Il Consiglio di Stato ribalta la decisione del Tar Calabria e, dopo quello della Lombardia, rischia ora di saltare anche il concorso per dirigenti scolastici calabrese

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Lo scorso 22 giugno il Tar della Calabria, con propria ordinanza, “considerato che 1’istanza cautelare non appariva assistita dal fumus boni juris”, aveva deciso il respingimento dell’istanza cautelare richiesta da alcuni concorrenti del concorso per dirigente scolastico avverso la loro esclusione dalle prove orali. Tra le motivazioni addotte dai ricorrenti, patrocinati dall’avv. Alessandra Morcavallo di Cosenza, c’era anche la presunta incompatibilità del presidente della Commissione, professor Antonio Viscomi, a svolgere quel ruolo. Il corso presieduto dal Professor Viscomi, per il Tar Calabria, sarebbe consistito in “corso di perfezionamento per dirigenti scolastici” e non già in un “corso di preparazione al concorso per dirigenti scolastici“, ipotesi quest’ultima che, invece, sarebbe stata idonea a determinare una situazione di incompatibilità.

Oggi la notizia che invece riapre totalmente i giochi e rischia di far saltare l’intera procedura è che il Consiglio di Stato, cui pure si erano rivolti alcuni ricorrenti, con l’ordinanza n. 3371 del 29 agosto 2012 ha espresso proprio parere riconoscendo la presenza del “fumus boni iuris” delle motivazioni del ricorso tra cui, appunto, l’incompatibilità del presidente della Commissione esaminatrice: “Considerato che l’appello” – si legge testualmente nell’Ordinanza del CdS – “presenta apprezzabili profili di fumus boni iuris, con riferimento al motivo di ricorso concernente il ruolo del professor [omissis], presidente della commissione esaminatrice e già presidente del corso di perfezionamento per dirigenti scolastici, frequentato anche da dirigenti con funzioni vicarie poi ammessi al concorso; ritenuto che, pertanto, l’istanza cautelare merita accoglimento, ai fini della rimessione della causa al giudice di primo grado, ai sensi dell’art. 55 comma 10 cod. proc. Amm.”, il Consiglio di Stato (Sezione Sesta) in sede giurisdizionale accoglie l’istanza cautelare avanzata con l’appello ai fini della sollecita fissazione dell’udienza di merito in primo grado”.

In buona sostanza il ricorso andrà adesso discusso nel merito e non è detto che, anche in Calabria, ci voglia un nuovo concorso per dirigenti scolastici. Sicuramente, per il bene della cultura, è giusto vederci chiaro sulla legittimità di tutta la procedura.

La voce del diritto e della libertà: le gazzette nemiche dei tiranni

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La nascita e l’evoluzione di una nuova, importante, esperienza culturale

di Giuseppe Candido e Filippo Curtosi

Da quando furono impiantate le prime officine tipografiche anche la Calabria ebbe allora i suoi giornali e il primo di essi fu stampato a Monteleone Calabro

Pubblicato su Calabria Letteraria, Anno LX, N°1-2-3 – Gennaio, Febbraio, Marzo 2012

Nell’era digitale in cui i giornali e le riviste diventano documenti elettronici in formato portatile (pdf) e quando la televisione tradizionale, che già predominava, sbarca oggi su internet e sul satellite, parlare di “vecchi” giornali, della loro nascita e della loro prima diffusione, farsi domande sul loro ruolo nella politica nazionale e locale potrebbe essere visto come anacronismo puro.

D’altronde ne è passato di tempo da quando, alla fine del ‘700 dopo che era stata concessa la pubblicità dei dibattiti parlamentari in Inghilterra Edmund Burke, filosofo e politico conosciuto come il “Cicerone britannico”, rivolgendosi ai giornalisti presenti alla camera dei Comuni, disse loro: «Voi siete il quarto potere». Quando lo fece era appena nato il quotidiano più famoso del mondo: il Times. Proprio perché politica e libera, l’attività giornalistica era allora circondata, in Inghilterra, da un rispetto che invece sul Continente, “impastoiata dalla censura, e limitata alla rissa letteraria”, non riuscì mai meritare. Allora, agli albori della stampa quotidiana, i pubblicisti erano temuti, ricercati, spesso adulati, ma mai amati. Svolgevano un’insostituibile funzione: divulgavano le conoscenze artistiche e scientifiche, aiutando il successo dell’Illuminismo e preparando indirettamente le rivoluzioni; ma proprio gli Illuministi – come gli storici ricordano a più voci – ne furono i critici più severi. Oggi che in Italia il tema della censura alla libertà di stampa è diventato drammaticamente attuale e che, allo stesso tempo, l’informazione di massa viola sistematicamente ai cittadini il diritto di “conoscere per deliberare”, ritrovarsi tra le mani un vecchio e polveroso numero della storica rivista Storia Illustrata che, nel settembre del 1962, pubblicava un articolo di Carlo Casalegno dall’attualissimo titolo “Le gazzette nemiche dei tiranni”, è davvero da considerarsi fortunosa e, per certi versi, incredibile. Un giornalista che, dopo aver svolto specifici studi, rievocava magistralmente le origini della stampa periodica documentandone meriti e limiti. Le statistiche di 50 anni fa evidenziavano, già allora, la presenza di oltre 7000 quotidiani stampati in tutto il mondo, con una tiratura complessiva che si aggirava attorno alle 220 milioni di copie anche se, già allora, mancando i dati precisi della Cina era difficile fare un calcolo preciso. Nel 2007, secondo le statistiche attuali, si era a quota 6580 quotidiani stampati in tutto il mondo per una tiratura complessiva di 395 milioni di copie al giorno. E anche se internet, il giornale in formato elettronico e gli altri media che la rete mette a disposizione, tendono a diffondersi in modo esponenziale, la carta stampata rimane ancora il business principale dell’informazione secondo solo a quello della tv. Nato nel 1702 come organo d’informazione, il giornale quotidiano divenne in breve tempo, come sostenne a chiare lettere il Casalegno, “la voce del diritto e della libertà”. Ma la storia delle “gazzette nemiche dei tiranni” comincia assai prima. “Nel giudizio corrente, – scriveva il Casalaegno – i pionieri del giornalismo furono i Romani con i loro troppo famosi Acta diurna; ma anche in questo campo, come per la polvere da sparo o la stampa tipografica o tante altre diavolerie, sembra che la priorità cronologica spetti ai cinesi”. E questo perché, par fondato che già ai tempi di Muzio Scevola – fra il 600 e il 500 a.C. – “nel Celeste Impero usciva un bollettino con le notizie ufficiali: il Ti-Pao (Notizie di Corte)”. Ma se ciò è vero, altrettanto vero è che la stampa moderna Cinese è oggi d’imitazione occidentale. Nella tabella dedicata ai primi venti quotidiani pubblicati nel mondo spiccavano i nomi del Daily Courant e del London Daily Post (Londra – 1702). Al quarto posto La Gazzetta di Parma (1735) nata come settimanale, poi divenuta quotidiano nel 1800. Più in basso, al 16° posto, La Gazzetta di Venezia e al penultimo La Gazzetta di Mantova. Soltanto più tardi, in Italia, nascevano altri quotidiani che avrebbero avuto più o meno fortuna: nel 1824 viene pubblicato il primo numero de Il Corriere Mercantile, nel 1848 vede la luce La Gazzetta del Popolo, nel 1859 La Nazione e nel 1860 il Giornale di Sicilia. Nel 1861, mentre l’Italia era appena nata, a luglio viene stampato il primo numero de L’Osservatore Romano; seguivano Il Sole (1865), La Stampa e il meno noto L’Arena (1866). Soltanto 10 anni dopo, nel 1876, vedeva a luce anche il Corriere della Sera.

E anche in Calabria la stampa fermentava di riviste, giornali e giornalisti: La Voce Pubblica (1862), La Verità (1870), L’Avvenire Vibonese (1882) diretto da Eugenio Scalfari e La Calabria (1888) diretta da Luigi Bruzzano sono soltanto alcune delle più famose testate tra le tante vibonesi che si possono citare. Già durante il decennio della dominazione francese, subito dopo l’istituzione delle Intendenze (1806), – come ci ricorda Mario Grandinetti nell’articolo “Periodici del Risorgimento in Calabria1” – furono impiantate nelle regioni che ne erano prive, “le prime officine tipografiche, e con esse, in ogni capoluogo di provincia, nacquero i primi «Giornali», destinati alla pubblicazione di atti ufficiali di governo”. Anche la Calabria, sottolinea il Grandinetti, “ebbe allora i suoi giornali, ed il primo di essi fu quello stampato a Monteleone Calabro dal tipografo Giuseppe Veriente, sotto la data del 18 gennaio 1808, col titolo di Giornale dell’Intendenza di Calabria Ultra.

