Accesso agli atti: il Consiglio Regionale ci restituisca il diritto di conoscere lo stato patrimoniale dei nostri eletti

Share

di Giuseppe Candido*

Oggi si parla tanto di trasparenza, di costi della politica e di tagli agli stipendi degli eletti. Ma quanto guadagna esattamente un Consigliere regionale? Non è semplice saperlo in questa terra di Calabria. Altro che trasparenza, la parola giusta sarebbe torbidezza. Quasi trent’anni di torbidezza. La Legge 441/82, recante “disposizioni per la pubblicità della situazione patrimoniale di titolari di cariche elettive e di cariche direttive di alcuni enti” obbligherebbe, il condizionale purtroppo è d’obbligo, non solo i Parlamentari ma anche Consiglieri regionali, Consiglieri provinciali e Consiglieri comunali di comuni capoluogo di provincia o con popolazione superiore a 50.000 abitanti, a presentare entro tre mesi dalla proclamazione, a depositare ai rispettivi enti di appartenenza, l’ultima dichiarazione dei redditi, la dichiarazione delle spese sostenute e obbligazioni assunte per la campagna elettorale, con allegata dichiarazione degli eventuali contributi ricevuti e, non meno importante, la dichiarazione dei diritti reali su beni immobili e mobili iscritti in pubblici registri; le azioni di società; le quote di partecipazione a società ed eventuali incarichi ricoperti. Il tutto entro tre mesi dalla proclamazione. L’intento della normativa è chiaro: rendere pubblici, a tutti i livelli, gli interessi patrimoniali degli eletti. Su base volontaria anche i coniugi non separati e figli conviventi dei consiglieri. L’obbligo previsto dalla normativa è esteso anche ai nominati: dai dirigenti di aziende pubbliche, ai direttori di ASL, membri delle Comunità montane, dirigenti di società a prevalente partecipazione pubblica. Ogni anno, entro un mese dalla scadenza dei termini per la presentazione della dichiarazione dei redditi si dovrebbero comunicare eventuali variazioni della situazione patrimoniale e copia della nuova dichiarazione dei redditi. Le dichiarazioni dovrebbero essere pubblicate sul Bollettino ufficiale di regioni, province e comuni (che dovrebbero predisporre un regolamento che disciplini le modalità di attuazione della legge). Tutti i cittadini elettori hanno il diritto di conoscere le dichiarazioni dei consiglieri. In caso di mancata dichiarazione sono previste “severe” sanzioni: il sindaco/Presidente (Regione o Provincia) diffida il consigliere ad adempiere entro 15 giorni e, in caso di inosservanza persistente, pubblica sul bollettino e sull’albo pretorio l’elenco dei diffidati inadempienti. L’adozione di sanzioni disciplinari solo se previste dai regolamenti degli enti locali che molto spesso neanche esistono. Nel mese di giugno il sottoscritto, nell’ambito dell’iniziativa nazionale condotta dai Radicali italiani della lista Bonino Pannella, ha presentato sia all’ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale della Calabria, sia al Presidente del Consiglio Provinciale di Catanzaro, regolare istanza di accesso agli atti chiedendo, ai sensi della citata normativa, i dati patrimoniali dei nostri eletti che dovrebbero essere pubblici. La Provincia di Catanzaro non ci ha ancora fornito neanche una risposta mentre il Consiglio Regionale della Calabria, attraverso il Segretariato Generale del Settore Legale e Contratti, con una “valutazione” formale redatta dal dirigente del Settore, Avv. Carlo Pietro Calabrò, ci ha fatto sapere – si legge testualmente nella risposta – che “L’accesso in questione, in virtù dell’attuale quadro normativo regionale, pare possa non essere assentito. Infatti,” – prosegue la nota – “il titolo di accesso dedotto dal richiedente ai sensi degli artt. 22 ss della Legge 241/90 e s.m.i. non sembra applicabile , stante l’esistenza di una disciplina speciale costituita dall’art. 9 della Legge n. 442/1981. Del resto, – prosegue la nota – il diritto di accesso documentale di cui alla Legge n. 241, richiederebbe la sussistenza in capo all’istante di un interesse qualificato strumentale alla tutele di una situazione giuridica soggettiva che, nel caso in questione, non risulta dimostrato”. C’è da chiedersi se non sia sufficiente l’interesse intellettuale nel voler conoscere quanto guadagna un Consigliere regionale visto che si tratta di dati che dovrebbero esser già stati pubblicati nel Bollettino Ufficiale della Regione Calabria. Poi la nota prosegue affermando che “l’accesso previsto dalla citata Legge n.442/81 (non) appare allo stato concretamente esercitabile, stante la mancata emanazione di una normativa regionale circa la pubblicazione della documentazione relativa alla situazione patrimoniale (tra gli altri) dei Consiglieri Regionali, ciò che ha impedito la pubblicazione nel BURC dei dati in questione, modalità attraverso la quale andrebbe espletata la pubblicità di cui alla citata Legge n.442”. Insomma, per la Regione Calabria la legge nazionale non viene rispettata, i dati non sono resi pubblici perché, dal 1981 ad oggi, in quasi trent’anni, la Regione Calabria non si è data una sua specifica normativa regionale che preveda la pubblicazione dei dati in questione. E la nebbia che avvolge la situazione patrimoniale dei nostri eletti s’infittisce quando si parla di nominati, i titolari di cariche elettive/direttive diverse dai Consiglieri Regionali perché, – si legge testualmente nella nota ufficiale del Consiglio Regionale, “emergerebbe che la relativa legittimazione passiva, in assenza di una specifica disposizione attuativa regionale, non ricade nel plesso amministrativo del Consiglio Regionale”. Per fortuna è lo stesso dottore Pietro Calabrò, direttore dell’ufficio Legale del Consiglio, che coglie l’occasione per sottolineare la circostanza che “l’emanazione di opportuna disciplina regionale circa gli istituti disciplinati dalla Legge n.442/81, appare improrogabile, attenendo il diritto di accesso amministrativo ai livelli essenziali di prestazioni sui diritti civili, la cui violazione sarebbe tale da leggittimare in ipotesi addirittura un intervento sostitutivo da parte dello Stato”. Insomma se non si ridà presto ai cittadini il loro sacrosanto diritto di conoscere lo stato patrimoniale dei propri eletti si potrebbe – appellandoci al Capo dello Stato – chiederne il commissariamento.

