su ciascun quesito, ho ricevuto le risposte più strane ed esilaranti: qualche ufficio comunale neanche sapeva dell’esistenza dei moduli, altri non avevano capito che i referendum fossero 12 e si sono limitati a far sottoscrivere ai cittadini (anche loro poco informati) soltanto il primo quesito sulla responsabilità civile dei Magistrati e quello sul “divorzio breve” che stanno, rispettivamente, sulla prima facciata dei due fascicoli di raccolta firme mentre gli altri dieci quesiti sono stati ignorati.
A questo punto, considerata la scarsa informazione, credo sia utile ricordare che chi vuole firmare i 12 referendum può recarsi negli uffici comunali munito di documento di riconoscimento e apporre 12 firme sui due blocchi di moduli. Rimangono ancora pochi giorni per firmare i 12 referendum per la riforma della giustizia, delle politiche su droghe e immigrazione, per abolire il finanziamento pubblico dei partiti e la truffa dell’otto per mille, per il divorzio breve. Per raggiungere le 500 mila firme necessarie non basteranno i banchetti nelle piazze anche per la difficoltà in molte realtà di trovare consiglieri comunali disponibili. Occorre perciò utilizzare al massimo l’unica possibilità offerta dallo Stato, ovvero gli uffici dei Comuni. Nelle scorse settimane, spendendo decine di migliaia di euro, i Radicali hanno inviato i moduli dei 12 referendum a tutti gli oltre 8000 Comuni d’Italia, in modo da permettere ai cittadini di firmare negli uffici comunali, di norma aperti tutte le mattine dal lunedì al venerdì. Nonostante gli obblighi di legge, le istituzioni e la Rai non informano gli italiani di questa possibilità. Per questo i Radicali hanno deciso di convocare tre giornate nazionali di mobilitazione – da mercoledì 28 a venerdì 30 agosto- per informare i cittadini e invitarli a firmare negli uffici comunali.


Giuseppe Candido

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Alcuni interventi di Marco Pannella in cui cita Giuseppe Candido, a seguire l’intervista di Enrico Salvatori per Overshoot, trasmissione di radio radicale, a Giuseppe Candido sul libro in pubblicazione “La peste ecologica e il caso calabria”;

 

#radicali

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Una notizia: antonio Giglio (Sel) e Roberto Guerrieri (Socialisti ecologisti di Catanzaro c’aiuteranno per raccogliere e autenticare le firme anche per i 5 referendum www.cambiamonoi.it

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Calabria, è caos rifiuti ma la partitocrazia ancora intontita dallo tsunami non da’ risposte

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di Giuseppe Candido

La Regione è nel caos rifiuti, ma come si fa a pensare o a sperare che proprio la stessa classe dirigente che ha, negli anni, causato il disastro rifiuti in Calabria, un’emergenza drammatica che ormai dura da quasi 20 anni e che si acuisce giorno dopo giorno sotto gli occhi di tutti i cittadini calabresi, sia adesso capace di risolvere il problema con un “nuovo” piano per l’emergenza rifiuti: 27 pagine in cui neanche compaiono le parole “trattamento meccanico-biologico” e nel quale, ancora, si continua a parlare di altre discariche, ampliamento degli inceneritori esistenti e obiettivi di raccolta differenziata minimali. E ha ragione da vendere il vice presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, a bocciare senz’appello le nuove linee guida del Piano rifiuti della Calabria approvate dal Dipartimento Ambiente della Regione Calabria lo scorso 28 gennaio 2013, in piena propaganda elettorale. Ed è pur vero, anche secondo chi scrive, che se pure la politica calabrese continuerà a comportarsi da partitocrazia impermeabile al cambiamento, lo tsunami a 5 stelle rischia di travolgerla. E a nulla serviranno operazioni di puro maquillage. Per anni si è pensato che attraverso il commissariamento, la relativa proclamazione a termine e proroga continua dello stato di emergenza si riuscisse, superando le regole e i vincoli burocratici, di accelerare le procedure e consentire così l’uscita dall’emergenza in tempi brevi. Così non è stato, anzi: la proroga continua e infinita dell’emergenza rifiuti ha fatto sì che la legge derogata, la regola aggirata per l’emergenza, venisse di fatto strutturalmente dimenticata in favore di procedure tese a favorire clientele: appalti e incarichi professionali, per anni, sono stati dati senza alcun controllo preventivo; i bilanci dell’Ufficio del Commissario, giusto per ricordare ancora l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere che citava la relazione dello stesso commissario dell’emergenza uscente Ruggiero, venivano fatti sui foglietti. La Calabria in quell’occasione guadagnò le prime pagine dei quotidiani nazionali: ricordate? E mentre la politica nostrana aveva facile modo di spendere male i soldi che arrivavano negli anni dalla comunità europea per far fronte all’emergenza il problema ha continuato a esistere e persistere diffuso, la raccolta differenziata si è attestata tristemente, secondo il rapporto dell’Ispra, al 12,43% stante l’obiettivo posto al 31 dicembre del 2012 fosse stato programmato nel precedente piano rifiuti della Regione approvato nel 2007, al 65%. Una prova evidente, palese ma forse anche per questo ignorata nelle veline, di un fallimento; una prova che, però, non pare ancora sufficiente, evidentemente, a far cambiare drasticamente rotta. L’obiettivo del 32,6% di raccolta differenziata che la Calabria si pone nelle nuove linee guida senza neanche fissare una data precisa per il raggiungimento, è fuori dalla realtà europea e nazionale, e anche gli stessi, in realtà assai pochi, comuni calabresi che hanno oggi raggiunto obiettivi di raccolta differenziata maggiori per proprio impegno e virtuosismo, si chiederanno ora se devono ritornare indietro. Paradossale, roba da “morti che parlano”, ma tant’è. Addirittura, nel nuovo piano rifiuti si vola talmente in ribasso senza porsi neanche la domanda del “come” avviare la Regione alla fine di un’emergenza che dura ormai da quindici anni. Come uscire dall’emergenza? Costruendo altre discariche e ampliando quelle esistenti? Costruendo nuovi inceneritori e potenziando quelli esistenti? Su questo, volessimo davvero volare un po’ alto, dovremmo quantomeno osservare come fanno in altri Paesi assai più virtuosi del nostro dove, abbandonato l’incantesimo degli inceneritori da qualche anno, si è spinto assai sul riciclo, il riuso, la raccolta differenziata e, per la parte non riciclabile che comunque residua, si è optato per il nuovo sistema di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti come alternativa agli assai più pericolosi, e soprattutto assai più contestati, inceneritori che qualcuno, ostinandosi, continua ancora a chiamare impropriamente “termo-valorizzatori”.