E proprio a Monteleone di Calabria, oggi Vibo Valentia dove a breve si ricostituirà il circolo della Stampa Vibonese, cominciò una nuova, importante, esperienza culturale, che, “dopo aver conosciuto momenti di fortuna alterna nel periodo del Regno borbonico, si affermò in modo notevole solo dopo il conseguimento dell’Unità d’Italia”. In tutta Europa, Penisola tricolore compresa, durante il periodo che abbraccia l’ultimo decennio dell’Ottocento ed i primi venticinque anni del Novecento, suscitarono grande interesse le cronache elettorali, le quali, com’è risaputo, rappresentarono allora uno dei mezzi più efficaci di propaganda a disposizione dei candidati e ispirarono un grandissimo numero di periodici locali di cui costituirono il tema principale. Anche a Monteleone Calabro “conobbero gli onori della stampa giornali di varia ispirazione. E se pure tra il proliferare di testate vi furono quelle che si occuparono di cronaca da caffè a Monteleone di Calabria molti giornali videro impegnati, come redattori o collaboratori o anche semplici ispiratori, “il fior fiore di intellettuali della Città e del circondario. Molti dei temi trattati ebbero, anzi, un grande spessore culturale, che riuscì alla fine ad affermarsi sul piano politico, in nome dei grandi principi ideali. Il grande amore per la letteratura, anche quella popolare, per le scienze, la storia, la filosofia, per l’arte, archeologia e le tradizioni popolari furono i motivi ispiratori di molte pagine, comprese quelle, e ve ne erano molte, satiriche e umoristiche come La Zanazara fondato da Gabriele Ionadi nel 1913 come giornale “Satirico, umoristico, illustrato”.

Guerriera Guerreri ci dà notizia delle testate nel volume “Periodici calabresi dal 1811 al 1974”. Nel 1871 nella tipografia di Giovanni Troyse nasce La Ghirlanda, giornale scientifico, letterario e artistico; dalle stesse presse vedono la luce poi, nel 1875, L’Imparziale, giornale politico, giuridico, letterario e, nel 1876, Cronaca Vibonese di Nicola Misasi. L’Avvenire Vibonese, diretto da Eugenio Scalfari dal 1882, oltre alla pubblicazione settimanale, con periodicità annuale pubblicava le “Strenne de L’Avvenire Vibonese” per le quali ebbe fama proprio per l’elevato livello culturale.

L’elenco dei giornali e delle riviste calabresi che, a partire dall’Unità d’Italia e sino all’inizio del ventennio, venivano pubblicate a Monteleone Calabro è davvero lungo. Il Primo Passo, che iniziò le pubblicazioni pure nel 1882 fu definito “Giornale degli studenti. Organo di propaganda democratica, anticlericale, lontano dal servilismo ufficiale e privato, contro ogni istituzione ostile al benessere sociale”. Era la tipografia di Francesco Raho una delle più attive della Monteleone post unitaria. Qui, nel 1888, cominciò le sue pubblicazioni anche La Calabria, rivista di letteratura popolare diretta dal Professor Luigi Bruzzano che, se pur poco apprezzata dai suoi contemporanei, fu molto rivalutata in seguito proprio per gli illustri collaboratori. Vi scrivevano infatti personaggi del calibro di Carlo Massinissa Preesterà, Ettore Capialbi, Antonio Julia, G.B. Marzano, Ottavio Ortona, Carlo Giuranna, Eugenio Scalfari e Raffaele Lomabrdi Satriani. Nel primo numero del settembre del 1888, Luigi Bruzzano presentò la sua rivista con queste parole: “Tre anni fa, quando io col mio amico Ettore Capialbi pubblicavo nella quarta pagina de “L’Avvenire vibonese” i racconti greci di Roccaforte, pochi fannulloni, miei concittadini, assordarono di grida la redazione del giornale, per indurla a smettere la pubblicazione di tutte quelle nostre chiacchiere … Le belle e dotte recensioni, che uomini illustri e miei maestri scrissero di quei racconti nell’Archivio per le tradizioni popolari e nella Rivista di filosofia e letteratura d’Italia e provenienti da taluni professori della stessa Grecia, dettero … torto a quei dottoroni da caffè, che tuttavia ci guardavano con un sorriso di scherno e di compassione. Ora pubblico a mie spese una rivista di letteratura popolare, nella quale saranno inserite in gran numero novelline greche ed albanesi inedite, e scritti che riguardano gli usi e i costumi di queste contrade. Tale impresa … sarà proseguita con coraggio, se i miei colleghi calabresi vorranno darmi una mano e se avrò il compatimento di quegli uomini illustri, che altra volta si occuparono a scrivere dei racconti greci, raccolti da me e dal mio amico Capialbi”. Nel 1889 fino alla fine dell’Ottocento nacquero a Monteleone Calabro, nelle tipografie Raho e Passafaro, molte altre testate: La luce, La Sentinella, Il Mefistofele (con un numero unico), La vendetta, La Falce, Il Risorgimento, L’Indipendente, La voce del popolo, il Presente, La Risposta, La Leva, Il Corriere di Monteleone, Sveglia, Il Risveglio, La piccola Brezia, Il Piccone, La Caldaia, Il vespro e Pro Calabria pubblicato come supplemento de Il Piccone.

Poi, nel 1900, nascono nelle tipografie di Raho e Passafaro, Il Piccolo, corriere settimanale di Calabria e Il Savoia, Gazzetta di Monteleone. Nel 1901 viene stampato Monteleone a Garibaldi, un numero unico dedicato all’eroe dei due mondi. Nello stesso anno vede la luce pure Il Vibonese, rivista di letteratura, scienze ed arte. Nel 1902, nella tipografia di Francesco Raho, nasce Libertas, periodico settimanale che sulla testata reca due citazioni: “La verità ci rende liberi” di Gesù e “La libertà ci renderà veraci” di Giordano Bruno. Nel 1903, nella stessa tipografia, viene fondato pure Lucifero. Entrambi hanno come Gerente responsabile Salvatore Licastro. Nel 1904, presso la tipografia Giuseppe La Badessa, vengono stampati i primi numeri de La Lotta, Il fuoco, nell’arte, nella vita, nell’umorismo, gazzetta politica amministrativa che aveva ben due direttori responsabili: G. Mele e A. Scabelloni. Nella tipografia Passafaro, sotto la direzione di Giuseppe Montoro, viene fondato Vita Nuova, gazzetta politica amministrativa del Circondario che si pubblicava ogni domenica. Allora la tipografia di Giuseppe La Badessa pubblica un numero unico di un giornale dal singolare titolo che evidenzia la rivalità tra le diverse testate: Risposta al giornale Vita Nuova. Esilarante, un fermento culturale eccezionale terminato soltanto con l’avvento del fascismo e della relativa censura. Nel 1905, diretto dal Francesco Ranieri nasce, nella tipografia del La Badessa, il settimanale studentesco Iride; lo stesso anno e nella stessa tipografia vengono stampati per la prima volta Il gazzettino vibonese (numero unico), Il Moto, Il Riscatto (numero unico) e Il mentore vibonese, mensile religioso letterario diretto ed amministrato dalla Parrocchia di S. Michele con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica. Sempre nel 1905, presso la tipografia di Passafaro, prende vita La rivista vibonese, giornale radicale del Circondario che si pubblicava ogni domenica.

Il fervore culturale e la rivalità tra le officine tipografiche proseguono a Monteleone pure nel 1906 quando nascono Il Tamburo, La Gazzetta Valentina, La parola degli onesti e Il Marchio. L’anno successivo vengono fondati L’Agitazione, settimanale d’interessi regionali, Il Pane, giornale socialista per i senza pane diretto da Michele Pittò, e Il Randello.