*Radicali Italiani, candidato alla carica di Consigliere Regionale alle elezioni del marzo 2010 nella Lista Marco Pannella

Sellia Marina, visita ai depuratori

Share

Dopo le analisi di goletta verde che hanno dichiarato fortemente inquinato, tra gli altri, il tratto di costa antistante il t. Frasso in località Sena di Sellia Marina e i numerosi bagnanti che nei giorni scorsi hanno accusato malori e affezioni alle vie urinarie, abbiamo voluto vederci chiaro e ci siamo recati sul fiume Uria e sul Torrente Frasso dove scaricano i due depuratori comunali “funzionanti”

Guarda il video

SELLIA MARINA – Mare sporco, turisti in corsia

Share

Vacanzieri in rivolta a Sellia Marina, tra villette invase dai topi e strade al buio

Numerosi bambini sono finiti in ospedale con infezioni alle vie urinarie

di Brunetto Apicella

pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria” di martedì 3 agosto 2010 a pagina 18

Bimbi con infezioni alle vie urinarie. Topi negli appartamenti. E ancora: viali senza illuminazione e soprattutto strade al limite della percorribilità. Non sono iniziate certo nel migliore dei modi le vacanze estive per i turisti che hanno scelto Sellia Marina e l’hinterland della costa ionica della provincia di Catanzaro per trascorrere le ambite vacanze estive. Perché quelle che dovevano essere le vacanze tanto ambite dopo mesi di duro lavoro si stanno trasformando in un vero e proprio “incubo”. L’estate 2010 presenta gli stessi problemi degli anni precedenti. Si inizia dalla questione depuratore.

Domenica mattina, infatti, il mare di Sellia Marina ha accolto i turisti e i vacanzieri come non mai. “Il mare – hanno denunciato al “Quotidiano” alcuni turisti in trasferta sulla costa – era tutto ricoperto da bollicine. E, di più. Quella di domenica, infatti, non era la solita schiuma. Era un qualcosa di più. Uno spettacolo non certo edificante e che allo stesso tempo è sintomo del fatto che qualcosa nella gestione degli impianti di depurazione non va.

Non solo depuratori. Ma il sentore che serpeggia da sempre nella mente di tutti è che siano ancora troppi i collegamenti abusivi alle reti fognarie. Persone che fregandosene della salute pubblica allacciano il loro impianto direttamente alla rete centrale in modo abusivo. Ed è anche questa una delle ragioni che preclude ogni possibilità di risoluzione del problema depurazione. Un comportamento che aggrava la questione e che contribuisce a sporcare maggiormente il mare. E non è finita qui. Perché negli ultimi giorni sono stati diversi i problemi di bambini che hanno avvertito malessere e che sarebbero collegati proprio alla sporcizia del mare. Sono state diverse le famiglie che si sono rivolte agli ospedali e alle strutture sanitarie a causa dei diversi malesseri riportati dai loro bambini. Mal di pancia e virus, che si sarebbero verificati dopo una giornata trascorsa sulla spiaggia e all’interno del mare. Significativo è, l’episodio, che ha avuto per protagonista una bambina di due anni, figlia di alcuni turisti originari di Monza e che dopo una giornata al mare è finita in ospedale. Infezione alle vie urinarie. È stata questa la diagnosi dei medici, e per la quale, adesso, i genitori sono pronti ad avviare azioni legali contro lo stesso ente comunale.

E non è esclusala possibilità che a essere chiamata in causa sia anche la Regione Calabria. Della vicenda, infatti, è stato interessato il Codacons e il suo vicepresidente nazionale, Francesco Di Lieto. E la piccola turista originaria di Monza non sarebbe la sola. Diversi sarebbero i casi di bambini che hanno avvertito malori dopo una giornata trascorsa al mare.

La questione ambientale, dunque, non finisce al solo mare. Sono gli stessi vacanzieri a denunciare lo stato di l’incuria e di degrado presente all’interno delle strade che conducono ai villaggi della cittadina ionica. Sono stati diversi gli ospiti indesiderati che hanno fatto visita nelle abitazioni dei turisti, dalle vipere ai topi. “Una situazione d’inefficienza” –denuncia la signora Lucia –. Ieri, aperta la porta di casa, ho trovato i topi nella nostra villetta di Rivazzurra. Siamo costretti a convivere con

le bustine di veleno per topi. In uno stato di paura maggiore soprattutto per i bambini, perché siamo completamente invasi sia dentro che fuori le case”.