La raccolta differenziata porta a porta anche della frazione organica è sicuramente il punto cardine del ciclo integrato ma, la differenziata da sola non basta: è necessario innescare a valle del sistema rifiuti una filiera del riciclaggio delle materie prime e del riuso, dalla quale è senz’altro possibile creare posti di lavori “ecologici” che potrebbero rappresentare, tra l’altro e cosa non da poco, davvero un volano positivo anche contro la crisi in atto nella nostra Regione. Il rifiuto “organico”, anch’esso raccolto porta a porta, dovrebbe andare agli impianti di compostaggio diffusi sul territorio ed utile per produrre bio-fertilizzante o energia da biomassa.

Quello che comunque non risulta riciclabile (o ancora raccolto indifferenziato) in Germania non lo si manda in discarica, né all’inceneritore. Trattare senza incenerire è la regola: evitando, tra l’altro, di inviare in discarica le ceneri tossiche degli inceneritori o il rifiuto tal quale putrescibile e quindi di per sé pericoloso per i percolati che produce. Il rifiuto non differenziato lo si può, infatti, rendere inerte mediante il c.d. trattamento cd meccanico-biologico a freddo che, già da qualche anno ormai, in Germania risulta in grande evoluzione: 64 gli impianti di TMB contro i 73 inceneritori. I rifiuti che rimangono indifferenziati e non riciclati vengono dapprima selezionati da appositi macchinari cercando di recuperare ancora vetro, metalli ed altro materiale riciclabile. Dopodiché il rimanente viene inviato in appositi “bio-reattori” chiusi e dotati di speciali “bio-filtri” che essiccano, a 40-60°C, ciò che rimane. Il tutto senza bruciare e producendo un biogas utile per produrre energia e far funzionare l’impianto stesso. Il materiale così essiccato viene così ridotto del 40 – 50% rispetto alla massa in ingresso, non è più putrescibile e non è nemmeno una cenere tossica come invece è quella incombusta che residua dagli inceneritori tradizionali. Infatti, essendo stato reso inerte, il materiale prodotto dal tmb lo si può addirittura riciclare in edilizia come sottofondo stradale evitando cave di prestito che deturpano i nostri paesaggi. Gli inceneritori, lo sappiamo bene noi calabresi, non eliminano affatto le discariche ma, anzi, producono delle ceneri altamente tossiche in quantità pari a circa il 25% di ciò che viene bruciato, e che richiede dei particolari accorgimenti per essere smaltite. Vent’anni fa, nel 1993 il Wall Street Journal, riportò un articolo in cui si affermava chiaramente che “quello degli inceneritori è il metodo più costoso di smaltimento dei rifiuti. Un impianto di trattamento meccanico biologico” – proseguiva allora l’articolo – “costa invece il 50-70% in meno di un inceneritore e il materiale che rimane è riutilizzabile come inerte o per produrre combustibile da rifiuti”. Oggi, nell’ambito di un ciclo integrato dei rifiuti, assieme alla raccolta differenziata porta a porta e al compostaggio dell’umido, il trattamento meccanico biologico a freddo sarebbe accettato certamente più facilmente dalle popolazioni perché ha costi ambientali decisamente inferiori consentendo di abbattere gran parte degli inquinanti: 5 kg di polveri prodotte per tonnellata di rifiuti trattate contro i 38 kg degli inceneritori; 78 Kg di ossidi di azoto (nitrati e nitriti) contro i 577 kg per tonnellata di rifiuti trattati con inceneritore; scarti solidi pesanti a tossicità media contro quelli a tossicità alta sempre degli inceneritori; pochi fumi a bassa tossicità contro elevati quantitativi di fumi ad elevata tossicità degli inceneritori; 40 nanogrammi di diossine per tonnellata trattata che, con particolari accorgimenti, possono scendere addirittura a 0,1 nano grammi, contro i 400 nanogrammi rilasciati degli inceneritori per ogni tonnellata di rifiuti trattati. Ma la vera domanda è: sarà in grado la classe dirigente di questa Regione di accorgersene e cambiare rotta prima che, anche qui, l’onda della protesta la travolga?