Poi, nell’ottobre 1908, viene stampato il numero unico de A Garibaldi la Massoneria di Monteleone. Dal 1909 al 1920, in poco più di un decennio, vedono la luce, soltanto a Monteleone Calabro, altre ventitré testate: Il Crogiuolo, Il Faro (1909), Il Foro valentino (1910), La Difesa, La Difesa degli interessi del Circondario, Juvenilia (1911), Il Paese e L’Ambiente (1912); La Zanzara (1913), Il Pensiero del Circondario e Libera parola (1914); Il Pennello, L’Avvenire, La Fiaccola (dall’ambizioso titolo sotto testata: “Organo per la difesa dei supremi interessi della Scuola e della Calabria”) e La Fronda (1915); Nel 1918, in occasione della fine del conflitto mondiale, presso la tipografia di G. Raho venne stampato un “numero unico” de I Nostri Eroi con l’evidente intento di celebrare e commemorare i caduti della nostra Terra durante la guerra. Nel 1919 nascono poi Il Giornale di Monteleone, La Favilla, La libera Calabria, ed il quindicinale della gioventù Satana. Nel 1920, per cura della Sezione socialista di Monteleone, viene fondato il “Quindicinale per la propaganda socialista” Calabria Rossa e, presso la tipografia di Giuseppe La Badessa il Gloria! Giornale del fiumanesimo in Calabria.

L’attività giornalistica continuò a fervere a Monteleone e in tutta la Calabria, dal Pollino allo Stretto, nascevano giornali e riviste di cui ha senso custodire oggi la memoria. Immaginiamo un archivio unico dei giornali calabresi magari consultabile anche on line attraverso le nuove tecnologie di internet. Anche perché, alcune di quelle domande che Casalegno si poneva nel 1962 sono ancora oggi assai attuali per il ruolo e il futuro del giornalismo. I giornali furono “strumento d’interessi governativi, nazionali, economici? Oppure rappresentano una vera manifestazione di libertà di parola? Semplice mezzo di propaganda o vero interprete dell’opinione pubblica? Furono insomma, arma passiva in mano al potere politico, o riuscirono ad essere autentico «quarto potere»?

Considerate le condizioni in cui versa oggi sia la stampa locale sia quella nazionale, per chi affronta la professione giornalistica e per chi ancora crede che l’informazione sia davvero il “quarto potere”, sarebbe necessario porsi oggi queste domande, magari proprio mentre si scrive un articolo o mentre si conduce un’inchiesta.

1In «Rassegna storica del Risorgimento», a. LXXIX (1992), Fasc. I, p. 3

 

Calabria Letteraria compie 60 anni

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L’anniversario dei 60 anni dalla nascita dell’illustre Rivista calabrese fondata da Emilo Frangella che, nella nostra regione, tiene alta la fiammella della cultura, sarà celebrato sotto le stelle di San Lorenzo, il prossimo 10 agosto alle ore 21, presso il centro benessere delle Terme Luigiane ad Acquappesa di Guardia Piemontese (CS). A darcene notizia sono il suo direttore, Franco Del Buono, assieme al presidente del comitato organizzatore, Attilio Romano che, nel rimetterci l’invito ci raccomandano di dare massima visibilità all’appuntamento che vedrà esibirsi, in un simposio sotto le stelle cadenti, la voce del bel canto italiano, Cesira Frangella.

Calabria Letteraria

Storia della mancata prevenzione e il terremoto delle Calabrie del 1905

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di Giuseppe Candido

Rovine di Piscopio
Rovine di Piscopio

Tremila e quattrocento circa sono le vittime del solo dissesto idrogeologico in Italia negli ultimi sessant’anni e perlopiù dovuti ai soli fenomeni repentini come esondazioni torrentizie, colate di fango e di detrito. Basti ricordare gli esempi di Sarno e Quindici nel salernitano; Soverato e l’alluvione del torrente Beltramme, Crotone e l’alluvione dell’Esaro, Maierato in Calabria. Solo alcuni degli ultimi nomi che a memoria ricordiamo.

Purtroppo non esiste – a livello nazionale (né tantomeno a livello regionale) – un ente che, per compito istituzionale, raccolga ed archivi sistematicamente le informazioni relative agli eventi calamitosi e che rendiconti annualmente l’ammontare economico dei danni (oltreché delle vittime) conseguenti a ciascuna calamità naturale. Secondo l’annuario dei dati ambientali elaborato dall’ISPRA, il costo complessivo dei danni dei soli eventi franosi ed alluvionali dal 1951 al 2009 è, rivalutato secondo moneta corrente, superiore ai 52 miliardi di euro. Circa un miliardo di euro all’anno.

Per delineare il fenomeno del dissesto idrogeologico in Italia è necessario fare riferimento al progetto IFFI, l’inventario dei fenomeni franosi in Italia curato dall’Agenzia per la Protezione Ambientale. Le statistiche e le elaborazioni effettuate sulla banca dati del Progetto IFFI offrono infatti un quadro della distribuzione dei fenomeni franosi sul territorio italiano. L’inventario ha censito, alla data del 31 dicembre 2006, 469.298 fenomeni franosi che interessano un’area di quasi 20.000 km2, pari al 6,6% del territorio nazionale. Più dell’ottanta percento dei comuni italiani ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. In Calabria praticamente non c’è un Comune che non sia a rischio idrogeologico eppure, anche di questo come del rischio sismico, ci interessiamo solo dopo la tragedia ma non ce ne preoccupiamo, cioè non ce ne occupiamo prima.

Come il censimento della vulnerabilità sismica degli edifici pubblici di nove regioni realizzato da Franco Barberi per la Protezione Civile e lasciato nel cassetto per anni dal 1999, anche la mappatura effettuata dal Cresmel nel 2009 per le aree franose del nostro Paese ci fornisce un dato preoccupante: dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico regionali, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali, si evidenzia chiaramente come siano ben 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico nel nostro paese; 89 gli ospedali. Ma anche per questo non si può fare nulla perché il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonta a circa 40 miliardi di euro. Anzi, di recente, il Quadro Territoriale Regionale (QTR) ha dimenticato proprio di inserire le mappature dei rischi sismico ed idrogeologico nella bozza presentata: una questione di cultura, quella della mancata prevenzione.

E poiché al peggio non c’è mai fine, dalla padella del dissesto dobbiamo necessariamente ricordare la brace del rischio sismico. Quasi 4 miliardi di euro all’anno se ne vanno solo per il rischio sismico. Emergenze, quelle sismiche ed idrogeologiche del nostro paese, non più rinviabili dalla partitocrazia che le ha causate dimenticando la parola prevenzione.

La Calabria è notoriamente una delle aree della penisola con un altissimo livello di sismicità, uno dei più alti d’Italia. Ricorrenti e disastrosi i terremoti nei secoli l’hanno sconvolta. Nel 1783 un grave sciame sismico che durò tre anni, poi il disastroso terremoto del 1905 e, soltanto tre anni dopo, l’apocalisse che devastò Reggio Calabria e Messina nel 1908. U terremuoto, lo chiamavano.

Oggi è lo sciame sismico emiliano, prima il sisma in Abruzzo dell’aprile del 2009 l’aveva ricordato a tutti: il problema della sismicità è un problema generale per tutta la penisola; in Calabria, non dovremmo però dimenticare quanti terremoti e con quale gravità essi scossero la nostra Regione che, sula carta della sismicità italiana, è quasi tutta una macchia rossa e dove, ancora oggi, molti edifici pubblici, tra cui scuole e ospedali, sono rimasti con un’alta o medio alta vulnerabilità sismica, senza che nessuno facesse niente. Bisognerebbe forse far rileggere le cronache di allora ai nostri eletti in Calabria per svegliare una classe politica inconcludente nel governo del territorio e che dal 2009 ha dimenticato di approvare una legge antisismica che potrebbe salvare qualche vita ma che, evidentemente, non piace alle lobbies dei costruttori.

Senza andare troppo indietro nel tempo ai terremoti del 1639 nel catanzarese e del 1793 nel vibonese, sia sufficiente ricordare ciò che accadde nel solo secolo passato.