Non solo topi. Ma anche viali al buio e strade difficili da percorrere. Ieri lo stesso Codacons, con il vicepresidente Francesco Di Lieto, è intervenuto ricordando una delle ultime sentenze della Corte di

Cassazione con cui si ricorda che “le strade comunali dovranno essere più sicure, altrimenti saranno guai seri per i sindaci e per i responsabili degli uffici tecnici. I Giudici – spiega di Di Lieto – hanno avuto modo di evidenziare che se un Cittadino riporta danni fisici a seguito di una caduta, gli Amministratori rischiano una condanna penale per lesioni colpose, laddove risulti che non si siano attivati per la verifica della manutenzione delle strade. Oltre, ovviamente, a dover risarcire economicamente le vittime di tanta incuria. In particolare per il comune di Sellia Marina, che ha una rete stradale in pessimo stato di manutenzione. Ad aggravare la responsabilità di sindaco ed amministratori, numerose diffide da parte di cittadini ed associazioni per spingere il Comune ad occuparsi della situazione delle strade. Abbiamo sollecitato l’intervento del Prefetto –conclude Di Lieto – perché sono numerose le segnalazioni che riceviamo da parte di cittadini (alcuni dei quali giunti a Sellia Marina per trascorrere un breve periodo di vacanza) che lamentano di aver riportato gravissimi danni fisici a causa del pessimo stato in cui si trovano le strade comunali”.

Presentazione del volume "S. MARIA A SACRA LITTERA"

Share

Care amiche e cari amici,

S. MARIA A SACRA LITTERA
Filippo Curtosi Giuseppe Candido S. MARIA A SACRA LITTERA - Non Mollare Edizioni 2010 ISBN 9788890504006 - Pag. 228, € 9,00

l’Associazione di volontariato culturale “Non Mollare” già editore di “Abolire la miseria della Calabria” esordisce come casa editrice calabrese anche nel settore del libro. Oggi, lunedì 02 agosto 2010 alle ore 18.30 a Pannaconi, Città di Cessaniti (VV), ci sarà la presentazione del libro “S. MARIA A SACRA LITTERA” di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido. Si tratta, come si legge nella prefazione affidata a S.E. Mons. Vincenzo Rimedio, di un “saggio socio religioso” sulle origini e sul culto della Madonna della Lettera, tra storia, arte e letteratura popolare edito per i tipi di Non Mollare Edizioni 2010. “La storicità della Lettera della Madonna alla Città di Messina e la soluzione di varie obiezioni che si muovono alla veridicità della Lettera. (…) Uno spaccato di religiosità popolare è proposto nella trattazione in chiave antropologica delle feste che si svolgono in Calabria, ma l’intendimento di fondo degli Autori è di focalizzare la tradizione della lettera della Madonna alla Città di Messina e della conseguente devozione alla Madonna della Lettera”.

Alla presentazione interverranno: Nicola ALTIERI, Sindaco di Cessaniti (Vv), Francesco Antonio STILLITANI, Assessore regionale al lavoro e alle politiche sociali, Francesco DE NISI Presidente della Provincia di Vibo Valentia, Mons. Vincenzo RIMEDIO Vescovo emerito della Diocesi di Lamezia Terme, il Prof. Francesco SANTOPOLO autore dell’introduzione, Padre Luigi SCORDAMAGLIA Parroco di Pannaconi, il giornalista Franco VALLONE e Gilberto FLORIANI direttore sistema bibliotecario vibonese. Saranno presenti gli autori.

Mons. Luigi RENZO Vescovo della Diocesi di Mileto non potrà essere presente per impegni precedentemente assunti ma parteciperà con un proprio messaggio.

Altro che mille euro al mese

Share

di Giuseppe Candido

pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 29.07.2010

La Camera ha approvato con voto di fiducia la manovra fiscale e, assieme alle misure di austerity con cui si bloccano gli stipendi al pubblico impiego per tre anni e con cui si tagliano i fondi agli enti locali che saranno costretti ad aumentare le tasse, ha deciso di tagliare di mille euro anche le indennità dei parlamentari. Per dare il buon esempio ai cittadini. Considerando i 945 Parlamentari e Senatori si otterrà un risparmio di 11.340.000 euro ogni anno. Lodevole? Macché, ben poca cosa rispetto a quanto poteva essere fatto soltanto riducendo i rimborsi elettorali che, dopo il referendum che l’aveva abolito, ha di fatto reintrodotto il finanziamento pubblico dei partiti. Una vera e propria truffa ai danni dei cittadini, grazie alla quale, ben 500 milioni di euro di finanziamento pubblico finiscono ogni legislatura nelle casse dei partiti a fronte di poco più di 100 milioni di spese effettivamente documentate. In questa direzione era stato presentato, dai deputati Radicali eletti nel PD, un emendamento alla manovra che intendeva limitare i rimborsi elettorali alle sole spese effettivamente documentate. Ciò avrebbe comportato una riduzione dell’80% del finanziamento pubblico. L’emendamento, manco a dirlo, è stato bocciato dalla Camera, in continuità con le scelte che sin dal ’93 vedono sabotata la volontà referendaria degli elettori che aveva detto un chiaro “No” al finanziamento pubblico dei partiti. Altro che buon esempio: anche nei momenti di crisi “la Casta” continua a succhiare denaro pubblico dalle casse dello Stato.

