I rigori delle Banche e le fauci degli usurai

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di Giuseppe Candido

E’ ormai certo: il 2009 sarà ricordato come l’anno della crisi. Crisi delle banche, crisi dell’economia, crisi dell’occupazione. E a ricordare che “La crisi si supera se le banche fanno credito” è stato il Presidente della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet. Ma i rigori delle banche già in passato avevano gettato nelle mani degli usurai piccole e medie imprese. E’ la storia ad insegnarcelo. Al sud e in Calabria, in particolare, la disoccupazione tocca oggi tassi a due cifre raggiungendo record storico negativo per i giovani che, se non s’interviene, saranno destinati, per fame e per miseria, al “brigantaggio” moderno. Servirebbe un rilancio dell’economia, servirebbero riforme ma il sistema creditizio, nel mezzogiorno, è ancora quello maggiormente oneroso, un sistema che agli imprenditori in crisi chiede il rientro immediato dei fidi. Una regione, la nostra, con livelli di disoccupazione doppi rispetto alla media nazionale, con tassi d’interesse sul credito alle imprese superiori al 9% a fronte di quelle del centro nord dove il costo del denaro è poco superiore al 6%. Un sistema creditizio, quello calabrese, che, addirittura, come ricordava qualche settimana addietro l’editoriale di Guido Talarico, direttore de “Il Domani della Calabria”, non si degna neppure di partecipare ai bandi della Comunità europea per la distribuzione di fondi capitale a tassi agevolati nelle aree depresse per non perdere occasione, assai più lucrosa, di speculare prestando i soldi a tassi quasi usurai. Ed è certo che la crisi “non ha ancora dispiegato pienamente i suoi effetti e ciò produrrà disorientamento, conflitti, rivolgimenti”. Nella nostra regione, non lo diciamo per piangerci addosso, se non vi fossero i finanziamenti europei, che però troppo spesso finiscono tra le mani di prenditori anziché di imprenditori veri, molte piccole e medie imprese calabresi sarebbero rimaste nelle mani della sola usura. Ma il problema non è certo nuovo e che la crisi si risolva “Se le banche fanno il credito” era anch’esso noto. Oltre 120 anni or sono, l’editoriale dell’Avvenire Vibonese del 15 Marzo del 1887, allora diretto da Antonino Scalfari nonno del più noto Eugenio, portava un titolo chiarissimo e inequivocabile: “I Rigori delle Banche”. Un titolo ed un editoriale in cui denunciava fortemente come “L’assoluta deficienza di capitali gittò i nostri proprietari nelle ingorde fauci degli usurai che, come vampiri, succhiarono ogni vitale alimento economico”. L’editoriale cercava d’interpretare la gran maggioranza dei proprietari terrieri e dei commercianti del circondario in cui la rivista veniva distribuita, manifestando le “generali preoccupazioni in vista dei provvedimenti di soverchio rigore, adottati dal Banco di Napoli e della Banca Nazionale, col non accettare nuove cambiali allo sconto, e col richiedere nella rinnovazione degli effetti in scadenza il pagamento di una quota rilevante del valore degli stessi”. Soverchi rigore che ancora oggi si manifesta. Poco più di un anno fa, nell’ottobre del 2008, Cosimo De Tommaso, imprenditore calzaturiero calabrese titolare di una azienda con 50 dipendenti e oltre 3 milioni di euro di fatturato annuo, lanciò un grido di allarme sul sistema creditizio bancario calabrese che purtroppo è rimasto inascoltato: “In un momento critico per l’economia come quello attuale – scriveva Cosimo De Tommaso nella sua testimonianza al quotidiano della confindustria – il sistema finanziario sta mettendo in atto una serie di “accorgimenti tecnici” che impediscono, in particolare modo alla piccola azienda, di poter operare agevolmente nel sistema creditizio. L’accesso al credito è ormai di fatto bloccato e gli sconfini temporanei di brevissima durata (sempre consentiti) sono tassativamente proibiti”. Qualcuno potrebbe chiamarli corsi e ricorsi della storia economica. A fine ‘800 la produzione della terra, allora unica risorsa delle nostre Calabrie, si faceva “ogni giorno più scarsa, le attività industriali e commerciali languenti e distrutte dal deplorevole abbandono in cui l’aveva lasciata il Governo di allora, senza ferrovie, senza strade, senza porti, senza scuole, senza un ricordo benevolo dei nostri bisogni e delle nostre ristrettezze. (…) Ora gli improvvisi rigori che le banche son costrette di adottare, riescono non solo gravosi, ma spesso rovinosi. Il domani sarà foriero di gravi sciagure, se questa speciale condizione economica non sarà convenientemente valutata da coloro che son preposti alle aziende Bancarie”. “Comprendiamo – anche noi come scriveva Antonino Scalfari oltre un secolo fa – che questi poderosi e benemeriti istituti di credito, nell’adottare siffatti provvedimenti, vi furon costretti da ragioni gravi e d’indole generale, e dai timori che suscitano certi punti neri, anzi certi oscuri nuvoloni che si veggono scorgere all’orizzonte politico; ma noi preghiamo coloro che stanno a capo degli istituti medesimi di considerare anch’essi con amorevole cura i bisogni locali, e le ristrette condizioni economiche, in cui si dibattono coloro che abitano questa regione, a cui danno pare che congiurino la natura e gli uomini”. Intanto, un augurio per un 2010 più “amorevole” per tutti. Banche comprese.

Buon anno

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Buon 2010 con un omaggio dalla redazione di RadioRadicale.it

Da Sandro Pertini fino a Giorgio Napolitano, dal 1980 al 2008, tutti i messaggi di fine anno dei Presidenti della Repubblica sono stati registrati integralmente da Radio Radicale, e sono da oggi disponibili online nella loro versione integrale, in audio o video sul sitoRadioRadicale.it.Tutti i messaggi dei Presidenti dal 1980 al 2008 Radio Radicale

Nell’archivio di Radio Radicale sono conservate le registrazioni integrali dei messaggi di fine anno degli ultimi 30 anni, che spesso sono stati oggetto di autorevoli ricerche di carattere scientifico, linguistico o politologico, ed oggi sono a disposizione dei nostri utenti, alla vigilia dell’atteso messaggio del Presidente Napolitano.

Sul sito della Radio Radicla i file resteranno disponibili gratuitamente, nell’ambito del servizio pubblico che Radio Radicale svolge anche su internet.

