I sepolcri imbiancati vogliono far tacere Radio Radicale

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Nel nome del Popolo Italiano o del diritto alla privacy?

a cura di Giuseppe Candido

Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale
Massimo Bordin, il direttore di Radio Radicale, ad un congresso di Radicali Italiani

Mentre si discute sulle intercettazioni scopriamo che sono a rischio anche le registrazioni radio dei processi.

Scandaloso, tutto ciò è una vergogna. Ma il dibattimento in un processo è pubblico o no?

Non avevo mai sentito Massimo Bordin così evidentemente incazzato. Altro che intercettazioni e segreto istruttorio, questi sepolcri imbiancati vogliono far tacere Radio Radicale sui processi. La legge sulle intercettazioni vuole cancellare anche la pubblicità dei processi vietandone la trasmissione in radio del dibattimento. Contro questo particolare del provvedimento Radio Radicale ha indetto, per lunedì 31 maggio, una conferenza stampa e un appello. Massimo Bordin, appena si è saputo del provvedimento è intervenuto venerdì dai microfoni di Radio Radicale di cui è direttore: “Intervengo a quest’ora dopo una giornata nella quale ho cercato di farmi un’idea definitiva sulla così detta legge sulle intercettazioni. Perché in realtà c’è da lanciare un allarme forte che riguarda, attenti a quest’aspetto, non già le intercettazioni, o le telefonate carpite o i verbali istruttori. No, questi signori, continua il Direttore di Radio Radicale, nell’articolato della legge (sulle intercettazioni ndr) intendono sopprimere un articolo delle norme attuative del codice di procedura penale, riformato da Giuliano Vassalli, che teneva conto di un aspetto fondamentale che riguarda l’effettiva pubblicità dei dibattimenti nel XXI secolo”.

Ben 9773 processi registrati in anni di cronaca senza filtri, senza veline, integralmente per far conoscere e deliberare. Un’archivio, quello on line disponibile a chiunque, che fa invidia anche alla tv di Stato. L’ultima registrazione di un processo disponibile on line, sul sito di Radio Radicale, in ordine cronologico è quella relativa all’esame del maresciallo Brancaccio durante l’udienza del 28 maggio nel processo Parmalat/Parmatour. Tutto il processo su calciopoli e, scendendo indietro nel tempo e nell’archivio, il processo per la scalata della Banca Antonveneta, il processo Cusani, quello per l’omicidio Dalla Chiesa. L’ultimo della lista o il primo in ordine di tempo è il processo Margherito e risale al lontano 15 settembre del 1976. Il processo a Giulio Andreotti e tutto il resto dell’archivio rappresentano la storia di questo Paese. Sono oltre trent’anni che Radio Radicale ci ha consentito di conoscere e farci un’opinione più dettagliata di quella che altrimenti avremmo potuto farci con la sola televisione e la sola carta stampata. Radio Radicale, sin da quando fu fondata, è stata concepita nell’ottica di far conoscere integralmente i fatti: la radio dei processi e la radio del parlamento. Organo della lista Marco Pannella e proprio per questo la radio di tutti i partiti.

Il dibattimento non c’entra nulla con le intercettazioni telefoniche, né c’entra nulla con la fase istruttoria”. Tuona Bordin dalla radio che, da qualche giorno, ripete l’intervento. “Si può sicuramente discutere, ognuno può avere una propria opinione sul diritto alla privacy di una telefonata. Si può avere opinioni divergenti su quanto il segreto istruttorio, in questo Paese, serva o su quanto esso venga rispettato. Con questo provvedimento però, grazie al lavoro del Senatore Centaro relatore di questa legge, un ex magistrato di Siracusa parlamentare di Forza Italia da quattro legislature, si intende in realtà inibire la possibilità di registrare e trasmettere i processi di rilevanza sociale”. Attenzione perché, continua ancora Massimo Bordin, “questo provvedimento ha un’unico bersaglio: vogliono far tacere Radio Radicale. Vogliono impedirvi – rivolgendosi agli ascoltatori – di ascoltare i processi che un giurista come Giuliano Vassalli ebbe la finezza di distinguere fra quelli di rilevanza sociale e quelli che riguardano la privacy e sono sottoposte alle normali norme di pubblicità che riguardano l’aula di Giustizia”. Nessuno ancora, nell’Italia che rischia di assomigliare alla Russia di Putin, pretende di chiudere le aule di Giustizia al pubblico. “Però, impedire che si possano ascoltare, non le intercettazioni telefoniche, ma i processi, vuol dire effettivamente impedire alla gente di formarsi un’opinione su vicende assai importanti. Questo è quello che questa legge, nelle sue pieghe, si propone. E’ un attacco gravissimo a Radio Radicale, all’informazione e ai cittadini. Radio Radicale è riuscita, grazie naturalmente ai Radicali e al Partito Radicale, a Marco Pannella che ha costruito questo strumento assieme a Paolo Vigevano, grazie ai redattori della Radio che, magari con qualche sotterfugio, sono riusciti a far ascoltare la voce di Enzo Tortora che si confrontava con il pentito Melluso. Un’informazione, come sempre senza filtri, senza mediazione giornalistica, integrale che Radio Radicale vi ha proposto. E quante voci avete ascoltato, e come avete potuto ascoltare, in diretta, i maxi processi di Napoli, di Palermo. E quanto avete potuto farvi una vostra opinione rispetto a vicende che invece la carta stampata, o anche la televisione di stato e quella privata, vi proponevano. Radio Radicale è stato tutto questo per la Giustizia. Oggi, il relatore Centaro e i suoi “tanti causa” vogliono chiudere questo aspetto, questa possibilità d’informazione per i cittadini. Con grande ipocrisia, questi sepolcri imbiancati parlano di privacy, parlano del diritto dei cittadini a non vedere intercettate le loro telefonate perché la violazione del segreto istruttorio è cosa inammissibile da parte della stampa, vogliono far chiudere lo speciale giustizia di Radio Radicale. Non pensiamo si arrivi a tanto. Vorremmo fermare tutto questo. Però non possiamo non denunciare con forza un attacco gravissimo a Radio Radicale ma, se ci consentite, all’informazione e al diritto all’informazione. E, come tutti gli ascoltatori sanno, quelli di destra e quelli di sinistra, quelli di centro destra, quelli di centro sinistra e quelli di “centro centro”, questa radio non si è mai distinta per particolari elementi giustizialisti, ha sempre rispettato privacy delle persone. Una radio che è stata sempre rispettosa degli aspetti privati. Ma qui si vuole arrivare, addirittura a qualcosa che, ahi me continua Bordin, non può non far pensare a una volontà di chiudere le porte di quello che, in democrazia, è un aspetto centrale della vita politica e civile, cioè il processo. Un processo che si svolge nel silenzio, un processo che si svolge nella penombra, può consentire qualsiasi illecito. Siamo fieri di aver potuto proporre non solo la difesa orgogliosa e, alla fine, vittoriosa di Enzo Tortora, siamo fieri di aver potuto proporre anche l’auto difesa di Cesare Previti che, per due ore, in un memorabile processo difese la sua posizione. (…) Tutto questo oggi vuole essere chiuso con un disegno di legge che prevede la possibilità, richiesta da parte anche di uno solo degli imputati, di negare il diritto alla registrazione del processo. Intendiamoci bene: non c’entra nulla il diritto alla immagine, esso è già garantito dalle norme attuative del codice così come un giurista come Giuliano Vassalli aveva avuto l’accortezza di proporre. Non si tratta dell’immagine televisiva. Già oggi, con le norme vigenti, se un imputato, o un testimone o un avvocato, rifiuta di essere ripreso non può essere ripreso. Semplicemente quelle norme dicevano che, in processi penali di rilevanza sociale, e dunque processi che riguardano stragi e terrorismo, mafia e, ovviamente vicende politiche, in quei processi anche se un imputato nega il diritto alla registrazione (audio e la trasmissione per radio) il presidente poteva decidere prescindendo da quel parere. Oggi è proprio quell’articolo che si intende cassare”. Ad esempio, nel maxi processo di Palermo gli imputati erano tanti. Se anche uno di essi si fosse opposto alla registrazione audio non potremmo conoscere un’importante pagina della storia di questo Paese. “A tutto questo noi ci opporremo con tutte le forze possibili che saremo capaci di mettere in campo. Intanto vi diamo un appuntamento, conclude Bordin, che stiamo ancora costruendo e vorremmo costruirlo con il vostro aiuto, con l’aiuto degli ascoltatori. Vorremmo costruirlo con l’aiuto dei parlamentari che saranno disposti a firmare un appello”.