Il finanziamento pubblico ai partiti fu introdotto nel ’74 dalla Legge Piccoli (L. n.195/1974), che interpretava “il sostegno all’iniziativa politica” come puro finanziamento alle strutture dei partiti presenti in Parlamento. Il referendum dell’aprile 1993 vide il 90,3% dei voti espressi a favore dell’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti. L’Italia però si liberò di questa ruberia medievale solo per pochissimi mesi.

Con quello che potremmo definire, senza paura di venir smentiti, come uno dei più grandi tradimenti del volere popolare nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna (con la Legge 515/1993) la legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l’intera legislatura vengono erogati in un’unica soluzione 47 milioni di euro.

Insomma, aggirato il referendum e modificato un paio di definizioni i partiti tornano a appropriarsi impunemente e legalmente del denaro dei cittadini. Ma al peggio non c’è fine e la Legge 2/1997, intitolata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”, reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell’imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l’anno in corso (nonostante le adesioni siano minime).

Nel 1999, dietro il titolo “Norme in materia di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie” si nasconde un’altro furto. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157/99 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa.

La normativa viene ancora modificata dalla Legge 156/2002, recante “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, e che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all’1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. Per cui abbiamo partiti che non siedono sugli scranni del Parlamento ma che percepiscono ugualmente i rimborsi truffa. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa sale da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Infine, con la Legge 5122/2006, l’erogazione dei rimborsi è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. L’aumento prodotto è esponenziale. Con la crisi del governo Prodi del 2008 e le conseguenti nuove elezioni, i partiti, anche quelli non più presenti in Parlamento, iniziano a percepire il doppio dei fondi, poiché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV e alla XVI Legislatura. Per capirci: fino al 2011 anche l’Udeur di Mastella continuerà a percepire i rimborsi elettorali per la tornata del 2006, mentre i partiti che hanno raccolto almeno l’1% dei consensi stanno prendendo i rimborsi sia relativamente al 2006 che alle elezioni 2008 e sono sistemati fino al 2013. Per loro niente blocco degli stipendi e, forse, magari qualche aggiustamento all’ultimo minuto aumenterà ulteriormente il malloppo.

Per le politiche del ’94 a fronte di 36.264.124 euro di spese effettivamente documentate il rimborso ottenuto è di 46.917.449 euro con un surplus di 10.653.324 euro. Una differenza tra spese sostenute e rimborsi erogati che va aumentando di elezioni in elezioni: 22.649.220 di euro per le regionali del ’95 che diventano 27.105.163 di euro per le politiche del ’96. Nel 1999 alle europee si arriva quasi a 47 milioni di euro di differenza tra spese documentate e rimborsi incassati dai partiti. Cifra astronomica che, nel 2000, in occasione delle regionali aumenta ancora a 57 milioni e 200 mila euro. Ma è per le politiche del 2001 che avviene il salto di qualità: i partiti arrivano ad incassare, a fronte di neanche 50 milioni di euro di spese, la cifra astronomica di 476 milioni e mezzo di euro con una differenza di quasi 427 milioni di euro. Nel 2004, per le europee, la differenza tra spese e contributi incassati è di quasi 160 milioni di euro, 147 milioni di euro di differenza tra spese e contributi per le regionali del 2005. Per le politiche del 2006 la differenza tra spese sostenute dai partiti e i contributi erogati è di 376.771.092 euro e di quasi 393 milioni di euro per le politiche del 2008. Dal 1994, da dopo che era stato abolito il finanziamento pubblico, la casta ha continuato a dissanguare le casse dello Stato per un totale oltre 1,6 miliardi di euro. Altro che mille euro al mese di diaria in meno.

Paradossalmente, una crisi di governo con scioglimento anticipato delle Camere prima del 2011 costerebbe agli italiani i contributi ai partiti per ben 3 legislature (seppure non terminate): 2006, 2008 e 2010/2011. Speriamo perciò, se non proprio il governo, che duri almeno la legislatura.

Il finanziamento pubblico dei partiti dal 94 al 2010

I veleni di Crotone sulla tv fondata da Al Gore

Share

di Giuseppe Candido

zona industriale di Crotone

L’ex insediamento industriale di Crotone è una striscia di terreno di forma rettangolare che, a nord della Città di Pitagora, si estende per circa 5 km per una larghezza di 1,5 km circa e che, in passato, ospitò le fabbriche della Pertusola Sud, della Montedison e, dagli anni ’60, la Cellulosa Calabra spa che produceva pasta di cellulosa. La Pertusola sud, operante con 1000 operai sin dagli anni ’30, trattava il minerale orneblenda (solfuro di zinco) per ricavarne lo zinco metallico generando, come principali prodotti di rifiuto, ferriti di zinco, piombo, cadmio e rame. La Montedison (poi Enimont) fu operante sin dagli anni ’20 occupandosi di trattare fertilizzanti azotati e composti del fosforo fino al 1993 quando, a causa della messa al bando di tali prodotti, passò ad occuparsi della sintesi di zeoliti per il settore dei detergenti con il nome di Sasol Italy spa.