UNO SPRECO DI DENARO PUBBLICO?

In attesa del prossimo messaggio di Napolitano, anche Abolrie la miseria della Calabria augura a tutti un buon 2010

Buon 2010

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Campanella vero riformatore anche per la Chiesa. Intervista a Germana Ernst

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La razionalità ha valore universale.

Il carcere è una metafora fortissima in Campanella … che consente di apprezzare e far capire veramente che cos’è la libertà


di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

Germana Ernst, ordinaria di Storia della filosofia presso l’Università Roma Tre, lo scorso 3 dicembre 2009 è intervenuta al convegno “Calabria, Italia, Europa – Immagini della Cultura del Rinascimento” organizzato dalla Provincia di Vibo Valentia in collaborazione col Sistema Bibliotecario Vibonese e dal Comune di Francica. La professoressa Ernst, che è intervenuta sull’autobiografia di Tommaso Campanella e su “Natura, profezia e politica nelle poesie di Campanella”, oltre ad essere un’insigne filosofa il cui parere rappresenta “giurisprudenza”, è una persona semplice che da sempre “ama” Tommaso Campanella e la Calabria. Filippo Curtosi, il nostro direttore responsabile, l’ha intervistata a margine del convegno proprio sull’eretico penitente e ostinato Tommaso Campanella che pagò col carcere la libertà del suo pensiero, sulla poesia e sull’attualità della politica di Campanella.

Al Carcere

Poesia filosofica di Tommaso Campanella

Come va al centro ogni cosa pensante

dalla circonferenza, e come ancora

in bocca al mostro che poi la devora,

donnola incorre timente e scherzante;

così di gran scienza ognuno amante,

che audace passa alla morta gora

al mar del vero, di cui s’innamora,

nel nostro ospizio alfin ferma le piante.

Ch’altri l’appella antro di Polifemo,

palazzo altri d’Atlante, e chi di Creta

il laberinto, e chi l’Inferno estremo

(che qui non val favor, saper, né pietà),

io ti so dir; del resto, tutto tremo,

ch’è rocca sacra a tirannia segreta.

E’ Chiaro

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“Germana Ernst, insigne letterata e filosofa che ama Tommaso Campanella da sempre e quindi ama anche la Calabria”

D: Senta Professoressa, Tommaso Campanella eretico impenitente e ostinato che col carcere pagò la libertà di pensiero? Una sorta di ….bile della libertà o che cosa?

R: Non penso che Campanella condividesse questo giudizio di essere un “eretico”. Era un riformatore e riteneva totalmente legittimo, lecito, proporre delle soluzioni di riforma anche proprio all’interno della chiesa stessa, proponendo dei nuovi orizzonti totalmente compatibili con l’ortodossia. Lui non avvertiva se stesso come eretico o in contrasto, o in conflitto, con un cristianesimo inteso in un senso corretto.

D: Qualcuno dice, però, che Tommaso Campanella e Giordano Bruno sono stati perseguitati dall’inquisizione “Romana”. Lei che ne pensa?

R: Si si. Entrambi hanno subito le persecuzioni, però i loro nomi sono stati spesso abbinati però sono due figure molto diverse e, se per Bruno posso condividere l’opinione effettivamente di un conflitto di fondo (con la Chiesa ndr), non è questo il caso di Campanella che è stato perseguitato per varie ragioni e, soprattutto, per il suo forte accento su una prospettiva naturale, razionale, una dimensione naturale e razionale del tutto compatibile, non in conflitto, col cristianesimo.

D: Essere, conoscere e volere. Dipende tutto da queste forze, come dire, primordiali?

R: Campanella prospetta una visione, appunto, di pracsimalità, come lui li chiama. La realtà è essenziata da queste precsimalità che sono il potere, il sapere e l’amore, in varie proporzioni secondo, appunto, le varie prospettive. E lui rilegge l’intera realtà alla luce di questa dimensione metafisica primalitaria.

D: “La Città del Sole” … Un manifesto comunista o una proiezione di una città ideale?

R: E’ senz’altro una città ideale. La rilettura ch’è stata fatta in seguito con visione comunistica, direi comunitaria piuttosto che comunistica che è una cosa un po’ diversa, ed è una prospettiva di una città ideale fondata sull’amore comune che è, come dice Campanella, in conflitto con l’amore egoistico del singolo individuo che, invece, deve raccordarsi con l’amore comune della collettività.

D: Quali sono, secondo lei, i caratteri “calabresi” di Tommaso Campanella?

R: Forse io non conosco abbastanza bene la Calabria. Tommaso Campanella la conosceva senz’altro molto bene nei suoi difetti, nei suoi pregi e, come ho avuto occasione di dire molte altre volte, lui, pur non avendola fruita, essendo vissuto lontano dopo gli eventi della fallita congiura, tornerà con il suo pensiero molto spesso ai suoi paesi di origine, con molto affetto e con molto dolore nel vedere questo contrasto fra la bellezza naturale, la fertilità della terra, dei ritratti caratteriali generosi degli abitanti, e un pessimo governo che l’aveva ridotta in condizioni miserevoli.

D: Un po’ come oggi?

R: Allora c’era più il pretesto che faceva parte di un vice reame di Napoli governato dagli Spagnoli per cui era sottomessa ad un potere “straniero”. Forse, in questa nostra epoca, vi sono meno motivi e, tutto sommato, però attutisce come Campanella avesse capito, già allora profondamente, i poteri della Calabria e avesse prospettato tutte le risoluzioni che però sembra che non siano state prese.

D: Qual’è la modernità di Tommaso Campanella?

R: Campanella è sorprendentemente moderno in molte posizioni. Anche nel prospettare una visione fortemente unitaria dei problemi. Lui si rende perfettamente conto che, i problemi dell’umanità sono di tutti e che l’umanità è una sola. Tutti gli uomini sono figli di uno stesso Dio e per cui sono assolutamente accomunati da problemi comuni che si devono risolvere in modo comune e cercando di trovare delle soluzioni senza conflitti, scontri e guerre tra di loro ma, in nome di soluzioni in accordo, in nome di principi superiori di razionalità, di principi che si ispirano alla ragione e alla natura, che sono, secondo lui, comuni all’intera umanità.

D: Quali sarebbero, allora, i nuovi demoni per Campanella?