La forbice poteva tagliare altrove

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di Giuseppe Candido

Il Governo approva le misure di austerità per risanare i conti pubblici. L’Italia è uno dei paesi europei con il più alto debito pubblico e il consistente pacchetto voluto da Tremonti è necessario per evitare che l’Italia affronti lo stesso destino della Grecia. Una manovra con oltre 24 miliardi di euro di tagli che incideranno notevolmente sulla vita degli italiani nei prossimi due o tre anni. I capitoli sui quali maggiormente si interverrà sono essenzialmente tre. In primis il blocco, per tre anni, del rinnovo dei contratti del pubblico impiego che da solo produrrà un gettito di 5,3 milardi di euro; altri 5 miliardi e 200 milioni proverranno dalla riduzione delle “finestre” di pensionamento dalle attuali tre ad una sola e dall’aumento, da 60 a 62 anni, dell’età cui potranno andare in pensione le donne. Poi c’è la fetta grossa da 13 miliardi di euro di tagli alle autonomie locali mediante la revisione dei parametri del patto di stabilità. Soldi in meno ai comuni e alle regioni che per far quadrare i loro bilanci dovranno aumentare le aliquote di competenza. Quindi, a guardar bene, non sarà certo coi tagli dei costi dei politici né tanto meno con l’abolizione di qualche provincia minore (e non invece di tutti gli enti inutili) che gli italiani usciranno dalla crisi. Poliziotti, dipendenti degli enti locali, professori, non vedranno aumentare il loro stipendio per tre anni mentre vedranno crescere le tasse locali a loro carico. A ciò aggiungiamo che in molte famiglie italiane i conti non tornano perché la crisi si è fatta sentire realmente, in tanti hanno perso il lavoro, gli incassi dei piccoli commercianti e delle piccole imprese si sono ridotti, i giovani non trovano lavoro o, quando ci riescono, non hanno uno stipendio adeguato e le donne hanno difficoltà ancora maggiori. Per questo contemporaneamente si annunciano limatine ai ministri e politici. Ma siamo davvero sicuri che non si poteva tagliare altrove, siamo sicuri che i costi della politica, i costi della non democrazia, si ridurranno davvero? Dopo essere stato abolito con referendum nel ’93 il finanziamento pubblico dei partiti è stato reintrodotto dalla finestra con il sistema dei rimborsi elettorali. A fronte di spese realmente dimostrate di 579 milioni di euro, dal 1994 al 2008 i partiti si sono spartiti 2,25 miliardi di euro, con un utile di ben 1,67 miliardi di euro. Poi c’è il capitolo della manomorta pubblica che, Sergio Rizzo nei “Rapaci”, spiega essere il vero problema dell’Italia: “il torbido impasto fra gli interessi dei partiti di destra e di sinistra, quelli del sindacato che producono clientele e spese”. Gli enti inutili come le Province, le comunità montane che si diceva di voler abolire. Ed è discriminatoria la norma che vorrebbe abolire soltanto le nove province con meno di 220.000 abitanti salvando le poltrone inutili di tutte le altre. Non si interviene nemmeno su quel “dedalo inestricabile di ambiti territoriali, consorzi di bonifica” che rimane tal quale consentendo la moltiplicazione delle poltrone per la sistemazione in posti dirigenziali dei politici trombati: “Le migliaia di società a controllo pubblico sono le uniche discariche che funzionano in questo Paese” le aveva definite l’ex presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Sono i costi della democrazia, che il libro di Cesare Salvi e Massimo Villone ci mostra in dettaglio e che si sarebbe potuto tranquillamente titolare “I costi della non democrazia”, degli sprechi a tutti i livelli, degli enti inutili per garantire poltrone elettive e nomine dirigenziali. L’Italia è il Paese dove si fanno società pubbliche per tutto: anche per dare consulenze milionarie senza nessun tipo di gara favorendo le cricche degli amici. E’ il Paese che paga il conto salato di aziende pubbliche come l’Alitalia che non starebbe sul mercato di nessun altro Paese e che vanta “il record mondiale dei menager bruciati”. Il Paese dove “è normale che un’azienda statale faccia causa a un’altra azienda statale e metta in conto agli italiani seicentomila euro di parcelle”. Nel Paese di Pulcinella dove è normale che ai politici tocchi percepire la pensione già dopo appena due anni di legislatura, siamo sicuri che la forbice non poteva tagliare anche altrove?

Nel carcere di Rossano Calabro, “malnutrito, sporco, un barbone”, Ciro non parla più

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Suicidati da un sovraffollamento incostituzionale

di Giuseppe Candido

Mentre la casta si approssima a farci pagare la crisi con 24 miliardi di euro di manovra fiscale “lacrime e sangue” e mentre la corruzione dei colletti bianchi continua ad emergere con le inchieste di questi giorni, in Italia è ancora tragica l’emergenza nelle carceri e il caldo in arrivo non farà altro che aggravare la situazione. Si è arrivati a quota 67.593 persone detenute nelle nostre patrie galere. Lo scorso 18 maggio il ministro della giustizia Alfano è intervenuto alla festa della polizia penitenziaria: “E occorre anche oggi ricordare che la costituzione ci chiama ad operare tenendo sempre a riferimento il senso di umanità della detenzione, ma il dovere della verità ci impone di dire che la tutela della dignità del detenuto, così come quella dell’agente di polizia penitenziaria che sovra intende all’esecuzione della pena, passa in primo luogo per la soluzione del problema del sovraffollamento carcerario. Sul punto devo sottolineare, ha spiegato Alfano, che nell’anno appena trascorso abbiamo registrato una importante inversione di tendenza del flusso degli ingressi in carcere. Il trend di crescita annuale rispetto a quello del 2008 si è ridotto del 17% nel 2009 e, dato numericamente ancora più significativo, del 62% nel 2010. Per dirla con i numeri, continua ancora Alfano, se nel maggio del 2009 la popolazione detenuta era cresciuta, rispetto al 2008, di 8.797 unità e, se tra il 2007 e il 2008 era cresciuta di 10.670 unità, la crescita complessiva tra il maggio del 2009 ed oggi è stata di 4051 detenuti”. Davvero una buona notizia? Il ministro Alfano ci da una bellissima notizia che però, ha spiegato Riccardo Arena dai microfoni di Radio Carcere, la trasmissione in onda ogni martedì su Radio Radicale, “Il governo non ha di certo contribuito a determinare”. Il Governo infatti, spiega ancora il giornalista, “non ha fatto nulla per diminuire gli ingressi in carcere”. Secondo Riccardo Arena, tra il 2009 e il 2010 nelle carceri italiane sarebbero entrati poco più di quattromila nuovi detenuti “soltanto perché, con l’aumentare mese dopo mese del sovraffollamento delle carceri italiane, sono man mano diminuiti i posti disponibili nelle 206 carceri italiane”. Soltanto per questa ragione. E le nuove carceri in Sardegna: per il momento sono bloccati i lavori. Poi c’è la questione del lavoro in carcere. Soltanto in due delle 206 carceri, a Bollate e nell’Isola della Gorgona, l’attività lavorativa è svolta regolarmente dai detenuti. In queste condizioni i suicidi si susseguono e, a quelli dei detenuti, si devono sommare anche quelli degli agenti di polizia penitenziaria, anche quest’ultimi sempre più frequenti. La situazione è al collasso e non si fa altro che parlare, senza porre in essere nessun atto concreto per riportare nell’alveo della legalità le nostre patrie galere. Il 18 maggio, la commissione Giustizia della Camera, ha licenziato il disegno di legge voluto dal Ministro Alfano per fronteggiare il problema del sovraffollamento delle carceri consentendo di scontare l’ultimo anno di pena residua agli arresti domiciliari. La deputata Radicale Rita Bernardini, che nei giorni scorsi aveva condotto, assieme ad altri militanti del partito, uno sciopero della fame durato un mese e volto a sostenere la proposta dell’originario disegno di legge che prevedeva l’automatismo della misura, ha spiegato il perché, così come licenziato in commissione giustizia, il testo sia in realtà praticamente inutile e fronteggiare l’emergenza: “C’è stato il grande inciucio per approvare un disegno di legge inutile”. Le pene alternative al carcere, assai più utilizzate negli altri paesi europei funzionano e, la loro applicazione dimostra, dati statistici alla mano, che la recidiva delle persone “messe alla prova” è assai inferiore a quelle che scontano la pena in carcere. Il disegno di Legge Alfano che prevede di far scontare ai domiciliari l’ultimo anno di pena, “così come è stato emendato in Commissione Giustizia alla Camera – ha spiegato la deputata Radicale – non avrà una funzione deflattiva nei confronti della popolazione carceraria”. La Bernardini si è infatti opposta, in Commissione, alla cancellazione del meccanismo automatico, previsto dal testo originario approvato in Consiglio dei Ministri, che avrebbe determinato l’arresto ai domiciliari dei detenuti con meno di un anno di pena da scontare. Se invece dovrà essere, come pare, il Magistrato di Sorveglianza a valutare caso per caso è evidente, che coi tempi faraonici della Giustizia italiana e col carico che hanno le procure, saranno davvero pochi a poter usufruire del provvedimento. In Commissione la Bernardini ha anche richiamato l’appello fatto nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica Napolitano ma, ha notato la deputata, “nessuno sta rispondendo al quesito delle carceri affollate. Nessuno si pone il problema della illegalità delle carceri”.