***

Pertusola, Crotone
Pertusola, Crotone

Fino al 1976, prima dell’entrata in vigore della c.d. Legge Merli, tutte le fabbriche potevano scaricare le loro acque reflue dai cicli di lavorazione nei fiumi o nel mare e potevano “tombare” le scorie solide nel sottosuolo aziendale. Ovviamente anche l’area di Crotone fu interessata da quella dissennata procedura. Per 50 anni legalmente, senza cioè che nessuna legge lo vietasse, v’è stata una contaminazione del suolo e del sottosuolo con conseguente compromissione delle acque di falda.

Dal settembre del 2001 l’area, oggetto d’indagini della procura di Crotone per le vicende dello smaltimento illegale dei rifiuti avvenute successivamente all’entrata in vigore della legge merli, risulta inserita nei 57 siti d’interesse nazionale (SIN) da sottoporre a risanamento ambientale.

Sono i 500 ettari dello stabilimento della Pertusola Sud, i 300 ettari dell’ex stabilimento Montedison, le discariche sulla costa per ulteriori 9 ettari e il fondale marino antistante le fabbriche per una lunghezza di circa 5 km. Ma le cose stanno anche peggio.

Ma, dal 2001, di questi siti d’interesse non si è interessato granché nessuno e i rifiuti sono ancora là, spostati sotto scuole, strade, ville comunali.

«La situazione ambientale in assoluto più difficile e complicata dell’intera Calabria», ha avuto modo di definirla l’ex assessore regionale all’Ambiente Silvio Greco. A differenza delle navi dei veleni che vanno cercate, le scorie tossiche di Crotone si sa dove sono.

La questione dei rifiuti tossici a Crotone, una sorta di pentola che, l’indagine Black Mountains di recente conclusa dalla procura di Crotone, svela una realtà peggiore di un incubo.

I dati in possesso del pm Pierpaolo Bruni, titolare dell’inchiesta, parlano chiaro: 290 studenti, a Crotone, hanno nel sangue, nei capelli e nelle urine una concentrazione superiore di 3-4 volte ai livelli normali di metalli pesanti come zinco, nichel piombo, cadmio e uranio. Lo dimostrano i risultati di alcuni test epidemiologici effettuati sotto la supervisione di Sebastiano Andò, consulente della procura e preside della facoltà di Farmacia dell’Università della Calabria.

Per anni gli studenti avrebbero assorbito tra le mura scolastiche veleni che possono colpire stomaco, reni e centri nervosi altamente cancerogeni.

Nella corposa consulenza fornita alla Procura di Crotone è scritto a chiare lettere che “le scorie rilasciano veleni nelle falde acquifere. Se ingerite o inalate sono altamente tossiche e cancerogene”. E ancora: “la scoria cubilot ha presentato una concentrazione di ossidi (di calcio, silicio, alluminio, magnesio e ferro) del 71,5 per cento. Tale valore risulta nettamente inferiore a quello previsto per i rifiuti recuperabili. Tale rifiuto non era ammissibile alle procedure semplificate”.

Nell’articolo “Anche in mare i veleni di Crotone” pubblicato su La nuova Ecologia.it, il giornale telematico di legambiente, si legge che “È finita anche in mare parte dei veleni utilizzati, nel crotonese, come materiale di riempimento per la costruzione di edifici pubblici e privati. È questa l’ipotesi sulla quale sta lavorando il pm della Procura di Crotone, Pierpaolo Bruni …”.

E intanto, solo grazie alla giornalista Francesca Travierso e all’inviato di Vanguard Vito Fodera, la storia viene raccontata anche su Current TV sul canale 130 di SKY. Di seguito il video … davvero da non perdere.

Al di sotto della soglia di povertà. Una telenovela italiana che dura da 15 anni

Share

di Margherita Giardino*

Il “nuovo” accordo Italia-Canada su assicurazione sociale firmato a Roma il 23 maggio 1995 e mai ratificato.

La Storia infinita
La Storia infinita                                Lorenzo De Seta, Olio su Tela, 2005

Sono stata emigrante in Canada per 26 anni ed ora sono in pensione. Ricevo dal Canada le due pensioni dovutemi : Canada Pension Plan $ 67 e Old Age Pension $ 310 mensili mentre, dal Governo Italiano, ricevo $ 8 (otto) mensili. Mio marito riceve più o meno quello che ricevo io, per cui complessivamente percepiamo in due circa 9.500,00 euro all’anno con due figli a casa di cui uno ancora all’università. Siamo al di sotto della soglia di povertà .

Mio marito ha lavorato ( onorando la nostra terra ) in Canada per ben 21 anni e , rimpatriato nel 1987, ha investito tutto quello che possedeva in una Impresa Edile la quale dopo venti anni di attività ha dovuto chiudere i battenti attanagliata e soffocata da debiti e da tanta disonestà , ingiustizia, malaffare, corruzione, imbrogli, ritardi, ecc.

Tra qualche mese ci pignoreranno la casa buttandoci in mezzo alla strada. L’INPS dichiara che la bassissima pensione italiana è dovuta al fatto che sia io che mio marito abbiamo contributi da lavoro in Italia per meno di due anni.

Esiste, come è notorio, un accordo internazionale su assicurazione sociale tra Italia e Canada in vigore fin dal 1979 , ed un Nuovo Accordo di Sicurezza Sociale firmato a Roma nel maggio 1995 e poi un Protocollo dello stesso firmato a Roma nel maggio del 2003: gli ultimi due stabiliscono che noi dovremmo avere garantito il diritto al trattamento minimo (ma non sono ratificati).