R: Per Campanella i nuovi demoni sono collegati, quelli che si oppongono a questa visione razionale, in quanto la razionalità ha valore universale e invece vi sono tutti i pseudo valori che separano, dividono e mettono in conflitto gli uomini. E cioè quelle passioni rovinose legate al possesso di beni materiali, e tutta una serie di passioni rovinose che, veramente, favoriscono l’amore egoistico anziché l’amore comune.

D: Quanto c’è di anti Macchiavelli in Tommaso Campanella?

R: Campanella, in giovinezza, conosce molto bene Macchiavelli e tanta di applicare i suoi “Principi” molto spesso radicati all’interno di un contesto cattolico. Questa è l’operazione, diciamo “giovanile”, prima della congiura e prima di una profonda crisi del suo pensiero. Ma dopo, è profondamente anti Macchiavellico proprio nella concezione della religione. Campanella si oppone e contrasta molto fortemente l’idea di una religione come abile ritrovato dei principi e dei sacerdoti, per ingannare e governare i popoli, per mantenere il proprio potere. Ed è convinto, invece, del principio di una religione naturale che è implicito di tutto il suo orizzonte culturale.

D: Qualcuno sostiene che Campanella sia convinto che la più grande azione magica dell’Uomo è dare leggi. La religione è il rapporto magico. E’ così anche secondo Germana Ernst?

R: Si. Dare leggi è il più grande atto di magia perché attinge, bisogna conoscere, l’animo umano. E il vincolo degli animi, secondo Campanella, è più forte. Un vincolo da cui dipendono anche il vincolo dei corpi e il vincolo dei beni di fortuna. Conoscere e vincolare gli animi, vincolare le incredenze e le incredenze vere naturalmente, è il più grande atto di magia. Anche le religioni false son degli atti di magia perché attingono agli animi. Naturalmente Campanella auspica che gli animi siano vincolati da una religione vera. E la religione vera è quella, appunto, che si ispira a principi razionai naturali.

D: L’Umanesimo di Tommaso Campanella?

R: L’Umanesimo, come ho detto anche prima, non individualistico ma di un uomo che riconosce questi valori di universalità dell’umanità e che riconosce, anche in tutti gli esseri umani e cerca, fa in modo, di migliorare la condizione dell’Uomo sulla terra adeguandolo appunto a dei principi universali di convivenza.

D: Campanella ha fatto degli studi sulla tarantella e sulla taranta. Lei cosa ci può dire?

R: Probabilmente lui ha avuto un’esperienza diretta vedendo questi contadini pugliesi e studiando il fenomeno. Da qui, appunto, è molto interessato proprio perché assiste a questa specie di metamorfosi. Lui è molto interessato alle morsicature della rabbia, la morsicatura dei cani rabbiosi, e intrappolati. Perché sembra che il loro temperamento fisico sia stato alterato da una specie di vera e propria metamorfosi di un veleno inoculato che li ha come trasformati. Per cui studia anche questi fenomeni e queste danze sfrenate, questo bisogno di danzare, da un punto di vista naturalistico e si chiede perché. Queste danze sono spiegate perché (gli avvelenati ndr) hanno bisogno di sudare, di far certi movimenti, anche per espellere tutto questo veleno che li ha inquinati e recuperare la loro fisionomia originaria.

D: Cosa che del resto fanno altri studiosi come Ernesto De Martino e Luigi Maria Lombardi Satriani. E quindi aveva visto prima …

R: Si si, lui aveva visto prima e poi questo è stato un argomento che ha interessato molto gli uomini del Rinascimento. Un fenomeno che è poi stato studiato anche da altri studiosi.

D: Lei, quale massima studiosa di Tommaso Campanella a livello europeo quale viene considerata, cosa ama di più di Tommaso Campanella? La cosa che “la fa morire”?

R: Le poesie. Perché sono veramente, straordinariamente, intense, originali, esaltanti, che esprimono in maniera efficace dei contenuti filosofici in poesia. Un aspetto totalmente insolito per la tradizione letteraria e poetica italiana che è invece basata di più sul lirismo, sull’individualismo, sull’espressione di sentimenti personali. Mentre nessuno ha osato cimentarsi con la poesia filosofica in tempi moderni, se non Campanella che, non a caso, vede come suo grande precursore e compagno di questa impresa il solo Dante che è il vero poeta italiano proprio per i suoi contenuti filosofici di verità, non di velleità.

D: Lei sarebbe andata su di un’isola deserta con un uomo come Tommaso Campanella?

R: Questa è una domanda molto personale, molto imbarazzante. No comment (… Sorride).

D: Ai calabresi e alla Calabria, di cui lei ormai è concittadina per il conferimento onorario di cui la Città di Stilo le ha fatto omaggio, cosa direbbe per portare avanti quel messaggio di Tommaso Campanella?

R: Si calabrese d’adozione. Una cittadinanza onoraria di cui sono molto orgogliosa. Ai calabresi direi di avere più fiducia in se stessi e di imparare, veramente, la pazienza della costruzione. Io sono di origini milanesi e quindi quanto di più lontano, a prima vista, dalla calabresità. Ma amo molto il meridione e amo molto alcuni calabresi. Però, della Calabria in particolare, mi dispiace una certa resistenza ad una fiducia di una costruzione giorno per giorno. Cioè, bisogna capire che per fare qualche cosa per la società e per se stessi, bisogna imparare veramente ad avere fiducia e a costruire, ma con molta pazienza, quotidianamente giorno per giorno.

D: Davvero l’ultima domanda. Ad una studentessa che vorrebbe fare una tesi su Tommaso Campanella, cosa consiglierebbe?

R: Di tesi su Tommaso Campanella se ne fanno tantissime, fin troppe forse. Più che ripetere ciò che è stato detto, direi di impegnarsi seriamente a leggere, a capire, tutti i testi di Campanella, lasciando perdere magari le tante letture inutili o puramente estrinseche, che potrebbero mettere sotto una buona guisa, che potrebbero guidare a fare qualcosa di utile, per far conoscere di più e meglio questo pensiero smisurato che non è solo “La Città del Sole” ma che si dirama in moltissimi aspetti, in moltissimi rivoli.

D: Fra qualche attimo relazionerà sulle poesie di Tommaso Campanella. Qualche anticipazione?

R: Visto la giornata molto fitta non voglio rubare molto spazio agli altri relatori, mi limiterò a leggere qualche poesia, a commentarle, a leggerle, a gustarle e capirle insieme al pubblico.