Legalizzare la Calabria

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Nota inviata al direttore di Calabria Ora, Piero Sansonetti

di Giuseppe Candido*

Gentile direttore Piero Sansonetti,

Sellia Marina, località foce Simeri - ex lido balneare
Sellia Marina, località foce Simeri – ex lido balneare

rispondo volentieri pure io all’invito di Calabria Ora rivolto a noi politici, impegnati in questa campagna elettorale per le prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013, di spiegare ai nostri conterranei le nostre “idee per migliorare la Calabria”. Come certo lei saprà ma come sicuramente non tutti i calabresi sanno, noi Radicali siamo impegnati in queste elezioni che di democratico hanno davvero ben poco, in liste di scopo di unità democratica riformatrice tra quanti, in Italia e non solo, lottano dando priorità assoluta all’obiettivo dell’uscita immediata del nostro Paese dalla sua flagranza criminale contro i diritti umani e contro lo Stato di diritto. Una condizione inumana, quella delle carceri italiane e anche di quelle calabresi, che ci fa vergognare e ci umilia in Europa e nel mondo e alla quale CalabriaOra, il quotidiano da lei diretto, è sicuramente assai sensibile. L’articolo “Se la sala d’attesa… è dietro le sbarre” di Alessia Truzzolillo, pubblicato domenica 10 febbraio nel quale si evidenziava la drammaticità della condizione delle carceri calabresi e pubblicato assieme alla lettera di Alessandro Figliomeni, ex sindaco di Siderno detenuto in attesa di giudizio, sono la prova nostrana che un provvedimento d’amnistia e indulto assieme ad una riforma organica della giustizia rappresenterebbero di per sé idee adatte a promuovere lo sviluppo anche della nostra regione. Chi mai investirebbe, mi chiedo e le chiedo, in una regione, dove tra l’altro c’è pure la piaga della ‘ndrangheta, sapendo che per recuperare un credito, mediamente, i tempi della giustizia sono di quasi dieci anni? Un’amnistia e la riforma organica della giustizia sarebbero senz’altro provvedimenti strutturali in grado non soltanto di riportare le carceri, anche quelle calabresi, in condizioni di legalità costituzionale togliendole dalla situazione di strutturale e sistematica violazione dell’articolo 3 della convenzione europea per i Diritti umani che vieta i trattamenti inumani e degradanti, ma provvedimenti anche in grado di dare sviluppo ad una regione, dando anche ad essa certezza del diritto e di rispetto della legalità. Tutto questo non significa, però, che come radicali non abbiamo idee specifiche per la nostra terra. Tutt’altro: le idee ci sono e sono pure queste correlate alla legalità mancante. Ripartire dalla legalità per ridare sviluppo e, soprattutto, lavoro alla Calabria, potrebbe essere lo slogan che ne sintetizza il senso. La situazione d’emergenza rifiuti che oggi sta vivendo la Calabria e che è sotto gli occhi di tutti con discariche stracolme, sempre più simile a quella Campana, è nient’altro che l’epopea di un disastro annunciato. Diciotto anni di emergenza consecutivi e di conseguente commissariamento dell’emergenza non hanno portato alla soluzione del problema: né la politica di centro destra né quella di centro sinistra, in questo parimenti fallimentari, sono state in grado di governare il fenomeno, la partitocrazia non è riuscita ad avviare e far progredire seriamente la raccolta differenziata. La sistematica deroga della legalità col meccanismo del commissariamento della legge non è stata funzionale ad evitare brogli e brogliacci normativi per ottimizzare la risoluzione del problema bensì a favorire quell’amico o quell’impresa per un incarico o per un appalto. Mettere in atto anche nella nostra regione un ciclo integrato dei rifiuti con raccolta differenziata e trattamento meccanico-biologico a basse temperature come avviene sempre più spesso in Germania come valida alternativa ai grandi inceneritori, ad esempio, potrebbe rappresentare un primo volano di “messa in moto” e di sviluppo di una nuova e sempre di più auspicabile economia verde.