Leo Beneduci, segretario Nazionale dell’OSAPP, l’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, è intervenuto sul caso di Eraldo de Magro, 57 anni originario di Cosenza, caduto in depressione e suicidatosi lo scorso 6 maggio. Il 22° suicidio nelle patrie galere avvenuto nel 2010. L’ennesima vittima del sovraffollamento incostituzionale. “In una condizione normale ci sarebbe stata una segnalazione dell’agente al comandante, dal comandante al direttore e l’intervento di un presidio psicologico … Non mangiava neanche più”. Questo, ovviamente, poteva avvenire se ci si fosse trovati in una situazione “normale”, una situazione cioè non di sovraffollamento e di organico di polizia penitenziaria insufficiente nella quale invece versano tutte le carceri italiane. Anche in Calabria il problema esiste. Parla Concetta, la moglie di Ciro Leo, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Rossano Calabro. Qui è arrivato con una punizione di sei mesi di isolamento e ora è affetto da depressione: “è diventato un vegetale, non parla più”. Al colloquio “malnutrito, sporco, un barbone”, spiega ancora Concetta, “Ciro non ha parlato proprio … soffre molto”. Condizioni, anche in Calabria, disumane in cui la persona smette di essere considerata tale, diventa un numero. Forse sarebbe un bene intervenire subito con uno psicologo e, magari, in attesa di qualche serio provvedimento che affronti davvero il problema del sovraffollamento, istituire, anche per la Calabria, la figura del garante dei detenuti. Magari prima che si arrivi a quota 23.

SELLIA MARINA, Presentata una petizione popolare per l'istituzione dell'anagrafe pubblica degli eletti

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La trasparenza, se attuata, ci aiuterà ad uscire dalla crisi morale e a liberarci da cricche di rapaci e clientele ad ogni livello”.

Comunicato di Giuseppe Candido, segretario dell’associazione Radicale calabrese per la resistenza nonviolenta.

E’ stata presentata nei giorni scorsi al Sindaco, ai Consiglieri membri di Giunta e ai Consiglieri Comunali di maggioranza e opposizione del Comune di Sellia Marina, con deposito formale delle firme raccolte, la petizione popolare recante la proposta di istituire un’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati per una maggiore trasparenza e democrazia nella vita pubblica. I cittadini, difronte alle cricche di rapaci e alla corruzione che dilaga, avvertono sempre più il bisogno di una svolta moralizzatrice che consenta di ridare fiducia ad Istituzioni e soggetti chiamati a rappresentarle”. Oltre 160 i cittadini che chiedono più trasparenza.

E’ quanto afferma Giuseppe Candido, segretario dell’associazione Radicale calabrese per la resistenza nonviolenta e già candidato alla carica di consigliere regionale all’ultima tornata elettorale con la lista Bonino.

Ancora non sappiamo con certezza – prosegue Giuseppe Candido – se il malaffare che sta emergendo con i fatti della cricca sarà considerata una nuova tangentopoli, ma un fatto è certo: oggi come nel ’93 la corruzione in Italia dilaga come male endemico, culturale, cui gli Italiani stanno maledettamente abituandosi mentre gli indicatori internazionali ci pongono in coda alle classifiche della legalità”.

Occorre garantire – conclude Candido – a tutti i cittadini la possibilità di poter conoscere con facilità non soltanto l’attività svolta dai vari enti ma anche i dati inerenti l’attività di ciascun eletto. Grazie anche alla rivoluzione digitale ed alla rete telematica di internet, oggi è tecnicamente possibile recuperare e assicurare, solo che ve ne sia la volontà politica, il rapporto diretto tra elettori ed eletti”.

L’avevamo già sproposta al Sindaco Giuseppe Amelio di Sellia Marina (CZ) nei mesi di settembre e di ottobre 2008 mediante specifica istanza scritta di Radicali Italiani. Poi il Sindaco aveva affermato che era una “proposta interessante” e che, per questo, aveva assicurato che l’avrebbe portata in Consiglio Comunale e in Giunta per discuterla autonomamente ma, purtroppo, anche dopo le elezioni comunali del 2009, dalle parole e dalle promesse non si è passati ai fatti. Eppure la raccolta delle firme sulla petizione d’iniziativa popolare era andata benissimo e, in soli due giorni, erano state raccolte oltre 160 firme di cittadini elettori del comune a dimostrazione che la proposta risulta essere uno strumento idoneo a garantire trasparenza e democrazia. Di ciascun eletto, infatti, si prevede la pubblicazione su internet degli non solo degli incarichi elettivi ricoperti nel tempo, ma anche le dichiarazione dei redditi e degli interessi finanziari relativi all’anno precedente l’elezione, degli anni in cui ricopre l’incarico e di quelli successivi, la dichiarazione dei finanziamenti ricevuti, dei doni, dei benefici in qualsiasi natura. L’anagrafe pubblica degli eletti, anche a Sellia Marina, può infatti essere davvero una riforma, a costo zero, che parte dal basso per favorire l’ormai sempre troppo osannata e mai attuata trasparenza su compensi di eletti e nominati, sui loro benefici, sui loro incarichi istituzionali in società partecipate”.

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Presagi e moniti di Benedetto Musolino

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E’ ben giusto che chi gode i maggiori privilegi, sia sottomesso ai maggiori sacrifici”

Un calabrese dalla “costante fede italiana” che “amava aguzzare l’occhio nell’avvenire della Patria”

Per una riforma radicale: l’imposta progressiva per combattere la lussuria irrompente del capitale

di Giuseppe Candido e  Filippo Curtosi

Quando la politica, anche quella calabrese, sembra perdere il suo senso d’Unità e pensa a secessioni e a partiti “meridionali” per competere con la La Lega del Nord, forse non è davvero tempo sprecato guardarci indietro, non per commemorare, ma per trarre, dai migliori, l’esempio.

In una piazza di Pizzo di Calabria, la bella epigrafe dettata da Ferdinando Martini fa ammenda dell’aspro giudizio di taluni contemporanei, e dice in sintesi della vita e delle gesta di Benedetto Musolino (Pizzo, 1808-1885), patriota e politico Senatore del Regno d’Italia nella XIII legislatura. A ricordarlo era Alfredo Gigliotti, direttore di una vecchia rivista di “Rassegna Calabrese”. Un mensile di vita, cultura, informazioni che, nel numero unico di novembre e dicembre del 1961, in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, ne ripercorreva la vita e le gesta per consentire ai posteri di “correggere le sentenze ingiuste”. Perché, scriveva il Gigliotti, “E’ ben vero che i posteri sono quasi fatti apposta per correggere le sentenze ingiuste dei predecessori”. La famiglia Musolino occupa uno dei cospicui posti della storia del Risorgimento: lo zio e il Padre di Benedetto erano stati patrioti del novantanove ed avevano dovuto emigrare a causa della persecuzione delle bande del Cardinale Ruffo; lo zio Domenico e il figlio primogenito Saverio, erano stati poi uccisi durante la reazione del ’48; una sorella del giovane Benedetto fu madre di Giovanni Nicotera. Ma tutte le virtù familiari e patriottiche sembrarono riassumersi in Benedetto Musolino, nato l’8 febbraio 1809.

Giovanissimo, visitò l’Impero Ottomano; studente a Napoli fondò con Settembrini una “Giovine Italia”, una setta conosciuta come “Figlioli della Giovine Italia”, men fortunata di quella del Mazzini; cospiratore soffrì il carcere, combattente all’Angitola, nel ’49 promosso Colonnello di Stato Maggiore, ritornò dall’esilio di Francia per raggiungere Garibaldi in Sicilia. Fu quindi capo dell’insurrezione calabrese del 1860 e “deputato garibaldino al parlamento fino alla XIII Legislatura, ove portò alta e generosa l’affermazione della sua costante fede italiana”.

L’8 maggio del 1839 venne arrestato e assieme a lui presero la via del carcere anche il fratello Pasquale, Saverio Bianchi, Raffaele Anastasio e Luigi Settembrini. Liberato tre anni più tardi gli venne imposto di raggiungere il proprio paese dove viveva sotto stretta sorveglianza con l’obbligo di non allontanarsi dall’abitato anche di giorno e il divieto di rimanere fuori casa dopo il tramonto.