D: Quale Poesia le piace di Campanella, in particolare?

R: Una che s’intitola “Al Carcere”. Perché, secondo me, il carcere è una metafora fortissima in Campanella. Cioè la poesia ha anche questa capacità simbolica, per cui il carcere, che è un’essenza di vita per Campanella che ha vissuto così a lungo in carcere, in verità è una metafora potente della vita umana. Ed è la metafora che consente di apprezzare e far capire veramente che cos’è la libertà.

D: Marco Pannella, l’altra sera, ha citato questa poesia ed ha parlato pure di lei. Lei cosa pensa di Marco Pannella?

R: Davvero (Ride ed è imbarazzata)? Marco Pannella è una persona che ha fatto molte battaglie che, a volte, si possono condividere, nobili ed assolutamente degne di rispetto.

D: Ringraziamo la Professoressa Ernst. Arrivederci

La forza della verità e l'apostolo della nonviolenza

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di Giuseppe Candido

Gandhi

Gandhi – Wiki

Pubblicato il 27 dicembre su “Il Domani della Calabria” Avremmo voluto ricordare la figura storica di Gandhi in occasione della sessantaduesima ricorrenza della sua scomparsa il prossimo 30 gennaio ma, con il termine violenza ritornato straordinariamente di attualità politica per i fatti che hanno visto Berlusconi ferito da una statuetta e in un momento in cui tutti fanno gara di dichiarazioni ispirate alla condanna di ogni tipo di violenza, ci sembra corretto anticipare il tema e porre la figura di Gandhi al centro della discussione per chiederci se, il suo esempio, serva anche a chiarire la differenza che esiste tra la semplice condanna della violenza e l’uso, continuo perpetuato e costante, della pratica della nonviolenza come mezzo di lotta politica coerente con i fini. Violenza fisica e violenza verbale.

La parola satyagraha significa “forza della verità” e deriva dai termini in sanscrito satya (verità), la cui radice sat significa “Essere”, e Agraha (fermezza, forza). Il satyagrahi è il “rivoluzionario” non violento che fa proprio il compito di “combattere la himsa – la violenza, il male, l’ingiustizia – nella vita sociale e politica, per realizzare la Verità”. Egli dà prova di essere dalla parte della giustizia mostrando come la sua superiorità morale gli permetta di soffrire e ad affrontare la morte in nome della Verità: «La dottrina della violenza riguarda solo l’offesa arrecata da una persona ai danni di un’altra. Soffrire l’offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell’essenza della nonviolenza e costituisce l’alternativa alla violenza contro il prossimo.»

Il 30 gennaio di sessantadue anni fa, Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma, grande anima, politico ma anche guida spirituale del popolo indiano, veniva ucciso a Nuova Delhi. Mentre si recava nel giardino per la consueta preghiera pomeridiana, un fanatico indù con legami con il gruppo estremistra Mahasabha lo fredda con tre colpi di pistola.

Dopo l’omicidio, nel discorso alla nazione via radio, Jawaharlal Nehru, si rivolge all’india:“Amici e compagni, la luce è partita dalle nostre vite e c’è oscurità dappertutto, e non so bene cosa dirvi o come dirvelo. Il nostro bene amato leader Bapu, il padre della nazione, non è più. Forse mi sbaglio a dirlo, nondimeno non lo vedremo più come l’abbiamo visto durante questi anni, non correremo più da lui per un consiglio o per cercare consolazione e questo è un terribile colpo, non solo per me ma per milioni e milioni in questa nazione”.

Ricordarlo non significa fare storia o nuovi appelli a non dimenticare ma significa, piuttosto, ragionare se, oggi, serva ancora o no il suo esempio. Significa chiedersi se ha senso assurgerlo a modello di lotta per proporre, oggi e nel nostro paese, una rivolta politica, sociale e morale. Le ragioni per una rivolta ci sono, ci sono tutte e, per questo siamo convinti che il modello di lotta debba essere quello del Mahatma. Pioniere del satyagraha, la resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile di massa, Gandhi ha portato l’India all’indipendenza. “Le future generazioni – diceva di lui Einstein – a stento potranno credere che un uomo di siffatta statura morale sia passato in carne e ossa sulla terra”.

In Italia è stato Aldo Capitini a proporre di scrivere la parola senza il trattino separatore, per sottolineare come la nonviolenza non sia semplice negazione della violenza bensì un valore autonomo e positivo. Il Mahatma sottolineava proprio questo elemento negativo. Oggi, il Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito di Marco Pannella è l’unico soggetto politico che non solo scrive senza il trattino la parola ma applica quotidianamente il metodo di lotta gandhiana sino ad assurgerlo a vero e proprio strumento di rivolta politica sociale e morale. Una rivolta per la giustizia che non funziona e, con le carceri stracolme, uccide Cucchie e i più deboli mentre si mostra eccessivamente tollerante per i colletti bianchi come quelli della Parmalat o della Tiessen che, col processo breve, non pagheranno più il loro debito causa prescrizione. E’ per questo Rita Bernadini, deputata radicale in rivolta, poco tempo fa è scesa in sciopero della fame per la giustizia e per la grave situazione delle carceri italiane. Per questo motivo Sergio D’Elia, ex terrorista di prima linea, sostiene il governo italiano a presentare la richiesta di una moratoria universali delle esecuzioni capitali con uno sciopero della fame. Ed è per questo che i malati di SLA e Maria Antonietta Farina Coscioni scioperano per proporre l’adozione del nuovo nomenclatore tariffario che, ancora oggi, non prevede la sovvenzione di importanti sussidi per i malti. La nonvolenza non è tattica né strategia ma soltanto un mezzo di lotta coerente con il fine, perché non è vero che il fine giustifica i mezzi ma anzi, la storia ci insegna, è vero il contrario e cioè che i mezzi utilizzati sempre condizionano e prefigurano il fine.