Il risanamento del dissesto idrogeologico, frane e alluvioni che sistematicamente colpiscono duramente, il nostro territorio e con esso la nostra economia e, spesso, le nostre genti con feriti e lutti, rappresenta il fallimento di una classe dirigente intenta a governare il territorio non nel senso di governo dei fenomeni e dei processi che sul territorio interagiscono, ma nel senso del procurarsi clientele e consensi diffusi. Questo sistema ha, di fatto, permesso la costruzione di ogni cosa in ogni dove, senza una visione d’insieme, organica e strutturale, dello sviluppo urbanistico. Piuttosto che parlare ancora di ponte sullo stretto i cui investimenti servirebbero solo ed unicamente ad arricchire le grosse multinazionali e la filiera di imprese di costruzione e movimento terra ad esse collegate con appalti e sub appalti quasi sempre poco chiari, il risanamento del dissesto idrogeologico diffuso, con una serie di piccoli interventi “morbidi” mirati alla mitigazione del rischio, consentirebbe non solo di prevenire disastri annunciati ma anche, a molti giovani e a molte giovani professionalità calabresi, di nascere e crescere nella nostra terra senza dover emigrare per trovare lavoro. Poi, sempre per restare sul tema del possibile “lavoro verde”, non dimentichiamo l’altra grande pericolosità della Calabria, quella sismica, legata a un territorio “ballerino” e che si traduce in un altrettanto elevato rischio sismico soltanto a causa di un patrimonio edilizio, sia privato sia pubblico, fatiscente ad alta vulnerabilità sismica. Anche questa situazione è frutto di una diffusa illegalità e dall’assenza o inadeguatezza dei controlli, ma anche questa emergenza può rappresentare un’idea per far ripartire la Calabria. Molte scuole, ospedali, comuni e molte sedi di enti locali della nostra regione, risultano classificati ad alta vulnerabilità già dal 1999 (sic!) da uno studio effettuato dal dipartimento della Protezione civile, allora guidato dal dott. Franco Barberi, e riguardante la vulnerabilità sismica degli edifici pubblici di ben nove regioni italiane tra cui la nostra. Anche rottamando e ricostruendo oltreché adeguando sismicamente questi edifici, quelli pubblici con mirati investimenti dei fondi della comunità europea e con incentivi per quelli privati, si metterebbe in moto un sistema virtuoso in grado, già esso, di rilanciare l’edilizia molto più di un qualunque piano casa che permetta ampliamenti tout court. Infine, ma non per questo ultimo, c’è tutto il discorso legato alla trasparenza della politica: quella che vorrei, mutuando il Vasco, è una “politica trasparente” in cui si capisca facilmente quanti soldi gli eletti ricevono come emolumenti, quanti ne ricevono come gruppi consiliari regionali, provinciali e comunali e, soprattutto, come questi soldi dei cittadini vengono spesi. Con quattro semplici parole, noi radicali, chiamiamo tutto ciò anagrafe pubblica degli eletti e nominati: un’arma – direbbe Sergio Rizzo – contro Batman e rapaci in genere che consentirebbe di evitare preventivamente sprechi d’ogni genere.

*Geologo, docente di scienze e giornalista pubblicista, candidato alla Camera dei Deputati (Cric. Calabria) con la Lista AMNISTIA GIUSTIZIA LIBERTA’

In Calabria mettere subito in sicurezza le scuole è più importante del ponte sullo stretto

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frana sellia 300di Giuseppe Candido*

Dopo lo sciame sismico sul Pollino ancora in corso e dopo la scossa nelle Serre di ieri l’altro oggi tocca al Massiccio della Sila a tremare. Gli strumenti dell’Istituto Nazionale di Geofisica hanno infatti registrato una scossa alle 00:12 di stamane, 4 novembre, con coordinate dell’epicentro Latitudine: 39° 10′ 37″ Nord – Longitudine: 16° 39′ 43″ Est e profondità di 18,1 Km. La sismicità della Calabria non è certo una notizia: è piuttosto la storia a metterci in guardia. Nel 1783 uno sciame sismico nell’area di Gioia Tauro – Vibo Valentia durò tre anni, poi i più recenti e rovinosi terremoti di Reggio Calabria e Messina nel 1905 e nel 1908. La notizia vera è che, come si legge testualmente nel rapporto dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, “l’Italia, se paragonata al resto del mondo, non è tra i siti dove si concentrano né i terremoti più forti né quelli più distruttivi”. Secondo l’Istituto e l’intera comunità scientifica, “la pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto del Mediterraneo e, addirittura, modesta rispetto ad altre zone del pianeta”.

Dovremmo ricordare che, come altrove, anche nella Calabria “ballerina” non è mai il terremoto ad uccidere ma sempre e solo la casa che ti crolla rovinosamente in testa. E pensare che i nostri politici regionali non si sono ancora messi d’accordo neanche per approvare una legge antisismica regionale valida: solo il 2% dei progetti viene attualmente sottoposto ai controlli del rispetto delle normative antisismiche nazionali e regionali. Tutti gli altri progetti passano senza alcun controllo e, in Calabria, questo non è certo rassicurante. Se poi si considera che, già nel 1999, un censimento della protezione civile, allora guidata da Franco Barberi, aveva classificato ad alta vulnerabilità sismica il 65% degli edifici pubblici calabresi, ci si rende conto che in caso di scosse più rovinose non siamo sicuri neanche negli ospedali né in scuole e prefetture. Nello studio, il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT), assieme alla Protezione Civile, nel 1999, aveva effettuato il rilievo della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio pubblico: un censimento degli edifici pubblici, strategici e speciali di oltre 1500 comuni di sette regioni, tra cui Abruzzo e Calabria.Gli edifici censiti come vulnerabili in quello studio, in Abruzzo a l’Aquila, sono venuti giù tutti.

In Calabria, la situazione che emerge da quello studio è davvero sconcertante: dei 3.975 edifici pubblici destinati all’istruzione della nostra regione, ben 2.397 (pari al 60,3 %) sono classificati ad alta (1.049) o medio-alta (1.348) vulnerabilità sismica. Di 785 edifici pubblici destinati alla sanità calabrese, censiti nel lavoro del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, ben 492 (il 62,7 %) risultavano classificati ad alta (208 edifici) o medio alta (284) vulnerabilità. E non è migliore nemmeno la situazione degli edifici pubblici così detti “civili” (sedi comunali, province, regione e prefetture): dei 1.773 edifici censiti dallo studio, ben 517 venivano classificati con grado di vulnerabilità sismica “medio alta” e 325 quelli ad “alta vulnerabilità”.