Un sorvegliato molto speciale che anche in quelle condizioni ebbe però il coraggio di cospirare ancora, assieme ad Eugenio De Riso e altri, per preparare i moti che poi sfociarono nella rivoluzione del 1848.

Musolino, scriveva il Gigliotti, “aveva il fervore della fede e delle idee, talvolta senza conoscere il freno, onde fu spesso ritenuto piuttosto uno spirito bizzarro che sapeva dire stravaganze brutali e verità”. Un uomo di pensiero e azione, un patriota che “Amava aguzzare l’occhio nell’avvenire della Patria e dimostrò averne il senso e la perspicacia negli anni avanzati, così come, nei tempi della giovinezza, aveva avuto l’ardore dell’azione”.

Per un decennio si batté alla Camera quasi solo per la preparazione nazionale, lanciando proposte, illustrando progetti che ammiriamo ancora oggi.

Radicale nell’animo. In un discorso pronunciato alla Camera il 30 giugno del 1861, Benedetto Musolino domandava se la Francia avesse mai pronunciato una sola parola relativa all’unità italiana. E rispondeva: “No. E dunque come fondate voi la vostra speranza nell’aiuto di questa alleata? Io dico – continuava Musolino – che l’alleanza della Francia non esiste più. Questa è un’altra illusione che ci facciamo: pretendiamo o fingiamo pretendere di penetrare a forza di fantasia là dove ci vogliono cannoni e baionette. (…) L’Italia diverrà grande alla sua volta con saviezza delle sue istituzioni, con la sua industria e con la sua forza: allora essa darà alla Francia la sua libertà”. Considerando, inoltre, l’infido atteggiamento francese nei confronti di Roma dimostrava quanto fossero illusi coloro che avevano sempre predicato Napoleone III il più sincero promotore ed amico dell’Unità italiana ed ammoniva: “Bisogna fare causa comune con la Germania, armarsi poderosamente, prendere da una parte Roma e dall’altra invadere il territorio francese incominciando con l’occupazione di Nizza e Savoia”.

Più oltre, nello stesso discorso, Musolino, pensando di aver dinnanzi i francesi, dichiarava la volontà italiana: “Non temete, l’Italia non aspirerà a conquiste, siamo contenti della nostra terra, del nostro cielo, della nostra eredità: in Italia non abbiamo razze diverse, diversa lingua, istinti diversi: una è la lingua, una è la razza. La base della nazionalità sta nella razza e nella lingua”. Ancora ignaro – su questo – quante sciagure, proprio quei nazionalismi basati su razza e identità linguistiche, avrebbero a breve causato.

Dura la critica al socialismo che si andava profilando. Si intese di economia e il 18 marzo del 1863, quando alla Camera si prendeva in esame il fabbisogno finanziario della Nazione, Benedetto Musolino, “che ad ogni problema apportava competenza dotta e sicura”, pone all’ordine del giorno dei suoi colleghi deputati “una riforma radicale” del sistema contributivo proponendo “l’imposta progressiva”. Nel corso della sua esposizione sollevava, senza assumere atteggiamenti demagogici, le sue accuse contro l’ingiustizia sociale della distribuzione della ricchezza e precisa i rapporti tra capitale e lavoro criticando aspramente le “malsane deviazioni dell’incipiente nostro socialismo”: “Il lavoro è mal ripartito, afferma Musolino; il capitale assorbe tutto. L’operaio lavora quando il capitalista lo vuol far lavorare e, quando questi non ci trova più la convenienza, lo getta sulla via”. E se ciò non bastasse afferma parole di straordinaria attualità anche oggi: “Signori, la pretesa civiltà moderna tende a sostituire il feudalesimo economico all’antico soppresso feudalesimo civile e politico. Tutt’oggi è capitale, e noi tendiamo ad una radicale trasformazione sociale. Se vogliamo costruire il nuovo Stato, la nuova società, su basi incrollabili, atteniamoci alla giustizia distributiva. Di fronte a questa lussuria sempre irrompente del capitale, io credo che per ora non c’è nessun altro rimedio se non l’imposta progressiva. Dacché il capitale è tanto favorito, è ben giusto che chi gode i maggiori privilegi, sia sottomesso ai maggiori sacrifici”. Personaggio polivalente e poliedrico dedicò “studi diligenti” ai problemi di politica nazionale ed internazionale. Capì che per avere e mantenere la sicurezza in Patria e nell’Europa delle nazioni di allora, era necessaria una forza armata nazionale di professionisti “allenati”. In occasione della discussione sul riordino e sull’armamento della Guardia Nazionale proposti da Garibaldi si espresse affermando che: “Bisogna che il cittadino acquisti le attitudini che all’occorrenza lo facciano essere soldato, e perché diventi soldato bisogna che sia istruito in tutte quelle pratiche che costituiscono l’arte militare. Perché si ottenga un’istruzione solida da avere, al bisogno, tanti soldati quanti sono i cittadini capaci di tenere un fucile, è d’uopo che ogni cittadino sia abituato alle pratiche della milizia”. A tale fine prevedeva periodiche “esercitazioni” che avrebbero conferito “un’idea precisa di come guerreggiare in campo” per cui, “in breve tratto di tempo si potrà vedere il nostro popolo armato ed esercitato, ed in caso di bisogno non avremo più dei corpi di truppa incomposta, ma dei soldati d’ordinanza”.

Attento ai problemi internazionali nel novembre del 1872, Musolino prende la parola alla Camera per esporre il suo pensiero netto e chiaro sui rapporti tra la Russia, la Prussia e l’Austria, i cui imperatori si erano incontrati in un convegno a Berlino nell’ottobre precedente: “La razza slavo moscovita si ritiene come predestinata al compimento di una grande missione, al rinnovamento dell’umanità accasciata sotto il peso della decrepitezza e della corruzione, mediante l’assorbimento delle altre razze, nazioni e credenze allo stesso centro politico e religioso. E’ un’utopia, escalamo taluni. Ed io rispondo che diventerà realtà se l’Europa non vi provvede in tempo. Se l’Europa le permetterà, non dico di fare, ma di sviluppare gli immensi elementi di potenza e di espansione che in sé racchiude, prima di mezzo secolo il vecchio continente di Europa e di Asia sarà invaso e dominato dalla razza slavo-moscovita (…). Per analoghi motivi la Prussia, avendo innalzata la bandiera della nazionalità, deve necessariamente osteggiare ogni ingrandimento della Russia e perché non può lasciarsi assorbire in Europa e perché non può permettere che quella estenda la sua dominazione nell’Asia minore. Il giorno che l’Europa permetterà alla Russia di sboccare e avere possessi nel Mediterraneo, sia avanzando dalla parte del Bosforo sia discendendo dall’Armenia in Siria e in Anatolia, l’Europa avrà segnato il decreto della sua servitù, giacché avrà concesso alla Russia il mezzo di come avere quei marinai che non può avere con le sue gelate contrade: marinai senza cui non potrà mai mettere in piedi delle grandi flotte che le sono indispensabili per girare le nazioni di occidente, onde neutralizzare la loro azione e il loro concorso quando sarà arrivato il momento di operare contro tutta l’Europa, invadendola da lato della Germania con enormi masse che potrà avere al più tardi fra due generazioni a causa dello sviluppo naturale e prodigioso della sua popolazione. E la Germania si trova nella stessa nostra condizione come quella che, essendo confinante con la Russia, sarebbe esposta elle prime invasioni dalle orde settentrionali, che per essere le prime, sarebbero accompagnate dal maggiore accanimento e seguite dalle più desolanti rovine.

I sapienti uomini politici del nuovo Impero Germanico non possono né debbono chiudere gli occhi di fronte all’avvenire che è riservato a tutte le Nazioni del vecchio continente dallo spirito di cosmopolitismo moscovita. E se non pensiamo fin da ora a mettere quest’ultimo nell’impotenza di continuare la sua espansione, essi avranno fabbricato sull’arena. Potranno ben costituire una Germania sapiente, splendida, gloriosa, ma sarà una Germania che non durerà più di cinquant’anni”.

Sorprendono ancora l’attualità e la veridicità dei presagi di quest’eroico garibaldino e dovrebbero destare ammirazione sincera. Crediamo giusto che quello spirito, quei suoi discorsi, quel suo ardore, quelle di idee e quelle azioni di rivoluzionario, patriota e politico di “fede italiana” fossero meditati anche oggi in questo cento cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, alla quale Musolino, assieme a tanti altri di Calabria, sacrificò la vita e ogni bene di fortuna. Sarebbe sicuramente un bell’esempio per vecchie e nuove generazioni.