L’ingiusto, secondo Gandhi, afferma i suoi interessi egoistici con la violenza, cioè procurando sofferenza ai suoi avversari e, nello stesso tempo, provvedendosi dei mezzi (le armi) per difendersi dalle sofferenze che i suoi avversari possono causargli. La sua debolezza morale lo costringe ad adottare mezzi violenti per affermarsi. Il giusto, invece, dimostra, con la sua sfida basata sulla nonviolenza (ahimsa) che la verità è qualcosa che sta molto al di sopra del suo interesse individuale, qualcosa di talmente grande e importante da spingerlo a mettere da parte l’istintiva paura della sofferenza e della morte. E’ la ricerca della verità di cui parla Benedetto XVI, ma anche la verità che chiedono i parenti di Aldo Banzino e Stefano Cucchi morti tra le mani delle Istituzioni. Nel Vangelo si direbbe che, di fronte l’ingiustizia perpetrata, il “combattente” nonviolento “porge l’altra guancia”, affermando la richiesta di verità e, in questo modo, la bontà della sua causa. La nonviolenza non è tattica né strategia, ma è soltanto il mezzo coerente con il fine. Se si vuole migliorare la società in cui si vive, se si vuole la rivolta, questa non può che essere una rivolta gandhiana, perché altrimenti, il mezzo violento che ha caratterizzato le rivolte passate, sarà in grado di comprometterne il fine. E’ per questo crediamo che, alla domanda che qualche tempo fa anche Sofri su La Repubblica si poneva, se serva o meno il suo esempio, la risposta sia candidamente si. In un tempo in cui il Natale è sempre più un fatto “consumistico” c’è da credere che, l’esempio dell’apostolo della nonviolenza che con la marcia del sale guidò un paese alla rivolta e alla disobbedienza civile serva ancora al mondo intero, e serve al nostro paese che ha bisogno sempre di più di una rivolta gandhiana, ecologista, democratica, politica, civile.

S.P.Q.V. Senatus Populusque Vibonensis

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Federalismo: niente di nuovo.
Vibo Valentia godeva dell’autonomia municipale e batteva moneta anche quando “queste contrade erano sotto il dominio dei Romani”

di Giuseppe Candido

Stemma araldico del comune di Vibo Valentia - Calabria - Italy
Stemma araldico            Vibo Valentia – Calabria – Italy

Giovan Battista Marzano (Laureana di Borrello RC, 1842-1902) fu un calabrese studioso di storia e delle tradizioni popolari, linguista. Tra le sue numerose pubblicazioni di cui ricordiamo qui soltanto, a puro titolo esemplificativo, il “Dizionario etimologico sul dialetto calabrese”, “Una pagina della nostra storia Municipale, ossia la Città di Monteleone di Calabria dal 1420 al 1508” e “Delle origini calabre, ossia studi storici intorno agli Osci”, ve ne una pubblicata nel 1904, oltre cent’anni fa, specificatamente dedicata all’emblema araldico della Città di Vibo Valentia dove allora ci si chiedeva, nella discussione in seno al civico consesso, se inserire o meno la sigla S.P.Q.V. denotante l’acronimo di Senatus Populusque Vibonensis.
“A me, che in quel momento capitavo in mezzo a loro – spiega lo studioso – vollero anche porre il quesito e dimandare come la pensassi; ed io fui sollecito a dichiararmi per l’affermativa, e n’assegnai le ragioni, precipua che Vibo Valentia, cui successe l’odierna Monteleone, era stata Municipio Romano, e come tale reggevasi con le sue leggi, nominava i suoi magistrati, aveva il suo Senato, batteva le sue monete”.
E in effetti, l’emblema araldico di Vibo Valentia contiene oggi uno “scudo partito d’oro e di rosso e al terzo superiore, spaccato di azzurro: nel primo a tre monti verdi e sul medio più alto un leone rampante lampassato di rosso, di cui una metà nel campo azzurro; nel secondo ha due corna d’Amaltea d’oro, colme di frutta dello stesso, e un’asta d’argento sostenente sull’estremità una civetta nel campo d’azzurro. Sullo scudo: una corona reale antica; sotto le sigle S.P.Q.V.” di cui Marzano discute nel volumetto “Le sigle S.P.Q.V in rapporto all’arma della Città di Monteleone di Calabria” pubblicato dalle tipografie Passafaro nel 1904 e fortunosamente ritrovata tra la polvere delle antiche riviste e delle antiche pubblicazioni in disponibilità di un facoltoso signore calabrese. Vibo Valentia, come Reggio, fu elevata a Municipio non negli ultimi tempi dell’Impero, ma durante durante la Repubblica in forza alla legge Giulia , promulgata nel 664 di Roma, in seguito alla guerra sociale. “Quei signori, pur plaudendo alla mia risposta – scriveva Marzano nello spiegare le motivazioni del suo studio – mi fecero intendere che avrebbero desiderato da me, sul proposito, una memoria a stampa, nella quale svolgendo ampiamente le idee, sopra appena accennate, le avessi anche corroborate con prove storiche, autentiche, irrefragabili, e ciò non solo per illustrare un punto della nostra storia antica, ma ancora perché rimanesse un ricordo giustificato delle ragioni, per le quali si vorrebbe fare tale aggiunzione allo stemma cittadino.” Marzano, da storico qual’ era, ne accettò di buon grado l’incarico svolgendolo nella pubblicazione citata. Nello studio si esamina quindi l’organismo reggimento intero di Vibo Valentia con lo scopo di capire se questo fosse veramente autonomo da costituire appunto un Municipio. A riprova della sua tesi Marzano adduce non solo dati storici, evidenze di marimi letterati, e monumenti epigrafi ma anche numismatiche che, per lo stesso Marzano, rappresentano quelle decisive. Senza entrare nei dettagli epigrafici citati nel volumetto cui si dovrebbe, a parer di chi scrive, provvedere certo e al più presto ad una ristampa anastatica per conservarne memoria anche tra le giovani generazioni, Marzano dimostra, con prove documentate che Vibo Valentia meritava di apporre le sigle di “Municipio nobile”. Non soltanto perché “lo attesta Cicerone, -non solo perché tale epiteto è consacrato in un marmo letterato, ma ancora per la sua costituzione autonoma, che ci è sufficientemente spiegata dai non pochi monumenti epigrafici, innanzi riportati, e, soprattuto, dalle sue monete”. Monete che recavano, secondo l’autore, il più decisivo argomento d’autonomia municipale poiché era noto, che soltanto le Città autonome avevano il diritto di conio. La leggenda Valentia sulle monete coniate successivamente alla conquista che ne fecero i Romani denota chiaramente che la Città d’Ipponio avesse conservato l’autonomia di Municipio anche durante la dominazione.