La stessa cosa stabiliscono i Regolamenti comunitari di sicurezza sociale (art.50 Regolamento n.1408/71 e le convenzioni ratificate con Argentina, Australia, Bosnia Erzegovina, Brasile, Croazia,

Macedonia, Principato di Monaco, Repubblica di Capoverde, Repubblica di San Marino, Repubblica Federale di Jugoslavia, Stati Uniti d’America, Tunisia e Uruguai .

Il Governo Canadese ha già ratificato il Nuovo Accordo ed il Protocollo dello stesso nel 2004 ; mentre il Governo Italiano ancora non lo ha fatto, sebbene siano già trascorsi 15 anni.

Come può la nostra tanto amata Italia calpestare e penalizzare solo gli emigranti dal/in Canada e Venezuela ( gli unici a non essere tutelati da convenzioni che non si vogliono ratificare) , commettendo una così tremenda ingiustizia ,anche contro la nostra Costituzione : art.3 ed art.38 e contro i figli che La hanno sempre amata e onorata per il mondo?.

Dal momento che tutti gli altri emigranti sono coperti da questo diritto, perché io ne devo essere esclusa ed a causa di una lunga e protratta e intenzionalmente posticipata Ratifica da parte del nostro Governo?

Il 26 maggio u.s. anche il Giudice ha dovuto rigettare la mia richiesta contro l’INPS :per cui ora dovrei ricorrere in appello, forse anche in Cassazione ecc., cose che io non posso proprio permettermi.

Considerato il mio diritto sancito dalla Costituzione Italiana: si può proporre un Provvedimento d’Urgenza affinché l’INPS riconsideri il caso e conceda questo mio diritto?

Ringrazio per avermi letto e che il Buon Dio illumini conducendo a verità e giustizia.

Albi, lì 03 giugno 2010

* Margherita Giardino è stata emigrante in Canada per 26 anni ed ora è in pensione e vive ad Albi, in Provincia di Catanzaro

Continuità e attualità del Risorgimento

Share

di Vittorio Emanuele Esposito

Giuseppe Garibaldi 1870 Nadar

La proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861) segnò la fine di una lunga attesa, la ‘realizzazione di un sogno’, avvenuta in tempi e modi in gran parte fortunosi e largamente imprevisti, ma fortemente voluta da quelli che ne furono i più diretti promotori e ne prepararono le condizioni: il mazziniano Partito d’Azione, la Società Nazionale di Manin, Garibaldi, La Farina, e il conte di Cavour, che ne fu il segreto ispiratore.

La rivoluzione italiana, il processo cui fu dato il nome di ‘Risorgimento’, era, in realtà, iniziata molto prima, alla fine del Settecento, quando i ‘giacobini italiani’, infiammati dalle idee e dai radicali cambiamenti politici e sociali introdotti dalla Rivoluzione Francese, si resero conto dei limiti del riformismo dei principi ‘illuminati’ e compresero che il presupposto necessario della libertà e del progresso, nella penisola, erano l’unità e l’indipendenza del popolo italiano dal dominio straniero: fosse quello dell’Impero austriaco o quello della Repubblica francese.

Il ‘popolo’ italiano, la nazione, l’Italia come idea e sentimento esistevano già da secoli e avevano la loro radice nell’unità di lingua, di cultura e di vita, nella condivisione di un territorio, in una storia comune. Ciò, nonostante la molteplicità e la divisione politica che, per secoli, fu la caratteristica negativa degli italiani e fu avvertita come tale in quanto causa principale di rivalità e di lotte incessanti tra i diversi Stati e della conseguente caduta della penisola sotto il dominio delle potenze nazionali straniere: gli spagnoli, i francesi, gli austriaci.

Fu Machiavelli, nel XVI secolo, a porre il problema della creazione di un unico Stato italiano, che egli voleva modellato sulla Costituzione della repubblica romana e dotato di un esercito di popolo in grado di difenderne i confini, anche se ne affidava la realizzazione ad un “Principe” demiurgo, dotato di eccezionali virtù politiche. Ma si trattava, per il momento, solo di un’ipotesi generosa, nata dalla sua acuta mente di studioso di fatti politici, che si scontrava, tuttavia, con tre forze avverse: le oligarchie politiche, sociali ed economiche dei diversi Stati italiani, le ideologie particolaristiche, la Chiesa, che da quella divisione traeva vantaggio per le sue ambizioni di assoluto dominio sulle coscienze e le sue pretese temporalistiche, fondate sull’inganno della falsa ‘donazione di Costantino’, e, per questo, le alimentava, stabilendo organiche alleanze con il potere politico a danno della libertà.

Fu la Rivoluzione Francese, che, scardinando l’assetto feudale e il regime del privilegio della nobiltà e del clero, all’insegna del trinomio ‘libertà, uguaglianza, fratellanza’ (idee guida di ogni civiltà degna del nome), diede ai giovani ‘giacobini’ italiani l’impulso e la fede in un possibile riscatto e ‘risorgimento’ della nazione. L’unità e l’indipendenza dell’Italia passarono, appunto, dalla sfera del puro desiderio al terreno concreto dei fatti e della lotta politica nel triennio rivoluzionario 1796-99, aiutate in parte e insieme ostacolate dalla presenza delle armi francesi in Italia.
I patrioti di tutti gli Stati italiani, si ritrovarono sotto l’unica bandiera tricolore, che quell’unità spirituale simboleggiava e che fu inaugurata il 7 gennaio 1976 a Reggio Emilia, dove, con l’unione delle quattro città di Reggio, Modena, Bologna e Ferrara, affrancatesi dal dominio ducale e papale, era sorta la Repubblica Cispadana: ‘il primo stato democratico repubblicano della nuova Italia’ (Luigi Salvatorelli).