Ancora la trappola afgana

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di Giuseppe Candido

diplomacyandpower.com

Lo scorso 14 luglio un militare italiano era rimasto ucciso e altri tre sono stati feriti in un attentato in Afghanistan. A circa 50 chilometri a nord-est di Farah una pattuglia di paracadutisti della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri era stata attaccata con un ordigno posizionato lungo la strada. Poi avevano fatto notizia gli attacchi alle truppe italiane in missione “di pace” in Afghanistan: “Doppio attacco ai parà si titolò”. Nella notte del 23 agosto un ordigno era esploso sotto un veicolo “Lince” del 187 reggimento della Folgore; più tardi, una pattuglia mista di soldati italiani ed afgani veniva attaccata coi lanciarazzi sulla strada 517, un’importante e strategica via di comunicazione. Oggi la scena si ripete, due morti italiani e una ragazza ferita che forse perderà l’uso delle gambe. Cambiano i luoghi, cambiano i nomi ma la tecnica di assalto però è sempre la stessa: bombe ai margini delle strade su cui transitano i blindati. Sono circa 2.800 i ragazzi italiani impegnati nella missione afgana che Umberto Bossi, aveva dichiarato da “buon padre di famiglia”, “riporterebbe tutti a casa”. “E’ lecito immaginarsi – aveva dichiarato prima delle elezioni afgane del 20 agosto scorso il generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano – una escalation di tensione anche in vista di questo appuntamento (elettorale ndr) che rappresenta un passo determinante per la stabilità del Paese”. E puntualmente si è verificato. Quello che è avvenuto a in questi giorni è l’ennesima riprova della fase estremamente pericolosa. Sono morti il sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni, di Velletri, in provincia di Roma e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni, della provincia di Bari. La Russa annuncia l’invio di altri militari entro fine anno assieme ai nuovi blindati “Freccia” più sicuri dei “Lince”. A parte che se i Freccia sono più sicuri allora i Lince lo erano meno, c’è da chiedersi cosa stia avvenendo in Afghanistan – dopo il “cambio di rotta” del neoeletto presidente Obama – che possa giustificare l’aumento di attentati? Nella nuova fase “Obama” in Afghanistan non si parla più di uccidere i taliban ma di “proteggere i civili”. Il noto periodico inglese, The Economist, ha tentato di spiegarlo qualche mese fa in uno speciale dal titolo “Nella trappola dell’Afghanistan”. “La Nato ha sferrato due imponenti operazioni militari nella provincia di Helmand. (…) In sette ore più di quattromila marine e 650 soldati afgani hanno raggiunto l’obiettivo”. L’operazione Khanjar (letteralmente: colpo di spada) iniziata lo scorso luglio, scrive l’Economist, “è stata la più imponente azione militare dei marine dopo quella lanciata nel 2004 per riconquistare la città irachena di Falluja. (…) Ma a differenza di quei sanguinosi combattimenti urbani, in Afghanistan i militari statunitensi colpiscono nel vuoto”. E ancora: “L’alto numero delle vittime civili e la debolezza del governo di Kabul fanno si che la popolazione civile appoggi taliban e insorgenti”. Gli “insurgent”, cioè civili stanchi di vedersi bombardare matrimoni o funerali, che insorgono. E mentre il generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, ha dichiarato che “presto i suoi uomini potrebbero attaccare Marja”, roccaforte controllata da taliban e narcotrafficanti, dal canto loro i taliban, scrive ancora l’Economist, hanno annunciato la loro operazione militare: Faladijal (rete di ferro), basata su imboscate con bombe innescate ai bordi delle strade. Una guerriglia di attentati come quello che ha coinvolto il blindato italiano. “Dobbiamo evitare – aveva detto McChrystal – di cadere nel tranello delle vittorie tattiche seguite da sconfitte strategiche, cioè di quelle vittorie che ci fanno perdere l’appoggio della popolazione perché provocano vittime civili”. Lo stesso generale McChrystal che si era detto “pronto a chiedere ad Obama 45 mila soldati in più”. Ed è forse proprio questa la corretta chiave di lettura per spiegare l’incremento di attacchi contro le truppe Nato tra cui ci sono anche i nostri militari italiani. “I raid americani in Afghanistan uccidono civili perfino tra gli invitati alle feste di nozze” ha scritto Tom Engelhard, giornalista e storico americano, sul suo blog “Tomdispatch”. All’alba di un giorno dell’agosto di un anno fa a Garloch, nella provincia orientale di Laghman, gli elicotteri statunitensi hanno compiuto un raid aereo di sei ore. La notizia venne diffusa poco e solo grazie ad un articolo del giornalista free lands, Anand Gobal che aveva attirato l’attenzione dei media internazionali su questo aspetto della guerra: “Hanno sganciato una bomba sulla casa di Haiji Qadir, un signore che ospitava una festa di nozze uccidendo 16 persone”. Nella guerra in Afghanistan, che dura ormai da quasi otto anni, il bilancio delle vittime dei matrimoni o dei funerali forse è moderato rispetto al totale. Ma in realtà, scrive ancora Tom Engelhard, “nessuno sa quante nozze – rari momenti di festa in un Paese che da trent’anni ha poco da festeggiare – siano state distrutte dai raid americani”. E ancora: “Dopo che l’amministrazione Obama ha raddoppiato l’impegno in Afghanistan, tra gli esperti è cominciata a circolare l’ipotesi che il Paese sia la tomba degli imperi ”. L’Unione Sovietica fu sconfitta dagli stessi jihadisti che oggi combattono gli americani e le truppe Nato. “Un soldato sovietico – scrisse Christian Caryl nella recensione di un libro sulla guerra sovietica-afgana – ricorda un episodio del 1987, quando la sua unità aprì il fuoco su quella che pensava fosse una carovana di mujahidin. Poi i russi scoprirono di aver massacrato gli invitati a una festa di nozze”. Quell’errore provocò una serie di rappresaglie contro i soldati russi come oggi sta accadendo per gli americani e per gli italiani in quella che sta diventando, sempre di più giorno dopo giorno, una vera e propria trappola senza uscita.