La notte tra il 7 e l’8 settembre del 1905 una poderosa scossa di terremoto funestò la Calabria. I giornali dell’epoca diedero grande attenzione e mandarono inviati e fotografi per raccontare i disastri. “Il gravissimo terremoto in Calabria e in Sicilia” titolava Il Giornale d’Italia: “Scene angosciose, una notte di terrore, morti e feriti, paesi distrutti” era l’occhiello. L’Ora, corriere politico quotidiano della Sicilia, nel numero del 10 settembre del 1905 raccontava ai suoi lettori “dei soccorsi” e degli “Spaventevoli disastri”.

Nella provincia di Catanzaro la desolante serie dei paesi distrutti o fortemente danneggiati: Girifalco, Olivadi, Borgia, Palermiti, S. Floro, S. Caterina sullo Ionio, Isca sullo Ionio, Tiriolo, Dinami, Ionadi, Monteleone, Parghelia, Piscopio, Pizzo, Maida, Polia, San Mango. A Catanzaro, anche l’ospedale riportò gravi lesioni.

Un’orrenda catastrofe” titolava a due giorni dal disastro La Rivista Vibonese: “Appena riavuti dal grande panico prodotto dalla forte scossa ed usciti in mezzo alla via, abbiamo constatato – scriveva in prima pagina la redazione – che i danni superavano ogni nostra previsione. La luce elettrica completamente spenta, l’aria annebbiata da densi nuvoli di polvere uscente dalle finestre e dalle larghe fenditure prodottesi nei muri, una folla di gente gridante in cerca dei propri cari dispersi nel buio della notte, qualche lume qua e là di luce fiochissima, gridi di pianto e di dolore, una disperazione delle più terribili”.

I circondari di Monteleone e di Nicastro furono le aree più colpite dal sisma il cui effetto distruttivo si estese anche a due fasce delle provincie di Cosenza e di Reggio Calabria. Stando alle cronache del tempo furono distrutti o gravemente danneggiati 326 comuni, 135 in provincia di Catanzaro, 107 in quella di Cosenza e 84 in quella di Reggio Calabria. Più di ottomila le case crollate e oltre 700 i centri abitati danneggiati. Quasi completamente distrutti furono Zammarò (70 morti), Parghelia (62), Piscopio (60), Stefanaconi (65), San Leo di Briatico (24), Aiello (23), Martirano (16). Sei morti anche a Monteleone di Calabria (oggi Vibo Valentia).

Dovunque sono stato, – scriveva Olindo Malagodi su La Stampa – per tutti i luoghi della devastazione, uno stesso spettacolo si offriva: la sproporzione fra l’entità del disastro e la meschinità dei soccorsi … e vedevamo, con l’animo gonfio di angoscia, fronti sempre più rabbuiate e sguardi sempre più sconfortati, una disperazione sempre più cupa e sconsolata, una delusione che pareva un rimprovero. Ci son voluti nove giorni per assicurare una ragionevole distribuzione di pane …”.

Luigi Barzini, autorevole inviato per il Corriere della Sera, fu uno dei primi a giungere in Calabria e la notte dell’11 settembre invia la sua testimonianza: “In Calabria si muore”. “È troppo vasto il quadro di orrore e ho qualche cosa di più urgente da dirvi. Nella emozione, nella concitazione di quest’ora, non posso – scriveva – che gettarvi un grido d’aiuto; più tardi saprete in dettaglio quanto avvenne di spaventoso, saprete le stragi che la terra a commesso, le infamie di questa terra che tutti gli uomini chiamano madre. Adesso sappiate ciò che avviene mentre telegrafo. Qui intorno si muore di fame e di sete: i soccorsi, per quanto alacremente portati, non bastano; manca il pane ai sani, la carne ai feriti, manca l’acqua, manca il ricovero ai morenti. Intorno ai paesi una lugubre folla dolente si accascia; vi sono silenziose ventimila persone che perdono tutto, che non hanno neppure recipienti per andare alle fonti per attingervi; sono silenziose moltitudini che non possono staccarsi dalle rovine delle loro case, dovei i cari morirono e che, stordite, aspettano senza forza quegli aiuti che non arrivano mai. In alcuni luoghi, come Monteleone, poche case crollano; ma negli abitanti v’è ora il terrore della casa. Essa è il nemico. …”.

La casa, l’edificio, la struttura che fino al giorno prima rappresentava la sicurezza, il giaciglio confortevole, si era trasformata nel peggior nemico. Già, perché, anche allora come adesso, non è mai il terremoto che ti uccide ma la casa che rovinosamente crolla sulla testa. Ed è proprio per questo che, conoscendo la storia sismica del nostro paese che ci lascia ben prevedere dove avverranno e con quali intensità altri terremoti, non dovremmo più permettere che si continui a costruire con metodi “poco rigorosi” da un punto di vista antisismico e dovremmo sbrigarci ad adeguare quelle strutture pubbliche censite come vulnerabili già dal 1999 cominciando dalle scuole dove mandiamo i nostri figli a studiare.


Non è il terremoto ad uccidere

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Mappa dell'intensità massima risentita in Italia - CNR GNDT

Fanno tragicamente notizia in questi giorni lo sciame sismico e i terremoti dell’Appennino modenese assieme alle vittime malcapitate che, ogni qual volta una struttura edificata non regge alle scosse, sono conseguenti alle rovine. Ma dobbiamo dirlo chiaramente non è la natura matrigna ad uccidere; non è il cataclisma naturale ad uccidere. Ancora una volta, a causare questa strage continua di popoli è la strage di regole, norme antisismiche e, più semplicemente, dello stesso buon senso. Se gli stessi terremoti che hanno scosso e continuano a scuotere l’Emilia Romagna si fossero verificati in Giappone non sarebbe morto nessuno. Gli operai morti nei capannoni in questi giorni hanno lasciato questa terra non per una causa naturale ma perché, come per gli abitanti dell’Aquila, la prevenzione in questo Paese si è fermata all’anno zero. Se la protezione civile nazionale è diventa leader nel mondo nella gestione delle emergenze tanto da straripare persino nella gestione dei grandi eventi, e se con la previsione siamo pure ad un livello avanzato della mappatura dei rischi, dal punto di vista della prevenzione ce ne infischiamo come se il costo della stessa fosse una spesa e non già un investimento. Ogni anno in Italia, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, attraverso le registrazioni effettuate attraverso la Rete Sismica Nazionale, localizza dai 1.700 ai 2.500 eventi di magnitudo pari o superiore a 2,5. Nel rapporto pubblico on line si legge che “in media in Italia ogni 100 anni si verificano più di 100 terremoti di magnitudo compresa tra 5,0 e 6,0 e dai 5 ai 10 terremoti di magnitudo superiore a 6,0”. Tra i terremoti italiani più rovinosi del ’900, nello studio presentato dai geologi, si ricordano esplicitamente quello del 1905 in Calabria (M=6,8 – I=X – 557 vittime), quello del 1908 Calabro Messinese (M=7,1 – I=XI – 80.000 vittime), nel 1915 ad Avezzano (M=6,9 – I=XI – 33.000 vittime), nel 1930 Irpinia (M=6,7 – I=X – 1.404 vittime), nel 1976 Friuli (M=6,6 – I=X – 965 vittime), e nel 1980 Irpinia-Basilicata (M=6,8 – I=X – 3.000 vittime).

Poi nel 2009 il terremoto in Abruzzo e mentre trema l’Emilia, anche la Calabria ci ricorda la sua pericolosità.

Ma la vera notizia è che “L’Italia,” – come si legge testualmente nel dossier dell’Istituto – “se paragonata al resto del mondo, non è tra i siti dove si concentrano né i terremoti più forti né quelli più distruttivi. La pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto mediterraneo e addirittura modesta rispetto ad altre zone del pianeta”. Insomma, il nostro problema è il patrimonio edilizio assai vulnerabile.

Il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT), assieme alla Protezione Civile, già nel1999 aveva effettuato uno studio per la rilevazione della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio pubblico: un censimento degli edifici pubblici, strategici e speciali di oltre 1500 comuni di sette regioni, tra cui Abruzzo e Calabria. Premesso che quelli censiti come vulnerabili, in Abruzzo, sono venuti giù, abbiamo cercato di capire come stesse la nostra regione, la Calabria che è assai più sismica dell’Emilia Romagna.