Il nuovo numero di Abolire la miseria

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Periodico nonviolento di storia, arte, cultura e politica laica liberale calabrese

Care amiche e cari amici di Abolire

Abbiamo chiuso ieri, 18 dicembre, alle ore 23.00, il nuovo numero che, in queste ore, è in stampa. Piombo su carta dunque e, ancora per questo numero unico del 2009, sarà distribuito ai nostri sostenitori e, in copia omaggio, con tiratura di 10.000 copie, nelle cinque città calabresi capoluoghi di provincia, nella provincia di Catanzaro a Lamezia Terme, a Soverato e nei principali comuni della fascia ionica catanzarese. Registrato presso il Tribunale di Catanzaro col n°1 il 9 gennaio 2007, Abolire la miseria della Calabria giunge dunque al suo terzo anno di esistenza. Sia pur con pubblicazioni sporadiche, in relazione alla scarsità di fondi, e con vicissitudini ingrate, siamo ancora qui. Completamente rinnovato nei contenuti e, parzialmente nella grafica, Abolire la miseria della Calabria si propone, quale organo d’informazione dell’associazione di volontariato culturale “Non Mollare”, il fine di promuovere la diffusione della storia e della cultura della nostra regione per aumentare il livello di consapevolezza e di coscienza critica, attraverso la collaborazione volontaria degli autori, cui va uno specifico ringraziamento. Siamo cambiati assumendo la dizione di “Periodico nonviolento di storia, arte, cultura e politica laica e liberale calabrese” perché crediamo che, nel periodo che viviamo, che il nostro Paese sta vivendo, di cambiamento ci sia una forte necessità, soprattutto in Calabria, ma crediamo pure che, la rivoluzione necessaria e urgente, debba essere nonviolenta e di tipo culturale.

Abolire la miseria, abolire la povertà degli strati più in difficoltà della popolazione, nazionale e mondiale, è sempre di più cosa urgente e di straordinaria attualità. In Calabria, per farlo, abbiamo bisogno di riappropriarci della nostra storia perché conoscere cosa si è stati significa comprendere meglio ciò che si è e ciò che è l’altro.

L’associazione “Non Mollare” per questi motivi intende promuovere il recupero delle tradizioni popolari e della cultura calabrese attraverso azioni formative, informative ed editoriali anche multimediali, volte ad ampliare la conoscenza e la diffusione delle ricchezze della nostra regione in Calabria, in Italia e nel Mondo. Cercheremo di pubblicare una collana di studi di livello scientifico e che attingono all’ordine culturale del nostro territorio calabrese, con l’intento di riproporre editorialmente le zone meno esplorate del patrimonio culturale calabrese e, allo stesso tempo, affrontare argomenti e aspetti inediti della storia non solo locale. Rivolgendoci ai migranti e, nello specifico, al migrante calabrese, in realtà il progetto culturale che abbiamo in mente prevede il recupero e la valorizzazione editoriale delle tradizioni popolari calabresi e non calabresi, dei migranti di oggi e di ieri, come strumento “politico” in grado di promuovere l’integrazione delle identità culturali di un popolo e quindi di tutti i popoli. Nello specifico il progetto di “Integrazione delle diversità col recupero della cultura e delle tradizioni popolari calabresi” prevede studi, ricerche, pubblicazioni anche multimediali e/o web supportate, l’organizzazione di convegni, seminari di studio, manifestazioni volte alla pro- mozione, qualificazione e sviluppo delle seguenti tematiche:

a) Il teatro popolare in Calabria; b) Il brigantaggio nel decennio francese; c) Emigranti ed immigrazione: il caso dei libertari calabresi; d) Un secolo di stampa vibonese: antologia funzionale delle prin- cipali testate calabresi dagli inizi dell’ottocento agli inizi del novecento; e) Saggi su medicina popolare, usanze e credenze. Prevediamo la stampa di specifiche pubblicazioni, la loro diffusione anche medi- ante internet e la prosecuzione della stampa del bollettino dell’associazione “Non Mollare”, Abolire la miseria della Calabria, (con periodicità trimestrale). Pertanto, nel porgere il nostro sincero augurio per un Buon 2010, vi chiediamo di sostenerci. Abbonandovi o versando un piccolo contributo.

In quest’ottica, anche l’attività editoriale di Abolire la miseria della Calabria si adegua divenendo organo e strumento di informazione e ricerca storico-culturale per la nostra regione. Uno strumento partecipativo cui potranno unirsi altri collaboratori volontari.

Abolire la miseria della Calabria

Anno III Numero Unico



“Finanza creativa” del dottor Stranamore

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di Giuseppe Candido

Giuliano Tremonti - dottor Stranamore?
Giuliano Tremonti – dottor Stranamore?