La trasparenza: un'arma contro i rapaci

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di Giuseppe Candido

Ancora non sappiamo con certezza se il malaffare che sta emergendo con i fatti della cricca sarà considerata una nuova tangentopoli, ma un fatto è certo: oggi come nel ’93 la corruzione in Italia dilaga come male endemico, culturale, cui gli Italiani stanno abituandosi. Gli indicatori internazionali ci pongono in coda alle classifiche della legalità. Secondo Trasparency International, l’organizzazione non governativa che per statuto ha il fine di “combattere la corruzione in tutte le sue forme”, l’Italia si colloca in fondo alle classifiche, al 63° posto dopo paesi come la Repubblica della Namibia. Oltre 400 i personaggi famosi – politici, funzionari governativi, funzionari della sicurezza e anche esponenti della vita culturale – nella lista di Diego Anemone, l’impresario edile coinvolto in recenti scandali: un sistema che pare gli garantisse, in un periodo di crisi, di aggiudicarsi appalti milionari uno dietro l’altro. E mentre l’ex ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola, è costretto a dimettersi per potersi difendere perché qualcuno, a sua insaputa, gli avrebbe pagato una congrua fetta di un immobile al centro di Roma con vista Colosseo, esplode in Europa la crisi economica e sociale della Grecia, dilaga la paura del contagio anche all’Italia e i politici, sapendo di dover imporre sacrifici ai cittadini con tagli alla sanità ed eventuali aumenti di tasse, propongono di ridursi gli stipendi per dare il “buon esempio”. Si discute di un governo d’unità nazionale che possa effettuare le riforme (tagli agli sprechi e lotta all’evasione fiscale) necessarie a scongiurare che la crisi arrivi anche da noi. La Corte dei Conti ha di recente stimato in 60 miliardi di euro il giro d’affari che tracima al di fuori dell’alveo della legalità. In termini percentuali siamo nell’ordine del 25% dell’intero Prodotto interno lordo. Sono questi i costi della non democrazia che si aggiungono agli sprechi nella sanità e negli enti inutili che il Governo in carica aveva promesso di abolire salvo poi guardarsene dal farlo. Sono i costi delle regole eluse da altre regole di un ordinamento legislativo tragicamente faraonico che consentono alla “casta” di fare i propri comodi, ai partiti di continuare a mantenere uno strapotere da cui si alimenta il senso di impunità. Una “democrazia senza democrazia” la definisce lo storico Massimo Salvadori, autore dell’omonimo libro in cui si descrive un sistema politico bloccato che protegge se stesso impedendo il ricambio delle classi dirigenti. Oggi però si aggiungono i fatti della Grecia e il rischio, realistico, che la crisi economica possa contagiare anche l’Italia e l’intera euro zona. “E’ in pericolo l’euro e con esso l’Europa stessa” ha affermato Angela Merkel. Le borse europee chiudono in netto calo e il rischio di un “effetto domino è reale”. In tutto ciò le questioni si intrecciano e la questione della legalità diventa questione morale: un problema che è necessario affrontare prima di imporre nuovi sacrifici agli italiani. Servono riforme vere e serve far passare l’idea che sono necessari sacrifici che noi cittadini dovremo affrontare per poter affrontare la crisi. Sacrifici che dovranno affrontare solo i comuni cittadini e che rischiano di allontanare ancor di più, se ce ne fosse bisogno, la gente normale dai pochi privilegiati della casta o della cricca. Per cui, mentre si parla di nuovi redditometri e di lotta agli evasori per recuperare risorse, mentre si annunciano tagli alla sanità, dai palazzi del potere, ai vari livelli, si annuncia l’auto riduzione degli stipendi e la caccia alle auto blu che, come ha dimostrato l’inchiesta della Gabanelli, in Italia sono un numero spropositato. Basterà? Ci chiediamo: sarà sufficiente come segnale chiaro di un nuovo rigore morale o rischia di esser percepito come un provvedimento populista e strumentale necessario a far ingoiare il boccone amaro dei nuovi tagli che si prospettano nella sanità in primis e della impossibilità di ridurre le tasse? Se da un lato c’è l’impunità e l’inamovibilità percepita di una classe dirigente, dall’altro v’è l’aspetto culturale di cittadini asserviti ai potenti per cercare di propiziarsene i favori. Ha ragione Maria Teresa Brassiolo, presidente di Trasparency International, quando afferma che “la corruzione non è un destino ineluttabile ma un sistema culturale”. E, almeno in questo, noi meridionali non siamo da meno al partito del Nord. Se davvero serve un segnale chiaro per un Paese dove – come ci ha spiegato bene Sergio Rizzo nel libro “Rapaci” – “è normale che nelle imprese comunali ci siano ventitremila consiglieri di amministrazione e una poltrona ogni 5,6 dipendenti”, dove società pubbliche nascono per distribuire appalti senza gara, in deroga alle norme, se davvero crediamo che serva una svolta morale e moralizzatrice perché allora non si parla della proposta dei Radicali Italiani di istituire un’anagrafe patrimoniale pubblica di tutti gli eletti e di tutti i “nominati” a tutti i livelli? Dichiarazione dei redditi, interessi finanziari, dichiarazione dei fiananziamenti ricevuti, dei doni, dei benefici, tutte pubbliche su internet. Altro che “privacy”, in Italia è necessaria per gli eletti una legge sulla “publicy”. Sarebbe una riforma a costo zero che, se attuata dal livello comunale a quello nazionale, sarebbe percepita come operazione di trasparenza e democrazia. Già il Decreto Legislativo 150 del 09, il famoso decreto Brunetta, con lo scopo di ottimizzare l’efficienza e la trasparenza nel pubblico impiego ha reso obbligatorio per tutti gli Enti Pubblici, Comuni, Province, Regioni, ma anche ASL, Ospedali, ecc, l’attivazione una serie di azioni che rendano più trasparenti gli obbiettivi politici, strategici ed operativi e ne misurino i risultati. Assieme con l’anagrafe patrimoniale pubblica di eletti e nominati sarebbe proprio la trasparenza stessa ad arrivare prima delle indagini e prima delle intercettazioni. L’ha già adottata per la Regione Puglia, Nichi Vendola. In questa prossima legislatura regionale di “sacrifici”, se anche il neo eletto governatore della Calabria pensasse alla trasparenza per combattere la corruzione, soprattutto in ambito sanitario, non sarebbe male. Un’arma che consentirebbe di sfoltire quel fitto intreccio tra politica degli affari e degli scambi di favori occulti.

Eco tasse: un rivoluzione ambientalista, sociale e liberista

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di Marco Cappato e Elisabetta Zamparutti
(Radicali italiani)

Pubblicato su “Il Foglio” del 01.05.2010

A 16 anni di distanza dal tremontiano “spostare le tasse dalle persone alle cose”, è necessario non solo passare dalle parole ai fatti, ma anche prendere in considerazione l’immenso patrimonio delle risorse naturali finora fiscalmente trascurato. Spostare le tasse “dal lavoro all’ambiente”, dunque: questa è l’urgenza per una rivoluzione fiscale che non si ponga soltanto l’obiettivo di una maggiore equità nei confronti dei lavoratori e di efficienza nella riscossione, ma anche di migliorare la qualità della vita rafforzando il libero mercato.

Aria, acqua e suolo sono risorse quasi sempre utilizzate senza che alcuno paghi un prezzo corrispondente al loro valore. Dalle emissioni di c02 all’inquinamento di mari e fiumi, dalla cementificazione del suolo alla distruzione di biodiversità, il consumo di risorse non rinnovabili sotto forma di inquinamento e esaurimento di capitale naturale è realizzato senza che le ricadute per tutti in termini di minore salute, benessere e ricchezza siano riconosciute nel loro effettivo valore economico. In termini globali, l’utilizzo di risorse naturali da parte dell’uomo ha da tempo abbondantemente superato la capacità del pianeta stesso di rigenerarle.

Nel mettere mano alla riforma di un fisco come quello italiano, che spreme i lavoratori e penalizza le imprese, bisogna dunque valorizzare il patrimonio dilapidato di risorse comuni ambientali. Il principio da affermare per una riforma fiscale sostenibile dovrebbe essere quello di una progressiva riduzione del carico fiscale sul lavoro al quale corrisponda un aumento della pressione fiscale sul consumo dei beni ambientali. Una prima occasione è resa urgente dallo sforamento degli impegni italiani in sede di Unione europea per la riduzione delle emissioni di co2. I Parlamentari radicali hanno presentato una proposta di legge per creare un’imposta “sui consumi di combustibili fossili” nei settori non soggetti al sistema dell’”emission trading” e “finalizzare il gettito derivante dall’imposta a ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro”. Gli ordini di grandezza inizialmente l imitati (si potrebbe partire da 13 euro a tonnellata di CO2 emessa, cioè circa 3 miliardi) diverrebbero importanti (35 miliardi) qualora raggiungessimo, con la necessaria gradualità, l’attuale livello svedese.Se il principio della carbon tax fosse esteso agli altri beni ambientali, l’incidenza sulla composizione del carico fiscale potrebbe in pochi anni diventare davvero significativa, a livello non solo nazionale, ma anche locale: consumo di acqua potabile al di là dell’uso domestico minimo; consumo del suolo; occupazione di suolo pubblico per automezzi privati; produzione di rifiuti domestici e industriali. In tempi di federalismo fiscale non si tratta di questioni marginali.

L’impatto e la sostenibilità politica di una riforma fiscale di questo tipo dipende da alcune condizioni.
La prima è che non possa avere in alcun caso come conseguenza l’aumento della pressione fiscale: ogni euro raccolto dalle tasse ambientali, qualunque sia il loro gettito complessivo, deve essere rigidamente vincolato alla corrispondente diminuzione di almeno un euro delle tasse provenienti dai redditi da lavoro e impresa. La pressione fiscale complessiva dovrebbe semmai nettamente diminuire, attraverso quella riforma delle pensioni e del welfare che Debenedetti ha proposto su questo giornale e sulla quale come Radicali abbiamo presentato diverse iniziative anche parlamentari.
Sempre sul piano sociale, la seconda condizione è che si neutralizzino gli effetti regressivi che ogni tassazione indiretta produce. Le compensazioni a favore dei più poveri non dovranno necessari amente avvenire sotto forma di esenzioni, ma preferibilmente di accesso a servizi pubblici anch’essi “virtuosi”, in particolare nel settore dei trasporti (pubblici e collettivi) o delle abitazioni (promuovendo la massima efficienza energetica). Solo garantendo il contenimento della pressione fiscale complessiva e l’eliminazione degli effetti regressivi si può ottenere il consenso sulle tasse ambientali. Anche per questo, incontreremo i sindacati dei lavoratori e degli imprenditori per discutere la nostra proposta.La terza condizione è quella di definire subito l’andamento del nuovo sistema di imposizione nel lungo periodo, anche tra venti o trent’anni: solo con aspettative certe si può innescare un circolo virtuoso sugli investimenti che portino a una transizione “dolce” verso settori e metodi di produzione più sostenibili.Una riforma del genere contribuirebbe ad avviare una vera e propria rivoluzione, oltre che “ambientalista” anche “sociale” (rispetto al costo del lavoro e all’evasione) e persino “liberista”, nel senso dell’applicazione del libero mercato, operando sul meccanismo dei prezzi invece che su dirigiste imposizioni di metodi produttivi o di altrettanto arbitrari e distorcenti “eco-incentivi”.