La risposta che abbiamo trovato è sconcertante: dei 3.975 edifici pubblici destinati all’istruzione della nostra regione, ben 2.397 (pari al 60,3 %) sono classificati ad alta (1.049) o medio-alta (1.348) vulnerabilità sismica. Di 785 edifici pubblici destinati alla sanità calabrese, censiti nel lavoro del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, ben 492 (il 62,7 %) risultavano classificati ad alta (208 edifici) o medio alta (284) vulnerabilità. E non era migliore la situazione degli edifici pubblici civili (sedi comunali, province, regione e prefetture): dei 1.773 edifici censiti dallo studio, 517 venivano classificati con grado di vulnerabilità sismica “medio alta” e 325 quelli ad “alta vulnerabilità”. In Calabria, se venisse oggi un terremoto, vi sarebbero numerosi edifici pubblici, troppi, attualmente non in grado di resistere alle scosse. Stiamo parlando di scuole, dove mandiamo i nostri figli e di ospedali che invece dovrebbero garantirci le cure anche dopo l’emergenza.

Nel 1999, il professor Vincenzo Petrini del CNR-GNDT nella sua presentazione del volume Rischio sismico di edifici pubblici scrive testualmente: “La risposta più ovvia alla constatazione della presenza di situazioni notevolmente a rischio è l’avvio di specifici programmi di adeguamento del patrimonio edilizio ai livelli di sismicità delle varie zone del paese: ma non è certo l’unica possibile”. “L’abbassamento dei livelli di rischio può essere uno degli obiettivi della programmazione di investimenti della pubblica amministrazione e può, in alcuni casi, contribuire a qualificare la spesa pubblica”. Senza contare che programmi pluriennali di interventi di riduzione del rischio, opportunamente distribuiti nello spazio e nel tempo secondo priorità definibili in anticipo, potrebbero avere, proprio nella situazione attuale di crisi, effetti collaterali positivi in termini di sviluppo “non drogato” dell’occupazione.

 

Scorsese: De Seta fu veramente un grandioso, dinamico artista, e io piango la sua scomparsa

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di Martin Scorsese

Pubblicato su Calabria Ora il 01.dicemnre 2011

Sono rimasto scioccato dalla notizia della morte di Vittorio De Seta. La sua vita è stata lunga e sana, e l’ultima volta che lo vidi, solo qualche anno fa, sembrava che gli rimanessero da vivere altri 50 anni, scoppiava di energia creativa. De Seta è uno dei grandi, trascurati registi tra i più grandi italiani, e il suo lavoro meriterebbe di essere molto più conosciuto di quanto non sia.

Negli anni ’60, lo conoscemmo attraverso il suo straordinario “Banditi a Orgosolo”. Ma dopo, molti anni dopo, vedemmo i suoi documentari a colori che girò negli anni ’50, poetiche cronache di vita nell’Italia del sud, della Sardegna e della Sicilia. Chi vide queste immagini, prima note solo a pochi, ne rimase ammaliato. Sono registrazioni preziose di costumi e modi di vivere che stavano scomparendo. Ma De Seta non documentò solo con la sua videocamera e il suo microfono, egli catturò il ritmo del lavoro, i suoni delle vette delle montagne e quelli nelle case, il passare del tempo nei villaggi e tra i pescatori nel mare, l’arco della vita, la consistenza della terra e l’aria. De Seta ritornò a quelle immagini solo qualche anno fa, rimasterizzò il colore, cambiò i ritmi, e affinò le colonne sonore. Nel loro insieme, esse sono una delle meraviglie del cinema. Vittorio De Seta fu veramente un grandioso, dinamico artista, e io piango la sua scomparsa.

 

Vittorio De Seta: si è spento un grande regista

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Antico e aspramente contemporaneo, la forza delle immagini riusciva a far parlare alberi, animali, vento, mare, a tradurre in racconto il rumore, ora lieve ora travolgente della vita


di Giuseppe Candido

articolo pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria” del 1 dicembre 2011

Quandu nescisti tu, spingula d’uoru

Quattru tuorci a lu cielu s’addumaru

Ancora una volta resto colpito, ammirato, dalla bellezza, vastità, importanza della nostra cultura popolare, dallo zelo, dalla tenacia di quei pochi che si preoccuparono di registrarla, salvarla”. Vittorio De Seta amava la Calabria, la sua cultura popolare ed aveva usato proprio queste parole per descrivere la sensazione che aveva avuto nello scorrere e leggere i canti, le novelle e le leggende popolari raccolte da Luigi Bruzzano nella rivista “La Calabria” (Monteleone, 1888-1902).

Magro e col volto scavato dalla fatica di una vita, Vittorio De Seta, il grande maestro del film documentario italiano, si è spento nel silenzio della sua tenuta a Sellia Marina. Martin Scorzese l’aveva definito “antropologo” e “poeta”; Roberto Saviano aveva parlato di “Sabbia negli occhi” per descrivere letteralmente la sensazione che i film e i documentari di Vittorio riescono a trasmettere.

Ricordarne la vita e le opere non è saggistica. Nel 1953 De Seta aveva iniziato collaborando come aiuto regista ne “Le village magique” di Jean Paul Le Chanois e, sempre nello stesso anno, affiancò Mario Chiari in un episodio di “Amori di mezzo secolo”. A partire dal ’54 sino al ’59 scrive e dirige una serie di documentari cortometraggi considerati oggi veri e propri capolavori del cinema mondiale: Lu tempu di li pisci spata (1954 min 10′.04” ); Isole di fuoco (1954 min 09′.02” ); Surfarara (1955 min 09′.39”); Pasqua in Sicilia (1955 min 08′.12” ); Conrtadini del mare (1955 min 09′.24” ); Parabola d’oro (1955 min 09′.39” ); Pescherecci (1958 min 10′.02” ); Pastori di Orgosolo (1958 min 09′.54” ); Un giornoin Barbagia (1958 min 09′.27” ); I dimenticati (1959 min 16′.56”). Straordinari documenti originariamente in Ferraniacolor e Cinemascope oggi digitalizzati e ripubblicati ne “Il mondo perduto” assieme a “La fatica delle Mani”, una raccolta di scritti su Vittorio De Seta a cura di Mario Capello che accompagna il dvd e in cui spiccano “La sabbia negli occhi” di Roberto Saviano, “Su Banditi a Orgosolo” di Martin Scorsese, “Una conversazione con Vittorio De Seta” di Goffredo Fofi, “Il metodo verghiano di De Seta” di Vincenzo Consolo, “De Seta: la Grande del documentario” di Alberto Farassino, “L’arcaico e la trasmissione della conoscenza” di Marco Maria Gazzano, “Un lungo viaggio verso il mondo perduto” di Gian Luca Farinelli.

Nel 1961 Vittorio De Seta esordì col 35 mm nel lungometraggio con “Banditi a Orgosolo” (Italia, 1961 – 98 min., 35 mm b/n). Seguono poi “Un uomo a metà” ( Italia, 1966 – 93 min., 35 mm, b/n) osteggiato dalla critica ma che ottenne riconoscimenti a Venezia e lodi da parte di Pierpaolo Pasolini e Moravia, “L’invitata” ( Italia-Francia, 1969 – 90 min., 35 mm, col.); Diario di un maestro” ( Italia, 1973 – 270 min. 4 episodi , 16 mm, col.) evidenzia la problematica della scuola italiana e il vero scopo della scuola non finalizzata all’ottenimento di una promozione o di un diploma ma piuttosto come preparazione alla vita, la formazione del carattere e della personalità. Tutti temi ripresi in “Quando la scuola cambia” ( Italia, 1978 – 240 min. 4 episodi , 16 mm, col.) con cui De Seta, rispondendo a chi gli sottolineava dopo l’uscita di Diario che quel maestro era finto e che non poteva attuarsi quel tipo di scuola, descrive quattro casi di scuola d’avanguardia, in Lombardia e in Puglia, a dimostrazione della sua tesi.

Successivamente Vittorio De Seta gira “La Sicilia rivisitata” ( Italia, 1980 – 207 min. 4 episodi , 16 mm, col.), “Hong Kong, la città dei profughi” ( Italia, 1980 – 135 min. 3 episodi , 16 mm, col.), “Quando la scuola cambia” ( Italia, 1978 – 240 min. 4 episodi , 16 mm, col.), “Un carnevale per Venezia” ( Italia, 1983 – 56′ min., 16 mm, col.).