Parliamo di sicurezza nei luoghi di lavoro ma dimentichiamo che, in Calabria, ci sono ancora oggi scuole statali dove non c’è neanche una certificazione d’idoneità statica dell’edificio. Se venisse oggi un terremoto, vi sarebbero troppi edifici pubblici attualmente non in grado di resistere alle scosse. Stiamo parlando di scuole, dove mandiamo i nostri figli, e di ospedali che invece dovrebbero non soltanto resistere alle scosse senza venir già ma garantirci anche le cure durante e dopo l’emergenza. Anziché polemizzare ancora sul ponte sullo Stretto su cui neanche il Governo dei tecnici vuole metterci una pietra sopra, non sarebbe più logico, soprattutto con questi chiari di luna e di crisi economica, trovare i soldi per l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio pubblico come scuole e ospedali?

*Docente di scienze, geologo e giornalista pubblicista, membro del direttivo provinciale della Gilda degli Insegnanti di Catanzaro

Memorie storiche: I Prefetti di Catanzaro

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 di Giuseppe Candido

Il Prefetto è un organo periferico dell’Amministrazione statale con competenza generale e funzioni di rappresentanza governativa a livello provinciale. Egli è autorità provinciale di pubblica sicurezza e, successivamente l’Unità d’Italia, esercitò tutte le funzioni dell’amministrazione periferica dello Stato non espressamente conferite ad altri uffici.

L’importanza del Prefetto durante il periodo liberale emerge dalle definizioni che i giuristi di quel periodo diedero dell’istituto. Giuseppe Saredo affermò: “Ogni Prefetto è un Ministro nella provincia che governa”, Teodosio Marchi aggiunse: “Se si ha però riguardo al fatto che la legge concede al Prefetto ciò che non concede al Ministro, che gli concede cioè di fare in caso di urgenza i provvedimenti che crede indispensabili nei diversi rami di servizio (articolo 3 della legge comunale e provinciale del 1865), si sarebbe tentati a concludere che un Prefetto è nella provincia qualcosa di più di un Ministro nello Stato”. 
Gli storici concordano con la valutazione dei giuristi Gaetano Salvemini definì, infatti, il periodo liberale “prefettocrazia”.

L’atto di nascita del Prefetto italiano è il regio decreto 9 ottobre 1861 n. 250 secondo cui i governatori delle province avrebbero dovuto assumere il titolo di Prefetto, gli intendenti di circondario quello di sottoPrefetto e i consiglieri di governo quello di consiglieri di prefettura. Nel nuovo regno, fu ripristinato il titolo attribuito, durante il dominio francese nella Penisola, ai rappresentanti periferici del Governo preferendolo a quello di “governatore” che era stato adoperato dalla legge comunale e provinciale piemontese 23 ottobre 1859 n. 3702. Il titolo di Prefetto fu prescelto perché il ricordo dei Prefetti del periodo napoleonico era associato all’unico esempio di amministrazione moderna e fattiva che l’Italia avesse sperimentato.

Soprattuto nel Mezzogiorno, col fenomeno del brigantaggio e l’analfabetismo dilagante, il ruolo dello Stato era in mano ai Prefetti.

Il Prefetto indossava, nelle cerimonie solenni, l’uniforme confezionata secondo il modello stabilito dal r.d. 11 dicembre 1859 per i governatori delle province sabaude che, come si è detto, furono denominati Prefetti nel nuovo regno. Il trattamento economico dei Prefetti era più elevato rispetto a quello attribuito allora ai direttori generali e ai segretari generali dei Ministeri; inoltre, ai Prefetti delle sedi più importanti erano concesse indennità per spese di rappresentanza (legge 25 giugno 1877 n. 325).

Ma come ci ricorda il professore Antonio Carvello nel suo scritto La Questione meridionale: dalle origini al dibattito contemporaneoi, “Negli anni seguenti al 1861, in assenza di una politica governativa diversa da quella storicamente intrapresa – … – l’iniziativa dell’opera di propaganda e di denuncia non spettò alla democrazia radicale, alla quale in pratica rimase estranea la sostanza politica del problema, ma a pochi intellettuali conservatori, ma illuministicamente riluttanti a chiudere gli occhi sui problemi che la bruciante realtà meridionale (brigantaggio, fame di terra da coltivare, arretratezza economica complessiva, agricoltura arcaica clientelismo diffuso, ecc .) proponeva”. Insomma, tradotto in soldoni: anche allora come oggi, la politica e la classe dirigente fecero “fiasco” e spettò alla cultura muovere la denuncia.

Subito dopo l’unificazione, anche Cavour dovette infatti “prendere drammatica coscienza dell’esistenza di una profonda frattura fra le “due Italie”, di un distacco misurabile non solo quantitativamente, ma anche in termini sociali e morali”. Amministratori inetti, assolutamente inidonei a risollevare le sorti del Mezzogiorno, si alternarono senza produrre però alcuna valida alternativa vera alla miseria delle popolazioni.

Solo tra il 1860 e il 1891, nei 32 anni che seguirono l’unificazione, nella Provincia di Catanzaro si alternarono ben 25 Prefetti, molti dei quali, stando proprio alle cronache del tempo, completamente inidonei, salvo pochissime eccezioni, a svolgere il ruolo che ricoprivano.