Non è invece una condizione, ma soltanto un ulteriore obiettivo, quello di coinvolgere la comunità internazionale. Se infatti è certamente vero che l’ambiente è questione globale, e dunque ogni azione isolata avrebbe un impatto limitato, ciò non significa che il nostro sistema economico subirebbe un danno a intraprendere politiche di avanguardia. Al contrario, oltre a sviluppare competenze imprenditoriali “verdi”, saremmo finalmente tra quel gruppo di Paesi virtuosi che hanno più da guadagnare che da perdere nel caso -probabile oltre che auspicabile- di consenso per accordi globali su ambiente e clima. Potremmo così sostenere proposte, come quella avanzata per ora senza successo dalla Presidenza svedese dell’UE, di una tassa europea sulle emissioni, da far pagare anche sui beni di importazione extra-UE. Per fugare ogni tentazione protezionistica, l’Europa potrebbe vincolarsi all a restituzione del gettito ai Paesi esportatori “inquinanti”, ma sotto forma di investimenti per la salvaguardia del patrimonio ambientale di quei Paesi. Anche sul piano internazionale, mercato e ambiente possono essere rafforzati assieme, e le eco-tasse sono lo strumento adatto.

Festa del lavoro, ma in realtà c’è poco da festeggiare

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“Il Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto.”
Festa del 1° maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. Ma stando alla crisi economica che sta incrementando la disoccupazione e considerando il numero dei morti (oltre mille all’anno) e degli incidenti sul lavoro che capitano nel nostro paese c’è poco da festeggiare. Le origini internazionali della Festa del 1° maggio risalgono al settembre del 1882. Due anni dopo il movimento sindacale dei “Cavalieri del Lavoro” approvò una risoluzione affinché quell’evento, quella manifestazione di rivendicazione venisse ripetuta a cadenza annuale. Le altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialista e anarchico – suggerirono come data il primo maggio. Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni del maggio del 1886 a Chicago e che ebbero il loro culmine il 4 di maggio quando la polizia sparò sui manifestanti. Il primo maggio del 1886 la “Federation trade and labor union” aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere di regolamentare contrattualmente l’orario di lavoro ad un massimo di otto ore. In Europa la prima celebrazione del primo maggio vi fu nel 1890 ad eccezione dell’Italia dove il governo presieduto da Francesco Crispi aveva ordinato ai prefetti di reprimere sul nascere qualsiasi manifestazione di piazza. La celebrazione del primo maggio in Italia si tenne l’anno successivo in un clima tutt’altro che tranquillo: due morti e molti feriti il bilancio. Non una festa, ma una manifestazione di rivendicazione di diritti, una lotta. Ecco cosa era allora la festa dei lavoratori.
Durante il ventennio fascista le celebrazioni del primo maggio furono vietate da Mussolini che, nel ’22 istituì la “festa del lavoro italiano” con cadenza il 21 aprile. Soltanto nel 1945, dopo la liberazione, il primo maggio ritornò festa del lavoro anche in Italia. Una festa che spesso fu però caratterizzata da scontri e morti. La pagina più sanguinosa si scrisse sicuramente il primo maggio del ’47 a Portella della Ginestra, piccolo centro siciliano in provincia di Palermo, dove gli “uomini” del bandito Salvatore Giuliano spararono sulla folla non appena si era cominciato a parlare dal palco. Una strage di lavoratori, di uomini e persone che oggi continua sotto altre forme: il mesotelioma provocato dall’amianto negli abitanti di Casale Monferrato, gli operai carbonizzati nella Tiessenkrup a Torino, o quelli morti cadendo da un’impalcatura.
I fatti di Rosarno, in Calabria, mostrano uno scenario fatto di disoccupazione, di precarietà, di lavoro nero, di mancata sicurezza, quando non di schiavitù. Da un diritto il lavoro si è trasformato in un favore. Il favore che ti fanno i politici, il favore che ti fa la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta. Un mondo, quello del lavoro, in cui è, più che mai, difficile entrare a far parte, in cui la preparazione, le qualifiche, le capacità sembrano valere ben poco avendo più forza la raccomandazione; un sistema che non garantisce diritti, dominato dalla precarietà, che impedisce ai giovani di progettare il proprio futuro. Il lavoro è speranza, ma sarebbe sicurezza, autonomia dalle mafie e dalle criminalità che hanno sempre un gioco facile quando manca il lavoro.
Il lavoro per cui, ancora oggi, si emigra, il lavoro per cui si stenta, il lavoro per cui si muore. Cosa significa festeggiare, commemorare il primo maggio? Speranza?
Nel dicembre del ’48 a Roma, veniva siglata la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Stando a quanto recita l’articolo 23 di quella Dichiarazione universale “ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libertà della scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”. Sono trascorsi più di sessant’anni ma le condizioni dei lavoratori in Italia sono ancora precarie e insicure. Il welfare universalistico in Italia è inesistente. In occasione del sessantesimo anniversario Vittorio De Seta, indiscusso maestro del film-documentario italiano, è stato designato a girare un cortometraggio proprio per quell’articolo 23: quattro minuti e mezzo per raccontare cosa è oggi “il Lavoro”.  Nel titolo: “Pentedàttilo, a Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto”. Una storia che si ripete. Girato appunto a Pentedàttilo in Provincia di Reggio Calabria, il filmato, davvero splendido, è tra realtà, bellezza e racconto: assieme il lavoro, l’emigrazione. L’emigrazione di noi calabresi che, per trovare lavoro, andiamo al nord in parallelo con l’emigrazione di un ragazzo nero (l’attore è il protagonista di Lettere dal Sahara,  Djibril Kebe) che, venuto dalla sua terra in Calabria, sostituirà il giovane calabrese che, per recarsi a lavorare dovrà trascurare l’assistenza della sua famiglia. L’emigrazione di noi calabresi e quella degli africani sono sorelle presentate nella loro drammatica bellezza, legate indissolubilmente dalle immagini che sono luce e sabbia negli occhi al tempo stesso. Le immagini del paese sono surreali e ti colpiscono subito come “sabbia negli occhi” e la realtà drammatica è offerta nella sua straordinaria bellezza. I fotogrammi sono subito pittura pura. Case vecchie, abbandonate e guglie di arenaria si integrano.
Una donna nera con i capelli fittamente intrecciati di una bellezza straordinaria lava i panni, bada al fuoco, scopa un terrazzino. Mentre la madre italiana della famiglia calabrese prepara la valigia del figlio in partenza e prega. Il figlio (Tommaso Critelli l’interprete) che invece tra poco partirà per il nord Italia, tra i campi con il trattore spiega al giovane amico nero, che per De Seta rappresenta soltanto l’altra faccia dell’immigrazione, come fare i lavori: la pota, il trattore, le pecore. Tutto nella realtà più bella di quei posti, che con la loro bellezza trasudano drammaticità. Poi il viaggio in motocarro per andare alla stazione. L’extracomunitario nero sul cassone, madre e figlio nella cabina. Il figlio parte, la madre lo saluta. Regge fino a quando il treno parte, poi sviene e a sorreggerla c’è soltanto lui, l’extracomunitario che la soccorre e la sostiene. Le due speranze sono sorelle.

l Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto.Festa del 1° maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. Ma stando alla crisi economica che sta incrementando la disoccupazione e considerando il numero dei morti (oltre mille all’anno) e degli incidenti sul lavoro che capitano nel nostro paese c’è poco da festeggiare. Le origini internazionali della Festa del 1° maggio risalgono al settembre del 1882. Due anni dopo il movimento sindacale dei “Cavalieri del Lavoro” approvò una risoluzione affinché quell’evento, quella manifestazione di rivendicazione venisse ripetuta a cadenza annuale. Le altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialista e anarchico – suggerirono come data il primo maggio. Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni del maggio del 1886 a Chicago e che ebbero il loro culmine il 4 di maggio quando la polizia sparò sui manifestanti. Il primo maggio del 1886 la “Federation trade and labor union” aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere di regolamentare contrattualmente l’orario di lavoro ad un massimo di otto ore. In Europa la prima celebrazione del primo maggio vi fu nel 1890 ad eccezione dell’Italia dove il governo presieduto da Francesco Crispi aveva ordinato ai prefetti di reprimere sul nascere qualsiasi manifestazione di piazza. La celebrazione del primo maggio in Italia si tenne l’anno successivo in un clima tutt’altro che tranquillo: due morti e molti feriti il bilancio. Non una festa, ma una manifestazione di rivendicazione di diritti, una lotta. Ecco cosa era allora la festa dei lavoratori.Durante il ventennio fascista le celebrazioni del primo maggio furono vietate da Mussolini che, nel ’22 istituì la “festa del lavoro italiano” con cadenza il 21 aprile. Soltanto nel 1945, dopo la liberazione, il primo maggio ritornò festa del lavoro anche in Italia. Una festa che spesso fu però caratterizzata da scontri e morti. La pagina più sanguinosa si scrisse sicuramente il primo maggio del ’47 a Portella della Ginestra, piccolo centro siciliano in provincia di Palermo, dove gli “uomini” del bandito Salvatore Giuliano spararono sulla folla non appena si era cominciato a parlare dal palco. Una strage di lavoratori, di uomini e persone che oggi continua sotto altre forme: il mesotelioma provocato dall’amianto negli abitanti di Casale Monferrato, gli operai carbonizzati nella Tiessenkrup a Torino, o quelli morti cadendo da un’impalcatura. I fatti di Rosarno, in Calabria, mostrano uno scenario fatto di disoccupazione, di precarietà, di lavoro nero, di mancata sicurezza, quando non di schiavitù. Da un diritto il lavoro si è trasformato in un favore. Il favore che ti fanno i politici, il favore che ti fa la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta. Un mondo, quello del lavoro, in cui è, più che mai, difficile entrare a far parte, in cui la preparazione, le qualifiche, le capacità sembrano valere ben poco avendo più forza la raccomandazione; un sistema che non garantisce diritti, dominato dalla precarietà, che impedisce ai giovani di progettare il proprio futuro. Il lavoro è speranza, ma sarebbe sicurezza, autonomia dalle mafie e dalle criminalità che hanno sempre un gioco facile quando manca il lavoro.Il lavoro per cui, ancora oggi, si emigra, il lavoro per cui si stenta, il lavoro per cui si muore. Cosa significa festeggiare, commemorare il primo maggio? Speranza? Nel dicembre del ’48 a Roma, veniva siglata la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Stando a quanto recita l’articolo 23 di quella Dichiarazione universale “ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libertà della scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”. Sono trascorsi più di sessant’anni ma le condizioni dei lavoratori in Italia sono ancora precarie e insicure. Il welfare universalistico in Italia è inesistente. In occasione del sessantesimo anniversario Vittorio De Seta, indiscusso maestro del film-documentario italiano, è stato designato a girare un cortometraggio proprio per quell’articolo 23: quattro minuti e mezzo per raccontare cosa è oggi “il Lavoro”.  Nel titolo: “Pentedàttilo, a Sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti, partiti in cerca di lavoro. Ma altri immigrati, ancora più poveri, arrivano al prenderne il posto”. Una storia che si ripete. Girato appunto a Pentedàttilo in Provincia di Reggio Calabria, il filmato, davvero splendido, è tra realtà, bellezza e racconto: assieme il lavoro, l’emigrazione. L’emigrazione di noi calabresi che, per trovare lavoro, andiamo al nord in parallelo con l’emigrazione di un ragazzo nero (l’attore è il protagonista di Lettere dal Sahara,  Djibril Kebe) che, venuto dalla sua terra in Calabria, sostituirà il giovane calabrese che, per recarsi a lavorare dovrà trascurare l’assistenza della sua famiglia. L’emigrazione di noi calabresi e quella degli africani sono sorelle presentate nella loro drammatica bellezza, legate indissolubilmente dalle immagini che sono luce e sabbia negli occhi al tempo stesso. Le immagini del paese sono surreali e ti colpiscono subito come “sabbia negli occhi” e la realtà drammatica è offerta nella sua straordinaria bellezza. I fotogrammi sono subito pittura pura. Case vecchie, abbandonate e guglie di arenaria si integrano. Una donna nera con i capelli fittamente intrecciati di una bellezza straordinaria lava i panni, bada al fuoco, scopa un terrazzino. Mentre la madre italiana della famiglia calabrese prepara la valigia del figlio in partenza e prega. Il figlio (Tommaso Critelli l’interprete) che invece tra poco partirà per il nord Italia, tra i campi con il trattore spiega al giovane amico nero, che per De Seta rappresenta soltanto l’altra faccia dell’immigrazione, come fare i lavori: la pota, il trattore, le pecore. Tutto nella realtà più bella di quei posti, che con la loro bellezza trasudano drammaticità. Poi il viaggio in motocarro per andare alla stazione. L’extracomunitario nero sul cassone, madre e figlio nella cabina. Il figlio parte, la madre lo saluta. Regge fino a quando il treno parte, poi sviene e a sorreggerla c’è soltanto lui, l’extracomunitario che la soccorre e la sostiene. Le due speranze sono sorelle.

Abbandonato? Non è omicidio quello di Cucchi?

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di Giuseppe Candido

“Se davvero ci si abitua ad avere dentro di sé – come orizzonte – la morte, a questo punto poi la si crea e la si produce”. E’ il caso dell’emergenza delle carceri coi suicidi di disperazione ed è il caso Cucchi pestato e morto perché abbandonato dallo stesso Stato che ne avrebbe dovuto tutelare l’incolumità.

Le perizie medico-legali della procura su Stefano, geometra di 31 anni, morto in carcere sette mesi fa dopo essere stato arrestato, si sarebbe potuto salvare. Il pool di medici legali nominati dalla procura a fare l’autopsia, coordinati dal professor Paolo Arbarello, sono certi che, tra le cause della morte del ragazzo, ci siano anche “le accertate negligenze dei medici dell’ospedale Sandro Pertini” che, secondo quanto emerge, non si sarebbero resi conto della gravità della situazione del malato. Sarebbe stato sufficiente, per salvarlo, dargli un bicchiere d’acqua e zucchero. Ma se le accuse per i medici dell’ospedale Pertini si sono fatte più pesanti perché c’è l’aggravante di “abbandono di incapace”, per coloro che materialmente lo pestarono nel bunker del tribunale l’accusa viene invece declassata a quella semplice di “lesioni” anche se aggravate perché commesse da un pubblico ufficiale. Ma senza quel pestaggio Stefano Cucchi non sarebbe mai stato ricoverato in ospedale dove poi è stato lasciato morire. Senza quel pestaggio, ha affermato la madre Rita in un’intervista, al Pertini Stefano non ci sarebbe mai arrivato: “le foto le hanno viste tutti. Stefano stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva una patologia particolare”.

E mentre le carceri italiane sono stracolme in una situazione di disumanità peggio che nel ventennio, sappiamo ora che, anche la sanità carceraria, ne abbiamo certezza, è al di sotto della soglia di umanità. Un decesso, quello di Cucchi, chiaramente correlato all’entità dei traumi subiti dagli agenti che lo avevano in custodia: “La morte di Stefano Cucchi – è quanto sintetizza i risultati della perizia – è addebitabile a un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma”.

Stefano è stato pestato a morte mentre era affidato nelle mani dello Stato e i medici, pubblici ufficiali, si sono resi complici di questa triste vicenda. L’omicidio colposo di Stefano Cucchi cancellato dai capi di accusa, per Marco Pannella intervenuto sulla vicenda dai microfoni di Radio Radicale, è invece stato un vero e proprio “omicidio preterintenzionale”. Le associazioni che hanno seguito, assieme ai familiari, la vicenda affermano che si è ignorato il rapporto di casualità ed effetto. Cucchi venne ricoverato al Pertini dove fu abbandonato alla morte proprio perché aveva subito il pestaggio.

Tutti parlano di traumi ma Luigi Manconi lo ha detto pure lui chiaramente: “Stefano è stato pestato”. “Violenze documentate, riconosciute, certificate, e sono queste violenze che hanno portato Stefano in quel luogo dove non è stato curato”.

Sin dal primo momento Pannella lo aveva intuito – quando si era detto che Cucchi aveva fatto lo sciopero della fame e della sete per avere il suo avvocato di fiducia e adesso sappiamo, dalle perizie, che aveva la vescica piena. Aveva accettato di bere. Tutti sapevano che questo ragazzo poteva morire. Già dal primo giorno quello che c’è stato da parte di tutti coloro che lo hanno avuto in cura, secondo Pannella, è un riflesso: “Se questo si salva, racconta tutto quello che è successo, che lo hanno pestato”. Tutto questo però è davvero un segnale di una società che fa paura, che non rispetta la sua stessa legge, che vìola il patto che ci lega. Cucchi accetta di bere per non morire ma è proprio lo Stato ad abbandonarlo lasciandolo morire per un po’ di zucchero.