Ma è con il film documento “In Calabria” ( Italia, 1993 – 83′ min., 16 mm, col.) che Vittorio De Seta era ritornato alle tradizioni, al “racconto della realtà ancestrale in cui un paese, un villaggio erano una comunità”. Poi, con “Lettera dal Sahara” ( Italia, 2004 – 123′ min., col.) De Seta ci ha raccontato il fenomeno dell’immigrazione nel mondo di oggi attraverso la storia di Assan, un senegalese sbarcato a Lampedusa e che, in meno di sei mesi, risale l’Italia passando per Napoli, Prato, Torino e cambiando ogni volta un lavoro.

E proprio sul tema del lavoro, in occasione del sessantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, Vittorio De Seta aveva girato, a Pentedattilo in provincia di Reggio Calabria, il cortometraggio sull’articolo 23 della dichiarazione: “Articolo 23. Pentedàttilo” che è stato poi presentato il primo dicembre 2008 al Teatro Argentina in Roma.

Il maestro del film documentario era nato a Palermo 88 anni fa da una nobile famiglia di origini calabresi e, dopo essersi iscritto alla facoltà di Architettura nel 1941 era stato allievo ufficiale dell’Accademia Navale di Livorno. Antico e aspramente contemporaneo, la forza delle immagini dei cortometraggi che riescono a far parlare alberi, animali, vento, mare, a tradurre in racconto il rumore, ora lieve ora travolgente della vita.

Io ho fatto il lavoro manuale, sono stato due anni prigioniero”, ci ha rivelato una sera quando gli chiedemmo cosa fosse diventato oggi il lavoro. “Una volta il lavoro in un certo senso era creativo”, ci spiegò: “Perché il lavoro manuale è creativo. Uno fa un lavoro. Vengono qui gli operai, una siepe, è finita e la vedi. Ma l’alienazione consiste nel fatto che ci sono degli operai in certe fabbriche meccaniche, che fanno dei pezzi che non sanno neanche che cosa sono, dove vanno. Se sono pezzi d’automobile o pezzi di un qualsiasi altro meccanismo. Perché ormai è fatto tutto per appalti. La fiat non è che produce, appalta tutte le parti. la cosa non può funzionare. Non fosse altro che per il fatto che per quattro milioni di anni si sapeva che cosa si faceva. Capito? La vita media poteva essere, che ne so, quarantacinque anni, mortalità infantile, gravidanze, ….figuriamoci, malaria, tubercolosi. Ci siamo liberati da questo, però si è perso un qualche altra cosa che era fondamentale. E che si sarebbe potuto mantenere”.

Esattamente tre anni or sono, nell’ottobre del 2008, Vittorio ci aveva gentilmente concesso un’intervista i cui contenuti sono ancora straordinariamente attuali. Alla domanda in cui gli chiedemmo se il “De Seta” regista scandagliasse il fondo delle cose e dell’animo umano della cultura popolare, la sua risposta era stata candida e chiara: “Si, in sostanza, la cultura contadina che è la cultura popolare, è stata buttata a mare”. E per render più chiaro il concetto ci propone un paragone: “Si parla dell’Uomo da 4 milioni di anni. 42.000 secoli sono come i metri della maratona che sono 42.195 metri. Il progresso prende soltanto gli ultimi due metri. Nessuno parla mai di questo”, ci aveva detto. “Il nostro cervello si era sviluppato lentamente fino al 1827 quando è entrata in campo la locomotiva, tanto per stabilire una cosa. E li c’è stato un movimento. Un’accelerazione esponenziale. Per cui io sento che noi non facciamo più fronte. La vita è proprio cambiata. I documentari ripropongono quell’esperienza di vita che poteva avere un uomo siciliano di cinquant’anni fa. E quindi quella di sempre. Mi segue? E quindi gli odori, i sapori, i suoni. Tutto. Noi siamo stati privati di questo patrimonio in cambio del progresso. Però a questo punto io dico che il frigo e questo telefonino (prendendo in mano il suo cellulare) l’abbiamo pagati troppo caro”.

Che rapporto aveva De Seta con la Fede? Anche questo ci aveva spiegato la sua posizione con parole semplici e chiarissime: “Io non riesco a rinunciare alla ragione. Se la fede è rinuncia alla ragione”, aveva aggiunto, allora non ho fede”. E ancora: “Ho una grande devozione, come dire, un’ammirazione immensa per Gesù. Per l’autentica dottrina di Gesù. Però non credo che Gesù abbia mai espresso i concetti che son riassunti nel credo. Cioè questa revisione, questo abbandono totale. Questa deve essere roba…, Tolstoj l’ha approfondito in questo libro che ho ma è in inglese e non riesco a leggere. Si chiama Critica della teologia dogmatica. I discorsi diventano troppo lunghi. In sostanza, Tolstoj mi ha insegnato che al di la della versione chiesastica, diciamo, esiste la dottrina di Gesù. Che si riassume nel credo, che è stata annunciata a Nicea nel 300 d.C.. Al di la di questo, la dottrina di Gesù è un’altra cosa, contrasta enormemente”.

Gli avevamo domandato se Vittorio De Seta fosse innamorato di San Paolo: “Si, ma soprattutto di Gesù perché lui è stato falsato. E forse non si poteva fare altro. San Paolo lo stesso. Praticamente Gesù è un profeta, infatti Lui dice(va) sempre: “è stato detto occhio per occhio ma, Io vi dico …..”. Quindi Lui era venuto a cambiare. Quella frase che c’è nel vangelo: “Sono venuto soltanto a compiere” non è vera”. Era così che Vittorio De Seta riassumeva il suo rapporto con la fede: “C’è un grosso equivoco di base. La dottrina di Gesù viene sempre espressa come un qualcosa di meraviglioso ma di astruso, inattuabile, metafisico. Mentre invece no: Tolstoj mi ha insegnato che è profondamente razionale. Quando Gesù dice quei paradossi, che sembrano paradossi, “ama il tuo nemico”. In realtà è giusto, è vero. E la gente lo sente tant’è vero che a questa dottrina la gente aderisce. Però poi è invalsa la consuetudine di dire: va bene, però questi sono sogni, la realtà è un altra. E quindi, per esempio, il Male. La chiesa riconosce il male, mentre invece Gesù non lo riconosceva. Oppure lo riconosceva come diminuzione del bene, ecco, non come entità autonoma.”

Sulla questione relativa alla vita e alla morte, quando gli avevamo chiesto di esprimersi sul caso di Eluana Englaro ci aveva freddati dicendoci che “Gesù sarebbe stato per l’eutanasia”.

Detto proprio in soldoni: la chiesa quando dice così tradisce perché Gesù, credo che nel vangelo è riportato tre o quattro volte, dice: “voglio misericordia e non sacrificio”. E’ tutto li. Mantenerla in vita sarebbe un sacrificio. Per lei (Eluana ndr), per la famiglia, per tutto. Io credo che Gesù sarebbe stato per l’eutanasia perché è la cosa logica, è razionale. Non c’è niente di irrazionale, niente di astruso, niente di metafisico nella dottrina di Gesù. Se tutti facessimo così credo che vivremmo in pace meravigliosamente.”

Ma il maestro De Seta, in quell’intervista che fu proprio una bella chiacchierata ci aveva detto di più. Ci aveva spiegato come fare a liberarsi dal senso di colpa: “Capendo”.


La voce del diritto e della libertà: le gazzette nemiche dei tiranni

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La nascita e l’evoluzione di una nuova, importante, esperienza culturale

di Giuseppe Candido e Filippo Curtosi

Da quando furono impiantate le prime officine tipografiche anche la Calabria ebbe allora i suoi giornali e il primo di essi fu stampato a Monteleone Calabro

 

Nell’era digitale in cui i giornali e le riviste diventano documenti elettronici in formato portatile (pdf) e quando la televisione tradizionale, che già predominava, sbarca oggi su internet e sul satellite, parlare di “vecchi” giornali, della loro nascita e della loro prima diffusione, farsi domande sul loro ruolo nella politica nazionale e locale potrebbe essere visto come anacronismo puro.