Nel maggio del 1860, al momento in cui il Re Francesco II di Borbone concedeva nuovamente la Costituzione che il padre, già nel 1848, aveva concesso ai sudditi dei suoi domini “al di qua e al di là del faro”, era intendente alla Provincia di Catanzaro il Conte Viti. Venne per pochi giorni dopo di lui a reggere la Provincia il Cavaliere Colajanni, “che non la sciò traccia né ricordo di sé”. A raccontarcelo è un editoriale pubblicato sull’Avvenire Vibonese, il settimanale rappresentato dall’Avvocato Antonino Scalfaro e che si pubblicava a Monteleone di Calabria (oggi Vibo Valentia) alla fine dell’Ottocento. Al Colajanni – ricorda Scalfari – successe il Commendatore Leonardo Larussa che, nello stesso tempo, occupava anche la poltrona di Senatore del Regno. Doppie poltrone e doppi incarichi allora come oggi?

In Agosto del 1860, poiché in quel tempo le questioni amministrative, come le politiche aveano la vita delle rose, l’espace d’un matin, un moto popolare sostituì al Larussa, l’ex-canonico, poscia Deputato al Parlamento, Antonio Greco, mentre un’altro partito sosteneva Ippolito de Riso, entrambi allora reduci dall’esilio”.

La sfilata d’amministratori durati il tempo d’un cerino è solo agli inizi: già nel settembre del 1860 scopriamo che il Greco viene “surrogato da Vincenzo Stocco, che giungeva colla qualità di Pro-Dittatore, in virtù di un Decreto del Generale Garibaldi”. Ma il popolo insorge per ottenere la divisione dei beni comunali. “Stocco è largo di promesse, ma” – scrive in prima pagina Antonino Scalfaro – “nella notte parte, lasciando al governo della Provincia, Gaetano Cammarota, Consigliere Delegato, allora si diceva Segretario Generale”. Un guazzabuglio che non si arresta: dopo il Plebiscito, cioè alla fine dell’ottobre, “ritorna lo stesso Vincenzo Stocco, non più Pro-Dittatore, ma governatore della Provincia, e ne riparte al successivo Marzo 1861”.

In una sorta di avvicendamento irreale che ricorda il più recente scambio di poltrone tra il Sindaco Abramo, pio Traversa, poi di nuovo Abramo, allo Stocco succede governatore della Provincia nuovamente il Cammarota che, in luglio del 1861, è travolto dalla minaccia di una reazione popolare, e viene destituito. Al suo posto, scrive ancora Scalfari, “è destinato a governare la Provincia, col titolo di Prefetto, Decoroso Sigismondi, che durò appena un anno, lasciando di sé non grata memoria”.

A lui successe per pochi mesi, Antonino Plutino, “uomo egregio per molti titoli, ma” – spiegava il giornalista sulle colonne dell’Avvenire – “sprovvisto d’energia e privo di qualunque cultura amministrativa”. Il Plutino sai dimise il 25 agosto del 1862 all’approssimarsi del moto Garibaldino, che col motto: Roma o morte, “dovea avere così tragica soluzione in Aspromonte”.

Nel settembre dello stesso anno giunge a Catanzaro il Prefetto Cler. “Un buon amministratore in tempi ordinari”, ma che in quei giorni tumultuosi, nel turbinio delle passioni politiche, “non poteva far apprezzare le doti della sua mente”. Ad appena un anno, nel settembre del 1863, viene poi nominato Prefetto di Catanzaro il Barone Cusa, un Signore siciliano, “gentiluomo distintissimo”, che in presenza delle difficoltà amministrative che incontrava, “pensò meglio chiedere le sue dimissioni”.

Nel novembre del 1864 succederà al Cusa il Commendatore Homodei, “col quale” – specifica il giornalista con vivo senso umoristico – “pare volle fermarsi la ridda Prefettizia, perché durò in quell’uffizio circa due anni”. Durata fino ad allora da nessun altro raggiunta. Uomo violento, per quanto non sprovvisto d’intelligenza, la Provincia di Catanzaro “deve a Lui gli anni più tristi del brigantaggio, che aumentò fino al punto di provocare eccezionali e deplorevoli misure”.

Nel settembre del 1866, dopo l’Homodei fu nominato Prefetto il Commendatore Antonio Malusardi che riuscì quasi a distruggere il brigantaggio, “e lo avrebbe del tutto estirpato, se la guerra occulta mossagli in conseguenza della fermezza spiegata, non fosse riuscita ad allontanarlo da Catanzaro. Il ricordo che lasciò gli valse, più tardi, l’onore di un ritorno, nel quale ebbe a compiere la missione che si era imposta”.