Contro i luoghi comuni, oggi prevalenti, mentre si prepara una celebrazione dei 150 anni dello Stato italiano, ambigua, epidermica e dai toni populistici – quasi un festeggiamento da mondiali di calcio- il sentimento unitario era, fin da allora diffuso in tutti i ceti e non conosceva limiti regionalistici. La Lombardia, dove si instaurarono prima la Repubblica Cisalpina e poi la Repubblica italiana e il successivo Regno napoleonico d’Italia, fu la regione in cui le aspirazioni nazionali trovarono uno dei principali terreni di cultura. A Milano Melchiorre Gioia vinse il concorso bandito dall’amministrazione lombarda con una dissertazione in cui dimostrava che i tempi erano maturi per la formazione di un solo Stato italiano, indipendente, libero, repubblicano e unitario. E Venezia, dove oggi sembrano prevalere le nostalgie filo- asburgiche, subì un vero e proprio trauma per il tradimento di Napoleone in seguito alla pace di Campoformio, come Ugo Foscolo ci testimonia.

Quanto al Sud, vano e fuorviante è il tentativo di una storiografia giornalistica, tendenziosa e scopertamente strumentale, di accreditare le insorgenze antifrancesi delle popolazioni meridionali come rivolte contro lo straniero. Essere, allora, contro i francesi, significava favorire l’egemonia austriaca. Per uscire dal dilemma l’unica via era quella imboccata dai giacobini, che con i francesi intrattennero un rapporto dialettico, visto che il loro intento principale era quello di rompere il dominio feudale e che, nella breve vita della Repubblica partenopea, impostarono quella eversione del sistema feudale, che non riuscirono a realizzare e che fu poi attuato nel 1806, appunto, dai francesi. Il sanfedismo fu e rimane una reazione oscurantista e retrograda, nonostante l’opinione contraria dei ‘revisionisti’.

Il revisionismo storico, nelle sue espressioni più serie, ha il merito di portare al centro dell’attenzione le ragioni di quanti vengono scavalcati dall’incessante moto di cambiamento della storia. E, nel caso specifico, oggi sappiamo che nella rivolta dei lazzari napoletani e delle popolazioni calabresi, subornate dal cardinale Ruffo, così come nel cosiddetto ‘brigantaggio’ post-unitario, vi erano esigenze di sopravvivenza, di giustizia, di emancipazione, che non possono minimamente essere sottovalutate e conosciamo i limiti intrinseci dei processi innovativi che si svilupparono nel corso dell’Ottocento. Ma le coordinate fondamentali della storia non possono essere oscurate e messe in cantina.
Nessun revisionismo può farci dimenticare che il Risorgimento fu il processo storico attraverso cui, in Italia, venne superato il sistema politico-sociale del feudalesimo con tutto il suo corredo di oppressione morale e materiale delle popolazioni e che il nuovo Stato unitario – che ne fu il maggiore risultato- con tutti i compromessi che furono necessari per realizzarlo, con tutte le insufficienze che hanno condizionato pesantemente, fino ai nostri giorni, la vita della nazione, ha trasformato gli italiani da sudditi in liberi cittadini, uguali di fronte alla legge. Certo l’uguaglianza civile fu solo la prima importante tappa di un cammino che è ancora in gran parte da compiere e che ha ancora, come meta da raggiungere, l’uguaglianza economico-sociale, quella ‘libertà giusta’, cioè, che era nelle aspirazioni di Mazzini e dei democratici realizzare. Ma, intanto, è bene marcare il discrimine tra Risorgimento e l’ Antirisorgimento perenne, che oggi riacquista vigore attraverso il blocco delle forze tradizionali della conservazione mentale e sociale.

Gli affari del Vaticano, l'Istituto per le opere religiose

Share

propaganda fide
propaganda fide

Tutto quello che l’otto per mille alla chiesa … le case di Propaganda Fide date agli amici e agli amici degli amici … Balducci e lo I.O.R. … l’Ici non pagata. Craxi, quando firmò il concordato, chiese perdono all’immagine di Garibaldi ma non aveva immaginato si potesse arrivare a tanto. Vi siete persi Report di domenica 30 maggio 2010? Eccovi l’audio integrale. Ci riserviamo commento e analisi ma, intanto, ascoltate l’audio e fatevi un opinione voi. Se questa è misericordia allora la carità è una truffa e il Santo Spirito tra gli uomini è solo una Banca.

Ascolta l’audio della trasmissione

Prima che la partitocrazia trasformi la povertà in miseria

Share

di Giuseppe Candido

Le considerazioni finali del governatore Mario Draghi illustrate nell’importante relazione presentata all’Assemblea annuale della Banca d’Italia hanno provocato il plauso unanime non soltanto dei partiti ma anche dei sindacati. Eppure sono proprio quei partiti e quei sindacati, che da anni si mostrano restii a fare le necessarie riforme strutturali quali l’abolizione di enti inutili e l’innalzamento dell’età pensionabile, ad essere i principali imputati della grave situazione in cui oggi versa il nostro Paese e che gli italiani dovranno pagare con i loro sacrifici.