Martedì prossimo, 15 dicembre, ricominceranno i lavori sulla manovra fiscale con il Governo che, molto probabilmente, chiederà un’ennesima fiducia sul provvedimento prevedendo il disco verde sia al disegno di legge di bilancio e sia a quello sulla finanziaria per giovedì. La manovra che, al netto di sorprese dell’ultimo secondo, dovrebbe essere licenziata a Montecitorio senza modifiche, passerà poi in Senato, per la terza ed ultima lettura, la settimana prima del Natale. L’opposizione ha ridotto a soli 49 gli emendamenti presentati con il fine, dichiarato, di togliere “l’alibi dell’ostruzionismo” e consentire una discussione sul provvedimento “normale”, senza “l’esautorazione delle prerogative del Parlamento rappresentata dal voto di fiducia” e garantendo di arrivare al voto finale del provvedimento entro giovedì, con gli stessi tempi, in pratica, in cui verrebbe approvata qualora il Governo decidesse di porre la fiducia. Davvero una situazione paradossale. Per essere più chiari, Dario Franceschini, intervistato da Giovanna Reanda, ai microfoni di Radio Radicale ha dichiarato che “Difronte ad un’opposizione che – tutta insieme – presenta 49 emendamenti soltanto e garantisce di far approvare la finanziaria negli stessi tempi in cui verrebbe approvata col voto di fiducia è chiaro che, se a questa offerta la maggioranza dicesse no, il governo pone la fiducia perché ha paura che non ci sia tenuta politica tra i propri parlamentari”. E che tra la maggioranza vi siano delle crepe è evidente. In effetti, il Professore Giuliano Cazzola, economista riconosciuto e deputato del PdL, pure lui intervistato dalla giornalista, ha evidenziato le sue perplessità sulla manovra che, tra le risorse in entrata, vede soltanto la variabile rappresentata dallo scudo fiscale per il rientro dei capitali e l’utilizzo del TFR, il trattamento di fine rapporto dei lavoratori dipendenti, destinato per i fabbisogni dello Stato. Un’iniziativa, quest’ultima, che secondo lo stesso On.le Cazzola, “Rientra nel novero della finanza creativa cui ci ha abituato Giuliano Tremonti”. Anche se, continua Cazzola, “Il TFR dei lavoratori non corre nessun rischio, perché la legge prevede che, nenanche nel caso in cui le aziende con più di 49 dipendenti siano tenute a versare il TFR maturando al fondo gestito dall’IMPS, sono sempre le aziende a restare responsabili del TFR stesso nei confronti dei lavoratori e quindi i lavoratori andranno a riscuotere il TFR sempre dal datore di lavoro il quale si arrangerà con l’IMPS in termini di compensazione delle erogazioni sborsate rispetto a quello che deve dare, ad altro titolo, all’IMPS”. Un meccanismo questo che non danneggerà i lavoratori ma che, sostiene il deputato del PDL, rappresenta soltanto per modo di dire una “partita di giro” come invece l’ha definita Tremonti e questo perché, “In realtà sono risorse a disposizione dello Stato, che lo Stato aveva destinato ad altre finalità, e queste finalità oggi vengono cambiate. Si tratta di soldi che vengono tolte alle imprese e non vengono tolti ai lavoratori, ma un a diversa allocazione c’é”. Il parlamentare PDL spiega che “Di singolare c’è che, quando questa norma (sul TFR ndr) venne varata dal Governo Prodi nel 2007, queste risorse, cifrate in 6 miliardi di euro l’anno, dovevano essere destinate ad investimenti, soprattutto per opere pubbliche e infrastrutture e, in questi anni, sono serviti per la TAV, per le ferrovie dello Stato, per leggi a sostegno delle imprese. Oggi, in buona parte, per la parte cioè eccedente l’uso che si fa per la liquidazione del TFR, saranno destinate alla sanità, in parte in investimenti in conto capitale, per l’edilizia ospedaliera, ma, un’altra parte andrtà per interventi che rientrano nella spesa corrente”.

In pratica niente aiuti alle imprese, niente investimenti per infrastrutture o per il rilancio dell’economia ma destinazione del TFR per coprire la spesa corrente della sanità col rischio, non infondato considerata la situazione della Sanità nelle diverse regioni, che diventi strutturale con l’impossibilità futura di destinare l’uso di tali risorse per gli scopi di sviluppo cui erano destinati in precedenza. Un aspetto, questo, se non altro originale considerati i tempi di crisi che invece richiederebbero, con questi chiari di luna, un’aiuto alle imprese sia come sgravi promessi e sia anche con la realizzazione e l’ammodernamento della rete infrastrutturale. “Non c’è traccia di aiuti neanche come sgravi IRAP. Una mossa di dottor Stranamore, una battuta simpatica – conclude Cazzola – che in qualche modo esprime la situazione”.

Chiesa: “istituzione anacronistica". Lo scisma è qui?

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recensione di Alessandro Litta Modignani

Il viaggio di Chiaberge fra i cattolici adulti

Lo Scisma. Il libro di Riccardo Chiaberge
Lo Scisma. Il libro di Riccardo Chiaberge

Nel suo lungo viaggio fra i cattolici adulti (“Lo scisma – Cattolici senza Papa”, 300 pagine, Longanesi) Riccardo Chiaberge si reca in visita a una cospicua lista di quei credenti, quasi tutti cattolici praticanti, che mandano puntualmente il cibo di traverso alle gerarchie vaticane. Sono personaggi noti e meno noti, laici ed ecclesiastici, storie di vita e di fede che non rientrano nello stereotipo che vorrebbe il “buon cristiano” ligio ai dettami della Chiesa.

La carrellata parte dal frate eremita che si oppone “alla concezione anticristiana della vita e della famiglia diffusa dal berlusconismo”, non risparmia Radio Maria (“Per me è un veleno…. Un fanatismo lontano anni luce dal messaggio evangelico”) e osserva acutamente: “Celibe dev’essere il monaco, non il prete”. Poi è la volta della cosiddetta “secessione viennese”, con il suo cupo corollario di scandali a sfondo pedofilo. Sfilano i parroci di base, le suore comboniane, i gesuiti non allineati, i “missionari in Padania” – e naturalmente quelli in Africa, che distribuiscono preservativi per limitare la diffusione dell’Aids. Un apposito capitolo è dedicato ai “Preti in amore”, i vari Bollettin, Milingo, don Sante e molti altri.

Particolarmente ricco il fronte dei cattolici impegnati nella ricerca scientifica e nelle nuove frontiere della medicina, da Giorgio Lambertenghi Deliliers a Elisa Nicolosi, a Elena Cattaneo e naturalmente a quel don Luigi Verzé che ha ammesso di avere “staccato” su richiesta, dalla macchina che lo teneva in vita, un suo amico paziente terminale. Lambertenghi alza gli occhi al cielo commentando l’accanimento di chi vuole nutrire forzatamente un corpo dopo 17 anni di vita vegetativa: “Lo so, cosa vuole, i bioeticisti…. Oggi sono molto di moda. Molti di loro non conoscono gli ospedali, non sono mai stati in una corsia…. Persino Papa Giovanni Paolo II ha detto: lasciatemi tornare alla casa del Padre”.

Commovente e significativo il panorama degli “ex voto” affissi nelle bacheche del Regina Elena, a Milano, da quanti sono riusciti ad avere un figlio grazie alla fecondazione assistita, nonostante i veti della Chiesa: “Ci avete dato amore e speranza…. Avete compiuto il miracolo…. Il nostro sogno si è realizzato… Bisogna credere fino in fondo, sperare e pregare che il miracolo si realizzi…. C’è un angelo in cielo che non aspetta altro che di diventare un bambino….” e così via.

Il libro di Chiaberge conia un neologismo: “dolorismo”, termine con il quale il gesuita Padre Carlo Casalone descrive una visione arcaica e un po’ sadica del cristianesimo: “Non è stato il dolore a salvarci, ma l’amore”. Purtroppo di “doloristi” se ne sono radunati un po’ più del necessario al capezzale di Piergiorgio Welby, commenta l’autore.