Dopo il Malusardi, provvisoriamente resse la Prefettura il Consigliere Camerata Scovazzo sino a quando, nel marzo del 1868, venne destinato a Catanzaro il Commendatore Alvigni che, a quanto ricorda la cronaca dell’Avvenire, “fu un buon amministratore, alquanto burbero, ma pieno di buone intenzioni, non sempre accompagnate da senso pratico”. Credeva in buona fede “di riuscire a sviluppare la prosperità economica della Provincia coll’impianto nei principali Comuni delle Bnache Poplari” ma restò a Catanzaro anch’egli meno di un anno. Già nel novembre del 1868 l’Alvisi fu infatti sostituito dal Marchese Caccavone. “Un uomo di mondo, con molto ingegno, ricco di spirito, fuorviato nei meandri del dettaglio amministrativo, ai quali disdegnava per ingenita indolenza dedicare la sua mente”. Tanto da consentire al giornalista l’affermare che, “Se la Prefettura fosse stata un Club, Caccavone sarebbe riuscito il miglior Prefetto di Catanzaro. Invece lasciò buona memoria di sé per le sue brillanti qualità personali: nessuna traccia come amministratore”. Partì il 23 marzo del 1870 e dopo un mese di provvisoria sostituzione da parte del Consigliere Vincenzo De Felice, fu nominato prefetto di Catanzaro Bartolomeo Casalis, un “ex Deputato di sinistra, tanto lungo, per quanto inadatto all’Uffizio”. Appena giunto a Catanzaro, fa infatti notare il giornalista, “ruppe in visiera a torto e a rovescio con Municipi, Congregazioni di Carità, si urtò col Consiglio provinciale, mostrò di voler riparare tutti gli abusi, di riformare tutto ab imis fundamentis, fece un chiasso indiavolato, e non conchiuse nulla”. Alla prima difficoltà incontrata, in occasione della proclamazione della Repubblica di Curinga, “perdette le staffe, diede a quel moto inconsulto proporzioni e importanza che non avea, ci confortò col memorando proclama: niente paura, e scomparve destando molta ilarità, poca malevoglienza”.

Dopo un lungo interregno, il 25 gennaio del 1872 viene nominato Prefetto di Catanzaro il Commendatore Ferrari. “Un gran galantuomo, un tipo patriarcale di bontà, un amministratore debole e inetto” tanto da consentire l’affermazione senza timore di smentita che “durante la sua dimora resse la Provincia chi volle”. La sua bontà, spiega il giornalista, lo rendeva incapace di resistenza e “L’azienda Provinciale deplora ancora le conseguenze della sua debolezza”.

L’8 gennaio del 1874, dopo appena due anni dalla nomina del Ferrari, viene nominato nuovo Prefetto di Catanzaro il Commendatore Sensales. “Era allora, ed è tuttavia uno dei migliori Prefetti del Regno. Lavoratore assiduo, mente elevata, occhio finissimo per apprezzare gli uomini, e le difficoltà delle cose, ricco di risorse per superarle, nella polizia e nell’amministrazione lasciò memoria dell’opera sua, che non è ancora sparita”. È al Sensales che si deve infatti la quasi sconfitta del brigantaggio al quale “tagliò le radici” rendendo facile ai successori abbatterlo completamente. “Dopo di lui, la mala pianta del brigantaggio non poté più vegetare. Quando partì fu fischiato anche se, dopo la sua partenza, fu desiderato e invocato”.

Nel marzo del 1876 il Sensales fu revocato e, l’11 maggio, “si vide apparire come una meteora, e scomparire quasi subito il Commendatore Giuseppe Rossi” la cui nomina, secondo l’Avvenire Vibonese, “arricchì soltanto l’elenco dei Prefetti”. Dopo appena cinque mesi, nell’ottobre del 1876, fu chiamato a succedere al Rossi, il Commendatore Malusardi venuto per la seconda volta nella Provincia per compiervi l’opera (di estirpazione del brigantaggio ndr.) così felicemente preparata dal Sensales. Con il Malusardi si estingue e “diviene una memoria storica, lo stato di brigantaggio nella Provincia. “Questo risultato”, spiega il giornalista, “basta ad assicurare al Malusardi la riconoscenza di queste popolazioni”.

Dal dicembre del 1876 sino a novembre del 1877 fu Prefetto di Catanzaro il Commendatore Gateano Coffaro. A questi successe il Commendatore Giuseppe Colucci, che tenne il governo della Provincia per quasi cinque anni, cioè dal novembre del 1877 fino alla metà del 1881.

Uomo di grande ingegno, dotato di non comune sveltezza, ricco di svariata cultura” lo definisce l’articolo, “fece molto bene all’amministrazione affidatagli. Le contabilità comunali sono tutt’ora impiantate secondo le norme e le istruzioni da Lui dettate”. Le delegazioni per le strade comunali obbligatorie “ricevevano da Lui impulso a compiere di Uffizio queste costruzioni nel termine stabilito, almeno per tre quarti dei Comuni”. E ancora: “Il manicomio Provinciale fu da Lui voluto, proposto, fatto adottare dal Consiglio Provinciale. Forse non spiegò tutta l’energia di cui è veramente capace, trattenuto dalla instabilità dei primi Ministeri di Sinistra. La sua amministrazione dovea risentire dell’incertezza dell’indirizzo governativo. Malgrado queste condizioni eccezionali fu tra i migliori, certo fra i più operosi amministratori che abbiamo avuto”.

Al Colucci durato lungamente nel suo ufficio successe il Commendatore Quintino Movizzo dalla fine del 1881 al marzo del 1887. “Il Movizzo fu la seconda edizione corretta e riveduta del Ferrari. D’animo mite, e buono, di modi gentili, guadagnò molte simpatie colle sue doti personali. Ma si mostrò debole, sprovvisto d’iniziativa, perché forse arrivava stanco, al termine della sua carriera. Preoccupato di contentare tutti, finì col risolversi a far nulla. Fu quindi poco operoso ma non lasciò ricordi ingrati di sé.