Se è vero che “la radice della crisi che investe il mondo da quasi tre anni sta in carenze regolamentari e di vigilanza nelle piazze finanziarie più importanti” e che in Europa “negli ultimi mesi le conseguenze della crisi hanno messo alla prova la coesione dell’area” dove, “L’imponente creazione di debito pubblico, in una fase in cui arrivano a scadenza sui mercati quantità straordinarie di obbligazioni bancarie, ha improvvisamente accresciuto il premio di rischio su alcuni debitori sovrani”, è anche vero, però, che proprio l’Italia è quel Paese in cui, stando alle parole della relazione, solo nel biennio 2008-2009, “il Pil è sceso di 6 punti e mezzo”, “il reddito reale delle famiglie si è ridotto del 3,4 %” e “le esportazioni sono cadute del 22%”. Draghi ci dipinge un’Italia in cui l’occupazione, nel 2009, è diminuita dell’1,4% e in cui i fallimenti di imprese, soprattutto di piccole imprese, sono stati 9.400. E se poteva ritenersi, fino a qualche mese fa, che l’Italia “sarebbe tornata a crescere ai pur modesti ritmi registrati nel decennio precedente la crisi” oggi, ha sottolineato il governatore Draghi, “l’esplodere della crisi greca potrebbe cambiare il quadro di riferimento”. E anche se la manovra finanziaria del Governo Italiano determinerà, entro il 2012, una “riduzione del disavanzo tendenziale pari a 24,9 miliardi” mediante la riduzione delle principali voci della spesa corrente che, negli ultimi dieci anni, era invece cresciuta, secondo il governatore Draghi, la correzione dei conti pubblici va accompagnata col rilancio della crescita e con le riforme strutturali che “la crisi rende più urgenti”. Ed è proprio in questi passaggi che si leggono, nelle parole del governatore, le vere cause della nostra situazione: “la caduta del prodotto accresce l’onere per il finanziamento dell’amministrazione pubblica, i costi della corruzione divengono ancora più insopportabili, la stagnazione distrugge capitale umano soprattutto tra i giovani”. Quando si parla di “Ripensare il perimetro e l’articolazione delle amministrazioni, per razionalizzare l’allocazione delle risorse, riducendo sprechi tra enti e livelli di governo” forse Draghi intende proprio quell’abolizione di province, comunità montane, consorzi di bonifica, che servono solo a garantire poltrone. Se si vuole diminuire i costi della politica, piuttosto che le indennità, perché non si decide di mettere fine a quella vera e propria ruberia legalizzata che sono i rimborsi elettorali che, sganciati da spese effettivamente dimostrate, hanno sostituito e rimpinguato il finanziamento pubblico dei partiti abolito dagli italiani col referendum del 93?

E affermare che l’evasione dell’Iva è pari al 16% del totale e comporta un mancato gettito di 30 miliardi di euro ogni anno – pari a due punti di Pil – significa denunciare chiaramente il fardello dell’economia sommersa, che è il conto salatissimo che l’Italia non può più pagare. Dagli scontrini non battuti per un caffè alle parcelle dei medici specialistici che ti ricevono nel loro studio lussuoso ma che non ti fanno la ricevuta, passando per il lavoro nero. D’altronde, se i controlli sono scarsi e le aliquote elevate, evadere conviene. Ma è proprio l’evasione fiscale che Draghi denuncia come “freno alla crescita perché richiede tasse più elevate a chi le paga, riduce le risorse per le politiche sociali, ostacola interventi a favore dei cittadini con redditi modesti”. Solo recuperando la metà dell’Iva evasa si sarebbero potuti recuperare in due anni trenta miliardi di euro anziché i 24 di lacrime e sangue che dovranno pagare i cittadini con l’aumento delle tasse locali e con il blocco degli stipendi statali che per alcune categorie sono già al di sotto della media europea. Se le tasse le pagano tutti, le pagheremo tutti meno. Un concetto semplice ma che, ahi me, è difficile da far applicare. Questo, invece, è il Paese dove ai docenti precari si tagliano le cattedre, si bloccano gli aumenti di stipendi mentre ai furbi e ai furbetti, a coloro che hanno accumulato per anni capitali all’estero senza pagare le tasse, gli viene dato lo scudo di protezione, la possibilità di far rientrare i capitali pagando solo il 5%. Ma se nel discorso sull’evasione la politica è implicata soltanto indirettamente, tranne qualche politico evasore che staticamente pur certo lo si troverà, il vero passaggio “anti partitocratico” di Draghi lo si legge quando il governatore ha parlato della corruzione: è su questo che la platea di politici ha fatto orecchi da mercante. Le “relazioni corruttive tra soggetti privati e amministrazioni pubbliche, in alcuni casi favorite dalla criminalità organizzata, sono diffuse”. Nel Mezzogiorno – aveva detto in passato Draghi – queste “relazioni” diventano “pervasive”. “La corruzione frena lo sviluppo economico”. Probabile che per uscirne bisognerà dargli retta e dare retta anche a Pannella che da anni parla dello spaventoso debito pubblico italiano e oggi afferma che “La vera sfida, per l’Italia”, quella che bisogna affrontare con urgenza, sta nel “liberarsi dal regime partitocratico” prima che la povertà diventi anche miseria.