D’altronde ne è passato di tempo da quando, alla fine del ‘700 dopo che era stata concessa la pubblicità dei dibattiti parlamentari in Inghilterra Edmund Burke, filosofo e politico conosciuto come il “Cicerone britannico”, rivolgendosi ai giornalisti presenti alla camera dei Comuni, disse loro: «Voi siete il quarto potere». Quando lo fece era appena nato il quotidiano più famoso del mondo: il Times. Proprio perché politica e libera, l’attività giornalistica era allora circondata, in Inghilterra, da un rispetto che invece sul Continente, “impastoiata dalla censura, e limitata alla rissa letteraria”, non riuscì mai meritare. Allora, agli albori della stampa quotidiana, i pubblicisti erano temuti, ricercati, spesso adulati, ma mai amati. Svolgevano un’insostituibile funzione: divulgavano le conoscenze artistiche e scientifiche, aiutando il successo dell’Illuminismo e preparando indirettamente le rivoluzioni; ma proprio gli Illuministi – come gli storici ricordano a più voci – ne furono i critici più severi. Oggi che in Italia il tema della censura alla libertà di stampa è diventato drammaticamente attuale e che, allo stesso tempo, l’informazione di massa viola sistematicamente ai cittadini il diritto di “conoscere per deliberare”, ritrovarsi tra le mani un vecchio e polveroso numero della storica rivista Storia Illustrata che, nel settembre del 1962, pubblicava un articolo di Carlo Casalegno dall’attualissimo titolo “Le gazzette nemiche dei tiranni”, è davvero da considerarsi fortunosa e, per certi versi, incredibile. Un giornalista che, dopo aver svolto specifici studi, rievocava magistralmente le origini della stampa periodica documentandone meriti e limiti.

Le statistiche di 50 anni fa evidenziavano, già allora, la presenza di oltre 7000 quotidiani stampati in tutto il mondo, con una tiratura complessiva che si aggirava attorno alle 220 milioni di copie anche se, già allora, mancando i dati precisi della Cina era difficile fare un calcolo preciso. Nel 2007, secondo le statistiche attuali, si era a quota 6580 quotidiani stampati in tutto il mondo per una tiratura complessiva di 395 milioni di copie al giorno. E anche se internet, il giornale in formato elettronico e gli altri media che la rete mette a disposizione, tendono a diffondersi in modo esponenziale, la carta stampata rimane ancora il business principale dell’informazione secondo solo a quello della tv. Nato nel 1702 come organo d’informazione, il giornale quotidiano divenne in breve tempo, come sostenne a chiare lettere il Casalegno, “la voce del diritto e della libertà”. Ma la storia delle “gazzette nemiche dei tiranni” comincia assai prima. “Nel giudizio corrente, – scriveva il Casalaegno – i pionieri del giornalismo furono i Romani con i loro troppo famosi Acta diurna; ma anche in questo campo, come per la polvere da sparo o la stampa tipografica o tante altre diavolerie, sembra che la priorità cronologica spetti ai cinesi”. E questo perché, par fondato che già ai tempi di Muzio Scevola – fra il 600 e il 500 a.C. – “nel Celeste Impero usciva un bollettino con le notizie ufficiali: il Ti-Pao (Notizie di Corte)”. Ma se ciò è vero, altrettanto vero è che la stampa moderna Cinese è oggi d’imitazione occidentale. Nella tabella dedicata ai primi venti quotidiani pubblicati nel mondo spiccavano i nomi del Daily Courant e del London Daily Post (Londra – 1702). Al quarto posto La Gazzetta di Parma (1735) nata come settimanale, poi divenuta quotidiano nel 1800. Più in basso, al 16° posto, La Gazzetta di Venezia e al penultimo La Gazzetta di Mantova. Soltanto più tardi, in Italia, nascevano altri quotidiani che avrebbero avuto più o meno fortuna: nel 1824 viene pubblicato il primo numero de Il Corriere Mercantile, nel 1848 vede la luce La Gazzetta del Popolo, nel 1859 La Nazione e nel 1860 il Giornale di Sicilia. Nel 1861, mentre l’Italia era appena nata, a luglio viene stampato il primo numero de L’Osservatore Romano; seguivano Il Sole (1865), La Stampa e il meno noto L’Arena (1866). Soltanto 10 anni dopo, nel 1876, vedeva a luce anche il Corriere della Sera.

E anche in Calabria la stampa fermentava di riviste, giornali e giornalisti: La Voce Pubblica (1862), La Verità (1870), L’Avvenire Vibonese (1882) diretto da Eugenio Scalfari e La Calabria (1888) diretta da Luigi Bruzzano sono soltanto alcune delle più famose testate tra le tante vibonesi che si possono citare. Già durante il decennio della dominazione francese, subito dopo l’istituzione delle Intendenze (1806), – come ci ricorda Mario Grandinetti nell’articolo “Periodici del Risorgimento in Calabria1” – furono impiantate nelle regioni che ne erano prive, “le prime officine tipografiche, e con esse, in ogni capoluogo di provincia, nacquero i primi «Giornali», destinati alla pubblicazione di atti ufficiali di governo”. Anche la Calabria, sottolinea il Grandinetti, “ebbe allora i suoi giornali, ed il primo di essi fu quello stampato a Monteleone Calabro dal tipografo Giuseppe Veriente, sotto la data del 18 gennaio 1808, col titolo di Giornale dell’Intendenza di Calabria Ultra.

E proprio a Monteleone di Calabria, oggi Vibo Valentia dove a breve si ricostituirà il circolo della Stampa Vibonese, cominciò una nuova, importante, esperienza culturale, che, “dopo aver conosciuto momenti di fortuna alterna nel periodo del Regno borbonico, si affermò in modo notevole solo dopo il conseguimento dell’Unità d’Italia”. In tutta Europa, Penisola tricolore compresa, durante il periodo che abbraccia l’ultimo decennio dell’Ottocento ed i primi venticinque anni del Novecento, suscitarono grande interesse le cronache elettorali, le quali, com’è risaputo, rappresentarono allora uno dei mezzi più efficaci di propaganda a disposizione dei candidati e ispirarono un grandissimo numero di periodici locali di cui costituirono il tema principale. Anche a Monteleone Calabro “conobbero gli onori della stampa giornali di varia ispirazione. E se pure tra il proliferare di testate vi furono quelle che si occuparono di cronaca da caffè a Monteleone di Calabria molti giornali videro impegnati, come redattori o collaboratori o anche semplici ispiratori, “il fior fiore di intellettuali della Città e del circondario. Molti dei temi trattati ebbero, anzi, un grande spessore culturale, che riuscì alla fine ad affermarsi sul piano politico, in nome dei grandi principi ideali. Il grande amore per la letteratura, anche quella popolare, per le scienze, la storia, la filosofia, per l’arte, archeologia e le tradizioni popolari furono i motivi ispiratori di molte pagine, comprese quelle, e ve ne erano molte, satiriche e umoristiche come La Zanazara fondato da Gabriele Ionadi nel 1913 come giornale “Satirico, umoristico, illustrato”.

Guerriera Guerreri ci dà notizia delle testate nel volume “Periodici calabresi dal 1811 al 1974”. Nel 1871 nella tipografia di Giovanni Troyse nasce La Ghirlanda, giornale scientifico, letterario e artistico; dalle stesse presse vedono la luce poi, nel 1875, L’Imparziale, giornale politico, giuridico, letterario e, nel 1876, Cronaca Vibonese di Nicola Misasi. L’Avvenire Vibonese, diretto da Eugenio Scalfari dal 1882, oltre alla pubblicazione settimanale, con periodicità annuale pubblicava le “Strenne de L’Avvenire Vibonese” per le quali ebbe fama proprio per l’elevato livello culturale.