Al Movizzo, ricorda ancora il settimanale politico amministrativo vibonese, fu chiamato a succedere il Commendatore Colmayer, rimasto pochi giorni soltanto a Catanzaro, “destando molte speranze, spente prima che nate, di vedere colla sua presenza ridata vitalità all’organismo amministrativo, e scosso il letargo che la precedente amministrazione aveva infiltrato in tutti i rami del pubblico servizio”.

Dall’ottobre 1887 al 1890 alla Prefettura di Catanzaro fu destinato il Commendatore Alfonso Gentile. “Veniva dalla Provincia di Reggio,” scrive Antonino Scalfari sull’Avvenire, “ed era preceduto dalla fama di essere, e mostrarsi appassionato. E tale si rivelò nei quattro anni della sua dimora in questa Provincia”. Trascurò l’andamento dei servizi pubblici, dando maggiore importanza alle questioni, che interessavano i partiti, che non a quelle amministrative. “E però riuscì male accetto, fece desiderare il suo allontanamento con tanta maggiore perseveranza per quanto più tenaci sforzi spiegava per mantenersi a Catanzaro”. Nel 1891, fu surrogato nella nostra Prefettura dal Commendatore Davide Carlotti, già rappresentante della Costituente Toscana, provetto amministratore, “il Carlotti studiò con indefesse cure a riparare molti dei mali lasciati dalla negligenza del suo predecessore”. Uomo onesto e “di grande rettitudine, equanime, severo osservatore delle Legge, Carlotti lascia infinito desiderio di sé presso tutti i buoni che lo conobbero. La sua opera non riuscì completamente efficace” – spiega Scalfari – “perché il Governo lo dimenticò a Catanzaro, lasciandolo sprovvisto del personale necessario al servizio. Per mesi e mesi non ebbe Consigliere Delegato, né Consiglio di Prefettura. Dovea supplire a questa deficienza, raddoppiare il suo lavoro, consacrare all’Uffizio tutto il suo tempo, che avrebbe potuto più utilmente essere impiegato”. Diede prove di grande imparzialità, che “gli valsero la contrarietà di coloro che non vi erano abituati, e la stima e la considerazione universale, che lo accompagnano nella sua partenza”.

Al Carlotti succede il Commendatore Diego Giorgetti finora Prefetto a Teramo e che, la momento in cui veniva scritto l’articolo nel luglio del 1892, era ancora a Catanzaro.

Nei trentadue anni successivi all’unificazione, nella nostra Provincia si alternarono ben 27 Prefetti. Salvo le due amministrazioni Colucci e Movizzo, tutte ebbero vita brevissima. “E questo avvicendarsi di uomini non è fatto veramente per migliorare le condizioni delle nostre locali amministrazioni”. “Questo stato di cose”, conclude mestamente la memoria storica a cura di Antonino Scalfari, “dovrebbe attirare l’attenzione del Governo molto più che non la quistione elettorale, che pare il criterio dominante del movimento dei Prefetti nel Regno”.

iCarvello A. – Docente di Diritto dell’organizzazione pubblica economica presso l’Università degli Studi di Catanzaro La Magna Grecia; La Questione meridionale: dalle origini al dibattito contemporaneo, Abolire la miseria della Calabria, Anno V, n°4-12 / Apr.- Dic. 2011 – Pp. 1 – 4. – www.almcalabria.org

Dirigenti scolastici in Calabria: siamo alla frutta

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Domani arriverà in Calabria il Ministro dell’Istruzione Profumo. Un comitato rappresentativo dei due terzi dei vincitori del concorso per dirigente scolastico in Calabria scrive al Ministro dell’Istruzione che domani 27 settembre sarà in Calabria, per lamentare – si legge testualmente nella lettera pubblicata oggi da il Quotidiano della Calabria – “il fatto che, a fronte di ben 108 posti messi a bando, per l’anno scolastico appena iniziato, non si sia verificata nemmeno un’immissione in ruolo”. E sottolineano pure che si tratta di “una situazione più unica che rara nel panorama nazionale”. La lettera del comitato trascura però, forse volutamente o soltanto per ingenuità, quelli che lo stesso comitato definisce nella lettera al Ministro i “giudizi pendenti”. E già: perché i giudizi pendenti sono proprio sulla legittimità stessa della intera procedura di concorso. Il Consiglio di Stato infatti ha recentemente ribaltato più d’una ordinanza del Tar Calabria che in giugno non aveva accolto la richiesta di alcuni ricorrenti, rilevando la presenza del “fumus boni iuris” proprio relativamente all’incompatibilità del presidente della Commissione con quel ruolo di selezionatore di nuova classe dirigente. Quello che il comitato dei vincitori del concorso definisce una procedura “svolta all’insegna della legalità e della legittimità” in realtà appare sempre di più, anche alla luce degli accessi agli atti che hanno evidenziato elaborati dei vincitori con vistosi errori, un procedura viziata sotto molti aspetti. Il Tar Calabria dovrà adesso discutere nel merito i tanti ricorsi di persone che sono state escluse da quella graduatoria di vincitori. E, forse, è per questo che il Ministro temporeggia ad assumere.