La donna ? Nel ’95 la Congregazione per la dottrina della fede, presieduta da Joseph Ratzinger, dice che la sua esclusione “è fondata sulla parola di Dio, scritta e costantemente conservata e applicata nella tradizione della Chiesa”; che “è stata proposta infallibilmente” dal pontefice; e che dunque “si deve tenere sempre e ovunque da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede”. Chiaro, no?

Chiaberge parla di un “crescente distacco dei vertici romani dal popolo di Dio” e di una Chiesa “istituzione anacronistica, l’ultima monarchia assoluta in Europa dopo il crollo dell’Ancien Règime, una piramide tutta al maschile in un mondo dove le donne hanno ormai raggiunto quasi dappertutto ruoli di comando”. Per contro, il mondo cattolico seguita a esprimere quella “creatività cristiana che nessuna gerarchia, per quanto ottusa, potrà soffocare”, per usare le parole di Jean Delumeau. Quest’ultimo aggiunge: “Oggi i progressi dell’embriologia ci dicono che la fecondazione dura più di venti ore, e che solo un ovulo fecondato su tre arriva a impiantarsi nell’utero. Soltanto a partire dal 14° giorno è certo che l’ovulo non darà vita a due gemelli. E allora perchè non decidere che la persona umana comincia solo quando appaiono i primi rudimenti del cervello?”. Già, perché?

Monsignor Sergio Pagano si spinge a dire: “Le cellule staminali, la genetica, qualche volta ho l’impressione che siano condannate con gli stessi preconcetti che si avevano verso le teorie di Copernico e Galileo”, ma il genetista Bruno Della Piccola, presidente di Scienza & Vita, subito lo bacchetta: “Fermare la ricerca sulle staminali embrionali non è affatto oscurantismo”. A volte, almeno in Italia, gli scienziati arrivano a essere più clericali del clero, chiosa Chiaberge.

Dai "professionisti" ai docenti dell'antimafia

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” il 10.12.2009 con il titolo “La ‘ndrangheta non cade a pezzi

Quando Leonardo Sciascia scrisse “I Professionisti dell’antimafia, il famoso articolo pubblicato il 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera, non avrebbe mai immaginato che le cose, in Italia, potessero evolvere come invece hanno fatto regalandoci un Paese in cui, alla notizia dell’arresto di un paio di boss siciliani latitanti, ministri e politici della maggioranza esultano e cantano vittoria, autoproclamndosi, addirittura, dei veri e propri “docenti dell’antimafia”. Dai magistrati “professionisti dell’antimafia” di cui parlava Sciascia, oggi siamo ai politici “docenti dell’antimafia”. “La Mafia è già in ginocchio” dice Alfano. Ma la mafia e la ‘ndrangheta sono sempre li, anzi la ‘ndrnagheta si espande più forte che mai e rappresenta, nel mezzogiorno e non solo, un problema enorme. Ed anche i sei miliardi di euro sequestrati rappresentano una goccia nel mare se rapportati ai soli traffici della ‘ndrangheta che può vantare un fatturato di oltre 69 miliardi di euro all’anno come dichiarato dal procuratore nazionale antimafia Grasso. Nella seconda delle due “autocitazioni” che il giornalista di Racalmuto fece precedere a quel suo articolo per “… Servire a coloro che hanno corta memoria e/o lunga malafede” ricordava quanto scritto in “A ciascuno il suo” (Einaudi, Torino, 1966), il suo libro in cui scriveva che “L’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto”. Oggi potremmo dire che la mafia parla in inglese e fa gli affari su internet. E anche noi siamo inquieti. La mafia, dichiarò alla stampa calabrese circa un anno fa il magistrato Giuseppe Ayala, “sopravvive grazie ai silenzi della politica”. Un fenomeno la cui fine “sta ritardando per una complicità dovuta anche alla classe dirigente”. Dopo i due arresti eccellenti la maggioranza sembra essersi convinta che la lotta alla criminalità organizzata sia a buon punto. Forse, con la “mafia” siciliana, il taglio di qualche testa di capi clan potrà considerarsi una piccola vittoria, ma cosa ci dicono della ‘ndrangheta che, a detta di tutte le relazioni delle varie procure e direzioni distrettuali, è la forza criminale meglio organizzata, che vanta i traffici più lucrosi, con fatturato da capogiro e che maggiormente inquina il tessuto economico e sciale con i suoi capitali illegali non solo la Calabria? Cosa ci raccontano di una vittoria e di una lotta da “docenti dell’antimafia” se, dopo anni di duri colpi, la ‘ndrangheta oggi è più forte che mai? Insomma, ci si vanta degli arresti che compiono Polizia e Carabinieri ai quali, tra l’altro,– come più volte denunciato dal Siulp – si sono tagliate le risorse mentre si varano leggi che consentono, nel pieno anonimato, di rimpatriare capitali illecitamente accumulati all’estero e di cui non vi è garanzia alcuna di come gli stessi siano stati accumulati. Se condividiamo l’idea di Maroni di costituire un’agenzia nazionale per i beni sequestrati alla mafia, dovrebbero spiegarci, da docenti, come si intende farlo. Con un piano che prevede l’anonimato per il rientro dei capitali? Se è giusto richiamare i magistrati al proprio lavoro appaiono esagerate le parole di Alfano che parla di mafia come di un cadavere. Oggi la questione criminalità organizzata nel mezzogiorno è gravissima ed è tutt’altro che sconfitta. Sempre per citare Sciascia ricordiamo che “Il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. (…) Sicché – continua Sciascia – se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime – o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come “mafioso” ” Oggi le cose, cambiando le parole Sicilia con Mezzogiorno e Fascismo con regime della partitocrazia, stanno ancora come magistralmente le dipingeva Sciascia. L’ultima relazione di Mario Dragi non lascia certo dubbi sul grado di infiltrazione e pervasione della criminalità organizzata nei gangli della pubblica amministrazione del mezzogiorno. Cantare vittoria, a scavalco delle dichiarazioni di Spatuzza, per qualche arresto operato dalle forze dell’ordine ci sembra quantomeno fuorviante. Non vorremmo che, e il rischio esiste ora come allora, si usi “l’antimafia come strumento di potere”, o peggio, come sloga che consenta, oggi, di spingere sul “legittimo impedimento” o su qualche altra norma poco costituzionale.