L’elenco dei giornali e delle riviste calabresi che, a partire dall’Unità d’Italia e sino all’inizio del ventennio, venivano pubblicate a Monteleone Calabro è davvero lungo. Il Primo Passo, che iniziò le pubblicazioni pure nel 1882 fu definito “Giornale degli studenti. Organo di propaganda democratica, anticlericale, lontano dal servilismo ufficiale e privato, contro ogni istituzione ostile al benessere sociale”. Era la tipografia di Francesco Raho una delle più attive della Monteleone post unitaria. Qui, nel 1888, cominciò le sue pubblicazioni anche La Calabria, rivista di letteratura popolare diretta dal Professor Luigi Bruzzano che, se pur poco apprezzata dai suoi contemporanei, fu molto rivalutata in seguito proprio per gli illustri collaboratori. Vi scrivevano infatti personaggi del calibro di Carlo Massinissa Preesterà, Ettore Capialbi, Antonio Julia, G.B. Marzano, Ottavio Ortona, Carlo Giuranna, Eugenio Scalfari e Raffaele Lomabrdi Satriani. Nel primo numero del settembre del 1888, Luigi Bruzzano presentò la sua rivista con queste parole: “Tre anni fa, quando io col mio amico Ettore Capialbi pubblicavo nella quarta pagina de “L’Avvenire vibonese” i racconti greci di Roccaforte, pochi fannulloni, miei concittadini, assordarono di grida la redazione del giornale, per indurla a smettere la pubblicazione di tutte quelle nostre chiacchiere … Le belle e dotte recensioni, che uomini illustri e miei maestri scrissero di quei racconti nell’Archivio per le tradizioni popolari e nella Rivista di filosofia e letteratura d’Italia e provenienti da taluni professori della stessa Grecia, dettero … torto a quei dottoroni da caffè, che tuttavia ci guardavano con un sorriso di scherno e di compassione. Ora pubblico a mie spese una rivista di letteratura popolare, nella quale saranno inserite in gran numero novelline greche ed albanesi inedite, e scritti che riguardano gli usi e i costumi di queste contrade. Tale impresa … sarà proseguita con coraggio, se i miei colleghi calabresi vorranno darmi una mano e se avrò il compatimento di quegli uomini illustri, che altra volta si occuparono a scrivere dei racconti greci, raccolti da me e dal mio amico Capialbi”. Nel 1889 fino alla fine dell’Ottocento nacquero a Monteleone Calabro, nelle tipografie Raho e Passafaro, molte altre testate: La luce, La Sentinella, Il Mefistofele (con un numero unico), La vendetta, La Falce, Il Risorgimento, L’Indipendente, La voce del popolo, il Presente, La Risposta, La Leva, Il Corriere di Monteleone, Sveglia, Il Risveglio, La piccola Brezia, Il Piccone, La Caldaia, Il vespro e Pro Calabria pubblicato come supplemento de Il Piccone.

Poi, nel 1900, nascono nelle tipografie di Raho e Passafaro, Il Piccolo, corriere settimanale di Calabria e Il Savoia, Gazzetta di Monteleone. Nel 1901 viene stampato Monteleone a Garibaldi, un numero unico dedicato all’eroe dei due mondi. Nello stesso anno vede la luce pure Il Vibonese, rivista di letteratura, scienze ed arte. Nel 1902, nella tipografia di Francesco Raho, nasce Libertas, periodico settimanale che sulla testata reca due citazioni: “La verità ci rende liberi” di Gesù e “La libertà ci renderà veraci” di Giordano Bruno. Nel 1903, nella stessa tipografia, viene fondato pure Lucifero. Entrambi hanno come Gerente responsabile Salvatore Licastro. Nel 1904, presso la tipografia Giuseppe La Badessa, vengono stampati i primi numeri de La Lotta, Il fuoco, nell’arte, nella vita, nell’umorismo, gazzetta politica amministrativa che aveva ben due direttori responsabili: G. Mele e A. Scabelloni. Nella tipografia Passafaro, sotto la direzione di Giuseppe Montoro, viene fondato Vita Nuova, gazzetta politica amministrativa del Circondario che si pubblicava ogni domenica. Allora la tipografia di Giuseppe La Badessa pubblica un numero unico di un giornale dal singolare titolo che evidenzia la rivalità tra le diverse testate: Risposta al giornale Vita Nuova. Esilarante, un fermento culturale eccezionale terminato soltanto con l’avvento del fascismo e della relativa censura. Nel 1905, diretto dal Francesco Ranieri nasce, nella tipografia del La Badessa, il settimanale studentesco Iride; lo stesso anno e nella stessa tipografia vengono stampati per la prima volta Il gazzettino vibonese (numero unico), Il Moto, Il Riscatto (numero unico) e Il mentore vibonese, mensile religioso letterario diretto ed amministrato dalla Parrocchia di S. Michele con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica. Sempre nel 1905, presso la tipografia di Passafaro, prende vita La rivista vibonese, giornale radicale del Circondario che si pubblicava ogni domenica.

Il fervore culturale e la rivalità tra le officine tipografiche proseguono a Monteleone pure nel 1906 quando nascono Il Tamburo, La Gazzetta Valentina, La parola degli onesti e Il Marchio. L’anno successivo vengono fondati L’Agitazione, settimanale d’interessi regionali, Il Pane, giornale socialista per i senza pane diretto da Michele Pittò, e Il Randello.

Poi, nell’ottobre 1908, viene stampato il numero unico de A Garibaldi la Massoneria di Monteleone. Dal 1909 al 1920, in poco più di un decennio, vedono la luce, soltanto a Monteleone Calabro, altre ventitré testate: Il Crogiuolo, Il Faro (1909), Il Foro valentino (1910), La Difesa, La Difesa degli interessi del Circondario, Juvenilia (1911), Il Paese e L’Ambiente (1912); La Zanzara (1913), Il Pensiero del Circondario e Libera parola (1914); Il Pennello, L’Avvenire, La Fiaccola (dall’ambizioso titolo sotto testata: “Organo per la difesa dei supremi interessi della Scuola e della Calabria”) e La Fronda (1915); Nel 1918, in occasione della fine del conflitto mondiale, presso la tipografia di G. Raho venne stampato un “numero unico” de I Nostri Eroi con l’evidente intento di celebrare e commemorare i caduti della nostra Terra durante la guerra. Nel 1919 nascono poi Il Giornale di Monteleone, La Favilla, La libera Calabria, ed il quindicinale della gioventù Satana. Nel 1920, per cura della Sezione socialista di Monteleone, viene fondato il “Quindicinale per la propaganda socialista” Calabria Rossa e, presso la tipografia di Giuseppe La Badessa il Gloria! Giornale del fiumanesimo in Calabria.

L’attività giornalistica continuò a fervere a Monteleone e in tutta la Calabria, dal Pollino allo Stretto, nascevano giornali e riviste di cui ha senso custodire oggi la memoria. Immaginiamo un archivio unico dei giornali calabresi magari consultabile anche on line attraverso le nuove tecnologie di internet. Anche perché, alcune di quelle domande che Casalegno si poneva nel 1962 sono ancora oggi assai attuali per il ruolo e il futuro del giornalismo. I giornali furono “strumento d’interessi governativi, nazionali, economici? Oppure rappresentano una vera manifestazione di libertà di parola? Semplice mezzo di propaganda o vero interprete dell’opinione pubblica? Furono insomma, arma passiva in mano al potere politico, o riuscirono ad essere autentico «quarto potere»?

Considerate le condizioni in cui versa oggi sia la stampa locale sia quella nazionale, per chi affronta la professione giornalistica e per chi ancora crede che l’informazione sia davvero il “quarto potere”, sarebbe necessario porsi oggi queste domande, magari proprio mentre si scrive un articolo o mentre si conduce un’inchiesta.

1In «Rassegna storica del Risorgimento», a. LXXIX (1992), Fasc. I, p. 3

 

Incompatibile la carica di Sindaco con quella di Parlamentare

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di Giuseppe Candido

Anche il Sindaco di Catanzaro, On. Michele Traversa, dovrà scegliere se restare sulla poltrona di deputato o, dimettersi, e continuare il suo mandato di primo cittadino del capoluogo calabrese?

Oggi sappiamo chiaramente che la carica di parlamentare è incompatibile con quella di sindaco. Lo ha sancito la Corte Costituzionale con sentenza del 21 ottobre 2011, n. 277. La suprema Corte ha infatti dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 15 febbraio 1953, n. 60 (incompatibilità parlamentari), proprio nella parte in cui questi articoli non prevedono espressamente l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti sancita dalle normative successive.

Mentre la “Casta” calabrese dei consiglieri regionali faceva notizia sulle pagine dei quotidiani nazionali lo scorso gennaio per aver cancellato il divieto di cumulo di cariche oggi sappiamo che non vietare espressamente il cumulo delle cariche istituzionali di un certo rilievo è addirittura anticostituzionale. E poi, con questi chiari di luna, il cumulo di cariche già lautamente retribuite con stipendi, indennità e rimborsi spese stratosferici, è davvero un insulto alla miseria!